Il sentimento delle cose, la contemplazione della

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Il sentimento delle cose, la contemplazione della
IL SENTIMENTO DELLE COSE, LA CONTEMPLAZIONE DELLA BELLEZZA
Messaggio del Card. Joseph Ratzinger per il Meeting di Rimini 2002
Ogni anno, nella Liturgia delle Ore del Tempo di Quaresima, torna a colpirmi un paradosso che
si trova nei Vespri del lunedì della seconda settimana del Salterio. Qui, l’una accanto all’altra,
ci sono due antifone, una per il tempo di Quaresima, l’altra per la Settimana Santa. Entrambe
introducono il Salmo 44, ma ne anticipano una chiave interpretativa del tutto contrapposta. E’
il Salmo che descrive le nozze del Re, la sua bellezza, le sue virtù, la sua missione, e poi si
trasforma in un’esaltazione della sposa. Nel Tempo di Quaresima il salmo ha per cornice la
stessa antifona che viene utilizzata per tutto il restante periodo dell’anno. E’ il terzo verso del
salmo che recita: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia”. E’
chiaro che la Chiesa legge questo salmo come rappresentazione poetico-profetica del rapporto
sponsale di Cristo con la Chiesa. Riconosce Cristo come il più bello tra gli uomini; la grazia
diffusa sulle sue labbra indica la bellezza interiore della Sua parola, la gloria del Suo annuncio.
Così, non è semplicemente la bellezza esteriore dell’apparizione del Redentore ad essere
glorificata: in Lui appare piuttosto la bellezza della Verità, la bellezza di Dio stesso che ci attira
a sé e allo stesso tempo ci procura la ferita dell’Amore, la santa passione (eros) che ci fa
andare incontro, insieme alla e nella Chiesa Sposa, all’Amore che ci chiama. Ma il mercoledì
della Settimana Santa la Chiesa cambia l’antifona e ci invita a leggere il Salmo alla luce di Is.
53,2: “Non ha bellezza né apparenza; l’abbiamo veduto: un volto sfigurato dal dolore”. Come
si concilia ciò? Il “più bello tra gli uomini” è misero d’aspetto tanto che non lo si vuol guardare.
Pilato lo presenta alla folla dicendo:- “Ecce homo” onde suscitare pietà per l’Uomo sconvolto e
percosso al quale non è rimasta alcuna bellezza esteriore. Agostino, che nella sua giovinezza
scrisse un libro sul bello e sul conveniente e che apprezzava la bellezza nelle parole, nella
musica, nelle arti figurative, percepì assai fortemente questo paradosso e si rese conto che in
questo passo la grande filosofia greca del bello non veniva semplicemente rigettata, ma
piuttosto messa drammaticamente in discussione: che cosa sia bello, che cosa la bellezza
significhi avrebbe dovuto essere nuovamente discusso e sperimentato. Riferendosi al
paradosso contenuto in questi testi egli parlava di “due trombe” che suonano in
contrapposizione e pur tuttavia ricevono i loro suoni dal medesimo soffio, dallo stesso Spirito.
Egli sapeva che il paradosso è una contrapposizione, ma non una contraddizione. Entrambe le
citazioni provengono dallo stesso Spirito che ispira tutta la Scrittura, il quale però suona in
essa con note differenti e, proprio in questo modo, ci pone di fronte alla totalità della vera
bellezza, della verità stessa. Dal testo di Isaia scaturisce innanzitutto la questione, di cui si
sono occupati i Padri della Chiesa, se Cristo fosse dunque bello oppure no. Qui si cela la
questione più radicale se la bellezza sia vera, oppure se non sia piuttosto la bruttezza a
condurci alla profonda verità del reale. Chi crede in Dio, nel Dio che si è manifestato proprio
nelle sembianze alterate di Cristo crocifisso come amore “sino alla fine” (Gv 13,1) sa che la
bellezza è verità e che la verità è bellezza, ma nel Cristo sofferente egli apprende anche che la
bellezza della verità comprende offesa, dolore e, sì, anche l’oscuro mistero della morte, e che
essa può essere trovata solo nell’accettazione del dolore, e non nell’ignorarlo.
Una prima consapevolezza del fatto che la bellezza abbia a che fare anche con il dolore è
senz’altro presente anche nel mondo greco. Pensiamo, per esempio, al Fedro di Platone.
Platone considera l’incontro con la bellezza come quella scossa emotiva salutare che fa uscire
l’uomo da se stesso, lo “entusiasma” attirandolo verso altro da sé. L’uomo, così dice Platone,
ha perso la per lui concepita perfezione dell’origine. Ora egli è perennemente alla ricerca della
forma primigenia risanatrice. Ricordo e nostalgia lo inducono alla ricerca, e la bellezza lo
strappa fuori dall’accomodamento del quotidiano. Lo fa soffrire. Noi potremmo dire, in senso
platonico, che lo strale della nostalgia colpisce l’uomo, lo ferisce e proprio in tal modo gli mette
le ali, lo innalza verso l’alto. Nel discorso di Aristofane del Simposio si afferma che gli amanti
non sanno ciò che veramente vogliono l’uno dall’altro. E’ al contrario evidente che le anime di
entrambi sono assetate di qualcos’altro che non sia il piacere amoroso. Questo “altro” però
l’anima non riesce a esprimerlo, “ha solamente una vaga percezione di ciò che veramente essa
vuole e ne parla a se stessa come un enigma”. Nel XIV secolo, nel libro sulla vita di Cristo del
teologo bizantino Nicolas Kabasilas si ritrova questa esperienza di Platone, nella quale l’oggetto
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ultimo della nostalgia continua a rimanere senza nome, trasformato dalla nuova esperienza
cristiana. Kabasilas afferma: “Uomini che hanno in sé un desiderio così possente che supera la
loro natura, ed essi bramano e desiderano più di quanto all’uomo sia consono aspirare, questi
uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso; Egli stesso ha inviato ai loro occhi un raggio
ardente della sua bellezza. L’ampiezza della ferita rivela già quale sia lo strale e l’intensità del
desiderio lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo”.
La bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo Destino ultimo. Ciò che
afferma Platone e, più di 1500 anni dopo, Kabasilas non ha nulla a che fare con l’estetismo
superficiale e con l’irrazionalismo, con la fuga dalla chiarezza e dall’importanza della ragione.
Bellezza è conoscenza, certamente, una forma superiore di conoscenza poiché colpisce l’uomo
con tutta la grandezza della verità. In ciò Kabasilas è rimasto interamente greco, in quanto egli
pone la conoscenza all’inizio. “Origine dell’amore è la conoscenza – egli afferma – la
conoscenza genera l’amore”. Occasionalmente –così prosegue – la conoscenza potrebbe essere
talmente forte da sortire allo stesso tempo l’effetto di un filtro d’amore”. Egli non lascia questa
affermazione in termini generali. Com’è caratteristico del suo pensiero rigoroso, egli distingue
due tipi di conoscenza: la conoscenza attraverso l’istruzione che rimane conoscenza, per così
dire, “di seconda mano” e non implica alcun contatto diretto con la realtà stessa. Il secondo
tipo, al contrario, è conoscenza attraverso la propria esperienza, attraverso il rapporto con le
cose. “Quindi, fintanto che noi non abbiamo fatto esperienza di un essere concreto, non
amiamo l’oggetto così come esso dovrebbe essere amato”. La vera conoscenza è essere colpiti
dal dardo della bellezza che ferisce l’uomo, essere toccati dalla realtà, “dalla personale
presenza di Cristo stesso” come egli dice. L’essere colpiti e conquistati attraverso la bellezza di
Cristo è conoscenza più reale e più profonda della mera deduzione razionale. Non dobbiamo
certo sottovalutare il significato della riflessione teologica, del pensiero teologico esatto e
rigoroso: esso rimane assolutamente necessario. Ma da qui, disdegnare o respingere il colpo
provocato dalla corrispondenza del cuore nell’incontro con la bellezza come vera forma della
conoscenza, ci impoverisce e inaridisce la fede, così come la teologia. Noi dobbiamo ritrovare
questa forma di conoscenza, è un’esigenza pressante del nostro tempo.
A partire da questa concezione Hans Urs von Balthasar ha edificato il suo Opus magnum
dell’Estetica teologica, della quale molti dettagli sono stati recepiti nel lavoro teologico, mentre
la sua impostazione di fondo, che costituisce veramente l’elemento essenziale del tutto, non è
stata affatto accolta. Questo non è beninteso semplicemente solo, o meglio, non è
principalmente un problema della teologia, ma anche della pastorale che deve nuovamente
favorire l’incontro dell’uomo con la bellezza della fede. Gli argomenti cadono così spesso nel
vuoto perché nel nostro mondo troppe argomentazioni contrapposte concorrono le une con le
altre, tanto che all’uomo viene spontaneo il pensiero che i teologi medievali avevano così
formulato: la ragione “ha un naso di cera”, ossia la si può indirizzare, se solo si è abbastanza
abili, nelle più svariate direzioni. Tutto è così assennato, così convincente, di chi dobbiamo
fidarci? L’incontro con la bellezza può diventare il colpo del dardo che ferisce l’anima ed in
questo modo le apre gli occhi, tanto che ora l’anima, a partire dall’esperienza, ha dei criteri di
giudizio ed è anche in grado di valutare correttamente gli argomenti. Resta per me un’
esperienza indimenticabile il concerto di Bach diretto da Leonard Bernstein a Monaco di Baviera
dopo la precoce scomparsa di Karl Richter. Ero seduto accanto al vescovo evangelico
Hanselmann. Quando l’ultima nota di una delle grandi Thomas-Kantor-Kantaten si spense
trionfalmente, volgemmo lo sguardo spontaneamente l’uno all’altro e altrettanto
spontaneamente ci dicemmo:- “Chi ha ascoltato questo, sa che la fede è vera”. In quella
musica era percepibile una forza talmente straordinaria di realtà presente da rendersi conto,
non più attraverso deduzioni, bensì attraverso l’urto del cuore, che ciò non poteva avere
origine dal nulla, ma poteva nascere solo grazie alla forza della verità che si attualizza
nell’ispirazione del compositore. E la stessa cosa non è forse evidente quando ci lasciamo
commuovere dall’icona della Trinità di Rublëv? Nell’arte delle icone, come pure nelle grandi
opere pittoriche occidentali del romanico e del gotico, l’esperienza descritta da Kabasilas,
partendo dall’interiorità, si è resa visibile e partecipabile. Pavel Evdokimov ha indicato in
maniera così pregnante quale percorso interiore l’icona presupponga. L’icona non è
semplicemente la riproduzione di quanto è percepibile con i sensi, ma piuttosto presuppone,
come egli afferma, un “digiuno della vista”. La percezione interiore deve liberarsi dalla mera
impressione dei sensi ed in preghiera ed ascesi acquisire una nuova, più profonda capacità di
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vedere, compiere il passaggio da ciò che è meramente esteriore verso la profondità della
realtà, in modo che l’artista veda ciò che i sensi in quanto tali non vedono e ciò che tuttavia nel
sensibile appare: lo splendore della gloria di Dio, la “gloria di Dio sul volto di Cristo” (2, Cor
4,6). Ammirare le icone, e in generale i grandi quadri dell’arte cristiana, ci conduce per una via
interiore, una via del superamento di sé e quindi, in questa purificazione dello sguardo, che è
una purificazione del cuore, ci rivela la bellezza, o almeno un raggio di essa. Proprio così essa
ci pone in rapporto con la forza della verità. Io ho spesso già affermato essere mia convinzione
che la vera apologia della fede cristiana, la dimostrazione più convincente della sua verità,
contro ogni negazione, sono da un lato i Santi, dall’altro la bellezza che la fede ha generato.
Affinché oggi la fede possa crescere dobbiamo condurre noi stessi e gli uomini in cui ci
imbattiamo a incontrare i Santi, a entrare in contatto con il bello.
Ora però dobbiamo rispondere ancora ad un’obiezione. Abbiamo già respinto l’affermazione
secondo cui quanto finora sostenuto sarebbe una fuga nell’irrazionale, nel mero estetismo. E’
vero piuttosto l’opposto: proprio così la ragione viene liberata dal suo torpore e resa capace di
azione. Maggior peso ha oggi un’altra obiezione: il messaggio della bellezza viene messo
completamente in dubbio attraverso il potere della menzogna, della seduzione, della violenza,
del male. Può la bellezza essere autentica, oppure, alla fine, non è che un’illusione? La realtà
non è forse in fondo malvagia? La paura che, alla fine, non sia lo strale del bello a condurci alla
verità, ma che la menzogna, ciò che è brutto e volgare costituiscano la vera “realtà” ha
angosciato gli uomini in ogni tempo. Nel presente ha trovato espressione nell’ affermazione
secondo cui dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto fare poesia, dopo Auschwitz non si
sarebbe più potuto parlare di un Dio buono. Ci si domanda: dov’era finito Dio quando
funzionavano i forni crematori? Ora questa obiezione, per la quale esistevano motivi sufficienti
ancora prima di Auschwitz, in tutte le atrocità della storia, indica in ogni caso che un concetto
puramente armonioso di bellezza non è sufficiente. Non regge il confronto con la gravità della
messa in discussione di Dio, della verità, della bellezza. Apollo, che per il Socrate di Platone era
“il Dio” e il garante della imperturbata bellezza come “il veramente divino”, non basta
assolutamente più. In questo modo ritorniamo alle “due trombe” della Bibbia dalle quali
eravamo partiti, al paradosso per cui di Cristo si possa dire sia “Tu sei il più bello tra i figli
dell’uomo”, sia “Non ha apparenza né bellezza…… il suo volto è sfigurato dal dolore”. Nella
passione di Cristo l’estetica greca, così degna di ammirazione per il suo presentito contatto con
il divino, che pure le resta indicibile, non viene rimossa, bensì superata. L’esperienza del bello
ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo realismo. Colui che è la Bellezza stessa si è
lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine - la Sacra Sindone di Torino può
farci immaginare tutto questo in maniera toccante. Ma proprio in questo Volto così sfigurato
appare l’autentica, estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva “sino alla fine” e che,
appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza. Chi ha percepito questa
bellezza sa che proprio la verità, e non la menzogna, è l’ultima istanza del mondo. Non la
menzogna è “vera”, bensì proprio la verità. E’ per così dire un nuovo trucco della menzogna
presentarsi come “verità” e dirci: al di là di me non c’e in fondo nulla, smettete di cercare la
verità o addirittura di amarla; così facendo siete sulla strada sbagliata. L’icona di Cristo
crocifisso ci libera da questo inganno oggi dilagante. Tuttavia essa pone come condizione che
noi ci lasciamo ferire insieme a lui e crediamo all’Amore, che può rischiare di deporre la
bellezza esteriore per annunciare, proprio in questo modo, la verità della bellezza.
La menzogna conosce comunque anche un altro stratagemma: la bellezza mendace, falsa, una
bellezza abbagliante che non fa uscire gli uomini da sé per aprirli nell’estasi dell’innalzarsi
verso l’alto, bensì li imprigiona totalmente in se stessi. E’ quella bellezza che non risveglia la
nostalgia per l’indicibile, la disponibilità all’offerta, all’abbandono di sé, ma ridesta la brama, la
volontà di potere, di possesso, di piacere. E’ quel tipo di esperienza della bellezza di cui la
Genesi parla nel racconto del peccato originale: Eva vide che il frutto dell’albero era “bello” da
mangiare ed era “piacevole all’occhio”. La bellezza, così come ne fa esperienza, risveglia in lei
la voglia del possesso, la fa ripiegare per così dire su se stessa. Chi non riconoscerebbe, ad
esempio nella pubblicità, quelle immagini che con estrema abilità sono fatte per tentare
irresistibilmente l’uomo ad appropriarsi di ogni cosa, a cercare il soddisfacimento del momento
anziché l’ aprirsi ad altro da sé? Così l’ arte cristiana si trova oggi ( e forse già da sempre) tra
due fuochi: deve opporsi al culto del brutto il quale ci dice che ogni altra cosa, ogni bellezza è
inganno e solo la rappresentazione di quanto è crudele, basso, volgare, sarebbe la verità e la
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vera illuminazione della conoscenza. E deve contrastare la bellezza mendace che rende l’uomo
più piccolo, anziché renderlo grande e che, proprio per questo, è menzogna.
Chi non ha conosciuto la molto citata frase di Dostoevskij: “La bellezza ci salverà?” Ci si
dimentica però nella maggior parte dei casi di ricordare che Dostoevskij intende qui la bellezza
redentrice di Cristo. Dobbiamo imparare a vederLo. Se noi Lo conosciamo non più solo a parole
ma veniamo colpiti dallo strale della sua paradossale bellezza, allora facciamo veramente la
Sua conoscenza e sappiamo di Lui non solo per averne sentito parlare da altri. Allora abbiamo
incontrato la bellezza della verità, della verità redentrice. Nulla ci può portare di più a contatto
con la bellezza di Cristo stesso che il mondo del bello creato dalla fede e la luce che risplende
sul volto dei Santi, attraverso la quale diventa visibile la Sua propria Luce.
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