informazioni - Accademia dei Georgofili

Commenti

Transcript

informazioni - Accademia dei Georgofili
informazioni
Anno III n. 1
a
ri
,
a
a ter
,
sole
ac u
q
ra,
. . . v i t a: agri-cultura
21 marzo 2009
dai Georgofili
“Poste Italiane s.p.a. – Spedizione in Abbonamento Postale – D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Firenze”
Paesaggio agrario:
un’altra occasione perduta
In caso di mancato recapito inviare a Firenze CMP per la restituzione al mittente previo pagamento resi
D
alla concitata fuga di
provvedimenti legislativi
che ha caratterizzato,
agli albori del nuovo secolo, l’approccio del legislatore al tema
del paesaggio, traspare una sorta
di tendenziale indifferenza verso
le peculiarità che connotano il
paesaggio agrario, le quali, viceversa, richiedono una disciplina
ad hoc, in grado di conciliare la
tutela dei valori paesaggistici e,
dunque, culturali, estetici, natura-
listici, con la protezione degli
interessi economici degli agricoltori che all’interno di quel paesaggio svolgono la loro attività
imprenditoriale.
Non si sottrae a questo giudizio
sferzante, quanto realistico, l’ultima tessera recentemente
incastonata nel complesso e
contraddittorio mosaico della
legislazione paesaggistica, rappresentata dal decreto legislativo 26 marzo 2008, n. 63
“Ulteriori disposizioni integrative
e correttive del decreto legislativo
22 gennaio 2004, n. 42, in relazione al paesaggio”.
Il decreto, infatti, si limita, da un
lato, a riproporre la formula già
collaudata nei suoi precedenti,
di un invito diretto alle Regioni
a riservare particolare attenzione alla salvaguardia dei paesaggi
rurali, nella individuazione delle
linee di sviluppo urbanistico ed
edilizio; dall’altro lato, ad inserire
gli alberi monumentali, tendenzialmente localizzati nelle aree
agricole, tra le categorie di beni
potenzialmente oggetto di
dichiarazione di notevole interesse pubblico, da sottoporre
quindi a vincolo paesaggistico.
Difesa delle colture con mezzi a
basso impatto ambientale
C
comune
aratteristica
delle ricerche volte alla
messa a punto di strategie innovative per la difesa delle
colture è l’individuazione di
mezzi di lotta efficaci, economici, a basso impatto ambientale e
di facile applicazione.
Gli interventi per il controllo
delle infestazioni entomatiche
perseguono i principi ecologici
ed economici sopra citati,
mediante l’impiego di strategie
(monitoraggio dei livelli di
popolazione dei fitofagi, uso di
attrattivi e repellenti, ecc.) che
riducono l’impatto ambientale
del presidio sanitario più che
con l’impiego di mezzi chimici
con ridotta azione biotossica.
Infatti le infestazioni entomatiche sono ancora in massima
parte controllate dagli insetticidi organici di sintesi ai quali si
continua a guardare in attesa di
valide innovazioni. Interesse ed
aspettative destano, al riguardo,
principi attivi di recente formulazione con bassa tossicità per
mammiferi ed altri gruppi di
animali “non target”.
La messa a punto di strategie di
lotta a basso impatto ambientale contro funghi, batteri, nematodi fitoparassiti e piante infestanti, passa attraverso l’integrazione delle pratiche della
gestione delle colture (mantenimento della fertilità biologica
del suolo, diagnostica fitopatologica, modelli previsionali, ecc.)
con i mezzi di difesa diretti. La
ricerca e la sperimentazione
hanno consentito di individuare
strumenti biotecnici utili o
potenzialmente utili per la difesa delle colture in campo e
degli ortofrutticoli in post-rac-
colta. Per lo più si tratta di
microrganismi antagonisti, insetti parassiti per la lotta alle infestanti, biocidi di origine naturale,
mezzi fisici, additivi alimentari,
ecc., il cui impiego in campo
pratico è spesso reso difficoltoso anche da procedure di registrazione lunghe ed onerose. Il
divieto d’impiego del bromuro
di metile per la lotta contro i
patogeni tellurici ha stimolato la
ricerca e la sperimentazione in
campo di mezzi alternativi quali
i biofumiganti (ad esempio gli
isotiocianati liberati per idrolisi
dei glucosinolati contenuti in
molte Brassicaceae) e le matrici
organiche complesse (torba,
compost, residui colturali, ecc.)
la cui soppressività può essere
aumentata con l’aggiunta di
organismi competitivi. La mancanza di metodi semplici con
Conseguentemente, è prevista,
nei casi in cui la proposta di vincolo riguardi filari, alberate ed
alberi monumentali, l’integrazione della commissione preposta
alla relativa valutazione con un
rappresentante del competente
comando regionale del Corpo
forestale dello Stato.
Ben poco, dunque, rispetto agli
auspici, coralmente quanto autorevolmente manifestati dalla
stessa Accademia dei Georgofili,
di una maggiore attenzione del
legislatore verso la complessità
degli interessi che si intrecciano
nel paesaggio agrario e la loro
potenziale conflittualità: un’altra
occasione perduta.
Nicoletta Ferrucci
cui determinare la capacità soppressiva di differenti matrici,
rappresenta il fattore fortemente limitante la loro diffusione
nella pratica agricola.
La resistenza delle piante alle
malattie è un efficace meccaniPaolo Alghisi
(segue a pag. 2)
In questo numero:
Paolo Alghisi
Attilio Bosticco
Orazio Ciancio
Maurizio Cocucci
Maurizio Conti
Mario Dini
Nicoletta Ferrucci
Cesare Intrieri
Santi Longo
Liviana Leita
Giacomo Lorenzini
Stefano Mancuso
Letizia Martirano
Vittorio Marzi
Valerio Merlo
Luigi Omodei Zorini
Alessandro Pacciani
Enrico Porceddu
Luigi Rossi
Franco Scaramuzzi
Paolo Sequi
Franco Francesco Vincieri
I distretti in agricoltura per
una politica che cambia
C
on la decisione del 10
Dicembre 2008, la
Commissione UE ha
assentito alla concessione degli
Aiuti di Stato per l’attuazione
dei contratti “di filiera” e “di
distretto” (con riferimento al
Decreto 2850 del 21/4/2008)
aprendo finalmente concrete
prospettive all’utilizzazione di
strumenti innovativi per l’ammodernamento dell’agricoltura
e lo sviluppo dei territori rurali,
anche in relazione alle acclarate
trasformazioni del settore ed
agli emergenti orientamenti
delle politiche. Si tratta, in effetti, di un riconoscimento indiretto dei distretti a livello europeo
sicuramente destinato a imprimere un’accelerazione alla progettualità a livello locale e di
comparti produttivi. Ma si tratta
soprattutto di un provvedimento che libera circa 800 milioni di
euro di contributi, risorse importanti per le filiere e le aree
rurali che possono dotarsi di
questi strumenti.
I Distretti rurali e i Distretti
agro-alimentari di qualità sono
previsti all’art.13 della Legge di
orientamento del 2001, ed il
loro riconoscimento è attribuito alle Regioni, ma solo alcune
hanno finora adottato specifici
provvedimenti legislativi in un
clima di non eccezionale inte-
resse da parte delle categorie
interessate.
Ciò è quanto emerge a oggi da
una ricerca a livello nazionale,
coordinata dal Dipartimento di
Scienze economiche dell’Università di Firenze e finanziata dal
MIPAAF, per una valutazione su
come hanno operato le Regioni
in questi anni e su come hanno
reagito le categorie all’introduzione di uno strumento di
governance volto a favorire il
partenariato territoriale e di
filiera sulla base di una programmazione dal basso, sperimentata da tempo anche con la
metodologia LEADER e della
programmazione negoziata.
La prossima conclusione della
ricerca, si colloca in un momento particolarmente interessante
e delicato per le imprese e per
le aree rurali, poiché vengono a
coincidere temporalmente im-
2009 Anno Italo-Egiziano
della Scienza e della Tecnologia
I
l 2009 è stato proclamato
Anno Italo-Egiziano della
Scienza e della Tecnologia.
L’iniziativa fa seguito al summit
Italo-Egiziano del Giugno 2008,
tra il Ministro degli Affari Esteri
italiano, Franco Frattini, e il suo
omologo egiziano, Aboul Gheit,
e si inserisce nell’ambito del
Decennio della Scienza e della
Tecnologia (2007-2016), proclamato dal Presidente Mubarak, con lo scopo di fornire supporto politico ai programmi di
espansione delle capacità scientifiche e tecnologiche del Paese,
attraverso la cooperazione con
i partner internazionali in svariati settori scientifico-tecnologici e la costituzione di fondi ad
hoc per lo sviluppo delle scienze e della tecnologia.
La sfida per l’Italia è di riuscire a
promuovere iniziative che raggiungano il grande pubblico,
valorizzando l’eccellenza italiana
sia in quello della ricerca applicata alla produzione, sia in quello dell’influenza culturale italiana
nell’area mediterranea, secondo
il motto proposto per l’evento:
Science for People.
In pratica, il taglio del programma è quello di abbinare, a
momenti di divulgazione scienti-
2
informazioni dai Georgofili
21 marzo 2009
fica destinati al grande pubblico,
attraverso l’organizzazione di
mostre scientifiche e di eventi
speciali, momenti di approfondimento tecnico-scientifico, mirati
a favorire la cooperazione bilaterale su progetti di ricerca
scientifica e a rafforzare la presenza delle imprese italiane in
Egitto e/o di iniziative collegate
all’operato della Cooperazione
Italiana e di altre Istituzioni italiane, principalmente le Regioni.
Queste ultime, in particolare,
possono essere interessate a
partecipare alla programmazione dell’Anno della Scienza e
della Tecnologia, in sinergia con
altre Istituzioni, con iniziative
mirate a promuovere all’estero
l’eccellenza specifica di ogni
Regione. Un esempio riguarda
la Regione Piemonte, che ha
previsto due rassegne multidisciplinari sulla produzione di
granella ed utilizzo degli scarti
della lavorazione del riso e sulla
produzione della lana e della
seta, associate ad un convegno
sulla sostenibilità della coltura
del riso nell’area mediterranea,
proposto dal Consiglio per la
Ricerca e la Sperimentazione in
Agricoltura. Due mostre scientifiche riguardano invece: L’Eredità di Fermi, in occasione del
Centenario della sua nascita, e
L’Eredità di Marconi, in occasione del Centenario del suo
Premio Nobel.
Università e Enti di Ricerca
Italiani sono presenti in Egitto
con collaborazioni e progetti di
ricerca in svariati settori scientifici ed hanno quindi l’opportunità di valorizzare il loro lavoro,
attraverso l’organizzazione di
convegni, il lancio di nuovi progetti e lo scambio di ricercatori.
Possono essere organizzati convegni scientifici e altre iniziative
in vari settori.
Difesa delle colture con
mezzi a basso impatto
ambientale
(continua da pag. 1)
smo naturale di difesa dai patogeni. Molta attenzione viene
posta quindi agli induttori biotici ed abiotici di resistenza e
all’ingegneria genetica per la
produzione di piante transgeniche (PGM) resistenti alle malattie. Malgrado l’intensa attività
sperimentale ed i successi ottenuti in laboratorio, serra e
pieno campo, nessuna pianta
portanti riforme delle politiche
comunitarie, quali: la nuova
Politica di Sviluppo Rurale, la
recentissima approvazione dell’Health Check della PAC, l’attivazione della nuova Politica di
coesione.
In questo scenario, e soprattutto in previsione del post 2013
in discussione a Bruxelles, si
conferma un crescente interesse per la territorializzazione
delle politiche comunitarie
come risposta alla sempre maggiore competizione sui mercati
e a fronte di altre emergenze
ambientali e climatiche.
È certamente auspicabile che a
provvedimenti legislativi che
“danno gambe” ai distretti, si
possano accompagnare anche
opportune riflessioni di migliore
organizzazione del quadro normativo a livello nazionale.
Alessandro Pacciani
In conclusione, il 2009 Anno
Italo-Egiziano della Scienza e
della Tecnologia vuole essere
un’occasione per valorizzare la
ricerca scientifico-tecnologica
italiana, con potenziali ricadute
in chiave di cooperazione con
l’Egitto e con i Paesi dell’area
medio-orientale, per promuovere le eccellenze del nostre
Paese, contando su un ruolo
impor tante da parte delle
Regioni, e per dare visibilità alle
aziende italiane operanti in
Egitto.
La programmazione dell’Anno
resterà aperta a proposte di
eventi scientifici fino all’ultimo
momento compatibilmente con
la realizzazione degli eventi
stessi e comunque fino alla
prima metà del 2009.
Enrico Porceddu
dotata di resistenza transgenica
ai batteri ed ai funghi fitopatogeni è oggi presente sul mercato, mentre sono disponibili
piante transgeniche resistenti a
virus, insetti ed erbicidi.
Nel complesso esiste oggi un
ampio ventaglio di conoscenze
suscettibili di sviluppo applicativo. Quelle necessarie per assicurare un più esteso impiego
degli strumenti biotecnici sono,
però, ancora insufficienti a
garantire risultati capaci di conquistare la piena fiducia degli
agricoltori.
Paolo Alghisi
Uno specchio per la nostra agricoltura
N
el volume tematico “Le
imprese agricole”, l’Istat
ha presentato i risultati
di una rielaborazione dei dati
censuari 2000 effettuata non
prendendo in considerazione
l’intero universo delle aziende
censite, ma esclusivamente
quelle individuali dedite alla
commercializzazione della loro
produzione nonché di quelle a
carattere societario. Solo questo tipo di aziende avrebbe
diritto al titolo di imprese ed a
comporre quindi l’area dell’agricoltura imprenditoriale, distinta
da tutta le attività agricole svolte per esclusivo autoconsumo.
Complessivamente, le aziende
che nel 2000 hanno dichiarato
di commercializzare la propria
produzione sono 1 milione e
mezzo.
Da parte sua l’Eurostat ha deciso – a partire dalla indagine
strutturale del 2003 – di limitare il campo di osservazione
L’agricoltura italiana
è articolata in poco
più di un milione
di aziende
comunitario alle sole aziende
che superano una certa
dimensione economica (almeno 1 UDE), vale a dire quelle
che sono in grado potenzialmente di conseguire un reddito
di almeno 1200 euro all’anno.
Ciò al fine di rendere più omogenei e confrontabili i dati delle
indagini comunitarie. Le aziende più piccole vengono relegate in un’area definita dell’agricoltura di sussistenza. In seguito
all’adozione di tale nuovo
campo di osservazione, le ultime indagini comunitarie sulle
strutture assegnano all’agricoltura italiana circa 1 milione e
cento mila aziende produttive.
Queste nuove statistiche Istat
ed Eurostat dimostrano che, se
si circoscrive il campo di osservazione alle aziende che, in virtù
della loro dimensione e dell’impegno nella commercializzazio-
ne del prodotto, sono anche
vere imprese, l’immagine sociostrutturale dell’agricoltura italiana cambia notevolmente. I nuovi dati convergono nel delimitare l’area dell’agricoltura imprenditoriale italiana a poco più di
un milione di aziende, cifra che
è molto vicina a quella delle circa 900 mila realtà produttive
iscritte nei registri delle Camere
di Commercio.
Nell’ambito di quest’area è peraltro nettamente distinguibile un
nucleo forte di imprese, quantificabile in meno di 500 mila unità, il cui ruolo è determinante
per il conseguimento dei risultati produttivi ed economici del
settore. Non arrivano neanche
a 300 mila le aziende che, con la
vendita del prodotto, ottengono entrate annue superiori a 25
milioni di lire (nel 2000). E bastano 400 mila imprese (migliori in termini di dimensione economica) per produrre l’80% del
reddito lordo agricolo complessivo. Il restante 20% circa si calcola provenga da 600-700 mila
imprese più piccole.
Questi dati fotografano tre
diverse realtà in cui si articola
l’uso della SAU italiana. In primo luogo, le piccole unità fondiarie di autoconsumo e/o di
sussistenza, quantificabili in quasi
un milione e mezzo di realtà
che la statistica esclude dal novero di aziende agrarie. In secondo luogo, le principali aziende imprenditoriali vere e proprie, il cui numero non arriva al
mezzo milione. Infine le circa
600-700 mila aziende che – per
usare l’espressione di Corrado
Barberis – compongono un’area di agricoltura professionale
povera, le quali coprono circa 3
milioni di ettari di SAU e svolgono un prezioso ruolo ambientale e territoriale; ma, a giudizio di autorevoli sociologi,
sarebbero maggiormente esposte ad un progressivo abbandono, essendo meno capaci di
trattenere o attrarre giovani
che possano succedere all’attuale generazione di conduttori.
Valerio Merlo
L
’immagine strutturale dell’agricoltura italiana, così
come offerta dalle statistiche
Istat ed Eurostat ed analizzate
nella interessante sintesi di
Valerio Merlo (cfr. anche
www.georgofili.it), induce a diverse
riflessioni. La prima riguarda il
fatto che, data la loro irrilevanza
produttiva ed economica, le statistiche giustamente non considerano più come aziende agrarie
quel crescente cosmo di microproprietà, derivato da una deleteria ed inarrestata polverizzazione
fondiaria. Ne consegue che anche
i loro titolari non dovrebbero
entrare nel novero degli “addetti
all’agricoltura” e non dovrebbero
quindi ottenere sostegni pubblici
dai fondi destinati allo sviluppo
del settore. Mentre, al contrario, si
evidenzia sempre più l’opportunità di assecondare un loro riaccorpamento in valide aziende.
Così depurate, le statistiche sono
state finalmente in grado di riflettere una più nitida immagine
strutturale dell’agricoltura italiana, che in precedenza risultava
invece assai degradata rispetto a
quella degli altri Paesi della
Unione Europea. Ora è evidente
come le cause di quelle deformazioni d’immagine non dipendessero da difetti dello specchio
(strumenti statistici), ma dai
peculiari criteri con i quali venivano considerati e presentati i sog-
getti da rilevare, quindi a causa
della nostra prolungata disattenzione e confusione nei confronti
dell’agricoltura, con la conseguente incapacità di vedere e distinguere oggettivamente la realtà
delle cose.
La nostra agricoltura risulta complessivamente strutturata in poco
più di un milione di Aziende che,
nel loro insieme, forniscono l’intero P.L.V. (prodotto lordo vendibile)
agricolo nazionale. Circa l’80% di
questo P.L.V. è prodotto da meno
di 500 mila imprese più avanzate. Appare quindi evidente come
lo sviluppo agricolo sia legato a
questo insieme di realtà produttive. La promozione ed il sostegno
di tale sviluppo dovrebbero quindi
essere finalizzate razionalmente
come investimenti finanziari in
queste attività. È evidente inoltre
l’opportunità di riconsiderare l’improvvida tendenza alle divisioni
ed alle conseguenti contese interne al settore. L’agricoltura ha già
troppo sofferto anche per l’insinuarsi di una deleteria ricerca di
qualsiasi elemento di distinzione,
capace solo di creare ulteriori
divisioni in categorie ed il moltiplicarsi di rispettive rappresentanze.
L’intero settore deve invece sentirsi ed essere considerato come un
ben definito ed unitario insieme,
capace di esercitare tutto il suo
notevole peso.
Franco Scaramuzzi
L
Premio “Antico Fattore”
’Edizione 2009 dello storico Premio “Antico Fattore” è
stata dedicata alla viticoltura ed alla enologia. Il
Consiglio accademico, avvalendosi del parere di una
apposita Commissione di esperti, ha assegnato il Premio a
Daniele Vergari e Roberto Scalacci per il lavoro “Istoria delle
viti che si coltivano nella Toscana” con la seguente motivazione: Il valore culturale e scientifico del libro è assai notevole. La
pubblicazione offre la possibilità di riscoprire e recuperare i vitigni autoctoni nell’ipotesi che alcuni possano essere utilizzati per
un concreto miglioramento della viticoltura della Regione
Toscana. Comunque quelli ancora reperibili potranno essere
conservati come banca genetica.
Il Premio sarà consegnato nell’ambito della Cerimonia per
l’Inaugurazione del 256° Anno Accademico dei Georgofili.
informazioni dai Georgofili
21 marzo 2009
3
Progetti Integrati Territoriali e
Piani di Sviluppo Rurale
I
l sostegno alla produzione di
servizi ambientali da parte delle
imprese agricole è uno dei
punti qualificanti dell’impostazione
recente della Politica Agricola
Europea e si è concretizzato nell’introduzione della condizionalità
nel primo pilastro e nelle misure
agro-ambientali nel secondo.
La commistione tra interventi
diretti al miglioramento dei redditi agricoli e politiche ambientali
può, però, ingenerare qualche
malinteso. L’impatto migliorativo
sull’ambiente ha un senso se gli
interventi di investimenti e/o
manutenzioni sono svolti su
superfici significative, spesso superiori a quelle delle piccole e
medie aziende e non su appezzamenti isolati. Nel PSR la introduzione dei Progetti Integrati
Territoriali (PIT) mirava anche
appunto a questo obiettivo, così
come, del resto, i progetti interaziendali nel precedente periodo
(Patti d’area). Ciò che lascia perplessi è la indeterminatezza di
questi strumenti, che di fatto ha
causato la loro pressoché nulla
applicazione nel primo piano. La
mera assegnazione di punti
aggiuntivi alle aziende partecipanti ad un PIT, nella graduatoria delle
priorità per l’accesso ai finanziamenti nelle varie misure, è assolutamente inadeguata ad una reale
promozione degli stessi. Se si desidera conferire alla produzione di
servizi ambientali un concreto
interesse per gli agricoltori ed
un significativo vantaggio per la
collettività, occorre identificare
una forma di pagamento diretto di tali servizi ed assicurare la
loro produzione a dimensioni
territorialmente rilevanti. Il PIT
può essere uno strumento valido, ma occorrerebbe assegnargli finanziamenti autonomi, non
veicolati da vantaggi nelle graduatorie delle varie misure, ed
occorrerebbe individuare i soggetti promotori e/o gestori di
tali progetti assicurando agli
stessi una convenienza nell’assumere questo ruolo. Un esempio potrebbero essere certe
associazioni di produttori (ad
esempio in Toscana gli olivicoltori ed i viticoltori) in grado di
coinvolgere un numero di agricoltori che costituiscano massa
critica per l’obiettivo di un PIT
in una determinata area.
Luigi Omodei Zorini
La produzione di
biomassa forestale
S
econdo i dati dell’Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi Forestali
di Carbonio, i cedui in Italia si
estendono su 3.663.143 ha e
costituiscono il 41,8% della
superficie forestale. La forma di
governo più comune è il ceduo
matricinato, con il 27,5%, seguito dal ceduo semplice, con il
10%, e dal ceduo composto,
con il 4,3%.
Le utilizzazioni di legna per
combustibile documentate per
l’anno 2002 sono state pari a
4.883.273 m3. Va però tenuto
conto che le attuali statistiche
ufficiali sottostimano in modo
consistente gli effettivi prelievi
legnosi, soprattutto per quanto
riguarda i cedui: una recente
ricerca ha dimostrato come in
Italia centrale il prelievo di
massa legnosa dai cedui sia
oltre il 40% maggiore di quello
censito amministrativamente.
Una corretta analisi delle
potenzialità di produzione di
biomassa dei boschi cedui deve
far riferimento anche a fattori
esterni al bosco, come il numero delle imprese che operano
nella filiera della legna da ardere, che secondo quanto riportato dalle statistiche delle
Camere di Commercio a livello
nazionale è pari a 2.804, quindi
piuttosto limitato. Ciò testimonia le gravi difficoltà che caratte-
4
informazioni dai Georgofili
21 marzo 2009
rizzano l’attività nel settore
forestale: stagionalità, condizioni
dure del lavoro in foresta, diffusione del fenomeno del lavoro
nero, carenza delle necessarie
operazioni di formazione e specializzazione dei lavoratori.
Il bosco ceduo è una risorsa
rinnovabile ed è in grado di fornire una elevata quantità di
legna per combustibile. Tuttavia,
l’uso delle risorse rinnovabili e il
prelievo di prodotti dal bosco:
a) non può superare la velocità
con la quale la risorsa bosco si
rigenera; b) non può intaccare
le potenzialità evolutive del
sistema; c) non deve ridurre la
biodiversità.
La gestione forestale sostenibile
presuppone l’adozione di una
prospettiva ampia in modo da
analizzare gli effetti delle scelte
sui processi dell’ecosistema sia
a scala temporale - breve,
medio o lungo periodo -, sia a
scala spaziale - dal popolamento al paesaggio. In ogni caso, è
oppor tuno mettere in atto
accorgimenti selvicolturali volti
al miglioramento quali-quantitativo del bosco relativi al trattamento, agli ordinamenti colturali, ai cicli di utilizzazione.
La pianificazione forestale è
un’arma preziosa per differenziare nel tempo e nello spazio
gli interventi in modo da garantire, attraverso una accurata let-
Ceduo di faggio
tura delle diverse situazioni stazionali, compositive e strutturali, il mantenimento dell’efficienza
del sistema bosco e la diversità
biologica a livello di paesaggio.
Alcune regioni molto opportunamente si sono dotate di piani
forestali che, seppur evidenziando l’importanza e la necessità
dell’estrazione di biomassa,
pongono restrizioni al taglio dei
boschi cedui, imponendo l’allungamento dei turni, la diminuzione delle dimensioni delle taglia-
te e l’attuazione delle cure colturali.
Gli scenari attuali e quelli presumibili in un prossimo futuro
indicano in modo chiaro che il
problema della produzione di
biomassa a fini energetici non
si risolve in chiave tecnica ma
con una politica forestale in
grado di favorire un for te
impegno a tutti i livelli per il
miglioramento dell’efficienza
del sistema.
Orazio Ciancio
La valorizzazione dei
prodotti tipici
V
asta risonanza ha avuto
sulla stampa internazionale la notizia che nel
comune di Altamura, importante centro agricolo della provincia di Bari, noto per la produzione di pane DOP molto gradito
sul mercato, un panettiere produttore di focacce ha determinato la chiusura del “fast food”
del colosso Mac Donald. Dopo
l’apertura nel centro cittadino
di un ampio locale con una
gigantesca M e un promettente
avvio con una folla di adolescenti in fila per un hamburger,
un po’ alla volta la giovane clientela incominciò a non gradire il
panino pieno di carne pressata
per andare al vicino locale del
panettiere, che sfornava focacce
calde e saporite.
È indubbio che l’episodio rafforza le attuali politiche regionali
per la valorizzazione dei nostri
prodotti tipici ed il mangiare
all’italiana, pur tuttavia è pericoloso credere che la tipicità
possa risolvere la grave situazione dell’agricoltura, come sono
le preoccupazioni di questi gior-
ni per le giacenze di olio d’oliva
invendute e l’incerto andamento del prezzo del grano sempre
più al ribasso.
La notizia è apparsa come rivincita delle nostre tradizioni alimentari regionali rispetto all’invadenza dei prodotti dell’industria
alimentare, come nei controversi
dibattiti slow-food/fast-food.
Sarebbe più opportuno informare l’opinione pubblica che tradizione e industria alimentare
sono due modi di fare economia
e di rispondere alle attuali esigenze della società moderna.
Il crescente sviluppo dell’industria alimentare, infatti, è dovuto
ai profondi mutamenti nella
società moderna, che per vari
motivi dedica sempre meno
tempo alla preparazione in casa
dei pasti. Da tempo, la donna è
impegnata nel lavoro fuori casa,
nelle città la pausa per il pranzo
del mezzogiorno si è ridotta ad
un rapido spuntino, aumenta il
numero dei single, aumentano,
per praticità, gli incontri conviviali fuori casa. Allo stesso
tempo, l’industria offre sempre
La focaccia, tipico prodotto locale delle sagre popolari
più una serie di prodotti alimentari, con i servizi incorporati (time saving, convenience
food) in modo da preparare il
pasto in brevissimo tempo. La
pubblicità televisiva dilaga nell’offerta di piatti pronti, “i quattro salti in padella”.
È finito il tempo della lunga preparazione del pane in casa, con
levataccia notte tempo, per
consegnare all’alba le forme di
pane ben cresciute al fornaio,
come anche è finito il tempo
della pignatta brontolona, che a
fuoco lento per molte ore cucinava i legumi.
Allo stesso tempo, il giusto impegno nella valorizzazione dei prodotti tipici regionali, non deve fer-
Cambiamenti climatici ed
eccessivo grado alcolico dei vini
È
noto che negli ultimi 20
anni si sono verificati
importanti cambiamenti
climatici, che hanno soprattutto
riguardato l’aumento delle temperature e del numero annuale
di ore di sole, con il conseguente accorciamento del periodo
compreso tra il germogliamento e la maturazione.
In pratica, si manifesta abbastanza spesso un forte anticipo del
momento in cui il livello glucometrico del mosto risulta ottimale per la raccolta. In tale
momento, specialmente nelle
uve rosse, può essere già
riscontrabile una perdita di acidità (specie se le temperature
notturne sono elevate), mentre
non risultano ancora presenti
gli aromi finali tipici della varietà
ed altre fondamentali caratteristiche dell’acino (colore della
buccia, completa sintesi dei
composti fenolici, imbrunimento dei vinaccioli, ecc.), che gene-
ricamente sono indicate con il
termine di “maturità fenolica”.
L’effetto degli innalzamenti termici comporta, in definitiva, un
“disaccoppiamento” nella evoluzione dei diversi fattori della
maturazione. Per raggiungere
nelle uve rosse la “maturità fenolica” occorre quindi ritardare il
momento della vendemmia, con
il risultato di incrementare ulteriormente il grado glucometrico
delle bacche e il grado alcolico
potenziale del mosto, che potrà
dare origine a vini con oltre 1314 gradi. Tali vini risponderanno
sempre meno alle esigenze del
mercato, che ormai richiede
prodotti armonici ed eleganti,
ma con gradazioni moderate.
Tenuto conto dei cambiamenti
climatici, è possibile chiedersi se
esistano interventi agronomici
per contrastare gli effetti negativi dell’accorciamento dei cicli
produttivi.
Il metodo più immediato
potrebbe semplicemente consistere nell’incrementare la produzione per ceppo o ridurre
l’entità del diradamento, ma in
molti casi i risultati sarebbero in
contrasto con le norme che
limitano le rese in molti disciplinari. In alternativa, si potrebbe
peraltro ricorrere all’utilizzo di
tagli meccanici drastici sulle
parti medio-alte dei germogli in
fase di post-invaiatura, per eliminare le foglie più funzionali e
ridurre la sintesi dei carboidrati.
La cimatura tardiva potrebbe
quindi essere utile per contrastare andamenti troppo “accellerati” della maturazione.
Per i medesimi scopi potrebbe
essere applicata anche la defogliazione, eseguita meccanicamente dopo l’invaiatura e per
tutta l’altezza della chioma, dove
l’impiego di una macchina (la cui
azione è sempre parziale), comporterebbe una riduzione della
superficie fogliare assimilante.
marsi solo alle frequenti manifestazioni di propaganda delle giornate della degustazione, ma deve
anche approfondire sul piano
delle conoscenze tecniche, le
caratteristiche qualitative, che
legano la tipicità con il territorio.
Lo sviluppo di nuove tecnologie, utilizzabili per definire indicatori validi al riconoscimento
dell’origine geografica può essere un utile strumento non solo
per il riconoscimento del prodotto tipico, ma anche per
interventi validi per il miglioramento della qualità. E’ un
approccio scientifico che trova
l’ampia collaborazione del
mondo della ricerca.
Vittorio Marzi
Risultati promettenti per ridurre
il “disaccoppiamento” tra la
maturazione “zuccherina” e
quella “fenolica” sono infine prospettati dal possibile impiego di
trattamenti antitraspiranti alla
chioma, sempre in fase di postinvaiatura. Alcuni composti antitraspiranti di origine vegetale
facilmente biodegradabili, usati
in vivaio per ridurre la perdita di
acqua nelle fasi di trapianto,
sono infatti in grado di formare
temporaneamente uno strato
impermeabile sulle foglie, riducendo gli scambi gassosi tra gli
stomi e l’ambiente esterno e
abbassando i processi assimilativi e quelli di respirazione.
In sintesi, la sperimentazione si è
già mobilitata per cercare nuove
soluzioni ai problemi connessi ai
cambiamenti climatici. La validità
delle diverse ipotesi è ancora da
verificare, ma le premesse si
fondano su conoscenze fisiologiche consolidate e i risultati
acquisibili potrebbero essere
trasferiti alla tecnica in un periodo relativamente breve.
Cesare Intrieri
informazioni dai Georgofili
21 marzo 2009
5
Nelle piante
come negli animali
L
a membrana plasmatica è
una barriera biologica che
separa l’interno della cellula
dall’ambiente esterno ad essa.
Tutte le cellule, di qualunque
organismo vivente, sono dotate
di questa membrana selettiva,
che gioca un ruolo importantissimo nella regolazione del trasporto di materiale dentro e
fuori dalla cellula. Poiché la
membrana plasmatica è uno dei
primi punti di contatto per qualunque segnale proveniente dall’ambiente esterno, è ovvio che
essa rivesta un ruolo fondamentale nella percezione e
risposta ai diversi stress
ambientali. In effetti, se la membrana plasmatica non è perfettamente risigillata in seguito ad
un danneggiamento (magari
provocato da uno stress) si ha
la sicura morte della cellula.
Negli animali molte cellule, per
esempio quelle cardiache o dei
muscoli, a causa della loro alta
dinamicità, subiscono danneggiamenti frequenti della membrana, che devono essere pron-
tamente riparati. Se il danno è
piccolo, nell’ambito dei pochi
nanometri (milionesimi di millimetro), allora la riparazione è
semplice e veloce, ma se il
danno è nell’intervallo dei
micron (millesimi di millimetro)
allora è necessario che nuovi
pezzi di membrana, provenienti
dall’interno della cellula, siano
trasportati sul sito di rottura
per sigillarla. Gli addetti a questo traffico di membrane dall’interno all’esterno della cellula,
sono abitualmente gruppi di
proteine, fra le quali fondamentale è la famiglia delle sinaptotagmine. Queste proteine, come
suggerisce già il nome, svolgono
la loro mansione principalmente
a livello delle sinapsi animali.
Recentemente è stata pubblicata
sulla prestigiosa rivista di biologia
vegetale “Plant Cell” un articolo,
frutto della collaborazione fra
l’Università di Firenze e quelle di
Malaga e Bonn, in cui si descrive
l’attività di una di queste sinaptotagmine nelle cellule vegetali. I
risultati descritti dimostrano
come nei vegetali questa proteina svolga un ruolo analogo a
quello svolto negli animali e sia
fondamentale per la riparazione
di danni sulla membrana. Poiché
molti stress (sale, freddo, siccità,
ecc.) sono fatali alla pianta proprio perché distruggono la
membrana plasmatica, è prevedibile che in un prossimo futuro,
queste nuove conoscenze possano essere di valido aiuto nella
creazione di piante più resistenti.
Stefano Mancuso
Ozono
patogeno per le piante
“P
er il filosofo, il fisico, il
meteorologo e il chimico, forse non c’è soggetto più interessante dell’ozono”:
così si esprimeva Fox nel lontano 1873. A questi esperti da
qualche decennio possiamo
aggiungere “coloro che si occupano di piante”, in quanto questo
inquinante costituisce una vera
e propria minaccia mondiale per
la produzione di cibo, fibre tessili e legname, nonché per la conservazione delle comunità vegetali naturali, inclusa la loro biodiversità. Come noto, si tratta
della forma allotropica triatomica dell’ossigeno, dotata di grande potenziale ossidoriduttivo, in
virtù del quale attacca direttamente matrici animali e vegetali,
nonché materiali non biologici.
Ad esso vengono attribuiti ruoli
primari nei numerosi casi di
mortalità associati alle “ondate
di calore” che spesso affliggono
anche il nostro Paese in estate.
Perciò questo inquinante è da
tempo oggetto di interventi
normativi in sede sia nazionale
sia comunitaria.
Gli effetti fitotossici macroscopici consistono inizialmente in
una clorosi fogliare diffusa, di
non semplice individuazione in
quanto aspecifica; gli stadi suc-
6
informazioni dai Georgofili
21 marzo 2009
cessivi sono rappresentati da
una “bronzatura” o dalla comparsa di necrosi puntiformi o
localizzate; le zone interessate
sono limitate al tessuto a palizzata delle regioni internervali.
Occorre, comunque, considerare che il sintomo più diffuso
dovuto all’azione di questo
inquinante è l’induzione prematura della senescenza e che rilevanti interferenze con il metabolismo si realizzano in fase
subliminale.
L’importanza dell’ozono va
discussa anche in prospettiva: se
oggi il 10-35% delle produzioni
cerealicole mondiali si realizzano in aree in cui i livelli di inquinamento sono tali da ridurre di
almeno il 5-10% le rese (in termini meramente quantitativi),
nel 2025 si ritiene che l’estensione di tali zone sarà almeno
triplicata, se non verranno intraprese iniziative per abbattere le
emissioni di precursori, principalmente rappresentati da idrocarburi incombusti e ossidi di
azoto. In aggiunta ai ben dimostrati effetti negativi sulle produzioni vegetali in termini quantitativi, è indiscutibilmente
importante valutare anche gli
aspetti qualitativi.
Giacomo Lorenzini
Effetti dell’esposizione all’aria ambiente per quattro settimane dei cloni di trifoglio
bianco (Trifolium repens) NC-S (sensibile all’ozono) (a sinistra) e NC-R (resistente)
(a destra). Indagini standardizzate di questo tipo vengono condotte a livello europeo
da una decina di anni.
I
Premio “Donato Matassino”
Edizione 2008
l Premio “Donato Matassino”, destinato ad una tesi di
dottorato di ricerca in “Genetica applicata alla zootecnia”,
per il 2008 è stato assegnato a Mariasilvia D’Andrea per
la tesi “Analisi strutturale e funzionale di alcuni Geni
Candidati per la qualità della carne”, con la seguente motivazione: Il lavoro affronta lo studio di alcuni geni che influiscono sull’accrescimento e sulla lipogenesi del suino con metodologie avanzate. I risultati ottenuti aprono prospettive di applicazioni in campo zootecnico e sono di interesse anche per la comprensione dei meccanismi di lipogenesi.
Il Premio sarà consegnato nell’ambito della Cerimonia per
l’Inaugurazione del 256° Anno Accademico dei Georgofili.
Il punteruolo rosso
delle palme
I
l punteruolo rosso, Rhynchophorus ferrugineus (Olivier), è
un coleottero di origine asiatica che vive a spese di numerose specie di palme. Le prime
infestazioni su palma da datteri,
nella penisola Arabica, risalgono
alla metà degli anni ’80 e dopo
un decennio l’insetto ha raggiunto il bacino del Mediterraneo. In Spagna è stato segnalato nel 1993, ma solo a partire
dal 2004, le sue infestazioni si
sono rapidamente estese nelle
aree costiere di Italia, Francia,
Turchia, Malta, Grecia e
Portogallo, Paesi nei quali il punteruolo si è inizialmente insediato su Phoenix canariensis soprattutto adulte e di sesso maschile.
In Italia il curculionide è ormai
presente in Sicilia, Campania,
Lazio, Puglia, Marche, Abruzzo,
Calabria, Basilicata, Liguria e
Sardegna, favorito nella sua diffusione dal trasferimento di
palme infestate asintomatiche e
dalla mancata, o scorretta, eliminazione delle palme con sintomi conclamati d’infestazione.
Nelle aree a clima tropicale la
specie compie più generazioni
nel corso dell’anno ognuna delle
quali si completa in circa 3 mesi
e mezzo. La femmina vive circa 3
mesi e depone in media 200
uova nelle ferite delle palme. In
Italia l’insetto è attivo nel corso
dell’intero anno nei vari stadi bio-
logici; poco efficaci sono i fattori
biotici di mortalità in massima
parte rappresentati dalle infezioni di un fungo entomopatogeno
del genere Beauveria. Irrilevante
è il ruolo degli insetti entomofagi. L’acaro Centrouropoda almerodai Wisniewski et Hirschmann è
una specie foretica che è riuscita
a colonizzare stabilmente lo stesso habitat del suo ospite senza
arrecargli danni apparenti.
Attualmente per il controllo
delle infestazioni occorre fare
riferimento alle “Disposizioni
sulla lotta obbligatoria contro il
punteruolo rosso della palma
Rhynchophorus ferrugineus” della
GURI del 13 febbraio 2008 che
recepiscono le decisioni della
Commissione 2007/365/CE. In
considerazione del dilagare
delle infestazioni anche su altre
palme e della scarsa efficacia
degli insetticidi utilizzabili in
ambiente urbano per la lotta al
punteruolo, il Ministero della
Salute, nel febbraio 2008, ha
autorizzato, per motivi eccezionali fino al mese di ottobre, l’impiego di alcuni prodotti insetticidi. Attualmente l’uso di tali
prodotti, non è legale e pertanto molte amministrazioni pubbliche hanno sospeso i trattamenti fitosanitari, concedendo
una tregua al punteruolo. I trattamenti chimici curativi richiedono l’impiego di insetticidi siste-
Palme delle Canarie infestate da Rhynchophorus ferrugineus
mici e una diagnosi precoce dell’infestazione; trattamenti tardivi,
oltre ad essere inutili per risolvere l’attacco nella pianta infestata,
sono anche di scarsa efficacia in
quanto non raggiungono il bersaglio poiché gli stadi preimmaginali all’interno delle palme sfuggono all’azione letale degli insetticidi. Il metodo endoterapico
offre maggiori garanzie riguardo
alla deriva dei prodotti insetticidi,
tuttavia occorrono ulteriori sperimentazioni per la sua messa a
punto. In Sicilia, in forza del
Decreto regionale del 6 marzo
2007, l’Azienda Foreste Demaniali a partire dal luglio 2007, ha
provveduto all’abbattimento e
alla distruzione di circa 8.000
delle oltre 10.000 palme infestate segnalate dal Servizio Fitosanitario Regionale. Purtroppo nu-
merose sono le palme infestate
non segnalate dai privati che,
spesso, non eliminano le foglie e
gli stipiti infestati in maniera corretta. Una possibile soluzione
duratura ed ecocompatibile del
problema è ancora lontana e va
ricercata nella individuazione di
fattori di resistenza delle palme e
di vulnerabilità del punteruolo
rosso; a tale scopo è necessario
approfondire le conoscenze sulla
biologia e l’etologia nonché sui
fattori biotici e abiotici di contenimento della specie nei nostri
ambienti a clima mediterraneo
ben diverso da quello tropicale
delle aree d’origine. Tali aspetti
sono stati esaminati nel corso
dell’incontro organizzato dall’Accademia dei Georgofili a Palermo lo scorso 19 marzo.
Santi Longo
La percezione delle piante dei nutrienti minerali:
una strategia per incrementarne l’efficienza d’uso
L
e piante per accrescersi e differenziarsi devono approvvigionarsi di nutrienti minerali che
sono quasi totalmente ma non
esclusivamente prelevati dal suolo.
La disponibilità dei nutrienti minerali, specialmente per quelli che devono essere acquisiti in quantità elevate, potassio, azoto, fosforo e zolfo, è
scarsa e per la produzione agricola
essi vengono somministrati, come
fertilizzanti. Inoltre la loro disponibilità è disomogenea a causa della
naturale difformità dei suoli per
struttura e capacità di legare i
nutrienti.Per questo motivo la quantità di nutrienti forniti con le fertilizzazioni sono solo in parte assorbiti
dalle radici ed una quota consisten-
te dilavata con un elevato dispendio
economico e cosa ancor più grave
creando un degrado ambientale e
condizionando negativamente la
sostenibilità delle colture. Infine il
miglioramento genetico operato,
spesso non ha tenuto nel debito
conto la nutrizione minerale e in
questo periodo gli organismi selezionati hanno sviluppato grandi produttività ma con scarsa efficienza
d’uso dei nutrienti. Più recentemente l’efficienza d’uso dei nutrienti
costituisce un primario parametro di
selezione.Attualmente si sa che l’assorbimento dei nutrienti per poter
avvenire necessita di un elevato contributo di energia metabolica e di
entità biochimiche capaci di rendere
possibile questa funzione. Queste
entità non sono sempre presenti
nelle radici ma vengono espresse
solo quando sono effettivamente
necessarie per l’assorbimento, per
rispondere ad un generale criterio
dell’evoluzione essenzialmente mirato a favorire lo sviluppo nel suo
corso del risparmio delle risorse. La
presenza dei sistemi di trasporto è
quindi controllata da una fitta rete di
segnali. Primo fra tutti questi segnali
è la presenza dei nutrienti nella rizosfera, ma di grande importanza
sono anche i segnali metabolici all’interno della cellule di tutta la pianta
compresa la parte aerea, che permettono un “dialogo” tra i sistemi
preposti all’assorbimento ed il meta-
bolismo, evitando tra l’altro l’accumulo di molecole tossiche e realizzando uno sviluppo armonico in
relazione all’effettiva disponibilità dei
nutrienti; un ulteriore importante
fattore è il tempo intercorrente dalla
percezione dei segnali all’operatività
di questi sistemi. Il dialogo è affidato
a molecole segnale, alcune delle
quali sono conosciute, quali metaboliti, ormoni ed altre quali piccoli
frammenti di acidi nucleici sono di
recentissima individuazione. La conoscenza di questa rete di segnalazione è la nuova frontiera per la selezione di organismi capaci di migliorare l’efficienza d’uso dei nutrienti.
Maurizio Cocucci
informazioni dai Georgofili
21 marzo 2009
7
Resistenze derivate
dal patogeno
L
e biotecnologie possono
contribuire a rendere una
specie vegetale resistente
ad una malattia anche in assenza del carattere di resistenza nel
patrimonio genetico di quella
specie. Un recente lavoro, realizzato presso l’ENEA e pubblicato
su Nature Biotechnology, s’inserisce in quel gruppo di strategie
per l’ottenimento di piante resistenti a virus che va sotto il
nome di “resistenze derivate dal
patogeno” (PDR). Opportune
sequenze derivate dal patrimonio genetico di un virus sono in
grado di rendere la pianta resistente alla malattia provocata da
quello stesso virus.
La tecnologia PDR è stata usata
con successo, fin dal 1986, per
introdurre resistenza ad importanti virus vegetali. Tuttavia,
mentre le PDR si sono rivelate
estremamente efficaci nei confronti di virus con genoma ad
RNA, ad oggi non altrettanto
può dirsi nei confronti di quelli
con genoma a DNA come i
geminivirus, che causano ingenti
danni alla produzione agricola
mondiale (es. mais, manioca,
cotone, pomodoro).
Le cause della scarsa efficacia
delle PDR nei confronti dei
geminivirus non erano conosciute. I dati prodotti dall’ENEA
hanno permesso di identificare
quello che costituisce il tallone
di Achille delle PDR contro i
geminivirus, fornendo quindi il
presupposto indispensabile per
lo sviluppo di strategie volte a
superare tale ostacolo. In breve,
se il prodotto proteico derivato
dal patogeno non è in grado di
bloccare completamente la
replicazione virale, allora quest’ultima attiverà un meccanismo della pianta, il silenziamento dell’RNA, che porta alla
degradazione sequenza specifica delle molecole di RNA omologhe al genoma virale, senza
tuttavia bloccare in maniera efficace l’infezione; come conseguenza il silenziamento dell’RNA inattiverà il transgene di
origine virale provocando quindi la perdita della resistenza.
Parte dei dati riportati nel lavoro è oggetto di un brevetto
ENEA-CNR e riguarda lo sviluppo della tecnologia che consente di potenziare la resistenza
ai geminivirus ottenuta tramite
le PDR. In particolare, questa
nuova tecnologia si basa sull’espressione in pianta di un
prodotto proteico di origine
virale, che viene però codificato
non dal gene virale tal quale, ma
da un gene sintetizzato “ad
hoc”. Il gene sintetico è costruito introducendo nella sequenza
virale mutazioni silenti. In questo modo si ottiene una nuova
sequenza genica con capacità
codificante uguale a quella della
sequenza originaria, ma in grado
di “sfuggire” al silenziamento
genico indotto dall’infezione
virale.
L’aver compreso il punto debole delle PDR ai geminivirus ha
permesso, da un lato lo sviluppo di una nuova strategia molecolare per combattere questa
importante classe di patogeni e
dall’altro una maggiore consapevolezza sulle prospettive che
le PDR possono offrire a lungo
termine.
Luigi Rossi
Il contributo italiano al miglioramento quanti-qualitativo
della produzione di carne bovina in Cina
I
l 7 novembre 2008 presso il
nostro Ministero per gli Affari
Esteri è stato celebrato il 30°
anniversario del trattato di collaborazione scientifica e tecnologica fra Italia e Cina; alla seduta plenaria del Convegno era
presente per la Cina il Vice Ministro per la Scienza e la Tecnologia Cao Jianlin e per l’Italia
il Sottosegretario al M.A.E. On.
Craxi; a proposito delle ricerche nel settore agricolo è
intervenuto il Prof. Baozhong
Sun dell’Institute of Animal
Science (Chinese Academy for
Sciences)
di
Agricultural
Pechino, che ha parlato dell’introduzione della Razza Bovina
Piemontese in Cina, dei buoni
risultati ottenuti e dei programmi di ricerca in atto o proponibili nell’ambito degli accordi di
collaborazione tuttora vigenti
che coinvolgono il CNR, il
Dipar timento di
Scienze
Zootecniche dell’Università di
Torino, l’Assoc. Allev. Bov. R.
Piemontese e l’Institute of
Animal Science di Pechino.
L’inizio di tale collaborazione
risale al 1984; nel 1986 vennero
inviate circa duemila dosi di
seme da tori di razza
8
informazioni dai Georgofili
21 marzo 2009
Piemontese e Chianina al
Centro di F.A. di Nanyang
(Henan); dopo i buoni risultati
ottenuti dall’incrocio tra le
razze italiane e la Yellow cinese
venne scelta la Piemontese. Nel
1989 si procedette al trapianto
di embrioni e nel 1990 nacquero i primi tre soggetti di razza
Piemontese: un maschio e due
femmine che costituirono il
primo nucleo in purezza con la
conseguente produzione locale
di seme utilizzato per ottenere
meticci da destinare al macello,
ma anche soggetti di razza pura
e quindi embrioni per la creazione di centri di F.A. in molte
Province cinesi. Nel frattempo
dall’Italia vennero ancora inviati
embrioni e seme fino a quando
la comparsa sulla scena della
BSE ha bloccato ogni movimento di germoplasma e quindi gli
allevatori cinesi dovettero procedere autonomamente.
All’inizio del terzo millennio la
razza Piemontese è presente in
12 Province con circa 200 capi
di cui un centinaio di tori, ma
attualmente le Province interessate sono una ventina. Ogni
anno vengono destinati al
macello centinaia di migliaia di
capi ottenuti dall’incrocio con la
Torelli F4 nel cortile prospiciente la stalla in un allevamento di Xinye
razza locale; questi capi permettono una produzione superiore di almeno il 10% a quella
dei soggetti locali e la qualità
del prodotto è decisamente
migliore.
La situazione può essere considerata buona, ma è in evoluzione per due motivi: il primo
riguarda la tendenza in determinati comprensori a sostituire
la razza locale con la
Piemontese e quindi negli
incroci si procede oltre la F1; il
secondo concerne la necessità
di migliorare geneticamente la
Piemontese, privata per tanti
anni di germoplasma importato dall’Italia, e per questo
scopo è prevista la creazione di
un Centro Genetico con relativo Libro genealogico nella
Municipalità di Xinye (Henan).
A questo fine da parte italiana
è stata data ed è assicurata per
il futuro l’indispensabile assistenza scientifica e tecnica.
Attilio Bosticco
Trasmissione dei virus
delle piante
mediante insetti
A
lcune
caratteristiche
degli insetti, quali l’elevata densità delle popolazioni, la mobilità e la distribuzione capillare, li rendono idonei a diffondere in natura varie
entità biologiche, funzione di
utilità cruciale, ad esempio, per
l’impollinazione di molte specie
vegetali ma estremamente
dannosa per la diffusione di
agenti fitopatogeni. Mentre il
trasporto di funghi e batteri ha
luogo passivamente, in forma di
spore portate sulla superficie
del corpo, la trasmissione di
virus presume sempre l’esistenza di interazioni molecolari
complesse tra patogeno e
insetto vettore. Anche nella
forma apparentemente più
semplice di trasmissione, quella
non-persistente, l’adsorbimento
del virus agli stiletti boccali degli
afidi è mediato dalla proteina
del rivestimento virale (capside)
oppure da proteine non strutturali, codificate dal virus, che
agiscono come ‘ponte’ tra particella virale e recettori allocati
sulla cuticola dell’insetto. La
sostituzione di un solo aminoa-
cido nella catena proteica capsidica è sufficiente a sopprimere
la trasmissibilità del virus. Ben
più complessa è l’interazione
virus-vettore nel processo di
trasmissione circolativo: il virus
viene ingerito dall’insetto
durante l’alimentazione e, percorsa buona parte dell’apparato digerente, penetra nella parete dell’intestino medio o
posteriore per endocitosi. Attraversata la parete intestinale, ne
fuoriesce (esocitosi) e si diffonde nell’emolinfa che lo trasporta alle ghiandole salivari. Superata la membrana plasmatica
basale per endocitosi-esocitosi,
il virus penetra nelle ghiandole
accessorie, dalle quali viene poi
inoculato nelle piante con la
saliva secreta durante l’attività
trofica. La proteina virale pertanto, a differenza delle altre
ingerite, non viene degradata
nel corpo dell’insetto consentendo così la ‘sopravvivenza’ del
virus. Nel caso dei Luteovirus è
provato che le particelle virali
sfuggono la degradazione grazie
ad una proteina – omologa alla
proteina procariotica GroEL, o
La trasmissibilità
dei prioni
L
’Encefalopatia Spongiforme
Trasmissibile (TSE) secondo alcuni studiosi era causata da un virus di minime dimensioni (“virino”), secondo altri era semplicemente la modificazione strutturale di una proteina in una isoforma infettiva
proteinadenominata “prione” (p
ceus infectious only). Oggi si
tende a dimostrare che la trasformazione di un normale prione in una molecola molto simile, ma infettiva e capace di trasformare quelle vicine, può alterare la memoria a lungo termine anche nell’uomo. L’infettività
di tale molecola pone gravi problemi a tutto il comparto agroalimentare.
Come si ricorderà, nonostante la
presenza di TSE in capi animali e
nell’uomo sia stata rivelata qualche decennio fa, il clamore mediatico ha raggiunto i livelli più
elevati in occasione dell’insorgenza e diffusione della BSE (Encefalopatia Spongiforme Bovina)
in Gran Bretagna prima e poi in
Europa. Oggi, una nuova manifestazione e diffusione negli Stati
Uniti ed in Canada di malattie
spongiformi trasmissibili che colpiscono i cervidi selvatici (CWD,
Chronic Wasting Disease) è
fonte di preoccupazione per una
possibile propagazione anche in
Europa. Recentemente sono
stati isolati prioni anche in tessuti
cerebrali di delfini: la loro se-
Frutti di albicocco con aree necrotiche depresse, colpiti da cascola nelle fasi iniziali di sviluppo in seguito a infezione con il virus della vaiolatura delle drupacee
(PPV), o ‘Sharka’. In alto, frutto coetaneo da pianta sana.
simbionina – che è prodotta dal
batterio Gram-negativo Buchnera aphidicola, endosimbionte
degli afidi e interagisce con il
capside virale stabilizzandolo.
Il progredire delle conoscenze
sulle dinamiche molecolari pre-
poste alla trasmissione dei virus
mediante insetti potrebbe aprire
la via a mezzi di lotta innovativi,
più idonei a contenere le infezioni con rischi ridotti per l’ambiente e per la salute dell’uomo.
Maurizio Conti
quenza amminoacidica presenta
un discreto grado di omologia
con quella dei bovini.
L’aspetto più preoccupante
forse riguarda proprio il salto di
specie nella trasmissione dell’infettività che, nel caso della BSE,
è stata veicolata dal bovino
all’uomo attraverso la dieta.
Risultati di recenti studi internazionali, alcuni dei quali anche
nostri, inducono a ritenere che
le vie di trasmissione possano
essere anche diverse. Oggi le
pur limitate conoscenze disponibili portano a ritenere che il
suolo possa rappresentare un
veicolo di propagazione dell’infettività fra animali al pascolo.
Analogamente, le più plausibili
vie di apporto di prioni ai sedimenti possono essere riconducibili a meccanismi biochimici e
fisiologici indotti da squilibri
nutrizionali delle specie acquatiche; la relazione sedimentoprione ed il rischio ambientale
ad essa associato è ormai una
priorità di ricerca della comunità scientifica internazionale.
Il primo studio sistematico in tale
direzione risale al 2006. Leita e
coll. hanno dimostrato la tenacia
con cui la proteina prionica cellulare si può legare a suoli agricoli. Si è cercato di approfondire
le dinamiche della forte interazione che potrebbe essere all’origine della persistenza del prione nel suolo. Alcuni studi mostrano che l’adsorbimento dipende dalla loro carica superficiale. Oggi come prova d’infettività del materiale adsorbito sono
disponibili saggi in vitro.
La maggior parte degli studi
finora trascurano la componente organica, indispensabile per
capire l’effettiva dinamica di
interazione tra suolo e prione.
Ed è proprio in tale direzione
che si sta lavorando.
Paolo Sequi e Liviana Leita
informazioni dai Georgofili
21 marzo 2009
9
Artemisia, tè verde e foglie d’olivo:
antimalarici con azione sinergica
I
n Cina da più di 1500 anni le
foglie di Artemisia annua L.
sono state impiegate in semplici preparazioni di decotti per
le loro proprietà febbrifughe.
Soltanto agli inizi degli anni ’70
è stata provata la sua attività
anche nei casi di febbri malariche e successivamente è stato
identificato il principio attivo
responsabile dell’attività antimalarica: l’artemisinina. L’artemisinina si trova nelle parti aeree
della pianta, principalmente
nelle foglie e nelle infiorescenze,
con tracce negli steli e totale
assenza nel polline e nelle radici. La sua concentrazione è
molto bassa, tra 0,01 ed 0,8%
rispetto al peso secco della
droga. Nei nostri studi abbiamo
valutato l’attività antimalarica
anche di altri costituenti il fitocomplesso dell’Artemisia annua
L., in particolare dei flavonoidi
polimetossilati, dimostrando
che essi presentano un sinergismo di azione antimalarica.
Questa scoperta rende particolarmente interessante, specialmente per i Paesi in via di
sviluppo, la possibilità di impiegare con successo nella terapia
antimalarica l’estratto di Artemisia annua L. a prezzi molto bassi,
al posto del principio attivo
isolato notevolmente costoso.
Recentemente nell’ambito di un
nostro screening per valutare le
proprietà antimalariche di numerosi estratti di droghe vegetali di largo impiego, abbiamo
verificato che sia i decotti di tè
verde (Camellia sinensis L.) che
quelli di foglie di olivo (Olea
europaea L.) presentavano una
significativa seppur modesta
attività antimalarica. Nella medicina tradizionale mediterranea il
decotto di foglie d’olivo è
impiegato principalmente per la
sua attività antiipertensiva, ma
talvolta se ne riscontra l’uso
anche come febbrifugo. Del tè
verde, originario del continente
asiatico ed attualmente diffuso
in tutto il mondo, non era mai
stata riportata l’attività antimalarica mentre ne sono riconosciute numerose proprietà
soprattutto come antiossidante
nel migliorare in generale la
salute; recentemente è stata
ipotizzata una possibile attività
dei suoi principi attivi come
agenti anticancro. I costituenti
caratteristici, le gallocatechine
del tè e l’oleuropeina nel decotto di foglie di olivo sono stati
individuati come i probabili
responsabili dell’azione antima-
larica riscontrata. Molti interessanti sono i risultati ottenuti
valutando l’attività antiplasmodica (il plasmodio è il vettore
della malaria) di bassi dosaggi
di artemisinina, 1.25 nanomolare, molto al di sotto quindi
✎ Secondo il Servizio internazionale per l’acquisizione delle
biotecnologie agricole (Isaaa)
nel 2008 sono stati coltivati nel
mondo 125 milioni di ettari di
colture geneticamente modificate, 10,7% in più rispetto al
2007. (11 febbraio)
circa il 35% (a vantaggio dei
broccoli italiani) mentre cresce
la preoccupazione che gli agricoltori la stiano abbandonando.
Lo scrive l’autorevole “The
Times”. (9 febbraio)
secondo le statistiche di spedizione comunicate oggi dal
Comitato interprofessionale dei
vini di champagne (CIVC). (5
febbraio)
✎ Gli assessori regionali all’agricoltura di tutte le regioni italiane chiedono al ministro il
rispetto del titolo V della Costituzione che conferisce alle
regioni competenze esclusive in
materia di agricoltura. Lo hanno
fatto con un documento i cui
contenuti sono stati “accolti
dalla piena totalità dei rappresentanti regionali … Indipendentemente dalla appartenenza
politica”. (9 febbraio)
✎ La produzione di cavolfiore
in Gran Bretagna nel corso dell’ultimo decennio è diminuita di
10
informazioni dai Georgofili
21 marzo 2009
Artemisia annua L.
Accade nel mondo
✎ Secondo una statistica del
ministero dell’agricoltura nell’anno economico 2007-2008
in Germania le entrate delle
principali aziende agro-alimentari sono aumentate del 21,2%
(49,884 euro). (7 febbraio)
✎ Secondo quanto deciso in
una riunione del Consiglio di
Stato, la Cina ha portato il livello di allerta per l’emergenza siccità da arancione a rosso, il livello più alto, in risposta alla peggior siccità che ha colpito alcune zone del Paese negli ultimi
cinquanta anni. (5 febbraio)
✎ Le vendite di champagne
sono calate in volume del 4,8%
nel 2008 rispetto al 2007,
della concentrazione 40 nanomolare efficace nei confronti
del plasmodio, se associata a
tali estratti. In alcuni casi si
ottengono semplicemente degli effetti additivi, ma esistono
combinazioni par ticolari tra
artemisinina e gli estratti di foglie d’olivo e di tè verde o dei
loro costituenti caratteristici
che mostrano evidenti azioni
sinergiche.
Franco Francesco Vincieri
✎ Nella Striscia di Gaza “la
distruzione del settore agricolo
ha peggiorato la già grave situazione della produzione alimentare causata da 18 mesi di chiusura delle frontiere”. Lo rende
noto la Fao, denunciando la
mancanza di cibo a sufficienza
per gli abitanti della striscia. (30
gennaio)
✎ Una quantità sempre maggiore di cittadini tedeschi compra vino prodotto in Germania.
Secondo l’Istituto tedesco del
vino (DWI), nel 2008 un tedesco su due (49,4%) ha comprato vino prodotto nel Paese. (30
gennaio)
✎ Tom Vilsack è stato nominato ufficialmente segretario di
stato all’agricoltura americano.
(28 gennaio)
✎ Il ministro delle politiche agricole Luca Zaia ha consegnato
personalmente, al direttore generale della Fao Jacques Diouf, la
lettera di invito al primo vertice
dei ministri dell’agricoltura dei
Paesi G8. (28 gennaio)
✎ Il 65% di tutto ciò che la
Nuova Zelanda vende nel mondo proviene dal settore agricolo. Questo contributo è ascrivibile solo al 14% della popolazione della Nuova Zelanda. (18
gennaio)
✎ Il prezzo del riso potrebbe
aumentare nel 2009, per il
secondo anno di seguito, malgrado la crisi economica mondiale. Lo ha stimato l’istituto di
ricerca internazionale sul riso
(Irri) con sede nelle Filippine.
(12 gennaio)
Letizia Martirano
A
Arrigo Serpieri
rrigo Serpieri è nato a
Bologna il 15 giugno 1877.
Allievo di Vittorio Niccoli,
e da lui formato alla scuola di
Cuppari e di Ridolfi, si è laureato
nel 1900 col massimo dei voti e
la lode alla Scuola Superiore di
Agricoltura di Milano.
Nel 1906 è diventato Professore ordinario nell’Università
degli Studi di Perugia e l’anno
seguente è stato chiamato a
Milano, alla Cattedra di Economia e Estimo, in precedenza di
Vittorio Niccoli.
Nel 1911 il Ministro dell’Agricoltura Ranieri gli affidò l’incarico di preparare una nuova legislazione forestale e, l’anno
seguente, Francesco Saverio
Nitti, nuovo Ministro dell’Agricoltura, lo incaricò di organizzare l’Istituto Superiore forestale
di Firenze, che sostituì l’Istituto
di Vallombrosa.
Dal 1912 è stato Direttore
dell’Istituto superiore forestale di
Firenze e titolare della cattedra di
Economia e Estimo Forestale.
Incarichi che ha conservato fino al
1925, quando l’Istituto fu trasformato in Istituto superiore agrario
e forestale. Assunse allora la direzione dell’Istituto di Economia e
Politica agraria e la Cattedra di
Economia agraria, conservando
per incarico l’insegnamento della
Economia e estimo forestale.
Dopo la Guerra 1915-18 partecipò a Parigi alle trattative
internazionali per la determina-
zione dei danni di guerra; costituì con Meuccio Ruini e Luigi
Sturzo il Segretariato per la
Montagna che presiedette fino
al 1935.
Nel 1923 è stato per un anno
sottosegretario per l’agricoltura
nel Ministero dell’Economia
nazionale. Ha prodotto una
notevolissima attività legislativa.
Varò 15 provvedimenti, fra i
quali le prime “leggi Serpieri”, il
“Riordinamento e riforma della
legislazione in materia di boschi
e di territori montani” e i “Provvedimenti per le trasformazioni
fondiarie di pubblico interesse”.
Nel 1924 fu eletto al Parlamento. Presiedette la Commissione
agricoltura della Camera e il
Comitato Interministeriale per
le trasformazioni fondiarie.
Nel 1926 assunse la Presidenza
dell’Accademia dei Georgofili,
che conservò fino al 1944.
Impresse alla gloriosa Istituzione
un nuovo slancio, fino a renderla sede di analisi degli aspetti
più importanti e controversi
dell’agricoltura del Paese, nella
sua accezione di agricoltura,
foreste, allevamenti, territorio e
società rurale. In quella sede, fra
l’altro, presero forma concettuale e struttura normativa i principali provvedimenti di legge sulla
bonifica e la colonizzazione, la
revisione e l’aggiornamento dell’imposizione fiscale in agricoltura, la “carta della mezzadria” e le
linee di una adeguata legislazio-
Arrigo Serpieri in un bassorilievo realizzato nel 1965 da Antonio Berti per
l’Accademia dei Georgofili e collocato, con un’apposita Cerimonia il 3 aprile 1966,
nella Sala del Consiglio.
ne in materia di contratti agrari.
Nel 1929 gli fu conferito un
secondo sottosegretariato, con
l’incarico di organizzare e dirigere
la bonifica integrale del Paese. Ed
è così che, dopo 5 anni dalla legge
n. 753 del 1924, quando il Paese si
dibatteva in una crisi industriale
dagli ampi risvolti di disoccupazione e di urbanesimo, di inflazione e
di deflazione, il finanziamento di
una stagione di forti iniziative
dello Stato nel campo delle opere
pubbliche di bonifica contribuì ad
attenuare gli effetti complessivi di
una crisi altrove più devastante.
Un “new deal” ante litteram, percorso imitato dall’Amministrazione Roosevelt nel superamento
I Colleghi della Facoltà di Agraria di Firenze festeggiano il prof. Serpieri (al centro della foto) per il suo ottantesimo compleanno (1957).
Dal basso all’alto e da sinistra a destra: Generoso Patrone, Marino Gasparini, Angelo Camparini, Arrigo Serpieri, Antonio Biraghi, Mario
Tofani, Giovanni Vitali, Alessandro Morettini, Enzo Giorgi, Ernesto Alinari, Gino Florenzano, Renzo Giuliani, Roberto Corti, Pier Luigi
Pini, Gino Baldini,Vincenzo Bellucci e Sergio Orsi.
della grande crisi economica originata nel 1929 negli Stati Uniti
d’America.
Predispose un TU sulla bonifica
integrale destinato a essere
esemplare ben oltre la durata
della sua vita: il RD 13 febbraio
1933, n. 215, ancora ricordato
come “legge Serpieri” sulla
bonifica integrale.
È stato Presidente dell’Associazione nazionale dei consorzi di
bonifica, membro della Camera
delle Corporazioni, Presidente
della relativa Sezione agricoltura e Presidente della Commissione Censuaria Centrale.
Nel 1937 venne nominato Rettore dell’Università di Firenze e
nel 1939 Senatore. Sempre nel
1939 venne insignito del premio
dell’Accademia d’Italia per i suoi
studi e per l’opera profusa nella
bonifica integrale.
Nel 1947 è stato nominato
Professore emerito.
Nel 1954 gli fu conferita la medaglia d’oro di “distinzione georgofila” e, nel 1957, con decreto
del Presidente della Repubblica,
la medaglia d’oro dei benemeriti della Scuola, della Cultura e
dell’ Arte.
Nel 1958 si ammala gravemente; il 30 gennaio 1960 muore.
Notevole è stata la sua opera
di studioso, ricercatore e maestro nel campo delle discipline
economico agrarie, alle quali ha
conferito autonomia dottrinaria
e impianto metodologico insuperato.
Mario Dini
informazioni dai Georgofili
21 marzo 2009
11
A
Georgofili imprenditori oggi
gricoltori d’avanguardia, uomini illuminati e lungimiranti, fondarono la nostra Accademia più di 250 anni fa ed hanno
sempre rappresentato una componente essenziale nelle attività dei Georgofili. Seguendo il rapido evolversi del
complesso mondo che ruota intorno all’agricoltura, gli imprenditori del settore hanno continuato ad assumere ruoli
avanzati, aprendo strade ed orizzonti nuovi, sempre più incisivi, specialistici ed agguerriti nel confronto su mercati ormai
globali.
Questo nuovo strumento di informazione intende dedicare un suo spazio per evidenziare la figura e le benemerenze di
alcuni fra gli illustri Georgofili che sono oggi imprenditori d’avanguardia e guidano modelli evolutivi delle attività agricole
verso il futuro.
G
Gianni Zonin
ianni Zonin è nato il 15
gennaio del 1938 a
Gambellara (Vicenza) e
lo scorso anno ha festeggiato le
sue “nozze d’oro” con la vitivinicoltura. La madre avrebbe voluto che diventasse avvocato, ma
lo zio lo chiama in azienda e lo
fa con ragione dal momento
che in questa esperienza Gianni
Zonin riuscirà a sommare lo
spirito imprenditoriale ad una
non comune capacità di interpretare il potenziale di una regione, della sua terra e delle sue
vigne. Si diploma in Enologia
presso l’Istituto di Conegliano
Veneto e successivamente si
laurea in Giurisprudenza. Sin
dalla prima giovinezza partecipa
all’attività della famiglia, che da
sette generazioni si dedica alla
viticoltura, ed ha un forte legame con il territorio e un profondo rispetto per la natura e
l’ambiente. Attività che ha
costantemente perseguito sin
da quando, nel 1967 l’azienda
familiare si trasforma in “S.p.A.”,
ed egli ne assume la Presidenza,
a soli 29 anni. Oggi la famiglia
Zonin dispone di dieci grandi
tenute distribuite nelle sette
regioni vitivinicole di maggior
prestigio – Veneto, Friuli,
Piemonte, Lombardia, Toscana,
Sicilia e Puglia – per produrre
vini di qualità elevata e si estendono complessivamente su
oltre 3.500 ettari di terreno di
cui 1.800 coltivati a vigna. Altri
100 ettari su 500 di estensione,
si trovano negli Stati Uniti in
Virginia con la proprietà di
Barboursville Vineyards, dove
Gianni Zonin ha realizzato il
sogno di Thomas Jefferson,
terzo presidente degli USA, e
12
informazioni dai Georgofili
21 marzo 2009
del suo amico toscano Filippo
Mazzei di produrre vini di grande classe da varietà internazionali, facendo diventare la Virginia
un Wine Country a livello mondiale.
Il fattore vincente della Casa
Vinicola Zonin è la qualità nella
dimensione; il marchio Zonin,
infatti, intende “garantire una
ottima qualità di vini per un
numero importante di consumatori, perché un buon vino non
deve rimanere un privilegio per
pochi”. E la filosofia delle tenute
di famiglia è altrettanto vincente
perché è fondata sulla difesa
delle identità e del patrimonio
rurale, sul continuo progresso
qualitativo, sulla gestione moderna delle tecniche culturali frutto
della passione dei 32 enologi e
agronomi viticoli dell’azienda e
sulla coltivazione-valorizzazione
dei vitigni autoctoni dal Refosco
del peduncolo rosso al
Grignolino, dal Brachetto alla
Bonarda, dal Negroamaro alla
Barbera, dal Nero d’Avola
all’Insolia, per finire con gli
autentici toscani Vermentino e
Sangiovese .
Per il complesso delle sue attività e delle eccellenze conseguite,
Gianni Zonin nel 1989 è stato
insignito dal Presidente della
Repubblica Italiana dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro.
Numerosi sono i riconoscimenti e le cariche ricoperte a conferma del prestigio riconosciuto
in molti ambiti economici nel
nostro Paese. Nell’ambito bancario-assicurativo è Presidente
dal 1996 della Banca Popolare
di Vicenza, della società Nord
Est Merchant, Vice Presidente
Cattolica Assicurazioni, Consigliere dell’Associazione Bancaria Italiana. Sotto la sua guida la
Banca Popolare di Vicenza si è
sviluppata per dimensioni e per
struttura ed è diventata un
Gruppo bancario di respiro
nazionale, presente con banche
controllate nelle principali
macroregioni italiane, come la
Cariprato che opera in tutta la
Toscana. Nel settore industriale
è Membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione Italiana
Direttore responsabile
Paolo Nanni
Redazione
Accademia dei Georgofili
Logge Uffizi Corti
50122 Firenze
Tel.: 055212114, 055213360
Fax: 0552302754
[email protected]
www.georgofili.it
dell’Industria di Marca, “Centromarca”. Nell’ambito vitivinicolo è stato presidente della
Unione italiana Vini ed è membro e consigliere dell’ “Accademia Italiana della vite e del
vino”. Dal 1999 è Accademico
Corrispondente dei Georgofili
e da quest’anno è stato nominato Accademico Ordinario.
Stampa
F.&F. Parretti Grafiche
Firenze
Reg. Trib. Firenze n. 5562
del 21/3/2007
© Accademia dei Georgofili
ISSN 1974-269X (print)
Ogni responsabilità relativa ai
contenuti dei singoli scritti è
dei rispettivi autori.

Documenti analoghi