il complesso “co-attaccato”

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il complesso “co-attaccato”
IL COMPLESSO “CO-ATTACCATO”
La teoria dell'attaccamento nelle relazioni costruttive e distruttive
Autrice: Marta Brunetti, Ottobre 2013
Introduzione.................................................................................................................................2
CAPITOLO I........................................................................................................................................3
La teoria dell'attaccamento............................................................................................................... 3
1. Cosa è l'attaccamento....................................................................................................................4
1.a Cosa sono i Modelli Operativi Interni........................................................................................... 6
2. Storia di una teoria........................................................................................................................7
2.a “Imprinting”..........................................................................................................................7
2.b “Le madri Rhesus e l'appartenenza sociale”......................................................................7
2.c “Vicinanza e protezione”...................................................................................................... 7
2.d Baltimore Longitudinal study (Ainsworth, 1978).............................................................. 8
3. L'attaccamento nel ciclo di vita.................................................................................................. 14
4. Attaccamento nella sua dialettica circolare.................................................................................17
4.a Perchè la madre si prende più cura del figlio rispetto al padre?.................................... 17
4.b Alleanza familiare “sufficientemente buona”...................................................................19
CAPITOLO II.....................................................................................................................................22
La Casa rifugio per donne legate ad un partner maltrattante..........................................................22
1. Storie di un attaccamento insicuro................................................................................................. 24
2. La scelta del partner....................................................................................................................25
3. La genitorialità nella violenza di genere.....................................................................................26
4. Il riflesso della violenza sugli operatori......................................................................................28
5. Serena e Luca ...un'esperienza di cambiamento.........................................................................29
Per concludere.................................................................................................................................31
Bibliografia:...............................................................................................................................32
Introduzione
In questo lavoro si intende approfondire la Teoria dell'Attaccamento di Bowlby, integrando l'opera
dell'autore sia con gli scritti contemporanei che con l'osservazione clinica.
L'argomento viene sviluppato all'interno di una cornice sistemico-relazionale e in un'ottica biopsico-sociale.
Nel primo capitolo si cercherà di introdurre il lettore all'interno della Teoria, presentando le
argomentazioni dei grandi dell'attaccamento, da Bowlby, agli autori post-bowlbiani e
contemporanei (Ainsworth, Main, Holmes, Attili ed altri) .
Segue una rilettura dell'Attaccamento che va oltre la relazione diadica madre-bambino, cercando
di mettere in luce la complessità del fenomeno e le sue applicazioni.
Nel secondo capitolo verrà discusso un tema emergente nella società contemporanea, che parte
dall'esperienza diretta nel lavoro con le donne vittime di violenza domestica e i loro figli, vittime
anche essi di violenza diretta o assistita.
Lo scopo è quello di ragionare sull'attaccamento passato e presente in queste persone, che legate
ad uomini maltrattanti subiscono e non riescono a proteggere i loro figli dalla violenza fisica,
sessuale, psicologica, economica, diretta o assistita.
Il lavoro si conclude con una breve riflessione sui temi trattati.
CAPITOLO I
La teoria dell'attaccamento
“Abbiamo tutti bisogno di amore, ma chi può offrirlo?”
Oscar Wilde
La teoria dell'attaccamento si configura come uno degli argomenti cardini della psicologia e della
pratica psicoterapeutica. Ciò che emerge dal confronto tra colleghi psicologi e psicoterapeuti, pur
appartenenti a diversi indirizzi teorici, è che l'attaccamento offre una possibilità di lettura della
mente e del comportamento umano sia in termini di sviluppo che di adattamento sano o
patologico.
La teoria dell'attaccamento, nata dalla combinazione del pensiero psicoanalitico con l'empirismo
etologico e la teoria evoluzionista, è stata impiegata per comprendere diversi contesti, che vanno
oltre l'introspezione psicoanalitica e che mettono in luce l'aspetto relazionale e sociale
dell'attaccamento.
Il fautore di questa teoria è John Bowlby, conosciuto per la sua resistenza a parlare della propria
famiglia e della propria infanzia, l’autore sembra aver dato voce ad una sofferenza legata a una
personale esperienza di attaccamento insicuro. Infatti dalla biografia di Bowlby (Holmes, 1993) si
evince uno stile di attaccamento caratterizzato da una madre probabilmente evitante o
comunque non rispondente alle richieste di affetto e di attenzione. In aggiunta le sue esperienze
cliniche con bambini ospedalizzati, giovani antisociali, lutti intrafamiliari, hanno diretto la sua
attenzione al ruolo dell'ambiente relazionale nell'eziologia dei disturbi mentali.
Come già accennato la sfondo teorico alla base della teoria dell'attaccamento sono i costrutti
degli evoluzionisti neodarwiniani, per cui lo sviluppo della persona si basa sull'interazione tra
individuo-ambiente e tra innato-acquisito. L'individuo in quest'ottica cresce attraversando diversi
stadi, con lo scopo di volta in volta di raggiungere un determinato equilibrio, il quale si modifica in
base all'interazione che la persona fa con l'ambiente per raggiungere il suo adattamento e
perpetuare la sopravvivenza. Tale equilibrio è molto plastico in età infantile e diviene meno
modificabile in età adulta.
Lo sviluppo della personalità è un processo dinamico, esito di aspetti psicologici e contestuali,
innati ed acquisiti nelle relazioni, in particolare riferite alle esperienze familiari nella prima
infanzia. Inoltre lo sviluppo dell'individuo è sempre inserito in un determinato periodo storicoculturale che inevitabilmente ne influenza il suo divenire, il suo percepire ed interpretare; nel
complesso ci si riferisce al modello bio-psico-sociale della lettura del comportamento umano.
1. Cosa è l'attaccamento
“Tutti noi, dalla nascita alla morte,
siamo al massimo della felicità
quando la nostra vita è organizzata
come una serie di escursioni,
lunghe o brevi, dalla base sicura
fornita dalle nostre figure di attaccamento”
J. Bowlby
Il sistema di attaccamento si delinea come sistema motivazionale a base innata che attraverso
meccanismi omeostatici regola l'equilibrio tra stati interni ed esterni; permettendo così al
bambino di attivare i comportamenti di attaccamento (aggrapparsi, piangere, seguire...) nelle
situazioni di pericolo al fine di ripristinare la condizione ottimale del “sentirsi sicuro” (Attili 2007).
Bowlby (1989), inoltre, ipotizza l'esistenza di altri tre sistemi di controllo che guidano i
comportamenti del bambino, sempre attraverso dei meccanismi retroattivi che regolano la
relazione con l'ambiente interno ed esterno: il sistema esplorativo, il sistema di difesa ed il sistema
affiliativo. I quattro sistemi sono coordinati tra di loro in modo che l'attivazione di uno o dell'altro
sistema sia dinamicamente equilibrata.
In particolare nel legame di attaccamento è interessante osservare la dialettica tra sistema
dell'attaccamento e sistema esplorativo in funzione delle esperienze relative all'accessibilità della
figura di attaccamento.
Nei suoi studi sul lutto e la separazione, confermati anche nella pratica clinica (l'emblematico
filmato della famiglia Robertson, 1952), Bowlby delinea la modalità adattiva dell'organismo di
fronte a situazioni di separazione/lutto descrivendo tre fasi che si susseguono:
Protesta - Disperazione - Distacco.
Protesta: si caratterizza dalla rabbia manifesta (grida, pianto, iperattività, ansia estrema, rifiuto di
conforto, sensi di colpa) e dalla lotta dell'organismo per impedire il verificarsi di un evento
intollerabile, nella speranza che la persona che se ne è andata ritorni.
Disperazione: descritta come profonda tristezza espressa attraverso uno stato depressivo, con
inattività, alterazioni del sonno e dell'alimentazione, disturbi gastrici e alterazioni fisiologiche.
Allo stesso tempo questo stato può generare una maggiore presa di coscienza della perdita che
nella sua funzione adattiva impedisce l'esplorazione senza una figura di riferimento protettiva in
caso di pericolo.
Distacco: fase dell'allontanamento emotivo, per accettare la nuova condizione. Può essere
interpretato come meccanismo difensivo dell'io.
Queste tre fasi che si susseguono possono esser viste come un tentativo inconsapevole di
controllare e significare la situazione. Ne può derivare, lungo un continuum, una riorganizzazione
della persona, in cui l'elaborazione della separazione/lutto permette la ripresa dell'esplorazione di
altre relazioni e contesti di esperienze, oppure uno stallo, un congelamento emotivo, per cui la
persona sente di avere perso per sempre il conforto e la protezione, così come la possibilità di
essere amata.
Il posizionarsi dentro questo continuum, verso un lato piuttosto che l'altro, dipende in gran parte
anche dalle prime esperienze con la figura di attaccamento. Infatti si è rilevato come le emozioni e
i comportamenti dei bambini sono modulati dalle aspettative e dalle rappresentazioni relazionali
costruite durante il primo anno di vita nella relazione con la madre. Rappresentazioni che
denotano al bambino la disponibilità della madre nel suo ruolo di protezione e vicinanza emotiva,
ovvero l'attenzione “a rispondere quando chiamata in causa, ma intervenendo solo quando
chiaramente necessario” (Bowlby, 1951). Per il bambino la figura di attaccamento è l'adulto che
“offra cure continue e costanti”, percepito come “più forte e/o saggio”.
Quando non si può usufruire di cure adeguate che permettano il soddisfacimento dei bisogni
innati di protezione, vicinanza e conforto, ovvero quando il legame di attaccamento è
disfunzionale, potranno emergere disturbi fisici, mentali o della condotta. “E' essenziale per la
salute mentale che il bambino faccia esperienza di una continuativa, intime e calda con la propria
madre (o con un sostituto) nella quale entrambi trovino soddisfazione e gioia”(Bowlby, 1951).
Bowlby paragona un legame di attaccamento inadeguato ad uno stato di “chronical mourning”, di
lutto cronico, che colloca l'individuo in una delle fasi che seguono la morte di una persona cara o la
separazione perenne da essa. Infatti è a partire dalle prime esperienze relazionali con la figura di
attaccamento che il bambino andrà a costruire i suoi Modelli Operativi Interni (MOI), ovvero le
interiorizzazioni di dinamiche relazionali, costituite dalle aspettative di come la figura di
attaccamento reagirà in talune circostanze di stress emotivo e fisico e dalle quali emergono le
rappresentazioni che il bambino ha del Sè, degli Altri e della Relazione. Questi Modelli si cocostruiscono nella comunicazione quotidiana, in una dimensione interpersonale ed
interdipendente (Bretherton, 1985).
Nello sviluppo dei MOI seppur la relazione primaria con la figura di attaccamento fa da prototipo
rappresentazionale di Sè, dell'altro e della Relazione, anche altre esperienze significative nel corso
del ciclo vitale possono concorrere alla loro formazione. Essi sono dunque aperti a possibili
riorganizzazioni derivanti da relazioni interpersonali importanti per la persona.
Da un punto di vista Neuroscientifico, gli studi recenti confermano l'esistenza di un'alterazione
funzionale di alcune aree celebrali (asse ipotalamicopituitario-adrenocorticale; regioni
ippocampali) nelle persone che hanno esperito traumi infantili e situazioni di stress cronico
(Schuder, Lyons-Ruth, 2004; Cicchetti, 2007).
Sembrerebbe che le esperienze di attaccamento danno forma all'organizzazione precoce
dell'emisfero desto e che l'attaccamento svolge un ruolo essenziale nella regolazione degli affetti
e dello sviluppo emotivo. Sono quelle regioni celebrali, sia corticali che sottocorticali (corteccia
orbitofrontale, sistema limbico ed aree di connessione ), sottostanti a processi emotivi e mnestici
quelle aree connesse con le esperienze di attaccamento. Cicchetti sostiene che “un bambino non è
in grado di sviluppare la corteccia orbitofrontale da solo, poiché tale sviluppo dipende dalle
relazioni che egli ha con le persone a sua disposizione”. Si è riscontrato che i pattern di
attaccamento insicuri o disorganizzati generano un'alterazione neuro-fisiologica nei livelli di
cortisolo (ormone dello stress). Seppur da un punto di vista comportamentale, ad esempio in un
bambino “evitante”, sembra ci sia una compensazione per la mancanza di protezione e contatto
emotivo materno, attraverso strategie coerenti ed organizzate (meccanismi difensivi che
riducono l'arousal), a livello neurobiologico tale compensazione determina un elevato costo
fisiologico (McEwen 1997).
Infine alcuni autori Lyons-Ruth, Bronfman e Atwood, (1999) hanno sostenuto che il sistema di
attaccamento sia un “sistema psicologico immunitario”, in quanto funzionerebbe come da
cuscinetto in situazioni di stress psicologico, mantenendo livelli di attivazione psicofisiologica
entro margini accettabili. Tali sistema psicologico immunitario, nelle forme psicopatologiche
probabilmente non ha avuto l'opportunità di svilupparsi appieno.
1.a Cosa sono i Modelli Operativi Interni
“Ho cercato di spiegare che
una parte di noi stessi che abbiamo a cuore
è la ricchezza che abbiamo accumulato
attraverso i rapporti con gli altri,
poiché tali relazioni, e anche le emozioni a esse connesse,
sono diventate un possedimento interiore”
Klein, 1930
I Modelli Operativi Interni possono essere paragonati ad una lente grazie alla quale la persona
legge, interpreta la realtà e reagisce ad essa. I MOI vanno ad influenzare i processi sia cognitivi
che emotivi di una persona e si esprimono nelle relazioni. Dirigono l'attenzione, filtrano le
informazioni, permettono di memorizzare alcune cose e di farlo in un determinato modo.
Sottostanno alla regola della coerenza interna cognitivo-emotiva, per cui vanno a far rilevare certi
episodi che confermano il modo di rappresentarsi della persona, degli altri e del suo rapporto con
gli altri. Permettono altresì di non riattivare il sistema di attaccamento qual'ora esso richiami
emozioni ed esperienze troppo dolorose.
A tal proposito Bowlby parla di processi di esclusione difensiva, per descrivere una scissione e
disorganizzazione dei magazzini mnestici, in cui non vi è corrispondenza tra memoria
autobiografica (evento concreto) e memoria semantica (interpretazione dell'evento da parte dei
genitori). In queste situazioni bambini o gli adulti tendono in maniera difensiva ad escludere dai
ricordi quegli episodi in cui si sono notati comportamenti dei genitori che questi volevano far
ignorare oppure comportamenti non accettabili e convertiti in sintomo, “una risposta che,
separata dal contesto che l'aveva suscitata, appare inspiegabile, o la conseguenza del tentativo
del paziente di evitare di rispondere con sensazioni autentiche ad una situazione estremamente
difficile”(Bowlby 1989).
I MOI si mostrano chiaramente nelle relazioni interpersonali, condizionando la definizione dei
ruoli, la punteggiatura relazionale, le aspettative e le convinzioni. I MOI definendo alle persone le
rappresentazioni reciproche del Sè, dell'Altro nella Relazione, inconsapevolmente entrano nella
dinamica relazionale spesso andando a perpetuare la rappresentazione prototipica.
Una persona che ha esperito un attaccamento sicuro, si mostrerà piacevole e verrà accolto, per
una persona insicura o disorganizzata il rischio è quello di accumulare sensazioni di insicurezza,
inadeguatezza ed inaffidabilità del mondo.
In ogni caso i Modelli Operativi Interni, seppur prototipo della relazione primaria possono
modificarsi in funzione delle esperienze relazionali dell'individuo. L'adolescenza, ad esempio,
sembra essere un passaggio del ciclo vitale molto particolare per il modellamento dei MOI
(Ammaniti et al. 2000).
2. Storia di una teoria
La teoria dell'attaccamento ha una storia le cui basi sono nate anche dagli studi e dall'influenza di
altri grandi autori. Di seguito ne verranno descritti in maniera schematica i principali.
2.a “Imprinting”
K. Lorenz (1949) nei suoi esperimenti con le oche ed anatre coniò il concetto di imprinting.
L'imprinting viene descritto nei termini di un meccanismo irreversibile speculare tra genitori e figli,
per cui in un periodo critico e attraverso un funzionamento innato di rilascio, permette al piccolo
di apprendere una serie di comportamenti fondamentali per la sopravvivenza, e al genitore di
trasmettere il proprio patrimonio genetico. Anche nel bambino esiste un periodo sensibile o di
vulnerabilità, dove il peso del rapporto genitore-figlio nelle modalità precoci di accudimento,
gioca un ruolo cruciale per lo sviluppo della personalità.
2.b “Le madri Rhesus e l'appartenenza sociale”
Hinde (1989) condusse degli studi sulle scimmie Rhesus, con lo scopo di comprendere quali effetti
a breve e a lungo termine potessero avere le separazioni in età precoce dalla propria madre. Nei
cuccioli si sono riscontrate le fasi di protesta e disperazione, per cui dapprima emettevano molti
richiami per poi passare ad una postura rannicchiata e di riduzione dell'attività. Le variabili
determinanti per ricostruire la relazione affettiva significativa madre-cucciolo dopo un periodo di
separazione (nello specifico 6 giorni), sono state le seguenti:
 disponibilità emotiva della madre prima dell'allontanamento.
 disponibilità emotiva della madre dopo l'allontanamento, dipendente da una variabile
ulteriore: la relazione con il gruppo.
Hinde osservò che se era la madre ad essere allontanata dal gruppo, perdendo così il suo ruolo di
membro e le alleanze costituite, le altre scimmie non si curavano del piccolo e alla riunione con la
madre il cucciolo impiegava diverso tempo per instaurare una relazione simile alla precedente.
Inoltre gli effetti comportamentali, quali impulsività e disadattamento si ritrovavano anche un
anno dopo la separazione. La madre al suo rientro dirigeva parte delle attenzioni anche per
reinserirsi all'interno del gruppo. Viceversa se il piccolo veniva allontanato, la madre poteva
mantenere il suo ruolo di membro del gruppo, così che al rientro del figlio era capace di dedicarsi
completamente a lui, aiutata anche dalle altre scimmie. Ne consegue che il riadattamento del
piccolo avveniva molo più velocemente perchè vi era più spazio per la relazione.
Questo esperimento proiettato sulla società umana ha evidenziato, oltre all'importanza della
sintonizzazione emotiva madre-figlio, il ruolo fondamentale dell'impalcatura sociale e familiare
per lo sviluppo del bambino. La possibilità di usufruire di più relazioni affettive è un fattore
protettivo per la relazione di attaccamento, sia per la figura che accudisce che per chi viene
accudito. Nei contesti in cui madre-bambino non sono inseriti in una rete sociale, familiare ed
amicale di rapporti significativi, le conseguenze a lungo termine delle separazioni sono molto più
accentuate. Questa peculiarità della relazione di attaccamento fa riferimento al concetto di
“attaccamenti multipli” (Cyrulnik, 2011)
2.c “Vicinanza e protezione”
Dagli esperimenti di Harlow sui macachi (Harlow Mears, 1979) è stato dimostrato che il legame
madre-figlio, nei termini di protezione e vicinanza è a motivazione primaria e non secondaria al
soddisfacimento di cibo. Infatti i piccoli se dovevano scegliere dove rifugiarsi in situazioni di paura,
preferivano dirigersi e trascorrere più tempo coccolati da un fagotto immobile, morbido e caldo,
piuttosto che stare vicino e a contatto con una sagoma di ferro dalla quale si poteva succhiare del
latte. Così è anche nel bambino, in cui il bisogno di vicinanza e protezione è un bisogno primario
ed innato.
2.d Baltimore Longitudinal study (Ainsworth, 1978)
Probabilmente lo studio più complesso che è stato effettuato sulla teoria dell'attaccamento. La
metodologia utilizzata è stata prima quella dell'osservazione diretta in contesti naturali, poi della
ripetizione di verifica in situazione sperimentale. Lo studio ha coinvolto un campione di 26 coppie
madre-bambino che sono state seguite per più di un intero anno. Come postulato di base vi era la
convinzione che l'espressione delle emozioni, la loro regolazione e i comportamenti fossero legati
particolarmente al tipo di accudimento esperito durante il primo anno di vita.
Le osservazioni misero in luce che sin dalla nascita i bambini mettono in atto una serie di
comportamenti che hanno l'effetto di far avvicinare la madre (pianto se la madre esce dalla
stanza, sorriso rivolto alla madre, braccia sollevate quando la vede, ecc...)
A partire dai 6 mesi questi comportamenti si organizzano in un sistema coerente di interazione
(comportamenti di attaccamento), per cui la madre o chi si prende cura del piccolo diviene figura di
attaccamento.
In quest'ottica accorrere al pianto del piccolo non è un rinforzo positivo a produrre o a mantenere
il pianto, ma una possibilità di creare delle aspettative sulla disponibilità della figura di
allevamento. Durante la crescita, se la madre ha soddisfatto i bisogni innati di conforto e
vicinanza, i bambini sembrano piangere solo in situazioni di reale stress.
Le osservazioni dirette dell'autrice hanno portato a definire delle tappe di sviluppo della relazione
di attaccamento:
 Mantenimento del contatto (0-2 mesi circa) attraverso il pianto, l'aggrapparsi ed il sorriso.
La madre già può significare questi segnali.
 Rifugio sicuro (2-6/8 mesi circa). Il bambino inizia a discriminare chi maggiormente è in
grado di alleviare il senso di sconforto. I comportamenti di attaccamento (sorridere,
piangere, aggrapparsi e vocalizzare) sono più rivolti alla figura di accudimento, così come il
conforto viene accettato essenzialmente se è la madre a coccolarlo.
 Ansia da separazione (6/8 mesi – 2 anni circa). Con lo sviluppo cognitivo (relazioni causaeffetto e permanenza dell'oggetto), motorio (gattona, afferra, lancia) e relazionale
(attenzione condivisa), si consolidano i prerequisiti mentali dell'imprinting filiale così che il
bambino protesta quando la figura di attaccamento si allontana. Compare la paura
dell'estraneo.
 Base sicura (dai 18 mesi circa). Si rafforza una relazione che ha come comune scopo il
conforto e mantenere la vicinanza. Anche il bambino si inizia ad adattare alla madre, la
reciprocità relazionale permette di aspettare, di stare un poco da soli. La ricerca della
madre è nei momenti di pericolo. Si interiorizza l'affidabilità materna, che permette
l'esplorazione del mondo circostante. Vi è un'interdipendenza emozionale.
Le capacità mnestiche, linguistiche e relazionali (considerare il punto di vista altrui)
contribuiranno alla formazione dei Modelli Operativi Interni, ovvero l'interiorizzazione della
relazione di attaccamento, che nel corso dello sviluppo contribuirà in maniera decisiva alla
rappresentazione cognitiva ed emotiva del Sè, dell'Altro e della Relazione.
Dunque i MOI di ciascuno di noi saranno utilizzati, al di là di una consapevolezza, nel corso della
vita come metro per definire chi siamo e chi sono gli altri nelle relazioni.
La seconda parte del Baltimore Longitudinal Study, ha permesso di classificare delle tipologie di
attaccamento. La situazione sperimentale viene definita come “Strange Situation”. Gli stessi
bambini precedentemente osservati nella relazione materna durante la vita quotidiana, vennero
video-registrati all'età di 12-13 mesi, durante una successione di tre situazioni:
1. gioco in presenza della madre e di un estraneo, entrato qualche minuto dopo.
2. allontanamento della madre e presenza dell'estraneo nella stanza dei giochi.
3. allontanamento anche dell'estraneo; il bambino gioca nella stanza da solo.
L'osservazione riguardava in maniera specifica i seguenti aspetti:
 comportamento esplorativo del bambino
 reazioni emotive all'allontanamento della madre
 reazioni alla presenza dell'estraneo
 risposte alla riunione con la madre
I risultati emersi dalla “Strange Situation” hanno permesso di distinguere l'attaccamento sicuro (B)
da quello insicuro, suddividendo quest'ultimo in insicuro-ansioso, ambivalente-resistente (C) ed in
insicuro ansioso, evitante (A).
Le tabelle che seguono descrivono in maniera dettagliata le caratteristiche di queste tre forme di
attaccamento, in cui le scoperte della Ainsworth sono state integrate con le considerazioni anche
più recenti.
ATTACCAMENTO SICURO (B) (Ainsworth et al. 1970; Attili, 2007)
Comportamento materno nel primo anno di vita Sensibilità e responsività ai segnali del bambino.
Supporto nelle situazioni stressanti.
Con l'estraneo
Il bambino sia pure in maniera circospetta è in
grado di giocare.
Separazione dalla madre
Il bambino mostra sconforto ma si riorganizza
emotivamente e riprende a giocare ed
esplorare.
Riunione con la madre
Il bambino comunica il disagio provato e si lascia
consolare dal contatto fisico ed emotivo della
madre, riprendendo a giocare con essa.
ATTACCAMENTO INSICURO-ANSIOSO, AMBIVALENTE-RESISTENTE (C) (Ainsworth et al. 1970;
Attili, 2007)
Comportamento materno nel primo anno di vita Imprevedibilità e mancanza di connessione nella
risposta ai bisogni emotivi del bambino.
Alternanza di disponibilità, indifferenza o
eccesso nell'accorrere ai segnali di paura e
sconforto o alle richieste di contatto.
(stile ambivalente-resistente)
Con l'estraneo
Il bambino manifesta un rifiuto di entrare in
contatto.
Separazione dalla madre
Il bambino ha difficoltà ad esplorare l'ambiente
e a giocare, mostrando segni profondi di
sconforto. Anche quando la madre era presente,
il bambino si manteneva stretto ad essa.
Riunione con la madre
Espressione dello sconforto in maniera molto
evidente con pianto inconsolabile, letto come
un tentativo per ricevere vicinanza. Allo stesso
tempo resistenza al contatto fisico e possibilità
di atteggiamenti aggressivi verso la madre, una
forma di “rabbia disfunzionale”.
(modalità ambivalente-resistente)
Scopo: presenza costante della madre
ATTACCAMENTO INSICURO-ANSIOSO, EVITANTE (A) (Ainsworth et al. 1970; Attili, 2007)
Comportamento materno nel primo anno di vita Rifiuto sistematico del bambino qual'ora
manifesti un bisogno affettivo o uno sconforto,
Caratteristiche materne: avversione per il anche attraverso la ridicolizzazione delle paure.
contatto fisico, inibizione dell'espressione Scoraggiamento del contatto fisico, minaccia di
emotiva; fastidio per richieste di aiuto o rompere la relazione per richieste eccessive.
(stile evitante)
conforto.
Con l'estraneo
Accetta senza problema la persona sconosciuta.
Separazione dalla madre
Riunione con la madre
Indifferenza. Il bambino, così come quando la
madre era presente, è preso dall'esplorazione e
dal gioco autonomo. Non mostra sconforto né
paura.
Il bambino rimane alla “distanza ottimale”, nè
troppo vicino né troppo lontano. Non mostra
emozioni di rabbia o tentativi di consolazione,
negando il bisogno di sicurezza per paura
dell'abbandono.
(modalità evitante)
Scopo: non essere respinti al momento del
bisogno. Protezione nel caso di pericolo
estremo
A queste tre categorie di attaccamento, studi successivi hanno aggiunto un'altra tipologia di
relazione madre-bambino, che la Ainsworth aveva considerato come “non etichettabile”, in
quanto differiva da tutti gli stili presi in considerazione. Tale forma di attaccamento viene definito
disorganizzato (D) (Main M., Hesse E. 1992) ed è descritto nella tabella sottostante.
ATTACCAMENTO DISORGANIZZATO (D) ( Main e Solomon, 1990; Attili 2007)
Comportamento materno nel primo anno di vita Madre
spaventata,
emotivamente
non
disponibile, in preda ad un lutto o ad un trauma
non risolto, maltrattane, abusante, trascurante,
con sintomi psichiatrici.
Incute spavento.
Con l'estraneo
Richiesta di conforto. Attivazione
comportamento di attaccamento.
del
Separazione dalla madre
Il bambino in assenza della madre esplora
l'ambiente e gioca. Quando la madre è presente
mostra cautela e paura.
Riunione con la madre
Il bambino presenta atteggiamenti di
evitamento e resistenza al contatto. Si dispera e
si aggrappa alla madre ma guardano altrove,
portando la mano alla bocca, chiudendo gli
occhi. Si raggomitolata e si dondola in modo
stereotipato, si immobilizza (freezing) o si
ammutolisce improvvisamente (stilling).
Situazione paradossale, per cui la ricerca di
conforto viene diretto filogeneticamente verso
una figura di attaccamento, la quale però risulta
essere essa stessa fonte di spavento. Si attiva
contemporaneamente
il
sistema
di
attaccamento e quello di difesa.
Scopo: resistere e prendere tempo al fine di
decodificare lo stato emotivo della madre
potenzialmente pericolosa.
Nelle diverse forme di attaccamento che sono state definite, il comportamento del bambino
risponde in ogni modo a quella che Hinde definisce “propensione a base sicura innata”, cioè a
quella predisposizione che porta il piccolo alla ricerca di vicinanza per essere protetto dal pericolo
e per sentirsi al sicuro. In questa lettura gli attaccamenti insicuri, evitanti, ambivalenti-resistenti e
disorganizzati sono anche essi funzionali a tale propensione.
Infatti nella relazione di attaccamento vi è un'organizzazione dei sistemi motivazionali infantili
delineati da Bowlby (attaccamento-esplorazione-difesa-affiliazione) attraverso cui il bambino è in
grado di anticipare il comportamento materno e di rispondere ad esso. Questi meccanismi
servono a mantenere un qualche contatto con la figura di attaccamento e nello stesso tempo un
sé integrato. D'altra parte però sono alla genesi di errori nella comunicazione arrivando fino a vere
e proprie patologie della comunicazione.
I bambini evitanti molto spesso ingannano e si ingannano nel mostrare la loro autosufficienza.
Autosufficienza connessa alla necessità di autoconsolazione esperita in assenza di una
sintonizzazione e di una risposta affettiva materna. Il sistema di esplorazione prevarica quello
dell'attaccamento. Forte è la paura di essere respinto, tanto da genere degli atteggiamenti che
innescano nell'altro poca tolleranza.
Nell'attaccamento ambivalente-resistente, il bambino prevede una scarsa affidabilità della figura
materna, per cui i livelli di ansia nella separazione sono così alti da inibire l'esplorazione, mentre
nella riunione con la madre si innesca dei comportamenti esagerati per mantenere la vicinanza.
Questi bambini mostrano in maniera ridondante la loro rabbia piuttosto che il loro dolore, ecco
perchè spesso da adulti cercano di mascherarla diventando persone dipendenti.
Nello stile di attaccamento disorganizzato, invece si osserva una disorganizzazione dei sistemi
motivazionali infantili, in quanto il bambino vive all'interno della relazione primaria una costante
paura, che proviene dalla stessa persona a cui dovrebbe chiedere conforto. Non vi è una
coordinazione tra stati cognitivi, emotivi e comportamentali, in quanto è assente la possibilità di
anticipare le reazioni materne; le emozioni vengono soppresse in maniera difensiva e non vi è
speranza di protezione in caso di pericolo estremo. I piccoli mettono in atto delle strategie
definite “di cut-off o fuga bloccata” al fine di porre termine ai comportamenti spaventosi materni.
Si possono osservare bambini che si raggomitolano, si bloccano, si afflosciano, che chiudono gli
occhi, o girano il capo dal lato opposto al fine di evitare una situazione insopportabile, derivante
dalla minaccia di non poter fuggire dal pericolo. Queste strategie esclude così tutte quelle
informazioni che manterrebbero attivato il sistema di attaccamento (Attili 2007). Inoltre possono
avere la funzione di ridurre l'ambivalenza tra fuga e spinta ad attaccare, infatti in diversi casi
intorno ai 2 anni di vita si sono osservati pattern coercitivi-controllanti nelle relazioni (Main e
Solomon 1990).
3. L'attaccamento nel ciclo di vita
Assodata l'esistenza di una correlazione tra il legame di attaccamento, esperito nella relazione
con la figura primaria durante l'infanzia, e la rappresentazione che l'adulto ha di Sè e del mondo
circostante, si osserva che l'espressione dell'attaccamento in età adolescenziale e negli adulti è
conseguente all'organizzazione di Modelli Operativi Interni più complessi. Queste nuove
configurazioni di attaccamento sono possibili sia per una maturità cognitiva ed affettiva, sia per le
diverse esperienze relazionali intraprese. Infatti le esperienze affettive significative, in particolari
relazioni diadiche, vedi nella pratica psicoterapica ad esempio, danno occasione di revisionare e
conoscere più consapevolmente i propri MOI.
Di seguito verranno presentate le quattro tipologie di attaccamento (sicuro; ambivalenteresistente; evitante; disorganizzato) in prospettiva evolutiva, partendo dal presupposto che la
classificazione è puramente indicativa e che ci possono essere molte altre variabili, le quali
consentono di cambiare direzione alla persona. Inoltre difficilmente si troveranno individui che
appartengono ad un unica categoria, piuttosto si conosceranno tendenze di stili di attaccamento,
che di conseguenza generano modalità di agire e di relazionarsi (Attili 2007).
In uno stile di Accudimento/Attaccamento sicuro (B):
Durante l'età dello sviluppo si possono osservare bambini che esprimono le emozioni, anche
aggressive, che interagiscono e giocano sapendo rispettare le regole (non iperadattati). Bambini
che si mostrano autonomi, prosociali e cooperativi. Sono capaci di chiedere aiuto.
In adolescenza l'autonomia rivendicata in questo periodo può attuarsi facilmente. Le provocazioni
e la sfida con i genitori, a livello più profondo, conosce la possibilità di fare affidamento sulla
famiglia in caso di necessità. Al ragazzo è consentito il salto di sviluppo nel mondo adulto.
L'adulto apparirà “libero/autonomo”(F), con una rappresentazione mentale della figura di
attaccamento come “base sicura”.
Si percepirà libero di esprimere le proprie opinioni ed emozioni, perchè si sente accolto dalle
persone, libero da pregiudizi negativi sugli altri. Presenta fiducia nelle proprie capacità ed è in
grado di gestire le difficoltà. Nelle relazioni affettive ama e si sente amato, chiarisce e negozia i
termini della relazione, riconosce i bisogni di coppia ed è empatico. E' in grado di tollerare le
separazioni temporanee, affronta i conflitti costruttivamente e accetta l'aiuto. La realtà esterna è
rassicurante e le capacità genitoriali saranno nei termini di base sicura per i figli.
All'interno di uno stile di Accudimento/Attaccamento ambivalente-resistente (C):
Il bambino tende ad esprimere in maniera esagerata gli affetti, confusi e confondenti. Si possono
presentare come impulsivi, timorosi, aggressivi ed inconsolabili. Spesso vengono rifiutati dai
coetanei e ricorrono all'insegnante nei conflitti.
In età adolescenziale l'autonomia e l'indipendenza possono essere vissute come pericolose. La
percezione di sé come vulnerabile e a rischio, senza possibilità di poter contare sempre sulla
propria famiglia. Il ragazzo presenta ostilità nei confronti dei genitori, messi a dura prova nel
rispetto delle regole (spesso assenti) e del loro ruolo.
L'adulto si caratterizza come preoccupato/invischiato (E), con una rappresentazione mentale della
figura di attaccamento imprevedibile e inaffidabile. Nelle relazioni, ha difficoltà a regolare
l'espressione emotiva e presenta il bisognoso di mantenere un'attenzione continua verso l'altro,
con paura di abbandono o di controllo ed intrusione. L'altro viene spesso percepito come
inaffidabile. La persona manifesta scarsa fiducia nelle proprie capacità, rimanendole difficile
affrontare da solo le difficoltà. Nella relazione affettiva, i termini di ruoli e posizioni sono rigidi e
negoziati coercitivamente, non tollera le separazioni temporanee, ha la sensazione di non esser
degno di amore, mostra gelosia e possessività. Difficilmente si abbandona a sensazioni piacevoli,
presenta aggressività nella risoluzione dei conflitti e scarsa empatia. La realtà esterna viene
vissuta come pericolosa. Nel ruolo genitoriale si caratterizza come genitore intrusivo, controllante
e preoccupato.
Nello stile di Accudimento/Attaccamento evitante (A):
Durante lo sviluppo i bambini tendono a sopprimere l'espressione emotiva. Presentano
strutturate aspettative di rifiuto, non colgono altre risposte relazionali positive. Si possono
mostrare passivi, violenti o ingannatori, con notevoli difficoltà ad instaurare amicizie.
In adolescenza appaiono eccessivamente autonomi e indipendenti, si caratterizzano per un sè
grandioso e rifiutano spesso le figure genitoriali denigrandole, considerate come incapaci di
ascoltare ed inutili.
L'adulto distanziante/distaccato (Ds) ha una rappresentazione mentale della figura di
attaccamento come distanziante e rifiutante, tanto che a sua volta si mostra distaccato nella
relazione con l'altro. Rassegnato sul poter ricevere aiuto e conforto, non chiede, sopprime le reali
emozioni, nega i propri bisogni. Può presentare sentimenti di solitudine e rabbia controllata,
manifestando aggressività o isolati o eccessivamente socievolezza. Si fida solo di sé stesso,
enfatizzando un'esibita indipendenza e scarsa empatia. Vive gli altri come rifiutanti, ostili e rigidi.
Nelle relazioni affettive si sente non amato e non amabile, non definisce i termini della relazione,
si mostra passivo o tendente all'inganno, freddo ed indifferente anche nelle separazioni
temporanee. La realtà esterna viene vissuta come ostile e violenta o autorappresentata per
conversione stereotipicamente positiva. Come figure genitoriali si caratterizzano per essere
rifiutanti, ridicolizzanti e distanzianti.
Accudimento/Attaccamento disorganizzato (D):
Durante l'età evolutiva il bambino si mostra incoerente nelle relazioni, o aggressivo e
provocatorio o passivo ed isolato. Tende alla minaccia o a mostrare reazioni di paura nei confronti
dei coetanei.
Gli adolescenti essendo stati ostacolati nel normale decorso di sviluppo, spesso manifestano
sintomi di tipo psicopatologico e disturbi della condotta. Mancano di competenza sociale e
dimostrano un deficit nella regolazione emotiva.
L'adulto si presenta come non risolto (U) e avente una rappresentazione mentale della figura di
attaccamento come bisognosa di aiuto e che spaventa. Viene vissuta una potente ambiguità nel
vivere se stesso e gli altri, percezioni multiple e incoerenti, caratterizzate da ostilità ed impotenza.
La persona si percepisce nella relazione come colui che può aiutare, allo stesso tempo però si
sente minacciato e fonte di paura. Sono presenti sentimenti di colpa, necessità di dover essere
punito o di dover salvare. Possono esperire di essere in una situazione di costante pericolo. Le
relazioni affettive sono caratterizzate da violenza, maltrattamento o forte imprevedibilità,
evitamento ed isolamento, attraverso modalità aggressiva o di sottomissione nella relazione. La
realtà esterna è catastrofica. I genitori spesso sono a loro volta maltrattanti, disorganizzati e
“discuranti”.
Infine si vuol presentare un ultima tipologia di attaccamento, messa a punto dal team coordinato
dalla professoressa ordinaria di psicologia sociale dell'Università la Sapienza di Roma, G.Attili
(2007). La definizione di questo stile di attaccamento è “attaccamento confuso”:
Pattern riconducibile contemporaneamente ad attaccamenti distaccati e invischiati/preoccupati.
All'interno di questa modalità di attaccamento il bambino sembra incapace ad individuare i
termini del pericolo collegato alla separazione e di reagire ad essa. Probabilmente ha vissuto
situazioni in cui le figure di accudimento erano rapidamente mutevoli, oppure è stato allevati
all'interno di un contesto di cure distorte da parte di più figure, l'una in contrasto con l'altra.
In adolescenza l'autonomia e l'indipendenza sono a rischio non essendo sostenuto il normale
sviluppo e la necessità di individuazione, gli adolescenti spesso presentano forme sintomatiche
come ad esempio il disturbo del comportamento alimentare.
Durante l'età adulta si possono osservare situazioni psicopatologiche, per cui risaltano agli occhi
risposte emotive incompatibili ed un'organizzazione mentale confusa alla cui base vi è un
meccanismo difensivo di fuga. Nel SAT (Separation Anxiety Test, riformulato da Attili nel 2001)
mostrano nelle risposte incapacità di prendere una posizione (“Dipende da..”; “Non so se...”;
“Potrebbe..”).
In questa descrizione di come l'attaccamento ed i MOI si evolvono nel corso dello sviluppo, si
mette in evidenzia quella circolarità transgenerazionale per cui dinamiche relazionali si
acquisiscono, si esercitano e si trasmettono. La persona si può trovare ora nella posizione di figlio
che insatura l'innato legame di attaccamento con la mamma, la quale a sua volta è stata figlia e
partner di un'altra persona con una specifica storia di attaccamento alle spalle (Fig.1).
Crescendo ci si trova a stabilire relazioni anche con altre figure, in primis il padre o persone interne
alla famiglia e successivamente con coetanei ed amici. L'individuo si può trovare anche nella
posizione di partner in una relazione di coppia che vede l'intreccio, spesso “complementare” di
due storie di attaccamento (Fig.1). Infine la persona sarà essa stessa figura di attaccamento o
genitore che trasmette in maniera più o meno implicita nella relazione il racconto del proprio
attaccamento (Fig.1). In questo spazio del “ciclo di attaccamento” (Fig.1 “eventi e persone
significative”) ci sono dei tasselli che fanno di ogni individuo la particolarità, sono gli eventi
potenzialmente rischiosi o protettivi che permettono di continuare l'attaccamento
transgenerazionale o di arrestarlo o modificarlo. Tasselli che possono riguardare la qualità della
relazione genitoriale e quella di coppia, la costituzione del bambino, un'amicizia, una psicoterapia,
un'arte in cui esprimersi, un copione seguito, un lutto in un momento particolare del ciclo vitale,
una storia di aborti ecc...
4. Attaccamento nella sua dialettica circolare
La maggior parte degli studi sull'attaccamento si sono concentrati sulle ripercussioni che la
relazione di attaccamento può avere sullo sviluppo della personalità dei figli.
In un'ottica più ampia però è necessario considerare anche le ripercussioni che tale relazione ha
sulla madre o sulla figura principale di attaccamento. Infatti se da un lato i comportamenti di
attaccamento, pur insicuro, vengono considerati una forma di adattamento ottimale allo stile
relazionale di accudimento della madre, dall'altro lato i diversi stili di comportamento materno
possono considerarsi adattivi in termini transgenerazionali, socio-culturali e per il successo
riproduttivo in uno specifico ambiente. Basti pensare ad una madre che ha perso la propria figura
di attaccamento in età precoce oppure a disagi socio-economici che non consentono di prendersi
cura in maniera idonea del proprio figlio, alle vittime di violenza domestica, ad una madre che
quotidianamente deve relazionarsi con un figlio a cui è stata diagnosticata una sindrome autistica
oppure ad una madre che per sua fortuna ha sperimentato a sua volta uno stile di attaccamento
sicuro.
Anche in Bowlby si ritrova la concezione che il legame di attaccamento è a base innata e
relazionale. La motivazione a prendersi cura del proprio figlio è biologica, così come
l'individuazione in tempi brevi di chi sia motivato ad offrire cure, ma in questo quadro più ampio ci
sono numerose altre variabili, derivanti dalla storia pregressa e presente della madre, dalla
gravidanza e dalle caratteristiche del bambino (che già prima dalla nascita ha una propria storia,
fatta di immagini, di proiezioni e di sensazioni fisiche) che concorrono a formare quel “complesso
co-adattato”(Hinde 1989) che è l'aspetto puramente relazionale dell'attaccamento. Ci si riferisce
alla sintonizzazione relazionale madre-neonato, attraverso cui vengono costruiti significati
condivisi, per cui la madre risponde ed invia messaggi che se coerenti e carichi di sicurezza
affettiva, permette al bambino di sviluppare una rappresentazione di sé stesso come qualcuno
che può essere amato e curato (e dunque amarsi e curarsi), che può piangere e richiamare
l'attenzione in situazioni di disagio o pericolo (e dunque fidarsi), che può esplorare serenamente il
mondo per conoscere e fare (e dunque sviluppare cognitivamente e meta cognitivamente).
Diversi studi hanno mostrato come la “riflessività materna”, ovvero la capacità metacognitiva e di
Teoria della mente sono variabili che favoriscono un legame di attaccamento sicuro (Fonagy et al
1997).
In questa danza di sintonizzazione il bambino ha un suo contributo molto importante.
Thomas e Chess (1977) definiscono degli stili comportamentali distinguendo i bambini “difficili”
dai bambini “facili”. Gli autori hanno preso in considerazione alcune variabili, quali ad esempio la
responsività, la ritmicità fisiologia dell'alimentazione, della defecazione e del sonno, l'umore e la
frequenza del pianto, l'attività motoria, la risposta a stimoli o persone nuove.
Intuitivamente un bambino “difficile” pone maggiori ostacoli allo sviluppo di un legame di
attaccamento sicuro rispetto ad un bambino “facile”. In una prospettiva relazionale una mamma
tendente ad un accudimento insicuro può giovare di un fattore protettivo se il proprio bambino è
“facile”. Così come un bambino tendenzialmente “difficile” potrà sviluppare un legame di
attaccamento sicuro con una mamma a sua volta sicura. Nel caso in cui sia nella mamma che nel
bambino i fattori di rischio sono alti cresce la probabilità di una tipologia di attaccamento insicuro.
4.a Perchè la madre si prende più cura del figlio rispetto al padre?
Molti degli studi sull'attaccamento, in particolare i primi, si sono concentrati sul rapporto diadico
madre-bambino. Il ruolo principale della madre nello sviluppo dell'attaccamento può essere
spiegato, da un punto di vista evoluzionistico, come un comportamento nato dall'esito di
pressioni selettive individuali, ancorate alla filogenesi, in quanto il pattern madre-bambino
sembrava essere il più adatto all'ambiente in cui vivevano i primi uomini. Secondo questa
prospettiva lo stretto contatto materno aiuta la termoregolazione insufficiente nei neonati, così
come la posizione semiverticale tipica di quando il piccolo sta in braccio, consente di migliorare
l'ossigenazione del sangue; il grasping-reflex, la suzione, la marcia di Moro sono funzionali per
mantenere il contatto e la protezione della madre (Attili 2007). Inoltre sembrerebbe che la
tendenza alla cura della prole da parte della donna sarebbe legata al fatto che la possibilità di
avere un successo riproduttivo è molo inferiore a quella dell'uomo (Attili, 2004), dunque le
maggiori dosi di cure, protezione ed empatia permetterebbero di ampliare la sopravvivenza dei
figli.
Queste considerazioni però sembrano non considerare altre variabili che si inseriscono nel
complesso sistema dell'attaccamento.
In un'ottica bio-psico-sociale e sistemico-relazionale, il ruolo del padre, della famiglia di origine e
della coppia genitoriale, così come il ruolo del contesto storico-culturale sono aspetti che
intercorrono nella formazione del legame di attaccamento e dei Modelli Operativi Interni.
In una meta-analisi di van Izendoorm (1997) viene evidenziato che in realtà nella trasmissione
intergenerazionale dell'attaccamento, il peso della relazione materna sembra essere rilevante nel
75% dei soggetti, per il restante 25% gli esiti positivi o negativi non sono prevedibili dai modelli
operativi interni materni. Ciò a sostegno che nello sviluppo dei MOI e del legame di accudimentoattaccamento vi è un'interazione di diverse variabili bio-psico-sociali. Infatti la predisposizione del
bambino a formare attaccamenti multipli (Cyrulnik, Roma 2011) che garantirebbero maggiori
possibilità di adattamento e di funzionamento, interagisce con variabili quali, la relazione con il
padre, la relazione della coppia genitoriali, i nonni, l'integrazione socio-culturale ed altri fattori
interni od esterni alle persone.
La costruzione delle relazioni può essere vista come una sequenza adattiva, in cui a partire dalla
prima relazione significativa con la figura di attaccamento, si prosegue rispecchiandosi negli altri
familiari, nei pari, nel partner e negli estranei. Nello specifico, il ruolo del padre, sembra avere
sempre maggior importanza per lo sviluppo del sé e dei MOI nel bambino. In una lettura
sistemica, il padre viene visto parte attiva della dialettica relazionale nell'attaccamento, in quanto
egli stesso protagonista, attraverso le proprie interiorizzazioni di sè, degli altri e delle relazioni,
della co-costruzione del legame madre-figlio.
Il padre rispecchia l'immagine della moglie come donna e come mamma, influenzandone i MOI.
Il padre può sostenere la moglie nell'accudimento del figlio, può trasmettere riconoscimento o
svalutare il ruolo di madre, può favorire o ostacolare un sereno passaggio dallo stato simbiotico
all'individualizzazione del figlio. La genitorialità paterna a sua volta sarà influenzata dalle
caratteristiche della moglie e dalla qualità della relazione coniugale. Un padre sicuro sarà un
fattore protettivo per un contesto familiare in cui la moglie è invece insicura, poiché può offrire
alla coniuge la possibilità di rispecchiarsi in altri occhi, così da modulare anche le risposte materne
alle richieste del figlio. Specularmente un padre insicuro potrà essere meno negativo ed ostile con
il figlio se ha a fianco una moglie sicura rispetto alla storia dei suoi attaccamenti (Attili 2007).
D'altro canto il bambino già a tre mesi sembra avere un “competenza triangolare”, ovvero una
propensione innata ad interagire con due o più persone. Il piccolo è in grado di dirigere
l'attenzione e l'affetto verso i due genitori, i quali a loro volta possono facilitare uno sviluppo
positivo attraverso “un'alleanza familiare sufficientemente buona”(Attili 2007).
Ci possono essere delle situazioni particolari in cui la figura paterna, qualora la madre per qualsiasi
motivo non riesce ad occuparsi del piccolo, può rappresentare la figura di attaccamento principale
oppure la seconda figura di attaccamento, “compensativa” quando la sintonizzazione materna è
danneggiata. Anche Bowlby fece notare l'esistenza di una “gerarchia di figure affettive”, le quali
pur non funzionando come figure primarie di attaccamento possono porsi come persone o
contesto di protezione allargato.
4.b Alleanza familiare “sufficientemente buona”
Riprendendo le considerazioni sull'importanza di vedere l'attaccamento come un fenomeno più
complesso, che va oltre la relazione diadica madre-bambino, si vuol introdurre l'influenza che la
relazione di coppia può avere sullo stile di attaccamento che il bambino esperisce. Oramai è
assodato come nello scegliere una compagna o un compagno la persona riattiva le dinamiche
proprie del sistema di attaccamento esperito durante l'infanzia. L'individuo seleziona
accuratamente i contesti e le relazioni, preferisce un partner che confermi le opinioni che ha
costruito su se stesso, sugli altri e sulla relazione. Tanto più viene soddisfatta questa “coerenza”,
tanto maggiore potrà essere la durata di una relazione sentimentale.
Nelle relazioni di coppia compaiono le stesse dimensioni dell'attaccamento madre-bambini:
effetto mantenimento del contatto, effetto rifugio sicuro, effetto ansia da separazione, effetto
base sicura. Un aspetto importante nell'attaccamento tra adulti è “la reciprocità” (Attili 2007) nel
coprire ora un ruolo di figura accudente, che offre conforto e protezione, ora un ruolo di colui che
ha bisogno di essere confortato. Tale flessibilità e reciprocità sono variabili di un andamento sano
nel rapporto di coppia. Infatti qual'ora i ruoli di accudente/accudito si irrigidiscono, la relazione
può rivelarsi patogena.
Un'altra caratteristica fondante il rapporto di coppia è la dimensione sessuale, come ricerca di una
prossimità. Attili (2007) riflette come da un punto di vista filogenetico la scelta del partner viene
guidata da una serie di segnali, i quali dirigono la persona verso colui o colei che oltre ad esser un
buon compagno, potrebbe essere anche un buon genitore. Gli individui sicuri tendono ad amare
combinando amore passionale e amore altruistico- disinteressato. Le persone ambivalenti si
caratterizzano per l'amore passionale e idealizzazione, mentre le evitanti vivono le loro relazioni
come amore logico o amore-gioco, nel complesso circospetto. E' bene sottolineare come
all'interno della relazione di coppia si ha la possibilità di esperire relazioni diverse, per cui si può
innescare anche una modificazione degli stessi MOI in una persona. Un partner sicuro può ad
esempio fungere da base sicura per l'altro meno sicuro, nel tempo questa relazione può generare
un'opportunità di interiorizzare una rappresentazione diversa di sé, dell'altro e delle relazioni. Nel
rapporto di coppia si può esperire una dimensione di sé più apprezzata, protetta, rassicurata
(pattern sicuro) o viceversa come poco disponibile (pattern insicuro) o troppo coinvolta (pattern
evitante) o vittima (cluster disorganizzato).
L'idea di fondo è che la relazione coniugale inevitabilmente entra nella relazione genitorebambino, in un'interdipendenza per cui la sensibilità nei confronti dei figli è strettamente
correlata alla soddisfazione coniugale. Da alcune ricerche emerge che i padri portati
spontaneamente a prendersi cura dei figli, con frequenti interazioni di gioco, sono anche mariti
gratificati nel rapporto con la moglie, tale rapporto si basa su una profonda comunicazione (van
Ijzendoorn et al 1997). La coppia va a costituire di per se un “terzo” che rappresenta il contesto più
ampio entro cui il piccolo può sentirsi protetto.
In questa lettura relazionale è evidente la dialettica circolare nell'attaccamento infantile, per cui
diverse storie di attaccamento, specifiche della madre e del padre si inseriscono in un rapporto di
coppia, che permette un ri-modellamento più o meno coerente e complementare dei MOI, che a
loro volta influenzano la storia di attaccamento del bambino.
In questi termini è possibile anche parlare di “alleanza familiare sufficientemente buona”, dove il
“terzo”, la coppia, se adeguatamene unito e sintonizzato funge da contenitore e da rifugio sicuro
per il piccolo.
CAPITOLO II
La Casa rifugio per donne legate ad un partner maltrattante
“Dove sono finite le colazioni gioiose?
Il succo d'arancia e il bacon?
Il bacio del mattino e il sorriso al dentifricio?
Sembri aver rinunciato.
Ora, solo smorfie unte
uova fritte rovesciate
minacce bruciate e rabbia coagulata.
Lacrime in una tazza sporca”
McGough, 1990
In questo capitolo si prenderà in considerazione una tipologia di relazione caratteristica nelle
donne legate ad un partner maltrattante, le quali seppur nella loro specificità individuale,
sembrano avere delle somiglianza nello stile di attaccamento esperito durante l'infanzia, nella
scelta del partner e nella modalità di accudimento dei figli.
Il mio lavoro in Casa rifugio per le donne vittime di violenza domestica e minori a carico, mi ha
offerto molte occasioni di riflessione sui legami di attaccamento. Il nome stesso della struttura
che accoglie nei casi di estremo pericolo queste donne, suscita un pensiero legato alla dimensione
dell'attaccamento. Il “rifugio sicuro” è il termine che viene utilizzato, in primis da Bowlby, per
descrivere un'esperienza di protezione e sicurezza, di libera espressione emotiva e di vicinanza
fisica ed affettiva.
Le donne vittime di violenza domestica manifestano la necessità profonda di esperire un contesto
di relazioni sicure, all'interno di un luogo amichevole, che consenta di “star bene”, di riposarsi, di
esprimersi liberamente e all'occorrenza di pensare con adeguato coinvolgimento affettivo al
proprio passato e futuro.
La Casa rifugio dunque può essere vista un ambiente entro cui poter sperimentare relazioni
diverse, interiorizzare nuove rappresentazioni di sé, dell'altro e della relazione che intercorre;
un'opportunità di riorganizzare i propri Modelli Operativi Interni.
L'etica alla base della metodologia di lavoro in Casa rifugio, parte da una riflessione di genere della
violenza, per cui l'assunto principale è che la violenza alle donne sia intrinseca al nostro sistema
culturale e basata sulla discriminazione dei generi (Cardinaletti, 2012). La dimensione della cura
che la donne deve offrire all'altro diviene ben presto dipendenza, così come il ruolo di protezione
e di dominio del pater familias fanno parte degli stereotipi socio-culturali. Perciò l'intervento più
utile a contrastare il fenomeno è un cambiamento a livello della rappresentazione socio-culturale
dei generi, nei termini di una valorizzazione delle differenze e di un recupero della soggettività
maschile e femminile. Oltre a questo livello, la violenza alle donne presenta un aspetto
relazionale, per cui la sottomissione e la dipendenza della vittima riflette la complementarietà alla
supremazia e al controllo del carnefice. Questa circolarità va letta all'interno di una relazione di
abuso, per cui non è possibile considerare sullo stesso piano i comportamenti “vittima-carnefice”,
ne tanto meno giustificare il maltrattamento.
Nella maggioranza dei casi, sopratutto all'inizio del percorso di uscita dalla violenza, i partner
parlando uno dell'altro fanno riferimento ad un “amore con qualche comportamento violento”;
manifestazione della collusione con la rappresentazione sociale del legame affettivo, che rende la
violenza così resistente al cambiamento (Cardinaletti, 2012).
Infine da un punto di vista individuale le donne vittime di violenza mostrano sentimenti di
impotenza, ambivalenza ed incapacità di tutelare i figli. Si assiste a quello che la Cardinaletti
(2012) definisce un “annientamento del sé; una dispercezione del senso di sé e di una tendenza a
dirigere le proprie risorse interne esclusivamente verso l'esterno”. Per questo motivo spesso si
osserva un congelamento del sé, un'autopercezione di incapacità al cambiamento e ad una
progettualità futura, così come una mancanza di strategie di autoprotezione e protezione verso i
figli.
In una situazione relazionale adeguata, la percezione dell'identità è un processo in continuo
cambiamento, ricco di sfaccettature, che nella violenza non possono essere esperite in quanto si è
vittima del controllo e dell'isolamento relazionale. Questo essere in balia dell'altro genera
progressivamente una tendenza ad assumere il suo punto di vista su di sé. Non a caso le donne
ospitate in Casa rifugio, inizialmente si descrivono nello stesso modo con cui sono state descritte
dal partner maltrattante (incapaci come donne e madri, frigide, limitate cognitivamente...).
Inoltre paradossalmente, lungi dall'assumere una situazione di passività e non azione, le donne
legate ad uomini maltrattanti aumentano la loro quantità di energia, dirigendola però soltanto
sugli altri. Sono donne che non possono permettersi di ammalarsi, di fermarsi. Infatti all'ingresso
in Casa rifugio si osserva un'iniziale frenesia ed uno stato di allerta notevole (fanno pulizie,
cucinano, lavano e stirano), successivamente le stesse signore si “permettono” di star male
(febbre, mal di gola, mal di schiena...), di sedersi, di leggere, di giocare con i propri figli e di
sorridere.
I danni causati da una relazione basata sull'abuso e sul controllo sono molteplici. La durata del
rapporto, le eventuali violenze pregresse intra o extra-familiari, le reazioni del contesto di vita
(protettivo o colpevolizzante) sono gli indici predittivi del danno soggettivo ed oggettivo.
Nell'esperienza del mio lavoro ho conosciuto donne con lesioni fisiche temporanee o permanenti
come ematomi, fratture, traumi cranici, ustioni, cecità, sordità e lesioni agli organi interni.
Non meno gravi sono i sintomi psicologici, quali reazioni di ansia acuta, dissociazioni, numbing,
sindrome post-tarumatiche da stress e stati depressivi che le continue svalutazioni, denigrazioni,
minacce ed insulti concorrono a generare.
Da un punto di vista socio-economico, le donne legate a uomini maltrattanti, difficilmente
possiedono risorse economiche proprie, in quanto tutto veniva gestito dal partner; così come la
loro rete amicale e relazionale è estremamente ridotta, causa il maniaco controllo e gelosia dello
stesso.
1. Storie di un attaccamento insicuro
Durante i colloqui psicologici che vengono fatti con le ospiti della Casa, sempre vi è uno sguardo
sulla famiglia di origine e sul passato della persona.
Dai racconti delle signore emerge costantemente una storia di attaccamenti insicuri, sul versante
ambivalente-resistente, disorganizzato, o riprendendo la categoria descritta da Grazia Attili,
confuso (vedi pag.17, Cap. I).
Nelle descrizioni delle figure genitoriali, molte volte uno dei due genitori viene particolarmente
idealizzato e con difficoltà affiora in maniera consapevole una storia di conflitti intrafamiliari, che
invece si deduce chiaramente dalla ricostruzione della storia personale passata.
Nella storia familiare la violenza di genere sembra far da copione transgenerazionale, celata il più
delle volte dietro gli stereotipi culturali del ruolo maschile e femminile.
La figura materna di solito viene descritta come pacata, buona, rispettosa e “sacrificale” verso
tutti. In realtà appare poco protettiva e vicina, scarsamente empatica, giudicante ed incapace di
consolare emotivamente.
La figura paterna, seppur meno protagonista, può essere raccontata come autoritaria e attenta
alla buona educazione dei figli, un lavoratore, portato ad arrabbiarsi “giustamente”se qualche
cosa era fuori posto. Viene legittimato il ruolo periferico di un padre aggressivo.
I fratelli e le sorelle, si alternano nell'esser considerati punti di riferimento protettivi ed accoglienti
oppure giudicanti e colpevolizzanti.
Le donne legate a uomini maltrattanti hanno una caratteristica di personalità peculiare che si
manifesta nella loro dipendenza relazionale, legata allo stile di attaccamento insicuro esperito in
età infantile e/o adulta nella relazione con il partner. Si osserva una profonda difficoltà nel
percepirsi come persone capaci, che riescono da sole e degne di amore. Sembra che la loro
percezione di sé sia ricca di emozioni negative legate alla poca disponibilità ad essere scaldate,
accudite e protette. L'amore romantico assume valenze anche punitive, i sensi di colpa per non
avere fatto abbastanza al fine di essere amate, si manifestano nelle spiegazioni razionali del
comportamento del maltrattante (“ho dato tutte le attenzioni ai figli, trascurandolo; “Lui tiene
alla buona educazione”; “La gelosia era un segno di amore”...). Allo stesso tempo, la relazione di
violenza, mantiene un legame affettivo. I tratti di personalità dipendente si caratterizzano, infatti,
come un tentativo di autonomia smorzato dalla paura di restare soli per lo stesso motivo. Avendo
vissuto la minaccia di abbandono nelle loro esperienze infantili, le donne estremizzano gli
atteggiamenti di contatto alzando la soglia di tolleranza alla violenza. Dunque le donne legate ad
una relazione maltrattante, hanno alle spalle spesso storie di attaccamenti insicuri,che si
inseriscono in un quadro più vasto in interazione con componenti di vulnerabilità genetica e scarsa
protettività socio-culturale. La scelta di un partner abusante è un ulteriore blocco alla possibilità di
viversi in altro modo nella relazione con l'altro e con la vita.
2. La scelta del partner
“E’ stupefacente constatare quanti comportamenti sadici
possano avere gli individui senza rendersene conto”
(Horney, 1992)
“Perchè non lo lascio?” è il titolo di un libro di Rose Galante (2012) sulle donne vittime di violenza
domestica.
Da un punto di vista razionale queste signore vorrebbero uscire dalla relazione violenta, ma lo
sforzo per affrancarsi da una “ruolo relazionale”, seppur disfunzionale, conosciuto è
estremamente grande. Come già è stato sottolineato il maltrattante sembra inserirsi
coerentemente con le rappresentazioni che la donna ha costruito su di sé, sull'altro e sul mondo
circostante.
L’uomo che hanno scelto è stato amato immensamente, visto le modalità “principesche” che la
maggior parte degli uomini maltrattanti mostrano all'inizio del rapporto. Inoltre l’ideale di amore
romantico cela le imperfezioni, seppur ingenti, del rapporto affettivo che si sta costruendo.
Le sottili attenzioni, probabilmente poco esperite dalle donne vittime di violenza, inducono a
pensare di aver trovato finalmente un “rifugio caldo e sicuro”, tanto che per queste donne
rinunciare ad un ideale di famiglia serena, perfetta e sempre e comunque unita è un dolore
insopportabile.
Dall'altro lato l'uomo maltrattante deve aver avuto anche lui delle esperienze di attaccamento
insicuro, probabilmente disorganizzato e/o con genitori maltrattanti. Di conseguenza i Modelli
Operativi Interni costituiti mantengono una coerenza in una relazione in cui si è spinti a dominare,
controllare e maltrattare; soltanto così sembra esser possibile difendere l'integrazione del sé.
La complementarietà dei ruoli relazionali “carnefice-vittima”, i tratti di personalità dipendente e
sadici, la transgenerazionalità e gli stereotipi culturali sono ciò che determina maggiormente la
durata di questi rapporti altamente disfunzionali.
3. La genitorialità nella violenza di genere
“Quante parole vive e sepolte…vibrano qui.
Quante urla soffocate dal silenzio”
(Whitman, 2006)
Riprendendo le riflessioni sin'ora considerate è possibile intuire che le donne legate ad un partner
maltrattante abbiano delle difficoltà nella genitorialità. Infatti la violenza rende impossibile offrire
un rifugio sicuro per i figli e difficilmente le donne riescono ad esprimere in maniera adeguata il
loro ruolo materno. La “funzione riflessiva” materna che consente di sviluppare una competenza
comunicativa e relazionale è stata fortemente intaccata.
Nella maggior parte dei casi si osservano madri imprevedibili, angosciate, con difficoltà nel
percepire i bisogni e le richieste dei figli e con una scarsa sintonizzazione nel significare il mondo
interiore e circostante.
I bambini presenti in Casa rifugio fanno difficoltà ad esprimere adeguatamente le emozioni legate
alle frustrazioni, agli insuccessi e ai successi, si possono innescare delle risposte rigide del
bambino, che via via interiorizza come aspetti del sé e dell'altro. Aspetti che si configurano nei
termini di non amabilità (e dunque non mi amo), di non ascolto (e dunque mi autocentro oppure
iper-considero l'esterno) di incapacità comunicativa ed empatica (metacognizione), di
soppressione delle emozioni (mi difendo), di scarsa fiducia in se stesso e nella realtà relazionale
che lo circonda.
La genitorialità danneggiata si esprime molte volte nell'alternanza di risposte accondiscendenti o
intransigenti alle richiese dei figli, modalità legate anche al senso di impotenza che la violenza ha
suscitato. Si ritrova spesso nelle donne una tendenza a placare qualsiasi conflitto o espressione di
rabbia nei figli, i quali erano abituati ad evitare atteggiamenti che avrebbero fatto salire la
tensione paterna. Nei racconti dei bambini emerge, ad esempio, che i compiti dovevano essere
fatti prima del rientro del padre e che di sera subito dopo cena dovevano andare al letto, si doveva
giocare in silenzio e sopratutto era meglio non piangere.
In età adolescenziale emerge che, in particolare se ragazze, non potevano chiedere di uscire, non
potevano indossare certi vestiti o truccarsi, dovevano avere determinate amicizie, ecc...
Per i figli le conseguenze del vivere in queste condizioni genera inevitabilmente delle situazioni di
disagio e sintomatiche. I bambini possono presentare principalmente fobie scolari, balbuzie,
sintomi psicosomatici, disturbi del comportamento e dell'attenzione, difficoltà sopratutto
riguardanti la sfera emotiva ed affettiva.
Negli adolescenti si osserva un accentuarsi dei tipici comportamenti di rivendicazione
dell'autonomia e ricerca di rassicurazione, per cui l'ambivalenza adolescenziale può assumere dei
connotati molto forti e problematici. Bocciature scolastiche, disturbi del comportamento
alimentare, disturbi psicosomatici, reazioni di ansia acuta e comportamenti sessuali a rischio sono
le manifestazioni di disagio più evidenti. Non bisogna dimenticare che i figli, quasi sempre, sono
quelli che spingono alla denuncia la madre e che la difendono fisicamente dalle violenze fisiche
del padre. Inoltre a volte sono loro stessi vittime di violenza diretta. Le loro emozioni sono
fortemente ambivalenti, sono caratteristici i sensi di colpa per avere tradito il padre, il senso di
impotenza di fronte la situazione, la rabbia per non esser protetti e per non potersi fidare.
Alla situazione di violenza domestica si associa quasi sempre altri fattori che concorrono ad
influenzare la capacità genitoriale, quali esperienze negative di filiazione.
Più volte è stato sottolineato l'aspetto transgenerazionale dello stile di attaccamento, così come
al perpetuarsi della violenza intrafamiliare tra le generazioni. Certo è che i figli che non hanno
trovato nei propri genitori accoglienza, consolazione, rassicurazione diventano adulti
estremamente bisognosi di protezione e quindi fanno fatica a porsi come adulti protettivi
(Cardinaleti, 2012). Nei casi più estremi si possono conoscere madri che hanno avuto genitori
svalutanti, abusanti, maltrattanti.
La famiglia di origine ha un ruolo molto importante nella violenza intrafamiliare, spesso nelle
ospiti della Casa rifugio si osserva un mancato svincolo della donna, e in certe circostanze, dai loro
racconti, anche il partner sembra non essersi individualizzato dalla famiglia di origine. Il percorso
di uscita dalla violenza permette di migliorare significativamente la relazione madre-figli.
Più volte durante i colloqui con le donne, viene sottolineato come l'esperienza in Casa rifugio è,
per le loro e per i figli, un contesto dove ri-sperimentarsi nella relazione. Non si tratta di un
cammino semplice, in quanto emergono molte emozioni dolorose, prima represse per non
peggiorare la situazione di violenza. I figli si arrabbiano con le loro madri, mettendo alla prova la
loro capacità di essere un adulto normativo e allo stesso tempo vicino emotivamente; sembra che
chiedano delle prove tangibili di rassicurazione e di fiducia. Inoltre vi è l'esigenza di modificare
l'unione del sistema, in quanto il più delle volte l'alleanza madre-figli rispetto ad un padre
maltrattante era molto radicata.
All'interno della Casa rifugio questa tipologia di alleanza viene meno, per cui il nucleo necessita di
una ridefinizione di ruoli e di relazioni.
In rare situazioni può capitare di osservare un’alleanza diversa, in particolare tra il maltrattante ed
il figlio adolescente, che identificandosi con il padre assume gli stessi atteggiamenti maltrattanti
verso la madre.
In ogni caso, ciò che si è riscontrato essere un fattore fortemente protettivo per i figli è l’alleanza
nel sistema fraterno.
4. Il riflesso della violenza sugli operatori
Lavorare con le donne legate ad un uomo maltrattante richiede una supervisione continua, in
quanto le emozioni che genera il rapporto con una vittima di violenza domestica sono molteplici
ed ambivalenti. Frequentemente nella relazione con le ospiti della Casa rifugio emergono paura,
rabbia e dolore, ai quali il professionista risponde in base anche alle risonanze interne che
suscitano. Risonanze che hanno molto a che fare con lo stile di attaccamento esperito e i Modelli
Operativi Interni costituiti nel corso della vita. Infatti sentimenti legati alla paura di abbandono,
alla necessità di protezione e di cura, alla vicinanza emotiva, sono aspetti intrinseci nella
relazione. La paura si trasmette non soltanto nei racconti del quotidiano terrore ed orrore subito,
ma anche nella loro percezione di essere “diverse”, responsabili e colpevoli per la situazione.
Paura che invade anche le speranze del futuro, rispetto alla loro capacità di farcela da sole.
Il rischio per il professionista è quello di attivare delle difese poco funzionali alla relazione, quali
diffidenza nei confronti del racconto di violenza, eroismo, per cui si mantiene il ruolo di vittima
nella donna o delega ad altri Servizi, accrescendo così il senso di impotenza e colludendo con un
silenzio complice (Cardinaletti 2012).
La rabbia, che implode nelle vittime e che resta compressa nel senso di impotenza e rivolta spesso
contro il sé nelle forme depressive, entra a far parte della relazione. Molte volte la rabbia fino ad
ora inespressa, viene diretta verso altre persone rispetto al maltrattante, tra cui i figli ed operatori,
i quali possono agire la rabbia, sentita dalle donne, sottoforma di riprovazione per la loro
passività, rassegnazione o legame che continuano ad avere con il maltrattante. La rabbia nel
professionista può scaturire anche dal senso di ingiustizia nei confronti dei figli che non sono stati
protetti a sufficienza.
Fondamentale, per chi lavora nelle situazioni di violenza domestica è riconoscere le proprie
emozioni, evitando la confusione tra i sentimenti propri e quelli delle donne.
Il dolore dell'altro è difficile da affrontare, in quanto gli si deve accedere senza esserne travolti.
Un'attenzione particolare deve essere data ai sentimenti di onnipotenza o impotenza che suscita
lavorare con il dolore delle vittime (Cardinaletti 2012).
Molto spesso in Casa rifugio ci si trova di fronte ad uno smarrimento completo della donna a cui si
deve rispondere con vicinanza affettiva ed efficacia operativa. Agli occhi delle donne il
professionista incarna ora il ruolo di salvatore e protettore perchè accoglie e scalda, ora di giudice
e carnefice poiché incentiva l'emancipazione e l'indipendenza. La difficoltà più grande per chi
lavora in Casa rifugio è quella di trovare il giusto equilibrio tra sostegno, accoglienza e spinta verso
l'autonomia ed un nuovo ruolo socio-relazionale.
La metodologia di lavoro all'interno della Casa si basa sul presupposto che le relazioni non devono
più rispondere alle vecchie dinamiche. In linea teorica si dovrebbe offrire un contesto in cui poter
sperimentare la propria autonomia senza il timore dell'abbandono e del giudizio, arginare la
rappresentazione di vittima, sollecitando la possibilità di stare all'interno dei conflitti in maniera
diversa e più costruttiva.
In altre parole si cerca di rendere meno rigidi i MOI costruiti nel corso della vita, nella loro
definizione di donna e di mamma.
5. Serena e Luca ...un'esperienza di cambiamento
Circa un anno fa viene ospitato in Casa rifugio un nucleo composto da Serena, una signora di 40
anni ed il figlio Luca di quasi due 2 anni. L'invio giunge dall'assistente sociale territoriale dopo una
denuncia esposta da Serena per maltrattamento in famiglia, con seguente provvedimento del
Tribunale dei Minori di collocamento in struttura protetta per il figlio e la mamma.
Serena, nata in Veneto, si sposa nel Gennaio del 2010 all'età di 37 anni con Maurizio, anche lui di
origine Veneta. Il matrimonio, dai racconti della signora, è stato fortemente condizionato dalle
rispettive famiglie di origine, le quali sono più volte intervenute nelle decisioni della coppia.
Serena, già prima di conoscere Maurizio, nel 2008 si trasferisce in casa della sorella a Roma per
lavorare come badante. Nel frattempo una sua conoscente veneta la esorta a conoscere il fratello,
scapolo e di bell'aspetto. Serena incontra Maurizio, si fidanzano e dopo pochi mesi si sposano.
Serena rimane dalla sorella a Roma anche dopo il matrimonio fin quando il marito, che continuava
a vivere in Veneto dalla sua famiglia di origine, a Dicembre 2010 la raggiunge, in quanto Serena
stava per dare alla luce il loro bambino. A questo punto la coppia decide di andare a vivere insieme
in una casa in affitto a Roma, con la speranza che Maurizio trovi lavoro al più presto. Di lì a poco
inizia la storia di violenza fisica, psicologica ed economica di Serena.
La signora ci racconta che in due situazioni Luca ha subito violenza fisica da parte del padre con
uno spintone ed uno schiaffo; il bambino ha sempre assistito alle violenze sulla madre, che veniva
presa a pugni e a schiaffi, tirata per i capelli, percossa sulla testa, insultata e sfruttata
economicamente. In un episodio madre e figlio sono stati chiusi a chiave da Maurizio nella camera
da letto per una giornata intera senza cibo ne acqua.
L'ingresso in Casa rifugio è avvenuto a seguito dell'ultimo episodio di violenza diretta su Serena e
su Luca. Maurizio durante un pomeriggio, in stato di evidente ebbrezza, inizia a minacciare e ad
insultare la moglie (sei una “puttana”, fai schifo, non capisci nulla, non sai fare niente, ti porto via il
bambino...) passando ben presto ad aggressioni fisiche dirette su di lei (presa per i capelli, le
sbatte più volte la testa contro la sua e tenta di stringerle la gola con un laccio) ed anche su Luca
(spinto via con uno schiaffo), in quanto tentava di avvicinarsi alla madre. Entrano in casa rifugio
dopo due settimane trascorse da una sorella di lei, ancora Serena mostrava ematomi e ferite nel
viso, mal di schiena e dolore alle spalle; il pronto soccorso aveva refertato una prognosi di 7 giorni
con diagnosi di trauma cranico minore. In Luca era ancora evidente un ematoma soprazimatico,
agitazione psicomotoria e pianti improvvisi inconsolabili.
Nei giorni seguenti l'ingresso, Serena manifesta uno stato di forte ansia, con richieste continue,
confusione sui procedimenti legali e sul ruolo del Servizio sociale. Spesso appare
accondiscendente ma con una difficoltà a fidarsi delle operatrici e delle altre ospiti della Casa. Dai
colloqui psicologici, ben presto emerge un passato di bambina incapace, con poche possibilità,
svalutata dai genitori e dagli altri familiari. La sua storia è caratterizzata da difficoltà relazionali.
Esprime tutta la sua diffidenza nelle persone. Ci racconta di un padre periferico, un militare molte
volte fuori casa, autoritario e di poche parole. Primogenita di due sorelle e due fratelli, racconta la
sua mamma come molto indaffarata nelle faccende domestiche e nella cura della famiglia
allargata. A lei era stata delegata la cura dei fratelli minori, fratelli che avevano concluso il
percorso scolastico molto brillantemente rispetto a lei, che spinta delle insegnanti e della famiglia
abbandonò presto la scuola.
Luca si presenta come un bambino estremamente agitato, in continuo movimento e con difficoltà
a tenere la minima attenzione anche per le attività ludiche. In diverse situazioni ha mostrato
opposizione alle regole che la mamma cercava di far rispettare. Soltanto dopo un mese si è riusciti
a farlo mangiare seduto e a farlo stare sul passeggino senza crisi di pianto e aggressioni fisiche.
Ad ogni negazione di una sua volontà piangeva disperato e si lasciava cadere all’indietro,
sbattendo la testa sul pavimento, oppure tirava i capelli o mordeva se preso in braccio per essere
consolato. I suoi giochi sfidavano in continuazione il pericolo, si arrampicava sui mobili, saltava da
altezze eccessive per la sua età, tirava oggetti e metteva tutto in bocca. Nell’interazione con gli
altri bimbi ospiti, Luca pur essendo desideroso di giocare, metteva in atto atteggiamenti
aggressivi, quali mordere, picchiare o tirare i capelli. La mamma ci riferiva che di notte Luca si
svegliava di improvviso piangendo disperatamente.
Il legame di attaccamento madre-figlio era evidentemente compromesso. Il bambino sembrava
preferire la consolazione degli operatori rispetto alla vicinanza materna, ricercava attivamente
l'adulto per giocare ed essere contenuto. D'altro canto la madre descriveva le molte azioni del
bambino come caratteriali, simile allo stile paterno oppure come patologia neuropsichiatrica,
tanto che già aveva fatto fare una visita al piccolo. Serena riferiva esplicitamente la sua difficoltà
nel gestire Luca, sia come punto di riferimento normativo che affettivo. La signora ne soffriva
molto e si percepiva come una “cattiva madre”.
L'esperienza di cambiamento in Casa rifugio è stata possibile grazie ad alcuni interventi ritenuti
fondamentali. Per prima cosa Serena ha intrapreso un percorso psicologico di elaborazione della
violenza e di recupero della stima di sé e delle risorse personali. Parallelamente è stata sostenuta
anche da un punto di vista più pratico, al fine di favorire la sua autonomia personale ed il
reinserimento nel tessuto sociale (assistenza legale; corsi di lingua; lavoro; conoscenza delle
risorse territoriali ecc...).
Insieme alle altre ospiti Serena ha a degli incontri di gruppo sul tema della genitorialità, della
violenza e delle questioni emergenti dalla convivenza con altre donne con esperienze simili.
Il bambino ha iniziato a frequentare il nido e ha preso parte, assieme agli altri bambini, ad un ciclo
di laboratori ludico-espressivi (musica; pittura; gioco).
Luca e Serena hanno frequentato un laboratorio ludico centrato sul “fare insieme” tra mamma e
figlio (creazioni con la pasta da modellare; sagome dei propri corpo; recitazione di favole; gioco
con gli animali ecc...).
Infine ampliando lo sguardo sul contesto della Casa rifugio, la mamma e il bambino hanno potuto
osservare, sperimentare ed infine interiorizzare altri possibili modi di stare insieme e di percepirsi,
un altro possibile legame di attaccamento.
Tra i segnali del cambiamento si è osservato in Serena una maggiore capacità di prendere
decisioni proprie e responsabilità, chiedendo informazioni su questioni per lei rilevanti (legali,
amministrativi, sanitari, scolastici), oltre a mostrarsi più autonoma (ricerca di una casa e del
lavoro) e più fiduciosa verso gli operatori. Anche nel rapporto con il figlio si sono osservati dei
progressi, la signora infatti acquistava sicurezza e fiducia in se stessa, riuscendo ad instaurare un
rapporto positivo ed autorevole con il figlio, il quale a sua volta esprimeva un attaccamento meno
insicuro e selettivo nei confronti della madre.
Luca negli ultimi mesi si è rivelato un bambino non più in continuo movimento ed esplorazione,
capace di giocare più insieme agli altri e di accettare piccole regole. Era evidente la maggiore
fiducia che il piccolo aveva nei confronti della mamma, che veniva ricercata nei momenti di stress
per essere consolato, protetto e coccolato.
Oggi vivono entrambi in un appartamento in affitto con il sostegno dei Servizi Sociali del
territorio. Serena sta cercando un altro lavoro mentre Luca frequenta regolarmente il nido.
Per concludere
In questo lavoro la teoria dell'attaccamento è stata la chiave di lettura per spiegare certe tipologie
di relazioni che intercorrono nel corso della vita. Relazioni da cui dipende la rappresentazione che
ciascuno ha di se stesso, degli altri e del mondo circostante, assieme alla capacità o meno di
integrare gli aspetti buoni e cattivi della realtà esterna ed interna.
Sono state descritte le diverse tipologie di attaccamento che si costituiscono in tenerissima età
dal rapporto reciproco tra madre-figlio, rapporto che si co-costruisce all'interno di un contesto in
cui la figura paterna, le storie personali e della coppia, le famiglie di origine, il temperamento del
bambino e l'inclusione socio-culturale hanno un ruolo fondamentale.
Lo scopo principale dell'elaborato è stato quello di mettere in luce la complessità del legame di
attaccamento ed i suoi risvolti, partendo da un punto di vista bio-psico-sociale per spiegarne le
caratteristiche.
Si è data particolare importanza all'aspetto di reciprocità della relazione di attaccamento,
definendola, come nel titolo, “complesso co-attaccato”, termine rivisitato e preso in prestito da
Hinde (1989), che parla di “complesso co-adattato”, per definire la costruzione congiunta di
significati a sintonizzazione relazionale.
La transgenerazionalità sembra essere un filo conduttore, che permette di capire come le persone
si legano ad altre e come la scelta di relazioni costruttive o distruttive dipenda in gran parte dalle
esperienze di vicinanza, protezione, contatto emotivo e sintonizzazione esperita nell'infanzia e
riattivata nel ruolo di genitore.
Allo stesso tempo si è voluto sottolineare la variabilità delle esperienze possibili, che permettono
di modificare e riorganizzare i Modelli Operativi Interni costituiti nel legame di attaccamento
primario.
L'incontro con altre persone e contesti, la sperimentazione di relazioni diverse possono ad
esempio modificare dinamiche relazionali distruttive o incrinare uno stallo intragenerazionale
disfunzionale.
L'ultima parte è stata appositamente scelta come testimonianza di una particolare tipologia di
attaccamento insicuro, ma anche di cambiamento, che può avvenire all'interno di uno specifico
contesto relazionale e di condivisione.
Chiaramente per la donna vittima di violenza, così come per i minori vittime di violenza diretta o
assistita, la Casa rifugio è una minima parte del percorso che dovranno effettuare.
Metaforicamente è il “là” di una nuovo concerto relazionale e si configura come un'opportunità di
sperimentare altri ruoli all'interno della relazione, altri modi di stare insieme e di percepire gli altri
e se stessi. In questo approfondimento sul maltrattamento in famiglia non è stato affrontato,
nello specifico, il ruolo del maltrattante e di come esso si inserisce all'interno della relazione
violenta. La ragione principale è che parlando dell'esperienza diretta in Casa rifugio, non è
possibile avere un occhio critico verso il partner abusante.
In ogni caso rimane fermo il pensiero che nulla può essere giustificato come causa di violenza
psicologica, fisica, sessuale o economica sull'Altro e che una relazione violenta deve essere troncata
il prima possibile.
Autrice: Marta Brunetti, Ottobre 2012
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Autrice: Marta Brunetti, Ottobre 2012

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