Catechesi archivio 2011_04

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Catechesi archivio 2011_04
dal 14 novembre 2011 al 30 gennaio 2012
30 gennaio
Signore, insegnaci a pregare!
Anche noi, come i discepoli, possiamo fare nostra questa domanda a Gesù. soprattutto ogni
volta che il dialogo con Lui si fa difficile, arido, faticoso. Rifugiandoci in questa richiesta
entriamo nel vivo della questione, perché da soli non siamo capaci di pregare. Questa difficoltà
è viva oggi, in un mondo che offre tante soluzioni immediate alla vita di ogni giorno: spesso la
profonda sete di Dio che è nascosta nel cuore di ognuno non si apre alla preghiera.
Bonhoeffer ci aiuta a comprendere questa aridità: E’ un errore pericoloso, in verità oggi molto
diffuso tra i cristiani il pensare che l’uomo possa naturalmente pregare. Ciò significherebbe
confondere il desiderio, la speranza, il sospiro, il pianto, la gioia, tutto ciò di cui il nostro cuore
è capace per se stesso, con la preghiera. Sarebbe un confondere la terra e il cielo, l’uomo e
Dio. No, pregare non significa solo aprire il proprio cuore; significa piuttosto trovare
la via che conduce a Dio per dialogare con lui, sia che abbiamo il cuore pieno oppure vuoto.
Ma nessuno è capace di fare questo con le sue forze:per fare questo è necessario Gesù
Cristo.
….Può essere una grande sofferenza voler parlare a Dio senza poterlo fare….In questa difficile
situazione noi andiamo alla ricerca di uomini che conoscano in qualche modo la preghiera e che
siano capaci di venirci in aiuto. ..Certamente degli uomini che vivono il loro cristianesimo
possono fare molto per noi su questo punto! Ma anch’essi non lo possono fare se non in grazia
di Gesù Cristo dal quale essi stessi ricevono l’aiuto, e al quale ci riconducono se sono
veramente maestri di preghiera.
Quando Gesù Cristo ci unisce alla sua preghiera, quando possiamo fare nostra la sua
preghiera, quando ci apre la via verso Dio mediante il suo cammino e ci insegna a pregare,
allora noi siamo liberati dal tormento degli uomini che non possono pregare. Ma è proprio
questo che Gesù Cristo vuol fare per noi. Egli vuole pregare con noi, vuole che facciamo
nostra la sua preghiera, e che perciò ci sentiamo sicuri e gioiosi che Dio ci ascolta.
(D. Bonhoeffer “Pregare i Salmi con Cristo”)
23 gennaio
Nel solco dell’educazione
La linea pastorale della Chiesa italiana fino al
2020 è, come sappiamo, l’educazione, sulla
quale i Vescovi ci hanno invitato a riflettere con il
bel documento Educare alla vita buona del
Vangelo, pubblicato alla fine del 2010.
Proviamo dunque a fare nostri alcuni spunti di
queste pagine, nell’ambito del grande cammino
ecclesiale, ricordando l’iniziativa di Dio per
Israele (lo circondò, lo allevò, lo custodì come
pupilla del suo occhio Dt, 32,10), la pedagogia di
Gesù, maestro ed educatore per gli apostoli e per tutti i discepoli, l’opera della Chiesa, con il
suo sforzo secolare per formare alla sequela del Gesù ogni uomo, consapevole che anche i
valori più alti dell’umanità vengono arricchiti e completati dall’incontro col Figlio.
Gli eventi più recenti della Chiesa italiana, in particolare il convegno di Verona, hanno
suscitato l’esigenza della testimonianza, declinata nel mondo secondo i vari ambiti. In tal modo
si è fatta strada la consapevolezza che è proprio l’educazione la sfida che ci attende nei
prossimi anni: “ci è chiesto un investimento educativo capace di rinnovare gli itinerari
formativi, per renderli più adatti al tempo presente e significativi per la vita delle persone, con
una nuova attenzione agli adulti” (Educare alla vita buona del Vangelo, 3).
Oggi si tratta di un’“emergenza educativa” perché Il bene e il male si confondono in modo
incredibile; la valutazione di ciò che è giusto o invece non lo è ha perso significato; tutto è
relativo al momento e alla situazione. Ciò che conta è l’utile, ciò che mi fa comodo. La libertà è
concepita come un assoluto arbitrio senza responsabilità e la vita come un’affannosa ricerca
della soddisfazione di ogni desiderio passeggero che l’enorme sviluppo tecnologico contribuisce
a darci l’illusione di poter essere soddisfatto. …A farne le maggiori spese naturalmente sono i
giovani, lasciati soli a crescersi, dentro un bombardamento continuo di stimoli verso una vita
consumistica e deresponsabilizzata. Essi hanno nel cuore il desiderio di verità e di bellezza, di
amore e di gioia autentica, sono portati alla generosità e al dono di sé: il rischio però è che non
trovino adulti autorevoli che li amino per davvero e li accompagnino nella loro crescita.(F.
Tardelli “Educare alla vita buona del Vangelo”, programma pastorale,2).
La pedagogia cristiana abbraccia ogni attitudine e ogni capacità dell’uomo; ma, attratta dalla
bellezza più profonda della vita nuova nata dal dono pasquale, tende a formare
l’intelligenza, la volontà e la capacità di amare in vista di scelte solide e definitive. La cultura di
oggi è fortemente segnata, invece, dai programmi a breve termine, mentre il peso del male
nelle sue varie forme può ostacolare fortemente questo sviluppo.
Solo nella fede in Cristo possiamo costruire un percorso credibile: “Anima dell’educazione,
come dell’intera vita, può essere solo una speranza affidabile”. La sua sorgente è Cristo
risuscitato da morte (Educare, etc.5). Dalla sua persona nasce il contributo specifico
dell’educazione cristiana, il profilo di un cristiano capace di offrire speranza, teso a dare un di
più di umanità alla storia…(Id.id.)
Il compito arduo cui siamo chiamati troverà negli eventi stessi i segni dei tempi che ci
accompagneranno.
18 Gennaio
“Incontrarci tutti in te”
L’appuntamento annuale della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, dal 18 al 25
gennaio, ci invita ad unirci alla voce della Chiesa: la preghiera è infatti la sorgente
dell’ecumenismo.
Lo facciamo con le parole di Paul Couturier, un sacerdote francese che si è dedicato totalmente
all’ecumenismo e al dialogo interreligioso, e che chiede la comunione e l’armonia tra i cristiani
invece delle dolorose divisioni. Egli si rivolge a Gesù, che nell’Ultima Cena aveva pregato:
Tutti siano una cosa sola…(Gv.17,21) perché Egli stesso rimargini queste ferite.
Signore Gesù, che alla vigilia di morire per noi
Hai pregato perché tutti i tuoi discepoli
Siano perfettamente uniti,
come tu lo sei col Padre e il Padre con te,
rendici dolorosamente consapevoli delle nostre divisioni.
Donaci la lealtà di riconoscere
E il coraggio di liberarci
dall’indifferenza, dalla diffidenza e dall’ostilità.
Accordaci di incontrarci tutti in te
cosicché le nostre anime e le nostre labbra
preghino incessantemente per l’unità dei cristiani
quale tu la vuoi e come tu la vuoi.
In te, che sei il perfetto amore,
aiutaci a trovare la via che conduce all’unità,
obbedendo al tuo Amore e alla tua Verità.
(Cit. in Ravasi “Preghiere”)
16 gennaio
Il Regno di Dio
Quando Gesù cominciò la sua predicazione, secondo Matteo diceva:
Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino (Mt. 4,17) e secondo
Marco: Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino; convertitevi e
credete al vangelo (Mc. 1,15) Le due espressioni, equivalenti, aprono
un’era nuova di salvezza e riconciliazione, annunciando il compimento
delle promesse dei profeti. Tuttavia il piano di Dio si compiva in modo
misterioso, e la piena comprensione di questa realtà fu lenta e graduale
anche per gli apostoli.
Il tema riecheggia nei vangeli in modo diretto e indiretto: prima condizione è convertirsi,
cambiare vita, decidersi per seguire Gesù. Primo avversario è Satana, il male che domina il
mondo, vinto dalla presenza stessa del Salvatore, come è descritto in alcune guarigioni. Primi
segni sono i miracoli, ognuno dei quali svela un significato particolare dell’opera divina, e il
perdono. Via centrale è l’amore per Dio e per il prossimo, vissuto fino al sacrificio.
Questo annuncio riecheggia nella missione dei dodici, come è descritto in Matteo …predicate
che il regno dei cieli è vicino…(Mt. 10,7) e dei settantadue in Luca ….dite loro:Si è avvicinato
a voi il regno di Dio…(Lc. 10,9).
La realtà del Regno è misteriosa, e Gesù nella predicazione la svelava gradualmente, con le
parabole e con importanti discorsi che in parte ci sono stati tramandati (ad es. il discorso
della montagna in Matteo). Proprio per la sua logica divina del tutto diversa da quella del
mondo, il Regno di Dio sconcertava quanti erano attaccati ai criteri umani, e il Maestro
sottolineava come questa realtà fosse rivelata non ai sapienti del mondo, ma ai piccoli e ai
poveri, a quanti cioè si aprivano al perdono dei peccati, all’amore e alla conversione.
Il Messia spiegava in privato ai suoi discepoli ed amici il significato delle parabole, facendo
capire loro i misteri del Regno: Vi ho chiamati amici – disse nell’Ultima Cena – perché tutto ciò
che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. (Gv. 15,15), e promise lo Spirito Santo che
avrebbe insegnato ogni cosa: Queste cose vi ho detto quanto ero ancora tra voi. Ma il
Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa
e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto (Gv. 14,25-26) Egli affidava ai Dodici l’incarico di
continuare il suo annuncio di salvezza.
Gli apostoli, come narra il libro degli Atti, misero al centro della loro predicazione il tema del
Regno.
Questa realtà attraversa dunque con continuità il tempo della missione di Cristo e il tempo
della Chiesa: con la sua verità semplice e pur complessa viene svelata e cresce in mezzo alle
persone umili, che sanno farsi piccole per accogliere lo Spirito.
12 gennaio
La nostalgia dell’infinito
Secondo un aneddoto ebraico, il vero esilio non comincia
quando si lascia la patria, ma quando non c’è più nel
cuore la struggente nostalgia della patria. Apparteniamo
al paese che abbiamo nel cuore, al di là della collocazione
fisica e geografica, ma questa nostalgia profonda rimane
spesso nascosta a noi stessi.
L’uomo di oggi – scrive Ravasi commentando il detto
ebraico – ha perso il gusto delle grandi attese, degli interrogativi radicali, degli ampi orizzonti.
La perdita di questa nostalgia dell’infinito da cui proviene e a cui è destinato lo rende
meschino, curvo sulle piccole cose, sulle modeste mete, sulle recriminazioni davanti a ogni
minimo ostacolo, pronto a dare le dimissioni di fronte a una vita che può essere una
scalata.[…]
In molti c’è ormai l’abitudine all’esilio, stanno bene nella banalità di un’esistenza priva di
fremiti e di tensione, non attendono più un “oltre”, cioè una meta più alta, una destinazione
che non sia solo una qualsiasi stazione di passaggio (G.Ravasi, “Le parole e i giorni”).
Che cosa oscura in noi la nostalgia dell’infinito, e ci rende curvi sulla piccole cose? Forse un
certo compromesso che si è instaurato nella nostra vita, e ci fa dire “che male c’è?”, ci
appesantisce l’animo?
Non è mai tardi per ritrovare il senso del nostro vivere, per farci conquistare dai progetti di
Dio!
Un bel modo per guardare “oltre” è anche quello che ci suggerisce il cardinal Martini, con
queste parole ricche di speranza: Consegna ai tuoi figli un mondo che non sia rovinato. Fa’ sì
che siano radicati nella tradizione, soprattutto nella Bibbia. Leggila insieme a loro. Abbi
profonda fiducia nel giovani, essi risolveranno i problemi. Non dimenticare di dare loro
anche dei limiti. Impareranno a sopportare difficoltà e ingiurie se per loro la giustizia conta
più di ogni altra cosa. (C. M. Martini “Conversazioni notturne a Gerusalemme”)
10 gennaio
Battezzati nello Spirito
All’indomani della festa del Battesimo del Signore una piccola
riflessione sul Battesimo ci aiuta a ritornare al nostro ritmo
ordinario con una identità più precisa, con un orizzonte più
ampio.
Il rito del Battesimo viene da molto lontano: il significato
primitivo di immersione ci aiuta a coglierne il senso di
purificazione, all’inizio legale, praticata anche dai Giudei per
l’ammissione di chi si convertiva dal paganesimo. Cambio di
vita, quindi, e come tale la vivevano anche i monaci di
Qumran,
i
quali
sottolineavano
l’importanza
della
conversione del cuore, secondo la predicazione dei profeti.
La tradizione acquistò forza con la figura di Giovanni Battista,
che predicava il battesimo unito alla trasformazione morale.
Fin da allora, il Battesimo si riceveva una sola volta. Le
parole stesse del Battista però annunziavano un nuovo
battesimo, nello Spirito Santo, realtà misteriosa e poco
comprensibile fino alla venuta di Gesù.
Il Messia inaugurò la sua missione facendosi battezzare, caricandosi della debolezza umana:
ma l’origine più diretta del nostro battesimo è nelle parole del Risorto agli Apostoli: Andate
dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello
Spirito Santo…(Mt. 28,19; cfr. Mc. 16,15-16).
Il battesimo per tutti, nella fede trinitaria, fede che cresce nel cristiano fino al
riconoscimento, da adulto, del sacramento ricevuto da bambino. Esso non è rimozione di
sporcizia dal corpo – scrive S. Pietro (1Pt.3,21) – ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da
parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo.
In questo cammino c’è una gradualità, dai lontani riti dell’Antico Testamento fino alla morte e
risurrezione di Gesù: Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte,
perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi
possiamo camminare in una vita nuova (Rom.6,4). Culmine di questo cammino è infatti il dono
della vita nuova nello Spirito, annunciata dal Battista, cuore del Nuovo Testamento. Vita
soprannaturale, che segna la maturità del credente, in una consapevolezza sempre più
profonda dell’adozione divina; luce che viene da Dio ed entra nel concreto delle nostre scelte.
A questa guida divina siamo invitati a prestare ascolto, per vivere in pienezza la rinascita che
abbiamo ricevuto, perché tutta la vita venga rinnovata secondo il progetto di Dio.
5 gennaio
“Alcuni Magi
giunsero da oriente” (Mt. 2,1)
La solennità dell’Epifania è una delle feste più
antiche, celebrata con sfumature sensibilmente
diverse in Oriente e in Occidente. Nella Chiesa
occidentale si ricorda la manifestazione di Gesù
ai Magi, nel Battesimo e alle nozze di Cana. Se
il valore spirituale di questa festa è dunque
ampio e profondo, la nostra attenzione si ferma
ancora una volta ai tre personaggi che la tradizione ci ha tramandato, e nei quali Turoldo
intravede l’immagine dei pellegrini in ricerca che siamo tutti noi, appagati solo dalla luce e dal
mistero di Dio.
Eran partiti da terre lontane:
in carovane di quanti e da dove?
Sempre difficile il punto d’avvio,
contare il numero è sempre impossibile.
Le notti che hanno vegliato da soli,
scrutando il corso del tempo insondabile,
seguendo astri, fissando gli abissi
fino a bruciarsi gli occhi del cuore!
Naufraghi sempre in questo infinito,
eppure sempre a tentare, a chiedere,
dietro la stella che appare e dispare,
lungo un cammino che è sempre imprevisto.
Magi, voi siete i santi più nostri,
i pellegrini del cielo, gli eletti,
l’anima eterna dell’uomo che cerca,
cui solo Iddio è luce e mistero.
D.M.Turoldo
2 gennaio 2012
Le ore di Dio
E’ iniziato un anno nuovo che ci attende mese per mese,
giorno per giorno, ora per ora, è un tempo da vivere e da
riempire con le nostre scelte e le nostre opere. Ogni cosa
ha il suo senso davanti a Dio, la preghiera e il lavoro, la
fatica e il riposo, la famiglia o la parrocchia, la gioia o il
dolore…
Nel tuo Vangelo, Gesù, parli spesso della tua “ora”:
è il tempo di attuazione della volontà del Padre,
l’ora di Dio.
Anche nella mia vita ci sono queste ore
e sono importanti.
Mi consentono di realizzare i tuoi progetti,
di collaborare ai tuoi piani di bontà e di salvezza.
A volte, sono momenti di luce, di soddisfazione,
di successo, di gioia, di vittoria,
in cui mi fai partecipe della tua gloria,
come gli apostoli sul Tabor.
A volte, sono momenti di tristezza, di aridità,
in cui sembri lontano e io mi sento solo,
immerso nell’oscurità, come abbandonato.
A volte, sono momenti di dolore,
in cui mi chiami a portare la croce,
a collaborare alla salvezza del mondo.
Sono comunque ore essenziali
alla mia storia personale.
Rendimi puntuale ad esse, per non farti aspettare.
Fammi superare le incertezze,
per offrirti generosamente quanto mi chiedi,
per dimostrarti che ti voglio bene.
Sono le ore in cui mi chiami più da vicino,
le ore che confermano la nostra alleanza
e segnano il grado di fedeltà di cui sono capace.
Sono le ore che ti parleranno di me
al termine di questa mia vita.
Viviamole insieme, Signore,
teniamoci stretti per mano,
perché le gioie non mi esaltino troppo
e i dolori non mi facciano crollare.
Le ore di Dio sono quelle che vivo con Te,
che vivo per Te,
sono determinanti per il mio futuro,
in esse misuri il mio amore.
(Ezio Morosi “La tenda del convengo”)
30 dicembre
Raccogliere il frutto
Quale frutto portiamo con noi dall’anno che si sta
concludendo? Quale evento, incontro, insegnamento
ci accompagna? Nel nostro cammino col Signore,
quali fatti hanno segnato una crescita e quali un
passo indietro, riguardo al modo di cercarlo, agli
atteggiamenti di fondo, ai criteri delle scelte?
Se diamo uno sguardo conclusivo all’anno passato
secondo i “bilanci” del mondo, non possiamo
trascurare una considerazione spirituale, nella quale
ci guida S. Paolo, dicendoci che il vero frutto di cui
tener conto, nella nostra vita, consiste in cose poco
appariscenti, ma molto solide: Il frutto dello
Spirito
è
amore,
gioia,
pace,
pazienza,
benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di
sé…(Gal. 5, 22)
Sono questi i parametri che il mondo non riconosce,
il lievito nascosto nella pasta; la presenza umile e
forte di chi si lascia guidare dallo Spirito, e lascia un
segno nella piccola storia in cui vive.
22 dicembre
Il pianto del Bambino
Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo, e sono venti secoli,
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?
(S. Quasimodo “Poesie”)
Questi versi che tratteggiano con tanta delicatezza il fascino del presepe, sottolineano che in
esso regna la pace, quella pace che è nel cuore di Gesù, ma non nel cuore dell’uomo: dopo
venti secoli il fratello si scaglia contro il fratello. Questo contrasto doloroso evidenzia che la
venuta di Cristo segna una svolta nella storia – scrive Ravasi – ma la libertà dell’uomo si ostina
a sottrarsi a quell’abbraccio.
E ancora scrive: Celebrare il Natale non vuol dire solo preparare un bel presepe scolpito con i
suoi pastori, coi Magi in lunghe vesti e una gioia celeste soffusa in tutta la scena. Vuol dire
soprattutto “ascoltare il pianto del Bambino” e dei bambini vittime,vuol dire cercare la pace
nel cuore e col prossimo (Ravasi “Mattutino”).
È il momento per ripensare ancora una volta a questa realtà, ed entrare “nel segreto” per un
incontro col Signore che ci renda costruttori di pace. AUGURI DI BUON NATALE!
19 dicembre
Invito alla preghiera
E’ importante scoprire, nel rapporto con Dio, la bellezza delle realtà spirituali. Il senso del
bello ci attira e ci fa amare ciò che contempliamo, lascia in noi gioia e calore.
Ce lo insegna un grande santo medioevale, San Bernardo di Chiaravalle, con questa
invocazione che sottolinea l’intima luce di Gesù fatto uomo:
Quanto sei bello ai miei occhi!
Quanto sei bello agli occhi dei tuoi angeli, Signore Gesù,
nella dimensione della tua eternità,
tu, generato prima dell’alba, nello splendore dei santi,
luminosa figura della stessa sostanza del Padre,
bagliore di vita eterna!
Quanto sei bello ai miei occhi, Signore Gesù
anche quando incarnandoti hai deposto la tua bellezza
e la tua luce immortale,
per esporti ai raggi del nostro sole!
Il tuo amore, allora, brillò ancor più radioso
e la tua grazia si irradiò ancor più splendente!
15 dicembre
Il Regno di Dio
Nei decenni dell’esilio e dopo il ritorno In Israele
la voce di molti profeti tenne viva la speranza di
un regno di pace e di giustizia dai connotati
sempre più chiaramente spirituali, riprendendo la
tradizione del grande profeta Isaia che aveva già
annunciato l’estensione del regno a tutti i popoli:
Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo
sul monte del Signore, al tempio del Dio di
Giacobbe… un popolo non alzerà più la spada
contro un altro popolo, non si eserciteranno più
nell’arte della guerra” (Is. 2,3-4).
Nell’amarezza
della
deportazione
venivano
pronunciate
parole
di
grande
speranza:
Consolate, consolate il mio popolo…è finita la
sua schiavitù (Is. 40,1-2) Sali su un alto
monte…alza la voce, non temere; annunzia alle
città di Giuda: “Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza…Ecco egli ha con sè il
premio e i suoi trofei lo precedono” (Is.40,9-10), o ancora: Regna il tuo Dio (Is.52,7).
…marcerà il loro re innanzi a loro e il Signore sarà alla loro testa.(Mi. 2,13)
L’estensione di questo regno avrebbe abbracciato progressivamente tutta la terra: Il Signore
sarà re di tutta la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome (Zac.14, 9).
I Salmi riecheggiarono nella preghiera le speranze del popolo e inneggiarono alla grandezza del
re: Cantate inni a Dio, cantate inni;/ cantate inni al nostro re, cantate inni;/ perché Dio è re di
tutta la terra,/ cantate inni con arte (Salmo 47, 7-8).
Attraverso un genere letterario particolare, l’apocalisse, il profeta Daniele, durante la
persecuzione di Antioco Epifanie, rinnovò profondamente le speranze messianiche: …il Dio del
cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo:
stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre (Dan. 2, 44). Il
messaggio di Daniele culminava nell’immagine del Figlio dell’uomo che viene sulle nubi (Dan.
7) per il giudizio e per ricevere la regalità: questa immagine ardita
introduceva ad
un’interpretazione del regno non più di questo mondo, ma rappresentato nel mondo dai
“santi”, dal popolo fedele depositario delle promesse: voi sarete per me un regno di sacerdoti e
una nazione santa (Es. 19,6) era già stato detto nell’alleanza del deserto.
Gesù stesso, come sappiamo, parlò di se stesso come “Figlio dell’uomo” che viene sulle nubi,
dando una definitiva interpretazione alle parole del profeta.
Questa ricchezza di promesse suscitò attese diverse: alcuni speravano in una restaurazione
politica del regno di Davide, mentre il “resto” di Israele, di cui già parlavano i profeti, le
persone pie e fedeli seppero dare un valore soprattutto interiore a questo regno futuro, e si
prepararono da lontano a riconoscere il vero Messia.
12 dicembre
Sapersi fermare
Se tu “spingi” sempre la tua macchina a forte velocità,
logorerai il motore.
Se vivi continuamente “sotto pressione”
io tuo corpo e il tuo spirito si consumeranno troppo presto.
Se continui a correre, non incontrerai più nessuno
e, ciò che è più grave, non incontrerai più te stesso.
Se vuoi afferrare ciò che di più profondo è in te,
occorre che tu sappia fermarti. […]
Non attendere che Dio ti fermi per prendere coscienza che tu
esisti.
Sarebbe troppo tardi e non ne saresti più degno.
Se ti fermi, è per prendere coscienza di te, riunire tutte le tue
forze, riordinarle e dirigerle, al fine di impegnarti tutto intero nella tua vita. Accettare di
fermarsi è accettare di guardare se stesso, e accettare di guardarsi è già impegnarsi, perché è
far penetrare lo spirito nell’interno della propria casa.
Non ti riconoscerai né ti comprenderai appieno se non nella luce di Dio.
Non agirai efficacemente se non ti unisci all’azione di Dio.
Quando tu dai appuntamento a te stesso,
tu dai contemporaneamente un appuntamento al Signore.
Nel corso delle tue giornate, cogli tutte le occasioni
che la vita ti offre per riafferrarti e comunicare con Dio:
l’attesa dell’autobus
•
il motore della macchina che si scalda prima di mettersi in marcia […]
•
al telefono, quando la linea non è libera,
•
il rosso semaforo per istrada […]
•
Non “ammazzare il tempo”, per breve che sia, è un dono della Provvidenza;
il Signore vi è presente.
Egli ti invita alla riflessione e alla decisione per diventare più uomo!
(Quoist, “Riuscire”)
Ritrovare se stessi e Dio staccandosi dal ritmo spesso incalzante dell’attività quotidiana può
rendere familiare l’incontro con il Signore, nel pieno delle attività. È un piccolo-grande esercizio
che può arricchire il nostro cammino verso il Natale.
8 dicembre:
Maria
solennità
dell'Immacolata
Concezione
di
La sorgente e il fiume della vita
La solennità dell’Immacolata Concezione è intimamente legata al
Natale. Ci aiuta a cogliere l’essenza profonda di questa festa
Gianfranco Ravasi:
L’Immacolata Concezione è la celebrazione della totale dedizione
a Dio e al suo progetto d’amore dell’intera esistenza di Maria: la
“concezione” infatti è l’inizio assoluto dell’essere, è la sorgente
da cui si dirama il fiume della vita.
Una sorgente e un fiume inquinati per noi, purificati e resi
limpidi solo dalla grazia divina per noi uomini e donne di ogni
razza, tempo e regione. Una sorgente e un fiume sempre
trasparenti e purissimi nella Madre di Dio per grazia divina.
Dall’”universal naufragio” a cui ci sottrae il Figlio di Maria noi
leviamo oggi la nostra lode, unendoci a quel coro immenso che
da secoli esalta la Vergine…. (G.Ravasi, “Mattutino”)
Mai un cuore così puro
Rivolgiamoci diirettamente a Lei, con le parole di una santa:
Cuore il più puro che sia mai esistito,
il più umile,
il più fervente
nel tuo amore per Dio e per il prossimo;
Cuore, che hai saputo custodire
ogni avvenimento dell’infanzia
e della giovinezza del Figlio;
Cuore che hai tanto sofferto
durante la Passione;
Cuore fedelissimo,
sempre assiduo nella preghiera;
ottienimi – per i tuoi meriti –
la grazia del Signore,
ottienila per tutti gli uomini.
Santa Matilde
2 dicembre
Inverno
Apparente tristezza.
Freddo, vento, pioggia, neve.
Le persone si coprono di abiti pesanti.
La vita sembra nascondersi
all’interno delle case
riscaldate e fumanti,
favorendo l’intimità.
Si aspetta che passi,
ma è anch’esso una stagione preziosa.
E’ tempo di attività, di sudore, di lavoro.
La terra fredda ed umida
Attende il chicco di grano,
lo chiama a marcire e a morire,
a sacrificarsi per moltiplicare la vita.
E’ la stagione della fatica, della rinunzia,
della generosità.
Dio chiede alla natura e all’uomo
un silenzioso, costante impegno
senza la soddisfazione di un immediato raccolto
che verrà solo a suo tempo,
proporzionato alla mia laboriosità.
L’inverno fa parte della vita
anche di quello dello spirito,
quando freddezza e aridità
fanno sentire nostalgia del calore di Dio;
quando bisogna pazientemente attendere
i lenti progressi dell’anima;
quando bisogna sognare
quello che ancora non c’è
mentre spendiamo energie
sulla Parola di Dio.
E’ il tempo in cui si semina
anche per le altre stagioni della vita.
(Ezio Morosi “la tenda del convegno”)
28 novembre
Vegliare
L’inizio dell’Avvento ci ha fortemente richiamato alla
vigilanza in vista del ritorno del Signore, e i termini che ci
aiutano a entrare in questa dinamica spirituale sono tratti
dalla vita quotidiana, sonno/veglia, notte/luce. Non si
accenna, è chiaro, a doti naturali (qualcuno più “sveglio” di
un altro) ma ad atteggiamenti interiori di grande spessore
e frutto di impegno costante, di lotta con se stessi.
Il sonno è fatto di pigrizia, ritardi, pressappochismo,
rimandi, abitudini malsane; questo sonno ci mantiene nella notte, mentre in germe siamo figli
della luce, figli del giorno: Noi non siamo della notte, né delle tenebre; non dormiamo quindi
come gli altri, ma vegliamo, siamo sobri (1 Tess.5,5-6) E’ ormai tempo di svegliarvi dal
sonno….la notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e
indossiamo le armi della luce (Rom.13,11-12). Vegliare e vivere nella luce è quindi
generosità, attenzione, trovare il tempo per il Signore, non perdere le piccole occasioni,
rivedere la propria vita.
Come il servo che rimane in attesa del padrone, come le vergini sagge che preparano l’olio
abbondante, così possiamo tener desta la nostra coscienza, ascoltare la Parola di Dio e
spalancare la vita all’amore verso Dio e verso i fratelli.
Gesù è luce, ci fa vivere nel giorno: Io sono la luce del mondo (Gv. 8,12), luce misteriosa
che ancora una volta ci prepariamo ad accogliere a Natale, festa della luce nelle espressioni più
varie.
24 novembre
Signore… volgi la tua faccia
L’aspirazione a contemplare il volto di Dio compare talvolta nei
Salmi come desiderio di intimità: Di te ha detto il mio cuore:
“Cercate il suo volto”; il tuo volto, Signore, io cerco. Non
nascondermi il tuo volto (Salmo 27,8-9), ma nell’Antico
Testamento il volto di Dio rimaneva misterioso, lontano, e solo
con Gesù Dio si è fatto visibile: Dio nessuno l’ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha
rivelato (Gv.1, 18), e ancora: Chi vede me vede il Padre (Gv.
14,9).
I versi che leggiamo non appartengono però alla tradizione
cristiana, ma induista, di cui sono una bellissima espressione.
In questa poesia-preghiera Tagore scrive parole che esprimono
un autentico desiderio della vicinanza con Dio:
Signore, allontana la mia paura
E rivolgi verso di me la tua faccia.
Così non Ti posso riconoscere,
né so da che parte guardarTi.
Tu sei colui che cammina dentro l’animo:
sorridente guarda il mio cuore.
Parlami, dimmi una parola,
tocca il mio essere,
allunga la tua mano
e rialzami verso di Te.
Capisco male,
erro nel cercare:
menzogna è il sorriso, menzogna il pianto,
vieni a dissipare il mio errore.
(Tagore, “Ghitangioli”)
21 novembre
Una Chiesa aperta
La figura di Gesù Re – re in modo tutto diverso dai re della terra – ci ha ricordato il senso del
nostro cammino verso l’incontro col Signore che verrà.
Le parole di un acuto osservatore, il cardinal Martini, ci aiutano a intravedere alcune
prospettive per l’oggi e per il domani. Egli parla di una “Chiesa aperta”, aperta ai giovani,
che guardi lontano: Non saranno né il conformismo né tiepide proposte a rendere la Chiesa
interessante. Io confido nella radicalità della parola di Gesù che dobbiamo tradurre nel
nostro mondo: come aiuto nell’affrontare la vita, come buona novella che Gesù vuol portare.
Tradurre non significa svilire. Oggi la parola di Gesù deve mostrare il suo carattere attraverso
la nostra vita con il coraggio dell’ascolto e della confessione religiosa. Gesù vuol liberare gli
afflitti e gli oppressi, mostrare ai ricchi le loro possibilità e opporsi agli ingiusti.
Sono colpito dalla parola di Gesù: il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede? Egli
non chiede: troverò una Chiesa grande e bene organizzata? Sa apprezzare anche una Chiesa
piccola e modesta, che ha una fede salda e agisce di conseguenza. Non dobbiamo
dipendere dai numeri e dai successi. Saremo molto più liberi di seguire la chiamata di Gesù.
(C.M.Martini-G.Sporschill “Conversazioni notturne a Gerusalemme”)
Il Signore verrà un giorno, ma viene tutti i giorni: in questo incontro quotidiano, in questa
crescita nella fede, si gioca la nostra vita, personale e comunitaria.
17 novembre
Invito alla preghiera
Stiamo per concludere l’anno liturgico con la solennità di
Cristo Re dell’universo: ci aiutano a pregare di fronte a
lui le parole che J.A.Tetlow S.J. ha composto ispirandosi
all’ invocazione al “Re eterno” contenuta negli “Esercizi
Spirituali” di Sant’Ignazio di Loyola, in cui si chiede di
vivere al servizio del Signore, consapevoli che la logica di
Dio è diversa da quella degli uomini, e passa attraverso
la povertà, l’umiliazione, la sofferenza.
Io sento il tuo sguardo su di me.
Avverto che tua Madre è qui vicina e osserva,
che con Te stanno tutti i grandi del cielo,
angeli e potestà, martiri e santi.
Signore Gesù, penso che Tu abbia posto in me un desiderio.
Se Tu mi aiuti, ti prego,
mi piacerebbe fare la mia offerta:
voglio che sia mio desiderio e mia scelta,
a patto che anche Tu lo voglia,
vivere la mia vita come Tu hai vissuto la Tua.
So che Tu vivesti come una persona insignificante,
in una città piccola e disprezzata;
so che Tu hai raramente provato il lusso e mai il privilegio,
che rifiutasti decisamente di accettare il potere.
So che Tu soffristi il rifiuto da parte dei capi,
l’abbandono degli amici e il fallimento.
Lo so, e mi è difficile sopportare il pensiero di tutto ciò.
Ma mi sembra una cosa enorme e meravigliosa
Che tu possa chiamarmi a seguirti e a stare con Te.
Lavorerò con Te per portare il Regno di Dio,
se Tu mi darai il dono di farlo. Amen.
14 novembre
Il Regno di Dio
Il delicato passaggio da una sovranità diretta di Dio sul popolo di Israele ad una sovranità
mediata da un re terreno avvenne con Saul e con Davide, i quali ricevettero l’unzione per
mano di Samule (! Sam.10,24; 16,12): essi detenevano, per così dire, la regalità divina,
agivano per conto di Dio. Dopo il tormentato regno di Saul (circa 1030-1010 a.C.),
l’insediamento di Davide, che regnò per lunghi anni, portò ad un consolidamento anche
territoriale e politico.
Una scelta speciale di Dio proclamata per bocca di Natan anticipava un regno lontano: Quando
i tuoi giorni saranno compiuti – diceva Natan a Davide da parte di Dio – e tu giacerai con i tuoi
padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il tuo
regno. Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo
regno. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio (2 Sam. 7,12-14).
Il regno di Dio aveva dunque come base in terra un regno umano, soggetto a tutti i conflitti
politici dei popoli vicini, e tuttavia i re di Israele esercitavano una sovranità diversa, e Jahvè li
considerava figli, come è descritto nel Salmo 2: Perché le genti congiurano,/ perché invano
cospirano i popoli?/ Insorgono i re della terra,/ e i principi congiurano insieme,/ contro il
Signore e contro il suo Messia/……Se ne ride chi abita i cieli,/ li schernisce dall’alto il
Signore/….Annunzierò il decreto del Signore:/ Egli mi ha detto “Tu sei mio figlio,/ io oggi ti ho
generato”.
Si profilava in lontananza un regno diverso, messianico, oltre quello terreno, che Dio
avrebbe compiuto nella pienezza del tempo.
In contrasto con queste prospettive, l’esperienza storica della monarchia nei successori di
Davide rimase ambigua, segnata da infedeltà profonde alla legge di Dio, da cedimenti di fronte
agli idoli dei popoli vicini; la divisione dei due regni ne aumentò la debolezza. Alle cadute
morali di alcuni re si alternò l’impegno riformatore di altri, soprattutto di alcuni. I profeti non
cessarono di rimproverare i re per i loro peccati.
La caduta di Gerusalemme e la deportazione a Babilonia di gran parte degli ebrei mise fine
al regno iniziato con Davide: di questo evento così inaudito rimase traccia in molti salmi che
esprimono il rimpianto e l’incredulità dell’orante. La distruzione del Tempio fece scomparire il
riferimento principale delle fede dell’israelita, e le promesse di Dio sembravano cancellate per
sempre.
Proprio nei decenni dell’esilio alcuni profeti tornarono ad annunciare la speranza, perché Dio
avrebbe liberato il suo popolo e avrebbe instaurato il suo regno. Ecco, io stesso
cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore…io passerò in rassegna le mie pecore
e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse in tutti i giorni nuvolosi e di caligine. Le
ritirerò dai popoli e le radunerò da tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò
pascolare sui monti d’Israele, nelle valli e in tutte le praterie della regione (Ez.34, 11-13). O
ancora: Parlate al cuore di Gerusalemme/ e gridatele/ che è finita la sua schiavitù/… (Is. 40,2)
Il ritorno in Israele e la ricostruzione del Tempio non ridettero vita ad un regno come il
precedente; l’attesa di un Messia figlio di Davide che avrebbe restaurato il regno si fece
strada in vario modo nel popolo ebreo.
(cfr.
X. Léon-Dufour “Dizionario di teologia biblica”)

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