Una Palestra di Quartiere

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Una Palestra di Quartiere
Una palestra di quartiere
Laboratorio di Animazione
nel Quartiere Fenulli - Bergonzi - Compagnoni
a cura di
Chiara Bonazzi - Alessandra Donelli - Alberto Pioppi
Si ringraziano, in modo particolare:
tutti i volontari e i “cittadini attivi” del quartiere che si adoperano ogni giorno per rendere possibili le diverse proposte socio-educative nel quartiere e che, offrendoci le loro conoscenze ed il
loro tempo, hanno contribuito ad arricchire questa pubblicazione;
gli operatori dei Servizi e del Terzo Settore che da anni collaborano nel quartiere al comune
obiettivo di favorire l’inclusione sociale di tutti gli abitanti, compresi i nuovi cittadini provenienti
da altri paesi;
il CPS (Cooperativa di Prevenzione Sociale) e Remida Food, per la preziosa e continuativa collaborazione;
l’Associazione PerDiQua, per il contributo di azione e pensiero, ed in particolare per aver avviato,
a titolo volontario, il progetto Do.Mi.No rivolto agli adolescenti del quartiere;
l’Associazione Papa Giovanni XXIII per la collaborazione nella realizzazione della ricerca sugli
esiti del laboratorio di animazione.
l’Azienda Case Reggio Emilia - ACER che con lungimiranza, già da molti anni, ha messo a disposizione del Comune, a titolo gratuito, i locali della Palestrina;
il Distretto Sociale Coop. Consumatori Nordest per il sostegno garantito sia in termini di contenuti progettuali che di supporto concreto alle attività;
il Sigma Canalina di via Colonna per i regolari contributi garantiti per la realizzazione dei rinfreschi nelle feste di quartiere;
l’ADS Rugby Reggio che, oltre alla continuativa collaborazione al progetto, da anni offre la possibilità di frequentare gratuitamente le proprie attività a diversi ragazzi del territorio in situazione
di difficoltà;
Marcello Bonacini, presidente del Circolo Arci Fenulli, per l’ostinazione con cui fa del Circolo
un presidio di accoglienza, impegno e collaborazione tra le persone e coi Servizi e le Associazioni
del territorio;
il presidente dell’ex Circoscrizione 4, Paolo Rozzi, per aver creduto nelle potenzialità del progetto, e l’attuale presidente Gianni Prati per averne sostenuto gli sviluppi;
l’Amministrazione Comunale per aver sostenuto, anche finanziariamente, il Progetto nel quartiere, riconoscendo il senso ed il valore di un lavoro sociale quotidiano teso a generare sviluppo
di comunità;
gli amici e colleghi Laura Artioli, Maurizio Ferrari, Daniela Scrittore per il prezioso lavoro di
rilettura dei testi.
Finito di stampare nel mese di agosto 2013
presso La Nuova Tipolito (RE)
INDICE
Prefazione.................................................................................. pag. 5
Matteo Sassi
Introduzione: Perché questa pubblicazione?............................... pag. 9
Chiara Bonazzi
Appunti sui quartieri................................................................. pag.13
Alberto Pioppi
Quali il senso e le prospettive del lavoro sociale oggi?
Presupposti per un lavoro sociale di promozione di comunità.... pag.17
Chiara Bonazzi
Qualche nota sul progetto......................................................... pag.25
Chiara Bonazzi
Vivere il quartiere...................................................................... pag.29
Claudio Melioli
Il sociale di strada...................................................................... pag.33
Alberto Pioppi
Il lavoro educativo con gli adulti:
l’esperienza del Progetto Fenulli negli anni 2006/2012.............. pag.39
Giovanna Valentinetti
Donne in movimento................................................................ pag.47
R. Abdellatif, M. Ouhiya, G. Trezza, E.Iotti e L.Sturloni
Il quartiere è un gruppo di amicizia.
Riflessioni tra punti di forza, criticità e nuove piste di lavoro
dell’esperienza con i bambini..................................................... pag.53
Sofia Acerbi e Lorena Chiessi
Diario di bordo. Note sull’esperienza con i bambini.
Intervista a Lorena Chiessi......................................................... pag.57
A cura di Chiara Bonazzi e Alberto Pioppi
Al di là delle appartenenze.
L’esperienza di volontariato nel quartiere Fenulli-Bergonzi........ pag.63
Alessandra Donelli
Una palestra di quartiere. Le voci degli abitanti......................... pag.71
Alberto Pioppi
Per concludere e rilanciare…..................................................... pag.83
Chiara Bonazzi
APPENDICE
Schede di progetto..................................................................... pag.87
Tabelle riassuntive attività ed eventi........................................... pag.94
prefazione
di Matteo Sassi
Assessore Politiche Sociali, Lavoro, Salute e Progetto Casa
Comune di Reggio Emilia
Il titolo di questa pubblicazione indica quale sia stato, negli ultimi
anni, il percorso tracciato dai Servizi Sociali del Comune di Reggio Emilia. Parole come “palestra”, “quartiere”, “laboratorio” restituiscono in
modo immediato e autentico il senso di un operare quotidiano tra le
persone, e nei luoghi della città, secondo modalità mai riconducibili a
schemi precostituiti. Dotarsi di un Servizio Sociale organizzato territorialmente significa innanzitutto riconoscere alle relazioni umane e sociali
un valore preminente, anche sotto il profilo pedagogico e “terapeutico”.
Le risorse che ci circondano, ogni giorno, vanno ben oltre la nostra capacità di coglierle e la nostra stessa consapevolezza della loro esistenza.
Seguendo questo percorso, negli anni difficili della crisi, il Servio Sociale
della nostra città è stato in grado di non soccombere e di consentire a
tantissime persone e famiglie di guardare al futuro con speranza e fiducia. Questa speranza ha potuto brillare laddove la dignità delle persone
è stata riconosciuta nel quadro di competenze ed abilità che ciascuno
porta con sé.
La nostra città, così come il resto del Paese, ha vissuto, e continua a
vivere, un tempo di grave crisi economica e sociale. Le risorse finanziarie
a disposizione degli Enti Locali, e quindi anche dei servizi sociali, hanno subìto una contrazione drammatica. Abbiamo denunciato più volte
l’irresponsabilità delle politiche attuate, negli ultimi anni, dai diversi governi che si sono succeduti. Nel momento in cui la società necessitava
di maggiori investimenti sociali, specie sul fronte della prevenzione oltre
che della “cura”, abbiamo assistito ad una sorta di rinuncia da parte dello
Stato ad esercitare le proprie funzioni di tutela e promozione del benessere sociale e dei diritti individuali. Il contesto economico e sociale, che
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ha visto crescere i bisogni delle persone e crollare le risorse finanziarie
a disposizione dei servizi, ha dunque rafforzato la consapevolezza degli
amministratori e degli operatori sociali circa la necessità di approntare, a
cominciare dai quartieri, luoghi nei quali progettare assieme percorsi di
“welfare di comunità”.
“Comunità” è una parola ambivalente, i cui significati, storicamente,
hanno assunto vesti molto differenti: da un lato i tratti rassicuranti del
luogo in cui trovare accoglienza e comprensione; dall’altro lato l’abisso della “comunità maledetta”, costruita per sottrazione, escludendo e
vessando persone, categorie sociali, uomini e donne ritenuti indegni di
appartenervi. Abbiamo voluto cogliere la sfida di parlare nuovamente di
comunità, e di farlo in relazione al benessere sociale delle persone, perché siamo convinti che soltanto una comunità aperta, tollerante e coesa
intorno a valori fondamentali possa garantire un futuro certo e sicuro ad
intere generazioni. E’ altresì nostra convinzione che la stessa tutela della
democrazia passi inesorabilmente da un impegno quotidiano di cittadini ed istituzioni a difesa della dignità sociale di ogni uomo e di ogni
donna. Il miglior antidoto al riemergere di fenomeni inquietanti come
il razzismo, l’autoritarismo e la propensione alle scorciatoie retoriche e
simboliche del populismo risiede in una sana e consapevole cultura dei
diritti (e conseguentemente dei doveri). E’ necessario costruire, intorno
al rapporto di cittadinanza, un’etica civile che affondi le proprie radici nei principi fondamentali della Costituzione repubblicana. Molti tra
coloro che ogni giorno animano la straordinaria “comunità di cura” che
chiamiamo “Stato sociale” avvertono sulle proprie spalle la responsabilità
di questo compito: sostenere la democrazia sostanziale attraverso il valore
sociale del proprio lavoro.
Nessuno si salverà confidando nella riduzione dei diritti e delle opportunità altrui; questo sembra insegnarci la lunga crisi che stiamo attraversando. Ecco perché i luoghi del vivere comune rappresentano le
nostre “palestre”, i nostri “laboratori”, la casa di un progetto mai concluso chiamato “città delle persone”. Tuttavia, affinché si possa cogliere
il frutto di una comunità accogliente e coesa, specie a fronte di grandi
trasformazioni sociali e demografiche come quelle in corso, è necessario
coltivare il tempo di una buona semina. I Servizi Sociali di Reggio Emilia, da diversi anni, avvertono questo compito come una propria mis-
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sione, ben oltre lo stesso mandato professionale delle operatrici e degli
operatori. Non può esservi benessere sociale, a prescindere dalle risorse
finanziarie di cui si può disporre, in assenza di un diffuso sentimento di
empatia e solidarietà verso gli Altri. Il cosiddetto “modello emiliano” ha
prosperato, anche dal punto di vista economico, grazie alla qualità del
proprio capitale sociale, ovvero alla diffusione di un sentimento di fiducia tra i cittadini e le varie istituzioni e, ancor di più, tra le stesse persone.
Si era parte di un movimento collettivo che, pur nelle differenze spesso
inconciliabili, era capace di assicurare ad ognuno un’attenzione vera da
parte delle istituzioni e della collettività. I quartieri, i luoghi dell’abitare,
erano gli spazi all’interno dei quali questa relazione di fiducia e di prossimità si rafforzava e si nutriva di nuova linfa.
Gli sconvolgimenti politici, economici e sociali degli ultimi due decenni hanno ovviamente lasciato un segno profondo anche nelle nostre
terre; non poteva che essere così nel tempo della globalizzazione e, sicuramente, non tutto di quanto accaduto rappresenta un arretramento
sul piano culturale e sociale. Dobbiamo però riconoscere che le nostre
comunità sono impoverite, sia sotto il profilo economico che relazionale,
rispetto al passato recente. Parimenti, risultano altrettanto evidenti le
cause di questo impoverimento generale: il trionfo di una cultura individualistica priva di ogni riferimento alla dimensione sociale del vivere
comune. La crisi, da questo punto di vista, ha aperto lo spazio di una
nuova riflessione intorno al destino delle città, delle comunità locali, dei
Paesi. Il futuro, perché sia intelligente e sostenibile sul piano sociale ed
ambientale, non potrà più essere la sommatoria di tante singole volontà
di affermazione e di potenza (che si tratti di individui, città, stati) ma
la risultante di uno spirito nuovo di collaborazione, mutualità e rispetto. Senza fiducia non può esserci sostenibilità sociale, prima ancora che
finanziaria, per qualsivoglia sistema di welfare; solo la diffusione di un
sentimento che aspiri alla sicurezza sociale di chiunque può rendere desiderabile una società giusta ed equilibrata nel suo sviluppo. Le attività
e i progetti a cui sono dedicate le pagine che seguono rappresentano un
esempio prezioso di come sia possibile, ogni giorno, rafforzare il sentimento di fiducia, sicurezza ed autostima di una comunità a partire dal
protagonismo e dalla valorizzazione di tutti i suoi componenti.
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Introduzione
Chiara Bonazzi
Coordinatrice Servizi Sociali Territoriali Polo Sud
Comune di Reggio Emilia
“Fa più rumore un albero che cade
di una foresta che cresce” (Lao Tsu)
Perché questa pubblicazione?
Se, alla fine della nostra giornata, ci fermiamo a tirare le somme di
tutte le informazioni che abbiamo raccolto parlando con altri, leggendo
i giornali, ascoltando la tv, ecc., ci accorgiamo che si tratta, in grande
maggioranza, di notizie negative: la crisi economica, fatti di cronaca che
hanno attirato l’attenzione per la loro gravità, scandali che coinvolgono
politici o personaggi pubblici, difficoltà o sventure che hanno coinvolto
persone a noi vicine o che, in qualche modo, conosciamo…
Difficilmente ci viene raccontato dell’aiuto spontaneo garantito da
vicini di casa ad una famiglia in difficoltà, del sorriso ricevuto lungo
le scale, dell’ascolto di un collega, della gentilezza di un passante o di
quanto è stato importante che un amico/a si occupasse di nostro figlio
proprio quando avevamo un parente ammalato o lo accompagnasse a
basket permettendoci di mantenere l’orario di lavoro.
Nel corso di questi ormai 9 anni di lavoro come coordinatrice di un
polo di servizi sociali territoriali, ho conosciuto moltissime persone che
si erano rivolte al Servizio per offrire o per chiedere un aiuto, persone
che, se incontrate nel loro contesto in occasioni differenti, si rivelavano
essere molto di più e molto altro rispetto alle difficoltà e alle vicende che
le avevano condotte da noi.
Il rischio che si corre nei servizi, ma anche nella nostra vita, è di abituarci a vedere e a ragionare solo a partire dalle difficoltà o aspetti negativi che, suscitando la nostra attenzione, saltano maggiormente agli occhi.
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Anche nel rendere conto del nostro lavoro, i dati che siamo più facilmente in grado di fornire riguardano i problemi con cui ci siamo dovuti
confrontare, le difficoltà portate dalle persone e dalle famiglie, i servizi
offerti, le spese sostenute.
Molto più difficile è dare conto di quello che non succede: della lite
evitata, del contrasto giovani/anziani mediato dall’intervento di altri cittadini o volontari, o anche di ciò che non si vede perché “normale”: del
benessere costruito a partire da piccole o grandi azioni di comunità, della
possibilità di restare a casa garantito a una persona anziana da una vicina
disponibile, della possibilità di trovare o mantenere un lavoro perché
qualcuno si occupa volontariamente dei figli piccoli di una mamma sola,
del successo scolastico ottenuto grazie ad un piccolo doposcuola gestito
da volontari…
Gli esempi sarebbero molti e non basterebbe un libro per riportarli
tutti, ma, nonostante ciò, rimangono spesso poco visibili o poco considerati.
…e quando qualcosa non è visibile o fa parte ormai del quotidiano,
si tende a darlo per scontato, senza rendersi conto delle azioni di manutenzione, sostegno, accompagnamento che sono necessari per poter dare
continuità a un clima di solidarietà e supporto reciproco che, come tutto
ciò che dipende da relazioni umane, porta in sé grande valore ma anche
grande fragilità.
E’ per questo motivo, che abbiamo deciso di avventurarci nel racconto di questi anni di animazione portata avanti nel quartiere Fenulli/Bergonzi, anni nel corso dei quali abbiamo lavorato e ci siamo confrontati
con molte persone, cittadini, volontari e operatori di servizi, alcuni dei
quali ci hanno accompagnato per un pezzo del cammino, altri che sono
ancora presenti e attivi dopo tutto questo tempo.
Abbiamo deciso di raccontarlo perché il lavoro fatto è stato tanto ed
è stato mirato soprattutto alla costruzione di qualcosa di poco visibile:
condizioni di maggior benessere, di conoscenza e fiducia tra persone e
famiglie; in altre parole, a prevenire situazioni di disagio o, come detto
sopra, se possibile, a “non fare accadere”.
Ma, riprendendo le parole di Lao Tsu, “fa più rumore un albero che
cade che una foresta che cresce”, sentiamo il desiderio, ma anche la responsabilità, di rendere visibile ciò che potrebbe restare un po’ nascosto agli
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occhi dei più: qui noi non sappiamo se abbiamo piantato una foresta, un
boschetto o anche solo un albero; sappiamo però che, quando si semina
qualcosa di nuovo nel proprio giardino, c’è bisogno di annaffiarlo, di
concimarlo, di potarlo, di curarlo, in particolare nei primi momenti della
crescita, ma anche dopo, fronteggiando momenti di particolare siccità,
malattie, eventi climatici sfavorevoli.
Nel raccontare la nostra esperienza, vogliamo anche lanciare qualche
seme che il vento può trasportare in luoghi vicini o lontani e speriamo
che la vitalità della nostra pianta riesca ad attirare sguardi e magari suggerire ad altri di piantare un fiore, un arbusto, un albero…
“Bouffier mi mostrò dei mirabili boschetti di betulle che datavano a
cinque anni prima (…). Le aveva piantate in tutti i terreni dove sospettava, a ragione, che ci fosse umidità quasi a fior di terra. Erano tenere come
delle adolescenti e molto decise. Il processo aveva l’aria, d’altra parte, di
funzionare a catena. Lui non se ne curava; perseguiva ostinatamente il proprio compito, molto semplice. Ma, ridiscendendo al villaggio, vidi scorrere
dell’acqua in ruscelli che, a memoria d’uomo, erano sempre stati secchi. Era
la più straordinaria forma di reazione che abbia mai avuto modo di vedere.
Quei ruscelli avevano già portato dell’acqua, in tempi molto antichi (…).
Anche il vento disperdeva certi semi. Con l’acqua erano riapparsi anche i
salici, i giunchi, i prati, i giardini, i fiori e una certa ragione di vivere. Ma
la trasformazione avveniva così lentamente che entrava nell’abitudine senza
provocare stupore. I cacciatori che salivano in quelle solitudini seguendo le
lepri o i cinghiali s’erano accorti del rigoglio di alberelli, ma l’avevano messo
in conto alle malizie naturali della terra”.1
1 Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani Editore, pp 31-33.
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Mappa disegnata
da Marcello Bonacini
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Appunti sui quartieri
di Alberto Pioppi
Sociologo del Territorio
Associazione Papa Giovanni XXIII
Il quartiere fa parte della nostra vita quotidiana. Nel senso che tutti
abbiamo l’idea che la città sia un insieme di sotto livelli che chiamiamo
quartieri o zone o circoscrizioni e che questi si differenziano tra loro.
Ma in che modo si differenziano? Quando si definiscono le caratteristiche di una zona cittadina si fa sempre riferimento ai gruppi sociali che
vi abitano, ai modelli architettonici e urbanistici prevalenti, al costo e al il
prestigio delle abitazioni, al tipo di collegamento con il resto della città etc.
Precisare che cosa sia il quartiere dal punto di vista “scientifico” é,
tuttavia, un’operazione meno ovvia di quanto possa sembrare perché il
concetto apparentemente intuitivo e scontato chiama in causa una realtà
di interazione complessa fra diverse componenti. La difficoltà nel definire il quartiere può essere ricondotta alla sua multidimensionalità, al
suo incorporare contenuti diversi senza completarsi, però, in nessuno di
essi. Sono molte le definizioni di quartiere proposte dagli studiosi, spesso
in disaccordo tra loro. Nell’insieme si delineano, però, alcuni caratteri
basilari che girano intorno a tre modelli principali: la ridotta estensione
territoriale, l’interazione abituale tra gli abitanti, il tipo di funzioni ricoperte dal quartiere per la vita delle persone.
Tra le tante definizioni che gli studiosi hanno dato del quartiere ce n’è
una alla quale noi ci sentiamo più vicini e affini, ed è quella del filosofo
e storico francese Michel De Certeau quando dice: “Il quartiere si definisce come un’organizzazione collettiva di traiettorie individuali; é la messa
a disposizione per gli abitanti di luoghi prossimi in cui essi si incontrano
necessariamente per soddisfare i loro bisogni quotidiani”
È proprio il concetto di traiettorie individuali e di bisogni quotidiani
che interessa al lavoro sociale. Interessa capire come le persone nella loro
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soggettività riescano a relazionarsi con i luoghi e con chi li abita, con
il senso che attribuiscono ai segnali e ai segni del territorio. La sfida é
riuscire a capire come queste persone possano costruire una rete, anche
invisibile, di attività sociale.
Sempre per De Certeau, il quartiere può essere considerato come una
progressiva privatizzazione dello spazio pubblico.
Ci sono fondamentalmente due approcci per la lettura dei quartieri;
uno utilizza il cosiddetto “sguardo dall’alto”, attraverso classificazioni che
si rifanno a criteri classici come lo Stato sociale, familiare etnico etc...
A noi interessa invece “guardare dal basso”, ciò intendere il quartiere come risultato del sistema di relazioni informali e formali sviluppato
dagli abitanti, anche grazie alla presenza sul territorio di istituzioni e
organizzazioni locali. E infatti, tutto il pensiero strategico che ha mosso i
passi dell’azione sociale sul territorio del quartiere Fenulli è stato, fin da
subito, proprio così, dal basso.
Si è cercato (e si è riuscito) di lavorare non solo per gli abitanti ma
con gli abitanti, mettendo davanti a tutto l’idea forte che un servizio
“non serve” se non “lascia il segno”, se non genera partecipazione e appartenenza, se non produce emozioni nei suoi utenti. Un servizio, un
progetto, ha quindi bisogno di sapere su che cosa e con chi “attecchire”,
quindi non può esimermi da una capillare conoscenza territoriale, non
solo urbanistica e statistica ma anche e soprattutto relazionale.
Il quartiere Fenulli si può a ben ragione definire “una palestra di quartiere”.
Questa metafora che dà il titolo a questa pubblicazione per due motivi: il primo perché molti dei progetti offerti al territorio ed ai suoi
abitanti degli ultimi anni sono stati pensati, progettati, eseguiti e ripetuti
dentro la cosiddetta “Palestrina”.
Secondo, perché questo quartiere è stato, fin dalla sua nascita, un luogo nel quale sono stati sperimentati tantissimi approcci di tipo “sociorelazionalpedagocicoassistenziale”, cioè qui si é lavorato da sempre per favorire
la gente residente e non solo, con azioni e progetti rivolti ai bambini, agli
adolescenti, alle donne, agli anziani, agli stranieri.
Con l’imminente dismissione delle Circoscrizioni, sarà sempre più
importante tornare ad un’ottica di quartiere più tendente al micro che
non al macro, sarà necessario ridefinire i “confini” dei luoghi non solo
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in base alla cartografia amministrativa ma piuttosto facendo riferimento
ad una mappatura emozionale ed esistenziale degli stessi, radicata nel
riconoscimento identitario degli abitanti.
Il tema del “vicinato” (e i progetti descritti in questa pubblicazione lo
dimostrano) deve essere non un in più, non la ciliegina sulla torta, deve
essere centrale nell’analisi degli spazi urbani collettivi, spazi che sempre
più decisamente acquisiscono le forme dell’indefinito, del lontano da noi.
Si dice che quello che si conosce fa meno paura, e questo vale anche
e soprattutto per i luoghi nei quali si abita. La conoscenza dei luoghi
non è una cosa automatica, non basta vivere in un posto per poter dire
di conoscerlo.
Conoscere le persone, le abitudini, le potenzialità e le criticità dei luoghi é un dovere ed un diritto di tutti, amministratori e cittadini.
Farlo insieme é sicuramente la condizione ideale.
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Quali il senso e le prospettive
del lavoro sociale oggi?
Presupposti per un lavoro sociale
di promozione di comunita’
di Chiara Bonazzi
“Ogni albero è la dimora segreta di mille creature appariscenti o sconosciute, sorprendenti o sfuggenti, in quella rete fittissima di rapporti che
forma le fondamenta e la vitalità stessa dell’equilibrio ecologico. Ogni albero sprigiona colori inarrivabili, suoni indecifrabili e profumi sconosciuti in ogni ora del giorno e della notte e nelle varie stagioni. Ed anche dopo
la morte, i rami caduti, i tronchi in disfacimento e i ceppi marcescenti
offrono asilo e nutrimento alla più varia, ricca e preziosa comunità vivente. La natura rinasce senza fine, rinnovandosi continuamente; sempre
diversa, eppure sempre uguale a se stessa.
Ogni albero racchiude una storia, un mistero, una memoria del passato. E offre ispirazione e creatività a quanti sappiano guardarlo con occhio
giovane, libero e aperto”.1
Questo è, innanzitutto, una città, un quartiere: una creatura vivente,
un microcosmo, un insieme pulsante e interconnesso di spazi, di strutture, di regole, di accordi, di movimenti, di vite che si intrecciano e si
influenzano, che si incontrano e si scontrano in un continuo mutare,
costruire, decostruire.
Come si collocano le istituzioni in questo panorama multiforme di
quotidianità e di progetti e come si collocano, in particolare, i servizi
sociali in un tempo di cambiamenti profondi come quello che stiamo
ora vivendo?
1 Franco Tassi, in Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, op. cit. p. 6.
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L’interrogativo sul senso del lavoro sociale, in questi ultimi anni, sta
profondamente attraversando sia il quotidiano che la programmazione
delle politiche e dei servizi sociali.
Quale il senso del nostro lavoro, in un mondo che vede, in termini
generali, un complessivo affievolirsi dei legami a fronte di dinamiche
globali che superano, come portata e come possibilità di intervento, i
contesti locali cittadini e, spesso, anche nazionali?
Ci si chiede come i mandati istituzionali possano far fronte a sfide
globali che influiscono in modo diretto e distruttivo sul vivere locale,
delle città e delle famiglie.
I mutamenti economici, in particolare, hanno velocemente modificato e continuano a modificare la società incidendo in modo radicale sulle
scelte di vita di individui e famiglie e dando origine a rapide e profonde
trasformazioni demografiche e sociali.
Negli ultimi anni, abbiamo visto aumentare sempre più il divario economico già esistente tra fasce di cittadini e la maggiore fragilità e esposizione delle famiglie a fronte di eventi da loro scarsamente governabili
ha avviato un processo di “chiusura” attorno alle difficoltà del proprio
quotidiano con conseguente maggiore esacerbazione dei conflitti.
Si parla oggi molto di “bisogno di sicurezza” da parte dei cittadini che
spesso si traduce in richiesta di un aumento di investimenti e interventi
da parte di forze dell’ordine.
Come riporta Franca Olivetti Manoukian, “la domanda di sicurezza che sale dai territori (…) rischia di trasformare i problemi sociali in
emergenze di ordine pubblico”.2
Nel progettare un intervento che possa in qualche modo incidere
sulle dinamiche che registriamo intorno a noi, è necessario innanzitutto tenere conto del fatto che, in gran parte, le cause sottostanti questo
disagio, affondano le radici in un contesto ben più ampio di quello dei
singoli territori, città o paesi, in un processo di globalizzazione che, riducendo sensibilmente le possibilità di controllo che gli individui hanno
sulla propria vita3, ha introdotto e sostenuto l’affermarsi di un senso di
2 Franca Olivetti Manoukian, Per non farsi travolgere dalle emergenze, Animazione
Sociale - Aprile 2009.
3 Ciò che è stato messo in discussione è, infatti, il nostro sistema di protezione sociale
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precarietà di vita e di incertezza del futuro rispetto al quale non ci si sente
più artefici ma “spettatori passivi”.
Confrontandosi con eventi ed andamenti globali rispetto ai quali non
si ha capacità di intervento diretto, molte persone e famiglie rischiano di
scivolare in un atteggiamento di passività, di delega di responsabilità, un
senso di incapacità e di scarsa utilità del proprio mettersi in gioco.
Più il contesto di vita è disagiato e marginale, più questa lettura è
diffusa, radicata e difficile da estirpare.
Il modificarsi delle città e dei quartieri, connesso anche alla necessità
di spostarsi alla ricerca di nuove opportunità, ha introdotto, poi, ulteriore senso di estraneità rispetto a territori o luoghi che non si conoscono
e/o che non si riconoscono più, all’interno dei quali non è più possibile
dare un nome ai volti delle persone che si incontrano per strada o per
le scale e si sperimenta una frammentazione ed un impoverimento dei
legami interpersonali, inter e intra-familiari.
In questo contesto, la percezione di ingiustizia di un mondo in cui “i
ricchi diventano sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri” e sempre più esposti alle vicissitudini della vita abbassa il livello di tolleranza
e orienta le tensioni che tendono a scaricarsi su quei soggetti che, in
quanto più deboli o più “sconosciuti”, si prestano maggiormente a fare
da capri espiatori destinati ad essere considerati causa di dinamiche che,
in realtà, provengono da molto più lontano.
Al riguardo Gordon W. Allport riporta come il pregiudizio si sviluppi maggiormente “in epoche e luoghi dove sussistono le condizioni
seguenti: struttura sociale eterogenea; tolleranza della mobilità verticale;
rapidità delle trasformazioni sociali; ignoranza e barriere della comunicazione; progressivo aumento di un gruppo minoritario; competizione
diretta e pericolo reale; importanti interessi sostenuti dallo sfruttamento
nell’ambito di una comunità; fanatismo favorito dalle usanze che regolano l’aggressione; tradizionali giustificazioni dell’etnocentrismo; ostacoli
all’assimilazione e al pluralismo culturale”.4
Più i cambiamenti intervenuti sono stati rapidi e profondi, più au-
nel suo complesso andando a minarne le basi sia nell’oggi (sicurezza lavorativa) che nel
futuro (prospettive pensionistiche).
4 G.W. Allport, La natura del pregiudizio, La Nuova Italia, 1976, p. 307.
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menta il senso di inquietudine che promuove e sostiene la formazione di
pregiudizi e diffidenze.
Sempre a detta di Allport, la quantità e l’importanza dei conflitti sociali e dei pregiudizi ad essi connessi aumentano in modo enormemente
accelerato in periodi di crisi. “Dovunque s’intensifica l’ansia, accompagnata da una maggiore insicurezza vitale, la gente tende a definire la
situazione di disagio mediante l’individuazione di un capro espiatorio”.5
In un contesto in cui si amplia il numero di cittadini non protetti né
dal sistema lavorativo, né da quello previdenziale, inoltre, la necessità di
fronteggiare le crescenti situazioni di difficoltà si ripercuote prioritariamente sulle famiglie (ove presenti) concentrando su di esse, molto più
che in passato la funzione di sostegno economico, oltre che emotivo,
dei propri componenti ed introducendo possibili elementi di crisi del
sistema familiare.
Ancor più, chi, a causa di percorsi migratori interni o esterni, non
può contare sull’aiuto di familiari o amici si trova esposto ad eventi di
crisi da fronteggiare in solitudine in un contesto che, spesso, gli è estraneo e del quale non comprende appieno le logiche e le dinamiche.
Questo sentire diffuso non può non interrogare i servizi sociali in
quanto i sentimenti di insicurezza, diffidenza, paura, senso di ingiustizia
mettono a rischio le basi stesse della democrazia e della convivenza civile.
In questo contesto, in capo alle politiche sociali si pone prioritariamente il compito di operare al fine di fronteggiare la frammentazione e
promuovere un’inversione di tendenza in direzione di processi che promuovano coesione sociale (intesa come capacità di un contesto sociale di
essere “integrante”) e assunzione di responsabilità condivise all’interno
delle comunità locali.
Con Ota De Leonardis, si potrebbe dire che “Prendere sul serio la
domanda di sicurezza, significa prendere in carico i territori. In questi
anni i servizi sono stati assenti dai territori. Si sono concentrati sulla
presa in carico di casi individuali con un’impostazione fortemente clinica. Un’impostazione che prevede la sottrazione della persona dal suo
ambiente di vita e il trattamento del suo problema a prescindere dal suo
contesto. (…) come elemento pertinente alle ragioni del suo star male e
5 G.W. Allport, op. cit, p. 312.
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come fattore potenziale da valorizzare per consentire alla persona stessa
di modificare le proprie condizioni di vita. (…) E’ tempo insomma che
gli operatori sociali escano dagli uffici, dai setting specialistici, e mettano
insieme le loro competenze al servizio del territorio. E’ questo il luogo in
cui oggi si gioca la partita sulla sicurezza. Una partita decisiva non solo
per il futuro dei nostri servizi di welfare, ma per la qualità civile della
nostra convivenza. (…) credo che potrebbe essere davvero un’occasione
buona per ripensare l’orientamento da dare ai servizi, per farli passare
“dalla logica dei luoghi di cura alla logica della cura dei luoghi”.6
La dimensione sostanzialmente globale di una serie di dinamiche sociali non affrontabili con un approccio esclusivamente “locale”, inoltre,
espone i servizi al rischio di immobilità connessa a sentimenti di impotenza e di ineluttabilità molto simili a quelli che si trovano ad affrontare
le famiglie.
Pur rimanendo imprescindibile, quindi, mantenere uno sguardo ampio che tenga d’occhio andamenti “macro” e che, per quanto possibile,
tenti di comprenderli e di influenzarli, diviene necessario pensare e promuovere azioni nel “micro” che, riaggregando persone intorno ad interessi comuni, siano volte ad innescare inversioni di tendenza anche
piccole ma che nel tempo possano portare a cambiamenti significativi
nel contesto locale.
A tal fine, uscire per strada, frequentare la vita dei quartieri lasciarsi
alle spalle le “tane professionali”7, diviene occasione imprescindibile per
leggere i contesti con occhi e da punti di osservazione differenti, per individuare e riconoscere quelle risorse “naturali” che rimangono nascoste
ad uno sguardo distante.
Ma, in che misura è oggi possibile promuovere e coltivare rapporti e
scambi interpersonali a fronte di tempi di lavoro e di vita che costringono
le famiglie ad una continua “corsa” e a un continuo “gioco di incastri”?
Partendo dal presupposto che la costruzione di legami di reciprocità
e di solidarietà è possibile solo se si introduce fiducia, l’unico modo per
6 Matteo Fiani (a cura di), Da luoghi di cura a cura dei luoghi. Intervista a Ota de
Leonardis, in Animazione Sociale, ottobre 2008.
7 Giulio Caio, Il sostegno alla partecipazione delle reti sociali, in animazione Sociale,
gennaio 2009.
21
rendere “inclusivi i luoghi” è promuovere occasioni di incontro e di conoscenza che abbiano caratteristiche di relativa continuità e facilità di
accesso, che siano facilmente raggiungibili e fruibili, che siano in sintonia con tempi di persone e famiglie e riconoscibili come utili per la vita
quotidiana.
Ricordiamo, infatti, come “molti programmi destinati a provocare
la scomparsa del pregiudizio partono dal principio che quanto più si
conosce una persona, tanto meno si è indotti a provare ostilità verso di
essa. (…) chi è maggiormente informato su altri popoli e razze tende ad
avere atteggiamenti più favorevoli nei loro riguardi”. E ancora, “sembra
che la conoscenza ottenuta per esperienza diretta sia assai più efficace di
un’informazione acquisita mediante letture, libri di testo o campagne
pubblicitarie”.8
“L’unico modo per contrastare la logica della sicurezza civile e la relativa militarizzazione del territorio è ridar vita a un tessuto sociale denso
di scambi, che abbia capacità protettiva perché ha capacità integrative.
(…) Non è la polizia che dà sicurezza, è la presenza sul territorio di un
contesto denso: denso di attività di scambi, di luoghi di appartenenza, di
vita sociale. Bisogna che la gente esca di casa non perché c’è il poliziotto
che la protegge, ma perché ha qualcosa da fare fuori e sa di andare in un
posto in cui ogni cosa è visibile. E’ visibile non perché ci sono le telecamere, ma perché quel luogo è denso di occhi, ci sono tanti occhi, ed è il
suo territorio che condivide con altri”.9
In termini concreti, lavorare per attivare conoscenza e relazioni nei e
con i territori significa essere presenti, superare quelle distanze che impediscono una lettura partecipata, dare continuità ai progetti, accettare che
la costruzione di fiducia nei servizi e tra le persone e l’assunzione di protagonismo da parte dei cittadini sia un processo lento e continuamente
suscettibile di regressione.
“In realtà in molti territori il contatto e lo scambio tra reti e istituzioni risulta episodico, a volte strumentale da entrambe le parti. Come
riattivare processi di frequentazione e di conoscenza, che portino nuovi riconoscimenti e valorizzazioni tra attori di un territorio? (…) Solo
8 G.W. Allport, op. cit., pp. 314-315.
9 Matteo Fiani, op. cit.
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attraverso un lento e faticoso lavoro di presa di contatti, di dialoghi e
confronti, è possibile portare alla luce dinamiche di realtà che resterebbero “invisibili” al funzionamento abitudinario delle “macchine amministrative”. Serve allestire quindi “terre di mezzo”, luoghi non rigidamente
formalizzati, nei quali raccogliere, intrecciare ed elaborare informazioni
e percezioni tese a facilitare l’interazione tra i soggetti e le visioni; luoghi
dove l’ascolto entra in sintonia con la realtà, la parola scambiata non è
monotona, ma prende colore e diventa creatrice di idee e di legami, la
competenza è al servizio dei problemi”.10
Si tratta quindi di “leggere i territori” mediante sguardi differenti e
complementari che valorizzino e tengano insieme dati quanti/qualitativi relativi a luoghi, popolazione, problemi e interventi con quella parte
conoscitiva meno prevedibile e quantificabile che si rileva solo tramite
il contatto, la conoscenza, lo scambio diretto con chi i territori li abita.
Si tratta recuperare una dimensione ecologica del lavoro sociale avviando processi di “restituzione” di titolarità di intervento agli abitanti
riconoscendo e sostenendo nel tempo assunzioni di responsabilità nel valutare, progettare e realizzare insieme ai servizi cambiamenti nel proprio
contesto di vita.
10 Giulio Caio, op. cit.
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24
Qualche nota sul progetto
di Chiara Bonazzi
Il quartiere Fenulli è posto al centro di un agglomerato vasto che
concentra in poche vie quasi 600 alloggi di edilizia residenziale pubblica. E’ un quartiere che ha visto al suo interno numerose trasformazioni connesse anche ad “ondate” di nuovi insediamenti provenienti
prima da altre zone della città, poi del paese ed, infine, del mondo. Al
suo interno si condensano problematicità differenti e interconnesse che
vanno da fragilità economiche, alto tasso di disoccupazione, piccola
criminalità, problemi di ordine sanitario, tensioni tra vecchi e nuovi
abitanti, ecc.
Il progetto di animazione in questo quartiere è nato nel 2006 con una
piccola esperienza estiva di ludoteca itinerante, pensata e realizzata a titolo
sperimentale, con l’obiettivo di verificare l’interesse e la disponibilità degli
abitanti ad aderire ad iniziative di aggregazione che favorissero la conoscenza interpersonale e la costruzione di relazioni nel loro contesto di vita.
La scelta di offrire, come prima occasione di incontro, un servizio
rivolto principalmente ai bambini nasceva da alcune considerazioni costruite a partire da dati demografici e dati relativi agli interventi dei servizi sociali in quel territorio, ma anche da elementi esperienziali derivanti
dal lavoro portato avanti da anni nel quartiere dagli operatori di strada1.
La composizione della popolazione evidenziava, in quel periodo, una
significativa presenza di anziani (prevalentemente nella zona di via Compagnoni), di famiglie provenienti dal sud Italia anche di seconda generazione e di famiglie straniere con un elevato numero di figli minorenni
(queste ultime in misura maggiore nelle vie Fenulli e Bergonzi).
1 Servizio gestito in collaborazione con i poli di servizi sociali territoriali, dall’Associazione Papa Giovanni XXIII.
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Inoltre, in una circoscrizione che vedeva una percentuale di immigrati
piuttosto bassa (il 5% nel 2006) rispetto al resto del territorio comunale,
la concentrazione di stranieri nel quartiere era all’incirca doppia, raccogliendo quasi la metà dell’intera popolazione immigrata della circoscrizione.
Gli operatori di strada avevano più volte segnalato al gruppo di lavoro
la presenza di molti bambini, anche piccoli, che passavano il tempo giocando da soli nel parco posto al centro del quartiere.
Dall’osservatorio del Servizio, emergeva come le richieste di aiuto
portate dalle famiglie si concentrassero, in modo particolare, nella zone
del quartiere popolare Fenulli-Bergonzi-Compagnoni.
Erano, per lo più, evidenziati bisogni concreti connessi alla necessità,
per poter vivere dignitosamente, di disporre di più di un reddito all’interno del nucleo familiare.
Questa esigenza si scontrava con la difficoltà, soprattutto per chi non
poteva contare su una rete parentale di sostegno, di conciliare la cura dei
figli o degli anziani con i tempi dettati dal lavoro e con la tipologia delle
assunzioni oggi previste (per la maggioranza estremamente precarie).
Si trattava quindi, in particolare, di richieste di carattere economico
o di aiuto nell’accudimento/collocazione dei figli in modo da permettere
ai genitori di mantenere/trovare lavoro.
Ciò che saltava agli occhi era che le famiglie stavano chiedendo con
sempre maggiore insistenza ai Servizi di sopperire a bisogni di sostegno/
supporto ai quali un tempo era possibile trovare risposta entro la cerchia
familiare/amicale.
Si è quindi pensato di dare avvio ad un progetto sperimentale che
permettesse di avvicinare in modo più diretto e “naturale” possibile la
popolazione partendo da un esigenza concreta.
L’idea di offrire occasioni ludiche nel parco rivolte ai più piccoli ci
sembrava potesse, da una parte, garantire opportunità ricreative ed educative, dall’altra, creare occasioni di incontro anche tra genitori e famiglie grazie all’opera di coinvolgimento che gli educatori avrebbero messo
in campo.
Nel giugno del 2006, si è così avviata, in convenzione con la Cooperativa Creativ, un’esperienza estiva di ludoteca itinerante per due pomeriggi alla settimana.
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A partire da tale attività, che vedeva la presenza di due educatori con
un pulmino-ludoteca attrezzato (Ludobus) si è cominciato ad incontrare
gli abitanti e le diverse realtà associative che attorno alla vita del quartiere
ruotavano.
Posto che un progetto di animazione ha senso solo se incarnato nella
realtà di cui si colloca, sono stati avviati percorsi di collaborazione con la
Circoscrizione 42, con ACER3 e con diverse realtà del territorio (Circolo
ARCI Fenulli, Biblioteca, Associazioni sportive…) che hanno portato,
nel tempo, alla costituzione di un gruppo di progetto e alla formulazione
di un’ipotesi di lavoro molto più articolata di quella sperimentata fino a
quel momento.
Il vero momento di “svolta” del progetto si è avuto nel 2008 con
l’inaugurazione di un locale seminterrato assegnato a titolo gratuito al
Comune di Reggio Emilia, da parte di ACER, per la realizzazione di
attività rivolte agli abitanti del quartiere.
La possibilità di fruire di un luogo coperto e sufficientemente spazioso ha, infatti, permesso di differenziare le proposte e di darvi continuità
anche nel corso della stagione invernale, favorendo il consolidarsi, attorno al gruppo di progetto (Polo, Circoscrizione, ACER), di una partecipazione più vasta da parte dei cittadini e dei rappresentanti di alcune
associazioni del territorio.
La “Palestrina”, questo è il nome con il quale è conosciuto il locale,
si è quindi costituita come punto di incontro e raccordo tra servizi e cittadini del quartiere interessati a contribuire all’ideazione, progettazione,
realizzazione di iniziative ed eventi rivolti agli abitanti.
Ad oggi, le attività continuative proposte al suo interno sono quasi
quotidiane e si rivolgono a tutte le fasce di età.
Con periodicità regolare vengono, inoltre, organizzati momenti di festa aperti a tutto il quartiere.
Un’elencazione dettagliata di quanto realizzato in questi anni è presente in appendice.
Nei capitoli seguenti è riportata, invece, la testimonianza di alcuni tra
2 Nel 2009 sono stati ridefiniti i confini delle Circoscrizioni del comune di Reggio
Emilia. Da allora questo territorio fa parte della Circoscrizione Sud.
3 Azienda Case Reggio Emilia - ACER.
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gli operatori, i volontari, i cittadini che in questi anni hanno collaborato
alla realizzazione del progetto.
Una particolare attenzione è stata dedicata alla realizzazione di interviste rivolte agli abitanti, nella consapevolezza che la rilettura di un
progetto di territorio non può essere un’operazione “ad una dimensione”
ma necessita di sguardi che partano da prospettive e da distanze diverse e
che contribuiscano, nel caleidoscopio di particolari, a ricomporre un’immagine a più dimensioni.
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Vivere il quartiere
Un’esperienza di mediazione sociale
di Claudio Melioli
Mediatore sociale ACER
Ho conosciuto il quartiere Fenulli quasi per caso. Già da parecchio
tempo esisteva un conflitto fra alcuni abitanti e un folto gruppo di adolescenti che regolarmente parcheggiavano i loro motorini, le loro sigarette
e le loro chiacchiere sotto ai portici delle due principali stecche di palazzi.
Era una piccola guerra di quartiere. Scritte offensive sui muri, stereo al
massimo volume e insulti da un lato, e altri insulti, grida dalle finestre,
e addirittura lancio di bulloni e di acqua con varechina dall’altra parte.
Un piccolo conflitto nato nelle ore notturne, scaturito fra la stanchezza e
certi fastidi persi nelle pieghe della vita, dove ciascuno aveva i suoi motivi, le sue ragioni e i suoi torti. Ben presto quelle liti si trasformarono in
una marea di petizioni e lettere di protesta che andarono ad accumularsi
sulle scrivanie del Presidente di Circoscrizione, delle assistenti sociali, di
qualche assessore e del Presidente di ACER, perché il Fenulli è un quartiere in cui oltre la metà degli alloggi sono di proprietà pubblica, quindi
gestiti da ACER per conto del Comune.
Io lavoravo come mediatore sociale per ACER, l’azienda che gestisce
le case popolari. Qualunque problema venisse segnalato all’interno di un
alloggio pubblico io dovevo andare, capire ed eventualmente risolvere la
situazione. Il fulcro di questo lavoro consisteva nel far visita alle famiglie direttamente nel loro alloggio, senza preavviso, e da lì cominciare a
costruire un percorso per eliminare o quantomeno contenere il disagio.
In questo caso il problema era concreto, creava malessere a molte persone ma paradossalmente rimaneva sospeso nella terra di nessuno, perché
nessuna delle istituzioni aveva in realtà l’autorità o gli strumenti per fare
qualcosa. Del resto, da una parte c’erano dei ragazzi sospesi fra la noia e
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la voglia di vivere e con una necessità enorme di uno spazio, di una loro
identità. E dall’altra parte c’erano adulti oramai stanchi ed esasperati, che
oltre alla fatica della vita di tutti i giorni dovevano sopportare il fumo che
si infilava fra i vetri socchiusi, gli schiamazzi, i motorini accessi alle due
del mattino e la paura che dietro a tutto ciò esistesse anche uno spaccio e
un pericolo per tutti. Era un problema di mediazione. Era un problema
legato alla convivenza, più che alla polizia o a inutili lettere d’ammonimento.
Ho conosciuto il quartiere Fenulli così, entrando nelle pieghe di questa situazione quasi di nascosto. Ho frequentato quei luoghi di sera, di
notte, stando seduto per alcune ore su quelle panchine umide o dentro
alla macchina, al buio, o ancora camminando per il parco provando a
sentire e a capire l’anima di quel posto. Perché prima di tutto, prima
ancora di un problema, o di una lite, o di un fastidio, devi farti entrare
un luogo nell’anima e nelle vene. Lo devi sentire, percepire, capire. Solo
così potrai avere qualche strumento per facilitare la conoscenza e trovare
qualche piccola soluzione concreta. Non bastano le parole, non bastano
le assemblee, non bastano i consulenti della progettazione partecipata,
o i progetti ben confezionati. Devi stare lì. Vivere lì. E lentamente trovare un modo diverso. Devi stare lì perché prima di risolvere un problema devi riuscire ad essere accettato dagli abitanti, devi essere amico
dei ragazzi, devi avere la fiducia delle persone più anziane. Fu anche per
provare a risolvere quel conflitto che si decise di formare un gruppo, coordinato dai Servizi Sociali Territoriali del Polo Sud e con al suo interno
la Circoscrizione, pezzi del mondo del volontariato, gente del quartiere,
che dopo mesi di lavoro ha pensato, realizzato e gestito la Palestrina, un
luogo di tutti e per tutti, uno spazio dove potersi esprimere e sentire
quei portici e quel quartiere come propri. Lentamente, mese dopo mese,
alcuni fastidi si sono attenuati. Alcuni litigi sono terminati. Un gruppo
di giovani ha cominciato a maturare una coscienza di quartiere, e questo
grazie anche al lavoro capillare di alcuni operatori di strada. E così, un
pezzo alla volta, è stata ricostruita un po’ di serenità.
Durante questi anni la collaborazione con il Polo Sud, cominciata con
la Palestrina, si è poi trasformata in un vero e proprio lavoro quotidiano,
fatto di fiducia reciproca, amicizia, idee, interminabili riunioni e azioni
concrete. Con le assistenti sociali, così come con i volontari, si è potuta
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creare una rete ed una progettualità continua, perché il mediatore sociale, come abbiamo provato ad esserlo io e la mia collega Laura Lanni, è
solo una parte di un quadro molto più ampio. Il mediatore sociale sta
sul territorio, lo respira, prova ad interpretarlo, ma ad un certo punto ha
bisogno di fondersi con gli altri pezzi del sociale che già esistono e che
funzionano con metodo e professionalità, risultando insostituibili per
capacità, competenza e conoscenza del contesto sociale. Una collaborazione che non sempre è facile. A volte può essere capitato che lo stesso
problema, osservato da prospettive differenti, ci abbia fatto credere in soluzioni diverse rispetto a quelle immaginate dal Polo. Ma è stato proprio
attraverso questo continuo confronto, che prima di ogni altra cosa deve
esistere fra tutti gli operatori del sociale, che si è potuti poi arrivare alle
idee a ai progetti più importanti.
Nel tempo sono entrato sempre più nella carne del quartiere Fenulli.
Ogni mese c’erano nuovi problemi. Problemi legati ai rumori notturni
provocati da alcune persone sole. O problemi di conflitto e rivalità fra i
residenti storici e quelli appartenenti alla nuove generazioni, arrivati da
pochi anni e provenienti da tutte le parti del mondo. Problemi legati a
certe rumorosissime celebrazioni svolte in una sala comune data in affitto
ad una comunità religiosa. E la domenica mattina erano tamburi, canti,
macchine parcheggiate “in qualche modo”, bambini a correre su e giù per
il prato, a sbattere porte o a piangere per un rimprovero troppo energico
dei genitori. Ogni problema richiedeva qualcosa di diverso. A volte un
semplice caffè e quattro chiacchiere risolvevano tutto. Altre volte, pur con
tutto l’impegno, era impossibile alleggerire il disagio. Ma tanto in un caso
come nell’altro, l’importante era esserci. Essere lì. Provarci. Riprovarci.
Fino ad alcuni anni fa negli alloggi pubblici c’erano famiglie profondamente legate. I quartieri popolari erano veri e propri villaggi, spesso
c’era un custode. Potevano esserci anche forti problemi sociali. Ma sembrava che tutto il quartiere si potesse far carico di quei problemi. Gli
abitanti erano loro stessi mediatori sociali, costituivano al tempo stesso
il corpo e la spina dorsale del quartiere. E l’Istituto Autonomo Case Popolari1 si doveva occupare del resto. Riparare i tetti, fare pagare gli affitti,
assegnare gli alloggi.
1 Denominazione che identificava l’attuale ACER fino all’anno 2001.
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Oggi la realtà è molto diversa. Oggi negli alloggi pubblici ci sono
famiglie forse meno povere, ma anche meno legate. Frammentate. Infastidite. Quelli che erano villaggi ora sono semplicemente palazzi, case,
edifici, tutti stretti uno vicino all’altro, con centinaia di vite diverse, abitudini diverse, rabbie diverse.
E se un tempo in questi quartieri aveva senso solo riparare i tetti e fare
pagare gli affitti, oggi credo si debba perseguire prima di tutto la capacità
di gestione e di mediazione. Di intervenire sul tessuto di quel territorio,
di mettere in campo capacità umane, gestionali e innovative per rendere
quei quartieri luoghi in cui sia possibile vivere in modo pieno, e non solo
sopravvivere.
È quello che si è provato a fare negli ultimi anni, con i limiti, gli errori
ma anche le cose belle che tutto ciò ha generato. Ed è quello che speriamo si possa continuare a fare anche domani.
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il sociale di strada
Alberto Pioppi
I punti di riferimento sul territorio, per chi lavora nel sociale, sono le
famiglie, i gruppi informali di adolescenti, i circoli ricreativi, le associazioni, le parrocchie, la scuola, il privato sociale e tutti quei soggetti che
a vario titolo contribuiscono a migliorare la qualità di vita della propria
comunità di appartenenza.
Se, come abbiamo più volte detto, pensiamo che l’insieme delle persone che abitano un territorio attraverso rapporti di vicinato assomigli
appunto più ad una comunità che ad un ammasso di singole persone,
allora possiamo anche affermare che questa comunità abbia la forma di
una densa rete di relazioni che si snodano a partire dai gruppi e dalle organizzazioni sociali capaci di aggregare in vari modi i cittadini. Il lavoro
sociale ha varie modalità per incontrare ed alimentare questa comunità,
ed una di queste si chiama “lavoro di strada”.
In tutt’Italia, negli ultimi anni, proprio il lavoro di strada, inteso
come esperienze guidate di relazione e di animazione nei luoghi di aggregazione giovanile, ha ottenuto risultati significativi di partecipazione
e di consenso tra ragazzi, avviando anche interessanti e proficui percorsi
di avvicinamento alle istituzioni.
Quando si parla di strada si intende il luogo abitato dai cittadini in
una dimensione collettiva. Parliamo di strada riferendoci allo spazio dove
materialmente la gente si incontra, quindi anche le piazze, i bar, le panchine, i parchi e tutti quei luoghi dove nascono relazioni di vicinato che
costituiscono ed identificano la comunità locale.
La strada è quindi il luogo di incontro per eccellenza e fare il lavoro
di strada significa andare là dove la gente si ritrova spontaneamente per
contribuire a migliorare la qualità di vita di quella gente di quel territorio.
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Ma come si lavora sulla strada? Ci si rivolge al territorio per diversi
motivi, attraverso modelli di intervento abbastanza diversi. Fondamentalmente possiamo parlare di quattro approcci che riguardano attualmente il lavoro di strada in Italia: si va in strada per conoscere, per contenere, per animare, per educare.
La conoscenza è una premessa indispensabile per qualsiasi forma di
lavoro di strada. L’operatore di strada si muove sul territorio per conoscere le risorse e le opportunità che il territorio offre, per identificare le
dinamiche che intercorrono tra i vari attori sociali e, infine, per acquisire
informazioni importanti circa il target cui intende rivolgersi.
Ma si va in strada anche per contenere. Quest’intervento normalmente si rivolge a persone emarginate, a quelle che vivono situazioni di
forte disagio, che sono ai margini della società come i tossicodipendenti,
come i senza fissa dimora, come le prostitute o i clandestini. Si cerca di
avvicinare queste persone, stabilire un contatto significativo e offrire loro
servizi, anche minimi, che possano rendere migliore le condizioni della
loro, seppur compromessa, esistenza quotidiana.
Si parla di animazione di strada quando si tratta di attività che mirano
ad innescare meccanismi sociali virtuosi nelle persone, mentre si parla di
educazione di strada quando è prevista la dimensione del cambiamento.
In questo senso l’animatore di strada è praticamente un attivatore di
processi positivi, mentre l’educatore si identifica come un costruttore di
cambiamento.
Solitamente, nell’esperienza italiana ed anche reggiana, mentre si anima si educa anche, e questo è sempre stato l’obiettivo dei ragazzi della
Papa Giovanni di Unità di Strada (U.S.) e di Unità di Prevenzione(U.P.)
ora riuniti (seppur dimezzati) in un unico progetto chiamato Unità di
Prossimità.
Cosa fa l’educatore di strada?
L’animatore educatore sa muoversi nei bar, nei centri sociali, nei luoghi di incontro più o meno visibili, conosce le consuetudini e le regole
di ciascun ambito nel quale si trova ad operare, è in grado di sostenere
una conversazione con un adolescente ma anche con un adulto, magari
parlando anche in dialetto con gli anziani che condividono spesso conflittualmente lo stesso spazio dei gruppi di adolescenti, deve conoscere ed
essere in grado di rapportarsi con le istituzioni.
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Il mandato sociale degli educatori di strada è favorire il contatto tra
il mondo informale della strada dei gruppi di adolescenti e il mondo
istituzionalizzato. L’educatore sta in mezzo, é come un ponte che unisce
due sponde diverse ma necessariamente interagenti.
Possiamo sintetizzare un’azione di strada con una fase iniziale di mappatura seguita dalla fase di contatto, seguita da quella dell’aggancio e
proseguita da una serie di microprogetti realizzati per e con i ragazzi. Il
tutto nella logica di un miglioramento comportamentale ed esistenziale
per gli adolescenti e, possibilmente, della creazione di una sempre migliore immagine di questi agli occhi della componente adulta.
Cosa é successo nel quartiere Fenulli? Cosa é stato fatto e cosa è rimasto? Siamo andati ad intervistare due persone che per alcuni anni sono
stati operatori di strada nel quartiere, al servizio di due progetti diversi
ma con un obiettivo comune: i giovani del luogo.
Gli operatori sono Cristiano Pellegrini e Annalisa Gobetti, rispettivamente dei progetti Unità di Strada e di Ludobus.
La prima cosa che si nota dalle loro parole é una profonda e fresca
nostalgia per quel tipo di lavoro in quel determinato luogo. A tutti e due
manca tantissimo l’umanità delle persone con le quali sono stati a contatto, pur in condizioni non sempre favorevoli.
Sia Annalisa che Cristiano fanno notare che il loro lavoro e loro come
persone sono stati accolti molto favorevolmente da tutti, ragazzi ed adulti, per i quali erano dei veri punti di riferimento. Annalisa ha cominciato
a lavorare nel 2006 in risposta ad un bisogno evidente quanto tipico dei
quartieri popolari: i tanti bambini che ogni giorno popolano i “cortili
aperti” degli stessi. Cristiano invece già da qualche anno, insieme a Chiara Gobetti, si “occupava” della fascia adolescenziale, quella da sempre
più impegnativa. Il loro lavoro, senza entrare nel merito dei progetti,
consisteva nel creare relazioni e opportunità di protagonismo per i tanti
ragazzi del quartiere, servendosi di strumenti come lo sport, la musica, il
cinema. Sia il progetto Ludobus che Unità di strada non erano progetti
con un’attività fine a se stessa, ma al contrario connessi ad altri contesti
ed azioni fondamentali come la scuola, la ricerca di un lavoro, la mediazione con le famiglie e con le istituzioni.
Nelle loro interviste, Cristiano e Annalisa evidenziano come, in modo
netto ed oggettivo, la trasformazione di questi progetti abbia lasciato un
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vuoto difficilmente colmabile, e come molte di quelle buone pratiche
che si erano stabilizzate, nei comportamenti e nelle percezioni sociali, si
siano col tempo inevitabilmente disciolte nel fluire del quotidiano.
Una testimonianza diretta di ciò viene dalle parole di alcuni ragazzi
e di alcuni adulti che vado a riportare: in una delle prime occasioni di
incontro con la gente del quartiere, al fine di raccogliere i loro punti di
vista, sono stato avvicinato da un gruppo di quei ragazzi che da anni il
progetto Unità di strada frequentava, e dopo un caloroso saluto (prima
di Cristiano anche io ho lavorato come operatore di strada in Fenulli)
uno di questi mi prende da parte e mi dice: “Ci avete abbandonato, non
lo meritavamo...”.
Ovviamente, é stato inutile spiegare a questo ragazzo che non era
stata certo una nostra scelta quella di interrompere una serie di attività
quasi decennali perché, giustamente, ai ragazzi non importa più di tanto
sapere il motivo burocratico dell’improvvisa assenza, quanto il fatto che
quell’assenza ci sia.
Voglio però ricordare anche un altro avvenimento che dà il senso al
lavoro fatto: durante una Festa del Vicino, festa annuale promossa da alcuni anni in tutti i quartieri di edilizia residenziale pubblica, mi avvicino
ad alcuni ragazzi giovani che non conoscevamo i quali stavano giocando
insieme ad altri a calcetto. Tra loro c’era uno dei “nostri”, di quelli “presi”
a dodici anni e “portati” fino alla maggiore età. Mi dice da lontano: “Hai
visto? Voi non ci siete più e allora quello che facevate per noi adesso proviamo a farlo noi per i più piccoli, abbiamo organizzato un torneo come
quelli di una volta.”
In quel momento ho respirato tutto il senso di giorni e sere e domeniche passate tra quei palazzi bianchi.
Ma anche i due presidenti di Circoscrizione Rozzi e Prati, durante
l’intervista, hanno puntato il dito contro la carenza di progetti che si
occupino della quotidianità dei giovani.
Così come lo hanno fatto molti adulti del circolo Fenulli e di altre
associazioni del territorio.
Tornando a Cristiano e Annalisa, mi piace sottolineare come questi
operatori, pur avendo all’attivo tante altre esperienze di lavoro sociale in
più ambiti, abbiano messo quella del quartiere Fenulli nel cassetto delle
esperienze “indimenticabili” a conferma del fatto che, quando si lavora
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in rete, con entusiasmo e consapevolezza operativa, insieme alle persone
e non sulle persone, le cose possono funzionare. A partire da questa consapolezza, nel gennaio del 2013 è cominciata una piccola esperienza sperimentale che offre momenti di incontro rivolti agli adolescenti. Questa
attività è gestita volontariamente dall’associazione “PerDiQua”, supportata da N.E.T., i nuovi educatori territoriali1. Ovviamente non si parla
più di lavoro di strada vero e proprio, ma di un’opportunità nata dalla
conoscenza del quartiere e dalla sensibilità naturale maturata al riguardo
da un’associazione di volontariato oltre che dalla volontà dei servizi sociali di non chiudere gli occhi su quello che negli anni è emerso, cioè la
necessità dei giovani di essere accompagnati nel loro incedere.
1 Progetto dell’Associazione Papa Giovanni XXIII in convenzione con il Servizio di
Offiina Educativa del comune di Reggio Emilia.
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Il lavoro educativo con gli adulti
l’esperienza del Progetto Fenulli negli anni 2006/2012
Giovanna Valentinetti
Educatore professionale, counselor CPS
Rileggere e commentare un percorso di sei anni nel “Laboratorio Fenulli” non è cosa facile. Tuttavia, osservarlo a distanza di tempo e con
uno sguardo rivolto al processo risulta estremamente interessante per
cogliere ciò che non si riesce a vedere quando si è dentro al lavoro come
è accaduto a me, in particolare nei primi quattro anni, mentre in seguito ho progressivamente ricoperto un ruolo di coordinamento di alcune
azioni rivolte alle donne.
I punti sui quali vorrei focalizzare la mia riflessione sono tre:
1. lavoro sul campo
2. metodo e contenuto
3. il mio vissuto di operatore
1. Il lavoro con gli adulti in questi anni ha seguito, a mio parere, un
andamento finalizzato a cogliere le condizioni favorevoli che via via il
contesto presentava, senza forzature, ma con l’intento di valorizzare le
opportunità e le risorse presenti. Questo ha comportato uno stile di lavoro poco interventista, ma di grande ascolto, accoglienza, osservazione
e messa in gioco sul piano relazionale.
Il mio ingresso nel progetto è avvenuto nel 2006 con l’obiettivo di
una prima conoscenza dei genitori (generalmente mamme) dei bimbi
frequentanti il Ludobus, al fine di capirne i bisogni, ma anche le risorse
per favorire un processo di empowerment e di cittadinanza attiva. Il panorama che mi si è aperto è risultato subito molto complesso e ricco di
sollecitazioni: la presenza di varie etnie, di diverse situazioni socio-economiche e, non ultime, di problematiche personali e familiari. Inoltre,
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il luogo nel quale, allora, era ubicato il Ludobus, ossia il Circolo Fenulli,
ha evidenziato ulteriori livelli di complessità e problematicità personali e
relazionali tra gli adulti e fra le generazioni.
Questo ha inevitabilmente comportato che il mio intervento si spostasse anche sugli adulti frequentanti il circolo, al fine di monitorare le
relazioni fra questo e il Ludobus, non sempre positive. In alcuni casi si è
reso necessario, per alcune persone, un orientamento e accompagnamento ai servizi dopo una preliminare accoglienza e valutazione del problema. L’osservazione e l’interazione con il circolo ha evidenziato, oltre alla
disponibilità di alcune persone a collaborare per creare partecipazione,
anche fragilità legate a relazioni disfunzionali fra le persone e a difficoltà
del consiglio del circolo nel costruire consenso e coinvolgimento nella
promozione e realizzazione di eventi.
Inizia, pertanto, nel 2007 un percorso lungo e difficile, ma insieme
sfidante, orientato a promuovere il circolo quale principale centro di
aggregazione. Si comprende subito l’importanza del processo rispetto
all’“esito”, ossia l’opportunità di costituire una sorta di laboratorio delle
relazioni dove ci si allena a condividere, confrontarsi, ascoltare, partecipare e decidere per un obiettivo comune, dove l’evento finale rappresenti
il risultato, ma anche il pretesto per tessere legami virtuosi.
E’ sempre in quell’anno che si coglie l’importanza di creare sinergie fra il quartiere Fenulli ed alcune altre realtà associative presenti sul
territorio. Diventa evidente l’importanza di “aprire” ad altre risorse un
contesto tendenzialmente chiuso e ripiegato su se stesso. Pertanto si intensificano i rapporti di collaborazione, peraltro già avviati con altre realtà del territorio quali ADS Rugby Reggio, A.G.E.S.C.I. (Associazione
Guida e Scout Cattolici Italiani), G.N.G.E.I. (Corpo Nazionale Giovani Esploratori ed Esploratrici Italiani), AUSER (Autogestione Servizi
CGIL), Fa.Ce. (Famiglie Cerebrolesi Associazione provinciale di Reggio
Emilia), Reggio Calcio, Associazione La Sorgente, biblioteca S. Pellegrino, volontari di circoscrizione ed alcune parrocchie. La risposta del
territorio è al di sopra delle aspettative: in particolare con alcuni si stabiliscono collaborazioni estremamente significative (ad esempio con il
Rugby, AUSER e biblioteca) che creano davvero un valore aggiunto per
il progetto. Per me, e penso per tutto il gruppo di lavoro, queste collaborazioni hanno rappresentato un’occasione di confronto e di scambio
preziosissima perché ci ha permesso di decentrare gli interventi evitando
40
il rischio di rinforzare un sistema chiuso e di porci come gli “esperti” in
una realtà che invece aveva bisogno di recuperare le proprie competenze
attraverso un confronto-incontro fra cittadini.
Pertanto, si sono create le condizioni per costituire, nel 2010, e poi
consolidare un gruppo di cittadini (rappresentanti del consiglio e volontari del quartiere) direttamente coinvolti nella proposta e organizzazione
di iniziative di animazione (tornei di carte, tombola, feste di quartiere). Creare le condizioni per arrivare a questo, in sostanza, ha voluto
dire aspettare i tempi del contesto, affiancandolo e supportandolo in un
traghettamento che ha visto cambiamenti strutturali importanti quali il
rinnovo del consiglio e del presidente, il rinnovo della gestione del bar e
il trasferimento del Ludobus nella sede ristrutturata della Palestrina.
L’apertura della Palestrina, nel 2008, ha rappresentato a mio parere
una variabile molto significativa in quanto è stata l’occasione per adottare modalità di lavoro sempre più partecipate da parte degli abitanti
del quartiere e delle realtà associative. E’ come se, gradualmente, una
parte di cittadini avesse acquisito la consapevolezza di poter “contare” e
di poter avviare cambiamenti uscendo dall’impotenza e dal vittimismo,
attraverso esperienze di cittadinanza attiva. Nel 2008, pertanto, il mio
impegno, come quello dell’equipe, si sposta maggiormente su questo
“nuovo contenitore”, la Palestrina, nella quale rimarrò impegnata per i
due anni successivi su un progetto specifico: “Donne in quarta” (scheda
progetto in appendice).1
L’anno 2011, introduce un importante cambiamento istituzionale e
amministrativo. Il progetto esce dalla convenzione fra CPS e Comune di
Reggio Emilia e rientra fra i progetti finanziati da “I reggiani, per esempio…” mettendo in campo nuovi partners nella gestione del progetto,
e vedendo il CPS nel ruolo di capofila. In questo quadro nuovo e ridimensionato, la mia figura assume una funzione più mirata e circoscritta
1 Gennaio 2011: il progetto riceve un finanziamento dal primo bando “I Reggiani per
Esempio” soggetto capofila: Cps.
Gennaio 2012: il progetto viene presentato al secondo bando dei “Reggiani per esempio”. Capofila: Cps. Partnes di progetto: Polo Sud, Officina Educativa, Circoscrizione
Sud, Acer, Biblioteca di S.Pellegrino, Uisp, Circolo Arci Fenulli, Centro Sociale Insieme, Ass.Papa Giovanni XXIII, Ass. PerDiQua, Coop Consumatori Nordest, APS
Infinito, volontari singoli e associazioni amiche (Rugby Reggio, Reggio Calcio, Fa.Ce.)
41
al circolo Fenulli con l’obiettivo di sostenere e rendere più stabile e coeso i gruppo di volontari “care givers” garantendo loro coordinamento
e consulenza in collaborazione con Alessandra Donelli (operatrice Polo
Sud) e Laura Lanni (mediatrice sociale di ACER). Inoltre, il mio impegno rimane nel tenere le fila del lavoro di rete fra i servizi territoriali e
sul supporto alle mamme dei bambini coinvolti nelle attività. Il lavoro
con volontari del circolo Fenulli, dopo una fase di adattamento, risente
in positivo dei cambiamenti: il gruppo infatti matura progressivamente
una maggiore autonomia e comincia ad assumersi la responsabilità di
qualche iniziativa.
Questo permette poi nel 2012 di prevedere un ulteriore passo di ridimensionamento della mia presenza sul campo dovuta anche alla riduzione
del budget del progetto (le mie ore saranno solo il 10% di quelle a disposizione fino all’anno precedente). Il gruppo organizzativo del circolo continuerà ad essere coordinato da Alessandra Donelli con sempre maggiore delega e responsabilizzazione del gruppo nell’organizzazione di eventi,
mentre il mio ruolo si limiterà al suo affiancamento nel coordinamento di
attività destinate alle donne e gestite direttamente dall’associazione “Infinito”. Tale associazione, nella persona di Mariam Ouhiya, grazie alle sue
buone capacità organizzative e di autonomia, ha permesso di progettare e
realizzare incontri su temi scelti in base ai bisogni e interessi emersi dalle
donne, soprattutto straniere. I temi hanno riguardato la spesa consapevole,
l’orientamento al lavoro e alla formazione, il sistema scolastico e dei servizi
educativi extrascuola e l’alfabetizzazione informatica.
2. Il metodo che ha guidato tutto il progetto si può definire di ricercaazione, in quanto:
- ha valorizzato le persone con cui si è lavorato
- ha dato più peso alla relazione che all’obiettivo
- ha privilegiato l’idea della contrattazione e della cooperazione, oltre
che la collaborazione
Questo lavoro è stato particolarmente stimolante perché ci ha permesso di fare un viaggio di scoperta, senza ben sapere dove si sarebbe
arrivati. Si è partiti da un obiettivo generale e ambizioso quale quello
di favorire la coesione sociale e su questo ci siamo posti altri obiettivi
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intermedi. Rileggendo il processo, mi rendo meglio conto di come tutti
siamo stati disposti a mettere in discussione ogni passo, rivisto per riprogettare quelli successivi.
In questo modo, nell’operare con il circolo e il gruppo donne, sono
stati analizzati:
- gli aspetti organizzativi (come diffondere le iniziative, la destinazione di spazi per eventi, la scelta dei giorni e degli orari per gli incontri)
- gli aspetti metodologici (la costituzione dei gruppi, la funzione dei
conduttori, la gestione degli incontri)
- gli aspetti di contenuto (l’analisi delle conversazioni e dei processi,
l’attribuzione di significati, i pregiudizi, le parole chiave, le espressioni).
L’obiettivo dell’integrazione trasversale fra le differenti realtà del territorio (stranieri e italiani, giovani e adulti, reggiani e meridionali, procircolo e contro circolo ecc.) é sempre stato presente nelle azioni messe
in campo, anche perché risultavano macroscopiche le “fazioni” e le contrapposizioni in un quartiere che raggruppa molte diversità: di etnia, di
generazioni, di coinvolgimento nella cura del territorio, di problematicità, di tempo di permanenza nella zona ecc., e le controparti hanno messo
in campo non pochi tentativi di sabotaggio sotterraneo di chi veniva
percepito come avversario. Per questi motivi, abbiamo sempre cercato
di favorire la conoscenza reciproca fra le persone, incontri, scambi di
idee, di pareri, di vissuti e di percezioni. Consapevoli del fatto che un
tessuto di integrazione, pur dipendendo da fattori macrosociali (politiche ed approcci innovativi), è strettamente legato ad un microlivello che
contribuisce alla conoscenza personale e aiuta a uscire dagli stereotipi e
dall’anonimato.
La difficoltà maggiore che, a mio parere, abbiamo incontrato in questo tentativo di realizzare integrazione, è stata la forte resistenza delle
parti a vivere un cambiamento che potesse creare un intreccio, qualcosa
di diverso che prima non esisteva, pur salvaguardando le peculiarità reciproche. Mi è sembrato, invece, che ogni “gruppo” o “fazione” intendesse
l’integrazione come un percorso di assimilazione nel quale l’altro doveva
adattarsi e, solo a questa condizione, essere accettato (questo ha riguardato in particolare il rapporto italiani e stranieri). Per assimilazione si fa
riferimento ad un processo in base al quale si tende a divenire simili, e
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si basa su una visione che sminuisce i valori culturali d’origine a favore
dell’adozione di quelli della cultura dominante. In questo modo l’identità viene spezzata. Questa visione appartiene a una prospettiva lineare
che non ha mai creato reale integrazione, perché prevede che una delle
parti (solitamente la società d’accoglienza) rimanga intatta e che l’altra si
mimetizzi.2 Ma questo è impossibile, per definizione: “Una regola fondamentale della teoria dei sistemi è che un minimo mutamento in una parte
del sistema vivente, crea cambiamento inevitabile in tutto il sistema” (Von
Bertalanffy, 1968).
Di fronte a questo atteggiamento “centrico” che non riguarda solo
l’integrazione fra culture, ma la generale difficoltà di accettazione e confronto con “l’altro” diverso da me, abbiamo tentato di lavorare separatamente con i vari gruppi (penso proprio ai due luoghi, la palestrina per gli
stranieri e il circolo per gli italiani). Questa divisione è risultata visibile a
tutti e percepita dal territorio che, in parte, l’ha criticata pur avendo contribuito - con le sue resistenze nei confronti del “diverso” - a provocarla.
Ciò che personalmente ho avvertito come molto significativo lavorando
con i singoli gruppi e le singole persone è stato un importante bisogno
di riconoscimento di sè e la paura di essere sopraffatti. Questo mi ha
colpito molto e mi ha fatto riflettere sulle possibili connessioni con la
resistenza all’integrazione. Come ci si può confrontare tranquillamente
in una reciproca “contaminazione” se la propria identità in senso lato è
fragile? Se io per primo la giudico, la sminuisco? E come posso ascoltare e
accogliere l’altro se non lo so fare prima con me stesso? Di fronte a questa
forte necessità mi sembra che, con maggiore o minore consapevolezza, si
sia lavorato per accogliere, valorizzando le persone e le loro appartenenze
e cercando di promuovere una visione “comprensiva”, all’interno della
quale tutti trovano posto, “e-e” appunto contro “o-o”. Questo approccio
“scalda” e generalmente favorisce l’allentarsi delle difese relazionali. Da
questo punto di vista, la mia valutazione dei risultati è positiva. La qualità delle relazioni che si sono create con i vari gruppi parla da sola.
Rimane, a mio parere, da compiere il passo successivo, quello di creare davvero incontro fra le diversità, ossia promuovere un processo cir-
2 Su questi temi ho trovato buoni spunti nell’approccio interculturale sistemico proposto dalla dott.ssa Cecilia Edelstein (Centro Shinui Bergamo).
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colare e interattivo di cambiamento che appronti un “noi” fra persone
dai tratti misti costruiti nel tempo, un linguaggio in comune che possa
tenere insieme le diversità.
3. Premetto che, quando nel 2006 si è partiti con una piccola ma significativa esperienza di animazione con i bambini e creazione di legami
con e fra i genitori, era attivo già da alcuni anni nel quartiere un presidio
dell’unità di strada della “Papa Giovanni XXIII” rivolto ai giovani. Questo elemento ha sicuramente favorito l’implementazione di un lavoro più
ampio e sistemico su quel territorio, nel quale non si partiva da zero, ma
già con una certo tessuto di relazioni. Un altro elemento che ritengo sia
stato favorevole e critico al tempo stesso riguarda la conoscenza da parte
dei servizi sociali di molte situazioni familiari di quella zona.
Il mio ingresso nel progetto comincia da un mandato generale che
mi attribuiva un ruolo di riferimento per i genitori dei bambini frequentanti Ludobus. Eravamo ancora a una prima fase di lettura dei bisogni
e di creazione di relazioni. Dopo pochi mesi, ci si è resi conto che era
necessario allargare la nostra azione ad un contesto più vasto quale quello
del Circolo Fenulli e delle realtà associative del territorio. Questa necessità è stata dettata proprio dalla constatazione sul campo, da parte del
gruppo di lavoro, di quanto il territorio, pur nella sua problematicità,
fosse fortemente interconnesso nelle sue parti. Risultava quindi rischioso
e controproducente limitare le azioni ad un target, soprattutto senza il
coinvolgimento degli altri. Gradualmente, questo ha fatto sì che tutti
noi entrassimo sempre più nelle maglie del territorio per poter davvero
creare i presupposti di una co-costruzione fra professionisti e cittadini.
Così nel 2008, dopo due anni di lavoro con i bambini, le loro famiglie e
alcuni cittadini frequentatori e i gestori del circolo, il gruppo di lavoro,
inizialmente costituito prevalentemente da partner istituzionali (Circoscrizione, Polo, Creativ, Papa Giovanni, Acer, Città Educativa3, CPS)
ha gradualmente adottato uno stile di lavoro più interattivo e partecipato
con il territorio riguardo alla progettazione, programmazione e verifica
3 Unità Operativa che prima del 2010 si occupava della gestione di parte dei servizi
educativi del Comune di Reggio Emilia. Dal 2010 tutti i servizi educativi fanno riferimento ad un nuovo servizio denominato Officina Educativa.
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delle attività. Nasce e cresce così una rete che promuove perturbazioni,
movimenti, tutti necessari a introdurre novità e avviare processi di cambiamento. Oggi più di prima riesco a vedere che si è trattata di una rete
che definirei “disomogenea”, ossia a vari gradi di densità di relazioni (più
coese e strette di altre), caratteristica che se, da una parte, ne ha reso più
difficile la gestione, dall’altra, le ha permesso di essere più vitale e più fluida quindi maggiormente in grado di adattarsi ai numerosi cambiamenti
avvenuti lungo il percorso. Ne cito alcuni significativi: l’accoglienza del
Ludobus nei locali del circolo e il suo successivo trasferimento in Palestrina, il cambio di gestione del bar del circolo e del suo consiglio, la
fruizione da parte soprattutto di stranieri di molte attività del progetto,
la costituzione del gruppo organizzativo costituito prevalentemente da
cittadini volontari, l’ingresso di molto volontari nelle attività destinate
ai bambini, l’avvicendarsi di diversi professionisti e la modifica di alcuni
mandati (penso a Creativ, a PerDiQua, all’area giovani, all’ingresso di
Officina Educativa, di Alessandra Donelli, di Laura Lanni di Acer al
fianco di Claudio Melioli, all’affiancamento a me di Claudio Colli per
alcuni mesi, alla riduzione consistente della mia presenza sul territorio e
nelle relazioni con la rete).
Ritengo dunque che questa esperienza sia stata molto faticosa, ma
altrettanto importante a livello personale e soprattutto professionale. Per
la mia formazione sistemica, un laboratorio davvero significativo.
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DONNE IN MOVIMENTO
Autori vari
Mamme a scuola (di Rania Abdellatif1, Mariam Ouhiya2
e Gina Trezza3)
Il fenomeno migratorio ormai non è più transitorio e la presenza di
famiglie stabili ne rappresenta il tangibile segno. La conoscenza della
lingua e della cultura italiana costituisce uno strumento essenziale per
facilitare il processo di integrazione dei cittadini stranieri nella comunità
di accoglienza. E’ inoltre indispensabile per consentirne l’accesso all’attività lavorativa, formativa e ai servizi offerti e soprattutto alla possibilità
di stabilire relazioni interpersonali che, nell’osservanza delle regole e dei
valori condivisi, arricchiscono chi accoglie e chi viene accolto.
Il progetto “Mamme a Scuola” nasce per sostenere le donne di origine
straniera nel loro percorso di conoscenza della lingua, nel loro inserimento nella società e anche per l’ottenimento del titolo di soggiorno per
il quale la conoscenza della lingua italiana è ora un vincolo. Pur riconoscendo al CTP (centro territoriale permanente) il ruolo dell’insegnamento della lingua italiana, “Mamme a Scuola” è a tutti gli effetti un “bagno
linguistico” fondamentale per le donne di origine straniera; è un’occasione d’incontro, di condivisione dei propri saperi, dubbi e emozioni.
Poiché la donna è un forte elemento di equilibrio nel contesto famigliare, occupandosi spesso in prima persona della gestione educativa dei
figli e del rapporto scuola- famiglia, il progetto nasce nel 2007 proprio
con l’obiettivo di agevolare e semplificare questo rapporto: la mamma si
ferma a scuola dopo aver accompagnato il figlio in classe, ne frequenta
l’ambiente, apprende i termini scolastici e acquisisce familiarità con i
docenti.
1 Operatore politiche per l’integrazione, l’inclusione e la convivenza - Comune di
Reggio Emilia.
2 Presidente Associazione Infinito.
3 Volontaria Circoscrizione Sud.
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Negli anni poi, come ogni cosa, il progetto ha subito un’evoluzione
e i corsi vengono ospitati anche in altri luoghi della città come ad esempio ludoteche o parrocchie o sedi di circoscrizioni che nel tempo hanno
colto l’importanza di coinvolgere i/le cittadini/e del proprio territorio.
Il progetto si rivolge ogni anno nel Comune di Reggio Emilia circa
70 donne di origine straniera e i corsi sono tenuti da donne: questa peer
education di genere agevola il processo di socializzazione e apertura verso
il nuovo.
Il progetto è previsto da una strategia di governance del fenomeno
migratorio in città e gli obiettivi specifici che si vuole raggiungere sono
molteplici; tra questi:
- semplificare la comunicazione scuola - casa
- ridurre l’isolamento femminile favorendo luoghi di incontro
- sostenere l’empowerment delle donne di origine straniera
- promuovere il volontariato in città
- creare occasioni di coesione e interazione tra persone di origine e di
generazioni diverse.
Il progetto “Mamme a Scuola” è promosso dall’Assessorato per l’Integrazione, l’Inclusione e la convivenza e realizzato in collaborazione con i
servizi del territorio del Comune di Reggio Emilia tra cui il servizio educativo di “Officina Educativa”, i Poli Sociali Territoriali, le Circoscrizioni
e le scuole primarie.
Il gruppo che frequenta il corso di alfabetizzazione di lingua italiana in
Palestrina appare molto eterogeneo per livello culturale, età e provenienza. Alcune donne lo seguono da tempo altre si sono aggiunte quest’anno
motivate dal test di L2 e dal corso di alfabetizzazione informatica. Il
numero complessivo è di 25 donne di età compresa tra i 18 e i 50 anni.
Il loro livello scolastico nei paesi d’origine parte dall’analfabetismo di
alcune fino agli studi universitari di poche altre.
I paesi di provenienza sono: Kossovo, Marocco, Algeria, Yemen, Egitto, Tunisia, Senegal, Burkina Faso, Palestina, Ucraina, Albania, Georgia.
Per rendere più efficace l’insegnamento per l’anno scolastico 20122013 abbiamo formato due gruppi di livello omogeneo per competenze;
il primo di livello A1 e il secondo di livello A2, secondo i parametri
europei.
Le dodici donne che abbiamo preparato per partecipare all’esame del
test di A2 al CTP di Reggio Emilia hanno superato brillantemente la
prova. Crediamo che questi risultati siano dovuti non solo ad una scelta
attenta di metodologie e materiale didattico utilizzati, ma anche alla par48
ticolare attenzione alla relazione fra chi insegna e chi apprende, nonché
ad uno spirito di positiva cooperazione che piano piano si è consolidato
tra di loro.
Il gruppo A1 invece richiederebbe un insegnamento individualizzato,
per la disparità di livello di conoscenza della lingua evidenziato dalle
donne e per le maggiori difficoltà di apprendimento, ma ad oggi purtroppo le risorse volontarie a cui è affidata la gestione del progetto non
consentono un investimento tanto significativo.
Alfabetizzazione informatica (di Mariam Ouhiya)
L’Associazione Infinito, in collaborazione coi Servizi Sociali Territoriali-Polo Sud e col Centro Insieme di via Della Canalina, ha organizzato
un corso di informatica di base rivolto alle donne del quartiere FenulliBergonzi nel periodo compreso tra novembre 2012 e aprile 2013.
Il corso era articolato in 3 moduli da 8 incontri di due ore ciascuno
ed ha avuto come obiettivo quello di avvicinare le donne all’utilizzo del
computer, spiegandone l’architettura e le funzioni, iniziando da subito
il suo utilizzo in aula. Nel dettaglio è stato spiegato il sistema operativo
Windows, sono state illustrate le funzioni per l’utilizzo di Internet e della
posta elettronica, del programma di videoscrittura Word, delle periferiche ecc…
La proposta di alfabetizzazione informatica, dopo un lungo periodo
di gestazione, ha registrato un’adesione entusiastica e numerosa sia tra le
donne straniere che tra quelle italiane. Le partecipanti sono state in tutto
18, equamente suddivise tra italiane e straniere. Si sono fatte quindi coppie miste davanti ad ogni computer, per favorire lo scambio sia culturale
che di competenze. La frequenza e l’impegno sono stati eccellenti e la
verifica di fine corso ha registrato risultati positivi per tutte.
Le donne hanno espresso apprezzamento per questo primo modulo di
otto incontri ed hanno richiesto la continuazione per il prossimo anno,
a partire da ottobre 2013. Abbiamo verificato attraverso vari esercizi e
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simulazioni che l’uso del computer favorisce e facilita l’apprendimento
corretto della lingua italiana.
Cuciniamo insieme (di Mariam Ouhiya)
Donne in apprendimento dunque, nei corsi di lingua italiana e di
informatica, ma anche donne capaci di restituire un sapere proprio alla
comunità che le ha sapute accogliere.
Il 17 maggio 2013 infatti i Servizi Sociali Territoriali - Polo Sud, in
collaborazione con l’Assessorato alla Coesione e Sicurezza Sociale, l’Associazione Infinito e la Coop Consumatori Nordest hanno offerto ad alcune donne migranti coinvolte nel progetto l’opportunità si sperimentarsi
ai fornelli in occasione della prima edizione de “Il Mondo Tra i Fornelli
- Cuciniamo Insieme”.
Nella fase progettuale l’esperienza ha rappresentato un momento importante di confronto sulla cultura femminile; le più “coraggiose” tra le
donne hanno accettato la sfida di provare a cucinare per un pubblico di
una ventina di persone circa, con risultati estremamente incoraggianti.
Ibtisame e Naima si sono sentite portatrici esperte della tradizione culinaria dei loro paesi e la serata con menu palestinese si è svolta all’insegna
di una simpatica convivialità: “Meravigliose le cuoche e ottima la compagnia” - si legge in uno dei tanti biglietti anonimi raccolti a fine serata, coi
quali si è voluto sondare il gradimento della cena etnica - “Continuate
così. Serate come queste devono assolutamente essere ripetute”.
Le donne hanno potuto in questo modo sentirsi forti della loro esperienza ai fornelli, mettendo a disposizione la loro passione per la cucina,
preparando ed insegnando alcuni piatti tipici dei loro paesi d’origine a
chiunque fosse desideroso di alzarsi dalla sedia per avvicinarsi al tavolo da
lavoro e mettersi in gioco imparando una ricetta nuova.
Abbiamo notato infatti quanto la cucina sia un elemento che contraddistingue le varie culture nonché un’occasione che favorisce l’incontro e
le relazioni sociali. Infiniti sono gli aspetti da scoprire quando ci si avvicina a piatti di altri paesi: quali ingredienti vengono favoriti? A che ora
si mangia? Quante portate? Ci sono usi e costumi particolari attorno al
sedersi a tavola? Ma poi, ci si siede a tavola? O si mangia seduti per terra?
Abbiamo considerato che accostarsi ai piatti delle culture che ci circondano e che ormai fanno parte del nostro quotidiano sia un modo
efficace per valorizzare competenze, conoscersi meglio e stringere, perché
no, nuove amicizie.
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L’attività motoria in Palestrina (di Evelyn Iotti4 e Lucia Sturloni5)
Quando il Polo di Servizio Sociale ci contattò per avviare un corso
di attività motoria in via Fenulli era l’anno 2009. La Palestrina era stata
inaugurata nel 2008 ed al suo interno già si svolgevano attività di doposcuola e ludoteca per i bambini, e qualche incontro tematico per le
mamme.
La finalità della proposta, ci fu subito spiegato, era quella di offrire
uno spazio ai cittadini del quartiere affinché potessero fare insieme un’attività utile, che generasse benessere psico-fisico, e che al tempo stesso offrisse l’opportunità alle persone di incontrarsi, conoscersi e, se possibile,
allacciare nuove relazioni di buon vicinato.
Il corso lo si era immaginato rivolto a tutti i cittadini interessati del
quartiere, ma sapevamo da subito che se fossimo riuscite nel compito di
coinvolgere le donne magrebine avremmo dovuto escludere la frequenza
da parte degli uomini.
E così fu.
Si cominciò proponendo all’interno dei locali della Palestrina un duplice appuntamento settimanale, nella fascia mattutina, totalmente gratuito per le partecipanti, così che venne a formarsi da subito un gruppo
misto, di donne italiane e straniere (queste ultime in prevalenza magrebine), con presenza discontinua nell’arco della settimana ma costante nel
tempo, da ottobre a giugno.
La Palestrina non è una vera e propria palestra. E’ un locale dai molteplici utilizzi, seminterrato (i gradini rappresentano senz’altro una barriera architettonica per le persone più anziane), ampio ma con due colonne
centrali ad interrompere la fruizione del suo spazio. Alle donne è stato
chiesto di portarsi da casa i tappetini su cui stendersi, di dare una mano
4 Responsabile uisperlagrandetà.
5 Operatrice UISP in Palestrina.
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a spostare i tavoli, quando capitava che intralciassero, o di chiudere un
occhio se talvolta capitava che sul pavimento ci fossero ancora le briciole
della merenda dei bambini del giorno precedente.
Non tutte le donne hanno compreso da subito il senso che per i
promotori aveva quell’attività motoria. Ci è voluto tempo per costruire corresponsabilità, per far comprendere alle donne di essere dentro
un disegno più ampio, una progettazione complessiva che riguardava
il quartiere popolare ed i suoi cittadini, ma piano piano sono stati fatti
importanti passi avanti. Per esempio, il corso 2011-2012 e poi anche
quello dell’anno successivo sono stati parzialmente finanziati dalle donne
frequentanti, a cui è stato chiesto un modesto contributo ad integrazione del finanziamento ricevuto dal bando “I Reggiani, per Esempio”. Ci
sembrava un passaggio importante di corresponsabilità, anche a fronte di
risorse pubbliche in drastico ridimensionamento.
Che cosa pensate del corso? – abbiamo chiesto loro – Ne siete soddisfatte?
Avete piacere che continui? Avete proposte?
La risposta, niente affatto scontata, è stata: sì, vogliamo che continui,
perché ci piace che sia qui, vicino a casa, e siamo soddisfatte della qualità,
e per questo siamo disponibili a pagare un contributo affinché possa andare
avanti.
L’anno in corso – va’ detto – ha visto purtroppo una riduzione della
presenza di donne migranti rispetto alle donne italiane. Ipotizziamo che
la quota di partecipazione, sebbene contenuta, possa avere scoraggiato
qualcuna dell’iscrizione. Sappiamo che il quartiere ha fragilità e problematiche economiche da non sottovalutare e per questo, in accordo col
Polo, si è pensato ad eventuali iniziative di raccolta fondi, da realizzare
con le donne, per consentire così la partecipazione di tutte quelle che
oggi fanno più fatica a destinare una quota a un’attività percepita come
non necessaria, non fondamentale nel bilancio familiare.
Infine, per quanto concerne l’obiettivo dell’integrazione e della costruzione di legami tra le partecipanti, ci sembra di poter affermare che
il clima è sempre stato positivo, di rispetto e collaborazione tra le donne,
che senz’altro si sono guardate ed ascoltate con attenzione durante l’attività.
Nonostante l’interesse principale delle partecipanti non fosse centrato
sull’approfondire la conoscenza reciproca una volta terminata la lezione
in palestra, non c’è dubbio che praticare insieme un’attività, qualunque
essa sia, rappresenti un ottimo “pretesto” per incontrarsi e muovere dei
passi, gli uni verso gli altri.
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“Il quartiere e’
un gruppo di amicizia”
Riflessioni tra punti di forza, criticita’ e nuove piste
di lavoro dell’esperienza con i bambini
Sofia Acerbi, Lorena Chiessi
Équipe educativa territoriale Sud
Officina Educativa
A partire dall’anno scolastico 2010/2011, con la nascita del Servizio
Officina Educativa, l’Equipe territoriale Sud ha contribuito a promuovere e valorizzare - in collaborazione con l’Associazione PerDiQua ed il
Polo Sud di Servizi Sociali - le azioni legate alle attività di Doposcuola e
di Ludoteca che hanno luogo nel quartiere di via Fenulli.
Tali attività nascono dall’esigenza, sentita ed espressa da numerose
famiglie, in particolare di origine straniera, di poter trovare sostegno ed
accompagnamento rispetto agli apprendimenti scolatici dei propri figli,
individuando la necessità di un aiuto nelle consegne legate ai compiti
pomeridiani.
Abbiamo infatti in più occasioni riscontrato sia dal confronto diretto con i genitori, ma anche dall’esperienza condotta insieme ai bambini, che i compiti da svolgere rivestono un valore educativo importante
non solo in relazione agli aspetti connessi alla didattica e come rinforzo rispetto agli apprendimenti del mattino, ma soprattutto in funzione
dell’acquisizione di autonomie e nel consolidamento delle competenze
legate all’organizzazione del proprio lavoro.
Inoltre, il momento dei compiti può assumere una dimensione relazionale ed affettiva efficace se vissuta in un contesto che prevede lo
scambio e il confronto all’interno di un piccolo gruppo di coetanei e di
adulti significativi.
I bambini possono misurare se stessi, i loro saperi, attivare modalità
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di aiuto reciproco e processi cooperativi, rafforzare l’autostima sperimentando le proprie potenzialità e competenze.
Allo stesso modo nel gioco vengono stimolati importanti processi di
apprendimento.
I bambini, infatti, esprimono interessi, curiosità e sentimenti potendo agire in maniera auto-determinata e sperimentando, senza timori, le
conseguenze del proprio agire.
La dimensione ludica offre quindi un sistema aperto d’interazione
che consente molteplici esperienze con se stessi e con gli altri.
In tal senso si colloca l’azione preziosa dei coordinatori dell’Associazione Perdiqua, delle volontarie e dei volontari che contribuiscono a dare
vita al progetto di Doposcuola e di Ludoteca, investendo, da alcuni anni,
oltre al proprio tempo, anche energie, pensieri ed un impegno costante.
A fianco di un piccolo gruppo di volontarie, tra cui alcune insegnanti
in pensione, svolgono un ruolo fondamentale i giovani studenti delle
Scuole superiori coordinati dall’Associazione PerDiQua ed in parte provenienti dal progetto dell’amministrazione comunale Leva Giovani. Il
gruppo, eterogeneo per età, esperienze e formazione, a partire da una
forte condivisione d’interessi e motivazioni legate al luogo, all’esperienza
proposta e ai temi della responsabilità educativa diffusa e della partecipazione, ha costruito nel dialogo e nel confronto, anche intergenerazionale,
una sinergica modalità di collaborazione.
L’équipe educativa riconoscendo ricchezza nell’incontro delle differenti risorse portate da ciascuno, si è assunta fortemente l’impegno di
stimolare lo scambio tra volontari e coordinatori delle attività, in relazione ai vissuti ed alle letture dell’esperienza condivisa, attraverso una
supervisione periodica declinata in tavoli di lavoro con cadenza mensile.
L’incontro periodico tra la referente del Servizio (Lorena Chiessi),
i coordinatori di progetto per l’Associazione PerDiQua (Greta Veroni,
Antonio Porzio e Alice Mazzoli) e la volontaria “referente” per le attività
educative (Gina Trezza), è occasione fondamentale non solo di carattere
organizzativo ma soprattutto di riflessione sul proprio agire e sui significati di alcune scelte e garantisce un tempo di qualità per mettere in
circolo interpretazioni rispetto alle esigenze dei bambini e delle famiglie
e condividere stili e approcci educativi.
Nell’ottica non solo di valorizzare ma anche di far crescere e potenziare
tali risorse, abbiamo sperimentato anche strategie di affiancamento delle
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azioni quotidiane, in particolare in riferimento alle attività di Ludoteca.
Nei pomeriggi di Ludobus le proposte ludiche e laboratoriali hanno
previsto, negli anni scorsi, la collaborazione in situazione, tra volontari e
figure educative dell’équipe.
“Poter fare insieme e confrontarsi rispetto a ciò che si è fatto e vissuto”
rappresenta un’occasione di auto-formazione non teorica ma legata al
contesto con i suoi vincoli e le sue potenzialità.
Proprio a partire dall’analisi del contesto stesso, da alcune criticità
legate agli spazi e al loro utilizzo, si è cercato - ad esempio - d’individuare
prassi organizzative e criteri per la formazione del gruppo dei bambini,
che favorissero un clima il più possibile accogliente e costruttivo.
Oltre a sostenere l’attenzione legata al micro-contesto del Doposcuola
e della Ludoteca, abbiamo colto la necessità di allargare lo sguardo sul
territorio circostante, favorendo opportunità nelle quali persone, gruppi
e organizzazioni si possano incontrare e conoscere, per fare qualche passo
insieme attorno ad esperienze concrete.
Già a partire dallo scorso anno scolastico, l’équipe educativa ha promosso alcuni momenti d’incontro con altre realtà aggregative formali ed
informali, doposcuola e ludoteche, operanti sul territorio, al fine di favorire la costruzione di legami e responsabilità educative diffuse, creando
circolarità di esperienze e pensieri e assumendo il dialogo e lo scambio
come chiave per affrontare la complessità.
In queste occasioni si raccolgono da parte dei volontari anche bisogni
di carattere formativo che possono essere sviluppati in successivi incontri
d’ approfondimento.
Da qui - ad esempio - la proposta di quest’anno di organizzare momenti laboratoriali, a cura delle educatrici e atelieriste del Servizio Offiicina Educativa, per acquisire maggiori consapevolezze attorno ai linguaggi materici.
Poiché educare è certamente un’avventura collettiva e non l’impresa
solitaria di singoli o gruppi, l’attivazione di alleanze e sinergie è uno
sforzo comune che investe la rete delle agenzie territoriali come scuola,
servizi, associazioni e famiglie.
L’esperienza ormai consolidata di Doposcuola e Ludoteca nel quartiere di via Fenulli deve necessariamente essere letta all’interno di una cornice territoriale più ampia che comprende altri luoghi, opportunità e risorse da conoscere, esplorare e con i quali costruire intrecci e continuità.
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Orientando i nostri sguardi e le nostre azioni in questa direzione, il
quartiere Fenulli (non solo gli spazi condominiali ma il fuori e, quindi, i portici, le strade, il parco...) può tendere a diventare un autentico
Laboratorio aperto per sperimentare esperienze e percorsi educativi che
abbiano la loro centralità nella promozione di autonomia, integrazione,
innovazione e cittadinanza.
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Diario di bordo
Note sull’esperienza
Intervista a Lorena Chiessi
a cura di
Chiara Bonazzi e Alberto Pioppi
Le considerazioni che seguono sono il risultato di un’intervista effettuata a Lorena Chiessi (referente per Officina Educativa delle attività di
doposcuola e ludoteca in Palestrina) da Chiara Bonazzi e Alberto Pioppi.
Ci premeva, infatti, raccontare come un’esperienza di tipo educativo
si collochi all’interno di un progetto che nasce con l’obiettivo principale
di garantire uno spazio di socialità e di incontro.
Come Officina Educativa, abbiamo iniziato a lavorare in via Fenulli
circa tre anni, in stretta collaborazione con l’Associazione PerDiQua, e
a partire da una richiesta del Polo Sud volta ad un ripensamento delle
attività educative offerte ai bambini del quartiere.
Erano già presenti sia la ludoteca che il doposcuola. L’obiettivo primario dell’esperienza di animazione era senz’altro raggiunto: i bambini
partecipavano volentieri, le famiglie pure e i volontari lavoravano con
entusiasmo.
Per quanto riguardava, però, alcuni aspetti didattico-educativi, eravamo tutti concordi che bisognasse introdurre qualche cambiamento.
I bambini iscritti al doposcuola erano 55: troppi in considerazione
dello spazio e dei volontari a disposizione. Anche se non frequentavano
tutti contemporaneamente, non c’erano neanche sufficienti posti a sedere ai tavoli. Nello stesso luogo si incontravano anche le mamme insieme
ad altri figli più piccoli: questo era senz’altro utile per sostenere la socializzazione e la costruzione di relazioni tra famiglie ma, nell’unico spazio
a disposizione, il rumore di sottofondo influiva in modo negativo sull’at-
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tività di studio. Ogni volontario doveva occuparsi di diversi bambini ed
era difficile riuscire a dare omogeneità al lavoro perché anche i volontari
avevano provenienze, formazioni ed età diverse (giovani i coordinatori
ed i volontari dell’Associazione PerDiQua; adulti e anziani quelli che
invece si erano avvicinati al progetto senza fare riferimento ad alcuna
associazione).
Era una situazione che non permetteva di lavorare in modo davvero
utile per i bambini.
Si è quindi deciso di definire un numero massimo di posti per il doposcuola in considerazione sia degli spazi che del numero di volontari a
disposizione.
Nel valutare i nominativi per l’accesso si è cercato di tenere conto della
continuità dell’esperienza, le necessità dei bambini, la data dell’iscrizione.
Si trattava, nell’insieme, di bambini che avevano bisogno di partecipare ad una attività di doposcuola e, lavorando in rete con tutte le realtà ed esperienze educative sul territorio (che è molto ricco sotto quest’
aspetto) è stato possibile garantire a tutti gli “esclusi”, una valida alternativa indirizzandoli ad un altro doposcuola della zona.
Non è stata una scelta facile: si era consolidata un’abitudine e, anche
se i risultati dal punto di vista didattico ne avrebbero tratto vantaggio, era
complesso spiegare alle famiglie le motivazioni che ci avevano orientato,
soprattutto nei casi in cui era il loro bambino che si doveva “spostare”
in un altro doposcuola. Una volta compreso e sperimentata l’alternativa
offerta, le difficoltà sono rientrate.
Si è quindi portato il numero degli iscritti a 27 con un rapporto volontari/bambini di 1 a 2 organizzando gruppi stabili suddivisi per classi.
In questo modo è stato possibile sia avviare un attento lavoro di recupero scolastico nelle situazioni in cui era necessario che trovare una modalità di lavoro condivisa all’interno del gruppo dei volontari mettendo
a valore le conoscenze e le abilità di ciascuno.
I bambini che frequentano la Palestrina, infatti, abitano tutti nel
quartiere, sono quasi tutti stranieri e, talvolta, presentano difficoltà scolastiche.
Come Servizio, manteniamo un continuo raccordo e confronto sia
con l’Associazione PerDiQua, che con i volontari adulti che con le scuole del territorio. Il rapporto con queste ultime è fondamentale sia per la
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costruzione di strategie condivise che per orientare il lavoro con ciascuno
studente.
Nel confronto con le scuole di riferimento, è emerso in breve tempo
come i cambiamenti organizzativi introdotti avessero dato esiti positivi
rispetto al rendimento scolastico anche maggiori rispetto ad altri doposcuola in cui non era stato possibile mantenere un rapporto educatori/
bambini così stretto.
Altro aspetto affrontato è stato quello del rapporto con i genitori (sostanzialmente mamme).
In origine, quando è nata l’esperienza del doposcuola, ci si era dato un
obiettivo molto elevato: lavorare insieme con bambini e genitori perché
fossero questi ultimi ad acquisire strumenti e capacità per seguire i propri
figli nei compiti.
Già dopo un breve periodo, ci si è resi conto di quanto fosse complesso lavorare anche insieme alle mamme sia per problemi linguistici (molte
di loro non conoscevano bene la lingua italiana o non la conoscevano
affatto), sia perché molte necessitavano di portare con sé anche figli più
piccoli creando una situazione rumorosa che non sosteneva la concentrazione e lo studio.
Soprattutto se frequentavano già la quarta o la quinta elementare,
era possibile che i figli conoscessero la lingua italiana meglio delle madri
stesse che non erano in grado quindi di supportarli. Per essere utile in
qualche modo, qualcuna si offriva di aiutare nei compiti altri bambini di
prima elementare. Complessivamente, però, era una situazione di difficile gestione e che dava origine anche a qualche momento di imbarazzo.
Il gruppo di coordinamento ha quindi deciso di riformulare il progetto cercando modalità diverse per il coinvolgimento delle famiglie in
modo da superare i problemi rilevati evitando, però, una totale delega del
lavoro agli educatori.
La strada individuata, in quanto accessibile a tutte le mamme, è stata quella di proporre loro un coinvolgimento pratico (preparazione di
addobbi, travestimenti, ecc. in occasione di feste che le mamme hanno
approntato in gruppi presso le loro abitazioni) ed incontri comuni di
confronto/riflessione sull’andamento delle attività.
Se, in un primo momento, non erano state ben comprese le finalità
degli incontri con gli educatori, nel tempo, le mamme hanno dimostrato
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maggiore interesse e partecipazione, hanno chiesto informazioni e parlato di loro eventuali preoccupazioni. Tra i temi affrontati, per esempio,
quello del sostegno scolastico: oltre a non conoscere bene le procedure
burocratiche, dai racconti emergeva anche preoccupazione, la fatica di
accettare che il proprio figlio potesse avere difficoltà particolari e il timore che la presenza di un insegnante di sostegno significasse esporlo a
mostrarsi “diverso” di fronte alla classe.
Dallo scorso anno, nonostante ci sia ancora un importante problema
di comprensione della lingua italiana, la situazione con le famiglie è molto migliorata grazie al lavoro fatto insieme.
C’è un ottimo rapporto ora con le mamme che ci salutano per la
strada e sono sempre contente di incontrarci. Nel corso delle riunioni
parlano tutte, si informano e si mettono in gioco anche raccontando la
loro storia e la loro esperienza. Ha facilitato in questo anche il fatto che,
anche come educatori, a nostra volta abbiamo portato esempi sul piano
personale che sono stati realmente utili per stemperare le diffidenze e
acquisire un rapporto di maggior fiducia.
Il prossimo anno abbiamo valutato che sarà possibile accogliere 30
bambini.
Qualche parola anche sulla ludoteca che, rispetto ai primi temi, vede
un’affluenza minore di bambini (quest’anno, in media 10/12). Una delle
ipotesi formulate al riguardo è che, essendo i bambini tutti del quartiere,
l’età media si è un po’ alzata negli anni con conseguenti evoluzioni anche sugli interessi individuali. Qualcuno dei precedenti frequentatori si
è spostato, infatti, sul pomeriggio del martedì che è dedicato ad attività
mirate all’età pre-adolescenziale.
In un primo tempo, si era tentato di proporre attività di gioco condiviso a mamme e bambini. Offrire percorsi già strutturati, non ha, però,
dati gli esiti sperati risultando difficile il coinvolgimento degli adulti. Si
sta quindi valutando di agganciare le donne fin dal momento della progettazione delle iniziative (feste e laboratori creativi) in modo che possano
proporre loro stesse qualche attività a partire dalle proprie abilità personali.
C’è anche l’idea di promuovere la partecipazione delle famiglie alla
gestione del locale o alternandosi nel portare le merende o nel tenere
puliti gli ambienti.
Grazie ai momenti vissuti in comune in palestrina, si è formato oggi
un gruppo di mamme che sono più in relazione rispetto al passato e
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spesso si trovano fuori sotto al portico, nel parco o in casa. Nell’ottica di
promuovere conoscenza ed utilizzo delle risorse del territorio, quest’estate verrà proposta la terza edizione dell’attività “Quattro passi in quartiere” che vede coinvolti in visite guidate di alcuni luoghi di interesse sia i
bambini che le famiglie che lo desiderano. Con il medesimo obiettivo, si
è provato anche a favorire la frequentazione della biblioteca del quartiere
che ha uno spazio grande dedicato ai bambini.
Quello che mi sembra particolarmente interessante sottolineare rispetto all’esperienza di questi anni è come, nel tempo, sia stata possibile
un’evoluzione del progetto che si è modificato trovando aggiustamenti a
partire dalla realtà in cui si colloca.
Interessante anche la rete che si è creata sul territorio, il filo diretto
con le scuole e la continua restituzione alle famiglie di quanto fatto.
Lavorare in questo modo è fonte di grande soddisfazione ma richiede
anche un’attenzione costante per cogliere possibili cambiamenti anche
nelle sfumature.
Grande ricchezza è costituita anche dalla compresenza di generazioni così diverse. Non è affatto scontato che giovani e anziani riescano a
lavorare insieme in modo così dinamico mantenendo un rapporto di
stima e complementarietà. La presenza anche di volontari anziani un po’
compensa, per alcuni bambini che hanno lasciato i parenti nel paese di
origine, la mancanza qui di una rete familiare allargata.
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Al di la’ delle appartenenze
L’esperienza di volontariato
nel quartiere Fenulli-Bergonzi
di Alessandra Donelli
Operatrice Sociale per l’Accoglienza
e la Progettazione Territoriale - Polo Sud
Comune di Reggio Emilia
“Non scriverlo però il mio nome” dice N., volontaria che dal 2010
presta servizio in Palestrina aiutando i bambini nello svolgimento dei
compiti. “Il nome non è necessario. Scrivi solo che sono una volontaria
di 73 anni che ogni anno si dice - adesso basta, gli anni passano, è ora
di fermarsi - e poi invece va avanti perché la gratificazione che ti danno i
bambini non te la dà nessuno”.
Parlo con N. in un momento un po’ particolare: “Sai com’è, i bambini sono tanti, coi libri, gli zaini... e io non mi sono accorta di quello zaino
per terra e sono inciampata; ho perso l’equilibrio e non sono riuscita
ad evitare una botta alla schiena, però ho tenuto duro, ho finito il mio
lavoro coi bambini e poi, visto che il dolore non cessava, sono andata a
farmi visitare al Pronto Soccorso”. Mi colpisce questa dedizione assoluta
in un tempo in cui sembra che le persone si attivino solo a fronte di un
corrispettivo in denaro. “Ora mi hanno messa un po’ a riposo, ma appena sto meglio torno in Palestrina… mi dispiace di mettere in difficoltà le
altre volontarie, e i bambini, che hanno le loro preferenze, sai, ti scelgono
proprio, anche se poi quando manca una volontaria loro lavorano bene
anche con le altre, e noi non siamo gelose del rapporto coi bambini. Sì,
c’è proprio un bel clima e per questo non mi pesa il mio impegno volontario”.
Ma come è iniziata questa esperienza in Palestrina, le domando: “Io
sono andata in pensione nel 1994 e non sono mai stata dell’idea di met-
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termi a riposo, così presentavo progetti alle scuole, lavoravo a delle narrazioni, perché sono maestra. Di entrare in un’associazione non ho mai
pensato… facevo le mie proposte direttamente, poi ho saputo da Gina,
un’altra maestra in pensione, che c’era bisogno del sostegno didattico in
un doposcuola nel quartiere Fenulli, e ho pensato che potevo essere utile
a questi bambini”.
N., ma anche Gina, Daniela, Marinella, Patrizia, Loretta, Claudia,
Agata, Luisa, Carlo… volontari impegnati nell’attività di doposcuola o
alfabetizzazione in lingua italiana, ciascuno con la propria storia e le proprie motivazioni che ogni giorno si alimentano in un fare “per servizio”
e non certo “per fini di lucro”.
“Io ho fatto l’impiegata per quarant’anni” – dice Patrizia – “E quando sono andata in pensione ho cercato subito un’opportunità per stare
coi bambini. Da ragazza avrei voluto fare la maestra d’asilo, così ora ho
potuto recuperare in un qualche modo il rapporto coi bambini. Prima
c’è stato il progetto “Mamme a Pieve” e poi ho saputo della “Palestrina”
di via Fenulli, attraverso la campagna per il volontariato “Anche tu per
esempio”. Mi sono interessata, ho provato, e subito un po’ di impressione me l’hanno fatta tutti quei bambini… l’anno scorso c’era un po’ di
caos, ma poi le cose sono migliorate, ci siamo dati delle regole per poter
lavorare al meglio e direi che ora le cose funzionano bene”.
Ma che cosa è che ogni volta la spinge a scendere i gradini della Palestrina per aiutare i bambini a fare i compiti?: “Loro sono molto affettuosi
e questo è gratificante per me. E poi gli altri volontari… Io non conoscevo nessuno quando sono arrivata e poi invece ho visto che si lavorava
tutti insieme, volontari più anziani coi volontari giovani delle scuole superiori. Questa del confronto coi volontari più giovani la trovo proprio
una cosa bella”.
Quando ho chiesto alle volontarie del sostegno didattico la disponibilità ad affiancare le donne/mamme del quartiere nell’utilizzo del computer durante un laboratorio di informatica di base che era in fase di
progettazione mi aspettavo di sentirmi dire che il tempo rimasto, dopo
il servizio volontario prestato coi bimbi in Palestrina, non c’era più. Al
contrario le volontarie hanno risposto con entusiasmo e calore: “In effetti se ci siamo anche noi, che già conosciamo queste donne, il computer può fare un po’ meno paura…” oppure “Potrei dovermi assentare
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qualche giorno… sta per nascermi un nipotino, in Irlanda, e se succede
partirò subito, ma torno presto, ve lo prometto”.
I volontari più giovani sono studenti delle scuole superiori che fanno
riferimento all’associazione “PerDiQua”, alla formazione in classe “I-do”
ed al progetto dell’Amministrazione Comunale “Leva Giovani”. Sono
Sonia, Claudia, Giorgia, Marco, Alessia… una ventina di ragazzi e ragazze con un’età compresa tra i 15 e i 28 anni, in gran parte alla prima
esperienza di volontariato, che si sono lasciati incuriosire dalla possibilità
di fare questo tipo di esperienza: “Ammetto di aver iniziato per avere
un credito” - dice Giorgia, 17 anni - “ma poi ai bambini ci si affeziona;
pian piano capisci che stai facendo un’esperienza formativa, che ti apre la
mente così che la mia visione oggi è molto più tollerante che all’inizio”.
Alessia, 16 anni: “La prima volta mi sono sentita un po’ spaesata, non
sapevo cosa fare e come comportarmi, i bambini erano molto vivaci ed
essendo io abbastanza piccola un anno fa non sapevo come farmi ascoltare; poi, con l’aiuto dei volontari più esperti mi sono sentita molto più
esperta e sicura di me”. Claudia, 18 anni: “Mi sono sentita totalmente
accolta dal primo giorno, ho cominciato a conoscere quasi tutti i bambini e subito c’è stata una confidenza speciale, una sorta di affezione e
un’amicizia particolare anche con gli altri volontari”.
Insieme ai volontari adulti-anziani ed ai ragazzi che prestano servizio
coi bambini e le mamme, vanno ricordati i volontari che sostengono
le iniziative pubbliche, di animazione, del piccolo Circolo Arci Fenulli, situato proprio nel cuore del quartiere, a pochi passi dalla “Palestrina”. Annamaria, Lorena, Maria, Vittorio, Mario, Marcello… in parte
componenti del Consiglio del Circolo ed in parte comuni cittadini che
desiderano tenere vivo il quartiere in cui abitano anche attraverso la proposta di iniziative che possano aggregare le persone, farle conoscere, farle
partecipare: “Io sono una volontaria Auser” - dice Annamaria, residente
in via Fenulli - “ma quando do una mano al Circolo smetto i panni della
volontaria Auser e sono solo una cittadina che abita nel quartiere e vuole
impegnarsi per migliorare la qualità della vita di chi abita qui”.
Il Circolo organizza cene per il piacere di fare uscire di casa le persone
e farle sedere per un po’ tutte insieme, e collabora con i servizi e le associazioni del quartiere per realizzare feste e celebrare le principali ricorrenze.
“Adesso” - dice Marcello Bonacini, presidente del Circolo - “stiamo pro-
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ponendo un pomeriggio di tombola al mese per offrire qualcosa anche ai
più anziani e a quelle persone che diversamente non frequenterebbero i
nostri locali. Offriamo una merenda e chiudiamo un occhio se durante il
gioco c’è un po’ di confusione perché le signore amano chiacchierare…
Quello che ci interessa è che tutti possano sentirsi accolti e partecipare
alle iniziative ed alla vita del quartiere, come era un tempo, e come oggi
avviene con più difficoltà per tante ragioni”.
Fin dalla sua origine il progetto di animazione del quartiere FenulliBergonzi-Compagnoni ha potuto contare sulla presenza più o meno costante di volontari giovani e adulti-anziani senza i quali la continuità e la
sostenibilità delle proposte educative e di animazione non sarebbe stata
garantita nel tempo.
Infatti, se è indubbiamente vero che la presenza di operatori/educatori ha contribuito e ancora contribuisce a qualificare, supervisionare,
mettere a valore i risultati prodotti, è altrettanto vero che la presenza di
cittadini-volontari ha arricchito l’esperienza progettuale non solo in termini di risorse, ma anche di pensiero, di riflessione sull’agire e sulle scelte
da effettuare in funzione di obiettivi comuni e condivisi.
Se consideriamo che oggigiorno il ruolo che il volontariato può ricoprire all’interno di una comunità si sta sempre più ampliando e differenziando rispetto al passato, possiamo guardare all’esperienza della “Palestrina” e del Circolo Arci Fenulli come ad un interessante laboratorio
dove confluiscono volontari eterogenei per età, per provenienza, storia
personale e presumibilmente motivazione. Volontari che si sono avvicinati al progetto per il progetto in quanto tale, in gran parte lontani (i
volontari adulti-anziani) dall’idea di entrare a far parte di un’associazione
assumendone il mandato e facendo “quello che c’è da fare”.
D’altra parte è proprio questo che ci restituiscono oggi tutte le associazioni e gli studi sulla ricerca e l’accoglienza dei volontari: la rappresentazione di un nuovo volontariato più “capriccioso” e “inaffidabile” di quello
di un tempo, meno disposto ad impegnarsi con continuità all’interno di
un’associazione e più incline invece ad ingaggiarsi su singole, circoscritte
azioni. Dall’altra parte, i volontari con esperienza, quelli “storici”, impegnati da tempo e su più fronti, lamentano a gran voce una certa stanchezza e portano ai loro coordinatori ed ai Centri di Servizio per il Volontariato la richiesta di aiuto e strumenti per poter “arruolare” forze nuove.
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I volontari del progetto Fenulli arrivano perché motivati al lavoro
coi bambini, perché condividono con gli operatori e gli amministratori
la necessità di favorire l’inclusione sociale di tutti i cittadini, i bambini
come gli adulti, in un quartiere che, anche per la presenza di numerosi
alloggi di edilizia residenziale pubblica, vede una percentuale di stranieri
più marcata che in altri territori della Circoscrizione Sud. I volontari
arrivano e si avvicinano al progetto; non chiedono di entrare in un’associazione, non lo vorrebbero: chiedono solo di poter essere utili.
“Forse non è così vero che oggi ci sono meno volontari di prima; forse
sono solo cambiate le aspettative, le caratteristiche, le stesse motivazioni
con le quali si entra a contatto col volontariato. (…) Forse la continuità
richiesta dal volontariato rappresenta veramente una sfida alla complessità del tempo di oggi, soffocato tra orari e urgenze di vario genere. Forse
anche l’intensità degli impegni di lavoro e vita richiedono qualche attenzione in più”1.
La domanda da porsi è dunque: quanto e su cosa oggi i nuovi volontari sono disponibili ad impegnarsi? Perché sono considerati più capricciosi di quelli di un tempo?
Il ruolo più ampio e innovativo che si prospetta oggi al volontariato
è sì frutto dell’impossibilità per i Servizi di far fronte da soli ai bisogni
crescenti della cittadinanza, ma sopratutto è frutto di un ribaltamento
d’ottica che finalmente riconosce valore alla sussidiarietà orizzontale intesa come condivisione di obiettivi e bisogni, compartecipazione alle politiche pubbliche, collaborazione e fiducia reciproca tra pubblico, terzo
settore e singoli cittadini.
Il Comune di Reggio Emilia, in questo senso, si è attivato nel 2008
con una importante campagna (“I Reggiani, per esempio”) volta a far
emergere e valorizzare il capitale sociale della comunità in tutte le sue
espressioni: pratiche di cittadinanza attiva, solidarietà e responsabilità
sociale.
L’ha fatto indubbiamente per rafforzare il sistema di “Welfare di comunità”, inizialmente mappando le buone pratiche già esistenti, per re-
1 Simona Nicolini e Maria Grazia Taliani (a cura di), La ricerca e l’accoglienza dei
volontari. Un possibile stile di lavoro e un metodo con il volontariato della provincia di
Modena, Quaderni, 2008, p. 38-39.
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stituirle poi alla comunità stessa mettendo in relazione i bisogni sociali
emergenti con le risposte offerte dal territorio. Successivamente l’intento
è stato quello di promuovere la partecipazione dei cittadini, razionalizzando le risorse e condividendo obiettivi comuni.
Nel 2010 il primo bando per sostenere i progetti della comunità a
favore delle politiche pubbliche ha visto tra i vincitori il progetto di
animazione Fenulli-Bergonzi, parzialmente finanziato anche col bando
successivo, mentre nel 2011 l’Amministrazione Comunale avviava una
campagna di promozione del volontariato individuale, “Anche tu, per
esempio”, rivolta a cittadini di ogni età e mutuata dalla positiva esperienza di Leva Giovani, progetto lanciato qualche anno prima dall’Assessorato Giovani e rivolto ai ragazzi dai 15 ai 29 anni.
Il progetto Fenulli-Bergonzi ha indubbiamente beneficiato del bando
“I reggiani, per esempio” così come delle leve civiche “Leva Giovani” e
“Anche tu, per Esempio”. Come riportato più sopra, tra i volontari impegnati nel progetto vi sono infatti alcuni studenti delle scuole superiori
“reclutati” dall’associazione Perdiqua, che hanno nell’associazione stessa
un importante punto di riferimento, ma insieme a questi ragazzi vi sono
volontari familiarmente chiamati “over” (volontari adulti-anziani) che
sono arrivati per il tramite della leva “Anche tu per Esempio” o più di
frequente per mezzo del passaparola.
Non va dimenticato infatti che “il volontariato cresce in un clima
sociale di attenzione ai volontariati”2 e che il reclutamento dei nuovi
volontari non può trovare risposte solo nelle campagne pubblicitarie dal
momento che, come molti studi dimostrano, le persone si accostano al
volontariato dopo un percorso di riflessione e maturazione personale ed
il loro “reclutamento” avviene da parte di amici, parenti o comunque
persone con le quali esistono relazioni e di cui ci si fida.
Per quanto riguarda questo progetto è senz’altro il caso di Agata, pensionata, ultima arrivata tra i volontari impegnati nel sostegno ai compiti
in “Palestrina”, incuriosita dall’esperienza che le è stata trasmessa da Carlo, un ex-volontario, evidentemente ancora affezionato al progetto, ai
bambini ed agli altri volontari rimasti in servizio. E’ anche il caso di N.,
di cui abbiamo raccontato Più sopra, agganciata all’attività di doposcuo2 Simona Nicolini e Maria Grazia Taliani (a cura di), op. cit., p. 44.
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la da Gina, a sua volta maestra in pensione, figura cardine dell’attività
di doposcuola, conosciuta da N. quando ancora entrambe lavoravano
come maestre elementari presso due scuole del territorio. L’entusiasmo di
Gina, volontaria referente per l’attività di doposcuola e alfabetizzazione
italiana per donne migranti, sembra essere contagioso: “Sono loro, le
donne e i bambini, che danno qualcosa a me, non il contrario” – dice
ogni volta che si prova a sondare la sua inesauribile motivazione.
Rincuora sentire questo entusiasmo perché talvolta il dubbio di non
essere una sponda sufficiente a sostenere i volontari assale gli operatori
dei servizi che come me sono chiamati a fare tutto il possibile affinché
le condizioni siano favorevoli e l’attività di volontariato possa espletarsi
nel modo migliore per loro e per gli obiettivi del progetto. E’ su questo terreno infatti che più rischia di pesare l’assenza di un’associazione
che, “affiliando”, possa supportare maggiormente i volontari, contenerli,
indirizzarli, motivarli, formarli. Aderire ad un progetto, e non ad un’associazione, espone indubbiamente il volontario al rischio di “perdersi
lungo la strada” se non è capace di trovare soprattutto in se stesso, nel
confronto con gli altri volontari, nel progetto e nei suoi obiettivi, il motore per andare avanti giorno dopo giorno.
Indubbiamente questo aspetto va tenuto presente per quanto concerne il progetto di animazione nel quartiere Fenulli, un laboratorio molto
interessante e attuale per quanto concerne le nuove modalità con cui
oggi il volontariato si mette al servizio della comunità. Non ci sono elementi di preoccupazione ad oggi; il tasso di abbandono dei volontari è
minimo e assolutamente nella norma, mentre nuovi ingressi continuano
a portare energie nuove e nuovi sguardi.
L’entusiasmo dei volontari, instancabili e motivati, sembra quasi confermare un piacere del fare per l’altro, per la comunità, che si autoalimenta proprio nel contatto coi bambini, con le mamme, con gli anziani
del quartiere ed i cittadini tutti. Ed è un entusiasmo che contagia, perché
fa risuonare quell’I care, quel mi importa, che chiama finalmente tutti
– amministratori, operatori, volontari in associazione e singoli cittadini
– ad una responsabilità diffusa nella costruzione di benessere e quindi di
legami sociali positivi e pari opportunità per tutti.
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Una Palestra di Quartiere
Le voci degli abitanti
di Alberto Pioppi
Come spesso succede quando si vanno a sondare i pareri delle persone riguardo al luogo nel quale vivono, riguardo alle relazioni con le
istituzioni e coi servizi, riguardo alle aspettative o alle criticità, l’analisi
dei risultati non può che mettere in evidenza le tante prospettive che ne
escono, magari intorno allo stesso tema.
Questo principalmente perché non esiste mai una sola visione delle cose
e dei fatti, ma anche perché tutte le voci hanno pari dignità di espressione.
Ovviamente è compito dei ricercatori trovare delle ricorrenze e dare
delle priorità, ma quando si va ad ascoltare le persone e le loro storie, non
è certo la quantità che traccia la direzione.
In questa analisi di comunità nel quartiere “Fenulli” la nostra iniziale
intenzione era quella di capire come le persone che hanno partecipato
alle attività della Palestrina fossero soddisfatte di tali iniziative o se, al
contrario, qualcosa non avesse funzionato adeguatamente. Questa “messa in discussione” del lavoro svolto è utile non solo per migliorare le future attività, ma è anche un’opportunità per gli addetti ai lavori dei vari
progetti territoriali per fermarsi un attimo e valutare cosa si sta facendo
e come (situazione non certo abituale per chi lavora nel sociale dal momento che si lotta continuamente contro il tempo e contro la quantità di
richieste da soddisfare!).
Fin da subito però risultava evidente che le persone, una volta sedute
davanti ad un microfono, magari nella tranquillità della propria abitazione, avessero molte più cose da dire che una semplice disamina di come
erano sembrati i progetti ai quali avevano preso parte.
Quindi, per così dire, non abbiamo messo “paletti” all’esposizione,
“sforando” spesso su tematiche anche molto lontane da quelle inizialmente descritte, ma questo è un rischio calcolato.
Abbiamo poi ascoltato anche alcuni operatori dei progetti e delle associazioni del territorio, oltre che i due presidenti di circoscrizione che,
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in questi ultimi anni, si sono passati la responsabilità governativa del
territorio.
Cosa esce dalle interviste e dalle osservazioni
I temi e i concetti emersi nelle varie interviste singole e collettive sono
vari e raggrupparli in classiche categorie di riferimento appare fuorviante
oltre che riduttivo.
Lasciamo quindi scorrere un ideale nastro sul quale arrivano le considerazioni e le percezioni delle persone intervistate.
La “Palestrina”, i Corsi, gli Operatori
La Palestrina è sicuramente, per tutte le persone intervistate, la pietra
di volta per tutti gli altri discorsi. Da quando il locale interrato ha aperto
i battenti e ha cominciato a proporre le varie attività, la vita di molte
donne e di molti bambini è sicuramente cambiata in meglio, sia per le
occasioni formative che per quelle di socializzazione.
“La Palestrina per me è qualcosa di più che un posto dove portare i miei
figli a fare i compiti o a giocare, è un posto dove anche io posso conoscere delle
persone fare delle chiacchiere e imparare qualcosa di nuovo del luogo in cui
vivo, se non ci fosse oggi la Palestrina mi sentirei... sarei più sola”. (Donna,
straniera)
“Ho fatto tanti corsi nella Palestrina e devo dire che oltre ad avere imparato tante cose mi sento anche molto più cittadina... voglio dire, non so se è
la parola giusta, ma mi sento di fare parte di più di un quartiere che ancora
non conosco molto bene... sa noi usciamo poco...” (Donna, straniera)
“Ci sono tante brave persone qui, tutti molto preparati insegnano a tutti
insegnano ai bambini, insegnano alle mamme, insegnano anche a chi viene
ogni tanto a fare un giro. Insomma, qui c’è da stare insieme e da imparare,
c’è da essere orgogliosi ad avere un posto come questo sotto casa”. (Donna,
italiana)
“Mi ricordo di quel bellissimo corso dove abbiamo imparato a tagliare
a cucire e alla fine di questo corso abbiamo fatto una grossissima torta per
ringraziare Rozzi che ci aveva permesso questo e sopra la torta c’era scritto
grazie Rozzi... questo è stato per me un momento molto significativo di attaccamento alle persone” .(Donna, straniera)
Le feste
Le feste, che coinvolgono da vari anni molte componenti della vita
sociale del quartiere, sono occasioni imperdibili per i cittadini che posso-
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no incontrare gli altri abitanti, possono conoscere quali progetti ci sono
sul territorio, possono trascorrere una piacevole giornata tra giochi per
bimbi, ragazzi, adulti, e degustare le prelibatezze tipiche dei tanti paesi
d’origine di molti abitanti della zona.
“Secondo me è il momento più bello dell’anno questo. Ci sono tante persone, tanti bambini, si sta sempre tutti insieme, è bello si vedono persone che
non si vedono mai o quasi mai durante l’anno e poi portano tutti qualcosa
da mangiare: è bello”. (Donna, italiana)
“Devo essere sincero, se dovessi giudicare questo quartiere da questa giornata mi verrebbe da dire che è il posto più bello del mondo... purtroppo però
la realtà non è così... oppure la mia domanda è: come mai non è così anche
gli altri giorni. Non credo che sia solo perché si mangia qualcosa o ci sia un
concertino... perché le persone non hanno questa voglia di stare insieme anche gli altri giorni. Non so, è una domanda che mi faccio ma faccio anche a
voi”. (Donna, italiana)
“Questa giornata, questa festa è un esempio concreto che si può lavorare
bene insieme non solo quando succedono delle cose brutte, è la testimonianza
che si può trovare il tempo, la voglia di fare rete... com’è che si dice... rete, sì,
ecco, i servizi sociali, la Circoscrizione, le associazioni e ovviamente anche
noi cittadini possiamo fare qualcosa ma non una o due volte all’anno... bisogna fare di più e devo dire che in questo quartiere le cose da qualche anno
funzionano proprio così... sono contento, non l’avrei detto qualche anno
fa...”. (Uomo, italiano)
“È bello che molte persone che non conosco mangiano e dicono che è
buona la roba che ho cucinato o che hanno cucinato le altre persone perché
di solito si fa da mangiare solo per chi si conosce mentre poter cambiare le
abitudini è una bella cosa”. (Donna, italiana)
Le relazioni tra donne
Un elemento che è uscito “di sponda” è quello delle relazioni tra le
donne, le mamme che accompagnano i loro figli alle attività della Palestrina. Ritengo sia un argomento centrale per la buona riuscita delle
continue pratiche di integrazione socio-culturale.
Si parla di mamme, di donne, che per possibilità o per volontà non
hanno una vita sociale molto intensa, avendo poche frequentazioni con
persone al di fuori della cerchia familiare ed amicale. Sono donne che
raramente lavorano e si dedicano prevalentemente ai figli piccoli e alla
casa, non potendo contare su reti parentali di sostegno. Quindi diventa
fondamentale e prioritario fornire a loro occasioni di socializzazione.
73
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“Ho conosciuto persone nuove, mamme come me, con problemi della vita
di tutti i giorni come i miei anche se siamo di posti diversi. Devo dire che
ci siamo trovate subito su quei problemi e ci siamo anche aiutate tra noi. A
volte é più facile capire fuori che non nella famiglia..” (Donna, italiana)
Giovani
“A me dà fastidio che molti dicano che i giovani del quartiere sono...
insomma come dei giovani marginali: ma cosa vuol dire questa parola marginale?... può voler dire che vivono ai margini della città, allora siamo tutti
marginali... io penso che molti giovani del quartiere non riuscendo a trovare
lavoro non hanno la possibilità di costruire una famiglia come magari potrebbero e vorrebbero e allora poi rimangono a girovagare per questi luoghi
che loro sentono sicuri” (Uomo, italiano)
“Negli ultimi anni ha visto cambiare molto il quartiere...prima vedevo
gruppi di ragazzi che giocavano continuamente al pallone, si divertivano...
adesso mi sembra, forse è solo la mia impressione...mi sembra di vedere i ragazzi che tendono a nascondersi..non so cosa devono nascondere quei ragazzi
che tendono a stare negli angoli bui del parco, dei portici.. e pensate che io
ero una di quelle persone che si lamentava per il pallone per gli schiamazzi
notturni... adesso credo che i problemi siano un po’ peggiorati... sa quelle cose
perché..magari mi sbaglio..” (Uomo, straniero)
“A me piace vedere tanti giovani di tante razze che girano dappertutto.
Io per lavoro... mi capita di andare anche in altri quartieri e vedo che non
c’è mai nessuno, ci sono solo dei vecchi che girano o dei grandi...l’idea di
ragazzini che possano un giorno anche fare le cose che facciamo noi mi dà
tranquillità, certo... se ci fosse un po’ più di buona educazione... ma questa
non è colpa dei ragazzi, questa è colpa di chi dovrebbe insegnargliela...questo
lo dico forte...” (Donna, italiana)
“... Sa quanti sono i ragazzi che hanno smesso di andare a scuola in
maniera anche molto traumatica e ovviamente non riescono a trovare un
lavoro? Questo impaurisce, secondo me, li rende anche più maleducati, più
aggressivi e, in realtà, credo siano solo più spaventati, impauriti dal futuro,
della vita, non credo siano cattivi come molti dicono in molti, certo alcuni
fanno i prepotenti, ma credo che vedono quello che gli altri ...quelli della
loro età possono avere e magari hanno la paura e dicono io non potrò mai
raggiungere questo...credo sia un problema di tutti”. (Uomo, italiano)
75
Come si vive nel quartiere
“A me questo quartiere è sempre piaciuto da quando sono arrivata. Mi
sembra come un piccolo paese vicino alla città, questo mi sembra... siamo
considerati periferia... mi piace questa... questa continuità di case basse... si
basse perché io vivevo in un quartiere dall’altra parte della città dove c’erano
dei palazzi molto alti e non c’è, non c’era, la possibilità di conoscerci, qui
ci si conosce un po’ tutti. Magari non si fa amicizia ma questo è un altro
discorso e poi questo bellissimo parco all’interno... ma vogliamo mettere un
parco così per i nostri bambini, per i nostri anziani per noi stessi, per uscire
a fare un giro col cane? Forse ci vorrebbe un po’ più di negozi, di luce e ma lo
dico così...magari un po’ più di sicurezza... ma chi lo sa”. (Donna, straniera)
“Tanti si lamentano di questo quartiere, ma io mi chiedo: ma come sono
abituati? Voglio dire siamo vicini alla città, ci sono tantissimi collegamenti
pubblici, c’è una piscina che ce la invidiano tutti, anzi vengono quasi tutti da fuori, dai quartieri lontani... abbiamo un supermercato, anzi due...
abbiamo un parco bellissimo, abbiamo tante scuole vicino... ma voglio dire:
ma ci pensano prima di fare delle critiche?... Poi, ovvio, i problemi di convivenza ci sono, ma ci sono dappertutto” . (Uomo, italiano)
“A me questo quartiere... mi chiede di questo quartiere... io questo quartiere si può dire l’ho visto nascere e devo dire che è cambiato molto, è cambiato tutto, oggi non sai più con chi parlare... non ci sono... sa che non ci sono
più famiglie reggiane? Penso che ce ne saranno tre o quattro, però penso che
possa aver ancora le potenzialità per essere... per essere almeno un po’ come
una volta...” (Uomo, italiano)
Cosa piace e cosa non piace
Durante i dialoghi con gli intervistati, capitava spesso di ascoltare il
loro disagio riferito a certi argomenti, ma anche il loro entusiasmo riguardo ad altri. Ecco i principali.
“Ma... non mi piacciono molte persone che ci sono qui, mi fanno paura
anche perché non parlano mai, ma quando parlano si lamentano basta e poi
trattano male i bambini, ecco, questo non mi piace: non mi piace quando
una persona tratta male i bambini, bambini che colpa ne hanno? Ma che
vengano a parlare con me!” (Uomo, straniero)
“Il problema più grosso oggi sono tutti gli ubriachi che ci sono in giro,
lasciano in giro le bottiglie e fanno rumore anche a tarda notte... ci sono certe
sere d’estate che non si riesce a dormire e poi fanno anche un po’ paura, ecco,
ci vorrebbe un po’ più controllo, questo non mi piace”. (Donna, italiana)
77
“Non mi piacciono quelle persone che si lamentano e basta, non salutano
mai, mentre invece dovremmo essere tutti un po’ più felici di vivere in questo
quartiere... dicono che il problema siamo noi, ma secondo me sono loro”.
(Donna, straniera)
“Di sera, di notte, c’è poca illuminazione... basterebbe un po’ più di cura,
ma dico da parte di tutti, non solo del Comune e questo quartiere sarebbe
molto più sicuro e molto più vivibile”. (Uomo, italiano)
Le relazioni con il servizio sociale
Dal momento che praticamente tutte le persone ascoltate hanno avuto o hanno contatti con il Polo dei servizi sociali, abbiamo fatto alcune
domande riguardo alla loro percezione dello stesso, chiedendo loro quali
potevano essere le situazioni migliorabili in futuro.
“Secondo me bisogna proprio fare così, mi piace che le persone dei servizi
sociali non ci vedano solo come persone bisognose, anche se lo siamo però
eh... É bello vedere che ci trattano da persone che possono anche, perché no,
insegnare qualcosa, questa secondo me è la cosa più bella di tutte...” (Donna,
straniera)
“Io sono molto soddisfatta delle delle cose che hanno fatto per noi, per i
cittadini, in questi ultimi anni... io parlo per me nel, senso che sono molti
anni che sono qua e mi piace molto come le persone del servizio sociale cercano di rendere migliore la nostra vita, non solo le nostre esigenze fondamentali, ma proprio riescono anche a migliorarci come persone... lì in Palestrina,
per esempio, ci sono state fatte tante cose... tanto belle, e penso che tante ne
faranno ancora... io ho partecipato a qualcuna, ad altre no, un po’ per paura
o per pigrizia, un po’ per... ma penso che parteciperò ancora, se ce ne saranno...” (Donna, italiana)
Aspettative per il futuro e proposte
Alla conclusione dell’intervista, si sono poste alle persone alcune domande in merito alle loro aspettative a breve e lungo termine riguardo
alla vita nel quartiere.
“Secondo me, basta continuare come si sta facendo negli ultimi anni, forse una cosa che manca sono quei ragazzi che aiutavano i giovani a riempire
le loro giornate... sì, esatto, gli operatori di strada, non mi veniva il nome,
ecco... loro erano molto bravi con i ragazzi, pensa che venivano anche la
notte...”. (Uomo, italiano)
“Ma, se dovessi fare una proposta, direi che una cosa intelligente potrebbe
essere trovare un utilizzo comune di tutte quelle sale inutilizzate dove ci si
78
mettono le biciclette o dove qualcuno va a nascondersi... insomma, ci sono
molti spazi liberi, secondo me si potrebbe partire da lì”. (Uomo, italiano)
“Io farei molto più occasioni di incontro, quelle che tipo le feste dove si fa
da mangiare, perché mi sembra che solo lì ci sia veramente una conoscenza
delle persone che ci sono... allora mi piacerebbe proprio farne di più anche
con con delle scuse, con delle feste, con delle occasioni, dei compleanni pubblici... non lo so come, ma a me piacciono tanto..” (Donna, straniera)
Uno che c’era e c’è ancora
Per chi, come me, cerca di raccontare i luoghi, l’incontro con persone
che questi luoghi li ha visti nascere e cambiare è condizione fondamentale e prioritaria. Nulla è più reale di quello che attraversa le emozioni,
gioie come rabbie, entusiasmi come delusioni, di chi ha legato la sua
storia alla storia del proprio territorio.
Nel quartiere Fenulli ci sono alcuni di questi personaggi, ma uno in
particolare, almeno per me, rappresenta quello che in gergo si identifica
come “il sindaco del quartiere”; il suo nome è Marcello, ma per tutti,
grandi e piccoli, animali e piante, è “Bonna”.
Non è questa la sede per una biografia non autorizzata, ma Marcello
Bonacini è la memoria storica di questo pezzo di periferia a sud della città, ha contribuito alla nascita del Circolo ARCI Fenulli, ombelico sociale
del rione, è stato colonna portante di tutte le squadre calcistiche giovanili
dagli anni ‘70 fino al nuovo secolo, ha sostenuto con la sua caparbietà la
nascita della piscina, prima solo estiva e oggi fiore all’occhiello non solo
del quartiere ma anche della città, con corsi sempre da ‘tutto esaurito’ per
adulti e bambini.
“Bonna” ricorda con orgoglio e nostalgia quando, circa trent’anni fa,
le famiglie storiche del quartiere formavano una comunità coesa e affiatata e che oggi queste famiglie non ci sono piú perchè, chi ha potuto, si
è trasferito altrove; rivive, negli occhi veloci, le storie di tempi difficili
ma pieni di umanità; indica, con le braccia da lavoratore, cosa c’era nei
vari settori del quartiere, dai vigili urbani al ginecologo, dalla Chiesa di
Don Palazzi allo spazio per le arti figurative. Ma il suo più vivo interesse è
sempre stato per il circolo, in quanto socio fondatore e attuale presidente. Un circolo che é stato, per moltissimo tempo, riferimento sportivo/
educativo per tantissimi ragazzi che, con il calcio maschile e la pallavolo
79
femminile, potevano esprimere la loro identità associativa ed agonistica.
Ma anche scambi culturali di vario genere e organizzazione di gite
turistiche. Quando ci siamo incontrati per l’intervista, si è presentato
con una mappa disegnata di suo pugno (visibile a pag. 12), utilizzando i
ricordi di Sassi Medardo, raffigurante la zona della Canalina precedente
alla costruzione del quartiere Fenulli.
Anche per i servizi sociali del Polo Sud, Marcello Bonacini è stato ed
è un riferimento preziosissimo per le tante attività svolte.
Insomma, un motore sempre acceso per spingere la macchina sociale
di questo luogo.
Un luogo che più volte ha cambiato pelle, avendo attraversato in pieno tre grandi fasi migratorie: prima le tante famiglie del sud Italia, soprattutto provenienti dalla Calabria, nei primi anni ‘80, poi quelle del
nord Africa, negli anni ‘90, e, per ultimo, l’arrivo recente di persone
dall’est Europa. Quando un territorio ha al suo interno così tante etnie, deve continuamente ridefinirsi, deve saper creare equilibri instabili
ma generativi di sempre nuove direzioni. Ma tutto questo un territorio
non lo può fare da solo, necessita di un accompagnamento governativo
e sociale, e di persone come Marcello, che ogni mattina si alza sapendo
che quello che si è fatto ieri è importante ma quello che si può fare oggi,
forse, lo è di più.
***
Ascoltare le persone non é mai un’attività che si esaurisce alla fine delle interviste, soprattutto quando sono abitanti di un quartiere. Questo
perché, poi, queste persone si tornano ad incontrare, magari per strada o
al supermercato, magari ad una festa sotto ai portici, magari mentre vanno a lamentarsi in Circoscrizione o ai Servizi Sociali. Ed hanno sempre
molte cose ancora da dire, hanno quella parola o quel concetto che non
ricordavano durante l’intervista, hanno voglia e bisogno di essere parte
delle decisioni che vengono prese anche per loro.
Ogni Polo di Servizi Sociali Territoriali ha persone dedicate alla cosiddetta “funzione accoglienza” ed alla progettazione territoriale, chissà,
magari in futuro ci potranno essere anche persone dedicate all’ascolto
costante del territorio, come sentinelle pronte a vedere prima cosa sta
per succedere.
80
Per concludere e rilanciare...
Chiara Bonazzi
“Ognuno di noi ha un paio d’ali,
ma solo chi sogna impara a volare”.
(Jim Morrison)
Ogni volta che ci siamo trovati a rileggere le pagine di questo breve
libro, ci sembrava che ci fosse qualcosa da cambiare, da integrare, da
aggiungere... non è semplice tradurre in parole scritte pensieri, contenuti
di lavoro, aspettative, difficoltà, emozioni.
Allora, ci siamo limitati a tratteggiare alcune pennellate, nel tentativo
di rendere visibile il disegno complessivo tramite qualche particolare che
ci sembrava restituire, più di altri, un’idea di fondo, un aspetto positivo
o una difficoltà più ostica di altre da superare.
Al di là dei contenuti pratici del lavoro, degli aspetti organizzativi su
cui non ci è stato possibile entrare in particolari, ci sono alcune riflessioni
di fondo che vorremmo rimanessero a chi legge queste pagine.
Per inseguire traguardi nuovi c’è bisogno di sognare. Il sogno è prendere
la direzione opposta all’abitudine, perdersi in una storia che inizia quasi per caso, sviluppare quella fantasia che da bambini accompagnava le
giornate e ci faceva sentire grandi, è dare inizio ad un viaggio che porta
sempre a scoprire qualcosa di nuovo, diverso, inedito.
Con chi e come costruire gli obiettivi di un progetto è un aspetto importante: speriamo di essere riusciti a trasmettere che “è possibile lavorare
non tanto per, ma con e insieme alle persone” e che non c’è altra strada
possibile se davvero si vuole restituire a ciascuno responsabilità e titolarità del proprio futuro.
Nel nostro lavoro, in situazioni spesso complesse e difficili, si corre il
rischio di non “vedere” realmente la persona che abbiamo di fronte.
“La famiglia si accomodò a un tavolo del ristorante. La cameriera raccolse
prima le ordinazioni degli adulti e poi si rivolse al piccolo di sette anni. «Tu
83
che cosa prendi?» gli domandò. Il bambino si guardò intorno timidamente
e disse: «Vorrei un panino con la salsiccia». La cameriera non aveva ancora
iniziato a scrivere, quando la madre dei piccolo la fermò. «Macché panino»,
disse, «gli porti una bistecca con carote e purè di patate». La cameriera non
le fece caso e chiese al ragazzino: «Come lo vuoi il panino, col ketchup o la
senape?» «Ketchup». «Arrivo fra un minuto» disse cameriera, mentre ritornava in cucina. A tavola erano tutti ammutoliti per lo stupore. Alla fine il
bambino fissò i presenti a uno a uno ed esclamò: «Ehi! Lei crede che io esisto
davvero!»” 1 E’ necessario darci il tempo di ascoltare davvero e permettere alle persone di trovare una loro risposta che forse potrà non essere la più efficace
o produttiva, ma sarà quella che sentono più consona a sé, ai propri desideri, alla propria sensibilità o cultura.
Sentirsi “parte di” con le proprie capacità e competenze, quali che
siano, restituisce dignità, fa sentire più capaci, promuove imprenditività.
La nostra esperienza ci dice, inoltre, che interagire “su un piano di
parità” con le persone non comporta necessariamente “una perdita di
credibilità o di autorevolezza” da parte dei professionisti.
Al contrario, lo “stare al fianco di” può ulteriormente facilitare il rapporto di aiuto permettendo ai nostri interlocutori di percepire l’operatore come più vicino e meno giudicante senza per questo essere visto come
meno qualificato.
Un’ultima osservazione riguarda il metodo di lavoro. Non vorremmo,
infatti, che quanto costruito apparisse esclusivamente frutto di entusiasmo e “buona volontà”.
Una volta definiti gli elementi base, non basta solo “partire”, ma è
necessario continuamente fermarsi, riorientarsi e partire di nuovo dopo
aver “aggiustato la rotta”.
Riprendendo una frase di Ayrton Senna potremmo dire che è necessario sognare “anche se nel sogno va intravista la realtà”.
Lavorare in questo modo richiede una flessibilità di approccio ed una
1 Bruno Ferrero, Insegnare l’autostima (suggerimenti a genitori ed educatori, http://
www.preghiereagesuemaria.it/sala/sull’autostima.htm
84
capacità di “stare nei contesti” che non è scontata e che costringe ad un
continuo ripensamento e riformulazione di atteggiamenti, programmi,
modalità di lavoro.
Progettare con chi il territorio lo abita e “lo cammina” quotidianamente non è possibile senza mettere costantemente in discussione le
proprie visioni, i propri schemi, preconcetti e diffidenze in un continuo
lavoro di costruzione e ricostruzione di fiducia e conoscenza reciproca.
In questi anni, sono cambiati quasi tutti gli operatori di riferimento
del Polo e dei vari partner di progetto così come i referenti politici e, in
parte, anche gli abitanti e i volontari. Ad ogni cambiamento intervenuto
é corrisposto un necessario processo di adattamento ed una rivisitazione
di quanto fatto fino a quel momento per ripartire adattando il proprio
passo a quello dei “nuovi venuti”.
Se, da una parte, a fronte dei grandi cambiamenti sociali sopraggiunti, è oggi ancor più evidente la necessità di stringere un patto di alleanza
tra servizi e cittadini, è, però, altrettanto necessario che il “pubblico”
continui a riconoscersi la responsabilità di attivare, sostenere, tenere la
regia di quei processi che in una città possono fare la differenza sul piano
della qualità di vita.
Sono gli stessi protagonisti a dirci che il lavoro fatto in questi anni insieme agli abitanti del quartiere Fenulli-Bergonzi ha realmente migliorato la qualità di vita, attivando processi di autonomia e di socializzazione
ma, d’altra parte, siamo consapevoli del fatto che, nelle vicende umane
in particolare, non c’è mai nulla di “dato per sempre”.
Per sostenere quanto costruito, è necessario, quindi, continuare ad
esserci, modulando “distanze e vicinanze” a seconda dei momenti, dei
cambiamenti di contesto e delle persone che si incontrano.
Non solo, nella misura in cui assumiamo la necessità e la fecondità di
un approccio che fa della co-costruzione con i luoghi e con i loro protagonisti il proprio asse portante e qualificante, è necessario continure
ad investire in termini di spazi di pensiero e di tempo affinchè a questa
modalità operativa venga garantita “dignità metodologica” e si consolidi
come parte fondante del lavoro quotidiano dei servizi sociali.
“Se uno sogna da solo, è solo un sogno. Se molti sognano insieme, è l’inizio
di una nuova realtà” (Friedensreich Hundertwasser)
85
86
87
APPENDICI
SCHEDE DESCRITTIVE DEI PROGETTI
PROGETTO DI ANIMAZIONE
DEL QUARTIERE
FENULLI-BERGONZI
(altresì denominato
Progetto “Palestrina”)
disagio; attivazione di processi di integrazione interculturale.
Destinatari: tutti i cittadini, con particolare riferimento agli abitanti del quartiere, senza distinzione di età, di sesso,
razza, lingua, religione opinioni politiche, condizioni personali e sociali.
Dati: il Tavolo di Progettazione, che
riunisce tutti i partner a diverso titolo
coinvolti nel progetto, si riunisce oggi
al bisogno, integrato da micro-tavoli di
lavoro a frequenza variabile che vengono
convocati a seconda di obiettivi specifici (programmazione e organizzazione di
eventi o attività, valutazione…).
Attivo da: il laboratorio di animazione
ha avuto inizio nel 2006 con un piccolo progetto denominato “Ludobus in
Quarta” successivamente rivisto ed ampliato.
Situazione al 31/8/2013: attivo.
Soggetti coinvolti: Polo Sud, Circoscrizione Sud, Acer, Officina Educativa,
Cps-Centro di prevenzione sociale, circolo Arci Fenulli, associazione Perdiqua, Uisp, Associazione Infinito, Coop
Consumatori Nordest, Centro Insieme,
cittadini del quartiere e singoli volontari
(fino a dicembre 2010 anche Cooperativa Creativ).
Su iniziative e obiettivi specifici anche:
Rugby Reggio, Reggio Calcio, Auser,
Face, Biblioteca S. Pellegrino, Gruppo
Tai Chi, Coop. Solidarietà 90.
Descrizione del progetto: il progetto
prevede una serie di azioni finalizzate
alla promozione di attività ricreative, ludiche, culturali, sportive e di assistenza
alla persona e, in genere, di interesse sociale da realizzarsi all’interno del locale
seminterrato denominato “Palestrina”
(via Fenulli, 9), negli spazi dell’area verde antistante e/o sul territorio cittadino.
Inoltre, sostegno e promozione delle iniziative realizzate dal Consiglio Direttivo
del Circolo Arci Fenulli in collaborazione con i cittadini “attivi” adulti del
quartiere.
Obiettivo: promozione della partecipazione dei cittadini residenti alla progettazione e realizzazione di iniziative di tipo
ricreativo e culturale; prevenzione del
PROPOSTE PER BAMBINI
E RAGAZZI
DOPOSCUOLA
Soggetti coinvolti: Polo Sud, Acer,
Officina Educativa, Assoc. di volontariato “PerDiQua” (da gennaio 2011 Cooperativa Creativ dal 2006 al 2010),
cittadini del quartiere e singoli volontari.
Descrizione del progetto: sostegno didattico per bambini di scuola elementare, per due pomeriggi la settimana, nei
88
Obiettivo: promuovere l’utilizzo attivo e
creativo del gioco in un contesto sereno,
stimolante e favorente la costruzione di
legami, sia per i bambini, sia per gli adulti. Contribuire ad approfondire l’analisi
dei bisogni delle famiglie che abitano in
quel territorio.
Destinatari: bambini di 5 anni (o più
piccoli, se accompagnati dal genitore)
fino a 11 anni.
Dati: i bambini frequentanti sono in
media 15.
Nel corso dell’anno scolastico 2011-2012
la gestione dell’attività ludico-ricreativa è
stata affida all’Associazione di Volontariato Perdiqua tramite convenzione con
Officina Educativa, che ha coordinato la
proposta educativa.
Attivo da: 2006.
Situazione al 31/5/2013: attivo.
locali della Palestrina. L’attività è gestita
dall’associazione PerDiQua, con il supporto di volontari giovani e adulti-anziani, e con il coordinamento/supervisione
del Servizio Officina Educativa.
Frequenza: due pomeriggi la settimana.
Obiettivo: aiutare i bambini/regazzi nello svolgimento dei compiti e sostenere
i genitori nell’affiancamento dei propri
figli cosicché diventino capaci di seguirli
in modo diretto e competente durante il
percorso scolastico.
Destinatari: studenti di scuola elementare. Età 6-11 anni.
Dati: l’anno scolastico 2012-2013 ha visto nel limite di 30 partecipanti il tetto
massimo per le iscrizioni, posta comunque la possibilità di accogliere in corso
d’anno bambini che evidenziassero una
particolare necessità.
Attivo da: ottobre 2008.
Situazione al 31/5/2013: attivo.
DO.MI.NO
(Dove Mi Notano)
LUDOTECA
Soggetti coinvolti: Associazione PerDiQua, Polo Sud, Officina Educativa,
Associazione Papa Giovanni XXIII (progetto N.E.T.), cittadini del quartiere e
singoli volontari.
Descrizione del progetto: attività ricreativa socializzante organizzata in forma
laboratoriale all’interno dei locali della
“palestrina” e aree verdi limitrofe, rivolta
ad adolescenti dall’Associazione PerDiQua con la supervisione e il supporto
di Officina Educativa tramite Progetto N.E.T. (associazione Papa Giovanni
XXIII).
Frequenza: un pomeriggio alla settimana.
Obiettivo: offrire ai ragazzi adolescenti
un’opportunità educativa nel quartiere.
Soggetti coinvolti: Polo Sud, Officina
Educativa, Cps-Centro di Prevenzione Sociale, associazione PerDiQua (da
gennaio 2011; Cooperativa Creativ dal
2006 al 2010), cittadini del quartiere e
singoli volontari.
Descrizione del progetto: attività ricreativa e socializzante rivolta a bambini e
famiglie un pomeriggio la settimana. Gestione: Ass. PeDiQua in collaborazione
con Polo Sud e Officina Educativa.
Frequenza: due pomeriggi la settimana,
ridotti ad uno, a inizio 2013, per dedicare uno spazio di tempo ad attività educative e laboratoriali con ragazzi più grandi
(progetto Do.Mi.No).
89
aggregazione in modo creativo. Riqualificazione urbana attraverso l’arte. Costruzione di un’insegna in ceramica che
identifichi il luogo “Palestrina”. Progettare eventi che coinvolgano i cittadini residenti. Dare continuità al lavoro svolto
da Unità di Strada.
Destinatari: adolescenti del quartiere
dai 16 ai 29 anni.
Dati: il progetto, proponendosi come
una micro-sperimentazione in previsione
di un percorso più articolato da avviarsi
nell’autunno 2011, ha avuto la durata di
un mese e mezzo ed ha coinvolto 5 adolescenti.
Attivo da: 13 aprile 2011
Situazione al 31/5/2013: concluso giugno 2011
Fornire occasioni di socializzazione in
un contesto educativo monitorato. Prevenire situazioni di conflitto e processi di
esclusione sociale.
Destinatari: ragazzi del quartiere in età
compresa tra i 13 e i 18 anni
Dati: lo spazio di incontro è stato aperto
a metà gennaio 2013 ed ha visto la partecipazione stabile di 10 ragazzi del quartiere. Alla proposta “al chiuso” si sono
aggiunte nel corso del mese di luglio tre
iniziative/feste nel parco grande (Fenulli)
con DJ Set e altre attività per i ragazzi.
Attivo da: gennaio 2013.
Situazione al 31/8/2013: Attivo.
“PROGETTO GHOST”
LABORATORIO CERAMICA PER
ADOLESCENTI IN PALESTRINA
PROPOSTE PER DONNE
Soggetti coinvolti: Polo Sud, Acer, Officina Educativa.
Descrizione del progetto: il progetto è
nato dall’idea di mantenere un piccolo
presidio in Palestrina utilizzando la modalità artistica (manipolazione ceramica)
per rivolgersi a ragazzi adolescenti.
La conduzione del laboratorio artistico è
affidata ad un educatore di strada e un
mediatore sociale di Acer.
Frequenza: un pomeriggio alla settimana il mercoledì dalle 18:00 alle 19:00;
dalle 19:00 alle 20:00 l’operatore di strada è a disposizione dei ragazzi per continuare il lavoro di “aggancio” e cura della
relazione.
Obiettivo: promuovere la creatività dei
ragazzi coinvolti; favorire socializzazione
e aggregazione sulla base di interessi condivisi. Promuovere il protagonismo dei
ragazzi all’interno del quartiere. Creare
“DONNE IN QUARTA”
GRUPPO DI INCONTRO
DONNE IN PALESTRINA
Soggetti coinvolti: Polo Sud, Acer,
Cps-Centro di prevenzione sociale, circolo Arci Fenulli, AUSL., Centro per le
Famiglie, cittadini del quartiere e singoli
volontari.
Descrizione del progetto: incontri organizzati tra donne per svolgere insieme
delle attività (cucito, ricamo, cucina,
etc.) e confrontarsi su argomenti di interesse comune (percorsi scolastici, educazione dei figli, servizi sanitari della città,
salute donna, etc.)., trattati anche in presenza di “esperti”. Un’operatrice del Cps
e due volontarie, con funzioni di facilitatrici, portano avanti il lavoro del gruppo.
Frequenza: una mattina ogni 15 giorni.
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Obiettivo: i principali obiettivi condivisi riguardano la possibilità di costruire
insieme uno spazio di incontro minimamente strutturato rivolto a donne di
diversa provenienza nazionale e culturale, creare confronto e condivisione fra
culture, promuovere integrazione del
gruppo con le altre attività realizzate in
Palestrina e nel quartiere, affinché possa
esserci scambio reciproco di informazioni e opportunità.
Destinatari: donne del quartiere (sia italiane che migranti).
Dati: presenza media di circa 10 donne
prevalentemente nord africane, provenienti dal corso di italiano di 2° livello
e quindi discretamente strumentate sul
piano linguistico e culturale. Questo
gruppo ha espresso un maggiore bisogno di confronto e informazione su temi
specifici (salute donna, scuola, diritti e
doveri del vivere in Italia, gestione dei
conflitti…) rispetto al gruppo dell’anno
precedente, più ampio ed eterogeneo.
Attivo da: estate 2008.
Situazione al 31/5/2013: progetto concluso nel 2010 e ripreso, in alcuni suoi
aspetti, da “Mamme a scuola”.
l’incontro e le relazioni sociali. L’iniziativa avviata a maggio 2013 intende organizzare una serie di momenti culinari in
cui i partecipanti apprendono ricette di
diversi paesi stranieri cucinando insieme
alle cuoche (provenienti da quegli stessi
paesi e coinvolte nelle iniziative del progetto “Animazione nel quartiere FenulliBergonzi”). La cena viene infine consumata insieme in una condizione che
favorisce socializzazione e conoscenza.
Frequenza: periodica.
Obiettivo: offrire alle donne migranti
che partecipano al laboratorio di animazione, solitamente destinatarie delle
diverse azioni progettuali, l’opportunità
di essere invece protagoniste di una proposta, mettendosi in gioco e attivando
le loro competenze in materia di cucina.
Favorire l’incontro e la conoscenza tra
culture in un clima piacevole e familiare,
facilitato dal cucinare e cenare insieme.
Destinatari: donne migranti e cittadini
di ogni età e provenienza.
Dati: il 17 maggio 2013 è stata realizzata
la prima cena “etnica” presso la sala del Distretto Sociale Coop di via della Canalina.
Si è trattato di una cena a menu palestinese cucinata da due donne migranti residenti nel quartiere Fenulli, che partecipano al corso di italiano “mamme a scuola”
nella Palestrina di via Fenulli. Le donne
sono state affiancate da 3 volontarie (APS
Infinito, Centro Sociale Rosta Nuova, volontaria del progetto Fenulli/Palestrina)
ed hanno coinvolto 30 cittadini residenti
in diverse circoscrizioni cittadine.
Attivo da: 2013.
Situazione al 31/8/2013: realizzata la
prima serata con menu palestinese. Si
ipotizza un prosieguo nel corso del 2013
e 2014.
IL MONDO TRA I FORNELLI
CUCINIAMO INSIEME
Soggetti coinvolti: Polo Sud, Associazione Infinito, Coop Consumatori Nordest, Assessorato alla coesione e sicurezza
sociale, volontari, donne migranti del
corso “Mamme a Scuola in Palestrina”,
cittadini.
Descrizione del progetto: la cucina è
un elemento fondamentale delle varie
culture ed un’occasione che favorisce
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CORSO DI ALFABETIZZAZIONE
INFORMATICA
3 volontarie del progetto di animazione
nel quartiere.
Attivo da: 2012-2013.
Situazione al 31/8/2013: concluso. Alcune delle partecipanti hanno poi continuato la frequenza del corso di secondo
livello per il quale non era più prevista la
gratuità ma una esigua quota di partecipazione individuale.
Soggetti coinvolti: Polo Sud, Associazione Infinito, Centro Insieme, volontari, donne italiane e straniere del quartiere.
Descrizione del progetto: raccogliendo
la richiesta di alcune donne di essere accompagnate nell’apprendimento dell’uso
del computer, il tavolo di progetto ha
proposto un percorso di base rivolto a
tutte le donne interessate, gratuito per
le destinatarie, e gestito della presidente dell’Associazione Infinito in collaborazione con 3 volontarie (attive già sul
doposcuola e sul corso di italiano). Durata: novembre 2012-gennaio 2013, n°
lezioni 8.
Frequenza: settimanale
Obiettivo: offrire una ulteriore occasione di incontro e socializzazione tra donne italiane e migranti. Offrire alle donne
gli strumenti di base per la conoscenza
del PC ed il suo corretto utilizzo. Aprire
il Centro Insieme alla frequentazione da
parte di una tipologia di utenza solitamente “esclusa” (in particolare le donne
straniere); accompagnare le donne a riconoscere nei luoghi del quartiere spazi
utili e vivibili, anche indipendentemente
dall’azione progettuale in corso.
Destinatari: donne del quartiere Fenulli-Compagnoni-Bergonzi.
Dati: il corso si è tenuto nella mattina
di venerdì presso il Centro Insieme e
ha visto la partecipazione di 18 donne,
equamente divise tra italiane e migranti.
Le partecipanti sono state suddivise in
due gruppi misti, due persone davanti a ciascun PC. 1 volontaria referente
dell’associazione Infinito affiancata da
CORSO DI GINNASTICA
PER DONNE
Soggetti coinvolti: Polo Sud, Acer,
Uisp, cittadini del quartiere.
Descrizione del progetto: attività di
“ginnastica dolce” proposta da UISP nei
locali della Palestrina.
Frequenza: due mattine la settimana.
Obiettivo: creare un’occasione di incontro tra differenti età e culture che, promuovendo conoscenza, aiuti a “sfumare”
le differenze e a mettere in evidenza le
“comunanze” assottigliando di fatto le
barriere tuttora esistenti tra culture differenti che vivono in una stessa realtà
territoriale.
Destinatari: donne del quartiere
Dati: il gruppo 2011-2012, si componeva di 20 donne di differenti età e provenienza; le donne italiane erano 13 mentre le donne migranti 7. Il gruppo 20122013 ha visto un leggero calo di presenze
(15 donne), con una diminuzione delle
donne migranti iscritte.
Attivo da: primavera 2009.
Situazione al 31/5/2013: attivo.
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ALTRE PROPOSTE
CORSO DI ITALIANO
PER DONNE MIGRANTI
“MAMME A SCUOLA
IN PALESTRINA”
ATTIVITÀ MOTORIA
TAI CHI IN PALESTRINA
Soggetti coinvolti: Polo Sud, Acer, circolo Arci Fenulli, Rete “Diritto di Parola”, Assoc. Infinito, cittadini del quartiere e singoli volontari, Assessorato coesione sociale.
In occasioni particolari e specifiche anche Centro Insieme e Coop Consumatori Nordest
Descrizione del progetto: alfabetizzazione di lingua italiana per donne migranti gestito da volontari in collaborazione col Servizio Politiche La città solidale e del capitale sociale, la Rete “Diritto di Parola” e l’esperienza “Mamme
a Scuola”.
Frequenza: due mattine alla settimana.
Obiettivo: apprendimento della lingua
italiana con l’obiettivo principale di: aiutare nei compiti i figli, poter parlare con
gli insegnanti, attivarsi nella ricerca di un
lavoro, essere autonome nell’uso dei vari
servizi e opportunità offerte dal quartiere e dalla città. Favorire il superamento
dell’esame di lingua italiana richiesto
dalla normativa vigente.
Destinatari: donne migranti.
Dati:15 donne frequentanti con regolarità.
Attivo da: novembre 2008.
Situazione al 31/5/2013: attivo.
Soggetti coinvolti: Polo Sud, Acer,
Gruppo Tai Chi, cittadini del quartiere
interessati.
Descrizione del progetto: lezioni di Tai
Chi, antica disciplina cinese di esercizio
del corpo e della mente, ad opera del
Gruppo Tai Chi via Fenulli. Le lezioni
si tengono nei locali della Palestrina,
sono gratuite per i residenti nel quartiere
e aperte alle persone di tutte le età interessate a conoscere meglio questo tipo di
attività.
Frequenza: due sere alla settimana
Obiettivo: offrire ai cittadini residenti
nel quartiere l’opportunità di accostarsi
ad una disciplina che allena il corpo e la
mente, ed il controllo su di essi. Facilitare nuove relazioni attraverso l’ingresso
in un gruppo sportivo che esercita un’attività motoria. Animare il quartiere con
la presenza di un gruppo sportivo che
affianchi il vicino Circolo Arci Fenulli
come proposta di socializzazione alternativa.
Destinatari: cittadini del quartiere e non
solo, di qualunque età e provenienza.
Dati: il gruppo Tai Chi, costituito da 9
componenti stabili, ha visto la presenza
non continuativa di altri cittadini residenti nel quartiere.
Attivo da: ottobre 2010.
Situazione al 31/5/2013: attivo.
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PROGETTO DI ANIMAZIONE
“CIRCOLO ARCI FENULLI”
presidio nel territorio, condividendo coi
partner del progetto di animazione nel
quartiere la finalità di inclusione sociale
dei suoi abitanti.
Destinatari: soci del circolo e tutti gli
abitanti del quartiere interessati ad avere
un ruolo attivo e propositivo nella vita
del Circolo Arci Fenulli.
Dati: nel corso del 2012-2013 la tombola si è consolidata come appuntamento
mensile rivolto agli adulti e anziani con
una presenza media di circa 20 abitanti del quartiere, in particolare donne. Il
Circolo offre ai presenti una merenda,
come momento di accoglienza e socializzazione. Con regolarità si sono poi
promosse iniziative in occasione di ricorrenze quali Festa della Donna, Natale, Pasqua; inoltre Feste del quartiere
a Maggio e Ottobre, cocomerata estiva,
cena di autofinanziamento.
Attivo da: 2006.
Situazione al 31/8/2013: attivo.
Soggetti coinvolti: Acer, CPS-Centro
di Prevenzione Sociale, Circolo Arci
Fenulli, cittadini del quartiere e singoli
volontari, Polo Sud.
Descrizione del progetto: incontri periodici volti al consolidamento di un
gruppo che organizzi e realizzi eventi
“qualificanti” all’interno del Circolo Arci
Fenulli. Progettazione e realizzazione
condivisa di iniziative (feste a tema, tornei di carte, tombola, etc.)
Frequenza: inizialmente settimanale.
Ora periodica.
Obiettivo: potenziare il Circolo, in particolare il suo Consiglio Direttivo, sostenendo i soci maggiormente attivi ed i cittadini volontari del quartiere nella programmazione e realizzazione di attività
qualificanti e di socializzazione. Il Circolo si presenta in fatti come un prezioso
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TABELLA RIASSUNTIVA
ATTIVITÀ CONTINUATIVE REALIZZATE
da giugno 2006 ad oggi (maggio 2013)
ATTIVITÀ
PERIODO
Lavoro di territorio coi giovani
Dal 2003 al 2010
Ludoteca mobile “Ludobus in Quarta” nei parchi di
Estate 2006
Via Fenulli e Via Compagnoni
“Ludobus in Quarta trova casa”: ludoteca stabile
durante tutto l’anno
Attiva dall’ottobre 2006 ad oggi
Ludoteca estiva nel parco
Attiva ogni estate dal 2006 ad oggi
ADS Rugby Reggio garantisce alcuni posti gratuiti
presso il campo giochi estivo a bambini della zona
inviati dai servizi sociali del Polo (ad oggi i posti
sono 4)
Ogni estate dal 2008 ad oggi
Gruppo “Donne in quarta”
Attivo dall’estate 2008 al 2010
Doposcuola in Palestrina per bimbi di scuola
elementare e media
Attivo da ottobre 2008 ad oggi
Corso di italiano per donne straniere
Attivo da novembre 2008 ad oggi
Incontri di lettura di fiabe nel parco e in Palestrina
Attivi dal 2008 ad oggi
Corso attività motoria rivolta a donne di diverse età Attivo da maggio 2009 ad oggi
Corso di bicicletta
Primavera 2009
Attività Tai Chi
Attivo da ottobre 2010 ad oggi
Quattro Passi in Quartiere: Percorsi di esplorazione,
ricerca e scoperta del territorio Sud rivolti a bambini Realizzato ogni estate dal 2011 ad oggi
e genitori
Incontri sul tema della ricerca lavorativa
Giugno 2012
Ricerca qualitativa sugli esiti del progetto
Dall’aprile 2012 al maggio 2013
Corso di Spesa consapevole (gruppo donne)
Giugno 2012
DO.MI.NO.: progetto di animazione rivolto a
ragazzi dai 13 ai 18 anni
Dal gennaio 2013
Corso di informatica di base ( gruppo donne)
2012-2013
Attività di supporto al Circolo A.R.C.I. Fenulli
Dal 2006 ad oggi
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TABELLA RIASSUNTIVA
EVENTI REALIZZATI DA GIUGNO 2006
Partecipazione “Ludobus in Quarta” al campo
giochi estivo del Rugby
Estate 2006
Feste di animazione del quartiere Fenulli
Da settembre 2006, due volte l’anno in
autunno e in primavera
Feste in occasione di ricorrenze particolari (Natale
epifania, carnevale, festa della mamma, festa del
papà…)
Ogni anno dal 2007 ad oggi
Riunione di quartiere in Palestrina (organizzata
da Polo, circoscrizione, ACER) per coinvolgere gli
abitanti nella progettazione delle attività e nella
preparazione della festa inaugurale
14 ottobre 2008
Festa di inaugurazione Palestrina
25 ottobre 2008
Tombolata sociale presso Circolo A.R.C.I. Fenulli
Da Natale 2008 ad oggi
Lotteria sociale presso Circolo A.R.C.I Fenulli
23 aprile 2011
Tombola mensile Circolo A.R.C.I. Fenulli
Dall’autunno 2012 ad oggi
Festa della donna c/o Circolo A.R.C.I. Fenulli
a marzo di ogni anno dal 2010 ad oggi
Gara di Pinnacolo presso Centro Insieme
Novembre 2012
Festa inaugurale ed eventi progetto DO.MI.NO.
Aprile e luglio 2013
Cena palestinese presso i locali del Distretto Sociale
Coop, realizzata dal gruppo donne (“Mamme a
17 maggio 2013
Scuola”), ad inaugurare il ciclo di serate “Cuciniamo
insieme”.
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