FPit 2012-7 Grun - Il superamento della crisi a

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FPit 2012-7 Grun - Il superamento della crisi a
FP.it 7/2012
IL SUPERAMENTO DELLA CRISI A META DELLA VITA
IN GIOVANNI TAULERO
P. Anselm Grün
INTRODUZIONE
L’uscita dal monastero di un certo numero di monaci che avevano superato i 40 anni fece una
profonda impressione nella nostra comunità. Nel ricercare le cause per cui veniva abbandonata la
vita monastica quasi sempre dopo oltre 20 anni di permanenza nel chiostro, ci trovammo dinnanzi al
fenomeno della cosiddetta “crisi della mezza età”. Uno sguardo alla bibliografia ci mostrò che la
crisi della mezza età non tocca soltanto numerosi sacerdoti e religiosi tra i 40 e i 50 anni,
sospingendoli in una crisi esistenziale che li può condurre fino a dare le dimissioni dal proprio
ministero. Al contrario, la svolta della vita rappresenta per la maggioranza delle persone un
problema che sconvolge abbastanza spesso tutta la loro vita precedente. Cambio di attività, uscita
dall’ambiente abituale, separazioni matrimoniali, esaurimenti nervosi, disturbi psicosomatici di
vario genere: sono i segni di una crisi non superata a metà della propria vita.
La nostra comunità prese lo spunto dall’uscita dei confratelli per dedicare una giornata di
riflessione teologica sui problemi legati alla mezza età e sul modo di poterli superare. Due relazioni
furono la base del dialogo comunitario e per lo scambio di esperienze nei gruppi: una sul pensiero
del mistico tedesco Giovanni Taulero (1300-1361) che presenta la crisi della mezza età come una
possibilità (una chance) di crescita spirituale; e l’altra sui problemi della mezza età così come Carl
Gustav Jung li ha descritti dal punto di vista psicologico. Il vivo interesse suscitato dalle idee di
Taulero e di Jung nei miei confratelli e in religiosi appartenenti ad altri Ordini mi spinge a rendere
accessibili queste riflessioni ad una cerchia più vasta, mediante la pubblicazione del presente
volumetto.
Nella crisi della mezza età non si tratta solamente di un nuovo adattamento della persona alle
mutate condizioni fisiche e psichiche; non si tratta neppure di trovare una soluzione al venir meno
delle forze corporali e spirituali e di mettere ordine a nuovi desideri e nostalgie che spesso
irrompono in questa svolta della vita. Si tratta piuttosto di una più profonda crisi esistenziale, in cui
viene posta la domanda sul senso globale del proprio essere: “Perché lavoro tanto? Perché rischio
l’esaurimento senza trovare tempo per me? Perché, come mai, a che scopo, per che cosa, per chi?”.
Queste domande affiorano sempre più spesso a metà della propria vita e mettono in
discussione la concezione di vita adottata fino a quel momento. La domanda di senso è già una
domanda religiosa. La mezza età è per sua natura una crisi di senso e quindi anche una crisi
religiosa. E nello stesso tempo racchiude in sé la possibilità di trovare un nuovo significato per la
propria vita.
La crisi della mezza età rimescola gli elementi della vita personale di ognuno, per discernerli
e ordinarli in modo nuovo. Dal punto di vista della fede, in questa crisi è all’opera Dio stesso. E lui
che mette in movimento il cuore umano, perché si apra verso il divino e si liberi da ogni falsa
illusione. La crisi come opera della grazia: questo aspetto appare poco nell’abbondante bibliografia
sulla mezza età. Eppure è un aspetto decisivo. Per il credente tale crisi non è qualcosa che gli capita
dall’esterno e per il cui superamento si deve ricorrere alla fede soltanto come sorgente di energia.
Nella crisi della mezza età è Dio stesso che agisce nei riguardi dell’uomo e perciò la crisi è nello
stesso tempo il luogo di un nuovo e più intenso incontro con Dio e di una nuova esperienza di lui. È
una tappa decisiva del nostro cammino di fede, un punto in cui si decide se utilizziamo Dio per
arricchire la nostra vita e per realizzare noi stessi, oppure se siamo pronti ad abbandonarci
fiduciosamente in Dio e a consegnare a lui la nostra vita.
Il superamento della crisi a metà della vita
2
IL PENSIERO DI GIOVANNI TAULERO
Nei suoi Sermoni Taulero parla abbastanza spesso dei 40 anni. Il quarantesimo anno di età segna
una svolta nella vita di una persona. Ogni sforzo spirituale dell’individuo porta frutto soltanto dopo i 40
anni e solo allora l’uomo può raggiungere la vera pace dell’anima. In un sermone Taulero prende come
simbolo dello sviluppo spirituale dell’uomo i 40 giorni tra la risurrezione e l’ascensione di Gesù al cielo
insieme con gli altri 10 giorni che portano alla Pentecoste. (…)
Gli anni della vita non sono senza significato per il cammino spirituale dell’uomo. Meta di tale
cammino è per Taulero giungere nel fondo della propria anima. Sul concetto di “fondo dell’anima” gli
studiosi hanno molto discusso. Non vogliamo entrare qui nel merito di tale disputa tra specialisti, ma
useremo questo concetto come immagine di ciò che è più intimo nell’uomo, il fondo in cui tutte le
forze dell’anima sono riunite, in cui l’uomo è interamente raccolto in se stesso e in cui Dio stesso
abita. Il fondo dell’anima non si può raggiungere con le sole proprie forze, né con gli esercizi ascetici
e neppure con il molto pregare. Non mediante il proprio agire, ma solo nell’abbandono si giunge a
contatto col proprio fondo più intimo.
Nella prima metà della vita, l’uomo è preoccupato per lo più del suo operare. Vorrebbe
raggiungere qualche risultato tangibile non solo nelle cose mondane, ma anche nell’ambito religioso.
Nel cammino che porta a Dio, si vorrebbero conseguire grandi progressi mediante esercizi spirituali.
In sé ciò è cosa buona, perché in tal modo la vita è orientata rettamente. Ma non si arriva al fondo
dell’anima grazie ai propri sforzi, ma solo quando si lascia che Dio agisca in noi. E Dio agisce in noi
mediante la vita, per mezzo delle esperienze che la vita porta con sé. Dio ci svuota mediante le
delusioni, mette in luce le nostre lacune mediante i nostri insuccessi, lavora su di noi mediante le
sofferenze che pretende da noi.
Queste esperienze di svuotamento diventano più frequenti nella mezza età. E allora accade che
ci lasciamo privare da Dio di ogni sforzo nostro spirituale, per farci condurre da lui attraverso il vuoto
e l’aridità del nostro cuore fino al fondo dell’anima, dove incontriamo non più le nostre immagini e
sensazioni, ma il vero Dio. A metà della nostra vita si tratta, secondo Taulero, di lasciarci svuotare e
spogliare da Dio, per essere da lui nuovamente rivestiti della sua grazia. La crisi è dunque il punto di
svolta decisivo, in cui si stabilisce se rimanere chiusi in se stessi o se si accetta di aprirsi a Dio e alla
sua grazia. Vogliamo descrivere la crisi e il suo superamento in sei fasi, così come le espone Taulero
nei suoi Sermoni.
1.
LA CRISI
In persone che hanno condotto per anni una vita religiosa, Taulero osserva che sopraggiunge
una crisi spirituale quando si trovano trai 40 e i 50 anni. Tutto quello che hanno praticato fino
allora, esercizi religiosi, meditazione, preghiera personale e comunitaria, ufficio divino, devozioni,
tutto diventa improvvisamente inutile. Non trovano più alcun piacere in questo, si sentono vuoti,
spompati, insoddisfatti. (…)
Il problema di questa situazione è che la persona non può più ricominciare con la sua abituale
prassi religiosa, ma non sa neppure che cosa è bene per lei. Ciò a cui è abituata le viene tolto, ma il
nuovo non è ancora giunto. E c’è il pericolo che, insieme alla prassi religiosa superata, getti via anche
la fede, dato che non trova nessuna strada per avvicinarsi a Dio. Sperimenta un fallimento di tutti gli
sforzi spirituali su cui finora si era fondata. Ora le viene tolto il sostegno delle forme esteriori. E
perciò si trova ovviamente sul punto di allontanarsi, delusa, da Dio.
Ma la crisi per Taulero è opera della grazia di Dio. È Dio stesso che conduce L’uomo nella
crisi, nell’angustia. E ha uno scopo in tutto ciò. Vorrebbe portare l’uomo verso la verità, farlo
giungere fino al fondo dell’anima. Taulero adopera qui l’immagine di Dio che sconvolge e mette
sottosopra la casa dell’uomo, per cercare la dracma, il fondo dell’anima. (…)
Tuttavia l’uomo spesso reagisce in modo sbagliato alla crisi in cui Dio lo ha condotto. Non
riconosce che Dio sta compiendo qualcosa in lui e che sarebbe giusto lasciarlo agire in se stesso.
Taulero descrive diversi modi di reagire alla crisi in modo sbagliato.
Anselm Grün
2.
3
LA FUGA
L’uomo può fuggire in tre modi davanti alla crisi.
Il primo modo di fuggire consiste nel rifiutarsi di guardare dentro di sé. Non accetta di
considerare l’inquietudine del suo cuore, mala trasferisce all’esterno, in quanto, pieno d’impazienza,
vorrebbe migliorare tutto negli altri, nelle strutture e nelle istituzioni. Se Dio pone l’uomo in uno stato
d’inquietudine, se mette sottosopra la sua casa, se con la luce della sua grazia
viene sull’uomo e comincia ad agitarlo, l’uomo dovrebbe aspettarlo là dov’è, e invece si
allontana dal fondo dell’anima, mette sottosopra il monastero e vuole andarsene a Treviri o Dio
sa dove e non accoglie la testimonianza (dello Spirito in lui) a causa del suo agire materiale, tutto
orientato fuori di se stesso. (177)
Poiché non vuole riformare se stesso, vuole riformare il monastero. Proietta la sua
insoddisfazione verso l’esterno e con le riforme esteriori ostruisce l’entrata al fondo della sua anima.
È così occupato con le trasformazioni e i miglioramenti esteriori che non si accorge nemmeno come il
suo intimo non tenga il passo con le riforme esterne. La lotta verso ciò che sta fuori lo sottrae al
compito di lottare con se stesso.
Un secondo genere di fuga consiste nell’attenersi alle pratiche religiose esteriori. Dunque ora
non si preoccupa degli altri, ma rimane in se stesso. Tuttavia si appoggia sulle forme esteriori. Fugge
dal confronto interiore e si butta sulle attività esterne. Invece di ascoltare nell’intimo la voce che lo
chiama a percorrere il “sentiero nascosto che conduce al di dentro”, vuol rimanere sulla “strada ampia
e spaziosa”, la strada comune.
Molte persone fanno proprio il contrario di ciò che dovrebbero fare; si disperdono
completamente in pratiche e attività esteriori e fanno proprio come uno che volesse andare a
Roma (verso Sud) e invece va verso l’Olanda (a Ovest): più va avanti, più va fuori strada. E
quando queste persone ritornano, sono così vecchie e con tanto mal-di testa che non riescono
a trovare la gioia dell’amore nelle loro opere e iniziative. (177)
Il terzo modo di fuggire la crisi è quello di trasportare all’esterno l’inquietudine interiore,
cercando continuamente nuove forme di vita. L’irrequietezza interna li spinge a sperimentare ora
questa ora quella pratica religiosa. (…)
Si aspettano nuovamente una soluzione della loro crisi interiore da situazioni esterne. Ma adesso
gettano via quelle sorpassate e ne cercano di nuove. Questa osservazione di Taulero può essere
confermata oggi dal comportamento di alcuni che vogliono sperimentare continuamente nuove forme di
meditazione. Si entusiasmano facilmente ora di questa, ora di quella tecnica spirituale. Ma non appena
scompare il primo entusiasmo, passano subito a quella seguente che è diventata nel frattempo il non plus
ultra. E poiché non perseverano in nessuna forma, non giungono mai a scoprire il fondo della loro
anima. Non si confrontano con la loro inquietudine, non la sopportano, non ascoltano la voce di Dio che
proprio attraverso il disagio che provano li vuole condurre a rientrare in se stessi. Invece di cambiare se
stessi interiormente, corrono dietro ai cambiamenti esteriori. (…)
La reazione della fuga è comprendibile. Pochissime persone infatti sono informate circa la
funzione positiva della crisi nell’età mediana della vita. La maggior parte delle persone si sente
insicura e reagisce come può, spesso in modo sconsiderato. A tale riguardo è importante conoscere il
carattere graduale della vita dello spirito. Ogni stadio ha la sua funzione. Il tempo della mezza età è
uno stadio decisivo nel cammino verso Dio e per la propria autorealizzazione, uno stadio doloroso che
molti quindi non vogliono accettare e al cui approssimarsi reagiscono col meccanismo di difesa della
fuga. L’attività senza posa che è caratteristica di molte persone in questa età è spesso una fuga
inconscia davanti alla crisi interiore. (…) Perciò c’è bisogno di maestri spiritualmente esperti, che
aiutino coloro che devono affrontare tale crisi e li possano accompagnare attraverso la prova fino alla
loro maturità umana e spirituale.
Il superamento della crisi a metà della vita
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3.
IL TIRARSI INDIETRO
Un’altra forma di reagire alla crisi della mezza età è quella di star fermo, di tirarsi indietro di
fronte all’esigenza di compiere il passo successivo necessario per la crescita: ci si aggrappa alla forma di
vita adottata fino a quel momento. Sul piano psicologico ciò si esprime col trincerarsi dietro ai principi;
ci si difende con le norme della legge per nascondere la propria ansia interiore. Nell’ambito religioso il
tirarsi indietro si manifesta nella rigidità con cui si compiono le pratiche devozionali prescritte. Si
osservano fedelmente i propri doveri religiosi, si va regolarmente a messa la domenica e si recitano le
preghiere quotidiane. Gli obblighi religiosi vengono adempiuti con pignoleria. Ma interiormente non si
fanno progressi; al contrario si diventa duri, senza amore, si impreca contro gli altri, si condanna la loro
rilassatezza religiosa o morale, ci si ritiene cristiani esemplari che hanno il compito di mostrare agli altri
come ci si comporta cristianamente. Pur con tutto il loro zelo, si ha tuttavia l’impressione che queste
persone non irradino nulla dell’amore e della bontà di Cristo. Da esse non traspare neppure alcun
entusiasmo. Sono individui gretti, privi di gioia, duri nel giudizio, pieni di sé.
Aggrappandosi ai propri principi religiosi e alla pratica devozionale, si tenta di passar sopra
alla crisi interiore e di nascondere l’ansia che questa crisi scatena nell’individuo. In definitiva
l’ansia che Dio mi strappi di mano le immagini auto-costruite di lui e di me stesso, e mi possa
scuotere in modo tale da far crollare l’edificio della vita che mi sono innalzato. Taulero si rivolge di
continuo contro il rigido attenersi a principi e forme esteriori.
Con i suoi Sermoni vuole svelare le rigidità del cuore che spesso s’incontrano proprio nelle
persone devote. I principi cui si vuole rimanere attaccati in modo così ostinato e ansioso sono
chiamati idoli da Taulero. Ed egli pensa che molte persone siedono sopra i loro idoli, come un
tempo fece Rachele. Rimangono attaccate ai loro idoli per evitare l’incontro con il vero Dio. (…)
Tali persone respingono tutto quello che Dio rivolge loro e che potrebbe metterle in discussione. Si
tengono salde nelle loro pratiche religiose e le frappongono tra se stesse e Dio.
La loro sicurezza, le loro convinzioni religiose sono più importanti di un incontro personale con
Dio. Non vogliono che Dio si avvicini, perché potrebbe diventare pericoloso per loro. Dio potrebbe
infatti rivelare com’è la loro vera situazione, quali sono i veri motivi della loro pratica religiosa.
Potrebbe capitare che Dio smascheri il loro agire religioso in quanto autoassicurazione, che ponga
davanti ai loro occhi le intenzioni false e i desideri sleali, cioè i tentativi di reprimere la propria paura.
Perciò queste persone si trincerano dietro il proprio agire devoto, invece di esser devote. Compiono
azioni devote per non dover apprendere da Dio che in realtà non sono persone pie, ma che nel proprio
agire religioso cercano solo se stesse, ossia la propria sicurezza, la propria autogiustificazione, la propria
ricchezza spirituale. Si irrigidiscono nei loro pii esercizi, senza accorgersi che questi non le fanno
diventare automaticamente persone pie. Si fissano su ciò che ritengono essere bene, ma restano
insensibili alla diretta chiamata di Dio, che le vorrebbe portare alla verità. (…)
Con l’agire esterno, con le pratiche devote e con l’attivismo religioso si vuole nascondere che non
si ha alcun rapporto con il fondo di se stessi e che in definitiva anche Dio è un estraneo. Si pensa di
possedere Dio, se si compiono determinate pratiche religiose. Si vorrebbe rinchiudere Dio dentro la
propria prassi religiosa. Il motivo di questo comportamento è la paura di fronte al Dio vivo. Poiché si ha
paura che Dio possa distruggere gli edifici delle proprie sicurezze e autogiustificazioni e di trovarsi
allora nudi e indifesi davanti al vero Dio, per questo si tenta di erigere mediante una condotta
impeccabile un muro di protezione che neppure Dio possa penetrare. Il fedele adempimento dei doveri
non sgorga allora da un cuore amoroso, che è stato incontrato e toccato da Dio, ma deriva dall’ansioso
aggrapparsi a se stessi. Ci si giustifica mediante le proprie opere, per paura di affidarsi al giudizio di
Dio, di lasciarsi cadere con fiducia nelle braccia amorose di Dio. Chiudendosi in se stessi, si rifiuta la
fede che spingerebbe invece a consegnarsi a Dio senza riserve.
Taulero non consiglia di smettere le pratiche spirituali. Al contrario: le forme esteriori della
pietà sono buone, poiché hanno come meta l’uomo interiore e sono di aiuto per diventare liberi
dalle dipendenze terrene. (…) Ma chi, dopo i 40 anni, dipende troppo dalle sue pratiche e le ritiene più
importanti del contatto con il fondo della sua anima, diventa un cisterna disseccata. Si disperde
nell’agire esterno senza percepire l’urgenza di Dio che vuole penetrare nel suo intimo.
Anselm Grün
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5
LA CONOSCENZA DI SE STESSI
La crisi della mezza età ci mette davanti alla necessità della conoscenza di noi stessi, che
costituisce ugualmente un aiuto per superare la crisi stessa. Se la grazia di Dio entra in contatto con
noi e sconvolge il nostro modo di pensare e di vivere, è proprio allora che ci viene offerta la
possibilità di conoscere noi stessi, non solo esteriormente ma nel profondo della nostra anima, dove
si trova nascosta la nostra realtà. La via per la conoscenza di se stessi è per Taulero il ritornare
dentro di sé, per tendere al fondo della propria anima. Tuttavia le persone rinunciano volentieri a
questa esplorazione, dato che in un primo momento la conoscenza di se stessi è dolorosa, perché si
scoprono spietatamente l’oscurità e la cattiveria, la viltà e la falsità che giacciono nascoste dentro di
noi. Taulero tratteggia con immagini drastiche la situazione di tali persone che rifuggono dal voler
conoscere se stesse:
Figli miei, da dove pensate che venga la causa per cui uno non riesce a giungere nel fondo
della sua anima? La causa è questa: gli è cresciuta una pelle dura e mostruosa, più spessa di
quella di un bue, e gli ha coperto la sua interiorità in modo tale che né Dio né lui stesso
possono entrarvi, perché è sigillata. Sapete, ci sono persone che possono avere 30 o 40 pelli,
spesse, ruvide e nere come quella degli orsi. (189)
Facciamo continuamente l’esperienza che non è possibile avvicinarsi ad alcune persone. Si può
avvertirle di qualche errore, ma non ascoltano. Con tutta la più buona volontà si può attirare la loro
attenzione su comportamenti che le rendono scostanti, ma invano. Non hanno alcuna percezione della
loro reale situazione. E Taulero con l’immagine della pelle di bue intende far capire che tali persone
sono così poco in contatto con la loro realtà che perfino Dio non riesce a penetrare una pelle così
indurita. La loro interiorità è occultata, non è possibile mettervi piede né a Dio né a loro stessi.
Tali persone non imparano nulla neppure dalle esperienze di vita, sia positive che negative,
che Dio manda loro. Sono diventate rigide. Interpretano tutti gli avvenimenti come una conferma
delle proprie idee. Hanno uno sguardo acuto per le debolezze degli altri, ma sono cieche per le
proprie. La psicologia chiama questa cecità col nome di “proiezione”. Poiché proietto sugli altri le
mie debolezze, non riesco più a riconoscerle in me, sono cieco rispetto alla mia situazione. Ciò si
manifesta poi nell’imprecare contro gli altri, nei pregiudizi e nelle critiche. (…)
La conoscenza di noi stessi ci è per lo più sgradita. Ci toglie ogni maschera dal volto e mette allo
scoperto quello che c’è dentro di noi. È ben comprensibile quindi che molti cerchino piuttosto di evitare
tale impietosa conoscenza di sé. Nella crisi della mezza età Dio interviene allora personalmente e
conduce l’uomo alla conoscenza di se stesso. Per Taulero, un segno che lo Spirito Santo opera
nell’uomo è quando questi comincia a conoscere se stesso. Sotto l’influsso dello Spirito Santo l’uomo si
trova sempre più nelle angustie e viene scosso nel suo intimo. E lo Spirito Santo mette allo scoperto ciò
che in lui non è autentico. (…) Appena giunge al fondo della propria anima, l’uomo va incontro a
cattive sorprese: Ahimè! Che cosa s’incontra quando si arriva al fondo! Quello che prima sembrava
una grande santità, si rivela essere un falso fondamento. (191)
Noi pensiamo che le persone si debbano proteggere dagli sconvolgimenti della mezza età. Al
contrario Taulero vede in ciò l’opera dello Spirito santo. Dobbiamo lasciarci scuotere dallo Spirito di
Dio, per poter penetrare nel fondo di noi stessi, per giungere al nostro vero essere. Dobbiamo lasciare
tranquillamente che cada sopra di noi la torre del nostro autocompiacimento e della nostra
autogiustificazione, e affidarci completamente all’opera che Dio compie in noi in queste traversie:
Mio caro, discendi, discendi nel fondo, nel tuo niente e lascia cadere su di te la torre (detta cattedrale di autocompiacimento e autogiustificazione) con tutti i suoi piani! Lascia che vengano su
di te tutti i diavoli che sono nell’inferno. Cielo e terra con tutte le creature: tutto ti servirà
meravigliosamente. Solo discendi nel fondo: sarà questa per te la cosa migliore di tutte. (193)
È una parola coraggiosa quella che Taulero pronuncia. Uno deve lasciare che vengano su di
lui anche i diavoli dell’inferno, nella fiducia che Dio lo conduce in mezzo a queste traversie.
La conoscenza di se stessi viene provocata dallo Spirito Santo. Ma anche l’uomo deve dare il suo
contributo. (…) Il metodo che Taulero qui raccomanda è quello dell’immaginare che oggi viene
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utilizzato dalla psicologia come tecnica per l’autoconoscenza: si lasciano emergere immagini dalla
fantasia, dal fondo di se stessi, dall’inconscio e le si osserva. Spesso si possono scoprire così le vere
radici e i fondamenti del nostro pensare e del nostro agire. Con l’aiuto di questa tecnica, come ci invita
Taulero, dobbiamo interrogarci continuamente su quali siano gli ultimi motivi del nostro agire, se cioè
mettiamo al centro noi stessi o Dio. Dobbiamo esaminarci se siamo attaccati alle cose esteriori, al nostro
successo, ai ruoli che ricopriamo, al nostro ufficio o professione, alle nostre proprietà, alle forme della
nostra devozione, alla fama come buoni cristiani. Dobbiamo riconoscere quali sono i nostri idoli. E
appena li abbiamo riconosciuti, dobbiamo cercare di liberarcene. È necessario abbandonare tutte le cose,
cui siamo attaccati, per abbandonarci unicamente alla volontà di Dio.
Anche Carlo Carretto ha fatto questa esperienza, cioè di come Dio a metà della vita conduce
l’uomo ad una dolorosa conoscenza di se stesso. Nel suo libro Lettere dal deserto così scrive:
Credevamo sotto la spinta del sentimento di essere generosi; e ci scopriamo egoisti. Pensiamo,
sotto la falsa luce dell’estetismo religioso, di saper pregare; e ci accorgiamo che non sappiamo
più dire “Padre”. Ci eravamo convinti di essere umili, servizievoli, ubbidienti; e constatiamo che
l’orgoglio ha invaso tutto il nostro essere, fino alle radici più profonde. Preghiera, rapporti
umani, attività, apostolato: tutto è inquinato. È l’ora della resa dei conti; e questi sono molto
magri [...]. Normalmente ciò capita sui quarant’anni: grande data liturgica della vita, data
biblica, data del demonio meridiano, data della seconda giovinezza, data seria dell’uomo [...].
È la data in cui Dio ha deciso di mettere con le spalle al muro l’uomo che gli è sfuggito fino
ad ora dietro la cortina fumogena del “mezzo si e mezzo no”.
Coi rovesci, la noia, il buio; e più sovente ancora, e più profondamente ancora, la visione o
l’esperienza del peccato. L’uomo scopre ciò che è: una povera cosa, un essere fragile, debole, un
insieme d’orgoglio e di meschinità, un incostante, un pigro, un illogico.
Non c’è limite a questa miseria dell’uomo; e Dio gliela lascia ingoiare tutta fino alla feccia
[...]. Ma non basta.
Nel profondo è riposta la colpa più decisiva, più vasta anche se nascosta, appena o forse mai
erompente in singole opere concrete [...]; colpa che consiste più in atteggiamenti generali che in
singole azioni, ma che per lo più determina la vera qualità del cuore umano; colpa che è
nascosta, anzi camuffata, perché noi a mala pena e spesso solo dopo lungo tempo possiamo
coglierla con lo sguardo, ma tuttavia abbastanza viva nella coscienza da poterci contaminare e
che pesa assai più di tutte le cose che noi abitualmente confessiamo.
Io intendo gli atteggiamenti che avvolgono la nostra vita intera come un’atmosfera, e che
sono presenti, per cosi dire, in ogni nostra azione e omissione; peccati di cui non possiamo
sbarazzarci, cose nascoste e generali: pigrizia e viltà, falsità e vanità, delle quali neppure la
nostra preghiera può essere interamente libera; che gravano profondamente su tutta la
nostra esistenza e la danneggiano. (…)
5.
LA SERENITÀ
Accanto alla conoscenza di se stessi Taulero indica anche un altro aiuto per il superamento
della crisi della mezza età: la serenità. Egli non intende con questo termine una serenità stoica e una
impassibilità che non si lascia scuotere da nessuna cosa, ma invece la capacità di distaccarsi da se
stessi. Per Taulero serenità è ciò che la Sacra Scrittura chiama rinnegare se stesso, la rinuncia della
propria volontà, per arrendersi alla volontà di Dio. Questo atteggiamento ha un aspetto dinamico e
significa un passo in avanti verso Dio.
L’uomo deve abbandonare molte cose, perché la sua situazione diventi buona. Deve abbandonare
il male, l’ostinazione, l’arbitrarietà. Ma anche cose buone in se stesse, che tuttavia ne bloccano il
progresso. Il bene infatti può essere nemico del meglio e impedire che l’uomo avanzi nel suo cammino
verso Dio. Taulero esprime tutto ciò con l’immagine della sposa che si spoglia dei suoi vecchi vestiti e
viene lavata “per essere rivestita dallo sposo con una veste nuova e ancor più magnifica” (198). Con il
termine “vecchi vestiti” Taulero non intende semplicemente gli abiti macchiati dal peccato, ma anche i
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“vestiti buoni, di cui ora la sposa si spoglia, perché sono vecchi” (198). Indica così le pratiche buone e le
virtù inferiori, che devono essere sostituite da pratiche migliori e da virtù più elevate.
Per ogni età ci sono forme specifiche in cui si esprime la religiosità individuale. Non si può
rimanere attaccati sconsideratamente ad una prassi che era buona nell’età giovanile. E se la prassi
precedente diventa insipida e infruttuosa nella crisi della mezza età, ciò non significa che fino a quel
momento si è andati dietro a forme false di pietà, ma che Dio in tal modo vuol dire a una persona che
ora deve cercare altre forme, che corrispondono al suo attuale stadio di sviluppo nella vita spirituale.
(…) Molte persone, a metà della loro vita, si trovano in una crisi religiosa proprio perché
trasferiscono anche nella sfera religiosa quella volontà di conquista con la quale hanno ottenuto il
successo nella vita professionale. Vogliono continuamente impadronirsi di (nuove) esperienze
religiose e nello stesso tempo accumulare ricchezza spirituale. L’aridità e la delusione nel pregare
sono un indice che devo rinunciare a questa continua ricerca di esperienze del divino, che devo
abbandonare la mia tendenza a possedere, per diventare invece del tutto semplice davanti a Dio.
Dovrebbe essere importante l’abbandonarsi totalmente in Dio, senza chiedergli sempre dei doni come
la quiete, la contentezza, la sicurezza, il godimento religioso.
La serenità include anche la disponibilità a soffrire. Serenità infatti non significa che uno
possiede la sua quiete e se la gode; al contrario si lascia da parte la propria quiete e si è disposti a
lasciarsi condurre da Dio in una situazione di disagio. (…)
Taulero afferma continuamente che l’uomo non deve cercare di porre fine alle sue angustie,
ma che deve saper aspettare. (…) Fidandosi della guida di Dio, l’uomo deve essere disposto a
cedere le redini della propria vita e a lasciarle nelle mani di Dio. Nella crisi della mezza età si tratta
di un cambio nella guida del proprio essere interiore. Non sono più io che ho la guida, ma Dio.
Nella crisi Dio è già all’opera e non devo essergli di impaccio, in modo che possa portare a
compimento la sua opera.
Taulero non si stanca di far comprendere ai suoi ascoltatori che è lo Spirito Santo che ha
provocato questa crisi e che sta agendo nell’uomo durante queste difficoltà. Il compito dell’uomo
consiste dunque nel non impedire l’azione dello Spirito. (…)
Taulero riesce a descrivere con immagini molto espressive le angustie mediante le quali lo
Spirito Santo vuole trasformare interiormente una persona e farla nascere nuovamente. Così parla,
ad esempio, commentando il passo di Matteo 10,16 circa l’astuzia del serpente:
Quando il serpente si accorge che la sua pelle comincia a invecchiare, a diventar rugosa e
marcia, cerca un posto dove ci siano due pietre vicine fra di loro, e là si infila strisciando in
quella strettoia, in modo che la vecchia pelle si distacca completamente e sotto spunta la pelli
nuova. Proprio così dovrebbe fare anche ‘uomo con la sua vecchia pelle, cioè con tutto
quello che gli proviene dalla natura, per quanto grande e buono sia: infatti sono certamente
abitudini antiquate e piene di errori; per questo viene fatto strisciare tra due pietre poste
vicine fra di loro. (215)
Per diventare più maturo, per raggiungere il fondo della propria anima, bisogna passare per la
strettoia di due pietre, non si può correr dietro continuamente a nuovi metodi di maturità umana e
spirituale. Sarebbe solo un modo di sfuggire alla prova. Bisogna avere una buona volta il coraggio di
attraversare la strettoia, anche se facendo così si perde la vecchia pelle, anche se si patiscono ferite e
scorticature. Le decisioni ci mettono alle strette. Ma senza il superamento di questi passaggi obbligati
non si diventa maturi, non si diventa nuovi. L’uomo esteriore deve essere raschiato via, perché l’uomo
interiore diventi nuovo, giorno per giorno (cf. 2Cor 4,16).
Se si prendono sul serio queste parole di Taulero e nella crisi della mezza età si vede all’opera
Dio stesso, allora la crisi perde il suo aspetto di minaccia e di pericolosità. Non si deve aver nessuna
paura di essa. Al contrario la si può vedere come una chance positiva di compiere un passo avanti con
se stessi e di avvicinarsi a Dio. Quello che ci è richiesto durante la crisi è solo la disponibilità a
lasciare che Dio agisca in noi. Abbastanza spesso l’agire di Dio è doloroso per noi. E importante
allora sopportare fino in fondo il dolore che Dio provoca in noi, accettare quello che egli ci manda,
senza crollare interiormente a causa di tutto ciò. Questo atteggiamento richiede molto da una persona
che prima era abituata ad avere tutto nelle sue mani. E perciò si corre anche il pericolo di voler
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riprendere la crisi nelle proprie mani, poiché si diventa attivi e si vuole dirigere il processo interiore di
cambiamento. Forse si riconosce la chance che viene offerta e si vuole sfruttarla, prendendo
l’iniziativa e gettando via le forme sorpassate di vita e di religiosità. Taulero mette in guardia dal voler
intervenire di propria iniziativa nell’agire di Dio. Non dobbiamo disturbare l’operare di Dio durante e
nel mezzo della prova; non dobbiamo abbandonare di nostro impulso la pratica religiosa seguita fino
allora, ma solo quando Dio ci spinge a questo. (…)
Si deve imparare anzitutto a fidarsi completamente dell’agire di Dio. Con troppa facilità si tende a
voler progettare da noi stessi la vita e la pratica religiosa. Si è diffidenti verso ogni passività per paura di
dover cedere ad un altro le redini della nostra vita. Fino al momento della crisi era bene decidere da noi
stessi sulla nostra vita e sulla sua forma. Si vorrebbe quindi continuare in questo modo. Ma se durante il
tempo della giovinezza è bene esercitarsi e proporsi dei compiti da realizzare, nell’età matura è
necessario saper “sopportare” l’azione di Dio in noi. Passo a passo bisogna abbandonarsi alla volontà di
Dio e confidare nella sua provvidenza. Ciò esige il dono del proprio cuore a Dio.
6.
LA NASCITA DI DIO
Le difficoltà e le prove che la crisi della mezza età porta con sé sono per Taulero soltanto le
doglie del parto mediante il quale Dio nasce nell’uomo. Nell’angustia di questa crisi Dio spinge gli
uomini a volgersi al fondo della propria anima, a riconoscere la propria impotenza e debolezza e ad
abbandonarsi totalmente allo Spirito Santo di Dio. Quando si abbandona tutto quello che può
impedire l’agire di Dio dentro se stessi, allora Dio può nascere nel fondo dell’anima. E la nascita di
Dio nell’uomo secondo Taulero è la meta del cammino spirituale. (…)
Bisogna dunque lasciare che soltanto Dio ci tolga il peso che ci opprime, nel momento in cui
accettiamo di “soffrire” Dio in noi, lasciandolo agire dentro di noi e donandoci a lui. Dio solo può
liberarci dal peso della prova.
Accada quello che accada, dall’esterno o dall’interno: lascia che tutto marcisca completamente e
non cercare alcuna consolazione: in tal modo Dio sicuramente ti libera, e perciò tieniti libero e
affidati tutto a lui. (217)
La condizione perché avvenga la nascita di Dio in noi è la conversione verso l’interno di noi
stessi. L’anima deve
stabilire nel suo intimo quiete e silenzio e chiudersi in se stessa, nascondersi e avvolgersi nello
spirito per sfuggire ai sensi e alle cose sensibili e preparare così dentro di sé un luogo di
silenzio e di riposo interiore (1). (…)
La crisi della mezza età ha dunque una meta. È una chance di raggiungere la propria autentica
umanità e di compiere un passo decisivo in avanti nella strada che conduce a Dio. Se teniamo conto
delle connessioni tra i momenti di prova e la nascita di Dio in noi, come Taulero ci ha indicato,
possiamo reagire diversamente ai primi segni di questa crisi.
Non perderemo la testa e non penseremo di dover sperimentare tutti i metodi psicologici
possibili, per cavarcela anche in questa difficoltà. Dobbiamo vedere piuttosto un compito spirituale
nell’atto di accettare la crisi e di ascoltare quello che Dio vuole dirci in tale modo. Non dobbiamo
proteggerci da questa crisi con i molteplici meccanismi di difesa che esistono; non dobbiamo
sfuggirla, ma con fiducia possiamo lasciare che Dio agisca in noi. Possiamo permettere che Dio metta
sottosopra la nostra casa e sconvolga nel nostro intimo l’ordine fittizio che avevamo. Invece di
lamentarci per la nostra crisi, dovremmo ringraziare Dio perché opera in noi, perché rompe la nostra
rigidità a favore del suo Spirito che desidera trasformare sempre di più il nostro cuore.
Anselm Grün, 40 anni. Età di crisi o tempo di grazia?,
Ed. Messaggero di Sant’Antonio – Padova 2004, pp. 11-39

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