Il porto di Rodi Garganico nel primo Ottocento

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Il porto di Rodi Garganico nel primo Ottocento
Bruno Vivoli
Il porto di Rodi Garganico nel primo Ottocento
Di Bruno Vivoli
1. Rodi e il suo territorio
“Esiste una meravigliosa terra, a brevissima distanza della più malinconica e desolata pianura d’Italia, dal Tavoliere piatto e uniforme [...] Ha il sorriso della terra di
Sorrento e pei declivii stormiscono gli aranceti bruni, dai numerosi globi di oro, scossi
perennemente dalla brezza balsamica [...] È una terra forte e leggiadra, è una delle gemme più fulgide del serto di bellezze italiche, forse la più bella dell’Adriatico”.1
“Un magico incanto emana da questo cielo, da questa terra, da questo mare
che intonano e spandono un’armonia di linee, di colori e d’effluvii inesprimibilmente
ricca e tenera e potente [...] Oh! qui il tempo non dev’essere misurato che dal prodigioso alternarsi dei colori del mare e dei giardini: ci pensa il sole, svariando con
adorabile arte le luci di questo divino scenario, a dirci, senza che un rammarico ci
vinca, l’ora che passa”.2
“Questo bel Paese, in che natura sempre giovane invita gli abitanti dei siti più
contristati, a passarvi in diporto, come a Mergellina, i bei giorni della Primavera e
dell’Autunno”.3
E ancora il frate Michelangelo Manicone, nel suo trattato La fisica appula,
cita i Rodiani come coloro che abitano in un paese dove i numi, prima di ritirarsi in
cielo, avevano avuto il loro soggiorno.
Questi sono soltanto alcuni dei commenti e delle riflessioni che scrittori e
giornalisti del passato hanno proposto su questa cittadina garganica. Rodi Garganico
è situata all’interno di un bellissimo paesaggio naturale fatto di oliveti con vaste
zone coltivate ad agrumi che, come vedremo, rappresentano i prodotti che più hanno caratterizzato il commercio e le esportazioni di questa zona del promontorio.
Il territorio di Rodi è collocato sul versante settentrionale del Gargano e si
estende su una superficie di ha 1328. Pianeggiante per il 5% e collinare per il 95%,
presenta un’altimetria compresa tra 0 e 395 mt s.l.m. Arroccata su un piccolo promontorio sui cui lati corrono distese di sabbia finissima, che costituiscono le mari-
1
Ernesto SERAO, in «Il mattino», 23-24 novembre 1912, ora in Michelantonio FINI, Appunti di storia e folklore
rodiano con un’appendice, Lucera, Tip. S. Scepi, 1915, p. 15.
2
Nicola SERENA, in «La tribuna», 3 aprile 1913, ora in M. FINI, Appunti di storia e folklore…, cit., p. 17.
3
Bartolomeo BACULO, Il Cholera morbus in Rodi, Foggia, Tip. P. Russo, 1836, p. 8.
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ne rodiane, Rodi si protende in mare con leggera sporgenza contornata dagli scogli
di Cucchiara. L’ambiente litoraneo è caratterizzato da una costa alta e rocciosa di
tipo calcareo ricoperta da vegetazione mediterranea, e da una costa bassa frequentata da gabbiani.
In passato alcuni ritenevano che l’aria di Rodi fosse insalubre, a causa della
vicinanza del lago di Varano. “Ma è questo un errore, giacchè il suolo che è frapposto
fra Rodi ed il lago, essendo ondulato da collinette, l’aria pestifera di esso non può
giungere fino a noi; e ciò viene confermato dalla florida salute dei nostri abitanti”.4
Inoltre Manicone sempre nel suo trattato ricorda come “in questa piccola ed amena
Città litorale non vi hanno cagioni naturali del mefitismo [...] dunque tutto qui
concorre a render balsamica l’aria. Egli è ben vero, che in questa Città vi soffiano i
venti meridionali. Ma primieramente, essendo ella in que’ punti dell’orizzonte da
alti colli circondata, i divisati venti non vi acquistan lena al pari delle alture. E secondariamente, scorrendo essi sopra monti, e colli alberati, sono qui secchi, elastici,
e salubri”. Prosegue ancora il frate: “Rodiani, miei Amici, è vero; voi avete un lido
incantatore; voi avete colli sempre verdeggianti, e casini biancheggianti, che il verde
interrompono. Sì, se un Poeta vedesse i vostri giardini di agrumi, e udisse gli evòe
della vostra vendemmia, evòe che le valli, e i poggi ripetono, egli non potrebbe
astenersi di parlarne in versi”.5 Anche Bartolomeo Baculo, membro della commissione centrale di sanità di Capitanata, parlando dell’atmosfera di questa zona dice
che “è la più pura e profumata da graditi olezzi”.6
2. La produzione principale: l’agrumicoltura
Nel Gargano gli agrumi, oltre a svolgere un’importante funzione economica
e commerciale, contribuiscono a rendere pittoresche molte zone del promontorio.
Ed è proprio su questa coltura che si concentrerà maggiormente la nostra attenzione, visto che gli agrumi costituivano, in termini quantitativi, il principale tra i prodotti esportati dal porto di Rodi nel periodo da noi preso in esame. Quasi tutte le
piante fruttifere possono trovare ambiente favorevole sul Gargano e lo dimostra la
presenza del selvatico di esse, che cresce spontaneo nei terreni incolti e nei punti
prediletti. Le piante fruttifere che hanno certamente maggiore importanza sul
Gargano sono: l’olivo, la vite, il mandorlo e gli agrumi.7
Per la coltivazione degli agrumi sono assai adatte le insenature e le gole montane non lontane dal mare e ben riparate dai venti. Inoltre, per coltivare gli agrumi
occorre acqua d’irrigazione; infatti la coltura “seccagna” di queste piante fruttifere
4
Michelangelo DE GRAZIA, Memorie storiche di Rodi Garganico con alcune notizie sul Gargano, S.Severo, Tip. V.
De Girolamo,1899, p. 84.
5
Michelangelo MANICONE, La fisica appula del P. F. Michelangelo Manicone, Napoli, 1807, t. III, p. 23.
6
B. BACULO, Il Cholera morbus in Rodi…, cit., p. 7.
7
Mario BIAGIOTTI, Uno sguardo all’agricoltura garganica, Foggia, Tip. Cappetta, 1955, p. 14.
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non dà buoni risultati. Le specie più coltivate nella regione garganica sono l’arancia
Citrus aurantium e il limone Citrus medica. Essi costituivano una preziosa industria soprattutto nei tenimenti di Vico, Ischitella e Rodi. La particolare collocazione, sia di latitudine che di altitudine, la presenza del vicino mare Adriatico, la buona
predisposizione delle terre, l’abbondanza di acqua per l’irrigazione, contribuiscono alla ferace produzione di queste piante. Insomma, le particolari condizioni fisico-topografiche dei siti sopraindicati hanno fatto sì che la maggior parte dell’agrumeto fosse impiantato proprio in queste contrade.
La coltivazione dell’agrume comportava molteplici utilizzi e quindi diversi
esiti commerciali: i fiori secchi degli agrumi venivano canditi e distillati; il frutto si
mangiava; l’acido dei limoni estratto era utile alla medicina e alla tintoria; i tronchi
degli alberi adulti costituivano il materiale per i lavori d’intarsiamento.
La stima razionale di un agrumeto veniva effettuata tenendo conto di tutti gli
elementi che concorrono alla produttività del fondo, e cioè: terra, lavoro, capitale.8
Il reddito medio-normale annuo del podere si determinava desumendolo dal prodotto del suolo servendosi delle teorie agronomiche, delle cognizioni agricole e
soprattutto della molta pratica ed esperienza. Il prodotto raccolto si vendeva frequentemente con regolari contratti stipulati con diverse Società. Questi contratti
assicuravano il proprietario dal danno del gelo, che poteva verificarsi alle piante da
dicembre a febbraio, dal momento che, per convenzione, questi danni andavano a
carico delle Società compratrici che, tra l’altro, sostenevano anche le spese per
l’imballatura e il trasporto.
In siti come Rodi, Vico ed Ischitella gli agrumeti erano tutti condotti ad economia, e raramente si stipulavano contratti di locazione col pagamento di uno
“staglio” sia in denaro che in derrate. Volendo riportare qualche cifra si è calcolato
che, in generale, un agrume in ottime condizioni di vegetazione e di tecnica colturale
può dare in media da 550 a 600 frutti all’anno dal 5° al 90° anno, e quindi da 220 a
240 mila frutti per ha.
Per quanto riguarda i limoni, invece, una produzione ottima è quella che va
dai 280 ai 300 mila limoni per ha.9 Come già detto questi valori si riferiscono ad una
produzione fatta in condizioni ottimali, valori che variano a seconda delle congiunture, come ad esempio periodi di avverse condizioni atmosferiche o particolari
situazioni economiche. Infatti i prezzi straordinari che gli agrumi avevano acquisito sul mercato spinsero molti proprietari, in diversi periodi dell’Ottocento, ad abbattere tutto per impiantare l’agrumeto, anche in condizioni non favorevoli a questo tipo di coltura. Vi furono annate, come il 1847, in cui la rendita netta superò il
valore della proprietà del fondo. Straordinaria fu anche la produzione del 1856 e
tale che nessuno se ne ricordò un’altra simile.10
8
Pasquale DE NITTIS, Descrizione e stima degli agrumeti del Gargano, Foggia, Tip. Cardone, 1886, p. 16.
Giuseppe NARDINI, L’agricoltura e gli agricoltori del Gargano, Napoli, Tip. Del Giudice, 1914, p. 100.
10
Giuseppe DE LEONARDIS, Monografia del promontorio del Gargano per Giuseppe De Leonardis, Napoli, Tip.
Pansini, 1858, p. 241.
9
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3. Le esportazioni dal porto di Rodi
La marina mercantile ha sempre costituito per la cittadina di Rodi un fattore
importante sia da un punto di vista economico che sociale. Infatti i Rodiani, non
potendo dedicarsi molto all’agricoltura per via dell’estensione limitata del loro territorio, erano da sempre avvezzi al commercio marittimo che costituiva il loro principale mezzo di sussistenza. Questo ci fa comprendere come il porto di Rodi e le
vicende ad esso connesse abbiano sempre svolto un ruolo importante nella vita di
questa popolazione. Significativa è la breve ma efficace descrizione che Giuseppe
Maria Galanti proponeva nel 1791, nella sua relazione intorno allo stato della
Capitanata pubblicata in appendice al secondo volume della Descrizione geografica
e politica della Sicilia, circa l’economia rodiana: “[...] Rodi tiene otto trabaccoli e
dodici mezze barche o sieno pinchi da viaggio, che trafficano pe’ medesimi luoghi
come quelli di Vico, e spesso fanno il viaggio per Trapani a caricar sale. I marinai di
Rodi sono più attivi di quelli di Vico. Raccolgono la manna e l’olio di Viesti e di
Monte S. Angelo, gli agrumi e l’olio di Ischitella e di Peschici, gran copia di cerchi
da botti e legne de’ vicini boschi, e li trasportano fuori stato. Riportano lino, panni,
tele, acquavite, cappelli, tabacco, ferro, acciaio, lavori di seta. Ma il generale del
paese è misero per difetto di agricoltura e di pastorizia, e vive di contrabbando”.11
Da una lettera datata 3 gennaio 1828, inviata dall’allora sindaco di Rodi Michele Saja all’Intendente della Provincia di Capitanata, si ricava un quadro abbastanza significativo degli addetti al commercio marittimo di Rodi, nonché dei legni
appartenenti al comune medesimo in quell’anno. Per cui si evince che 32 erano i
padroni dei legni, 166 i marinai, 34 gli “alunni”, 14 i “legni”. Due sembrano essere
le tipologie di imbarcazione più diffuse: il “pielago” e la “paranza”, il cui tonnellaggio andava da un minimo di 13 ad un massimo di 55 tonn. Le denominazioni più
frequenti di queste imbarcazioni erano: “S. Antonio”, “Il Glorioso”, ma soprattutto “La Libera”, in onore della Santa protettrice della cittadina garganica. Inoltre
facevano parte della marina rodiana anche quattro o cinque barchette addette al
commercio con i comuni limitrofi. Si registrano anche 170 facchini che traevano la
loro sussistenza dal commercio marittimo e un numero considerevole di vetturini
che trasportavano i diversi generi scaricati oltre che nel paese, anche nelle diverse
province del Regno. In più vi erano tanti altri individui che venivano impiegati per
altre mansioni, come ad esempio avvicinare al molo o spingere in acqua i legni.
I dati relativi ai traffici di merci nel porto di Rodi sono stati ricavati dai documenti redatti dai Deputati Sanitari, nei quali veniva annotato il numero dei legni
che approdavano e partivano dal suddetto porto, precisandone la loro tipologia, il
loro tonnellaggio, la loro denominazione, il luogo di provenienza o verso il quale si
dirigevano e le merci contenute. Questi documenti sono conservati nel fondo In-
11
Giuseppe Maria GALANTI, Della descrizione geografica e politica delle Sicilie, a cura di Domenico DEMARCO
e Franca ASSANTE, Napoli, 1969, 2 voll.: vol. II, p. 535.
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tendenza e Governo di Capitanata, Atti, dell’Archivio di Stato di Foggia. Le indagini hanno interessato il periodo compreso tra il 1820 e il 1840.
I dati in questione hanno messo in evidenza come tre fossero le tipologie più
diffuse dei legni che transitavano nel suddetto porto e cioè “pielago”, “paranza” e
“barchetta”. Il primo era un bastimento di piccolo tonnellaggio senza ponte, con
tre alberi a vele latine inferite a terzo e con asta di fiocco e prora diritta.
La paranza era anch’esso un bastimento di piccolo tonnellaggio senza ponte,
con asta di fiocco e un solo albero, a calcese, con antenna a vela latina inferita a
terzo, usato generalmente per la pesca, e con prora tondeggiante e poppa a cuneo.
Diffuse erano anche la barca e la barchetta e cioè piccole imbarcazioni senza ponte,
a remi, con poppa a cuneo e prora diritta.12 Meno frequenti, ma comunque menzionate, erano il “trabaccolo”, la “bracciera”, il “brigantino”. Per quanto riguarda la
bandiera di appartenenza di queste imbarcazioni è emerso che la maggior parte dei
legni era, naturalmente, di bandiera napoletana, seguono quelli di bandiera pontificia e infine di bandiera austriaca. I luoghi verso i quali queste imbarcazioni, in partenza dal porto di Rodi, si dirigevano erano i porti del Barese (Bari, Trani, Barletta,
Giovinazzo, Bisceglie, Monopoli, ecc.), i porti dell’Adriatico (Termoli, Pescara,
Ancona, Venezia, Trieste, ecc.), i porti della Dalmazia (Spalato, Pola, Zara, Ragusa,
Cattaro, ecc.), quelli vicini di Manfredonia, Vieste, Peschici, Tremiti, segno di un
commercio anche con i paesi limitrofi. Per quanto riguarda invece la tipologia delle
merci contenute nelle stive di queste imbarcazioni, notiamo una netta predominanza
degli agrumi, a conferma della spiccata vocazione agrumaria di questo territorio; vi
troviamo anche l’olio, altra coltura tipicamente garganica; prodotti resinosi come
manna, pece, trementina; legname sia da costruzione che da fuoco; vino; carrube;
leguminose come fave, ceci, fagioli. È stato riscontrato anche qualche carico di grano duro e soprattutto di maiorica; merci varie come mobilio, vestiti usati, ferramenta, ecc. Non avendo a disposizione, se non per periodi limitatissimi, informazioni precise sul quantitativo delle merci trasportate, questo è stato dedotto tenendo conto del tonnellaggio di stazza delle singole imbarcazioni, ipotizzando che
esse partissero a pieno carico.
Dai rapporti inviati dall’Intendente di Capitanata al Ministro Segretario di
Stato delle finanze, negli anni venti dell’Ottocento, emerge anche come a Rodi fosse molto presente il problema del contrabbando. Un fenomeno che trovava spesso
la complicità degli stessi impiegati addetti al controllo del carico e scarico delle
merci. Ad esempio si faceva credere che alcuni legni approdati fossero vuoti, quando invece erano carichi di mercanzie, ovviamente per eludere il fisco. Contro questo atteggiamento “truffaldino” si cercò di assumere maggiore fermezza, richiamando al dovere gli impiegati e confiscando i generi scaricati illegalmente. Ma se,
12
Lamberto RADOGNA, Storia della marina mercantile delle Due Sicilie (1794-1860), Milano, Mursia, 1982,
pp. 257-258; cfr. anche Maria SIRAGO, La città e il mare. Economia, politica portuale, identità culturale dei
centri costieri del Mezzogiorno moderno, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 2004.
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da una parte, questa maggiore fermezza delle autorità avrebbe prodotto il bene di
eliminare il contrabbando da Rodi, dall’altra, avrebbe portato alla distruzione “dell’unica marina mercantile che esita in questa Provincia e che è forse una delle più
considerevoli delle Puglie”.13
I commerci dei rodiani, come si evince anche dai dati a nostra disposizione, si
svolgevano più frequentemente con Venezia, Trieste, Fiume, Spalato; i collegamenti con questi siti erano favoriti dalla posizione topografica di Rodi. Ora, ove questi
collegamenti fossero resi difficili o allungati, i Rodiani avrebbero visto svanire i
loro vantaggi, e la loro industria, figlia più del lavoro che dei capitali impiegati, ne
avrebbe sofferto notevolmente. Inoltre l’obbligo di deviare i legni nel porto di
Manfredonia, non solo rendeva più difficili i viaggi dei Rodiani, che dovevano percorrere tutto il capo del Gargano con tutti i pericoli che si potevano incontrare, ma
provocava per il proprio comune anche delle gravi perdite economiche, in quanto
venivano meno gli introiti derivati dal pagamento dei dazi sulle merci importate.
Tutto ciò, quindi, aveva spinto i Rodiani a praticare il contrabbando. Una
soluzione per ovviare a questo problema era quella di accordare un risparmio sul
dazio, per cui se ne chiese la riduzione del 15% che avrebbe riportato nella legalità
i commerci, nonché il passaggio della dogana di Rodi dalla seconda alla prima classe. Quest’ultima era stata degradata alla seconda classe proprio a causa del contrabbando. Nel 1819, però, si autorizzava questa dogana all’importazione dei generi
esteri e, malgrado l’Amministrazione dei dazi indiretti si opponesse a questa decisione, si provò a concederle per un anno le funzioni di dogana di prima classe. Ma
nel marzo del 1822 l’Amministrazione dei dazi indiretti fu sollecitata a far ritornare
la dogana di Rodi alla seconda classe, in quanto si era osservato che l’indulgenza
usata nel 1819 aveva fatto aumentare il contrabbando, per cui se ne decretò la riduzione a seconda classe. Riflettendo su questa serie di fatti e quindi sugli esiti infelici
che ebbero questi esperimenti di classificazione, pare che fosse più conveniente
sviluppare zelo, energia, e rigore affinché “l’indole dei naturali dimenticando la
inclinazione al contrabbando, ripiglino le operazioni commerciali il loro corso regolare conforme alle leggi, ed agli interessi della interna economia”.14
Successivamente, con il decreto del 4 giugno 1831 firmato da Ferdinando II,
si stabiliva il passaggio della dogana di Rodi dalla seconda alla prima classe e, di
conseguenza, la possibilità di praticare traffici d’importazione ed esportazione e
cabotaggio. Il commercio poteva così riprendere profitto e svolgersi nella legalità.
Dall’analisi dei dati a nostra disposizione possiamo trarre un quadro alquanto significativo del commercio rodiano nei decenni da noi presi in esame. Abbiamo
oramai assodato come l’agrume rappresentava il prodotto principe dell’economia,
non solo di questa zona, ma di tutto il Gargano settentrionale e di altre zone del
13
ASFG, Amministrazione finanziaria, b. 385, fasc. 40.
Lettera di risposta del Ministro Segretario di Stato delle finanze all’Intendente di Capitanata del 5 Dicembre 1827, in ibid.
14
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Regno. Infatti, questo prodotto ha costituito, nell’Ottocento, l’elemento trainante
e determinante dell’economia di alcune zone del Regno per diversi decenni.15 Ed è
per tale motivo che le congiunture, positive o negative, relative a tale prodotto potevano influenzare, in un senso o nell’altro, l’economia del Regno. Ritornando
alla località oggetto del nostro lavoro si è visto come gli agrumi, sia come frutto che
come cortecce secche, fossero presenti in quasi tutti i carichi, e come essi fossero
trasportati un po’ in tutti i porti con i quali Rodi svolgeva i suoi commerci. Infatti,
per questo prodotto, non siamo riusciti a delineare una direzione prevalente, segno
quindi dell’importanza che tale merce aveva per tutti i mercati.
Per avere un quadro più preciso della situazione possiamo servirci di qualche
dato: prendiamo un anno a caso, ad esempio il 1834, di cui abbiamo a disposizione
i dati relativi ai mesi di aprile, maggio, giugno, luglio, settembre e ottobre. Su 214
partenze registrate dal porto di Rodi in questi mesi, 104 erano i carichi di soli agrumi, 49 quelli in cui gli agrumi risultavano misti con altri prodotti, 61 il numero delle
imbarcazioni nei cui carichi non vi erano agrumi ma altre merci o che partivano
vuote.16 Pertanto, si può notare come in più della metà dei carichi registrati comparivano prodotti agrumari e come tale tendenza caratterizzava un po’ tutto il ventennio
preso in esame. Per quanto riguarda le altre merci abbiamo notato come, a differenza degli agrumi che assumevano svariate direzioni, alcune di esse avevano destinazioni specifiche: la maggior parte dei carichi d’olio erano diretti a Trieste probabilmente perché da qui l’olio veniva smistato sul mercato tedesco. La maggior parte
del legname, invece, interessava le rotte del Barese, evidentemente perché qui erano
presenti centri di trasformazione di questo materiale; ancora Trieste sembrava essere la piazza principale per quanto riguarda prodotti come arancini, cortecce secche
di agrumi, semenze di lino e manna. Carichi di grano, granone e maiorica avevano
svariate destinazioni: molti si dirigevano nei porti limitrofi di Vieste, Manfredonia,
Tremiti, in quelli del Barese, soprattutto Giovinazzo, di Termoli, Pescara, Ancona e
anche Trieste e Fiume (verso questi ultimi si dirigevano in particolar modo carichi
di granone).
Circa i quantitativi, per quanto riguarda gli agrumi, i dati variano a seconda
delle congiunture. Il grafico che segue si riferisce al quantitativo di agrumi esportato da Rodi tra il 1836 e il 1841 per i mesi di cui abbiamo a disposizione i dati. È
doveroso, però, precisare che i grafici riportati comportano un margine di inattendibilità a causa dei periodi limitati per i quali si posseggono informazioni. L’unità di
peso con cui sono espressi i valori è il “migliaio” che rappresentava, appunto, l’unità di conto degli agrumi. Usata fino al secondo dopoguerra equivaleva a 1000-1100
frutti, a seconda delle zone, per un peso leggermente superiore al quintale:
15
16
Cfr. Salvatore LUPO, Il giardino degli agrumi, Venezia, Marsilio, 1990.
ASFG, Intendenza e governo di Capitanata. Atti (d’ora in avanti Intendenza), b. 1708, fasc. 29.
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(a) il dato si riferisce al periodo compreso tra luglio 1836 e giugno 1837.17
(b) il dato si riferisce ai mesi di marzo, aprile, maggio, settembre, ottobre,
novembre, dicembre 1838.18
(c) il dato si riferisce ai mesi di gennaio, aprile, maggio 1839.19
(d) il dato si riferisce ai mesi di febbraio, marzo, aprile, maggio, agosto,
dicembre 1840.20
(e) il dato si riferisce ai mesi di aprile e maggio 1841.21
Per le cortecce di agrumi la situazione è sintetizzata dal grafico seguente, nel
quale i valori sono espressi in “cantara”:
17
ASNA, Min. Int., 2° inv., b. 508.
ASFG, Intendenza, b. 1710, fasc. 33.
19
Ibid., b. 1711, fasc. 34.
20
Ibid., b. 1712, fasc. 35.
21
Ibid., b. 1713, fasc. 36.
18
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(a) il dato si riferisce al periodo compreso tra luglio 1836 e giugno 1837.22
(b) il dato si riferisce ai mesi di marzo, aprile, maggio, settembre, ottobre,
novembre, dicembre 1838.23
(c) il dato si riferisce ai mesi di febbraio, aprile, maggio, dicembre 1840.24
(d) il dato si riferisce al mese di maggio 1841.25
Il grafico successivo, invece, illustra la situazione di un altro prodotto molto
importante come l’olio. I valori sono espressi in “staia”:
(a) il dato si riferisce al mese di agosto 1837.26
(b) il dato si riferisce ai mesi di aprile, maggio, settembre, ottobre, novembre, dicembre 1838.27
(c) il dato si riferisce ai mesi di febbraio, aprile, dicembre 1840.28
Meno significative erano le esportazioni di grano, i cui dati a disposizione si
riferiscono a quantitativi e a periodi limitati.
Riportiamo qualche cifra anche per gli altri prodotti che, insieme a quelli
principali, riempivano le stive delle imbarcazioni in partenza dal porto garganico.
Per le carrube, ad esempio, registriamo i seguenti quantitativi: 389 cantara nel 1836-
22
ASNA, Min. Int., 2° inv., b. 508.
ASFG, Intendenza, b. 1710, fasc. 33.
24
Ibid., b. 1712, fasc. 35.
25
Ibid., b. 1713, fasc. 36.
26
ASNA, Min. Int., 2° inv., b. 508.
27
ASFG, Intendenza, b. 1710, fasc. 33.
28
Ibid., b. 1712, fasc. 35.
23
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Il porto di Rodi Garganico nel primo Ottocento
37 (da luglio a giugno); 117 cantara nel 1838 (marzo, aprile, settembre, ottobre);
370 cantara nel 1840 (febbraio, agosto, dicembre). Per i prodotti resinosi come
manna, catrame, pece, trementina: 71 cantara nel 1836-37 (da luglio a giugno); 35
cantara nel 1838 (marzo, settembre, novembre, dicembre); 52 cantara nel 1839
(giugno); 34 cantara nel 1840 (febbraio, maggio, agosto). Per i legumi: 85 cantara
nel 1838 (marzo, settembre); 20 cantara nel 1839 (gennaio, giugno); 60 cantara nel
1840 (febbraio, aprile, dicembre). Per il legname: 21 carri nel 1837 (agosto); 23
carri nel 1838 (maggio, settembre); 8 carri nel 1840 (luglio); 340 cantara nel 1841
(maggio). Per le semenze di lino: 100 cantara nel 1837 (gennaio); 30 cantara nel
1838 (settembre).
Riferiamo qualche dato anche per quanto riguarda la bandiera di appartenenza dei legni registrati nei documenti stilati dai Deputati Sanitari. Ebbene,
nel 1827, su 190 imbarcazioni attraccate nel porto di Rodi, nei mesi per i quali
esistono i dati, 178 erano di bandiera napoletana, 8 di bandiera pontificia e 4 di
bandiera austriaca.29 Se i primi erano diretti un po’ in tutti i porti dell’Adriatico, da quelli del Barese fino a Trieste, i secondi orientavano le loro rotte principalmente verso Ancona, Senigallia, Rimini, Venezia, Trieste, mentre quelli di
bandiera austriaca, invece, si indirizzavano verso i porti di Trieste, Fiume e soprattutto Spalato. Alcune imbarcazioni di bandiera napoletana si dirigevano
anche verso le Reali Saline, a nord di Barletta, alcune volte cariche di agrumi,
altre invece, vuote, probabilmente per caricarvi il sale. Vi troviamo poi anche
destinazioni eccezionali perché meno frequenti se non, in alcuni casi, uniche
rispetto a quelle più ricorrenti. Ad esempio nel foglio relativo al mese di maggio
del 182330 compare un “brigantino” di bandiera napoletana carico di legna da
fuoco che aveva come destinazione Malta. Per quanto riguarda la tipologia delle
imbarcazioni più utilizzate, non c’è dubbio che se la “barchetta” veniva usata
per il cabotaggio o comunque per il commercio con porti non molto lontani
quali potevano essere quelli di Termoli, Vasto e Pescara in direzione nord, e
Barletta, Bisceglie, Bari in direzione sud, il “pielago” e la “paranza” venivano
invece utilizzati per le più lunghe distanze.
Un altro aspetto interessante è quello che riguarda il numero delle imbarcazioni propriamente rodiane impegnate nel commercio marittimo. Prendiamo come
esempio il biennio 1833-1834:31
29
Ibid., b. 1704, fasc. 22.
Ibid., b. 1701, fasc. 18.
31
Ibid., bb. 1707 - 1708, fascc. 28 – 29.
30
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"La Libera"
Come possiamo notare dal grafico sovrastante su 464 partenze registrate nel
porto di Rodi nei mesi di aprile, maggio, luglio, agosto, settembre, ottobre del 1833
e aprile, maggio, giugno, luglio, settembre, ottobre del 1834, 162 sono le imbarcazioni di proprietà di rodiani, di cui 141 denominate “La Libera” e 21 denominate
“S.Antonio” mentre le restanti 302 imbarcazioni sono forestiere.
Come si nota, la quota del traffico commerciale con barche di Rodi è apprezzabile. Tali imbarcazioni si dirigevano di solito verso i porti di Trieste e Venezia dove portavano, oltre agli immancabili agrumi, anche olio, cortecce secche di
agrumi e manna. Non mancano contatti con i porti del medio Adriatico come
Pescara, Ancona, Rimini, dove si dirigevano carichi in cui predominavano i prodotti agrumari. Verso i porti del Barese, soprattutto Barletta, sono attestati carichi
di legname, a conferma di una tendenza generale che vedeva il legname avere come
destinazione questa zona. È stato, invece, riscontrato come nei collegamenti con i
porti limitrofi, soprattutto Tremiti, Vieste e Peschici, oltre alle imbarcazioni cariche di merci varie come fagioli, farina, frutti freschi e secchi, attrezzi per la pesca,
etc., vi erano anche molti “legni” che partivano da Rodi vuoti, sicuramente per
essere poi caricati nei porti di destinazione.
Rispetto al passato la situazione economica del comune di Rodi è molto
cambiata. Per quanto riguarda l’agricoltura, un tempo florida, come abbiamo visto,
sia per la produzione degli agrumi che delle olive, oggi risente di una crisi concorrenziale, specialmente nel settore agrumicolo. I pochi prodotti ortofrutticoli che si
coltivano sono destinati al mercato interno. Di conseguenza anche l’attività commerciale del paese risulta molto esigua.
Anche per quanto riguarda l’attività peschereccia si può notare un grosso
calo rispetto al passato quando la flotta peschereccia e commerciale rodiana fino al
1942 era tra le più floride dell’Adriatico. Tale attività, oggi, si pratica prevalentemente con piccole imbarcazioni lungo le coste del Gargano e con le Isole Tremiti.
La pastorizia, invece, continua a portarsi dietro il suo problema storico e
cioè l’esiguità del suo territorio comunale e quindi la mancanza di pascoli.
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Il porto di Rodi Garganico nel primo Ottocento
Oggi il paese vive, per la maggior parte, di turismo perché possiede un mare
che più volte è stato riconosciuto tra i più puliti d’Italia e un ambiente ancora rigoglioso e affascinante che favorisce, ogni anno, l’afflusso di migliaia di villeggianti,
molti dei quali stranieri. Resta il problema del miglioramento delle strutture ricettive
turistico-alberghiere, un problema sicuramente importante visto che il turismo è il
settore su cui oggi si basa, prevalentemente, l’economia locale. Un altro aspetto
interessante è lo sviluppo, registratosi negli ultimi anni, di una nuova dimensione
dell’agricoltura, quella legata all’agriturismo, attraverso il recupero dei numerosi
edifici rurali immersi nel verde presenti nella zona, attività che va sicuramente incrementata attraverso incentivi e pubblicizzazioni.
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