intervista a vittorio gregotti

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intervista a vittorio gregotti
INTERVISTA A VITTORIO GREGOTTI
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Nello Luca Magliulo
Riflettendo sulla “materia” in architettura e sul rapporto di questa con il reale non poteva mancare il
necessario riferimento al pensiero di Vittorio Gregotti che, più di altri, si è soffermato, anche di recente, su tali temi. Ho quindi ritenuto opportuno interrogarlo in proposito ritenendo che la sua opinione
possa essere sicuramente utile e preziosa per gli architetti.
N.L.M. L’attuale progresso tecnologico mette in
gioco materiali sempre più innovativi, e tecniche costruttive sempre più lontane da quelle tradizionali.
A ciò si aggiunge la maggiore complessità dei
problemi cui devono rispondere gli edifici, per cui
sembra venir meno il ruolo dell’architetto in favore
dell’engineering. Che l’architetto sia ormai una figura inutile?
N.L.M. Lei definisce il suo studio una “officina”
e l’idea dell’officina richiama un modo di “fare architettura” molto vicino a quello di un procedimento
manuale di modellazione dove l’uso della materia
sembra essere un punto fondamentale.
Quanto questa idea è presente nel suo modo di
lavorare? Quanto resta di questo nella cultura architettonica attuale?
V.G. La progressiva lateralità della figura
dell’architetto come progettista è dettata soprattutto
dai meccanismi economici, finanziari e burocratici
sempre più complessi e dall’indifferenza di clienti
interessati soprattutto alla possibilità degli usi di
mercato dei manufatti ed alla transitoria calligrafia
pubblicitaria delle facciate degli edifici.
V.G. L’interesse per i materiali è per me di interesse per la loro antichità come elemento dell’opera
di architettura in quanto metafora di eternità.
Oggi, invece, quello che conta è la novità e la
transitorietà, non la durata. L’interesse per il nuovo,
e quindi per i nuovi materiali e le loro possibilità sono i benvenuti se sono offerti alla modellazione
dell’architettura, non all’esibizione del nuovo.
N.L.M. L’atto progettuale oggi sembra spingersi
verso il superamento delle geometrie euclidee, anche grazie all’uso di software in grado di sostituire
la mano e la stessa immaginazione dell’uomo.
A ciò corrispondono nuovi sistemi di produzione
che rendono i materiali più flessibili. Non ritiene
che ciò abbia mutato anche il senso ed i modi della
“costruzione”?
V.G. È la solita confusione tra mezzi e fini. Le
geometrie hanno costituito nel tempo diverse ipotesi
strumentali importanti: nessuna da scartare.
Il software è anch’esso strumento utilissimo ma
l’immagine dell’uomo ha il compito di scegliere
strumenti adatti ai propri scopi, fondamenti, speranze, tentativi ideali che si configurano nel nostro caso
come forme dell’architettura. Il software resta uno
strumento come il righello o la squadra, non deve
diventare un fine ideologico, cioè della propria falsa
coscienza.
Peraltro senza “software” gli architetti europei del
XVIII secolo si sono inventati strutture spazialmente
molto complesse.
N.L.M. Nel suo libro “Contro la fine dell’architettura”, Lei parla del sottrarsi dell’architettura
alle proprie responsabilità di fronte al “reale” a
causa di un’eccessiva “estetizzazione”. Non pensa
che tale fuga sia dovuta anche alla complessità dei
problemi che non rientrano nella scala locale cui si
offre di solito la costruzione? Insomma, se l’architettura non modifica il mondo non le resta forse solo
il tratto estetizzante?
V.G. Il problema della forma delle cose se è dotata di intima necessità ideale non è mai inutile. La sua
“estetizzazione” è costituita dal suo asservimento
alla cultura del capitalismo finanziario globalizzato
ed al passivo rispecchiamento dei suoi valori.
N.L.M. Di recente, Maurizio Ferraris, ha scritto
della necessità di rivolgersi al “reale” il quale permane oltre le definizioni. Lei è stato membro del
“gruppo 63”, con l’attenzione al linguaggio, ed estimatore di Gianni Vattimo secondo cui “non ci sono che definizioni”, tanto che la Sua teoria della
“modificazione” è stata riferita al circolo ermeneutico dell’Heidegger vattimiano: ha cambiato idea?
Qual è la “realtà” per l’architettura e come vi si
manifesta?
V.G. Ho scritto di recente sul “Corriere della sera” un commento al libro di Ferarris in cui ho sottolineato che ciò che importa per noi è la costituzione
di una distanza critica dalla realtà come un materiale
del progetto che ci permetta di passare ad una possibile forma di relazione tra verità, libertà e giustizia.
N.L.M. Lei ha avuto esperienze progettuali in Oriente. La cultura orientale è nota per la breve vita
che hanno gli edifici a differenza che in Europa dove si è sempre costruito pensando alla continuità
dell’architettura nel tempo. L’affidarsi dell’architettura alle nuove tecnologie, le quali conoscono evoluzioni veloci ed il mutevole interesse capitalistico
sui suoli possono condurre ad un modello simile a
quello orientale, ovvero ad una valenza effimera
della costruzione?
V.G. Errore; la tradizione della grande cultura cinese (non quella genericamente orientale che ne
comprende molte altre diverse) ha un vivo senso del
tempo della storia con un’idea di lentezza nelle trasformazioni profonde.
L’idea di città e delle regole del suo disegno è durata quasi tremila anni. È solo l’autocolonialismo nei
confronti dei valori attuali della cultura occidentale
(tecnologia, denaro, provvisorietà, ecc.) che sta corrompendo quella cultura.

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