Libretto Trieste - Comunità Pastorale San Paolo

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Libretto Trieste - Comunità Pastorale San Paolo
Mercoledì 21 agosto
PROGRAMMA :
Partenza dal piazzale dell’Oratorio S.G.Bosco ore 6.00 (ritrovo 5,45 per carico bagagli)
Arrivo a Padova entro le ore 10.00. (PRATO DELLA VALLE, S. GIUSTINA, S. ANTONIO, PIAZZA
ERBE….) pranzo al sacco e in seguito visita ai principali monumenti del centro storico.
Ore 16.00 Partenza per Trieste e arrivo per le 18.30
Cena e TRIESTE by Night
HOTEL VILLA NAZARETH,
Via dell'Istria, 69, 34137 , TRIESTE
TELEFONO: 040-771682
E-MAIL: [email protected]
WEB: www.villanazareth.com
Trieste, …. nell’anno della fede
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Padova
LA BASILICA DEL SANTO
L'ESTERNO
L'attuale Basilica è in gran parte l'esito a cui si
è giunti attraverso tre ricostruzioni, che si
sono succedute nell'arco di una settantina
d'anni: 1238-1310.
Ai tempi di sant'Antonio qui sorgeva la chiesetta di Santa Maria Mater Domini, poi inglobata nella Basilica quale Cappella della Madonna Mora. Accanto ad essa, nel 1229, era
sorto il convento dei frati fondato probabilmente dallo stesso sant'Antonio.
Deceduto nel 1231 all'Arcella, a nord della
città, dove sorgeva un monastero di clarisse,
il suo corpo - secondo il suo stesso desiderio - venne trasportato e sepolto
nella chiesetta di
Santa Maria Mater
Domini.
Il primo nucleo della
Basilica, una chiesa
francescana a una
sola navata con
abside corta, fu iniziato nel 1238; vennero poi aggiunte le due navate laterali e alla
fine si trasformò il tutto nella stupenda costruzione che oggi ammiriamo.
L'INTERNO
Ci si può portare agli inizi della navata centrale. Si noterà subito come l'architettura, pur
sempre gotica nell'alzata, si distingue nettamente in due parti: quella delle navate (in cui
ci si trova) e quella dell'abside oltre il transetto. Non soltanto perché quest'ultima è tutta
affrescata, ma soprattutto per la diversa tipologia del gotico.
L'area delle navate appare di ampia spazialità,
ritmata da entrambi i lati da due calme e
solenni campate. Sopra di esse, sia a sinistra
che a destra, corre un ballatoio, il quale accompagna la navata centrale, per poi rinserrare tutto intero il transetto.
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Più che i resti di decorazioni e dipinti, colpiscono i numerosi monumenti funebri, che
rivestono pilastri e altri spazi e che risalgono
soprattutto ai secoli XV-XVII. Oggi noi preferiamo vedere le chiese ripulite da queste
incrostazioni del passato.
Non bisogna però sottovalutare il valore artistico di alcuni monumenti e il fatto che essi
costituiscono un interessante spaccato della
vita civile e culturale della città e della regione. La presenza di questi monumenti funebri
non interessa però la gran parte dei visitatori.
Prima di lasciare la navata centrale, si osservi
sulla controfacciata il grande affresco di Pietro Annigoni, terminato nel 1985, raffigura
Sant'Antonio che predica dal noce. Il fatto
avvenne a Camposampiero (Padova)
dove il Santo, immediatamente prima
della morte, trascorse un breve periodo
di riposo e di raccoglimento (dalla seconda metà di maggio al 13 giugno
1231).
Alla gente (semplice
o malata, indifferente o curiosa; simpatico il contrappunto dei tre
bimbi) e ai suoi frati (ai piedi della scala c'è il
beato Luca Belludi, successore di sant'Antonio) il Santo indica il vangelo come fonte di
luce e di vita.
LA MADONNA DEI PILASTRO
Sulla prima colonna della navata sinistra si
può ammirare la Madonna del Pilastro. È
stata affrescata, pochi anni dopo la metà del
'300, da Stefano da Ferrara.
Non si badi agli angeli che stanno sopra e ai
due apostoli ai lati, che sono aggiunte posteriori. Così risalgono probabilmente al '600 i
brillanti diademi sul capo della Madonna e
del Bambino.
Sopra il primo altare a sinistra sta la pala di
san Massimiliano Kolbe, anch’essa dipinta da
Pietro Annigoni nel 1981.
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ba del figlio Giannantonio (+ 1456).
La cappella, in stile gotico, fu ultimata nel 1458. È di pianta quadrata,
con quattro colonne agli angoli e la
volta a spicchi con costoloni. Tutto il
resto ha subìto varie sistemazioni nel
corso dei secoli. L'ultima, comprendente anche l'abside dietro l'altare,
risale agli anni 1927-1936 ed è opera di
LA CAPPELLA DEL SANTISSIMO
Lodovico Pogliaghi, artista assimilaÈ la prima cappella della navatore e versatile.
LA CAPPELLA DI SAN GIACOMO
ta destra. Vi si conserva l'Eucaristia. Nel passato era detta Cappella dei
Proseguendo lungo la navata destra,
Gattamelata, perché voluta dalla famiglia del
si raggiunge il transetto che si concondottiero Erasmo da Narni
clude con la Cappella di san Giacomo, voluta
(soprannominato Gattamelata, + 1443) come da Bonifacio Lupi, marchese di Soragna
luogo della sua tomba, che si può vedere
(Parma) con importanti incarichi diplomatici e
nella parete sinistra; a destra invece è la tom- militari presso i Carraresi di Padova.
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L'elegante e arioso ambiente gotico è stato
realizzato negli anni ‘70 dei Trecento da uno
dei maggiori architetti e scultori veneziani
d'allora, Andriolo de Santi.
La cappella si apre in basso con cinque arcate
trilobate.
LA CROCIFISSIONE.
Immediata è la suggestione che attrae il visitatore e lo avvolge nella calda atmosfera dei
marmi e degli affreschi, finiti di restaurare nel
2000, che ricoprono tutta la superficie interna
della cappella. Lo sguardo va spontaneamente alla grandiosa e drammatica Crocifissione,
capolavoro di Altichiero da Zevio (Verona), il
massimo pittore italiano della seconda metà
del '300, che lo realizzò sempre negli anni ‘70
appena pronta la cappella.
STORIA DI SAN GIACOMO. - Le otto lunette
della cappella e uno scomparto ci presentano
alcuni momenti della storia di san Giacomo,
desunti dalla Legenda sanctorum o aurea di
Jacopo da Varazze (1255?). Era un testo allora
molto diffuso con intenti devozionali e che
dava largo spazio a tradizioni e leggende e al
quale tanti artisti hanno abbondantemente
attinto.
L'apostolo è san Giacomo il Maggiore (fratello
di san Giovanni) il cui santuario di Compostella (Galizia/Spagna) era una delle grandi mete
di pellegrinaggio della cristianità, specialmente nei secoli X-XV. L'autore degli affreschi è
ancora Altichiero da Zevio, ma con la collaborazione di Jacopo Avanzi,
bolognese, la cui mano non
è sempre facilmente distinguibile.
Proseguendo verso il deambulatorio, si lascia a destra
l'uscita che conduce al
Chiostro della Magnolia e,
più avanti, l'entrata verso la
Sacrestia; a sinistra, invece,
il complesso presbiterio-coro chiuso da una
superba cortina marmorea. Si giunge così alla
prima cappella del deambulatorio.
LA CAPPELLA DELLE BENEDIZIONI
In questa cappella i fedeli amano far benedire
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anche oggetti personali, come ricordo duraturo e visibile dell’incontro di grazia avvenuto in
Basilica.
Ma ad attirare l'attenzione sono ora anche gli
affreschi di Pietro Annigoni, i quali realizzano
una stretta sintesi su un tema che ci sembra
emergere con maggiore evidenza: la tragedia
del peccato.
La predica ai pesci, a sinistra (1981). L'episodio, stando alla fonte più antica, Actus beati
Francisci et sociorum eius (1327-40), avvenne
a Rimini nel 1223, alla foce della Marecchia.
li Santo, vista la sua predicazione osteggiata
da eretici e catari, se ne andò a parlare con i
pesci, che affluirono numerosi guizzando
fuori dalle onde. L'artista ci presenta il Santo
che poggia sicuro su un grosso masso
(allusione al Cristo) nell'atto di mediatore
d'una fede "rappresentata" da quell'accorrere
vivace dei pesci verso il loro Creatore. Accanto a lui, un compagno dalla fede tentennante
guarda impaurito la turba in arrivo. Al di là del
Santo, più che le parti impressiona l'insieme:
uomini e cose, tutto è sconvolto e sembra
sfasciarsi. Così finisce il mondo che rifiuta Dio.
Il Santo affronta il tiranno Ezzelino da Romano (1982). Secondo la Chronica dei notaio
padovano Rolandino (1262) il fatto narrato
dall'affresco è avvenuto poco prima che il
Santo si ritirasse nell'eremo di Camposampiero, quindi nel maggio del 1231. Pregato dagli
amici di Rizzardo di San Bonifacio (Verona)
sequestrato con altri della
fazione ghibellina, sant'Antonio si recò da Ezzelino III
da Romano, per otteneme il
rilascio. L'esito della missione fu negativo. L'artista
fissa l'incontro dei due personaggi nella fase finale: un
diniego che non ammette
ripensamenti.
L'ostinazione del tiranno è resa dal risoluto
gesto delle mani. Dietro di lui, il truce consigliere, raffigurato nella sua vera identità: il
diavolo, l'ingannatore.
Ma Ezzelino non è dei tutto tranquillo: si pro-
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tende in avanti, verso il Santo, con la bocca
contratta da una smorfia, cercando di scrutare diffidente la fonte di tanta semplicità e
coraggio. Antonio ha in mano il vangelo, ma
esso è ormai chiuso per il tiranno.
Sant'Antonio, rassegnato, ha compassione del
tiranno prigioniero di se stesso. Dietro, le
ombre dei prigionieri, sospinti dalle guardie;
gli uni estranei agli altri.
La Crocifissione (1983). - Le proporzioni, lo
stacco e il risalto conferito dalla finta parete
con cui è raffigurato il Crocifisso suscitano
un'immediata forte reazione. Lo sguardo
segue trepidante le gambe inarcate e lacere
di sangue di Cristo. Il petto è stirato in giù e
l'addome rigonfio, come avviene in questi
condannati. Le braccia sono crudamente stirate e tutto il corpo sembra crollare. Il volto è
uno strazio. Intorno l'atmosfera umida e
plumbea è solcata da un lampo: unico segno,
tale da non disperdere l'attenzione, dell'eco
della natura. In alto, nel mezzo, una luce scarlatta, di amore e di sangue, rivela il senso ed
esalta la sofferenza sacrificale di Cristo, che
sembra sussurrare: "Dio mio, Dio mio, perché
mi hai abbandonato?".
Uscendo dalla cappella, guardiamo in alto per risollevarci l'animo
nelle serene e alte volte della
parte absidale della Basilica. Proseguiamo lungo il deambulatorio,
lasciando a destra la Cappella
americana o di santa Rosa da
Lima (1586-1617) patrona dell'America, delle Filippine e delle
Indie occidentali; a cui segue la
Cappella germanica o di san Bonifacio (673-755), grande evangelizzatore della Germania; infine la
Cappella di santo Stefano, primo
martire cristiano, contenente
chiari e agili affreschi dell'italiano
Ludovico Seitz (1907), fecondo pittore aderente al movimento dei "Nazareni".
Si raggiunge così, sempre alla nostra destra, il
centro del deambulatorio da dove ci si immette nella Cappella dei Tesoro.
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LA CAPPELLA DEL TESORO
Questa cappella, iniziata nel 1691,opera barocca del Parodi, allievo dei Bernini, ha trovato un distinto spazio nella Basilica, senza disturbarne la coerenza gotica.
L'architettura si trasforma davanti a noi in
trionfo, che inizia dalla balaustrata con le sue
sei statue in marmo, dei Parodi.
Al di là della balaustrata, il passaggio che
consente ai visitatori di ammirare il "tesoro"
della Basilica, che dà il nome alla cappella e
che è raccolto in tre nicchie distinte da paraste binate e precedute in basso da coppie di
angeli
L'insieme è coronato da cordoni di angeli
festanti (in stucco, di Pietro Roncaioli da Lugano) che conducono a Sant'Antonio in gloria
(in marmo, del Parodi). Altre decorazioni nel
tamburo della cupola (del Roncaioli) e nella
calotta (inizi di questo secolo).
Memorie del Santo (antistanti la balaustrata).
Prima di salire verso le nicchie, sostiamo ad
osservare alcune memorie di san t'Antonio,
che nel 1981 sono state collocate nell'area e
sulle pareti antistanti la balaustrata.
Nel gennaio del 1981 in occasione dei 750
anni dalla morte del Santo,
nell'intento di precisare lo stato
dei resti mortali di sant'Antonio,
nominate allo scopo una"commissione religiosa pontificia" e una "commissione tecnico scientifica", venne aperta la tomba di sant'Antonio, per la seconda
volta nella storia. (Vedi la pagina
delle ricognizioni) Vi si trovò:
una grande cassa di legno di abete, rivestita di quattro teli di lino
e, sopra di essi, due drappi dorati
finemente ricamati;
nell'interno della grande cassa,
una seconda cassa più piccola
(sempre in legno di abete) a due scomparti
disuguali e con il coperchio percorso in lunghezza da una cordicella con tre sigilli; all'interno tre involti di seta rosso-cremisi finemente ricamati (ricavati probabilmente da un
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piviale) e con preziose bordure applicate ciascuno contrassegnato da una scritta in pergamena cucita indicante il contenuto e cioè:
• l'intero scheletro, ad eccezione dei mento, dell'avambraccio sinistro e di qualche
altra parte minore;
• gli altri resti, in gran parte allo stato di
polvere;
• la tonaca, in tessuto di lana color cinerino.
• All'esterno della grande cassa nel loculo
che la conteneva si è trovato:
• una lapide con le date della morte dei
Santo, della sua canonizzazione e della
traslazione dei suoi resti dalla chiesetta di
Santa Maria Mater Domini alla nuova
Basilica (8 aprile 1263)
• parecchi anellini (10 bianchi e 50 neri) di
collana o corona.
Per capire in parte tutto ciò, bisogna risalire al
1263. Terminata la seconda fase di costruzione della Basilica, in occasione dei "capitolo
generale" che radunava a Padova i francescani ed essendo ministro generale dell'Ordine
san Bonaventura, si trasferì la tomba del Santo dalla chiesetta di Santa Maria Mater Domini al centro della Basilica, sotto l'attuale cupola conica (davanti al presbiterio).
In quell'occasione fu aperta per la prima volta
la bara che conteneva i resti dei Santo, soprattutto per estrame alcune reliquie da offrire alla devozione dei fedeli anche in altre
chiese. Grande fu la sorpresa nel vedere ancora incorrotta la sua lingua. Fu allora che san
Bonaventura, con il cuore colmo di ammirazione, pregò ad alta voce:
O lingua benedetta, che hai sempre benedetto il Signore e dagli altri lo hai fatto sempre
benedire: ora appare manifesto quanti meriti
hai acquistato presso Dio.
Si decise, allora, di conservare a parte la lingua dei Santo, il mento, l'avambraccio sinistro
e qualche altra reliquia minore. Tutto il resto
venne distribuito nei tre involti in seta rossocremisi, di cui si è parlato, e collocato in una
piccola cassa e questa, a sua volta, nella cassa
più grande.
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La recente ricognizione del 1981 ha offerto
l'opportunità di eseguire adeguate indagini di
carattere storico, tecnico e artistico, antropologico e medico, su tutto il materiale che è
stato rinvenuto. Lo scheletro dei Santo è stato in seguito ricomposto su un materassino e
posato in una cassa di cristallo. In essa sono
stati collocati due cofanetti in vetro con gli
altri resti. La cassa di cristallo poi è stata rinchiusa in una bara di rovere e ricollocata nella
tomba.
Sono invece stati esposti in questa Cappella
dei Tesoro: la tonaca del Santo, le due casse
in legno, la cordicella e due sigilli, i tre panni
di seta rosso-cremisi ricomposti in piviale, i
due grandi drappi dorati, la lapide, le monetine e gli anellini. Tutte cose che qui si possono
devotamente osservare.
Salendo da sinistra verso si trovano le tre
nicchie che racchiudono reliquie di sant'Antonio e di altri santi, ma soprattutto un gran
numero di doni offerti per riconoscenza o
devozione da illustri pellegrini dei passato al
Santo di Padova. Ciò che invece deve focalizzare l'attenzione sono le più prestigiose reliquie di sant'Antonio, che si trovano nella
nicchia centrale. La lingua del Santo (al centro). Non si pensi di vedere una lingua di colore rosso vivo. Ma ciò che si vede costituisce
ugualmente un fatto inspiegabile, dato che si
tratta di una parte anatomica fragilissima e
tra le prime a dissolversi dopo la morte. Ora
sono passati oltre 770 anni dalla dipartita di
sant'Antonio e quella lingua costituisce un
miracolo perenne, unico nella storia e carico
di significato religioso, quale suggello dell'opera di rievangelizzazione della società ad
opera del Santo.
Degno di accoglienza di così incredibile reliquia è il finissimo e delicato capolavoro di
armonia e di grazia, in argento dorato, opera
di Giuliano da Firenze (1434-36). La reliquia
del mento (in alto). Più esattamente si tratta
della mandibola, collocata in un reliquiario
concepito come un busto, con aureola e cristallo in luogo dei volto. È stato commissionato nel 1349 dal cardinale Guy de Boulogne-
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per il volto colorito, ma il titolo esprime soprattutto il loro rapporto di confidente familiarità.
A nord si apre la Cappella del beato Luca Belludi, detta anche dei Santi Filippo e Giacomo
il Minore, apostoli. È stata aggiunta al complesso della Basilica nel secondo Trecento, e
chiamata del beato Luca, compagno e successore di sant'Antonio, perché sotto la mensa
dell'altare vi è la sua tomba. Qui sostano
spesso gli studenti padovani, che si affidano
all'intercessione del beato nel loro difficile
sur-Mer, miracolato dal Santo: Egli stesso lo
impegno di studi.
portò a Padova l'anno dopo, procedendo
La cappella è stata, comunque, dedicata fin
solennemente alla sistemazione del mento in dall'inizio ai santi Filippo e Giacomo. Molto
questo reliquiario (in argento dorato). Le
interessanti gli affreschi del fiorentino Giusto
cartilagini laringee (in basso). Queste, ancora de' Menabuoi, che risalgono sempre alla seconservate, che sono gli strumenti della fona- conda metà del Trecento (1382). Deperiti a
zione, cioè della parola, hanno subito attirato causa soprattutto dell'umidità, sono stati di
l'attenzione, pur non costituendo un fatto
recente recuperati da un riuscito restauro che
inspiegabile come la lingua, nella recente
ne ha valorizzato il notevole livello artistico.
ricognizione dei 1981. Si è pensato quindi di
Il sarcofago pensile è oggi vuoto. L'altare è del
collocarle in visione insieme alla lingua del
Duecento e pare che dal 1263 al 1310 fosse
Santo. Il reliquiario è opera del trevisano
l'altare-tomba di sant'Antonio, collocato però
Carlo Balljana.
davanti al presbiterio della Basilica, sotto la
Uscendo dalla Cappella dei Tesoro e prosecupola conica.
guendo a destra, si incontrano: la Cappella
LA CAPPELLA DELLA TOMBA DI SANT'ANTOpolacca o di san Stanislao (+ 1079), vescovo e NIO
martire, patrono della Polonia; di seguito la
La tomba del Santo è stata chiamata fin dagli
Cappella austroungarica o di san Leopoldo
inizi anche "Arca". In questa cappella, sotto la
(1075-1136), margravio e patrono d'Austria;
mensa dell'altare e ad altezza d'uomo, c'è la
segue la Cappella di san Francesco; e infine la tomba del Santo, qui collocata dopo essere
Cappella di san Giuseppe.
stata dal 1231 al 1263 nella chiesetta Santa
LA CAPPELLA DELLA MADONNA MORA
Maria Mater Domini (oggi Cappella della MaUn po' più avanti, sempre sulla destra, si en- donna Mora) e dal 1263 al 1310 nel centro
tra nella Cappella della Madonna Mora.
della Basilica, di fronte al presbiterio, sotto
Ci troviamo nell'ambiente dell'antica chieset- l'attuale cupola conica; incerta invece rimane
ta di Santa Maria Mater Domini (fine secolo
la collocazione della tomba dal 1310 al 1350
XII-inizio XIII) inglobata nell'attuale Basilica.
(che può essere stata anche l'attuale). Dal
Qui di certo ha pregato sant'Antonio e qui
1350 è sempre rimasta in questa cappella.
desiderava essere portato nell'approssimarsi Fino agli inizi del Cinquecento lo stile con cui
della sua morte. In essa è poi stato sepolto
era ornata la cappella era quello gotico, con
fino al 1263.
affreschi di Stefano da Ferrara, lo stesso della
La statua della Madonna Mora che domina
Madonna del Pilastro.
l'altare è stata realizzata nel 1396 da Rainaldi- L'arredo attuale, cinquecentesco, notevolno di Puy-l' Evéque, un artista guascone. I
mente unitario dal punto di vista architettonipadovani l'hanno chiamata "Madonna Mora" co e scultoreo, sembra doversi attribuire a
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Tullio Lombardo.
L'altare è piuttosto invadente, ma l'artista
Tiziano Aspetti (che lo realizzò verso la fine
dei Cinquecento) era condizionato dall'altezza
difficilmente modificabile della tomba, di
certo precedente. Le statue sull'altare
(sant'Antonio tra san Bonaventura e san Ludovico d'Angiò) sono dello stesso artista,
mentre altri bronzisti hanno realizzato gli
Angeli portacero, il cancelletto e i due piccoli
candelabri.
Quelli più grandi e slanciati, su supporti d'angeli in marmo, sono invece creazione secentesca di Filippo Parodi.
Altorilievi che accompagnano l'itinerario intorno alla tomba. - Con un po' di attenzione e
di buon senso si può armonizzare, per chi lo
desidera, una sosta di raccoglimento presso la
tomba del Santo con uno sguardo sommario
ai nove altorilievi che la cappella ci propone.
1. Sant'Antonio riceve l'abito francescano.
Opera di Antonio Minello (1517).
2. Il marito geloso, la cui moglie, pugnalata
per gelosia, viene risanata dal Santo. Il
lavoro, iniziato da Giovanni Rubino (detto
il Dentone), fu portato a termine da Silvio
Cosini (1536).
3. Il giovane risuscitato dal Santo. Il Santo,
prodigiosamente trasferitosi in Portogallo, risuscita un giovane perché riveli l'identità dei suo vero assassino così da
scagionare il padre di Antonio, nel cui
orto il cadavere era stato occultato. Iniziato da Danese Cattaneo, fu ultimato da
Girolamo Campagna (1573).
4. La giovane risuscitata. Si tratta di una
ragazza annegata, risuscitata dal Santo,
che nella rappresentazione non compare
anche se in alto si vede la sua Basilica. È
opera di Jacopo Sansovino (1563). Realizzazione ben calibrata e intensamente
vigorosa.
5. Il bambino risuscitato. Si tratta del nipotino di sant'Antonio. Opera di Antonio Minello con ritocchi del Sansovino (1536).
6. Il cuore dell'usuraio defunto non viene
trovato dove doveva essere, ma nel suo
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forziere, come il Santo aveva sostenuto.
Opera di Tullio Lombardo (1525).
7. Sant'Antonio riattacca il piede a un giovane, che per disperazione se l'era troncato
dopo aver dato un calcio alla madre. Evidente la mano di Tullio Lombardo (1504).
8. Il bicchiere rimasto intatto, dopo essere
stato scagliato a terra per sfida da uno
che non credeva nella predicazione e nei
prodigi operati da sant'Antonio. Iniziato
da Giovanni Maria Mosca, fu portato a
termine da Paolo Stella (1529).
9. Sant'Antonio fa parlare un neonato, perché attesti la fedeltà della madre, ingiustamente sospettata dal marito geloso.
Opera di Antonio Lombardo (1505), fratello di Tullio.
IL COMPLESSO CORO-PRESBITERIO
Per visitare questo settore della Basilica è
necessario rivolgersi a uno dei custodi.
La decorazione della parte absidale della Basilica. La decorazione pittorica che ricopre la
parte absidale della Basilica è stata realizzata
dal bolognese Achille Casanova e aiuti tra il
1903 e il 1939, secondo un ampio progetto
iconografico che non è il caso di presentare.
L'intervento è stato molto criticato, perché
troppo scolastico e disturba le pure linee
architettoniche, che avrebbe dovuto invece
accompagnare con semplicità e discrezione.
Ma sarebbe riduttivo vedere soltanto ciò.
L'opera ha in effetti qualcosa di grandioso ed
è certo unica. Quando la Basilica è debitamente illuminata, si resta affascinati da una
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viva e avvolgente emozione
In basso, il coro: con tale termine si intende
sia l'ambiente retrostante l'altare maggiore
sia l'insieme degli stalli in cui sostano i religiosi per la celebrazione della "Liturgia delle
ore", che è la preghiera ufficiale della Chiesa
per il mondo, e durante la quale non manca
mai il ricordo di quanti si raccomandano alle
preghiere dei frati. Fino al 1649 il coro si trovava davanti all'attuale altare, nel presbiterio.
Così era fino al concilio di Trento nella gran
parte delle chiese che avevano il coro, come
si può vedere tuttora particolarmente nelle
chiese anglicane; poi gradualmente il coro è
stato trasportato dietro
l'altare per consentire ai
fedeli di vedere meglio
l'altare e di seguire con
maggiore attenzione la
liturgia. Gli attuali stalli dei
coro della Basilica risalgono
al secondo Settecento. I
precedenti, capolavoro
gotico dei fratelli Lorenzo e
Cristoforo Canozzi e aiuti
(1462-69), furono distrutti dall'incendio del
1749.
Il candelabro pasquale: capolavoro di Andrea
Briosco. A nord dell'altare si può osservare il
superbo candelabro pasquale in bronzo di
Andrea Briosco, detto il Riccio, terminato nel
1515. Non solo per dimensioni (m 3,92 più
1,44 di basamento marmoreo) ma anche per
complessità e livello di fattura esso è uno dei
massimi candelabri dell'Occidente cristiano.
IL COMPLESSO DONATELLIANO: una grandiosa sinfonia della vita e della fede. - Concludiamo la visita della Basilica, osservando alcune
delle trenta opere che il grande Donatello ha
creato a Padova, dal 1444 al 1450, e che costituiscono uno degli eventi fondamentali del
rinascimento e dell'arte non solo italiana.
LA DEPOSIZIONE. - L'opera (si trova nel retro
dell'altare maggiore) è in pietra di Nanto
(Colli Berici, Vicenza). Quattro discepoli, tesi
dal dolore, adagiano il nudo inerte corpo di
Cristo nel sepolcro. Dietro esplode lo strazio
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delle donne. Nel centro la Maddalena: più
delle altre 43 donne ella esprime l'orrore di
essere rimasta sola, nella memoria del suo
peccato. E, nella rivelazione cristiana, il peccato è la causa profonda della morte.
Il miracolo della mula (a sinistra, piuttosto in
alto, sempre nel retro dell'altare). L'artista
situa il noto episodio nella grandiosità di una
Basilica, davanti all'altare. Gli studiosi, e non
solo loro, continuano a stupirsi di fronte alla
magia donatelliana che sa dare a spazi ridotti
ampiezza e profondità inattese, utilizzando
linee, decorazioni e materiali di vario colore.
Lo sguardo scende dalle volte laterali, dilatandosi nello scorrere delle
linee trasversali, e come
un'onda raccoglie le due
masse di uomini e le spinge
verso l'altare. Qui, di fronte
all'acceso diffondersi della
luce si avverte la serena
calma della presenza di
Dio: lo rivelano la santità e
la fede di Antonio da una
parte e la voce silenziosa
della natura dall'altra. La scoperta della presenza di Dio si riflette nelle risonanze individuali dei presenti: una sola umanità agitata e
ansiosa di Dio, un frantumarsi di reazioni...
Donatello, come tutti i grandi geni, trascende
la cultura dei suo tempo e ci appare quanto
mai moderno. Come si può vedere, il rilievo
molto basso riduce in prospettiva il volume
dei corpi, che vengono appiattiti e dilatati
acquistando così un suggestivo valore pittorico. Questa tecnica, nella quale il Donatello è
stato maestro, è chiamata con il termine toscano (stiacciato", che vuol dire "schiacciato".
Sulla destra del controaltare, l'artista presenta Sant'Antonio che fa parlare un neonato
(perché attesti la fedeltà della madre, ingiustamente sospettata dal marito). In basso a
destra: il bue (alato e nimbato per indicare
che è il simbolo di un santo, nel caso dell'evangelista san Luca); a sinistra: il leone
(simbolo di san Marco).
L'ALTARE MAGGIORE. Quello che ora vedia-
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mo fu realizzato nel 1895 da Camillo Boito
(fratello dei musicista Arrigo) ed è l'ultimo fra
i diversi altari innalzati in Basilica nel corso
dei secoli. Queste variazioni sono dovute al
mutare della sensibilità e della prassi liturgica.
In quello attuale sono stati radunati tutti i
capolavori del Donatello, che prima erano
sparsi in altri posti della Basilica. Eccoli di
seguito descritti ad uno ad uno.
I 14 PICCOLI ANGELI E IL COMPIANTO DI
GESÙ. In basso, lungo il lato frontale e i lati
laterali dell'altare, sono stati collocati 10 originalissimi angeli musicanti (in dieci formelle)
e 4 angeli cantori (in due formelle, quelle ai
lati del Cristo morto). Benché non manchi in
essi qualcosa di goffo, come del resto nell'arte dei tempo non ancora matura nella rappresentazione del bambino, questi putti suscitano in noi un'immediata simpatia per l'impegno tutto infantile con cui vivono la loro parte.
Al centro il Compianto di Gesù
morto: una pagina di commovente tenerezza.
La porticina dei Tabemacolo
presenta Cristo morto assiso
sul sepolcro (dei 1496: non si
conosce lo scultore). Ai lati:
alla nostra sinistra, Sant'Antonio riattacca il piede ad un
giovane (che se l'era mozzato
per disperazione dopo aver
dato un calcio alla madre); a
destra, Il cuore dell'usuraio
(che non viene trovato dal chirurgo nel petto
dell'usuraio, ma nel suo forziere).
• Santa Giustina e san Daniele. - Più in su,
sopra l'altare, alla nostra sinistra: Santa
Giustina (giovane martire padovana, il cui
culto è attestato fin dal V secolo e alla
quale è dedicata la grandiosa Basilica nel
vicino Prato della Valle); a destra, San
Daniele (giovane diacono di Padova, martire agli inizi dei IV secolo e i cui resti riposano nel Duomo).
• L'altare estende ai lati due ali più basse
Trieste, … nell’anno della fede
sulle quali, alla nostra sinistra, si ha: sotto,
l'angelo (simbolo di san Matteo) e, sopra,
San Ludovico; alla nostra destra: sotto,
l'aquila (simbolo di san Giovanni evangelista) e, sopra, San Prosdocimo.
• San Ludovico d'Angiò
San Ludovico
d'Angiò e San Prosdocimo. San Ludovico
(127 - 497), figlio di Carlo Il d'Angiò, re di
Napoli: rifiutò la successione e, prima di
accettare di essere vescovo di Tolosa,
volle passare attraverso l'esperienza francescana. Le sue scelte suscitarono una
vasta impressione. Morì a 23 anni.
• San Prosdocimo (seconda metà del III
secolo) è il fondatore e il primo vescovo
della città di Padova. La sua tarda età è
stata confermata dalla recente ricognizione delle ossa, che riposano nella Basilica
di Santa Giustina.
• San Francesco e sant'Antonio. - Ai lati della Madonna
Donatello ci presenta san
Francesco e sant'Antonio,
grandi protagonisti della vita
religiosa e culturale del Duecento.
• La Vergine e il Figlio. Il
tema centrale di tutta la sinfonia donatelliana. La Madonna
è giovanissima, anch'essa in
varie parti incompiuta: appena
uscita dall'opera del fonditore,
ha la freschezza della prima
creazione. Ci impressiona
tanta bellezza unita a tanta fissità di dolorosi pensieri. Ci ricorda certa statuaria
antica, ma qui c'è anche il moto della vita
e della storia.
• Il Crocifisso. - Dietro la statua della Vergine s'innalza e domina lo spazio il Crocifisso. Come lasciano intuire le proporzioni,
esso non è stato realizzato dal Donatello
per l'altare, ma per essere collocato nel
mezzo della chiesa.
Lo si osservi dal basso. Il chiodo gonfia e increspa le vene trasversali del piede destro.
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L'occhio scorre con dolore lungo le gambe
inarcate e spostate a destra, ma non ancora
irrigidite. Impressionanti, specie se colpiti
dalla luce, il ventre e il petto, che lasciano
intravedere lo scheletro. Le braccia sono percorse dal fremito ancora vivo delle vene e dei
nervi. Il volto è quello di un eroe che fonde
bellezza e coraggio.
SACRESTIA
La sacrestia è preceduta da un atrio adorno di
pregevoli affreschi. Sono attribuibili a un seguace di Girolamo Tessari (detto anche Dal
Santo). Rappresentano due miracoli: sant'Antonio predica ai pesci e il bicchiere scagliato a
terra rimane intatto (entrambi dei 1528).
Nella lunetta sopra la porta murata, bell'affresco della metà dei '200: Vergine coi Bambino tra i santi Francesco e Antonio.
Entrati nella luminosa sacrestia, si ammiri
subito la volta tutta ravvivata dagli affreschi
di Pietro Liberi che cantano, con estro e sbrigliata fantasia, la gloria di sant'Antonio
(1665).
Sulla destra dopo l'entrata, la parete è occupata da un grande armadio a muro, opera di
Bartolomeo Bellano (1469-1472). Le dieci
tarsie che lo illuminano sono di Lorenzo Canozzi (1474-1477); rappresentano (da sinistra): i santi Bernardino e Girolamo, Francesco e Antonio, Ludovico d'Angiò e Bonaventura; nei pannelli sottostanti, nature morte con
Iibri e oggetti liturgici. Sulle altre pareti, tele a
olio di Francesco Suman (1847).
Attraversata una stretta saletta, si scende
nell'ariosa sala dei capitolo (si chiamano capitoli le riunioni ufficiali dei frati). Originariamente era decorata con un ciclo d'affreschi
attribuiti a Giotto. Purtroppo ora ne rimangono pochi resti.
BASILICA DI SANTA GIUSTINA
STORIA
Nel tempo in cui la Patavium romana era nel
suo massimo splendore, nella zona in cui
ancora oggi sorge la Basilica e il Monastero di
S. Giustina, c’era uno o più sepolcreti
dell’aristocrazia pagana e un cimitero cristiano. Qui il 7 ottobre del 304 fu deposto il corTrieste, …. nell’anno della fede
po della giovane Giustina, messa a morte
perché cristiana, per sentenza
dell’Imperatore Massimiano, allora di passaggio a Padova.
Poco dopo il 520, ad opera di Opilione, prefetto del pretorio e patrizio, sorse la prima
Basilica con l’attiguo Oratorio, decorata di
marmi preziosi e di mosaici. Se ne ha una
descrizione nel 565 in Vita S. Martini, Libro IV,
672-670, di Venanzio Fortunato.
La Basilica cimiteriale oltre alle spoglie della
Patrona della città e diocesi, fu arricchita di
corpi e reliquie di molti santi, luogo di sepoltura prescelto dai vescovi. Divenne così, già
nel secolo VI, meta di pellegrinaggi dal momento che il culto di S. Giustina era ormai
diffuso nelle zone adiacenti al litorale adriatico. Bisogna risalire al 971 per avere notizie
certe circa la presenza dei monaci benedettini
neri a S. Giustina, e questo per merito del
Vescovo di Padova Gauslino, il quale col consenso del suo Capitolo ristabilì un monastero
sotto la Regola di S. Benedetto, dotandolo di
beni territoriali, di chiese e cappelle in città e
in campagna. Iniziò così lo sviluppo progressivo operato dai monaci, che tanti benefici
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apportarono a tutto l’agro padovano con le
bonifiche terriere che trasformarono le immense paludi e le sterminate boscaglie in
distese di fertilissime campagne.
ARTE
SANTA GIUSTINA
Illustre per natali, ma più ancora per il suo
cristianesimo, la sua mente pura seppe conseguire la palma di altissima vittoria, il martirio. Trovandosi a Padova sua patria, vi sopraggiunse il crudele imperatore Massimiano, il
quale nel Campo Marzio istituì un tribunale
per uccidere i Santi di Dio. La beatissima Giustina mentre si affrettava a visitare i servi di
Dio, fu sorpresa dai soldati presso Pontecorvo
e portata al cospetto di Massimiano. Dopo
una serie di domande sprezzanti circa la sua
fede cristiana, e l’invito con minacce a sacrificare al grande dio Marte, di fronte alla costanza e alla fermezza della sua fede in Cristo,
il crudele imperatore, preso da ira, emanò la
sentenza: “Giustina, afferma di rimanere
vincolata alla religione cristiana; e non intende obbedire alle nostre ingiunzioni, comandiamo che sia uccisa di spada.” Ciò udendo, la
beata Giustina esclamò: “Ti rendo grazie,
Signore Gesù Cristo, che ti sei degnato di
venerabile sua passione, deposero il suo corpo nel cimitero appena fuori Padova, dove
attualmente sorge l’Abbazia. (Passio S. Justinae Virginis et Martiris, sec.VI).
LA BASILICA DI SANTA GIUSTINA
È uno degli esemplari più grandiosi e geniali
di libera e ragionata traduzione in stile del
tardo Rinascimento, della grande architettura
imperiale romana. Nelle varie campate della
navata e delle crociere si ripete un unico motivo: una cupola, insiste mediante pennacchi
su un quadrato di quattro arconi a tutto sesto, i quali si scaricano sui sostegni verticali.
Un apporto prettamente veneto è dato alla
nostra chiesa dalla molteplicità delle cupole
esterne. Un influsso bramantesco permane,
forse derivante dal primo progetto del 1501,
nelle finestre delle absidi e nei grandi occhi
delle navate e della crociera. Gli autori di
questo capolavoro che è la Basilica di S. Giustina, sono Andrea Briosco (1517), il cui progetto fu successivamente modificato da Matteo da Valle (1520).
Santa Giustina rivela un architetto di tanta
genialità, da ideare un edificio di smisurata
mole e di inusitata architettura, di tanta
scienza ed esperienza, da affrontare e risolvere a perfezione i difficilissimi problemi di statica, di proporzioni, di prospettiva.
Chi sia questo ignoto fino ad oggi non è dato
saperlo.
IL CAMPANILE
La parte inferiore, fino alla cornice più bassa,
è il campanile antico (secolo XII). Esso constava di una canna cieca a pianta quadrata (sette
metri di lato), rafforzata su ciascuna fascia da
due lesene a doppia ghiera, continue dall’alto
ascrivere nel tuo libro la tua martire. (…) acal basso e legate in alto da doppia corona
cogli la tua ancella nel grembo tuo, che siedi d’archetti, sopra la quale era la cella campanel trono, mia luce, perla preziosa, che sem- naria, con una bifora per lato; era sormontata
pre ho amato.”
da una cuspide.
Finita la preghiera, piegate a terra le ginocNel 1599, poiché la mole della nuova chiesa
chia, il sicario le immerse la spada nel fianco. impediva alla città di sentir le campane, la
Così trafitta, fattosi il segno della santa croce, vecchia torre fu raddoppiata d’altezza, murando le bifore, togliendo la cuspide, riemserenamente spirò. Era il 7 ottobre 304. I
piendo i vuoti fra le lesene. L’aggiunta è una
cristiani vedendo l’ardore della sua fede e la
Trieste, … nell’anno della fede
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bella costruzione, che porta il campanile a
circa 82 metri di altezza. Sostiene 7 campane
(la più grossa pesa 2 tonnellate e mezzo) del
secolo XVIII, le quali, benché fuse in anni diversi e da diversi maestri, formano un magnifico e armonioso concerto, il più bello di Padova. Dal campanile, guardando la Basilica,
sulla cupola centrale si ammira la statua di
rame di S. Giustina in atto di proteggere la
città. Sulle quattro cupolette: statue (in lamina di piombo) dei Santi Prosdocimo, Benedetto, Arnaldo, Daniele diacono.
L’INTERNO
Magnifico nella sua austera nudità, solenne
ma accogliente, poderoso e slanciato, grandioso eppure raccolto, armoniosissimo nelle
perfette proporzioni, nell’equilibrio tra pieni e
vuoti, nella lieta, diffusa e ricca luminosità. E’
il trionfo della volta e dell’architettura di massa, alla quale è affidato tutto l’effetto.
Pur vincolato da precedenti lavori lasciati
incompleti, per combinazione di due schemi
architettonici diversi, presenta perfetta unità,
e pare opera di primo getto. Nel progetto
dovevano apparire visibili all’esterno ben
sette cupole grandi e quattro piccole, è invece probabile che all’interno tutte (salvo quella
centrale) dovessero essere semplici catini: tali
son restati nel braccio lungo della navata
maggiore; quelle della crociera e del presbiterio furono «aperte» circa il 1605 per consiglio
di Vincenzo Scamozzi, per migliorare
l’acustica, che divenne, così, perfetta.
La cupola di mezzo fu fatta negli anni tra il
1597 e il 1600; le quattro piccole furono
«aperte» anche più tardi di quelle grandi.
Trieste, …. nell’anno della fede
Il bel pavimento fu iniziato circa nel 1608 e
finito nel 1615; è di marmo di Verona giallo e
rosso, e pietra di paragone. Vi sono inseriti,
specialmente nei tratti longitudinali fra i pilastri, molti pezzi di marmo greco appartenenti
all’antica basilica di Opilione.
Nel mezzo della navata, ammiriamo lo stupendo Crocifisso ligneo (secolo XV). Mirabile
la testa per bellezza di tratti ed efficacia di
espressione.
LE CAPPELLE
A destra e a sinistra delle navate laterali si
dispiegano venti cappelle, dieci da una parte
e dieci dall’altra: San Paolo, S. Gertrude, S.
Gerardo, S. Scolastica, S. Benedetto, i SS.
Innocenti, S. Urio, S. Mattia, S. Massimo, La
Pietà, il Santissimo, Beato Arnaldo da Limena,
S. Luca, S. Felicita, S. Giuliano, S. Mauro, S.
Placido, S. Daniele, S. Gregorio, S. Giacomo.
In ciascuna delle cappelle sono custodite
preziose tele di Palma il Giovane, Luca Giordano (1676), Sebastiano Ricci (1700), Benedetto Caliari (1589), Antonio Zanchi (1677),
Valentino Le Fevre (1673), Giovanni Battista
Maganza (1616), Claudio Ridolfi (1616), Carlo
Loth (1678). Scultori come Francesco De Surdis (1562), Bartolomeo Bellano (Sec. XV),
Filippo Parodi 1689) hanno contribuito ad
arricchire i singoli altari.
Ognuna di queste cappelle ha in comune con
quella di fronte, l’architettura dell’altare, la
qualità dei marmi, i disegni della vetrata e
spesso quello del pavimento. Belle le decorazioni a stucco delle volte.
Meritevole di particolare interesse è l’altare
del Santissimo, che dal 1562 al 1674 accolse i
Corpi dei SS. Innocenti; permutati titolo e
ufficio con quella primitiva del SS.mo, fu trasformata con armoniosa inserzione del barocco nell’architettura del rinascimento. L’altare,
bellissimo esemplare di barocco veneziano, è
opera di Giuseppe Sardi (1674), che in perfetta unità di composizione vi pose il grande e
bel tabernacolo ideato da Lorenzo Bedoni
(1656) ed eseguito da Pier Paolo Corberelli
(1656) per la primitiva cappella del SS.mo.
Le sei statuine di bronzo sul tabernacolo sono
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di Carlo Trabucco (1697); i putti del basamento del tabernacolo, di Michele Fabris (1674), i
due grandi e begli angeli, di Giusto Le Court
(1675), le altre sculture, di Alessandro Tremignon (1675), i mosaici del paliotto (i più belli
di tutta la Basilica), di Antonio Corberelli
(1675). Nel catino dell’abside: l’Eterno Padre
circondato dagli Angeli; nella volta della cappella: il SS.mo Sacramento adorato dagli Apostoli: ambedue belle pitture a fresco di Sebastiano Ricci (1700).
S. LUCA EVANGELISTA
Non era, come molti
credono, uno dei dodici
apostoli scelti da Gesù;
venne invece citato e
lodato più volte da S.
Paolo come suo fedele
collaboratore nei viaggi
che fece per evangelizzare le genti. Luca scrisse il Vangelo che da lui
prese il nome, e gli Atti
degli Apostoli. Fonti
antiche parlano della sua professione di medico ed una tradizione assai diffusa lo presenta anche pittore del volto di Cristo e soprattutto della Madonna. Tra le icone “lucane”
una è la Madonna Costantinopolitana (XI-XII
sec.). S. Luca è festeggiato sia dalla Chiesa
Cattolica che da quelle Ortodosse il 18 ottobre.
Il sarcofago di S. Luca è un’opera preziosa di
scuola pisana (1313), fatta a cura dell’abate
Mussato, gli specchi sono di alabastro orientale; il telaio che li inquadra, di porfido verde:
due colonne di granito orientale, due di alabastro. Notare il sostegno centrale formato
da quattro angeli, di marmo greco. Le figure
dei riquadri sono così ordinate: sul lato minore verso il Vangelo, l’effigie di S. Luca, centro
di tutta la composizione; sui due lati, nello
stesso ordine: due angeli che portano torce,
due angeli turiferari, due buoi (il bue è il simbolo biblico di S. Luca); sulla testata opposta è
ripetuto il simbolo dell’Evangelista. Secondo
una antica tradizione l’evangelista Luca, origiTrieste, … nell’anno della fede
nario di Antiochia di Siria e morto in tarda età
(84 anni), sarebbe stato sepolto nella città di
Tebe. Da lì le sue ossa furono trasportate a
Costantinopoli dopo la metà del IV sec. e da
qui nel corso dello stesso secolo o dell’VIII ,
trasportato a Padova nel Monastero di Santa
Giustina. I monaci benedettini insediatisi nel
nostro Monastero prima del 1000 iniziarono a
venerare le spoglie dell’Evangelista. Nel 1354,
l’imperatore Carlo IV di Lussemburgo, re di
Boemia, si fece consegnare il cranio che finì
nella cattedrale di San
Vito a Praga dove si
trova ancora oggi. Nel
1436 fu affidata al pittore Giovanni Storlato
l’incarico di rappresentare, sulle pareti della
cappella dedicata al
santo, una serie di scene che ne narrano la
vita, il trasferimento
delle reliquie
dall’Oriente e il suo
ritrovamento a Padova. Un secolo più tardi,
nel 1562, si trasferì l’arca marmorea nel braccio sinistro del transetto, nell’attuale Basilica.
All’approssimarsi del Grande Giubileo del
2000 il Vescovo di Padova, anche per motivi
ecumenici, nominò una commissione di esperti per avviare una ricognizione scientifica
delle reliquie di San Luca. Il 17/9/1998 fu
aperto il sarcofago e si trovò in una cassa di
piombo sigillata uno scheletro umano in buono stato di conservazione. I risultati definitivi
delle indagini sono stati presentati nel Congresso Internazionale, svoltosi a Padova
nell’ottobre dell’anno 2000. I dati scientifici
– come è stato affermato al termine di quelle
giornate, non smentiscono la tradizionale
attribuzione a S. Luca delle spoglie; si pongono piuttosto come dati precisi, complementari alle fonti scritte, attorno a cui l’indagine
storica potrà muoversi con maggiore sicurezza, soprattutto per chiarire come, quando e
perché sia avvenuta la traslazione del corpo
da Costantinopoli a Padova
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LA MADONNA COSTANTINOPOLITANA
In alto, sul Sarcofago di San Luca si ammira la
copia cinquecentesca della «Madonna Costantinopolitana»: bella la pittura e bella la
lastra di rame sbalzato e dorato che inquadra
i due volti. La cornice di bronzo e i due Angeli
in volo di Amleto Sartori (1960). Del medesimo sono gli otto bracci portalampade di bronzo attorno all’abside (1961), e il disegno del
piccolo coro.
I documenti in nostro possesso segnalano la
presenza della Immagine della Madonna Costantinopolitana nel Monastero di Santa Giustina a partire dal XII secolo e divenne oggetto di viva devozione popolare. Secondo alcuni
studiosi sarebbe l’immagine mariana più antica che si conosca a Padova, di stile nettamente bizantino, venerata e invocata dai padovani come la Salus Populi Patavini.
L’icona si presenta gravemente compromessa, tranne parte del volto della Madonna e
del Bambino. La tavola è danneggiata da
evidenti bruciature, che non è dato sapere se
provocate da un incendio fortuito o dagli
iconoclasti. La provenienza è certamente da
Costantinopoli. Nel Cinquecento a un pittore
venne affidata la trascrizione del volto della
Madonna e del Bambino su cuoio e tutto il
resto fu rivestito da una rizza d’argento dorato e sbalzato con le figure della Vergine e del
Bambino. Dietro questa nuova immagine,
come in una teca, fu conservata l’icona antica. Mentre il Monastero subiva le trasformazioni dell’occupazione napoleonica, la Chiesa
divenne Parrocchia amministrata dal clero
diocesano. Il 23 maggio 1909 Mons. Andrea
Panzoni promosse l’incoronazione solenne
dell’Icona costantinopolitana. Egli intendeva
così contribuire alla maggiore valorizzazione
del tempio che proprio in quell’anno fu elevato alla dignità di Basilica Minore Romana da
Pio X. Nello stesso anno, un primo contingente di monaci, proveniente da Praglia, ritornò
nel monastero dopo oltre un secolo dalla
soppressione napoleonica e riprese il culto e
la venerazione alla Madonna Costantinopolitana secondo la più antica tradizione.
Trieste, …. nell’anno della fede
Ancor oggi, il 23 maggio,- giorno anniversario
della sua incoronazione si svolge una solenne
e suggestiva processione cittadina in Prato
della Valle. Nel 1959 si separò l’icona vera e
propria dalla riza di argento dorato e sbalzato che la proteggeva anteriormente. La riza
ha trovato la sua collocazione definitiva in
Basilica nel braccio del transetto di S. Luca,
sorretta da due angeli (opera di Amleto Sartori, 1960). I volti della Vergine e del Bambino
Gesù, dipinti su tela, sono attribuiti a Moretto
da Brescia (terzo decennio del XVI sec.). La
tavola di legno sottostante fu affidata al restauro del prof. Lazzarin che sotto una patina
di resina bruciacchiata scoprì alcuni frammenti di pittura originale. Al termine del restauro
venne custodita e venerata nella Cappella
interna del Monastero. La tradizione che la
vuole salvata da Costantinopoli al tempo della
persecuzione iconoclasta nell’VIII sec. non
regge alla critica storica:fu giudicata del XII
sec. circa dal prof. Lorenzoni per alcune caratteristiche stilistiche delle aureole e del mento
della Vergine.
IL PRESBITERIO E L’ALTARE MAGGIORE
In origine, secondo l’uso tradizionale, la situazione era inversa: l’altare era in fondo, sotto il
quadro (che posava circa due metri più in
basso); il coro era dove è ora il presbiterio, e
il lato minore volgeva le spalle al popolo,
come ora le volge all’abside. La situazione
attuale è del 1623; l’inversione, diede al popolo la visibilità delle sacre funzioni. La scalinata d’accesso e le balaustre sono di Francesco Contini, 1630. Nei pilastri, all’ingresso del
presbiterio, a destra ammiriamo il busto del
patrizio Vitaliano; a sinistra, il busto del patrizio Opilione, opere ambedue di Giovanni
Francesco De Surdis (1561).
L’Altare Maggiore, bellissimo e semplicissimo
(1640) progettato da Giovan Battista Nigetti;
il ricchissimo mosaico intarsiato è di Pier Paolo Corberelli. L’altare racchiude il Corpo di S.
Giustina.
Ai lati si ammirano due residenze di noce,
opera magnifica di Riccardo Taurigny (15641572): S. Pietro riceve dal Signore le chiavi –
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battezza Cornelio centurione – il castigo di
Anania e Saffira e la Conversione di S. Paolo,
la sua predicazione e la sua cattura.
I parapetti delle cantorìe sono opera di Ambrogio Dusi, 1653. Gli organi attuali (quattro:
uno a destra, due a sinistra, l’altro dietro
all’ancona) sono opera della Ditta Pugina
(1928). Le canne dell’organo attuale di sinistra sono in parte quelle del Nachich e del
Callido, che restarono dalla distruzione operata da un fulmine nel 1927. A sinistra
dell’altare: candelabro bronzeo per il cero
pasquale di Arrigo Minerbi (1953).
IL CORO GRANDE
Il «Coro Maggiore»: uno dei più belli del mondo; ammirevoli: la maestà dell’insieme, dominato dall’immensa ancona dorata;
l’adattamento perfetto dell’opera
all’ambiente; la euritmia fra i due ordini di
stalli, superiore e inferiore, e fra questi e il
dossale; l’eleganza e perfezione degli ornati
(per esempio, si osservi di scorcio la serie delle cariatidi sorreggenti i braccioli degli stalli;
si noti l’elegantissimo dossale,
col colonnato di squisite proporzioni, la trabeazione col
bellissimo fregio, i bei putti
sovrapposti, ognuno in una
posa diversa; la varietà e la
finezza dei fregi sparsi dovunque). Di grande effetto gli specchi del dossale, con le figure
scolpite in pieno rilievo.
arte-9-2L’autore è Riccardo
Taurigny, cui si deve non soltanto l’esecuzione, ma anche il disegno
dell’opera, che durò dall’ottobre 1558 al luglio 1566. L’artista era di Rouen in Normandia: nel lavoro fu aiutato da dieci carpentieri
e dall’artista Giovanni Manetti. Gli stalli sono
88; la materia, il legno, di noce, ben conservato. Il tema delle figurazioni, elaborato da
Eutizio Cordes monaco di S. Giustina e dottissimo teologo, si può enunciare così: «L’opera
redentrice di Gesù Cristo prefigurata nel Vecchio Testamento, attuata nella sua vita, appliTrieste, … nell’anno della fede
cata all’umanità».
A ciascuno dei fatti della vita terrena di N. S.
Gesù Cristo (la Redenzione in atto) rappresentati nei grandi specchi del dossale, corrisponde, in bassorilievo negli schienali degli
stalli superiori, un fatto dell’Antico Testamento che è la figura profetica dell’altro; mentre
gli schienali degli stalli inferiori portano bassorilievi allusivi: ai Sacramenti, che ci applicano la Grazia della redenzione; ai doni dello
Spirito Santo, che ci fanno agire secondo la
Grazia, alle virtù che la Grazia produce, ai vizi
che la Grazia estingue.
I banditori della Redenzione sono rappresentati nelle statuine sedute poste
sull’inginocchiatoio: due profeti dell’A. T.; i
quattro evangelisti; i quattro massimi dottori
della Chiesa Latina e si aggiungono, i due
titolari della basilica: S. Giustina e S. Prosdocimo.
Questo coro è un esempio dei più grandiosi e
completi, di quei cicli figurativi
storici e simbolici che il Medioevo ebbe giustamente cari ad
istruire nel dogma e nella morale cristiana.
Il leggìo col cassone sottoposto
è opera anch’esso di Riccardo
Taurigny (agosto 1566 – luglio
1572); vi sono raffigurati la vita
e il martirio di S. Giustina.
Nel cassone e in sagrestia si
conservavano preziose collezioni di libri corali egregiamente
decorati da illustri miniatori dei
secoli XV e XVI. Ne resta oggi
solo qualche malandato avanzo (cinque volumi in monastero, altri al Museo Civico). Il bel
pavimento è del sec. XVI.
n fondo al coro: il Martirio di S. Giustina: bella
opera di Paolo Veronese (1575, firmata); la
sua più grande pala d’altare. La cornice nobilissima, forse disegno di Michele Sanmicheli,
fu scolpita da Giovanni Manetti, allievo e
aiuto del Taurigny: è tutta dorata ad oro di
zecchino. Sotto il quadro: bella porta in pietra; nella disposizione originaria chiudeva
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verso il popolo, in cima alla gradinata.
Nei pilastri sotto le finestre: a destra: David
vincitore di Golia; a sinistra: Sansone (sec.
XVII). In origine, da questi pilastri sporgevano
gli amboni per l’Epistola e il Vangelo, come fu
uso costante nella Congregazione di S. Giustina fino a tutto il sec. XVI.
Lunette delle arcate piccole: a destra: Giaele
uccide Sisara: tela di Pietro Ricchi (1672);
Nadab e Abiud puniti per aver usato fuoco
profano: Giovan Francesco Cassana (1672).
A sinistra: Lotta di Giacobbe con l’Angelo:
Pietro Ricchi; Abramo riceve i tre Angeli: Giovan Francesco Cassana.
Sotto il presbiterio e il coro si stende una
bella e spaziosa Cripta (1562), la cui volta è un
capolavoro di statica per la piccolezza della
monta rispetto alla corda (m. 2,60 su m.14).
Da osservare, incorniciato da una nicchia del
muro di fondo, il fonte battesimale di bronzo
(Milani, 1964).
CORRIDOIO DEI MARTIRI
Costruito nel 1564 per unire la Cappella di S.
Prosdocimo con la chiesa attuale, è un ambiente di piacevoli proporzioni, con buone
decorazioni contemporanee. Qui si può vedere dentro una gabbia medioevale di ferro, la
cassa di legno che custodì per qualche tempo
(forse dal 1177 al 1316) il corpo di S. Luca
Evangelista. Nel mezzo il bel pozzo (1565),
adorno di eleganti decorazioni in niello, sotto
il quale, su un tratto di pavimento in mosaico
della Basilica Opilioniana, posa il primitivo
pozzo del sec. XIII, contenente le ossa dei Ss.
Martiri. Sulla destra, sotto vetro è visibile un
lacerto di pavimento a mosaico della Basilica
paleocristiana (Sec. V- VI)
Sopra il pozzo dei Martiri: pitture della cupola: di Giacomo Ceruti (1750 circa).
In fondo, sull’altare: Il ritrovamento del pozzo
dei Martiri, con la miracolosa accensione
delle 12 candeline: bella tela di Pietro Damini
(1592-1631), piena di ritratti.
Scendendo: il muro a destra è un tratto del
fianco meridionale della chiesa medioevale
riedificato sulla corrispondente parete della
Basilica Opilioniana. Le due bifore sono ricoTrieste, …. nell’anno della fede
struzioni (1923) su tenui tracce di due imposte di archi.Porta che immette nella cappella
di S. Prosdocimo (1564). Ai lati: statue dei Ss.
Pietro e Paolo, di Francesco Segala. Sono due
delle undici statue eseguite da lui in terracotta (1564) per la nuova decorazione della cappella di S. Prosdocimo; sono oggi conservate
nella Sala rossa all’interno del Monastero.
Sopra la porta, ai lati dell’iscrizione: il pellicano, la fenice: calchi di finissimi bassorilievi in
marmo greco del sec. XVI.
Gli originali furono tolti di qui per permettere
la visione delle belle sculture del sec. XIII o
XIV, che portavano nel retro. Oggi sono visibili
nell’atrio della Sacrestia.
SAN PROSDOCIMO E IL SACELLO
Prosdocimo, verosimilmente primo vescovo
della chiesa padovana (sec. III-IV), è rappresentato in una «imago clipeata» di marmo
(inizi del sec. VI), riscoperta durante la ricognizione della sua salma nell’omonimo oratorio in S. Giustina (1957). Il suo culto e la devozione è confermata anche fuori del territorio
padovano prima del Mille . L’iconografia lo
presenta con il pastorale e l’ampolla
dell’acqua battesimale in mano: simboli della
sua missione pastorale in città e in diocesi.
L’antica liturgia ne celebra la fedeltà al Vangelo e all’insegnamento degli Apostoli.
Il Sacello è un cimelio di arte paleocristiana,
preziosissimo per l’antichità, la completezza,
le rarissime opere d’arte che custodisce. Fu
costruito (tra il 450 e il 520) dal patrizio Opilione unitamente alla basilica, al sommo della
cui navata destra era innestato, allo spigolo
tra levante e mezzogiorno.
Orientato come la basilica, comunicava con
questa mediante l’atriolo di occidente. È uno
dei più begli esempi di quegli oratori, di cui
l’antichità cristiana circondava i maggiori
edifici di culto: oratori destinati a devozioni
particolari di singole persone, fisiche o morali,
e verso singoli Santi (qui, secondo un costume diffusissimo nei secoli IV-VI, si veneravano
reliquie di Santi Apostoli e Martiri); e anche a
sepoltura di insigni personaggi. Più sviluppato
e più perfetto dei più fra i sacelli analoghi, il
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pag. 17
Sacello di San Prosdocimo consta di un quadrato centrale, cui sono innestate quattro
corte braccia coperte di volta a botte; il braccio orientale, absidato; il quadrato centrale è
sormontato da cupola emisferica ad esso
collegata mediante quattro pennacchi a quarto di sfera. Come nella basilica annessa, le
pareti erano rivestite di tavole di
marmi preziosi;
dall’imposta degli
archi in su tutto
era coperto di mosaici. Il braccio
settentrionale
immetteva in una
sala, forse destinata ad accogliere
sarcofagi di illustri
personaggi.
Nell’atrio ricostruito è possibile ammirare il Timpano
di porta della basilica opilioniana
(sec. V-VI), e un pluteo di marmo greco del
sec. VI; rarissimo perché doppio.
In fondo: frontone triangolare (timpano di
porta, sec. V-VI), con la iscrizione dedicatoria
della Basilica e del Sacello: «Opilio vir clarissimus et inlustris, praefectus praetorio atque
patricius, hanc basilicam vel oratorium in
honorem sanctae Justinae Martyris a fundamentis caeptam Deo iuvante perfecit ». Nel
sacello: a destra: altare di S. Prosdocimo
(1564), sarcofago romano di marmo pario,
trovato (1564) nel terreno sotto il pavimento
(conteneva i corpi di due Vescovi, allora deposti altrove), e adibito da allora a custodia
del corpo di S. Prosdocimo. Nel paliotto: S.
Prosdocimo giacente, tra due Angeli ceroferari: bella scultura di ignoto (1564 – Marcantonio De Surdis).
Sopra l’altare: stupenda immagine in marmo
greco, di S. Prosdocimo (Sec. V-VI): rappresenta il Santo nell’eterna giovinezza del paradiso, simboleggiata dai due palmizi laterali.
Trieste, … nell’anno della fede
Porta la scritta contemporanea: « Sanctus
Prosdocimus Episcopus et Confessor ».
In origine era la parte centrale della fronte di
un sarcofago: tagliata poi per essere inserita
in altro monumento (come lo mostrano i due
battenti laterali) fu posata, come autenticazione, sull’arca in cui nel sottosuolo furono
nascoste le ossa del Santo; scoperta
nell’esumazione del 1564, accompagnò nel
1565 le sacre ossa entro l’altare, ove fu ritrovata nel 1957.
A sinistra, davanti all’altare principale: la preziosa « p e r g u l a» o iconostasi, l’unica del
secolo VI che ci sia pervenuta integra. Uniche
manomissioni: l’ultima colonna di destra, e i
due capitelli estremi a destra e a sinistra,
opera del Rinascimento. Come in tutte le
antiche chiese, segnava la necessaria separazione tra clero e popolo, come oggi la balaustra, e nello stesso tempo accentuava il carattere sacro del presbiterio e dell’altare. È di
marmo greco (si notino le colonne tutte di un
pezzo con gli altissimi piedistalli, e l’arco di
mezzo a ferro di cavallo). L’iscrizione, contemporanea, dice: «In nomine Dei. In hoc
loco conlocatae sunt reliquiae sanctorum
Apostolorum et plurimorum Martyrum qui
pro conditore omniunque fidelium plebe
orare dignentur (In nome di Dio: in questo
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luogo sono state collocate le reliquie dei SS.
Apostoli e di moltissimi Martiri, i quali si degnino di pregare per il fondatore e per tutto il
popolo di Dio).
Si ritorni in chiesa per la stessa via. Dall’arco
dietro l’altare di S. Mattia: bello sguardo sulla
maestosa e semplicissima crociera della Basilica.
CORRIDOIO DELLE MESSE E CORO VECCHIO
Entrando nel Corridoio delle messe per la
porta accanto all’altare della Pietà, adorna di
due belle colonne di marmo greco, si accede
al Coro Vecchio, prolungamento della Chiesa
medioevale, costruito negli anni dal 1472 al
1473 col lascito di Jacopo Zocchi. Di belle
proporzioni e molto luminoso, consta di due
campate a pianta quasi quadrata con volta a
crociera; e di una abside formata da sette lati
di un dodecagono regolare. Ha conservato la
disposizione primitiva: ad oriente altare e
presbiterio, e, davanti, il coro.
Si notino la volta dell’abside di bell’effetto; le
sue lesene pensili; sotto gli archi della navata
i curiosi capitelli. La decorazione delle volte è
del sec. XV; il gran fregio a fresco attorno le
pareti è del sec. XVI. Questa cappella è nobilitata da insigni opere d’arte, che ne fanno un
vero museo. Il Coro ligneo è opera (14671477) di Francesco da Parma e Domenico da
Piacenza, dei quali quasi nulla sappiamo. È
opera d’intaglio e di intarsio.
Bello l’insieme e molto pregevole; vigorosa ed
elegante l’opera di intaglio. Interessanti parecchi dei primi specchi, perché riproducenti edifici
dell’antica Padova. Nel mezzo,
il cassone per i libri corali:
opera un po’ più antica del
coro, del Canozzi di Lendinara.
Ancora nel mezzo: tomba di
Ludovico Barbo; opera di un
certo effetto, in pietra d’Istria.
Nel presbiterio, a destra, statua di S. Giustina, in pietra
tenera, opera probabilmenete
di fine sec. XIV-XV.
A sinistra, arcosolio che proTrieste, …. nell’anno della fede
tegge la statua giacente di Jacopo Zocchi, di
Bartolomeo Bellano (1461); sopra: ambone
per il Vangelo; è originale solo la parte inferiore della gocciola di sostegno, con i suoi
finissimi ornati. Accanto: porticina intarsiata
che immette all’ambone: degli stessi autori
del coro. Bel pavimento (sec. XVI) di rosso di
Verona, con intarsi di marmi rari e riporti di
bronzo.
Funge provvisoriamente da altare un bel parapetto di cantoria, scolpito in legno di noce
da mano maestra ha sostituito un altare, di
cui sono rimasti i gradini. I pilastri addossati
alla parete sostenevano la stupenda pala,
racchiusa in una nobile cornice, che Girolamo
Romanino dipinse per questo luogo (151314), e che nel 1866 un commissario regio
tolse a forza contro i diritti e le proteste della
Fabbriceria. Oggi è al Museo Civico sempre in
attesa di tornare al suo posto d’origine. Sulla
parete: bellissimo Crocifisso ligneo, d’ignoto
autore del sec. XV.
SAGRESTIA
Nell’atrio della sagrestia, si possono ammirare nella nicchia la Madonna col Bambino,
bellissima terracotta della fine del sec. XV.
L’Architrave insieme alla lunetta romanica
che lo sovrasta, che rappresenta la Chiesa che
dà la bevanda della vita ai fedeli.
Sull’Architrave vi sono rappresentate:
1) l’Annunciazione; 2) la Visitazione; 3) la
Natività del Signore; 4) l’Annuncio dell’Angelo
ai Pastori; 5) l’Adorazione dei Magi.
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Giovedì 22 agosto
PROGRAMMA :
partenza ore 8.30 e arrivo a REDIPUGLIA (9.15) , visita sacrario
Ore 10.30 partenza per Grado, alle ore 11.30 partenza (motoscafo) per il Santuario di Barbana (arrivo alle ore 12)
Ore 12.30 Pranzo al Ristorante del Pellegrino Tel. 0431/80453
Ore 14.30 partenza per GRADO e visita alla città (15.00-16.00)
Ore 16.00 partenza per AQUILEIA - Visita guidata
Ore 17.30 partenza per Trieste
Rientro per cena
SERATA: M OMENTO DI PREGHIERA E VISITA ALLA CITTÀ DI TRIESTE
REDIPUGLIA,
SANTUARIO BARBANA ,
GRADO, AQUILEIA.
Nel Sacrario di Redipuglia sono custoditi i
resti mortali di 100.187 caduti: 39.857 noti e
60.330 ignoti.
SANTUARIO BARBANA
Barbana è un’isola posta all’estremità orientale della laguna di Grado, sede di un antico
santuario mariano. Si estende su circa tre
ettari e dista circa cinque chilometri da Grado; è abitata in modo stabile da una comunità
di frati minori francescani. Il suo nome deriva
probabilmente da Barbano, un eremita del VI
secolo che viveva nel luogo e che raccolse
attorno a sé una comunità di monaci.
Le origini dell’isola sono relativamente recenti: la laguna di Grado si è infatti formata tra il
V e il VII secolo su di un’area precedentemente occupata dalla terraferma. Il luogo ospitaIl più grande Sacrario Militare Italiano, sorge va, in epoca romana, un tempio di Apollo
Beleno e, probabilmente, l’area destinata alla
sul versante occidentale del Monte Sei Busi
quarantena del vicino porto di Aquileia.
che nella Prima Guerra Mondiale fu aspraUn piccolo bosco si estende sul lato occidenmente conteso perché, pur se poco elevato,
tale dell’isola e ne copre più della metà della
consentiva dalla sua sommità di dominare,
per ampio raggio, l'accesso da Ovest ai primi superficie: le essenze più diffuse sono i bagolari, i pini marittimi, le magnolie, i cipressi, gli
gradini del tavolato carsico.
La monumentale scalea sulla quale sono alli- olmi.
L’isola di Barbana è collegata a Grado da un
neate le urne dei centomila caduti e che ha
alla base quella monolitica del Duca d'Aosta, regolare servizio di traghetti, con partenza dal
comandante della Terza Armata, dà l'immagi- Canale della Schiusa. Il viaggio richiede circa
ne dello schieramento sul campo di una Gran- 20 minuti di navigazione. L’isola è inoltre
dotata di un piccolo porto e può essere ragde Unità con alla testa il suo Comandante.
giunta anche con mezzi privati.
REDIPUGLIA
Trieste, … nell’anno della fede
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NASCITA DEL SANTUARIO
Secondo la tradizione, la nascita del santuario della Madonna di Barbana risale all’anno
582, quando una violenta mareggiata minacciò la città di Grado: l’eccezionale evento
meteorologico, che allora destò grande stupore e preoccupazione, si inserisce probabilmente nella genesi dell’attuale laguna. Al
termine della tempesta un’immagine della
Madonna, trasportata dalle acque, venne
ritrovata ai piedi di un olmo (o, secondo
un’altra tradizione, sui suoi rami), nei pressi
delle capanne di due eremiti originari del
trevisano, Barbano e Tarilesso. Il luogo era
allora relativamente lontano dalla linea di
costa e il patriarca di Grado Elia (571-588),
come ringraziamento alla Madonna per aver salvato
la città dalla mareggiata, fece erigere
una prima chiesa.
Attorno a Barbana
si formò una prima
comunità di monaci
che resse il santuario per i successivi
quattro secoli. In
questo arco di tempo il mare proseguì la sua
avanzata: nel 734, da un documento di papa
Gregorio III, si apprende infatti che Barbana
era già un’isola. La chiesa venne probabilmente ricostruita più volte e la stessa immagine della Madonna, non si sa se una statua o
un’icona, andò perduta.
Attorno all’anno mille, subentrarono i benedettini che ufficiarono il santuario per cinquecento anni. A questo periodo risale la pestilenza che investì Grado nel 1237 e l’origine
del pellegrinaggio annuale della città a Barbana.
DAL 1400 AD OGGI
Il santuario attuale
Dal 1450 è documentata la presenza di frati
francescani conventuali, che sostituirono i
benedettini prima in chiave provvisoria e poi,
dal 1619, in modo definitivo. I francescani,
Trieste, …. nell’anno della fede
che nel 1738 eressero una nuova chiesa a tre
navate, rimasero nell’isola fino al 1769, quando la Repubblica di Venezia soppresse il monastero.
I legami di Venezia con il santuario, a dispetto
di questo provvedimento, furono comunque
sempre intensi, com’è testimoniato da lasciti
testamentari di dogi (Pietro Ziani, 1228) e
dall’esistenza, in passato, di un’apposita confraternita di gondolieri (la “Fratellanza della
Beata Vergine di Barbana”). Lo stesso bassorilievo dell’altare maggiore della chiesa di Barbana rappresenta, non a caso, una gondola in
laguna.
Dopo l’allontanamento dei frati, il santuario
venne quindi affidato per oltre 130 anni ai
sacerdoti diocesani, prima di Udine
(1769-1818), poi di
Gorizia (18181901). Un ruolo di
particolare rilievo
venne svolto da
don Leonardo Stagni, al quale si
devono la costruzione degli argini
(1851), la realizzazione dell’attuale cappella del bosco nel luogo
dove venne ritrovata l’immagine di Maria
(1854) e l’incoronazione della Madonna di
Barbana (1863).
Nel 1901 il santuario venne affidato ai frati
francescani minori della provincia dalmata
che edificarono un nuovo convento, curarono
alcune bonifiche e misero mano alla costruzione dell’attuale chiesa. Nel 1924, mutati i
confini politici, il testimone passò ai confratelli della provincia veneta di San Francesco, che
hanno provveduto alla realizzazione della
casa di esercizi spirituali “Domus Mariae” (1959) e delle più recenti casa del pellegrino (1980) e cappella della riconciliazione
(1989).
La chiesa
L’isola è dominata dalla mole della chiesa e
del campanile. La chiesa, che presenta alcuni
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richiami all’architettura orientale, è in stile
neoromanico ed è relativamente recente. I
lavori di costruzione dell’attuale edificio, che
sorge sul luogo delle chiese succedutesi nei
secoli passati, sono stati infatti avviati nel
1911 e completati, dopo una pausa dovuta
alla prima guerra mondiale, nel 1924. Il progetto è dell’architetto goriziano Silvano Barich, che negli anni successivi disegnerà i piani
anche per il santuario di Monte Santo. La
semplice facciata è ingentilita da lesene di
pietra e da un rosone. La struttura culmina
con un’ampia cupola.
L’interno a tre navate, con soffitto a carena di
nave, presenta elementi di notevole interesse
nell’altare maggiore del 1706 e, soprattutto,
nella statua lignea della Madonna, opera di
scuola friulana della fine del Quattrocento. La
statua, a grandezza naturale, rappresenta
Maria in trono con in braccio Gesù bambino:
lei regge con la mano destra una rosa, probabilmente a simboleggiare la fede, lui invece
tiene in mano un libro, chiaro riferimento al
Vangelo. I due altari laterali, in stile rinascimentale-barocco, sono di scuola veneziana e
sono dedicati a San Francesco (sinistra, 1763)
e Sant’Antonio (destra, 1749). Della scuola
del Tintoretto è invece il quadro dei gondolieri in pellegrinaggio (1771) custodito nella
sagrestia, dove è possibile ammirare anche
una Madonna col Bambino di autore ignoto
(1734).
Gli affreschi della cupola (oltre 500 metri
quadrati) sono un’opera più recente di Tiburzio Donadon (1940). Lo spazio è diviso in
quattro grandi quadri rappresentati
l’incoronazione di Maria, la processione del
perdòn di Barbana, l’apparizione della Vergine sull’olmo, e una visione del patriarca Elia. I
quadri sono separati da figure bianche che
simboleggiano le quattro virtù cardinali
(prudenza, giustizia, fortezza e temperanza).
Le vetrate della chiesa rappresentano alcuni
misteri del rosario. Il campanile, alto 47,8
metri, è stato inaugurato nel 1929: le quattro
campane attuali, come invito alla pace, sono
Trieste, … nell’anno della fede
state ricavate dal metallo di cannoni tedeschi
della seconda guerra mondiale.
La piccola Cappella della riconciliazione, alla
destra dell’altare maggiore, conserva una
statua della Vergine del 1700 in pietra di Aurisina e un cippo di pietra di età romana, raffigurante un magistrato.
La continua azione della laguna ha impedito
la conservazione di tracce significative dei
santuari più antichi. Tra le vestigia giunte fino
a noi, è possibile ricordare un bassorilievo
funerario rappresentate un’apparizione di
Cristo risorto (X-XI secolo), un frammento
dell’albero presso il quale secondo la tradizione venne ritrovata l’immagine della Madonna, un rivestimento per altare in cuoio e oro
(XVII secolo), e due colonne con capitelli corinzi, quest’ultime poste oggi davanti al campanile. Nella cappella della “Domus Mariae” è
custodita la statua della cosiddetta
“Madonna mora”, venerata nel santuario
dall’XI al XVI secolo. L’opera, in legno dipinto,
è stata recentemente restaurata: curiosamente, la Madonna regge il bambino per i
piedini. Una tela di Madonna orante del 1500
può infine essere ammirata nella mensa dei
frati.
Della prima chiesa costruita dai francescani
(XVIII secolo) sono invece rimaste numerose
tracce, sia negli arredi interni che in materiale
iconografico (dipinti, fotografie, bassorilievi).
La chiesa, più piccola dell’attuale, si presentava con una semplice facciata bianca, successivamente ingentilita da un porticato, e aveva
un piccolo campanile.
La cappella nel bosco e le statue
A poca distanza dalla chiesa, sul luogo dove
secondo la tradizione si arenò l’immagine
della Madonna, sorge la cappella
dell’apparizione, costruita nel 1854 per celebrare il dogma dell’Immacolata Concezione.
La cappella, di forma ottagonale, ha preso il
posto di un precedente capitello votivo ed è
stata decorata nel 1860 dal pittore udinese
Rocco Pitacco. I dipinti rappresentano la glorificazione di Maria tra angeli e personaggi
dell’Antico e del Nuovo Testamento. Sulle
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pareti laterali, quadri relativi alla proclamazione del dogma e alla vita e alle origini del
santuario. La cappella, che è circondata da un
piccolo cimitero, custodisce le spoglie del
venerabile Egidio Bullesi, un giovane istriano
distintosi per il suo apostolato a Pola e a
Monfalcone.
All’ingresso del piccolo porto dell’isola è visibile una statua della Madonna, eretta nel
1954 a ricordo dell’anno mariano. Altre statue dedicate a San Francesco e ad Egidio Bullesi sono inoltre dislocate nei pressi della
chiesa e della “Domus Mariae”.
El Perdòn de Barbana
Il pellegrinaggio più noto è il cosiddetto
“Perdòn di Barbana”
che si svolge ogni anno
nella prima domenica
di luglio e prevede una
processione di barche
imbandierate in laguna da Grado a Barbana. La processione,
che inizia di primo
mattino, è guidata
dalla “Battella”,
l’imbarcazione che
trasporta la statua della Madonna degli Angeli custodita nella basilica di Grado.
Nell’occasione viene aperto il ponte girevole
che collega Grado alla terraferma e l’autorità
civile consegna un dono simbolico alla Madonna. L’origine del pellegrinaggio risale a un
voto fatto dalla comunità gradese in seguito
alla pestilenza del 1237. Il nome “perdòn”
deriva invece dalla consuetudine di accostarsi, nell’occasione, al sacramento della confessione.
Altri pellegrinaggi
Il santuario è inoltre meta di numerosi pellegrinaggi provenienti principalmente dai paesi
della Bassa Friulana, testimoniati anche da
documenti pittorici come, ad esempio, un
quadro votivo che ricorda la processione della
comunità di Ruda. I pellegrinaggi votivi delle
comunità si svolgono prevalentemente dal
mese di aprile allla fine di settembre.
Trieste, …. nell’anno della fede
Numerosi pellegrini partecipano inoltre il 15
agosto e l’8 settembre di ogni anno, in occasione delle festività mariane dell’Assunzione e
della Natività, alle due processioni nelle quali
la statua della Madonna di Barbana viene
portata a spalla per l’isola.
GRADO
LA BASILICA PATRIARCALE DI SANT’EUFEMIA
è il principale edificio religioso di Grado (GO)
e antica cattedrale del soppresso Patriarcato
di Grado.
Risalente al VI secolo, sorge in Campo dei
Patriarchi, affiancata dal battistero e dal campanile a cuspide del secolo XV.
Sul luogo dove oggi troviamo la basilica di
Sant’Eufemia, sorgeva una precedente basilica del IV-V secolo. L’edificio venne ordinato
da Elia, arcivescovo di Aquileia in fuga da
un’invasione: quella dei Longobardi.
Quasi al contempo, Elia, in contrasto con
papa Pelagio II a seguito della condanna dei
Tre Capitoli, scelse la strada dell’autocefalia,
proclamandosi patriarca, e, per riaffermare la
propria fedeltà al concilio di Calcedonia, decise di dedicare la nuova chiesa a Sant’Eufemia
di Calcedonia, patrona di quel concilio, consacrandola forse il 3 novembre 580.
Seguendo le complicate traversie della sua
diocesi, tra il VI e l’inizio del VII secolo, la
basilica fu sede del ramo filo-romano e filobizantino in cui si scisse il patriarcato, fino alla
definitiva separazione tra le due chiese e la
costituzione, negli anni 717 e 739 del Patriarcato di Grado.
Sottoposta al sempre più stretto controllo dei
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Duchi di Venezia, delle cui terre era chiesa
madre, più volte coinvolta negli scontri militari per la mai sopita rivalità coi vicini Patriarchi
di Aquileia, la basilica di Sant’Eufemia prese a
decadere a partire dal 1105, quando il nuovo
patriarca, Giovanni Gradenigo, scelse di risiedere nella capitale: Venezia.
La basilica mantenne tuttavia la titolarità
della cattedra patriarcale anche dopo il riconoscimento pontificio, nel 1177, della residenza veneziana dei patriarchi.
Nel 1451, però, con la soppressione del titolo
gradense e l’istituzione del nuovo Patriarcato
di Venezia, la basilica venne incorporata nella
nuova diocesi, perdendo il titolo di cattedrale,
trasferito alla basilica di San Pietro di Castello,
a Venezia. Nel 1455 venne eretto l’attuale
campanile, sormontato da una statua segnavento in rame sbalzato del 1462, raffigurante
San Michele Arcangelo, attuale simbolo di
Grado.
Facciata e fianco sinistro
La pala d’oro
L’esterno, in stile paleocristiano, si presenta
in mattoni e arenaria a vista e
presenta rimaneggiamenti
risalenti ai secoli XVII e XIX, in
parte rimossi coi restauri eseguiti a metà novecento.
La facciata, rivolta verso Campo dei Patriarchi, è ripartita a
salienti e lesene e aperta da
tre ampi finestroni, al disotto
dei quali si intravvedono le
tracce dell’antico nartece, oggi
scomparso. Ad essa è addossato sul lato destro il campanile, a cuspide, d’aspetto veneziano.
L’interno, ampio e luminoso, è diviso in tre
navate, delimitate da colonne in marmi policromi, in parte di epoca romana, così come i
capitelli. Sulla parte alta e lungo le pareti
perimetrali, si aprono numerosi ed ampi finestroni, che illuminano l’ambiente ed il sovrastante tetto a capriate.
Notevole è la decorazione musiva interna, in
Trieste, … nell’anno della fede
particolare per quanto riguarda il grande
mosaico pavimentale, risalente alla fine del VI
secolo. Sul lato sinistro della navata centrale
si erge poi un alto ambone esagonale, con
decorazioni scultoree del XIII secolo.
Nel presbiterio, decorato in alto da affreschi
quattrocenteschi, trova posto la pala d’oro in
argento sbalzato e cesellato, donata alla basilica nel 1372 dal nobile veneziano Donato
Mazzalorsa. Ripartita in tre registri, raffigura:
in quello superiore l’Annunciazione, il Cristo e
i simboli degli Evangelisti, in quello inferiore
una serie di archetti con figure di Santi e, nel
registro centrale, Cristo in trono e San Marco
che celebra messa.
La basilica ospita la statua della Madonna
degli Angeli che, in occasione della festa del
Perdon di Barbana (prima domenica di luglio),
viene portata in processione in laguna fino al
santuario di Barbana.
Accanto al complesso basilicale si trova il
battistero ottagonale con ampia vasca marmorea a immersione.
IL BATTISTERO di Grado è un monumento
paleocristiano che sorge
all’interno dell’antico castrum,
a fianco della Basilica di
Sant’Eufemia.
Ha forma ottagonale, con
vasca esagonale. La sua costruzione risale al VI secolo.
A partire dal IV e dal V secolo,
Aquileia, ripetutamente saccheggiata durante le invasioni
barbariche, venne progressivamente abbandonata dai
suoi abitanti, che si rifugiarono nella vicina Grado. La definitiva decadenza aquileiese
venne sancita dal passaggio del patriarca, il
romano Paolino (557-569), nella nuova sede
gradese.
Stabilitosi a Grado, Paolino iniziò a progettare
una serie di edifici religiosi che dovevano
servire la crescente popolazione dell’isola e
dare alla città la dignità di sede vescovile. Al
suo successore, il beneventano Probino (569-
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571), si deve il battistero, come testimoniato
dal suo monogramma riportato sulla lastra
frontale dell’altare, dove colombe e pavoni
fanno da cornice a una croce. Dopo Probinio,
Elia (571-586/87) completò i lavori con la
realizzazione della basilica di Santa Eufemia,
della prima chiesa di Barbana e, probabilmente, di una prima restaurazione della basilica di Santa
Maria delle Grazie.
L’emergere di Venezia come
potenza lagunare portò a
una lenta decadenza di Grado, che nel corso dei secoli
perse la sede vescovile e si
ridusse a un semplice villaggio di pescatori.
Nel Seicento l’edificio, che
nell’alto medio evo era stato
dotato di gradinate cerimoniali e di un’arca dedicata a
San Giovanni, venne restaurato in stile barocco e così
rimase fino al secolo scorso.
Nel 1925 vennero avviati lavori di scavo e
restauro che ne riportarono alla luce le forme
originarie, sia nell’aspetto esterno che nei
semplici interni.
L’edificio ha un impianto ottagonale.
L’esterno è in cotto ed è dotato di otto alte
finestre, una per lato, sotto le quali era presente un portico d’ingresso, oggi perduto.
L’attuale ingresso, rivolto a occidente, è di
realizzazione recente, mentre l’antica porta,
rivolta a nord-ovest, è stata murata in passato.
L’interno è molto semplice. Il pavimento è
musivo, con decorazioni geometriche e floreali e un’iscrizione, dedicata a Sesinio.
Al centro la vasca battesimale è curiosamente
esagonale, in contrasto con l’impianto ottagonale dell’edificio. L’altare sorge in un’abside
ricavato nel lato orientale: è illuminato da tre
finestre ed è decorato con frammenti scultorei.
Il soffitto in legno è stato ricostruito nel 1933
sulla base dell’edificio originario.
Trieste, …. nell’anno della fede
LA BASILICA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE
è una delle due basiliche paleocristiane di
Grado. Si affaccia sul Campo dei Patriarchi,
nel centro storico della città, a pochi passi dal
Battistero e dalla Basilica di Sant’Eufemia,
mentre i resti di una terza basilica (la Basilica
della Corte) sono visibili a poca distanza, ai
limiti del castrum romano.
La basilica è stata costruita
alla fine del VI secolo per
volontà del Patriarca Elia,
che negli stessi anni completò la costruzione della Basilica di Sant’Eufemia e avviò i
lavori per la prima chiesa di
Barbana.
La chiesa venne edificata sul
sito di una precedente basilica paleocristiana risalente
alla prima metà del V secolo,
forse voluta dal vescovo
Cromazio.
I due stadi della costruzione
risultano evidenti nell’interno, che i restauri
hanno ripristinato a due livelli.
La basilica ha curiosamente una base quadrata sia nella pianta che nell’alzato. L’interno è
scandito da tre navate separate da due file di
cinque colonne marmoree di provenienza
diversa. Di particolare interesse l’altare,
l’acquasantiera e la statua lignea della Madonna delle Grazie, tradizionale meta devozionale della popolazione gradese.
L’architettura della basilica è caratterizzata
dal forte slancio verticale della navata centrale. La facciata in pietra e mattoni ha tre porte
ed è ingentilita da una trifora.
AQUILEIA
Aquileia fu fondata dai Romani come colonia
militare nel 181 a.C.
Fu dapprima baluardo contro l’invasione di
popoli barbari e punto di partenza per spedizioni e conquiste militari.
Grazie ad una buona rete viaria e ad un imponente porto fluviale, col tempo divenne sempre più importante per il suo commercio e
per lo sviluppo di un artigianato assai raffina-
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to (vetri, ambre, fictilia, gemme…).
Raggiunse il suo apice sotto il dominio di Cesare Augusto (27 a.C. – 14 d.C.) divenendo
capitale della X Regio “Venetia et Histria” ed
accelerando quel processo che ne avrebbe
fatto una delle più importanti metropoli
dell’Impero Romano.
Durate i secoli successivi, guerre interne,
scorrerie o rappresaglie esterne e rapide
incursioni minacciarono la città che, coinvolta
nella più ampia crisi dell’Impero, iniziò lentamente ad acquistare un volto nuovo divenendo, con l’arrivo del cristianesimo, centro di
irradiazione missionaria e di organizzazione
ecclesiastica.
CENNI STORICI SU AQUILEIA
Aquileia fu fondata dai Romani come colonia
militare nel 181 a.C. in un luogo che era all'incrocio di popoli e traffici commerciali. Fu
dapprima baluardo contro l'invasione di popoli barbari e punto di partenza per spedizioni e conquiste militari.
Collegata da una buona rete viaria, col tempo
divenne sempre più importante per il suo
commercio e per lo sviluppo di un artigianato
assai raffinato. Raggiunse il suo apice sotto
l'impero di Cesare Augusto: con una popolazione stabile di oltre
200.000 abitanti,
divenne una delle
maggiori e più ricche
città di tutto l'impero. Fu residenza di
parecchi imperatori,
con un palazzo assai
frequentato, fino a
Costantino il Grande
e oltre.
Quando vi giunse il
messaggio cristiano
(la tradizione parla di una venuta di S.Marco
evangelista che portò a Roma S. Ermacora per
farlo consacrare da S. Pietro come primo
vescovo di Aquileia), esso ebbe rapido sviluppo sotterraneo, tanto da esplodere prontamente appena venne concesso il culto pubblico con l'Editto di Milano del 313 d.C.
Trieste, … nell’anno della fede
Basti pensare che furono erette prontamente
tre grandi aule, lussuosissime, poste tra loro a
ferro di cavallo: due principali, tra loro parallele, unite da una trasversale. Ciascuna poteva contenere comodamente da due a tre mila
persone: cosa impensabile per un semplice
"inizio" di evangelizzazione e per le ingenti
risorse necessarie per realizzarle. Queste poi,
ben presto risultarono insufficienti per contenere tutti i fedeli, e dovettero essere demolite per far posto ad altre aule più ampie. Infatti troviamo che, qualche decina di anni più
tardi (verso il 345), partendo dalle fondazioni
dell'Aula Nord, fu eretta una molto più ampia
(lunga ben 70 metri e larga 31: 5 metri più
lunga di quella che vediamo), la più vasta in
assoluto per Aquileia: quella che nel 452 d.C.
fu distrutta da Attila e mai più risorse. Anche
l'Aula Sud, ampliata sotto il vescovo Cromazio
rimase semidistrutta dall'invasione degli Unni. A questo punto c'è da notare una caratteristica tipica e unica di Aquileia: tutte le varie
basiliche erano strettamente a forma rettangolare e senza abside.
Quando i figli degli scampati e degli esuli ritornarono ad Aquileia e pensarono ad una
ricostruzione, volsero l'attenzione alle strutture residue dell'Aula
Sud, che ancora fu
ampliata in lunghezza
e larghezza: saranno
le fondazioni di
quest'ultima a fare da
supporto, dopo un
lungo periodo di completo abbandono (dai
Longobardi all'800),
alla costruzione di una
vera e propria basilica,
come noi l'intendiamo, e che sommariamente costituisce il perimetro di quella attuale. Quest' opera fu portata a termine dal vescovo Massenzio (811838), con l'aiuto finanziario di Carlo Magno.
Successivamente però, prima gli Ungari e poi
un terremoto (988) la resero inagibile. Resti
del pavimento in mosaico di questa basilica si
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possono esplorare attraverso due botole: una
presso l'altare al centro del presbiterio e l'altra presso il sarcofago di San Pietro.
LA BASILICA
Il primo edificio di culto cristiano aquileiese fu
edificato nel
313 d.C. dal
vescovo Teodoro. Era costituito da tre grandi
aule rettangolari poste a ferro
di cavallo, dal
battistero e da
ambienti di
servizio
Le due aule
parallele
(teodoriana sud
e teodoriana
nord) erano mosaicate ed adibite alla celebrazione della messa e all’insegnamento delle
Sacre Scritture; la sala trasversale, pavimentata a cocciopesto, veniva invece utilizzata
come collegamento tra le due aule precedenti.
Verso la metà del IV secolo l’aula teodoriana
nord subì un notevole ampliamento allo scopo di contenere un numero sempre più grande di fedeli (aula post-teodoriana nord). Accanto venne costruito un nuovo battistero
con vasca esagonale. Detta aula venne distrutta dagli Unni di Attila nel 452 d.C. e mai
più ricostruita.
Successivamente anche l’aula
teodoriana sud venne trasformata in un edificio a tre navate con un grande battistero di
fronte al suo ingresso principale (aula post-teodoriana
sud).
Nella prima metà del IX secolo
il patriarca Massenzio volle
avviare i primi lavori di ristrutturazione di quest’ aula creando il transetto, la cripta degli
affreschi (sotto il presbiterio),
Trieste, …. nell’anno della fede
il portico e la Chiesa dei Pagani.
La basilica attuale è sostanzialmente quella
consacrata nel 1031 dal patriarca Poppone
dopo le modifiche da lui eseguite
(sopraelevazione dei muri perimetrali, rifacimento dei
capitelli, affresco
dell’abside e
costruzione
dell’imponente campanile alto 73 metri).
Ulteriori interventi furono apportati dal patriarca Voldorico di Treffen nel XII sec. (affreschi
nella cripta massenziana con scene della vita
di S. Ermacora, della Passione di Cristo ed
altre a carattere allegorico e profano) e dal
patriarca Marquardo di Randek nel XIV secolo
(archi a sesto acuto fra le colonne e tutta la
parte alta della basilica compreso il tetto a
carena di nave rovesciata, lavori resi necessari dopo il terremoto del 1348).
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Venerdì 23 agosto
PROGRAMMA :
partenza ore 8.30 per MIRAMARE e visita guidata.
Ore 11.00 partenza per TRIESTE
Ore 13.00 Pranzo al PIZZERIA RISTORANTE COPACABANA Via del Treato Romano 24 tel. 040
370084
VISITA ALLE CHIESE PRIMA DI PRANZO , POMERIGGIO B ASILICA DI S. G IUSTO , ARCO DI RICCARDO , S.
SILVESTRO PAPA, PIAZZA DELL’ UNITÀ D’ITALIA , TEATRO ROMANO , C HIESA DI S. SPIRIDIONE…..ALTRE
CHIESE
SERATA: M OMENTO DI PREGHIERA E VISITA ALLA CITTÀ
Massimiliano ne acquista vari lotti di terreno
verso la fine del 1855. La posa della prima
Il Castello di Miramare, circondato da un
pietra del Castello avviene il 1° marzo 1856.
rigoglioso parco ricco di pregiate specie botaAlla Vigilia del Natale del 1860 Massimiliano e
niche, gode di una posizione panoramica
la consorte, Carlotta del Belgio, prendono
incantevole, in quanto si trova a picco sul
alloggio al pianoterra dell’edificio, che a quelmare, sulla punta del promontorio di Grignala data presenta gli esterni del tutto compleno che si protende nel golfo di Trieste a circa
tati, mentre gli interni lo sono solo parzialuna decina di chilometri dalla città.
mente, in quanto il primo piano è ancora in
Voluto attorno alla metà dall’Ottocento
fase di allestimento.
dall’arciduca Ferdinando Massimiliano
Il palazzo, progettato dall’ingegnere austriaco
d’Asburgo per abitarvi insieme alla consorte
Carl Junker, si preCarlotta del Belgio,
senta in stile eclettioffre la testimonianco come professato
za unica di una lusdalla moda architetsuosa dimora nobitonica dell’epoca:
liare conservatasi
modelli tratti dai
con i suoi arredi
periodi gotico, meinterni originari.
dievale e rinascimenLA STORIA - IL CAtale, si combinano in
STELLO
una sorprendente
Il Castello di Mirafusione, trovando
mare e il suo Parco
diversi riscontri nelle
sorgono per volontà
dimore che all’epoca
dell’arciduca Massii nobili si facevano costruire in paesaggi alpemiliano d’Asburgo che decide, attorno al
stri sulle rive di laghi e fiumi.
1855, di farsi costruire alla periferia di Trieste
Nel Castello di Miramare Massimiliano attua
una residenza consona al proprio rango, afuna sintesi perfetta tra natura e arte, profumi
facciata sul mare e cinta da un esteso giardimediterranei e austere forme europee, ricreno.
ando uno scenario assolutamente unico graAffascinato dall’impervia bellezza del prozie alla presenza del mare, che detta il colore
montorio di Grignano, uno sperone carsico a
azzurro delle tappezzerie del pianoterra del
dirupo sul mare, quasi privo di vegetazione,
Miramare
Trieste, … nell’anno della fede
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Castello, e ispira nomi e arredi di diversi ambienti.
La realizzazione degli interni reca la firma
degli artigiani Franz e Julius Hofmann:
il pianoterra, destinato agli appartamenti
privati di Massimiliano e Carlotta, ha un carattere intimo e familiare, il primo piano è
invece quello di rappresentanza, riservato agli
ospiti che non potevano non restare abbagliati dai sontuosi ornati istoriati di stemmi e
dalle rosse tappezzerie con il simboli imperiali.
LA STORIA - IL PARCO
Il Parco di Miramare, con i suoi ventidue ettari di superficie, è il risultato
dell’impegnativo
intervento condotto nell’arco di molti
anni da Massimiliano d’Asburgo sul
promontorio roccioso di Grignano,
che aveva in origine
l’aspetto di una
landa carsica quasi del tutto priva di vegetazione.
Per la progettazione, Massimiliano si avvale
dell’opera di Carl Junker, mentre per la parte
botanica si rivolge inizialmente al giardiniere
Josef Laube, sostituendolo in seguito con
Anton Jelinek, già partecipante alla famosa
spedizione della fregata “Novara” intorno al
mondo.
Grossi quantitativi di terreno vengono importati dalla Stiria e dalla Carinzia, e vivaisti soprattutto del Lombardo Veneto procurano
una ricca varietà di essenze arboree e arbustive, moltissime delle quali di origine extraeuropea.
I lavori, avviati nella primavera del 1856, sono
seguiti costantemente da Massimiliano, che
non smetterà di interessarsi al suo giardino
anche una volta stabilitosi in Messico, da
dove farà pervenire numerose piante.
Nella zona est prevale la sistemazione “a
Trieste, …. nell’anno della fede
bosco” che asseconda l’orografia del luogo:
alberi alternati a spazi erbosi, sentieri tortuosi, gazebi e laghetti, ripropongono i dettami
romantici del giardino paesistico inglese.
La zona sud ovest, protetta dal vento, accoglie aree geometricamente impostate, come
nel caso del giardino all’italiana antistante al
“Kaffeehaus” o delle aiuole ben articolate
intorno al porticciolo.
Il Parco di Miramare, che nelle intenzioni del
committente doveva essere una stazione
sperimentale di rimboschimento e di acclimatazione di specie botaniche rare, è un complesso insieme naturale e artificiale: in
esso è possibile
ancor oggi respirare
un’atmosfera intrisa
di significati strettamente legati alla
vita di Massimiliano,
e cogliere al contempo il rapporto
con la natura che è
proprio di un’epoca.
Nel Parco si segnalano in particolare: le sculture prodotte dalla
ditta berlinese Moritz Geiss; le serre, con
vetrate che si aprono nell’originale struttura
in ferro; la “casetta svizzera” ai margini del
“Lago dei cigni”; il piccolo piazzale con i cannoni donati da Leopoldo I re dei Belgi; la cappella di San Canciano con un crocifisso scolpito con il legno della fregata “Novara”, dedicato nel 1900 a Massimiliano da suo fratello
Ludovico Vittore.
LA STORIA - IL CASTELLETTO
In parallelo alla costruzione del Castello, Massimiliano fa erigere nel parco il piccolo
“Gartenhaus” anche chiamato “Castelletto”,
in quanto imita in scala ridotta gli esterni
eclettici della residenza principale.
Abitato saltuariamente da Massimiliano e
Carlotta dal 1859 fino al 1860, il Castelletto
gode di una notevole posizione panoramica:
si affaccia sul porticciolo di Grignano ed è
preceduto da una zona a parterre, abbellita
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si interamente un'opera muraria. La parte più
alta delle gradinate e il palcoscenico erano in
legno. Molto poco è rimasto: soltanto il basamento della parte fissa della scena e le basi in
muratura dei pilastri del portico. Al Civico
Museo di Storia e Arte sono conservate le
statue ornamentali.
In tre iscrizioni dell'epoca di Traiano compare
il nome di Q. Petronius Modestus , un personaggio legato al teatro del tempo e trova
conferma la data della costruzione del teatro
intorno alla seconda metà del I sec.
Come per gli altri monumenti romani subì la
spoliazione delle pietre pregiate e già pronte
ad altri usi. Divenne così il solido fondamento
delle case che si costruirono sopra. Pietro
Nobile, architetto neoclassico e studioso delle
antichità locali, lo individuò nel 1814 guidato
anche dal nome del luogo "Rena vecia" (Arena vecchia). .
SINAGOGA TEMPIO ISRAELITICO
via S. Francesco d'Assisi, 19
Il documento ufficiale più antico reperibile
che menzioni un insediamento ebraico, seppur piccolo, a Trieste è datato 1236 ed è costituito da un atto notarile che menziona
l'ebreo Daniel David di Trieste, che spese 500
marchi per combattere i ladroni sul Carso.
A cominciare dal XIV sec. vi si stabilirono Ebrei provenienti dai paesi tedeschi; alcuni
erano sudditi dei Duchi d'Austria ed altri dei
Principi locali. Durante il periodo medioevale
TEATRO ROMANO
gli Ebrei della città
via del Teatro Roerano dediti princimano
palmente ad attività
In riva al mare, nella
bancarie (prestiti) e
estremità inferiore
commerciali; dal XIV
del colle di S. Giusec. troviamo Ebrei
sto, i Romani cobanchieri ufficiali
struirono un grande
del municipio.
teatro capace di
Alla fine del XVII
contenere 6.000
sec. gli Ebrei di Triespettatori.
ste, così come quelli
La pendenza del
di molte altre comucolle fu utilizzata
nità d'Europa, si
come nei teatri
trovarono al centro di una battaglia con le
greci ma soltanto parzialmente perché è quaautorità cittadine che pretendevano la coda alberi e da una fontana nello spiazzo antistante alle serre.
È dotato di una pianta a base quadrata, con
terrazza, torretta e pergolata di ingresso, e la
decorazione superstite al primo piano mostra
numerose analogie con quella della prima
residenza triestina di Massimiliano: Villa Lazarovich, che l'arciduca prese in affitto nel 1852
da Nicolò Marco Lazarovich, sistemandola
secondo il suo personale gusto.
Molti arredi di questa questa villa, sita sul
colle di S. Vito, e tutt’ora esistente in via Tigor
23, furono fatti confluire a Miramare per
esplicita disposizione di Massimiliano. Gli echi
della tragica storia di Massimiliano e Carlotta
risuonano anche nel Castelletto: qui, infatti,
tra la fine del 1866 e l’inizio del 1867, i medici
sorveglieranno strettamente Carlotta, colpita
dai primi segni di un preoccupante squilibrio
mentale.
Negli anni ‘30 del Novecento, quando il Castello è abitato dai Duchi di Savoia-Aosta, il
Castelletto diventa un museo aperto al pubblico, che vi può ammirare gli arredi del Castello che Amedeo di Savoia-Aosta non ha
incluso nei suoi appartamenti.
Attualmente il Castelletto ospita la sede della
Direzione della Riserva Naturale Marina di
Miramare.
Trieste
Trieste, … nell’anno della fede
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struzione di un ghetto e la conseguente emarginazione del piccolo nucleo ebraico all'interno di esso.
Il conflitto durò un certo
periodo di tempo, al
termine del quale gli
Ebrei furono costretti a
cedere alle autorità e ad
accettarne l'imposizione.
Alla fine del XVIII sec. gli
Ebrei tornarono a vivere
al di fuori dei ristretti
confini del ghetto. A quel
tempo essi si occupavano di commercio e
artigianato ed alcuni erano fornitori della
Corte Austriaca. Il numero degli Ebrei triestini
era allora molto esiguo: un centinaio di persone.
Il 19 aprile 1771 Maria Teresa concesse due
Patenti Sovrane agli Ebrei di Trieste, Patenti
che sono dei veri e propri regolamenti. Nel
1782, col famoso Editto di Tolleranza, Giuseppe II ammise gli Ebrei alle cariche di deputati
della Borsa e ad alcune professioni liberali. Un
anno più tardi venne aperta la Scuola Elementare Israelitica col titolo di Scuole Pie Normali
Israelitiche.
L'anno seguente, il 1784, vennero aperte le
porte del ghetto e gli Ebrei triestini poterono
quindi coabitare con i cittadini di altra fede
religiosa. Tuttavia la maggior parte di essi
continuò ad abitare nel ghetto; tanto è vero
che dopo la breve occupazione francese del
1797, essi si accinsero a costruire due nuove
Sinagoghe nella via delle Scuole Israelitiche;
Sinagoghe che furono demolite durante il
primo quarto del '900 in seguito allo sventramento della "Città Vecchia".
La nuova monumentale Sinagoga, opera degli
architetti Ruggero e Arduino Berlam, venne
inaugurata nel 1912, e rimpiazzò le quattro
Sinagoghe più piccole che esistevano in precedenza. Nel 1931 vivevano a Trieste 5025
Ebrei. Nel 1938 la Comunità crebbe fino a
contare 6000 membri.
Durante il periodo dell'occupazione germanica, i Nazisti eseguirono operazioni di rastrellaTrieste, …. nell’anno della fede
mento ai danni della popolazione ebraica. Nel
1945 rimasero a Trieste solo 2300 Ebrei. Negli
ultimi anni della Seconda
Guerra Mondiale, i Nazisti stabilirono un campo
di sterminio alla Risiera
di S. Sabba, unico nel suo
genere in Italia, e 710
Ebrei vennero deportati
dalla città.
Il famoso Samuele David
Luzzato era nativo di
Trieste. Lo scrittore Italo
Svevo viveva a Trieste, dove ambientava i
suoi romanzi e novelle.
Dopo la guerra circa 1500 Ebrei rimasero
nella città; nel 1965 il loro numero si abbassò
a 1052 su 280.000 abitanti.
Oggi la Comunità Ebraica conta circa 700
membri. L'ultima vestigia della Trieste Ebraica
del passato fu la Sinagoga Ashkenazita di via
del Monte che oggi, alcuni anni dopo la sua
chiusura, ospita i locali del Museo della Comunità Ebraica di Trieste "Carlo e Vera Wagner".
CATTEDRALE DI SAN GIUSTO
Piazza della Cattedrale, 3
La Cattedrale di S.Giusto si erge sul colle omonimo, cuore dellacittà romana. Verso la
metà del V secolo, nel luogo ove sorgeva il
capitolium, fu edificata una basilica paleocristiana, la prima sede vescovile, per la quale
furono sfruttate le strutture precedenti. Essa
era un'aula rettangolare a tre navate, con il
presbiterio absidato e il pavimento mosaicato; gli scarsi resti musivi sono oggi visibili nel
pavimento attuale. Nel VI sec. fu modificata
in alcune sue parti, durante il vescovado di
Frugifero, che è il primo vescovo tergestino
documentato; essa andò distrutta prima del
IX secolo, non si sa in quale frangente.
Dal IX secolo nel luogo della primitiva cattedrale coesistettero verosimilmente due edifici
sacri, cioè una cattedrale più piccola della
precedente, dedicata alla Vergine Assunta, e
il sacello di S.Giusto. Nel secolo successivo la
cattedrale subì ulteriori modifiche ed amplia-
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menti.
Nel XI secolo la Cattedrale dell'Assunta si
presentava a tre navate che si concludevano
ad oriente con altrettante absidi, di cui rimane solo quella centrale, rivestita più tardi del
prezioso mosaico con la Madonna in trono. In
corrispondenza di essa rimangono anche i
due filari di sette colonne ciascuno. Il sacello
di S.Giusto era più
piccolo, ma aveva
anch'esso tre navate
concludentisi ad oriente con le rispettive
absidi, di cui rimangono quella centrale con
il mosaico esaltante
Cristo e i Ss.Giusto e
Servolo e quella destra, che è dedicata a
S.Apollinare.
Nel Trecento cattedrale e sacello furono fusi
in un unico spazioso edificio; si demolirono la
navata destra dell'Assunta e quella sinistra
del sacello, ricavando al loro posto la navata
centrale dell'attuale Cattedrale di S.Giusto.
FACCIATA
Facciata semplice a capanna, illuminata da
un leggero ed elegante rosone gotico. Gli
stipiti del portale furono ricavati dalle due
metà di una stele funeraria della gente Barbia, degli inizi del I sec. d.C.; il busto in basso
a destra fu trasformato successivamente in
quello del martire Sergio. I tre busti bronzei
posti su mensole rappresentano i vescovi
triestini Andrea Silvio Piccolomini (1447-50),
divenuto papa Pio II; Rinaldo Scarlicchio
(1622-30) ed Andrea Rapicio (1567-73).
Il massiccio e tozzo campanile ingloba i resti
del propileo romano: cinque colonne corinzie
reggenti una trabeazione con fregio a girali e
trofei d'armi. In essa è collocata la nicchia
archiacuta con la statua trecentesca di
S.Giusto, che tiene nelle mani la palma del
martirio e il modellino della città murata di
cui è il protettore, la testa del santo è un
ritratto di età romana reimpiegato.
INTERNI
Trieste, … nell’anno della fede
Interno a cinque navate è molto suggestivo
per la sua asimmetria: le due navate di sinistra appartenevano alla basilica romanica
dell'Assunta, quelle di destra al sacello altomedievale di S.Giusto.
I preziosi mosaici di ispirazione bizantinaravennate che rivestono l'abside sinistra risalgono agli inizi del XII sec.: es si esaltano la
Madre di Dio tra gli
arcangeli Gabriele e
Michele e gli Apostoli
nel giardino mistico.
I mosaici dell'abside
destra, stilisticamente
vicini a quelli dell'Assunta, sono posteriori
di circa un secolo: sullo
sfondo dorato si staglia
il Cristo benedicente
affiancato dai martiri Giusto e Servolo. Sotto i
mosaici, entro le arcatelle, intorno al 1230
furono eseguiti gli affreschi con la passio di
S.Giusto, di sapore popolare: gli episodi riguardano la fustigazione del santo alla presenza del prefetto, la sua condanna a morte
per annegamento, il cammino verso il molo, il
martirio, il sogno premonitore del presbitero
Sebastiano, il ritrovamento del corpo del
martire, i solenni funerali e l'assunzione in
cielo della sua anima. Da notare nel registro
inferiore il motivo del velario attraverso il
quale s'intravedono scene allegoriche e la
bella cupola sorretta dai quattro arconi impostati sui capitelli a foglie piene; il tamburo ha
una bella decorazione ad arcatelle cieche. A
destra della cappella di S.Giusto si apre l'absidiola dedicata a S.Apollinare, decorata da
affreschi romanici molto sbiaditi dal tempo,
raffiguranti le Storie del Santo.
L'abside centrale, che conclude il presbiterio,
è stata mosaicata nel 1932 dal veneziano
Guido Cadorin che vi ha raffigurato l'Incoronazione della Vergine e Santi. L'iscrizione
latina nell'arco ricorda che il mosaico fu donato dalla città di Trieste nel XIV anniversario
della vittoria (4 novembre 1918).
A sinistra dell'abside dell'Assunta, attigua alla
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cappella dell'Addolorata, si apre la cappella
del Tesoro, che si trova al sicuro oltre un'artistica cancellata in ferro battuto del XVII sec.
Esso è formato grosso modo da tre gruppi di
oggetti, di epoca diversa: uno bizantinoromanico, uno gotico-rinascimentale e uno
barocco-neoclassico. I pezzi più notevoli appartengono ai primi due gruppi.
Tra essi sono da notare in particolar modo:
• l'urna-reliquiario di S.Giusto, in lamina
d'argento sbalzato opera duecentesca di
produzione cividalese. Fu ritrovata intatta
nel 1624 dal vescovo Scarlicchio sotto
l'altare del Santo; nell'urna fu ritrovata
anche la pietra forata che secondo la tradizione fu legata al collo del martire per
affogarlo e il velo dipinto con la sua delicata immagine;
• il crocifisso dei Battuti, in lamine d'argento
dorate e sbalzate, eseguito intorno alla
metà del Duecento e rimaneggiato in epoca più tarda;
• il crocifisso di Alda Giuliani, donato dalla
signora nel 1383; è in argento sbalzato a
delicati motivi floreali impreziositi da smalti; sotto la croce appare la figura della
donatrice inginocchiata in preghiera;
• l'alabarda di S.Sergio, divenuta emblema di
Trieste, in ferro battuto su piedistallo dorato di stile gotico; secondo la leggenda
essa cadde miracolosamente nel foro della
città l'8 ottobre 303, allorché il santo soldato fu martirizzato in Siria. La tradizione
vuole che l'arma-reliquia non tolleri né la
ruggine né la doratura.
Nel tesoro è conservato anche il polittico di
Paolo Veneziano, raffigurante la Crocifisione
e sei Santi entro archetti trilobati; altri Santi
compaiono a mezzo busto nei pennacchi fra
gli archi. La pala fu commissionata per l'altare
maggiore della cattedrale nella seconda metà
del Trecento.
Nella navata sinistra si aprono le due cappelle
di S.Giovanni e di S.Giuseppe.
La prima risale ad epoca tardoromanica e fu
edificata probabilmente nel luogo dell'antico
Trieste, …. nell’anno della fede
battistero paleocristiano. La vasca battesimale ha la forma esagonale della consolidata
tradizione paleocristiana aquileiese. Sulle
pareti sono esposti gli affreschi con le Storie
di S.Giusto, recentemente restaurati, strappati dal sacello omonimo, dove nel corso del
Trecento avevano ricoperto quelli più antichi,
oggi ivi visibili. La cappella di S.Giuseppe fu
edificata nel XVII sec. dal vescovo Scarlicchio.
Nel 1704 fu eretto il bell'altare marmoreo, in
cui è posta la pala raffigurante lo Sposalizio
della Vergine, eseguita da Sante Peranda, un
discepolo di Palma il Giovane. Nel 1706 fu
affrescata dal pittore lombardo Giulio Quaglio, attivo anche a Udine; sulle pareti laterali
sono rappresentate le scene della Fuga in
Egitto e della Morte di S.Giuseppe; sulla volta
la Glorificazione del Santo.
Nella navata destra si aprono le cappelle di
S.Servolo e di S.Carlo.
La cappella di S.Servolo fu eretta nella prima
metà del Trecento ed ampliata circa un secolo più tardi. Di grande rilievo artistico è il
drammatico gruppo scultoreo del Vesperbild
o Compianto sul Cristo morto, in arenaria
dipinta, opera di produzione tedesca della
prima metà del Trecento.
La cappella di S. Carlo fu voluta nel 1336 dal
vescovo fra' Pace da Vedano per sistemarvi la
propria sepoltura (la sua lapide tombale si
trova oggi nella cappella di S.Servolo). In essa
sono sepolti alcuni membri del ramo Carlista
dei Borboni di Spagna e Marzio Strassoldo di
Villanova, capitano cesareo di Trieste dal
1710 al 1723.
SANTUARIO DI SANTA MARIA MAGGIORE
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Piazza S.Silvestro
Il Santuario di S. Maria Maggiore s'innalza
imponente di fianco alla chiesetta romanica
di S. Silvestro, oggi tempio delle Comunità
Evangeliche elvetica e valdese. La chiesa fu
edificata fra il 1627 e il 1682 dai Gesuiti, giunti nella città nei primi anni del secolo. I lavori
però furono ultimati molto tempo dopo; infatti la facciata fu compiuta agli inizi del Settecento su progetto, sembra, del celebre
architetto padre Andrea Pozzo e la decorazione interna si protrasse ancor più a lungo poiché nel 1773, al momento della soppressione
della Compagnia di Gesù, la chiesa era ancora
incompiuta.
Nel 1849 scoppiò un'epidemia di colera che in
pochi mesi mieté numerose vittime: in quel
terribile frangente la città si raccomandò
fiduciosa alla protezione della Madonna della
Salute e il 21 novembre si recò in massa in
processione alla chiesa dei Gesuiti, ove il vescovo celebrò un solenne pontificale. Da allora i Triestini ogni anno, il giorno dellla festa
della Presentazione di Maria al Tempio detta
popolarmente della Madonna della Salute,
accorrono numerosi al santuario per partecipare alle liturgie in suo onore. La devozione
alla Madonna è promossa soprattutto dalla
Confraternita della Madonna della Salute,
fondata nel 1827.
La chiesa ha pianta a croce latina; l'aula a tre
navate è coperta a botte, mentre all'incrocio
del transetto si erge la cupola che fu ricostruita nel 1817, dopo un incendio. Nell'abside
splende il grande affresco dell'Immacolata
Concezione eseguito nel 1842 da Sebastiano
Santi. Sull'altare maggiore, eretto fra il 1672 e
il 1717; sono collocate le statue dei Santi
Gesuiti Ignazio di Loyola, Luigi Gonzaga, Francesco Borgia e Francesco Saverio, scortati da
Angeli. A destra del presbiterio si apre la cappella della Madonna della Salute; in cui è
degnamente collocata la venerata immagine
di Maria, opera seicentesca dipinta forse dal
Sassoferrato. A sinistra del presbiterio c'è la
cappella del Crocifisso, risalente al 1713. Nei
bracci del transetto si fronteggiano gli altari
Trieste, … nell’anno della fede
seicenteschi dedicati ai Santi Ignazio e Francesco Saverio; il primo custodisce una bella
pala col santo titolare dovuta al pennello di
Francesco Maffei. Nelle navate laterali sono
collocati altri tre altari: dell'Angelo Custode,
dei Martiri Triestini, della Madonna delle
Grazie, quest'ultimo con la statua della Vergine col Bambino scolpita dal friulano Pietro
Bearzi nel 1853. Nei pennacchi della cupola il
palmarino Giovanni Battista Bison dipinse,
agli inizi dell'Ottocento, i quattro Evangelisti.
Da notare ancora il pulpito marmoreo del
1742, dal quale predicarono oratori di grande
fama durante la novena della Madonna della
Salute.
CHIESA DI SANT'ANTONIO NUOVO
Piazza S.Antonio Nuovo
La chiesa di S.Antonio Taumaturgo è chiamata popolarmente S.Antonio Nuovo perché
sostituisce una precedente dello stesso titolo,
risalente alla seconda metà del Settecento. Fu
innalzata tra il 1825 e il 1849 su progetto
dell'architetto Pietro Nobile, uno dei massimi
esponenti del neoclassicismo triestino, che si
ispirò alla grandiosità classica di celebri monumenti romani. Un tempo la chiesa si specchiava nelle acque del porto canale che s'incunea ancor oggi, in parte, nel Borgo Teresiano.
La facciata è caratterizzata da un maestoso
pronao con sei colonne ioniche e un ampio
frontone; sull'attico sono collocate sei statue
scolpite nel 1842 da Francesco Bosa raffiguranti i Santi protettori di Trieste, cioè Giusto,
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Sergio, Servolo, Mauro, Eufemia e Tecla. La
facciata posteriore è sormontata da una coppia di campanili gemelli.
L'interno colpisce per la vasta spazialità scandita dal ritmo lento e pacato degli archi, delle
volte a botte, delle crociere, ritmo che trova
la sua pausa e il suo fulcro nella cupola centrale. Nell'abside è campito l'affresco eseguito nel 1836 da Sebastiano Santi, raffigurante
l'Ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme.
La mensa dell'altare maggiore, disegnato dal
Nobile, è sormontata da un'edicola con colonnine corinzie e cupola, secondo il gusto del
tempo diffuso soprattutto in ambito lombardo.
Nelle sei nicchie laterali, illuminate da ampie
finestre lunate, sono collocati altrettanti altari
inquadrati da coppie di lesene; le grandi pale
ottocentesche raffigurano Sant'Anna e la
Vergine bambina, del pittore Michelangelo
Grigoletti; la Presentazione al tempio, di Felice Schiavoni; San Giuseppe, di Johann Schoomann; Sant'Antonio, di Odorico Politi; il Martirio delle Sante Eufemia, Erasma, Tecla e
Il tempio, dedicato a San Nicolò e alla Santissima Trinità, fu eretto sulle Rive poiché a quei
tempi Trieste era un florido emporio e, grazie
anche ai commercianti greci, al porto approdavano ogni anno migliaia di battelli da tutto
il Levante dove il Santo è molto venerato.
Inoltre San Nicola è il patrono dei marittimi,
degli armatori e di tutti coloro in generale che
lavorano con i traffici del mare, protettore dei
perseguitati ingiustamente e dei fanciulli.
La chiesa, costruita in forma di basilica a navata unica, fu aperta ufficialmente con la
prima Messa celebrata il 18 febbraio 1787.
Appena entrati, si nota subito l'Iconostasi
lignea splendente di intagli dorati e pitture,
pure a fondo oro; sopra i battenti delle tre
porte sono raffigurati i Santi Pietro e Paolo ed
altri Padri della Chiesa. Ci sono poi nella parte
superiore 21 dipinti a tempera su tavola con
fondo oro, che raffigurano scene evangeliche.
Nella parte inferiore ci sono 8 icone con copertura d'argento: San Nicola, la Madonna in
Trono, il Cristo Re, la SS. Trinità, San Spiridione, la Madonna con Bambino, San Giovanni il
Precursore; ai due lati le icone di San Giorgio
e quella di Santa Caterina d'Alessandria.
Sulle pareti laterali ci sono due tele di grandi
dimensioni del pittore Cesare dell'Acqua che
raffigurano la predicazione del Battista e Cristo con i fanciulli.
Più avanti si può ammirare la splendida tela
che raffigura l'episodio biblico noto come
"L'Ospitalità di Abramo".
CHIESA SERBO ORTODOSSA DI SAN SPIRIDIONE
via S.Spiridione
Nei pressi di piazza S.Antonio sorge la chiesa
dedicata a San Spiridione della Comunità
cristiana Serbo-Ortodossa.
L'edificio, che ha un'altezza di 40 metri, è a
Dorotea, di Ludovico Lipparini; la Crocifissio- pianta a croce greca coperta da una grande
ne, di Ernest Tunner.
cupola sostenuta da quattro arconi, è affiancata da quattro calotte emisferiche che ricoCHIESA GRECO ORIENTALE DI SAN NICOLÒ
prono i quattro bracci della croce. La sua
Riva III Novembre, 7
struttura ricorda lo stile bizantino delle chiese
La presenza della Chiesa Greco-Orientale
nella città di Trieste risale alla prima metà del orientali.
Il tempio fu aperto al culto il 2 settembre
Settecento.
Trieste, …. nell’anno della fede
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1868 e può accogliere circa 1600 fedeli.
La pietra usata per la costruzione viene dalle
cave locali di Santa Croce e da quelle di Brioni
in Istria; le colonne della facciata sono in marmo rosso di Verona ed i cornicioni di marmo
di Toscana.
L'interno è decorato con pregevoli affreschi e
pitture su fondo ad olio.
Sopra l'altare si ammira Cristo con gli Apostoli, sulla parte destra è rappresentata l'Assunzione della Vergine.
Sulla parete sinistra, in alto, è raffigurato il
primo Concilio ecumenico di Nicea del 325
con San Spiridione e gli altri padri conciliari.
L'iconostasi, che divide il presbiterio dal resto
della chiesa, comprende, in basso, quattro
icone d'eccezionale valore e pregio artistico:
San Spiridione, Madonna con Bambino, Cristo
Re, l'Annunciazione. Sono ricoperte in oro e
argento e sono state eseguite in Russia nel
primo '800.
Nella fila superiore ci sono le icone dei Santi
della Serbia: San Simone Mirotocivi, San Sava
(1175-1235 fondatore della Chiesa serboortodossa), San Stefano Prvovencani e lo zar
Urosh.
Nella fila superiore si trovano le immagini del
Battesimo, della Crocifissione e della Resurrezione di Cristo.
Davanti all'iconostasi risalta il grande candelabro d'argento donato dal granduca russo
Paolo Petrovich Romanov durante la sua visiTrieste, … nell’anno della fede
ta a Trieste nel 1772.
CHIESA EVANGELICA LUTERANA
Largo Panfili
Dal 1778 è presente a Trieste una Comunità
Evangelica di Confessione Augustana. Nella
prima meta del secolo XVI, i primi sintomi
dello spirito della Riforma si basarono sia sul
luteranesimo tedesco sia su quello dei riformatori svizzeri.
La borghesia di Trieste, spiritualmente vivace
ed aperta alle novità provenienti da oltralpe,
già nel 1540 seguiva con molta partecipazione le prediche tenute nello spirito della Riforma di Lutero.
Con la trasformazione in Porto Franco della
città, dal 1719 giunsero anche i primi commercianti luterani.
Solo nel 1778, però, l'imperatrice Maria Teresa prima ed il figlio Giuseppe II poi, autorizzarono lo svolgimento di funzioni religiose in
una casa privata.
Nel 1786 i luterani acquistarono la chiesa
dedicata alla Madonna del Rosario, che si
trova nella parte più antica della città. Nel
1870 tale chiesa fu rivenduta al Comune perché si era resa
possibile la
costruzione
dell'attuale
chiesa in Largo
Panfili.
Aperta al culto
nel 1874, questa chiesa,
lunga 35 metri
e larga 22, fu
progettata
nello stile neogotico dall'architetto Zimmermann di Breslavia e fu costruita dall'impresa Berlam e Scalmanini.
Sono degni di nota i tetti a spiovente in lastre
di ardesia, sopra le navate e l'abside ottagonale. Il campanile a punta, ornato da guglie
fiorite ha un'altezza di 50 metri. All'interno,
sopra l'altare, si ammira la bellissima vetrata
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del coro, che raffigura la "Trasfigurazione di
Cristo" del Raffaello, realizzata dalla vetreria
artistica Zettler di Monaco di Baviera.
La Comunità evangelica luterana negli anni
migliori contava quasi 2000 membri. Nel 1852
Trieste aveva 70.486 abitanti e nell'ambito
cittadino vivevano 2353 protestanti. Nel tempo queste adesioni sono andate via via riducendosi. Oggi la comunità conta circa 150
membri.
Le funzioni domenicali, alle ore 10, si svolgono alternativamente in lingua tedesca e in
lingua italiana poichè in questa comunità
coesistono queste due identità.
BASILICA DI SAN SILVESTRO - Chiesa Evangelica Riformata Elvetica e Valdese
Piazza S.Silvestro
La basilica di San Silvestro, che sorge accanto
alla chiesa cattolica di Santa Maria Maggiore,
è la più antica chiesa della città (sec. XI o XII).
Sulla facciata di questa bella basilica romanica
spicca un sobrio ed elegante rosone, mentre,
davanti a quella che fu la porta principale,
possiamo ammirare il portico, pure esso romanico, sormontato dal campanile che, probabile antica torre di difesa lungo le mura
della città, è stato poi ornato, nell'ultima
ricostruzione, da eleganti bifore.
Una pia tradizione, attestata da una lapide
commemorativa del 1672 murata sulla parete
postica della chiesa, fa qui risalire la presenza
di un luogo di culto in quella che era stata la
casa delle prime cristiane di Trieste, le due
martiri Tecla ed Eufemia.
Nel corso dei secoli singolari furono le vicende della basilica che la stessa lapide ci ricorda
essere stata "primum templum et Cathedrale" della città.
La finestra sul lato destro, con profonda
strombatura e transenna originale ancora sul
posto, e le due transenne marmoree più tardi
inserite nel campanile, ci dimostrano come ci
sia stata una fase di costruzione più antica di
quella romanica.
Sopra la porta principale una lapide in latino
ci ricorda le ultime vicende allorché nel 1785,
sotto l'imperatore Giuseppe II, la chiesa di
Trieste, …. nell’anno della fede
San Silvestro fu posta a pubblico incanto al
prezzo fiscale di 1500 fiorini.
In tale data alcuni membri della Comunità
Evangelica di confessione elvetica, in gran
parte immigrati svizzeri dai Grigioni, la acquistarono e, dopo averla restaurata in modo
sobrio, la riaprirono al culto riformato, dedicandola a Cristo Salvatore.
Nel 1927, a causa dei danni di un violento
terremoto, fu restaurata ripristinando il primitivo stile del trecento. Nel 1928 la basilica
venne dichiarata monumento nazionale.
Dalla fine del 1800 alla comunità Elvetica si è
affiancata una comunità Valdese, anch'essa
riformata, dando vita ad una integrazione
totale della vita comunitaria pur nella distinzione amministrativa. La comune fede in Cristo Gesù Salvatore e Signore ha portato ad
un'unità di azione e di testimonianza, pur
nella libertà delle strutture esteriori e nella
responsabilità ed autonomia di ciascuna comunità.
Di recente, impegnate fortemente nell'aiuto
umanitario delle popolazioni colpite dai rivolgimenti nei Balcani, le Comunità hanno anche
sviluppato una certa presenza culturale sia
attraverso una biblioteca specializzata in teologia biblica e storia della Riforma, sia attraverso il "Centro Culturale A. Schweitzer" che
promuove conferenze e concerti. L'organo di gran pregio - è stato di recente completamente restaurato ed accompagna i culti delle
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Sabato 24 agosto
PROGRAMMA MATTINA:
ore 8.30 partenza per ARQUA’ (arrivo previsto ore 10.30) Visita al Borgo
ore 12 partenza per MONSELICE
ore 12.30 Pranzo a MONSELICE: RISTORANTE PIZZERIA CAMPIELLO, RIVIERA BELZONI 2 Tel.
0429 73323
Pomeriggio visita per le strade della città
ore 15.30 partenza per VICENZA (arrivo ore 16.30) Visita al Teatro Olimpico oppure alla Città
Cena “libera” in Città
ore 24.00 previsto rientro
Borghi più Belli d'Italia ed ha ricevuto l'elezione a Bandiera Arancione del Touring Club.
Oltre l'aspetto
storico naturalistico sono
stati fatti notevoli investimenti anche
nella promozione dei prodotti locali in
particolar
modo dell'Olio che ha portato il Borgo ad
Arquà Petrarca è un Borgo medievale che
aderire all'Associazione Nazionale Città
conserva immutato il fascino di un tempo ed
dell'Olio.
è considerato la perla dei Colli Euganei. AbitaLA CASA DEL PETRARCA
to fin dai tempi romani, acquistò importanza
La struttura originaria era del duecento e fu
dopo che Francesco Petrarca, sommo poeta
lo stesso Francesco Petrarca, a partire dal
della lingua italiana, desiderò trascorrere gli
1369 quando gli fu donata dal Signore di Paultimi anni della sua vita nella caratteristica
dova Francesco il Vecchio da Carrara, a preserena quiete del luogo. Il paese ne conserva
siedere i lavori di restauro. La casa, composta
la casa e la tomba con le spoglie. Il richiamo
di due corpi con un dislivello l'uno dall'altro di
alla memoria del poeta favorì nei secoli suctre metri e mezzo, fu modificata dal Poeta
cessivi il sorgere di case e ville di molte famiche aprì sulla facciata alcune finestre e ne
glie venete, che costituiscono oggi un patrifece un unico alloggio con due unità abitative
monio artistico ed architettonico degno di
riservando come abitazione per sé e per la
essere visitato e rivisitato con religiosa attenpropria famiglia il piano sopraelevato dell'ezione.
dificio sito sul versante di sinistra, mentre
I recenti interventi, i cui sforzi sono stati finariservò alla servitù e ai servizi l'edificio di
lizzati alla conservazione e alla valorizzazione
destra, sito in alto, dove si trovava anche
del patrimonio storico e naturalistico, hanno
l'ingresso principale Nel cinquecento ne didato i loro frutti ed oggi la Città di Arquà Pevenne proprietario il nobile padovano Pietro
trarca è stata ammessa al ristretto club dei
Arquà Petrarca
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Paolo Valdezocco; è' in questo periodo che
vengono costruite la loggetta di stile rinascimentale e la scala esterna ed è soprattutto
allora che vengono fate dipingere le pareti
con tempere rappresentati scene ispirate al
Canzoniere, ai Trionfi e all'Africa, tutte opere
del Poeta. Seguirono poi anni di degrado,
anche se la casa continuava ad essere meta di
personaggi famosi quali l'Alfieri ed il Foscolo.
L'ultimo proprietario, il cardinale Pietro Silvestri, la donò, nel 1875, al Comune di Padova.
Attualmente sono ancora conservati, lo studiolo in cui morì il poeta, con sedia e libreria
(pare) originarie. Da ricordare, inoltre, la nicchia in cui è custodita la mummia della gatta
che si dice fosse appartenuta al Poeta. Benché la casa abbia subito talvolta notevoli modifiche, la sua attuale sistemazione risale ai
restauri avvenuti tra il 1919 e il 1923 quando
il Comune di Padova, in accordo con la Soprintendenza ai Monumenti, fece ripristinare
tra gli aspetti più importanti l'accesso originario e ricostruire le finestre gotiche. Anche se
l'aspetto urbano attorno alla casa si è modificato nei secoli, ciò che rimane immutato è il
potere evocativo che la casa suscita in sé,
complice il paesaggio che gli si distende davanti e che è più o meno lo stesso ammirato
dal Poeta.
ORATORIO SS TRINITÀ
Dell'Oratorio si hanno notizie certe a partire
dal 1181, anche se sicuramente preesisteva.
Chiesa molto cara al Petrarca, poiché vi era
solito recarsi a pregare vista anche la vicinanza con la propria
casa, si presenta con
una struttura di impianto romanico ad
un'unica navata con
travature scoperte e
tetto a capanna. Più
volte modificato nei
secoli, nel trecento,
l'Oratorio, fu ingrandito ed affrescato,
dell'epoca sono le
tracce raffiguranti
Trieste, …. nell’anno della fede
alcune Madonne e un piede di San Cristoforo,
e nel quattrocento fu poi aggiunta l'abside.
All'interno è visibile l'altare ligneo seicentesco
con la pala di Palma il Giovane raffigurante la
Trinità, e sempre del seicento è il paliotto in
cuoio raffigurante il Cristo risorto. Ai lati
dell'altare sono collocati la statua di S. Cristoforo in pietra dipinta e la statuta in legno
dipinta, di S. Lucia. All'interno della chiesa
sono conservate alcune lastre tombali ed
un'acquasantiera di epoca romana. Di notevole pregio sono poi un quadro di Giovanni
Battista Pellizzari “La trasmissione del bastone di vicario che Antonio degli Oddi fa a Daniele degli Oddi”
e una grande tela del 1670, con cornice scolpita, che rappresenta una matrona identificabile con la “Città di Padova nell'atto di rendere omaggio a un vescovo martire”.Il campanile, del XII secolo, fu più volte rimaneggiato
sino al 1928 quando un restauro lo riporto
alla presumibile forma originaria ricavata da
stampe seicentesche.
LOGGIA DEI VICARI
Legata all'Oratorio, e a ridosso dello stesso, è
la Loggia dei Vicari. Di origine duecentesca
era il luogo deputato per le riunioni e la discussione dei problemi tra i capifamiglia ed i
Vicari. Vi si accedeva dopo essere stati convocati al suono della campana, dall'arco che
dava sulla piazza. Nel 1828 il tetto fu demolito è la loggia rimase scoperta sino ai giorni
nostri. Nel mese di novembre 2003, il Comune di Arquà Petrarca, ha dato inizio ai lavori
che hanno portato la
Loggia ad avere nuovamente una copertura. Novità assoluta
l'utilizzo del vetro
quale struttura portante per la sovrastante copertura in
rame. Oggi i riflessi
azzurri dei raggi solari
filtrati delle capriate
in vetro rendono ancor più suggestiva la
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visita al monumento. L'interno della Loggia è
arredato con gli stemmi dei Vicari che in passato avevano governato Arquà per conto
della Serenissima. La Casa del vicario era adiacente alla loggia e ne condivideva un muro.
Entrati, infatti, nella Loggia sulla parete opposta all'entrata dell'Oratorio sono ancora visibili due monofore ed una bifora. Si possono
anche vedere i resti dell'affresco trecentesco,
di autore ignoto, raffiguranti S. Giuliano ospitaliero che uccide i propri genitori.
ciali, favorite dalle comode vie fluviali di trasporto. L'estrazione di pietra dal colle della
Rocca e dal Montericco caratterizza la crescita industriale della città e raggiunge il suo
massimo sviluppo nel '700. Un grosso carico
di trachite partito da Monselice nel 1722 sarà
impiegato per pavimentare piazza San Marco
a Venezia.
MONSELICE TERRA DI FEDE
Percorso: Via XXVIII Aprile, Via del Santuario,
Largo Paltanieri, Via Sette Chiese, Vicolo Scalone, Via San Martino, Via San Tommaso, Via
Trento Trieste, Via San Giacomo, Via Tassello,
NOTE STORICHE
Via Matteo Carboni, Via del Pellegrino, Via
Nel 602 il bizantino castrum Mons Silicis cade
Tortorini, Piazza San Marco, Via Cadorna.
nelle mani del re longobardo Agilulfo, come
CHIESA DI SAN PAOLO:
racconta Paolo Diacono nella sua Historia
Uno dei più antichi edifici sacri della Città
Longobardorum, prima fonte scritta sull'abiedificato nel VII secolo; ristrutturata nel 1985.
tato. Già insediamento neo-eneolitico (IV-III
Si presenta come un complesso architettonimillennio a.C.), della cultura del bronzo (II
co del ‘700. All’interno dopo una campagna
millennio a.C.) e romano, sotto i Longobardi e
di scavi riguardanti una piccola chiesetta proFranchi Monselice è un'importante roccaforte
to-romanica triabsidata e ad un’unica navata.
militare e centro amministrativo a capo di un
Dopo il 1255 venne rinnovata per richiesta
vasto territorio tra l'Adige e i Colli Euganei.
dell’arciprete Simone Paltanieri costruendo
Libero Comune a
una cripta ed una
metà del XII secochiesa a navata
lo, nel 1237 accounica; all’interno
glie il tiranno
della cripta le
Ezzelino III da
volte a crociera
Romano, vicario
vengono affrescadell'Imperatore
te con raffiguraFederico II di Svezioni di S. Francevia in terra venesco, S. Saverio e
ta, il quale vi coS. Paolo. Davanti
manda ingenti
la chiesa era collavori di fortificalocato un monuzione e ne fa base
mento funerario
di violente camromano più famopagne militari contro Padova, Este e i castelli
so nella storia della Città. L’ANTICA PIEVE DI
delle terre vicine.Conquistato nel 1338 dai da
SANTA GIUSTINA:
Carrara, signori di Padova, al termine di un
Costruita per volere del Cardinale Simone
estenuante assedio durato un intero anno,
Paltanieri nel 1256 sui resti di un'antica chienel 1405 è annesso ai territorio della Serenissa denominata San Martino Nuovo situata in
sima. Il lungo e prospero periodo veneziano
corrispondenza dell'attuale abside. Originane segna il graduale declino della vocazione
riamente l’antica chiesa pievana intitolata alla
militare ed il fiorire delle attività agricole,
martire padovana Giustina (307 d. C.) era
industriali (estrazione e filatura) e commersituata da circa il X secolo sulla sommità del
Monselice
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colle. La Pieve si presenta ad impianto tardo
romanico con elementi decorativi gotici in
trachite ed in cotto. Il campanile romanicolombardo del 1200. La facciata in trachite è
divisa da cinque paraste di mattoni, con rosone ed ornata da due bifore. Le finestre sono a
strombo, gli archi a tutto sesto. Il portale è
preceduto da un elegante protiro di stile gotico (l'affresco della lunetta posto sopra il portale è di Antonio Soranzo,
1931).
Grazie ai restauri del 19271931 sono state eliminate
tutte le superfetazioni barocche.
Lo stile si ispira agli ideali di
povertà ed austerità ben
espressi ad esempio nelle
chiese dei Servi e degli Eremitani a Padova. All'interno
ad unica larga navata,
un'abside quadrangolare
con volta a crociera e due
cappelle laterali.
All'interno si trovano pregevoli opere d'arte tra cui il
Polittico di Santa Giustina
della metà del XV secolo, la
tavola con la Madonna dell'Umiltà attribuita
ad Antonio da Verona (1421), l'originale è
custodito nel tesoro del Duomo.
All'interno sono state collocate numerose
tele provenienti dalle chiese e conventi soppressi della Città di Monselice. Si segnale una
statua in pietra di Santa Giustina attribuita a
Silvio Cosini (1535 ca.), un cippo funerario del
I secolo d.C. e quattro formelle a bassorilievo
attribuite a Giovanni Marchiori (1696-1778).
SANTUARIO GIUBILARE SETTE CHIESE:
Un Arco introduce in “via romana” lungo le
sei cappelle costruite tra il 1605 e il 1615 a
imitazione delle Basiliche Romane del percorso sacro. Progettate dallo Scamozzi (1552/
1616), piccole stanze che si affacciano sulla
via sopraelevata con gradoni. Unici elementi
decorativi sono cornici e architravi in trachite,
e all’interno sono ospitate tele di Giacomo
Trieste, …. nell’anno della fede
Palma il Giovane. Il percorso si conclude alla
settima cappella di San Giorgio, in passato
oratorio della famiglia Duodo.
ORATORIO DI SAN GIORGIO:
Punto focale della devozione religiosa popolare a Monselice, e il punto d’arrivo del percorso lungo le sei cappelle Duodo. Progettato
dallo Scamozzi fu ridisegnato a pianta circolare nel 1651. Alla fine del Settecento per festeggiare la solenne traslazione di numerose reliquie e
di tre martiri, donati dal
papa ad Alvise Duodo, si
erige l’Arco di ingresso alle
sei cappelle e anche la chiesa viene arricchita di un
campanile, un orologio, un
pavimento in marmo, pitture e altare.
CHIESA DEL CARMINE:
Alle pendici del Monte Ricco
la Chiesa di Santa Maria del
Carmine con annesso un
monastero di padri carmelitani soppresso nel 1656.
Dipinta sopra la parete
l’Immagine di Nostra Signora. Il restauro del 1757 dovuto al Rettore Buggiani e tre altari con le
pale. Dipinti di Santa Teresa, San Vidale ed
Estasi di Santa Teresa.
CHIESA DI SAN GIACOMO:
Sorta da un ospedale per pellegrini fondato
nel 1162, i benedettini costruirono il convento e la chiesa, ricostruita poi nel 1332. Nel
1420 tutto passò ai canonici di San Giorgio in
Alga, che restaurarono in maniera radicale il
complesso. All’interno due enormi teleri di
Michele Desubleo del XVII secolo, rappresentanti la Chiamata di San Giacomo Apostolo e
la Trasfigurazione, San Giacomo di Dario Varotari, Crocefisso con Maria e santi di G. Palma il Giovane e la Sacra Famiglia di Maganza.
Molto importante la raccolta di libri liturgici
miniati dei secoli XVII - XVIII. In un edificio
staccato è ospitato il Museo Missionario francescano, con grandi testimonianze storiche e
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deo, due ampie sale realizzate da Vincenzo
Scamozzi e decorate rispettivamente da affreschi di Francesco Maffei raffiguranti divinità e
figure allegoriche (1637 ca) e da un fregio
monocromo di rilevante interesse documentario (1595 ca), riproducente allestimenti
teatrali curati dall’Accademia prima della
costruzione dell’Olimpico (Amor costante,
Sofonisba) e spettacoli
o manifestazioni ospitate all’interno del
nuovo teatro (Edipo
Re, ambasceria dei
legati giapponesi).
All’interno di uno spazio chiuso che vuole
simulare
l’ambientazione
all’aperto dei teatri
classici, Palladio dispone una monumentale scenafronte fiancheggiata da due ali o versure e una cavea semiellittica di tredici gradoni, conclusa alla sommità da un’esedra a colonne, in parte aperta in
parte a nicchie entro muro. Nei tabernacoli e
sui plinti della struttura architettonica sono
collocate le statue degli Accademici committenti del Teatro, abbigliati all’antica.
Nell’ordine più alto una serie di splendidi
bassorilievi raffiguranti Storie di Ercole, di
Ruggero Bascapè. Oltre le tre aperture della
TEATRO OLIMPICO
scenafronte si staccano le prospettive lignee
Teatro OlimpicoCapolavoro e opera estrema
raffiguranti le vie di Tebe, realizzate dallo
di Andrea Palladio, cui fu commissionato nel
Scamozzi per lo spettacolo inaugurale
febbraio 1580 dall’Accademia Olimpica, sodadell’Edipo Tiranno e divenute fisse e immutalizio di composita estrazione sociale costituibili nel tempo.
tosi a Vicenza nel 1555 con finalità culturali e
BASILICA PALLADIANA
scientifiche, di cui lo stesso Palladio era socio.
La Basilica Palladiana è l’edificio simbolo di
La costruzione fu iniziata nel maggio 1580,
Vicenza, vertice della creatività di Andrea
ma Palladio non ne vide la realizzazione, per
Palladio, iscritto dall'Unesco fra i beni patril’improvviso sopraggiungere della morte, il 19
monio dell’umanità. La Basilica si alza maeagosto dello stesso anno. L’Olimpico, dopo
stosa sul lato sud della piazza dei Signori,
varie e complesse vicende, fu completato
cuore e salotto della città. Dal 2007 al 2012 la
cinque anni dopo e venne inaugurato il 3
Basilica Palladiana è stata oggetto di un commarzo 1585 con la memorabile messa in sceplesso ed articolato intervento di restauro
na dell’Edipo Tiranno di Sofocle.
(architettonico, funzionale, impiantistico)
Al Teatro si giunge attraverso l’Odeo e antiocon il duplice obiettivo di preservare la notooggetti d’arte raccolti dai missionari in Giappone e Cina.
DUOMO NUOVO SAN GIUSEPPE LAVORATORE:
Chiesa inaugurata nel 1957, opera
dell’architetto Bonato. Al suo interno sono
conservati moltissimi arredi provenienti da
chiese e monasteri di Monselice soppressi. Le
opere più importanti
sono una scultura di
legno del XV secolo di
San Savino, una scultura in pietra della
Madonna del pomo,
un Crocefisso ligneo
di G. Marchiori 1696 1778, due dipinti di
Litterini 1669 - 1748
raffiguranti la Morte
di san Giuseppe e
compianto di Cristo, Estasi di Santa Teresa di
Mengardi 1738 - 1796, San Francesco Saverio
in adorazione della Madonna di Ludovico da
Vernansaal 1689 - 1749, nella cripta due altari
seicenteschi provenienti dalla chiesa di Santo
Stefano, le sculture in marmo di san Prosdocimo della Bottega di Morlaiter e una santa di
Antonio Bonazza oltre a numerose altre pale
d’altare.
Vicenza
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rietà e le straordinarie qualità figurative e
spaziali del monumento, e di restituire alla
città il suo edificio simbolo, garantendo il
pieno utilizzo e la funzionalità del complesso
per la realizzazione di eventi culturali.
Nel 2012 la Basilica Palladiana è stata restituita ai vicentini e trasformata in moderno contenitore culturale, arricchito di nuove e inedite funzioni (culturali,
commerciali, informative, civiche).
STORIA
Il primo nucleo dell'edificio, il primitivo Palazzo
della Ragione, fu edificato alla metà del Quattrocento e successivamente
circondato, tra il 1481 e il
1494, da un duplice ordine di arcate, erette da Tommaso Formenton.
Crollate nel 1496 le logge dell'agolo sudovest, ne venne decisa dopo un lungo dibattito la ricostruzione totale, affidata nel 1546 al
giovane Andrea Palladio, a seguito di pubblico
concorso.
Il progetto segna la consacrazione artistica di
Palladioe inaugura il nuovo volto di Vicenza,
ispirato alla classicità, come indica lo stesso
nome di Basilica, assegnato alla costruzione in
riferimento agli edifici della Roma antica dove
si discutevano politica e affari. Il sistema adottato da Palladio si basa su un duplice ordine di logge (tuscaniche al piano terra e ioniche al primo piano) che incorpora la preesistente fabbrica gotica, lasciando emergere la
grande copertura a carena di nave rovesciata,
e sulla ripetizione lungo tutto il perimetro
dello stesso modulo architettonico: la serliana, un arco a luce costante affiancato da due
aperture laterali rettangolari. L'opera venne
completata nel 1614 con l'apparato scultoreo
della terrazza.
Il primo piano ospita la grandiosa sala già del
Consiglio, lunga 52 metri
e alta 25 al colmo della
volta.
A fianco del complesso
monumentale si erge la
Torre dei Bissari, alta 82
metri con una base di soli
7, dove venne installato
fin dal XIV secolo il primo
orologio meccanico a uso
pubblico della città.
Visite al monumento
Terrazza e logge
Dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18
(ultimo ingresso alle 17.30).
Ingresso gratuito dal lato della nuova biglietteria su piazza delle Erbe.
PREGHIERA AI PASTI
Nel Nome del Padre e del Figlio e dello
Spirito Santo. Amen.
O Dio, amante della vita, che nutri gli
uccelli del cielo e vesti i gigli del
campo, benedici noi e questo cibo
perché possiamo servirti meglio nei
nostri fratelli. Amen.
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Preghiera alla Madonna di Barbana
Vergine Maria, Madre di Dio e Madre nostra,
Regina della Laguna!
Noi, tuoi figli devoti, con gioia veniamo a te
e fiduciosi ti supplichiamo.
Tu, che in tempi remoti,
al pio Barbano lasciasti un segno di sollecitudine materna,
continua a volgere il tuo sguardo benigno
su di noi, sulle nostre famiglie,
su questa terra rivolta ad Oriente
e animata dallo spirito che fu di Aquileia cristiana.
Tu, consacrata dallo Spirito Santo,
fa’ che seguiamo il tuo Figlio sulla via del Vangelo
e diventiamo suoi validi testimoni,
portando a tutti la Parola di vita
con gesti generosi di carità,
attenta ai poveri e ai sofferenti.
Tu beata perché hai creduto,
ottienici dal Signore una fede salda,
una speranza fervente, un amore operoso.
Mostraci il cammino della pace
perché, con tutti i nostri fratelli,
possiamo giungere là dove tu dimori
con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo,
nella comunione con i Santi,
per tutti i secoli dei secoli
Amen.
Benedetto XVI
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