© Luis Royo - Altervista

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© Luis Royo
02
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autorizzato dalla legge. © Luis Royo
REDAZIONE
direttore
Alessandra Zengo
creative designer
Petra Zari
COVER ARTist
Luis Royo
Redazione
Marina Albamonte
Giovanni Arduino
Stefania Auci
Valentina Bettio
Sergio Bevilacqua
Alexia Bianchini
Elena Bigoni
Elisabetta Bricca
Andrea Cattaneo
Valentina Coluccelli
Claudio Cordella
Pia Ferrara
Carlo Lanna
Barbara Maio
Miriam Mastrovito
Leni Remedios
Gabriella Parisi
Selene Pascarella
Alessandra Penna
Marco Piva-Dittrich
Sara Rattaro
Elisabetta Ossimoro
Francesca Rossi
Manuela Salvi
Massimo Soumaré
Roberta de Tomi
Federica Urso
Si ringraziano
Scott Eagan
Alessia Gazzola
Elizabeth Hand
Eleonora Mazzoni
Chiara Palazzolo
Luis Royo
Dario Tonani
CORREZIONE BOZZE
Cristiana Melis
Maila Daniela Tritto
Seguici online
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[email protected]
03
Portale dedicato al Fantastico
www.urban-fantasy.it
Blog Letterario Collettivo
www.diariodipensieripersi.com
sommario
Le difettose>52
04
08< EDITORIALE
ELEONORA MAZZONI
Alessandra Zengo
10 < COVER ARTIST
Introduzione all’arte di Luis Royo
INTERVISTA Luis Royo
INTERVISTA
JO MARCH>40
24 < EDITORIA
RUBRICA Pixel Rubati
INTERVISTA Scott Eagan
Tradurre, Non Tradire
RUBRICA Lettori e "Lettori"
RUBRICA West Egg, Vaghezie dell'Editor
INTERVISTA Jo March Agenzia Letteraria
RUBRICA Il Sottoscala
INTERVISTA Fabio di Pietro
fabio di pietro>48
98
>24
SHOOTING IN A BARREL>84
Thomas Pynchon>96
LO YEMEN NEL CUORE>150
LUIS ROYO>10
NUMEROUNO
52 < LETTERATURA
La ricerca della maternità: Le difettose di Eleonora Mazzoni
SPECIALE Un metodo pericoloso: Sabina Spielrein e il femminile
rimosso della civiltà
Romanzi e Modernità a confronto
RACCONTO I Fratellastri di Elizabeth Gaskell
SPECIALE Shooting in a Barrel: amore, morte e dinamiche
generazionali nella Horror Fiction per teen ager
Il ritorno di Alice Allevi
L’affascinante mistero di Thomas Pynchon
Dieci Lune, Anime buie in un'antologia a tinte noir
RACCONTO Ragazza che passa di Chiara Palazzolo
Il Labirinto di Durrenmatt
La penultima verità su Philip K. Dick
RACCONTO Cardio Ok di Dario Tonani
RUBRICA I Luoghi dell'Immaginario
L’esordio sci-fi di George R.R. Martin
La Chimera di Praga: sogni, magia, dolore e speranza
Il successo letterario di Suzanne Collins
RACCONTO Zio Lou di Elizabeth Hand
05
UN METODO PERICOLOSO>58
Tsutomu Nihei>154
>126
IL FANTASY ORIENTALE>144
ALESSIA GA
AZZOLA>92
sommario
144 < NUOVI ORIZZONTI
Il Fantasy Orientale: una frontiera ancora ignota
Lo Yemen nel cuore
L’immagine e la parola in Tsutomu Nihei
162 < CINEMA E TV
07
American Horror Story: L’orrore della porta accanto
Quella casa nel bosco: Alle radici dell’Horror
editoriale
di ALESSANDRA ZENGO
Puoi arrivare da qualsiasi parte,
nello spazio e nel tempo,
dovunque tu desideri.
Il gabbiano Jonathan Livingston
Sono passati alcuni mesi dal nostro esordio. E l’emozione non
è ancora scemata. Siamo impazienti, entusiasti, felici per il riscontro
più che positivo avuto dai lettori della nostra rivista, dagli autori e dagli
addetti ai lavori.
Inaspettato è stato l’ampio e sincero interesse verso il nostro
progetto, che speriamo possa crescere e ampliarsi nei mesi a
venire. Elaboriamo idee, provochiamo, anticipiamo — per citare
Richard Brautigan — e continueremo a farlo con la passione che ci
contraddistingue.
Siamo un gruppo affiatato che non si accontenta, che tende
sempre a migliorarsi e rinnovarsi. E che sono contenta di coordinare,
perché la Redazione di Speechless, ci tengo a sottolinearlo, oltre
che professionale e preparata, è composta da persone simpatiche
e meravigliose che hanno contribuito al piccolo successo del
magazine. Siamo un gruppo in divenire, se così possiamo dire. E ci
piace. E Speechless è lo sfaccettato mosaico che viene a formarsi
dall’unione di tessere piccole ma indispensabili che insieme riescono
a creare qualcosa di unico, eterogeneo e particolare. Un po’ geek, un
po’ nerd, un po’ freak, ma caratterizzato da un linguaggio semplice e
diretto condito dall’eleganza della grafica di Petra.
King è un evergreen. Va bene sempre e in qualunque situazione.
Anche durante la torrida stagione estiva tra le pagine macchiate
(metaforicamente) d’inchiostro di una rivista culturale. E quindi lo ricitiamo anche stavolta tanto per non perdere le buone abitudini.
«Scrivere non significa far soldi, diventare famoso, scoparsi
un sacco di donne o farsi amici. Scrivere è arricchire la vita
di chi ti legge, e di conseguenza la tua. Alzarti, star bene,
chiudere in bellezza. Essere felice, okay? Essere felice.»
Non facciamo soldi — anzi, ci mancano! — e non scopiamo
migliaia di donne, anche se immagino che gli ometti non avrebbero
di che lamentarsi alla prospettiva. Viceversa, rinunciamo, ma non
a malincuore, a un piccolo frammento della nostra vita quotidiana
per condividere con gli altri i nostri interessi e le nostre passioni: la
letteratura e la cinematografia. E siamo felici di farlo. E ne usciamo
arricchiti, inevitabile. Non è questa la cosa più bella della scrittura,
che sia essa narrativa, saggistica o di divulgazione?
So, now, dear readers enjoy being Speechless!
Potete scrivermi a: [email protected]
[Richard Bach]
COVER ARTIST
LUIS
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ROYO >>
cover artist
di CLAUDIO CORDELLA
Introduzione
all’arte di Luis Royo
Donne bellissime, generalmente
nude o seminude, stupefacenti creature fantastiche, come angeli, demoni o
cyborg. Questi sono alcuni dei temi più
diffusi che ritroviamo all’interno delle
tavole di LUIS ROYO, uno dei più importanti illustratori contemporanei.
Le figure femminili sono quasi sempre al centro nelle sue composizioni, sensuali e magnifiche assumono in genere le
fattezze di letali guerriere che impugnano
delle spade gigantesche. Queste combattenti, sexy e al tempo stesso temibili, forti e sicure di sé, sono ormai diventate un
suo personale marchio di fabbrica. Non a
caso di recente, venendo ad aggiungersi
allo già sterminato merchandising legato
al nome di Royo, è stata creata una linea
di dettagliatissime action-figures dedicata a queste eroine.
L’influsso di Royo sull’arte popolare contemporanea, come il fumetto e
l’illustrazione, è del resto indubitabile.
Nato nel 1954 ad Olalla, nella provincia
spagnola di Teruel, il nostro ha alle spalle
una carriera pluridecennale ricca di successi e soddisfazioni. Da giovane studia
delineazione tecnica, pittura, decorazione e design d’interni nella Escuela Industrial y la Escuela de Artes Aplicadas
(Scuola di Maestria Industriale e la Scuola di Arti Applicate) a Saragozza mentre
LUIS
www.luisroyo.com
ROYO
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al tempo stesso, tra il ‘70 e il ‘71, lavora
presso alcuni studi di disegno di interni
e decorazione. Negli stessi anni, influenzato dalla contro-cultura e dalle contestazioni tipiche di quel periodo, realizza
delle opere di grande formato: tutte a
carattere sociale. Verranno presentate
prima in esposizioni collettive tra il ‘72
e il ‘76, poi individuali a partire dal ‘77.
L’anno successivo, influenzato dai fumettisti francesi Enki Bilal (autore della celebre Trilogia Nikopol) e Moebius (1938
– 2012), inizia la sua carriera nel mondo del fumetto collaborando a diverse
fanzine. Effettivamente l’uso del colore
da parte di Royo, nonché una certa tetraggine mista a uno spiccato senso per
il grottesco, lo apparentano in un certo
qual modo al franco-serbo Bilal, creatore
di fumetti fantastici dal sapore distopico
di notevole spessore. Invece da Moebius,
pseudonimo di Jean Giraud, geniale artista della “letteratura disegnata” recentemente scomparso, creatore di numerosi
capolavori come Arzach o de L’Incal, nato
da una collaborazione con Alejandro Jodorowsky, Royo sembra averne assorbito
il gusto per il surreale e l’onirico.
Già nel 1980, nel corso del Salone
del Fumetto di Angoulème, ha modo di
poter esporre le sue opere. Proprio all’inizio del nuovo decennio, dopo la nascita
del figlio Romulo, si dedica completamente alla pubblicazione su diverse riviste professionali abbandonando qualsiasi
altra attività. Soprattutto Comix International e Rambla, ma sporadicamente an-
LUIS ROYO
che su El Vibora e Heavy Metal, ospitano i frutti della sua arte. Su richiesta di Rafael Martinez della Norma Editorial, incontrato da Royo nel corso dell’edizione del
1983 del Salone del Fumetto di Saragozza, realizza cinque illustrazioni per questa
casa editrice spagnola. In tal modo ha inizio la sua sfolgorante carriera di illustratore che lo porterà a realizzare copertine per libri, videocassette (il mercato del
VHS all’epoca in pieno boom) e per i neonati videogames. Riesce a farsi conoscere
anche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Svezia dove ha modo di lasciare il suo
segno. Realizza, inoltre, degli importanti lavori su commissione per le statunitensi
Warner Books, Tor Books, Berkley Books, Avon, Batman Book e National Lampoon
e per le europee Cimoc, Fumetto Art, Ere Comprimée. Nel 1986, a cura della casa
editrice ispanica Ikusager Ediciones, esce Desfase (Sfasamento), singolare fumetto
sperimentale da lui realizzato in collaborazione con Antonio Altarriba.
Gli anni ‘90 vedono la fama di Royo crescere ancora di più e consolidarsi a
livello internazionale. L’art-book Women, una raccolta antologica che riunisce 8
anni di illustrazioni scaturite dalla sfrenata fantasia di questo talentuoso autore,
viene dapprima pubblicata in Spagna nel 1992; per poi essere subito dopo riproposta in Francia dalla Soleil Productions e in Germania dalla Edition Comic Forum.
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L’anno seguente, a cura della Comic Images, esce From Fantasy To
Reality, una serie di trading cards
(carte collezionabili) da lui disegnate. Nel 1994 è la volta di Malefic,
un secondo libro di illustrazioni che
appare sul suolo francese sempre
per Soleil.
Intanto Women, di cui esce
una ristampa, attira su di sé l’attenzione di Penthouse Magazine, una
pubblicazione per “soli uomini”.
Tale rivista nel 1996 giunge persino
– per l’edizione francese e tedesca
– a sostituire la tradizionale foto di
copertina con una tavola di Royo.
Per di più una ex-modella di Penthouse, la bruna Julie Strain, diventa
la fonte d’ispirazione primaria per
la creazione del famoso character
F.A.K.K., di cui riprende le fattezze.
Il fumettista Kevin Eastman, marito della Strain e direttore di Heavy
Metal, chiede a Royo di realizzare
una cover per il ventennale della sua rivista, assieme a una serie
di illustrazioni dedicate a F.A.K.K.:
una guerriera seducente e pesantamente armata. Sempre nel ‘96 riceve il Silver Award SPECTRUM III,
prestigioso premio assegnato agli
artisti fantasy mentre diversi giornali, tra cui La Stampa, gli dedicano
diversi articoli. Il successo di Royo è
inarrestabile e numerose case editrici di prestigio, come la Ballantine,
la Doubleay, la Harper Paperback
e tante altre, vanno a bussare alla
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sua porta. Per la Pocket Books e per la Marvel offre la
sua interpretazione di notissimi franchising come Star
Trek e X-Men.
Numerose le raccolte antologiche di carattere
fantastico di Royo uscite negli ultimi anni, come Tatoos, i tre volumi di Conceptions, Visions o Fantastic Art.
Rendere conto di una simile mole di lavoro è un’autentica impresa. Personalmente considero degni di menzione Dome, Dead Moon e Dead Moon Epilogue. Il
primo, Dome, è un artbook dalla genesi singolare: in
esso è stata riversata una performance artistica, consistente nella realizzazione dell’affresco della cupola di
un castello di Mosca, eseguita a quattro mani con il figlio Romulo. I due volumi della serie Dead Moon sono
invece due romanzi illustrati, una saga fantasy orientaleggiante ricca di passione, al tempo stesso sensuale
e sanguinosa. Nel nostro paese sono stati pubblicati
dalla Rizzoli Lizard. Sempre grazie a quest’ultima, il
pubblico italiano ha potuto godere dei frutti della più
recente fatica dell’artista spagnolo: il primo volume di
Malefic Time. Apocalypse. Un altro romanzo illustrato, creato assieme al figlio Romulo, che ci conduce per
mano in un universo post-apocalittico. Per l’esattezza
in una New York ridotta in macerie dove la giovane Luz,
figlia della Luna e di Lucifero, dovrà fare la differenza
nella lotta tra il Bene e il Male.
Come si può ben vedere la carriera di Royo, assurto al rango di patriarca di una dinastia di artisti, continua ininterrotta a tutt’oggi trattando con abilità temi
legati alla fantasia, alla sessualità e al bisogno di libertà dello spirito umano.
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segue
’INTERVISTA 
Verso la fine del secolo scorso fanno anche la
loro apparizione l’art-book III Millennium e la serie di
tarocchi The black tarot; tra le pubblicazioni del periodo segnaliamo pure Prohibited Book, sorta di summa
delle illustrazioni erotiche di quest’artista.
cover artist
LUIS ROYO
L’INTERVISTA
Speechless: Il pubblico di Speechless è molto curioso: dunque, chi
è Luis Royo e come riassumerebbe il
suo percorso artistico?
Luis Royo: Forse la forma migliore per definirmi sarebbe: qualcuno
che fin da piccolo amava vivere in
mondi immaginari più che nel mondo quotidiano che vedevano i suoi
occhi. Questo è ciò che mi ha portato
al disegno, a tentare, fin da piccolo,
di plasmare quei mondi personali e a
trasformare quell’ossessione in una
forma di vita. Ancora oggi, molte vol-
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di ELENA BIGONI
te penso al fatto che passo più tempo in quei mondi a due dimensioni
che in quello che vedo davanti a me.
S: Le sue opere, note e apprezzate in tutto il mondo, rappresentano
soprattutto donne molto femminili
ma, al contempo, forti e indipendenti. Perché la scelta di questi soggetti e come nascono questi progetti creativi?
LR: Sì, quasi tutti i miei personaggi principali sono donne. Trovo più sfumature, possibilità e
varianti nell’universo femminile. Mi attrae unire, in
una stessa scena, gli opposti.
La delicatezza e l’aggressività. La
bellezza e l’aridità. La dolcezza e la
perversione. L’universo femminile è
molto più completo e offre più risor-
"Dead Moon'
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se per ottenerlo, tanto in argomenti quanto in immagini. Un semplice
sguardo femminile può riunire vari
messaggi opposti, anche contraddittori. Per quanto riguarda i progetti,
generalmente nascono molto lentamente. Mentre lavoro ad altre cose
si formano idee che lascio abbozzate
in appunti o brevi scritti. Molti di essi
rimangono là, custoditi e dimenticati; quelli che mi paiono più attraenti, li riprendo finché formano un’idea
di unità. Dunque, si verifica quando,
stesi su di un tavolo gli uni accanto
agli altri, si pianifica un progetto.
S: Quali sono le sue influenze
artistiche e le sue fonti di ispirazione?
LR: Io sono un amante
dei classici – Rembrandt,
Michelangelo, Caravaggio,
Velazquez, Goya, Repin, Toulouse Lautrec ecc. – e sono anche curioso rispetto ai movimenti
pittorici più recenti. Questi possono
avere un’influenza minore per quanto riguarda la luce o la composizione,
però possono ispirarmi per quanto
riguarda il colore o il concetto di impatto. Opere tanto diverse come può
essere la pittura astratta di Tapies, ad
esempio. Ancora un contemporaneo,
nel mondo della pittura: Giger è un
artista che ammiro.
S: Le sue opere, il suo stile, sono
ormai riconoscibili da un pubblico
internazionale. Cosa, della sua arte
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particolare, pensa possa aver influenzato l'immaginario generale?
LR: Credo che sia quello di cui
parlavo prima. Il dedicarmi tanto
all’interpretazione della femminilità
e all’immagine femminile, potente e
delicata al tempo stesso. Allo stesso
tempo credo che quei mondi immaginari di cui parlavo all’inizio siano in
gran parte universi e fantasie con
messaggi in comune con l’immaginario collettivo e che condivido con
il pubblico che segue la mia opera.
S: Quali strumenti e tecniche
artistiche predilige?
LR: Sono amante delle tecniche
miste, e mi piace che in uno stesso
lavoro possano entrare acquarello,
tempera, colori acrilici e a olio etc.
È l’opera che ci sta di fronte che,
mentre si va componendo, richiede
la tecnica da utilizzare. Anche se c’è
un’idea iniziale per quanto riguarda il
soggetto, le dimensioni o per il grado
di freschezza che si vuole imprimere al lavoro, nel corso della realizzazione si stabilisce con essa un dialogo che ti fa prendere decisioni sulla
direzione da prendere. Voglio dire
che mi lascio trascinare abbastanza
dall’intuizione. Per non evitare la domanda semplificando: le tecniche più
frequenti sono l’aerografo con colori
acrilici liquidi per ottenere nella tela
delle atmosfere e olio a pennello per
la coloritura finale e le sfumature.
Queste due sono le più utilizzate ed
è raro che non entrino in ogni lavoro.
S: Cosa rappresenta per Lei, la
tela bianca?
LR: Prima di tutto, uno spazio che
mi chiama a immergermi in un sogno.
A vivere un’avventura che non ha luogo nel mondo nella dimensione in cui
vivo quotidianamente.
S: Quali sono le opere e i soggetti
ai quali è maggiormente legato?
LR: Questa è una domanda difficile: quando un’opera è finita la si scannerizza e fotografa in vista del suo ingresso sul mercato. A partire da quel
momento, perde tutto il legame che
ho mantenuto con essa, le soddisfazione e ansie che mi ha provocato nel realizzarla. Si trova in un luogo nebuloso
del passato. Quella che conta è quella
che sta di nuovo, incompleta, davanti a
te. Dall’altra parte, quando vedo l’originale di un’opera realizzata tempo
addietro, finisco sempre per prendere un pennello per ritoccare questa o
quella cosa che non mi piace o di cui
non mi ero reso conto nel farla. Infatti, quando vedo un lavoro vecchio in
un atelier, o durante la preparazione
di un’esposizione o qualsiasi altra casa,
cerco di non avvicinarmici.
S: Negli ultimi anni la sua produzione si è spostata verso la “graphic
novel”. Cosa ha originato questa scelta e come è nata la serie Dead Moon?
LR: I progetti personali, che non
erano lavori su commissione, diventavano sempre più complessi man mano
che passavano gli anni. È accaduto
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"Malefic Time" - Rizzoli Lizard
cover artist
questo con il lavoro su commissione
che diventava sempre di più un’opera
densa, come DOME. E i libri pubblicati,
nati da un lavoro personale, appartenevano sempre di più a un progetto
chiuso, per esempio, per quanto riguarda l’erotismo come PROHIBITED o una
bellezza provocante come SURBVERSIVE BEAUTY. DEAD MOON era un passo
più avanti. Il racconto, le illustrazioni,
i disegni e anche le grandi immagini
dovevano avere lo stesso peso nell’insieme dell’opera. Per questo motivo
ho chiesto anche la collaborazione di
Romulo Royo per questa opera, che è
culminata nei due libri che si allacciano
con il lavoro attuale di Malefic Time.
DEAD MOON è una storia di fantasia
che si è ispirata agli antichi racconti
orientali. Narra la leggenda straziante e drammatica del suo personaggio
principale Luna, cercando di plasmare
la delicatezza e allo stesso tempo la
crudezza del gusto orientale, perfino
cercando nelle immagini quell’aroma,
senza perdere di vista però che è stato
realizzato con la mano e la mente occidentale.
S: Parliamo del suo ultimo progetto nato in collaborazione con suo
figlio Romulo: Malefic Time, di cui
Apocalypse (pubblicato in Italia di Rizzoli Lizard – NdR) rappresenta il primo
“albo”. Come e perché è nato?
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LR: È partita dall’idea di fondere
pittura e immagini in un libro, anche
di fare l’occhiolino al fumetto, con il
testo a margine dell'immagine come
avevamo cominciato a fare con Dead
Malefic Time - Apocalypse Vol. 1
20
L’idea iniziale nasce nel 1993 ma solo ora, a quasi venti anni di distanza, il Progetto Malefic
Time vede la luce. Dopo le graphic novel Dead Moon e Dead Moon epilogue, nelle quali si vedono i germogli di un'idea ambiziosa, ecco apparire Malefic Time che certamente lascerà il segno
non solo nell’arte illustrata ma anche in quella letteraria.
Attraverso leggende, mitologie e antichi saperi, Luis e Romulo Royo intrecciano i meandri del
conoscibile, delle emozioni e delle paure umane, in una nuova dimensione dalla forte potenza evocativa e allegorica.
In un mondo post-apocalittico in cui gli uomini ormai hanno dimenticato il passato, nuovi esseri dalle antiche vestigia lottano per dare una svolta all’intera umanità. I celesti, figli
del Sole, e i caduti, proseliti della Luna e della Terra, si muovono tra ricordi e sanguinose
battaglie. L’uomo è soltanto spettatore.
In questo scenario incontriamo Luz, un essere che non appartiene a questo mondo, eppure ne è
la sua massima espressione. Una giovane che deve prendere in mano il suo destino traboccante di
incertezze e trovare la strada per compiere la sua – ancora sconosciuta – missione.
Malefic Time è un progetto solo agli albori e molto più vasto, che prevede dei crossover fumettistici che analizzeranno le figure secondarie che ruotano attorno alla protagonista Luz e un libro,
Malefic Time – Codex Apocalypse, scritto da Jesus Vilches che narrerà la genesi di questo nuovo
mondo. Un opera imperdibile che saprà conquistare sin nel profondo.
21
0
cover artist
Moon. Qui, con Malefic Time, siamo
ritornati ai tempi in cui lavoravamo
insieme, Romulo e io, in quei tempi in
cui avevamo realizzato appunti e testi
sciolti per il personaggio Luz–Malefic.
Questo lavoro è stato dimenticato in
un cassetto per quasi vent’anni, mentre ciascuno di noi lavorava in uffici e
città diverse, ma, mentre lavoravamo
insieme su Dead Moon, decidemmo
di riprenderlo. L'idea era fondere totalmente le due arti e che il risultato
andasse a finire in un libro, come una
saga. La storia era troppo complessa
per svilupparla in un solo libro ed è
finita nel progetto di una trilogia.
Time sia un progetto multimediale
dove si sommano arti e artisti differenti che apportano e arricchiscono l'universo Malefic. Jesús Vilches si è incaricato di plasmare con
parole la storia di Malefic in CODEX
APOCALYPSE. Il gruppo Avalanch ha
creato un cd musicale APOCALYPSE,
Kenny Ruiz sta realizzando il manga
di SOUM... E ci sono ancora altri collaboratori: come Miguel Mesas che
sta realizzando dei video. Rebeca Saray sta preparando un lavoro fotografico. Metalhead, con una linea di
vestiti in progetto. Yamato con figure
3F... etc.
S: Malefic Time è un progetto
trasversale che investe altre forme
d’arte: la Letteratura, l’Arte e la Musica. Perché questa particolare scelta?
S: Al Comicon di Barcellona,
siete stati protagonisti di una performance di Live Painting dedicata
a Malefic Time, durante il concerto
degli Avanlach. Vuole raccontarci
qualcosa di questa esperienza decisamente particolare?
LR: Una volta che abbiamo incominciato Malefic Time nel laboratorio, l'idea di fondere le arti andò
crescendo. La storia era breve per
plasmarla solo nei tre libri di illustrazione e decidemmo di creare un
romanzo dove si potevano approfondire maggiormente personaggi.
Facemmo molto appoggio sul mondo
apocalittico di Malefic e, ritornando
all'idea di fusione, pensammo che la
musica sarebbe stata un grande elemento per arricchire questo mondo.
Presto decidemmo che il manga poteva offrire una prospettiva differente, e che avrebbe arricchito il progetto... e anche figure... giochi... Tutto
ciò ha fatto sì che il progetto Malefic
LR: Da quando è nato il progetto
Malefic Time e con esso l'idea ambiziosa che si riflettesse attraverso differenti discipline artistiche, abbiamo
pensato di arrivare il più lontano possibile. I concerti del disco APOCALYPSE col gruppo Avalanch hanno aperto la strada a quella nuova esperienza
di dipingere grandi formati in diretta.
È stato realmente un'esperienza dipingere, incoraggiati delle voci del
pubblico.
S: Quando si parla di Arte in tutte le sue declinazioni, esistono due
correnti di pensiero: chi pensa che
22
"Malefic Time'
la tecnica sia necessaria a un artista per esprimere al meglio il suo
mondo interiore, chi, invece, pensa
che gli studi imbriglino le possibilità
creative. Lei con chi si schiera e cosa
pensa a riguardo?
LR: Ho creduto sempre che la
tecnica sia il grande attrezzo per potere plasmare un'idea. Quanto più si
hanno conoscenze tecniche tanto
più sarà fedele a quell'idea mentre
la si plasma. Di fatto così è stato durante la storia.
In questi ultimi cento anni si è posta la questione in alcuni movimenti
artistici. Ma una volta sperimentate
queste disubbidienze artistiche, che
furono un buon repellente per molti
vizi dell'arte, non ha senso, oggigiorno, ripetere questi movimenti perché i suoi messaggi circolano già tra
noi e nel mio caso i suoi concetti non
hanno oramai niente di inaspettato e
provocatore e mi annoiano.
S: Se dovesse consigliare i giovani artisti che si affacciano per la
prima volta nel mondo dell'Arte,
quali suggerimenti darebbe loro?
LR: È difficile consigliare. Direi di
immergersi nel proprio io, e cercare
di realizzare qualcosa che sia coerente con se stessi. Un'opera che rifletta
la propria visione personale, più che
quello che chiede il mercato, perché
quest’ultimo è mutevole e si accoppia a mode che passano.
LUIS ROYO
L’INTERVISTA
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cover artist
S: Quando non è impegnato nel
suo laboratorio, cosa le piace fare?
Quali sono i generi musicali, i libri e i
film che apprezza maggiormente?
LR: Tanti libri, musica, cinema e
altre arti sono le cose che più mi piacciono, è normale nel nostro ambiente.
Non sono un seguace di una linea in
concreto di nessuna di queste, voglio
dire che posso star leggendo un libro
sull’occultismo e passare in seguito a
un romanzo poliziesco o, in musica,
posso stare ascoltando heavy e dopo
mettermi un cd di blues. Un film sentimentale e dopo una superproduzione
di Sf. Commento spesso che è come
riempire il cervello di dati per dopo
vomitare ciò che si è formato dentro
sotto una prospettiva personale.
S: Quali saranno i suoi progetti
futuri? Qualche anticipazione sulle
prossime collaborazioni?
LR: Attualmente sono sommerso con Romulo nella seconda parte di
Malefic Time, 110 KATANAS. In questa seconda parte si scopre la relazione che esiste tra la storia di Malefic
Time e Dead Moon.
S: Per concludere l'intervista,
chiediamo sempre all'artista ospite
una citazione o un frase personale
che condensi la propria idea di Arte.
Vuole dirci la Sua?
LR: Una finestra aperta che ci
fa immergere in un altro mondo. Sia
solo per alcune note musicali, alcune
pennellate, alcune parole, spazi, pixel o quello che volete.
"Malefic Time'
PIXEL
RUBATI
di GIOVANNI ARDUINO
Cari amici,
al mio indirizzo
[email protected]
è arrivata questa bozza
di scheda di valutazione scritta di getto da una
lettrice di paranormal romance per una casa editrice di discreta importanza:
non posso fare il nome né
della prima né della seconda, ma offro volentieri
il parto agli occhi belli
dei lettori di Speechless.
L’anonima lettrice mi ha
assicurato che poi la scheda è stata opportunamente
cambiata e corretta, come
già si può intuire dalle
indicazioni in corsivo.
Alla
prossima & statemi
sani, come sempre.
editoria
25
Titolo xxx
Autore xxx
Editore/Agente xxx
Pagg. xxx
Allora, la storia funziona così, c’è questa tipa che è un’investigatrice delle fate (lei è una mezza fata
o qualcosa del genere o non so) nel mondo delle fate e dove tutto è molto fatato (ma la tipa è anche
un po’ vampira in un mondo di vampiri dove tutto è molto vampiresco – o vampirico, controllare e correggere). Comunque, nel mondo fatato/vampiresco (o vampirico, controllare) alla nostra investigatrice
fatata/vampiresca (mi sono scocciata di aggiungere come opzione vampirica, controllo poi una volta
per tutte ma adesso diamola per buona) viene assegnato un compito dal Grande Re, che si capisce
che è il Grande Re (G maiuscola e R maiuscola, ricordare; andrebbe bene anche Sommo Sovrano,
ma l’acronimo farebbe SS ed è politicamente scorretto) perché il Grande Re parla con tono aulico,
insomma, un po’ come ti immagini parlerebbe re Artù in un cartone animato anni Settanta, del tipo:
“Secondo me sei capace di accollarti ‘sto cazzo di missione e vedi di sgamartela” (okay, non così, devo
avere fatto confusione con Una notte da leoni 2 che ho scaricato ieri sera tardi, dopo metto a posto).
L’investigatrice a questo punto (questo punto nel senso che parliamo del diciottesimo capitolo di una
saga dove i cambiamenti sono minimi, a parte la descrizione dei vestiti, del meteo, dei tramonti, degli
alberi, degli organi sessuali maschili/femminili – vedi sotto – e degli orgasmi) capisce che:
a) è stato rubato qualcosa al Grande Re e lei deve recuperarlo;
b) è stato rapito qualcuno/a caro/a al Grande Re e lei deve recuperarlo/a;
c) è stato commesso un crimine gravissimo per il Grande Re e lei deve recuperare il colpevole;
d) si è spostato l’asse temporominchiaspazialdimensionale (cancellare minchia) e tutto il mondo
fatato/vampiresco rischia di andare a carte quarantotto e il Grande Re vuole che lei recuperi la
situazione (NB: le ripetizioni, vedi RECUPERARE, sono sacrosante per mantenersi in linea con lo
stile del romanzo).
Ora, questo è quanto. L’importante è che l’investigatrice delle fate, nel suo cammino e nel portare a
termine la sua missione, trombi (sostituire trombi) un numero x di volte con persone/cose/animali/
nomi di città corrispondenti a certe caratteristiche e solo a quelle: peni puntuti, peni tentacolari, peni
cornuti, peni di pietra, peni con la pinna tipo squalo, peni medusa, peni con scaglie da varano, peni
a punto interrogativo, peni a parabolica, peni in latex giallo fluo e peni-quello-che-volete (sostituite
“pene” con “vagina” e il risultato sarà lo stesso).
Riassumendo, in ordine: missione, trombate (modificare trombate), risoluzione del caso, almeno in
parte, perché ci vuole il cliffhanger che ti fa venire i palpiti di cuore (sééé, di cuore: cancellare questa considerazione) e ti spinge all’acquisto del trumone successivo, e in più introduzione di un nuovo
personaggio mai coperto prima (in questo diciottesimo capitolo un brucolaco di Mykonos mutaforma,
priapico, preveggente e con il sovramorso) che si aggiungerà alla schiera di amici/nemici/amanti/
sodali/schiavi bondage&disciplina dell’investigatrice delle fate.
Stile: piano, semplice. Lunghezza: media/nella norma. Pubblico: femminile, giovane e non solo. Acquisto diritti: consigliato, nonostante sovraffollamento proposte simili per ornitoprive (cancellare ornitoprive).
19
editoria
SCOTT EAGAN
and Greyhaus Literary Agency: Quando il rosa si tinge di grigio
di ELISABETTA BRICCA
Qualsiasi idea vi siate fatti degli agenti letterari americani e della realtà editoriale
d’oltreoceano, sappiate che lavorare con loro
e per loro rappresenta un’esperienza altamente formativa. Esiste un denominatore comune,
da cui non si può prescindere, e che verte su
due punti fondamentali: la professionalità e la
puntualità.
Ho incontrato Mister Eagan, per la prima volta, al Women’s Fiction Festival di
Matera al panel Harlequin. Sì, perché in
quanto agente letterario, Scott si occupa principalmente di rappresentare autrici di romance
e di women’s fiction.
È uno degli agenti letterari più temuti.
Tiene un blog, seguitissimo, di “consigli” per
aspiranti scrittori, e non ama i giri di parole.
Arriva sempre dritto al punto, ha una solida
preparazione letteraria alle spalle, e può vantare una scuderia di autrici di tutto rispetto.
E, naturalmente, Speechless non poteva farsi sfuggire l’occasione di una chiacchie-
rata con lui, per buttare l’occhio a un mercato,
quello della narrativa al femminile americana,
in continua crescita e trasformazione, e da cui
arrivano i maggiori trend da seguire.
SPEECHLESS: Ciao, Scott, e benvenuto a bordo. Ti va col cominciare col dirci
qualcosa in più su di te? Come hai cominciato il tuo percorso di agente letterario?
Scott: Grazie per avermi voluto con voi,
oggi! Sinceramente non credo di essere così
“temuto” come agente. Credo solo di essere
abbastanza diretto su cosa mi piace e cosa non
mi piace nel campo della letteratura romance
e della women’s fiction. Ritengo che possiamo
solo migliorare il nostro modo di scrivere, guardando in faccia la verità nuda e cruda.
Ho fondato la Greyhaus nel 2003, dopo
un’esperienza di dodici anni quale insegnante
di Inglese nel sistema scolastico pubblico. Mi
sembrava fosse estremamente appropriato,
possedendo un dottorato in Letteratura Inglese, una laurea di secondo livello in Scrittura
Creativa e in Competenze Alfabetiche Funzionali. Di fatto, vivevo a Firenze quando presi la
decisione di diventare agente letterario. Lavorare come agente e continuare il mio lavoro di
docente aggregato di Inglese mi garantivano
l’opportunità di essere un padre presente in
casa. Mi è sempre piaciuto scrivere e leggere
romance (mia moglie legge tantissimo) e mi sembrava
calzasse a pennello.
SL:
Cosa
cerchi in un romanzo? E qual è la metodologia di lavoro
che segui con le autrici che scegli di rappresentare?
S: Dato che i generi romance e women’s
27
fiction prendono spunto da rapporti reali e
da reali emozioni umane, mi sento immediatamente catapultato nella credibilità dei
personaggi e delle loro relazioni. Cerco storie con le quali il lettore possa identificarsi
e relazionarsi. Allo stesso tempo, sono in
cerca progetti che possano davvero non
solo obbedire ad un genere ed adattarcisi,
bensì che offrano anche qualcosa di nuovo ai lettori. Da quello che è il mercato,
non basta che le storie siano soltanto
buone o che la premessa della storia
possa essere “solo OK”. Le storie devono vivere oltre, in mezzo a tutte le
altre.
Quando leggo una presentazione, ritengo che un libro possa essere
migliore di un altro da quanto la storia
mi coinvolge. Se mi accorgo che voglio
andare avanti nella lettura, e ho voglia
di parlarne ad altri, è sempre un buon
segno.
Penso che un modo per spiegare
cosa cerco in un romanzo possa essere
compreso maggiormente in base al tempo
che vi dedico. Troppo spesso ho a che fare
con storie che mi sembra di aver già letto:
in altre parole, l’autrice sembra non fare
altro che riprendere schemi, personaggi e
situazioni stereotipate. Nonostante non ci
sia niente di male nel portare avanti temi
comuni, è fondamentale che un’autrice cerchi qualcosa di unico per la sua storia.
SL: Su quale base scegli un’autrice? Cosa deve avere “in più”, rispetto
alle altre?
S: È strano come agenti e scrittori finiscano col lavorare insieme. Si inizia con
una storia ed è quello l’elemento dal quale
gli agenti decidono se gli piace o meno un
progetto. Eppure, in realtà, è l’autrice che fa
la differenza. Come agente, sono alla ricerca di qualcuno che sia veramente una “scrittrice professionista”. Ciò significa qualcuno
che non consideri scrivere un semplice o ca-
28
SCOTT EAGAN
suale passatempo,
bensì qualcuno
che ci si dedichi
anima e corpo considerandolo come una
futura pubblicazione e
che sia pronta ad imparare e crescere come autrice.
Il rapporto tra autore
e agente è anche un lavoro di
team. Ciò vuol dire che ognuno
deve essere in grado di essere
sulla stessa lunghezza d’onda – o
pagina – quando accade che l’autore capisce dove vuole arrivare con la
propria scrittura e come vuole arrivarci.
Bisogna essere in grado di comunicare
editoria
costantemente l’uno con
l’altro. Questo permette
all’agente non solo di sapere a che punto sta l’autrice
con un determinato progetto,
ma anche di conoscerne altri
potenziali. Ad esempio, capita
spesso che mentre parlo con un
editore viene fuori un nuovo progetto. Se so cosa stanno facendo i
miei clienti, posso sempre, di volta in
volta, farli “incontrare” con quel determinato editore.
Lavorare con un cliente è davvero su
base individuale. Molte delle mie autrici
necessitano di parecchio feedback per i
loro progetti. Vogliono tenermi aggiornato su tutto quello che fanno ed avere riscontro su quanto scrivono durante la
lavorazione. Altre autrici necessitano di molti consigli editoriali. Ad
altre piace discutere di nuovi
progetti e nuove idee per le
storie. Quando firmo un
contratto con un’autrice, parto sempre
dal discutere su
ciò che vuole
davvero da
ques to
tipo
d i
rapporto e di come si possa ottemperare al
meglio alle sue necessità di scrittura.
SL: Un paio di consigli per chi vuole cominciare col scrivere romance e
women’s fiction.
S: Relativamente al genere, direi che
un autore debba necessariamente imparare e capire la tipologia di lavoro e il genere stesso. Più un autore capisce come
un romanzo si guadagna la sua strada dal
proprio computer al mercato, migliore sarà
l’autore. E deve anche comprendere cosa
stia scrivendo e la propria voce interiore.
Se lo scrivere è ancora in una fase embrionale, lo scrittore farà troppa fatica. In altre parole, se lo scrittore si trova ancora a
combattere con argomenti del tipo “dove
inserisco il dialogo?” o “devo scoprire quale sia lo Scopo, la Motivazione e i Conflitti
dei miei personaggi” vuol dire che non è
ancora pronto. Scrivere deve fluire in maniera naturale.
Anche agli autori che vogliano scrivere per il mercato americano suggerisco
di acquisire quell’unicum interiore. Nonostante i temi dei quali trattiamo nella letteratura romance e nella women’s fiction,
siano relativamente condivisi, il modo di
affrontarli per il mercato americano è leggermente differente rispetto a quello europeo. Ad esempio, se guardiamo al romance
di stampo storico, vediamo che in Europa si
è più attenti alla ricostruzione del mondo e
dello scenario storico relativo al racconto, e
meno ad elementi personali ed intrinsechi.
Una volta ancora, questa è una modalità
per mettere a fuoco il racconto.
SL: Cosa, invece, proprio non
sopporti? Insomma, quali sono quegli
elementi di un manoscritto che ti portano a decidere di rifiutarlo?
S: Già ho accennato a questo prima.
Quando mi rendo conto che un manoscritto è simile ad un qualsiasi altro, tendo ad
29
editoria
accantonarlo.Propendo davvero ad avere un
rifiuto per progetti dove l’autore sembra aver
passato più tempo a scegliere la “frase giusta”
o “una scena o un evento entusiasmante” ma
non ha avuto uno sguardo d’insieme sulla realtà della storia. Succede spesso, relativamente
all’elemento suspence. Gli autori inseriscono una scena di grande passione tra l’eroe e
l’eroina nel bel mezzo di un inseguimento da
parte del cattivo. Nella realtà, se ci troviamo in
pericolo di vita, non pensiamo certo a quello!
Rifiuto anche ciò che manifesta evidentemente una povertà di scrittura. Ce n’è molta
nelle lettere di richiesta e nelle sinossi. Se ci
sono problemi di grammatica, organizzazione e
modulazione in questi documenti, ce ne saranno anche nel racconto.
SL: Quali sono i nuovi trend negli
USA, parlando di romance e women’s fiction?
S: Normalmente non rispondo a domande
del genere. Troppo spesso gli scrittori tendono
ad informarsi su quali siano le tendenze e ad
uniformarvisi piuttosto che concentrarsi sullo
sfruttare al meglio le proprie capacità autoriali. E tenete a mente anche che ciò che troviamo
in libreria è frutto di una pianificazione di almeno tre anni prima.
Mi rendo conto che il mercato sta realmente cambiando. La cosa più eclatante è
cosa cerchiamo ora in un progetto iniziale per
uno scrittore. Nel passato, anche un progetto
mediocre sarebbe stato pubblicato sperando
che facesse da traino all’autrice e la potesse
portare a produrre cose migliori e più importanti. Ora invece siamo in cerca di progetti che
siano più autorevoli fin dall’inizio.
Ho anche visionato parecchi progetti che
ultimamente tendono a sviare dalle caratteristiche del romance ponendole in un plot secondario. Ecco perché abbiamo assistito a una
crescita della cosiddetta “Fiction con elementi
di romance”. Personalmente non credo avrà
lunga vita.
303
Sono fermamente convinto che assisteremo ad un grande incremento della letteratura romanzesca contemporanea. Credo che ci
sia una grande richiesta da parte degli autori di
storie vere su gente vera e romance vero. Basta con i trucchi fuori dal cilindro: dateci solo
degli ottimi romanzi.
Secondo me, l’ultima cosa che occorre a
scrittori che sappiano produrre in tempi brevi,
sia una tendenza. Lo riscontriamo anche negli
autori più affermati. In passato, riuscivano a
scrivere una storia all’anno. Ora, grazie al formato e-book, i lettori riescono ad avere di più
dai propri autori favoriti senza dover aspettare
un anno per un libro.
SL: Cosa rende un’esordiente uno
scrittore professionista?
S: Farò una piccola lista delle cose che
occorrono:
• Visione costante di dove si voglia arrivare con la scrittura e consapevolezza di come
ci si debba arrivare;
SCOTT EAGAN
031
• Volontà di crescere ed imparare;
• Consapevolezza che c’è ancora tanta
strada da fare;
• Visione realistica dei propri limiti. In altre parole, non sentirsi come il più prestigioso
autore del New York Times;
• Non pensare allo scrivere come ad un
hobby, bensì come a un secondo lavoro;
• Supporto totale di amici e famiglia.
SL: Cosa consiglieresti a quelle autrici romance italiane che abbiano il desiderio di venir prese in considerazione dal
mercato americano?
S: Ci sono due cose da considerare, ma
credo possano essere comuni per tutti i mercati stranieri. Primo: conoscere quel mercato.
Come ho precisato prima, esistono delle differenze in termini di atteggiamento ed approccio nello scrivere romance e women’s fiction.
Quello che funziona in un paese non è detto
debba funzionare in un altro. È per questo che
alcuni autori americani vendono i propri libri
tradotti di più in alcuni paesi piuttosto che in
altri. Un ottimo esempio è fornito da una delle
mie autrici, Brownyn Scott. I suoi libri vendono molto in Europa e moltissimo con Mondadori, ma questo è dovuto dalla profondità delle ricerche storiche e dalla complessità delle
trame. Secondo: assicurarsi che le traduzioni
siano precise. Il mercato americano non supplirà a questo. Al contrario, bisogna che niente
venga perso nella traduzione. Come è noto nel
campo delle lingue, non esiste una traduzione
“esatta”. Molto spesso, una traduzione letterale potrebbe non funzionare.
SL: Parliamo di ebook: pensi che sostituiranno totalmente il cartaceo? Qual è
la tua posizione riguardo l’editoria digitale?
S: Nessun e-book potrà sostituire i libri
cartacei. Si tratta soltanto di un nuovo formato
di libro disponibile per i lettori. Bisogna tener
presente che solo il 25/30 % delle persone è
in grado di leggere un e-book. Le vendite sono
incrementate, ma ciò significa che c’è ancora una grande maggioranza della popolazione
che apprezza il contatto con un libro. Mi rendo veramente conto dell’importanza del nuovo
tipo di formato. Per molti autori rappresenta il
modo di estendere la durata della presenza di
un libro che potrebbe, nella normalità, uscire di
stampa. Esistono anche una serie di autori affermati (e sono quelli che sappiamo essere in
auge con gli e-book e con le auto pubblicazioni) che lo utilizzano come sistema per creare il
proprio catalogo. La Greyhouse, per esempio,
ha fatto uscire 13 libri fuori stampa di un autore in formato e-book, ma i lettori continuavano
a richiedere il libro cartaceo.
L’editoria digitale non passerà di moda,
ma attualmente siamo ancora in una fase iniziale e di apprendimento. Dobbiamo aspettare che passi ancora un po’ di tempo e vedere
come andranno le cose.
32
Tradurre, non tradire
di MARCO PIVA-DITTRICH
Tradurre, lo ripeto ogni volta che mi
viene chiesto, è come suonare il basso in
una band rock: il traduttore, come il bassista, si notano solo se non sono all’altezza. O se vogliono fare troppo i protagonisti nel momento sbagliato.
Come si fa a tradurre un libro?
Non ci sono delle regole ferree, l’unica cosa davvero necessaria è conoscere la
lingua. Di sicuro alcuni colleghi hanno
esperienze e opinioni diverse dalle mie,
magari cose che non mi sono mai nemmeno venute in mente. Comunque, vediamo come traduce un romanzo Marco
Piva-Dittrich.
Prima di tutto io il libro lo leggo.
Ci sono traduttori che preferiscono
non sapere come finisce il romanzo, e
penso che questo possa aiutarli a tradurre
con più gusto e, chissà, forse anche più in
fretta. Ma io preferisco sapere chi sono i
personaggi principali, cos’hanno in testa,
come andranno a finire. Solo così, secondo me, è possibile dare loro una voce personale fin dall’inizio, senza dovere tornare troppo indietro alla fine del lavoro. Poi
mi scrivo un brevissimo riassunto della
storia sottolineando i personaggi e le scene principali, in modo da sapere su chi mi
devo concentrare di più.
Infine, prendo la copia elettronica
del romanzo, che di solito chiedo per facilitare il mio lavoro, e incollo il tutto su
un documento di Word. Vedo quante pagine sono, conto quanti giorni ho prima
della scadenza, mi stabilisco un termine
qualche giorno prima da quello fissatomi dall’editore per rileggere, ma anche in
caso non riesca a mantenermi in tabella
di marcia per qualunque motivo e decido
quante pagine devo tradurre ogni giorno.
Inserisco dei simboli nel documento (se
a qualcuno interessa, è la stringa ###!!!)
nel punto che mi prefiggo di raggiungere
entro fine giornata in modo da avere un
punto di riferimento. Poi mi preparo un
té caldo o, se fa già caldo, mi preparo un
bicchierone di succo di frutta e comincio
a tradurre, un CD nel lettore e un paio di
dizionari on-line aperti e pronti da consultare. Una volta tradotto un paragrafo,
cancello dal documento il corrispondente in lingua originale. Ovviamente tengo
sempre aperto il testo in inglese, in caso
debba tornare indietro per qualunque
motivo. E vado avanti finché il libro non
è finito. Poi, se c’è tempo, lo lascio stare
per un paio di giorni e poi lo rileggo. A
quel punto correggo gli errori di battitura,
aggiusto le frasi per renderle più naturali... tutti quei ritocchi che sono necessari
a rendere il romanzo scorrevole. E poi, finalmente, lo mando all’editore e aspetto
che mi dica se va bene.
La cosa più difficile ma anche più
interessante nel lavoro di traduzione è
capire cosa vuole dire l’autore. Il traduttore non deve interpretare il testo o filtrarlo attraverso la sua sensibilità: il traduttore deve essere la voce dell’autore in
una lingua diversa da quella nella quale
l’originale è stato scritto. E questo a volte
costringe a ritoccare un po’ il testo. Per
esempio, i personaggi del grandissimo
Victor Gischler, del quale ho avuto il piacere di tradurre Shotgun Opera (Sinfonia
di piombo – Revolver BD), sono spesso
estremamente sboccati. In inglese gli insulti sono di base tre o quattro, in caso
combinati tra loro. In italiano siamo più
creativi. E quindi bisogna scegliere l’in-
editoria
sulto più adatto alla situazione cercando
di pensare a quale parola suona più naturale nel contesto. Lo stesso in realtà si
applica per tutti i dialoghi: è necessario
immaginarsi la scena come se fosse un
film e far parlare i vari personaggi come
delle persone reali. Tante volte, per tornare agli insulti che sono l’esempio più
eclatante, si leggono nei romanzi conversazioni nelle quali i protagonisti si attaccano l’un l’altro a suon di “fottuto” questo
e “fottuto” quello. Ma chi dice “ fottuto” in
Italia? Io definisco termini come “fottuto” tipici del traduttorese o, se si preferisce, dell’italiese, traduzioni magari letterali ma estremamente artificiali.
Un traduttore che preferisco non
nominare ha dichiarato una volta che il
dizionario è un “accessorio inutile”. Io,
personalmente, ritengo il dizionario
fondamentale. Certo, l’italiano deve essere fruibile senza problemi, a meno che
non ci sia un personaggio che usa un linguaggio astruso e contorto, ma è sempre utile avere la possibilità di raffinare
la lingua della traduzione. O cercare un
supporto per assicurarsi di avere davvero
capito bene...
Un altro problema da affrontare è
il dialetto. Quando un autore usa termini specifici di una certa zona del suo Paese, ad esempio gli scozzesismi di Allan
Guthrie del quale ho tradotto Slammer
(Dietro le sbarre – Revolver BD), cosa fa
il traduttore, italiano o di una qualunque
lingua? Usa un dialetto specifico? Io ho
scelto di no e piuttosto uso termini della
lingua comune che magari non sono perfettamente corretti, per far capire che il
personaggio non sta parlando in maniera
forbita. So che altri colleghi invece preferiscono usare termini dialettali facilmente riconoscibili da chiunque, ma questo
non mi trova d’accordo: non voglio paragonare la parlata di Edimburgo, tanto
per rimanere con Guthrie, a quella di una
regione o città italiana specifica, perché
penso che creerebbe una serie di associazioni di idee probabilmente non corrette.
Per esempio in “I Simpson” Willie il giardiniere è doppiato in italiano con un accento sardo; Willie nella serie originale è
appunto scozzese, anzi viene da Kirkwall
sulle Orcadi che, guarda caso, è anche
dove è nato Allan Guthrie. Cosa rende la
Scozia simile alla Sardegna, a parte il fatto
che l’allevamento di pecore è piuttosto diffuso? Secondo me, assolutamente niente.
Ma dopo oltre vent’anni di Willie il giardiniere, probabilmente molti fanno il collegamento.
Comunque sia, mi sono creato un
motto grazie a un errore linguistico di
mia moglie, che è tedesca e sta imparando l’italiano: il traduttore deve tradurre,
non tradire.
Il mio lavoro non è raccontare la
storia creata da Victor Gischler piuttosto che da Allan Guthrie con le mie parole, ma fare in modo che gli autori parlino italiano.
33
editoria
di SERGIO BEVILACQUA
Cari Lettori e ormai non più così cari
(sotto i 100, senza darsi troppo da fare con Shenzen, cioè la Cina, ove vengono prodotti quasi
tutti) “lettori” (di ebook, l’avevate capito, eh?),
chi vi parla è un EDITORE.
Mi rivolgo a entrambi, quasi supponendo
uno spiritello degustativo di lettere nelle macchinette informatiche di cui sopra, perché così aumento la possibilità di essere capito. M’illudo, lo
so, ma insieme con la contemporary art (cercate Massimo Antonaci sulla rete, e leggete di lui!)
voglio fare ugualmente questo sforzo esoterico, alchemico per farmi leggere ancora di
più. Notoriamente, i “lettori” non frequentano
autonomamente la rete, ma i loro orgogliosi portatori sì…
Mi farò accompagnare nel mio percorso
da alcune presenze: Giulio Einuadi, Gianni
Scheiwiller, Elido Fazi e ilmiolibro.it.
Perché da loro? Perché per dare il meglio
come editore ci vuole un bravo genitore (Giulio
Einaudi), uno zio caro (Vanni Scheiwiller), un
fratello maggiore (Elido Fazi) e un esempio di
quello che non vuoi diventare (ilmiolibro.it).
Cosa mi ha insegnato il padre (G. Einaudi).
Un editore è prima di tutto il PRIMO
LETTORE e l’ULTIMO SCRITTORE di ogni
opera pubblicata. Lesa maestà? Di chi? Del
lettore? Oddio, proprio non riuscirei a incolpare
il lettore (umano, eh) di alcunché: è un essere di
generosità infinita, nel processo editoriale. Proprio infinita quanto infinito è l’intrattenimento
letterario, che è suo e soltanto suo. Lui produce
il testo, il lettore, lui fa esplodere nella sua mente miliardi di segni da quelle (almeno) 100.000
parole che un buon romanzo presenta. Eppure,
sempre lui adora lo scrittore e ringrazia, ringrazia…
Cosa devo a mio zio (V. Scheiwiller).
La profonda partecipazione alla produzione di un fatto culturale (letterario) meritevole di attenzione, l’innata generosità che lo ha
fatto riconoscere ai suoi tempi come il migliore
amico dello scrittore (e quanto bisogno abbiano
di amici questi esseri prigionieri di lemmi e locuzioni, grammatiche e sintassi, solo loro lo sanno,
quando non ci hanno già rinunciato…) e il gentile gioielliere che porge 10 euro di pietre preziose
a quel particolarissimo Re Mida, il lettore, che le
moltiplica esponenzialmente, e che magari rammenta di chi sono i tipi…
Cosa devo a mio fratello maggiore (E. Fazi).
3
Il coraggio di aver sfidato un mondo editoriale che aveva intuito incartarsi in mano
ai potentati, acido della cultura. E quando,
da uomo poliedrico di grande coltivazione e sensibilità, ha visto che non si sarebbe salvato dalla
dissoluzione mafiosa nel suddetto solvente, e ha
capito che al momento anche altri drammi avvenivano nella nostra società malata, ha pensato
bene di orientarsi dove poteva continuare a produrre validissimi contributi per quella sua società.
La nostra, italiana. Prima che europea, prima che
mediterranea, prima che occidentale, prima che
umana senza dimenticarne nessuna.
Che cosa devo a ilmiolibro.it.
Il risparmio di notevoli energie per
spiegar che un testo non è finito se non c’è
qualcuno che ci crede e che, quanto più
esperto è questo qualcuno, tanto più ci sarà
lettore (sempre umano). Che purtroppo non
significa lettori (in numero). Perché il numero è
comandato dall’alto e il testo non c’entra quasi
nulla. Poi, gli devo l’evidenza di vedere dei testi
mandati allegramente al disastro, senza premere
come dovrebbero sull’anoressica (quanto a italiani…) oligarchia del cartello dominante nell’editoria italiana.
Che ha capito che si guadagna con gli stranieri, anche se li si traduce in modo orrendo.
La questione è anche più complessa di così, ma
avremo modo di approfondire… Se siete scrittori
e non stupidi vanesi, via da lì. Meglio la consapevolezza tragica del difficilissimo e martirizzante processo editoriale in italiano, che il salto nel
vuoto. O, comunque, prima di suicidarvi in quel
modo ridicolo, scrivetemi su queste colonne a
[email protected]
In attesa di lettere e commenti da parte
vostra, vi ricordo ancora un fatto centrale che riguarda voi lettori e voi scrittori. Il vostro libro,
elettronico o meno, richiede due macrofasi
produttive:
La fase creativa. In Italia questa fase
è competenza delle aziende editoriali, come era
nell’antichità del settore, prima che diventasse in-
dustriale e di massa; nei mercati evoluti delle altre
lingue (inglese, spagnolo, francese, portoghese,
tedesco per parlare solo delle lingue occidentali)
detta fase è invece delle “agenzie letterarie”. Ma
attenzione! Non è rivolgendosi alle nostrane, cosiddette agenzie letterarie che si risolve il problema. Lo si aumenta, invece! Perché si dimezzano i
diritti d’autore e le stesse non sono altro che operatori astuti o illusi che ti fanno fare magari 2000
copie per il tuo lavoro di 2 anni, come ogni pessimo editore, mangiandosi però metà del bambino
denutrito. Il cartello vuole che sia così, in Italia!
La fase industriale: tipografia, distribuzione, vendita e promozione/pubblicità. Anche
questa in Italia è in capo alle case editrici. Altrove
invece è il lavoro dei “publisher”, che prendono
in mano un prodotto artisticamente finito e lo
diffondono e promuovono. Industriali qualunque,
insomma, che corrono i loro rischi imprenditoriali avendo prima regolato i loro conti con la fase
creativa (e i relativi soggetti, le agenzie letterarie
dietro cui stanno gli autori).
Insomma, in capo agli editori italiani
stanno due attività tanto diverse da richiedere costosissime emulsioni continue per
stare insieme, così distogliendo dal necessario
lavoro verso l’esterno e sul versante pubblicitario
dei mezzi di comunicazione di massa, con i quali
soltanto si fanno le decine di migliaia di copie che
rendono uno scrittore un vero professionista, perché può campare di scrittura.
Costringete insieme queste due attività in
un settore controllato, ma che dico!, colonizzato,
imprigionato da quattro oligopolisti ben sintonizzati per fare i loro brutali affari (senza preoccuparsi se rovinano scrittura e lettura in italiano, la
lingua italiana, patrimonio di settanta milioni di
persone!) e capirete bene che Einaudi e Scheiwiller si rigirano nella tomba, e anche perché il
bravo Fazi se l’è data a gambe.
Intanto si faccia chiarezza. E si smetta
di promuovere dannose illusioni e sinistri
suoni di piffero. Per un’editoria italiana
rampante, il libro in una mano e la spada
nell’altra!
35
editoria
rubrica
Io abitavo
a West Egg,
nella parte...
bÈ, quella
meno alla moda
delle due
di ALESSANDRA PENNA
fiera
fiera
delle mie brame
Qualche notizia
per i NON addetti ai lavori
(da un’addetta ai lavori)
Londra, 15-18 aprile 2012, e a seguire Torino, 10-14 maggio 2012.
LBF, London Book Fair, e Salone
del Libro: i due più recenti e importanti appuntamenti per gli addetti ai lavori
dell’editoria (cui si aggiunge quello che
si è svolto pochi giorni fa a New York, la
BEA).
Sono importanti queste fiere, o
sono solo l’occasione, per chi lavora
nel settore, di incontrarsi?
La quantità del lavoro, i ritmi serrati
che ormai caratterizzano anche il settore
editoriale in quanto “industria”, difficilmente consentono frequenti scambi personali.
Nell’era digitale, il flusso delle informazioni, costante e incessante, è veicolato
da internet. Non
potrebbe
essere altrimenti, in fondo.
Chi lavora nel settore, occupandosi sia del mercato italiano che di quello
estero, si trova a gestire quotidianamente
quantità di email in cui case editrici estere, agenti esteri, subagenti o agenti italiani (e singoli privati scrittori) presentano libri in uscita, proposal da sviluppare,
manoscritti in fase di lavorazione, ma già
valutabili.
L’occhio del bravo editor deve riuscire a vedere cosa è buono e cosa lo
è meno, cosa è adatto alla propria linea editoriale, cosa potrebbe aggiungersi, cosa ha il carattere dell’originalità. Non è sempre facile, perché una
comunicazione via mail non potrà mai
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sostituire del tutto lo scambio vis-à-vis e
la qualità delle informazioni che si acquisiscono quando due persone hanno occasione di parlare.
Ecco perché le fiere sono importanti ed entusiasmanti. Perché finalmente l’editoria esce dalle stanze di una casa
editrice e ha modo di sbirciare fuori dalla propria porta, di annusare altre realtà,
dove le tendenze e gli interessi possono
essere diversi da quelli del nostro Paese,
ha modo di “confrontarsi”, quindi di capire, assorbire, crescere. Le fiere non sono
solo informazioni, ma stimoli, idee,
rapporti che si stringono e
durano.
Le
giornate
trascorse alle fiere
sono fitte, Londra
in particolare. Si inizia
alle 9.30 e si finisce alle 18.30. Ogni
mezz’ora un incontro. Che avviene o al
piano terra, pieno di padiglioni delle gran-
di case editrici, che espongono i libri al
momento più forti, o al piano superiore,
l’International Rights Centre, spazio
sia per agenti che per i responsabili dei
diritti esteri delle case editrici.
Da editor, il mio obiettivo è cercare, fiutare ciò che ogni catalogo
che mi viene presentato ha di meglio
(per la mia casa editrice). Si potrebbe
pensare dunque che per chi, come me, fa
questo, si tratti soprattutto di ascoltare.
Ma non è così. Quanto più si è in grado
di presentare la propria casa editrice, i
propri obiettivi e ciò che si sta cercando,
tanto più efficace sarà lo scambio con chi
propone, selettiva la scelta dei titoli, probabile una convergenza di intenti.
A Torino mi è capitato un incontro
con una collega di una casa editrice olandese che occupava il mio stesso ruolo:
non seller-buyer quindi, ma buyer-buyer.
Desiderava sapere quali fossero i libri che
consideravo più interessanti tra quelli let-
ti e pubblicati, non solo italiani ma
anche stranieri: una sorta di scouting tramite un altro editore.
Le fiere sono belle anche
per questo: il mercato editoriale “mondiale” può diventare
accessibile. Volendo si possono
incontrare editori di ogni parte
del mondo. Questo vale per Londra, Francoforte, Torino… Poi, per
chi cerca anche altro, il Salone di
Torino – così come l’ultimo giorno
a Francoforte – hanno qualcosa
di diverso: il pubblico. Vedere
file all’ingresso del Lingotto, vedere intere scolaresche aggirarsi
nei vari padiglioni, osservare le
tante persone che riempiono gli
stand, riuscire a volte ad avvicinarli, consigliarli, parlare di un libro che magari – se il caso vuole
– hai seguito, curato, anche scelto
e voluto personalmente, questo è
un valore in più. Irrinunciabile.
Se invece devo considerare
un altro aspetto affascinante
di una fiera, senza dubbio è la
chiusura di una trattativa durante quei giorni. Un libro di cui
ci si invaghisce e che si riesce ad
acquistare al volo, o un accordo
che si chiude dopo che il libro era
stato a lungo corteggiato. O – ed è
altrettanto entusiasmante – sapere che un libro della propria casa
editrice viene richiesto, desiderato
e infine acquistato già durante la
fiera.
Ma una fiera non vive soltanto per il tempo della sua durata. C’è un prima e c’è un poi.
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editoria
Il prima è la preparazione: lo studio dei cataloghi e l’individuazione dei titoli migliori.
E il poi è il lavoro di lettura dei libri scelti e
richiesti.
Personalmente credo che le fiere
siano un modo, per chi lavora nell’editoria, di mettersi in gioco. Sono il momento
dello scouting, della ricerca ma anche dello
scambio e del confronto: di un dare e ricevere che avrà una cifra sempre diversa rispetto
a ciò che passa per la rete. Perché, che sia a
un tavolo, faccia a faccia, per il tempo di un
appuntamento, oppure a una cena, davanti a
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un caffè o nelle occasioni di incontro in chiusura di giornata, poter parlare con colleghi
provenienti da tutto il mondo permette di capire meglio e più a fondo le scelte editoriali
altrui e le proposte che ci vengono fatte. Da
meditare, con calma e strumenti che a ogni
fiera si affinano, una volta tornati a casa.
Per capire quanto di quel mercato estero ci
assomiglia, può essere adatto a noi, come
possiamo assorbirne o rielaborarne degli input che consentano a noi singoli, in
quanto editor, o alla casa editrice che
rappresentiamo, di crescere.
editoria
INTERVISTA
Jo
March
Agenzia Letteraria
Da Agenti Letterarie
a Editrici di capolavori dimenticati
Nata nel 2009 come Agenzia Letteraria, la JO MARCH è diventata anche
Casa Editrice nel novembre 2011. E la prima pubblicazione, con cui le due fondatrici — Lorenza Ricci e Valeria Mastroianni — si sono cimentate, non è stata una
sfida facile. Con un progetto ambizioso e
oneroso, infatti, la Jo March ha deciso di
tradurre il capolavoro di Elizabeth Gaskell, North and South, un romanzo in
cui i temi sociali dell’industrializzazione e
del progresso dell’Inghilterra vittoriana si
intrecciano a quelli meno vicini a noi delle crisi spirituali nella chiesa anglicana e a
una bellissima storia d’amore e di crescita. Pubblicato per la prima volta a puntate
da settembre 1854 a gennaio 1855 su Household Words — il periodico settimanale
edito da Charles Dickens —, North and
South venne poi compendiato dalla Gaskell e pubblicato in due volumi nel 1855.
Finora questo bellissimo romanzo
non era mai stato tradotto in italiano — se
si eccettua un’edizione ridotta del 1960 —
e, dopo che la BBC ha realizzato nel 2004
una riuscitissima trasposizione televisiva, una miniserie in quattro puntate con
Richard Armitage e Daniela Denby-Ashe,
si sono moltiplicate le richieste sul web
di chi avrebbe voluto leggere il romanzo
in italiano. Finalmente, l’attesa — lunga
quasi 150 anni — si è conclusa felicemente
di GABRIELLA PARISI
grazie a Jo March.
Volevo innanzi tutto fare le congratulazioni a Lorenza e Valeria per aver raggiunto un obiettivo così ambizioso e così
importante come la traduzione di un classico della letteratura inglese qual è North
and South di Elizabeth Gaskell che — vergognosamente — mancava di un'edizione
italiana. Un'edizione che, pur essendo il
primo prodotto di Jo March, è curata nei
minimi dettagli. Davvero un traguardo
ammirevole, complimenti ancora e grazie
per averci concesso questa intervista.
Speechless: Il vostro sodalizio nasce
nel 2009. Come è nata questa collaborazione e perché? E soprattutto, perché avete
scelto il nome dell’eroina di Piccole Donne
a rappresentarvi?
Jo March: Ci siamo conosciute nella
redazione di una Casa Editrice perugina nel
2008, dove io lavoravo da un anno quando
Valeria è entrata come stagista. Il nostro è
stato un sodalizio prima di tutto umano, poi
letterario. Insieme all’amicizia così è cresciuta la voglia di costruire un progetto culturale
tutto nostro, dove mettere alla prova un’idea
di editoria diversa da quella con cui facevamo i conti tutti i giorni. Il nome “Jo March”
è l’evidente e romantico omaggio all’eroina
di Piccole Donne, il personaggio in cui entrambe ci riconoscevamo da piccole.
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S: La Jo March nasce come Agenzia
Letteraria. Come mai la svolta, la decisione di diventare anche Casa Editrice? Qual
è il vostro ruolo? JM: In realtà non c’è stata una vera e
propria svolta, da sempre cerchiamo quegli scrittori capaci di dar vita a storie che
sappiano parlare del mondo e della natura umana con originalità, che ci stimolino
a riflettere, a mettere in discussione, a far
emergere emozioni sopite. Non importa
se di oggi o se di secoli fa. Quindi l’obiettivo è sempre stato lo stesso.
Però c’è una differenza sostanziale
nella possibilità di divulgazione dei testi,
nella capacità di questi scrittori di raggiungere il pubblico, i classici in qualche
maniera vanno solo riscoperti, mentre
i nuovi autori devono essere “imposti”
all’attenzione dei lettori, e per far sì che
ciò accada occorre una struttura finalizzata e dedita soltanto a questo.
S: Parlateci del motivo che vi ha spinte a scegliere North and South come vostra prima pubblicazione. JM: North and South era un esempio
eclatante di quella letteratura sommersa
che non è mai stata pubblicata in italiano.
Un testo di straordinaria importanza da
un punto di vista letterario e sociale.
L’abbiamo scelto proprio per la sua
qualità, perché la prima uscita della collana doveva essere emblematica e farsi
portavoce del nostro intero progetto editoriale.
S: Quali credete possano essere stati
i motivi che ne hanno impedito la traduzione/pubblicazione fino ad oggi? (sebbene esistesse una traduzione — in versione
ridotta — del 1960 di Ada Borrelli pubblicata dalla Casa Editrice Giuseppe Principato).
JM: I motivi che si possono addur-
re sono molti e nessuno. La corposità e la
complessità linguistica e tematica del testo inglese sicuramente erano degli scogli
non semplici da superare, ma questa a mio
avviso rimane una motivazione parziale.
La verità è che la memoria di una cultura è come un setaccio, alcuni testi passano
l’esame e altri finiscono nel dimenticatoio.
In Italia nessuno si era posto il pro-
Lorenza Ricci e Valeria Mastroianni
blema della grande lacuna della mancata
traduzione di North and South, o forse,
qualcuno può anche essersi posto il problema, ma poi si deve essere spaventato di
fronte all’arduo compito.
Sì, è vero, la Casa Editrice Principato aveva realizzato una “riduzione” di North and
South, in passato: aveva presentato parti del
romanzo, sempre in lingua inglese, riducendone il corpo a un quarto circa del totale, e
corredando il testo di note in italiano che aiutassero la comprensione dei passaggi più difficili e delle espressioni dialettali. Anche noi
abbiamo consultato questa edizione, ancora
reperibile in biblioteca, e devo dire che ci è stata di grande aiuto per sciogliere alcuni nodi.
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scheda
del Libro
Titolo: Nord e Sud
Tit. Or.: North and South
Autrice: Elizabeth Gaskell
Casa Editrice: Jo March
Pubblicazione: 2011
Collana: Atlantide
Traduzione: Laura Pecoraro
Pagine: 560
Formato: 14x21, brossura
Prezzo: € 15,00
ISBN: 978-88-906076-0-8
S: Una volta deciso di tradurre questo romanzo, come vi siete mosse? Quali
passi avete intrapreso? JM: È cominciato tutto con una lettera. Abbiamo scritto a Marisa Sestito,
professore ordinario di Letteratura inglese presso l’Ateneo di Udine, che era stata
la prima a tradurre Elizabeth Gaskell in
Italia: sue sono le traduzioni di Cranford
e di Storie di donne, di bimbe e di streghe.
Si è subito interessata al nostro progetto e
ci ha proposto Laura Pecoraro come possibile traduttrice, restandoci poi sempre a
fianco nel corso della redazione e scrivendo la bellissima Introduzione che apre il
volume.
S: Quali sono le difficoltà che si incontrano a voler pubblicare un classico
così importante e famoso?
JM: Eravamo certamente spaventate all’idea di misurarci con un’opera così
importante e con una scrittrice raffinata
e profonda come la Gaskell, ma i nostri timori sono d’altro canto stati anche i perni
dell’entusiasmo e della convinzione con
cui abbiamo affrontato questa avventura.
Ci è voluta una buona dose di incoscienza, senza la quale non ci saremmo
mai buttate, ma soprattutto impegno,
costanza, dedizione e la convinzione che
sarebbe stata un’occasione irripetibile.
Anche se eravamo consapevoli che saremmo in qualche modo finite sotto esame,
l’esame dei tanti lettori che attendevano
Nord e Sud da anni e quello degli accademici, quindi non potevamo permetterci di
sbagliare.
A volte penso – sono una delle ultime
romantiche – che questo straordinario capolavoro sia rimasto in silenzio per oltre
centocinquanta anni solo per attendere
noi, per affidarsi alla nostra cura. E così
è stato, si è creato un rapporto veramente
unico fra noi e questo libro, si è intreccia-
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editoria
to alle nostre vite inestricabilmente.
S: Quanto ha influito sulla vostra
scelta la petizione del pubblico italiano
che ne chiedeva la pubblicazione e come
— in seguito al vostro annuncio della pubblicazione dell’opera — siete state
condizionate/pressate dall’interazione col
pubblico?
JM: Sulla scelta nulla, infatti siamo
venute a conoscenza della petizione solo
dopo aver programmato la traduzione. In
seguito, non direi che siamo state “condizionate”, ma sostenute e incoraggiate dai
messaggi che in pratica quotidianamente
arrivavano sulla nostra casella di posta.
S: Quanto la serie televisiva della
BBC del 2004 ha agevolato, ostacolato o
comunque influito sull’impegno che vi
eravate prefisse?
JM: Anche qui, direi che la produzione televisiva ha solo agevolato il nostro lavoro, moltissimi dei nostri lettori
hanno conosciuto il romanzo attraverso
la serie, quindi non possiamo che essere
grate alla BBC e a Richard Armitage.
S: Sono passati circa sei mesi dalla
pubblicazione di Nord e Sud. Avete avuto
il riscontro che vi aspettavate?
JM: Da una parte sì e da una no. I
nostri lettori sono soprattutto coloro che
vengono a conoscenza del libro attraverso la rete; fatichiamo di più a farci conoscere in libreria: i librai sono in qualche
maniera diffidenti nei confronti di una
nuova Casa Editrice, quindi non tutti
hanno accolto i nostri libri sugli scaffali.
E ancora più diffidenti, o meglio “non attenti”, sono i giornalisti che non scrivono
recensioni su un libro straordinario che
ne meriterebbe. Quindi grazie a voi per
l’opportunità che ci date.
S: Avete annunciato la vostra prossima pubblicazione: The Romance of a
Shop di Amy Levy. Come mai la vostra
editoria
scelta è caduta su quest’opera?
JM: Amy Levy è un’autrice poco conosciuta, ma ciò non toglie che fosse una
scrittrice brillante e moderna, capace di
cogliere i cambiamenti della sua epoca
e di raccontarli con uno stile giovane e
frizzante. Le quattro sorelle protagoniste
di The Romance of the Shop ci hanno conquistato all’istante con la loro simpatia e
il loro tentativo di essere indipendenti e
libere di decidere per la propria vita.
S: Al di là di un capolavoro com’è
Nord e Sud, quali sono i requisiti che cercate in un’opera perché attragga la vostra
attenzione e consideriate la possibilità di
pubblicarla? Avete intenzione di pubblicare altre opere di Elizabeth Gaskell ancora inedite in italiano?
JM: Gli stessi requisiti per cui in libreria scegliamo un libro fra milioni di
altri, perché crediamo che possa regalarci
pensieri, spunti critici e sentimenti nuovi.
Siamo legate alla Gaskell e ci piacerebbe
pubblicare altre sue opere in futuro. La
nostra Collana Atlantide procederà con
un ritmo disteso, due-tre uscite all’anno,
e per il momento abbiamo programmato
testi di altri autori.
S: E che ne pensate di opere totalmente inedite in italiano? Punterete in
futuro su promettenti firme italiane? In
fondo nascete come Agenzia Letteraria.
JM: Come ho in parte detto rispondendo a una delle prime domande, per
promuovere un nuovo autore nel mercato
editoriale di oggi ci vuole una Casa Editrice che sia costruita e organizzata ad hoc
per questo fine e noi non lo siamo. Non si
può far tutto, già portare avanti Atlantide
in parallelo all’attività di Agenzia è molto impegnativo. Preferiamo continuare il
nostro lavoro di “ricerca” di nuovi autori
e poi lasciare che siano Case Editrici con
il giusto profilo a pubblicarli.
S: Quanto siete aperte ai suggerimenti e alle richieste del vostro pubblico?
JM: Apertissime. Teniamo sempre in
conto i titoli che ci suggeriscono i nostri
lettori, non a caso abbiamo creato un’apposita sezione per i consigli sul nostro sito
web. Certo, non possiamo accogliere ogni
richiesta, dobbiamo capire quale testo fa
per noi e quale no e, cosa non secondaria,
cercare di capire anche cosa pubblicheranno gli altri editori, per non trovarci a
lavorare sulla stessa opera.
S: Dopo The Romance of a Shop quali sono i vostri progetti futuri?
JM: Ci misureremo con un grandissimo maestro, Charles Dickens.
Sito web: www.jomarch.eu
44
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racconto
inedito che
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pubblicato?
SPEECHLESS
VUOLE TE!
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il tuo racconto
e le tue generalità
alla Redazione:
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IL PROSSIMO
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PROPRIO IL TUO!
editoria
Rubrica
di MANUELA SALVI
Ci dormiva Harry Potter, nel sottoscala. E se sbirciate tra il contatore della
luce, i vecchi barattoli e le scope spelacchiate, troverete anche dei libri. Vengono
chiamati libri per ragazzi, e sono quasi sempre destinati a starsene nell’angolo più buio
e dimenticato dell’immenso tempio dorato
della Letteratura Seria (italiana o in italiano tradotta), relegati nella sezione "Fiabe e
Favolette" dell’immaginaria biblioteca collettiva.
Oh, ma poco male.
I cacciatori di tesori sanno che i sottoscala – e le cantine, e le soffitte – sono i posti
migliori per fare scoperte straordinarie e incontri che possono cambiare la vita.
Siamo pronti ad accoglierli questi avventurieri della parola stampata, con mappe
ingiallite, navi sbilenche e bandiere piratesche. In particolare, ci sarò io qui a far da
guida, e domanderò la parola d’ordine quando busserete alla nostra porta.
Vi chiederò: siete pronti a riporre
per un momento quel vestito cucito in
serie chiamato “adultità”?
Voi risponderete: sì! – e poi dovrete reggervi forte. Perché nel sottoscala c’è
solo gente coraggiosa. Scrittori che pronunciano la parola “infantile” con orgoglio e
zero vergogna. Editori che resistono brillantemente alla crisi, in tutto il mondo. Lettori
piccoli che combattono mostri spaventosi
senza vacillare. E lettori grandi che ricordano. Ricordano quanto i sogni possano essere a portata di mano. Ricordano cosa vuol
dire correre senza una ragione. E di quando
si sapeva tutto senza sapere niente.
Questa è la Letteratura per Ragazzi.
Letteratura col fiatone e i capelli al vento.
Pagine come porte, parole come ciottoli da
far rimbalzare.
Non è per tutti, mi rendo conto. Perciò
vi lascio con un compito, facile, per scaldarsi. Leggete: Il mio mondo a testa in giù
di Bernard Friot (Edizioni Il Castoro). E cominciate a ricordare.
BERNARD FRIOT non ha peli sulla
lingua e in questa esilarante raccolta di
racconti dedicati all’infanzia meno politically correct, con uno stile fulminante, dimostra che gli insegnanti sanno ascoltare.
Lui ha ascoltato. E ha raccolto frammenti di
vite piccole fatte di cose immense: paure,
ansie, conquiste, avventure – e il rapporto
con gli adulti, eternamente conflittuale. Si
parla di ribelli in miniatura in un libro che è
il “the best” delle Histoires Pressées di
Friot: storie stampate, ma anche storie di
fretta. Si parla di come la quotidianità riservi meraviglie inaspettate, e ricorda ai lettori
grandi come si fa a non lasciarsele scappare, inosservate.
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scheda
del Libro
Titolo: Il mio mondo a testa in giù
Autore: Bernard Friot
Casa Editrice: Il Castoro
Pubblicazione: 2008
Illustrazioni: Silvia Bonanni
Pagine: 106
Prezzo: € 13,50
ISBN: 9788880334729
editoria
intervista
di ELENA BIGONI
Fabio Di Pietro
È stato l'argomento principale dell'ultima Fiera del libro di Torino. Primavera
Digitale, così è stata chiamato il rinnovato
interesse verso l'e-book e il digitale, in crescita anche in Italia. I dati parlano chiaro, anche se le cifre e i guadagni sono ancora irrisori
rispetto a mercati esteri – emblematico il caso
americano: dal suolo statunitense, infatti, abbiamo importato successi "digitali" da milioni
di copie in e-book come Amanda Hocking,
John Locke e E. L. James, solo per citarne
alcuni.
Speechless ha deciso di parlarne con
Fabio di Pietro, editor Digital & Paperback di uno dei più grandi editori italiani,
Giangiacomo Feltrinelli Editore, che ha
deciso di puntare proprio recentemente
sul digitale con il progetto Zoom. Domande
talvolta scomode, cui Di Pietro ha risposto con
grande chiarezza.
Il mercato dell’e-book è destinato a cambiare in maniera netta la stessa concezione della
lettura e del prodotto-libro: non solo incidendo sui costi e sulle modalità di azione all’interno della filiera produttiva, ma anche nelle
nuove modalità espressive con cui gli autori
sono chiamati a confrontarsi. Ciò è testimoniato dall’esperienza di Banduna, il romanzo a
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puntate di Alessandro Mari: una rivisitazione della classica modalità di fidelizzazione del
lettore, come ben sapevano i lettori di feuilleton del secolo scorso.
Dunque, viviamo una fase di passaggio
in cui l’habitus mentale del lettore subirà
un drastico cambiamento, sia per quanto concerne i costi del bene-libro che per
quanto riguarda la distribuzione.
La Feltrinelli si sta dimostrando attenta ai
rapidissimi cambiamenti del mercato editoriale e, secondo quanto si evince da quest’intervista, la collana Zoom sembra essere solo
la prima dimostrazione di un nuovo modo di
concepire il “mestiere” di editore.
Speechless: Benvenuto su Speechless,
Fabio. Ti va di presentarti ai nostri lettori?
Qual è stato il percorso che ti ha portato a divertare editor per Feltrinelli Editore?
Fabio di Pietro: Grazie a voi per l'ospitalità! Solitamente la strada per diventare
editor passa per una solida esperienza
redazionale. Io ho imboccato un sentiero
laterale: dopo laurea in comunicazione, diploma in pianoforte e master in marketing, sono
entrato in editoria tramite Mondadori, dove
sono rimasto per otto anni. Nel 2010 sono fe-
Fabio Di Pietro
licemente approdato in Feltrinelli, dove sono
responsabile della collana di tascabili Universale Economica e dei nuovi progetti di
editoria digitale.
S: Come è nato il progetto editoriale di
Zoom e quali sono i presupposti su cui si
basa?
F: Zoom nasce dall’entusiasmo. Entusiasmo per le nuove frontiere che il digitale
mette a disposizione di autori e editori, entusiasmo per il nuovo impulso che può dare alla
forma breve, entusiasmo per le nuove occasioni di lettura nate grazie a eReader, tablet
e smartphone. Abbiamo voluto fare i libri
che finora non si potevano fare.
S: Come avviene la selezione dei testi da
pubblicare? Quali prodotti letterari vengono
inseriti nella Collana?
F: Ogni Zoom è una piccola opera d’arte compiuta in se stessa, così come lo è
un valzer di Chopin. Per questo tutti i testi
pubblicati all’interno di Zoom devono rispondere a un doppio criterio: essere di assoluta
qualità e, allo stesso tempo, essere pienamente autonomi. Gli Zoom sono veri e
propri libri, anche se piccoli. Quello che
vogliamo è donare alla forma breve l’autonomia che finora, per i limiti ineludibili
della filiera della carta, non ha potuto
avere. è una sorta di guerra di indipendenza della forma breve, all'urlo di “mai più serva d'altri”, nè raccolta nè rivista. Nell'editoria
digitale i testi brevi sono maturi per essere
considerati libri e non tranci di libro.
S: La collana è nata a dicembre 2011, quali
sono stati i riscontri dei lettori?
F: I riscontri sono stati entusiasmanti per
noi! Abbiamo a lungo occupato completamente
il podio della classifica generale ebook di
Amazon. Su iTunes abbiamo occupato più
volte il primo posto, con Saviano, Bukowski,
De Luca e Benni. Su tutti gli altri store, da
laFeltrinelli.it a Bookrepublic, passando
per IBS e BOL, abbiamo avuto ottimi riscontri
sia di vendite che, non meno importante,
nei commenti dei lettori. Anche sul neonato
store italiano di Google Play ci siamo subito
ritrovati nelle prime posizioni. Insomma: non
ci possiamo lamentare.
S: Scegliere di pubblicare solo on-line alcuni titoli inediti non rischia di allontanare
quella fetta di lettori, che rappresenta ancora
la maggioranza, che non si vuole affidare agli
e-book?
F: Nel nostro caso no, nessun rischio. Perché gli inediti che abbiamo pubblicato (da Erri
De Luca a Amos Oz, da Cristina Comencini a Stefano Benni, passando per nomi
come Nicola Lagioia, Salvatore Niffoi,
Benedetta Cibrario, Sandrone Dazieri...)
sono opere particolari, pensate per sfruttare
questo formato. Non c’è reale cannibalizzazione. In secondo luogo, la nostra scommessa
riguarda anche il fatto che i lettori più forti e
appassionati siano fra i più interessati a sperimentare la rivoluzione dell’ebook. Chi ama
la lettura ama il libro ma ama, prima di
ogni altra cosa, il testo. Il resto è collezionismo.
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S: Promuovete con Zoom "una nuova idea di libro: economico, veloce e maneggevole". E
sono proprio questi i pregi dell'ebook, che ormai in America, per fare un esempio scontato, raggiunge vendite elevatissime. Perché in Italia, nonostante l'incremento degli ultimi mesi, i lettori sono
diffidenti verso questo nuovo mezzo di lettura?
F: Più che di diffidenza parlerei di arretratezza tecnologica: tendenzialmente noi arriviamo sempre un po’ dopo al contatto di massa con innovazioni come l’ebook. Il bello però è che, quando partiamo, partiamo con decisione. L’Italia sul versante culturale tende sempre a essere conservatrice e legata al “buon profumo del passato”. Ma i segnali della crescita della lettura
digitale iniziano già a vedersi. Senza contare che i dispositivi abilitati alla lettura di ebook si
stanno diffondendo a macchia d’olio, e un dispositivo vuoto è un dispositivo triste… una volta che
hai un lettore è difficile resistere alla tentazione di riempirlo di contenuti.
S: All'interno della collana Zoom avete promosso il progetto di serializzazione Banduna. Perchè
la scelta di un romanzo a puntate, figlio della tradizione del romanzo d'appendice, solo in formato
digitale? Quali sono i pregi di questa scelta?
F: Alessandro Mari aveva nel cuore questo progetto da tempo e Zoom ci è parsa l’occasione
d’oro per passare all’azione. I vantaggi sono presto detti: distribuzione facilitata e indipendente. Non si è più legati, come nel passato, all’uscita del giornale che incorporava le
puntate. La flessibilità della distribuzione digitale è perfetta per la serializzazione. Ci è
piaciuto il contrasto che nasce dall’abbinare la rinascita di una forma antica come il feuilleton a una
nuova possibilità tecnologica.
S: Sveliamo alcuni retroscena. Come avviene la realizzazione di un romanzo a puntate in ebook?
Avete in tenzione di riproporre un progetto simile?
F: Una puntata dopo l’altra. Semplicemente. Alessandro sapeva da dove il viaggio sarebbe cominciato e quale sarebbe stato il più probabile traguardo, ma il percorso è nato settimana dopo settimana. Una scrittura live nel senso più pieno del termine. Sul sito dedicato al progetto, banduna.feltrinelli.it, l’autore ha dialogato dal primo momento con i lettori, ascoltando le loro voci e
interagendo con loro, tastando il polso della narrazione direttamente dalle braccia che giravano le
pagine, per così dire. Ed essendo lo straordinario talento (e il narratore generoso) che è, la fluvialità
del racconto ne è stata ulteriormente irrobustita. Se ci riproveremo? Ci abbiamo già
riprovato, in un certo senso. Recentemente abbiamo infatti pubblicato un
altro magnifico testo “a puntate”, La vita moderna è rumenta
di Marco Drago, un'esplorazione letteraria e antropologica dell'Italia di provincia e di campagna – scritta da
chi ne è figlio. Un'Italia che sembra non esserci
più, ma c'è ancora eccome.
S: In generale come mai i costi del formato digitale, che si affianca all'uscita del
cartaceo, rimangono sorprendentemente
alti? Per la riduzione del prezzo, potrebbe aiutare la riduzione dell'iva come è
successo in Francia (attualmente l'iva
sull'ebook in Francia è al 7% contro il 21%
nel bel paese)?
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editoria
F: Troppo spesso si pensa che il grosso del costo dei libri sia dovuto alla stampa e alla carta.
Non è così. O meglio, è così solo in parte. Buona parte del costo finale è dovuto al lavoro di tutte le
persone che contribuiscono con la loro professionalità alla buona riuscita del libro: editor, redattori,
correttori di bozze, grafici… Insomma l’ebook elimina una parte di costi (stampa, distribuzione e
stoccaggio), ma se si vuole avere un prodotto di qualità non si può fare a meno del lavoro
e della professionalità di molte persone. Detto questo, l'IVA al 21% sugli eBook è ormai grottesca: è finita da un pezzo l'epoca in cui potevamo permetterci il lusso di distinguere fra “digitale”
e “culturale”, i libri devono avere tutti lo stesso livello di tassazione, a prescindere dalla forma in cui
si incarnano. Speriamo in un adeguamento in tempi ragionevoli.
S: Nel dicembre del 2011 Amazon ha distribuito anche in Italia il Kindle a un prezzo decisamente
competitivo. In che mondo il suo arrivo in Italia ha influenzato le vendite del vostro catalogo e-book?
F: Le ha accelerate, sicuramente. In particolare sul versante Zoom. Amazon è un retailer straordinario, vivace e attentissimo alle novità. Certo, allo stesso tempo può essere anche una minaccia
per alcuni aspetti, in primis il quasi monopolio che, nei mercati dove è più forte, ha imposto grazie
alla diffusione del Kindle, dispositivo basato su un sistema DRM proprietario. Ma se sono arrivati
ai risultati attuali è grazie alla loro capacità innovativa. L’innovazione nel retail che loro portano avanti, unita all’innovazione nel publishing che è la nostra bandiera, possono fare
grandi cose insieme.
S: L'avvento degli ebook potrà aiutare ad incrementare il numero di lettori – davvero esiguo in
Italia – e magari avvicinare anche i giovani alla lettura?
F: Sicuramente ci contiamo. I giovani leggono più di quanto non pensiamo. Il punto è che
non sempre leggono libri: leggono blog, social network, articoli trovati in rete, magari visualizzandoli grazie a Flipboard, Zite, Currents o Google Reader. La convergenza digitale – sperabilmente
attorno a formati condivisi e aperti – credo possa essere un potentissimo incentivo alla
lettura e alla scoperta di nuovi autori, nuovi testi, nuove conoscenze.
S: Quale sarà il futuro degli e-book nell'editoria italiana e quali saranno le tendenze di mercato
a tuo parere? L'ebook soppianterà definitivamente il cartaceo o questi due supporti di lettura "conviveranno felicemente"?
F: L’ebook probabilmente soppianterà la carta in alcuni, specifici settori. Che, guarda caso, sono quelli dove i vantaggi specifici
della carta si sentono meno e si sentono invece moltissimo tutti i limiti di questo formato. L’ebook si diffonderà maggiormente anche in Italia, non ci sono
dubbi, affiancandosi alla carta – in fondo carta e
tablet hanno punti di forza (e spesso occasioni
d’uso) differenti. Tuttavia, un formato non
sopravvive per secoli se non possiede molte frecce al proprio arco: la carta è qui
per restare e non ha bisogno di avvocati, si difende benissimo da sola.
51
L etteratura
La ricerca della maternità:
LE DIFETTOSE
di Eleonora Mazzoni
di ELISABETTA Ossimoro
Ci sono libri che ti chiamano dagli scaffali
con le loro copertine ruffiane, si lasciano divorare
e in pochi giorni scompaiono dalla mente, con la
stessa fulminea rapidità con cui vi erano entrati.
Poi ci sono libri che ti colpiscono alle spalle,
con le loro copertine evocative, con la loro trama
scarna e dura, che ti conquistano palmo a palmo,
frase dopo frase, fino a spingerti verso il fondo,
cui arrivi quasi senza accorgertene, alla fine di un
viaggio interiore che, ineffabilmente, è diventato
anche il tuo.
Le difettose è uno di questi.
La storia di Carla, latinista e docente universitaria, che alle soglie dei quaranta combatte
la sua natura recalcitrante per avere un figlio, per
afferrare e fare proprio il miracolo della vita, ti
entra dentro, ti scava voragini, anche se, come
me, hai 25 anni e vedi la maternità come un’ipotesi nebulosa e remota, finanche un pochino demodé.
Sì, perché questo libro ci insegna che il
desiderio di maternità ci trafigge quando
meno ce lo aspettiamo, quando crediamo di
essere diventate delle donne autonome e compiute che hanno rifiutato orgogliosamente il cliché che indica nel matrimonio e nella procreazione le sole occasioni di realizzazione femminile. Sì,
questo desiderio trafigge, e se non trova una sua
risoluzione “naturale”, si può tentare una strada
alternativa, che dirotta il luogo della procreazione, come scrive Eleonora, dai letti caldi d’amore,
tra i sentori dell’orgasmo, lenzuola sfatte e luci
soffuse alle pratiche della Pma (Procreazione
52
INTERVISTA
53
Medicalmente Assistita): formaldeide, neon, prelievi, iniezioni, medicinali, anestesie, bisturi, provette.
Le difettose è un romanzo che
ci accompagna nella vita di Carla,
che ha preso un anno di congedo
dall’Università e muove passi sofferti sulla strada di una maternità
inseguita con una determinazione
che, piano piano, si trasforma in nevrosi ossessiva, che arriva a compromettere i fondamenti più profondi
del suo essere: nel suo cammino la
accompagnano il compagno Marco,
un uomo solido e concreto che tuttavia, inevitabilmente, non riesce
a comprendere fino in fondo il suo
calvario, la compagna di tentativi di
“incicognamento” Katia — precoce
e spumeggiante aspirante madre
—, il suo lunatico tesista Lucio, la
madre orgogliosa e poco affettuosa – con cui Carla ha un rapporto
problematico e a tratti conflittuale
– e il ricordo dell’amatissima nonna
Rina. Ma anche una lunga sfilata di
esperti o sedicenti tali, ginecologi,
chiropratici, naturopati, professionisti di medicina alternativa, perché
quando l’obiettivo è avere un figlio,
ogni strada può essere quella buona. E soprattutto le altre “difettose”,
le cui storie trapuntano il romanzo,
che passano e vanno, lasciandoci
giusto un coriandolo volante delle
loro storie, una parola di sfida, di
impegno o di rassegnazione: sono
le voci incontrate da Carla nelle sale
d’attesa “reali” degli ospedali, ma
anche nelle sale d’attesa “virtuali”
che sono i forum, dove le aspiranti
mamme si incontrano per raccontarsi comuni esperienze di vita (Cub
– acronimo per Cerco Un Bimbo).
Il romanzo racconta, con uno
stile evocativo e profondamente puntuale, la parabola interiore di Carla
che, metaforicamente ma anche
clinicamente, cerca la vita e trova in
essa la morte, per poi tornare in vita.
Un’opera prima che colpisce per la
bellezza dello stile, che non inficia
sulla sua immediatezza, e per la sincerità della storia che vi è narrata, in
cui tutti, ma proprio tutti, non possono che sentirsi coinvolti.
E oggi noi di Speechless abbiamo l’onore di avere con noi l’autrice
di questo gioiellino di vita e bella
scrittura: Eleonora Mazzoni, nata
a Forlì e residente a Roma, è laureata in Lettere Moderne e diplomata
alla Scuola di Teatro; di professione
è attrice di teatro, cinema e fiction
televisive. Io, lo confesso, la ricordo
con grande affetto per il ruolo di
Margherita Maffei, una donna forte
e tormentata, che interpretava con
grande intensità nella serie televisiva Elisa di Rivombrosa. Eleonora è
madre di due gemelli concepiti in
provetta.
Speechless: Carissima Eleonora, benvenuta su Speechless e
grazie per averci accordato questa
intervista. Si dice spesso che scrivere
e pubblicare un romanzo sia un autentico “parto”, ma per la prima volta mi trovo a colloquiare con un’autrice per cui il motore propulsivo che
l’ha portata verso la scrittura è stato
un “parto biologico”, inseguito e
infine raggiunto. Raccontaci dell’intersezione tra il parto biologico e il
parto letterario: quando e come dalla tua esperienza di vita è nato il desiderio di mettere per iscritto e poi
di pubblicare la storia di una ricerca
di maternità?
Eleonora: Diciamo che l'in-
tersezione è avvenuta in medias res.
Ancora non sapevo come sarebbe
finita la mia ricerca di un figlio ma
ero già ben avviata per la strada
delle fecondazioni artificiali, abbastanza per avere maturato anche
un certo indispensabile distacco.
Per sollecitare la memoria emotiva
dell'attore, Strasberg suggeriva di
usare solo ricordi che avessero almeno 7 anni, cioè non evanescenti
e ben sedimentati. Anche se per me
ne erano passati solo la metà, sentivo che quella materia era entrata
nelle mie fibre così profondamente
da poter essere utilizzata con una
certa disinvoltura e senza paura che
mi sfuggisse dalle mani. In più mi
sembrava una materia molto interessante da raccontare. Come se mi
fosse capitato di aprire una porta su
un mondo fino a quel momento sconosciuto, eppure reale, anzi realissimo, sommerso ma vivo, poliedrico e
sfaccettato, che mi chiedeva di venire
a galla. E che mi permetteva di indagare temi importanti: i desideri
che non si realizzano, il nostro
rapporto con il destino e con il
tempo, la potenza e il mistero
della vita e della morte. Poi inconsciamente sentivo che il parto
letterario poteva essere un modo
per surrogare quello biologico che
faticava ad arrivare.
SL: La tua protagonista, Carla, è una docente di letteratura latina, che vive di latinità e ha in Seneca
un maestro di vita che riesce a confortarla nei momenti di maggiore
afflizione, meglio di un fratello. Credi che i classici e, in generale, la letteratura riesca a rendere più lieve e
consapevole la nostra vita? Come riesce Seneca ad aiutare Carla e come
L etteratura
e quali sono stati i libri che hanno aiutato te
nel corso della tua vita, magari fornendoti risposte inaspettate?
EM: Credo che la letteratura e forse
in genere la cultura debba “servire” la vita.
Mi è sempre capitato, anche quando ero molto
giovane, di innamorarmi degli scrittori che mi
piacevano. Mi appassionavo talmente tanto da
immaginare di uscire, parlare, viaggiare con
loro, come se fossero miei fidanzati. All'inizio
del romanzo Seneca è per Carla solo l'autore
preferito. Mano a mano che va avanti le sue
parole cominciano a risuonarle in maniera diversa, fino a contaminare la sua quotidianità.
Al punto da cambiare, ad esempio, il rapporto
con Lucio, il suo studente del cuore. Rapporto
che da scontato e meccanico, quasi asettico,
seppur venato di sensualità, visto che Carla è
convinta che lui abbia un debole per lei, diventa reale. Il dolore che Carla prova ingravida le
parole e pulisce il suo sguardo. E finalmente
vede Lucio per quello che è, non più solo una
proiezione dei suoi bisogni. Capendo che “non
basta mai ripetere, sia pure in modo sapiente, la lezione”. Come a Carla, anche a me “da
bambina i libri mi hanno salvata dalla
noia e, quando nell'adolescenza l'angoscia era una condizione abituale, dalla
disperazione”. Sono stati un conforto, la possibilità di capirci qualcosa, dentro e fuori di me,
di amplificare la vita. E di sentirmi meno sola.
Elencare i libri importanti sarebbe impossibile.
Ne cito solo qualcuno. “Piccole donne” nell'infanzia. Moravia e “I promessi sposi” nell'adolescenza, Dostoevskij e Montale al liceo. La letteratura francese dell'800 all'Università, Genet,
Stanislavskij, e “Il cinema secondo Hitchcock” di
Truffaut nel mio periodo attoriale, la letteratura americana degli ultimi 20 anni ora.
S: Uno dei temi dominanti di Le difettose è la “tardività” con cui esplode il
desiderio di maternità: è innegabile che
nella nostra società le donne (ma anche gli uomini) si affaccino alla volontà di costruirsi una
famiglia sempre più tardi. Per chi intraprende
studi universitari è anche peggio, perché, dopo
tanti anni di studio, il mondo del lavoro tende
a bloccare i giovani in un precariato sempre più
lungo, inibendo la loro volontà di fare progetti
a lungo termine. Non parliamo poi di chi, come
Carla, intraprende la strada della carriera universitaria. Secondo te in che misura, dunque,
l’attuale situazione di precarietà lavorativa influisce sulla dilazione del desiderio di costruirsi
una famiglia? E quanto, invece, può essere collegata alla “precarietà emotiva” e quindi alla
sempre più attuale e diffusa “liquidità” delle
relazioni sentimentali?
EM: La precarietà lavorativa fa vivere
una continua ansia, un senso di insufficienza
per ciò che potremmo e vorremmo fare e non
riusciamo. In questa “non riuscita” mette radici la mancanza di valore che ci attribuiamo. È
come se la società sfrenasse le ambizioni e ti
costringesse, con il dilagare della tecnologia, a
un continuo confronto con il mondo intero (un
confronto in cui risultiamo sempre in difetto,
visto che ci saranno sempre moltissime persone che hanno fatto più di noi) ma non avesse cure per le inevitabili frustrazioni. Questo
sentimento di perenne insoddisfazione
facilmente si travasa nei rapporti, diventando precarietà emotiva, incapacità di
costruire. C'è anche un terzo elemento. Siamo pionieri di una ridefinizione delle relazioni
familiari. La famiglia borghese, centrale anche
nella nostra cultura cattolica, non affascina
più. Non è percepita come il traguardo che si
vorrebbe raggiungere. In Italia ci si sposa ormai molto meno che in Europa ma si divorzia
con la stessa percentuale degli altri paesi. In
più siamo i primi nella lista per quanto riguarda la violenza e gli omicidi all'interno delle
mura domestiche (non solo il marito che ammazza la moglie ma la moglie che ammazza
i figli o i figli che ammazzano i genitori). Non
so dare risposte. Ma sicuramente un modello
che fino a 35 anni fa ancora funzionava ora ha
messo delle crepe.
S: Parliamo di Carla e del rapporto con le
54
455
donne della sua famiglia: con sua madre ha un
legame problematico, perché alla grande stima reciproca è sempre stata contestuale una
sofferta carenza d’affetto. Con la nonna Rina,
invece, è costante una profonda connessione
di spirito e una forte condivisione d’intenti,
fin da quando Carla quindicenne fu da lei accompagnata ad abortire, dopo essere rimasta
inavvertitamente incinta del fidanzatino. In
che modo la tua protagonista fa propri gli insegnamenti delle donne della sua famiglia? In
particolare, quanto è necessario fare pace con
il proprio passato per accogliere con serenità il
futuro?
EM: Secondo me è fondamentale
un'accettazione attiva del proprio passato. Carla ha un rapporto di madre-figlia con
la nonna, perché la nonna, dopo essere stata,
a causa della depressione, una cattiva madre
con sua figlia, la madre di Carla, ad un certo
punto, grazie all'amore di un uomo, è rinata
(“Lei diceva che ogni persona nasce due volte. Quando trova il suo posto nel mondo è la
nascita più vera”) e solo a quel punto è diventata genitrice. Madre si diventa. Non si è.
È un'operazione culturale, non un frutto
della natura. Anche Carla alla fine, aldilà del
figlio che non arriva, diventa genitrice. Di sua
madre, di cui capisce il dolore e i conformismi
che l'hanno ingabbiata. Dei suoi studenti. Di se
stessa. E capisce le ricette di sua nonna Rina,
ad esempio quel suo “ci vuole un pizzico di ambizione, un pizzico di allegria e uno di pigrizia”.
Vuole dire che il principio che trasforma, corregge e migliora le cose deve essere miscelato
con quello che le accoglie e le accetta.
S: Il desiderio di maternità rischia pericolosamente di condurre Carla verso l’autodistruzione e mina, oltre che la sua stabilità fisica ed emotiva, anche quella della relazione con
il compagno Marco. Fino a che punto ci si può
spingere? Qual è il momento in cui, appunto, ci
si accorge che combattere per avere un figlio e
vivere in funzione di questo desiderio può dare
dipendenza e compromettere tutto ciò che si è
faticosamente conquistato?
EM: Ci si può spingere fino a perdersi. Te
ne accorgi perché il desiderio scava un vuoto.
Niente ha più sapore. Interesse. A volte è più
evidente. Ho parlato con donne che hanno vissuto una vera e propria disperazione. Anch'io
l'ho provata. Addirittura nasce l'idea del suicidio. Dentro a quel fallimento (così primordiale) è come se convogliassero tutti gli altri
fallimenti della nostra vita, e fossero capaci
di risucchiarci in una terra desolata, dove si rinuncia alla lotta e non ci sono più né scopi né
direzioni.
S: Immagina di dialogare a tu per tu con
un’aspirante madre che, a seguito di tanti tentativi “naturali” di avere un figlio, comincia a
prendere in considerazione la Pma: che cosa le
consiglieresti? Quali sono i primi passi di questo viaggio? E soprattutto: quali sono le parole
che avresti voluto sentire quando hai cominciato?
EM: Le direi di trovarsi delle compagne
di viaggio. Siamo tante. Tantissime. Sapere
questo rende meno sole. Le consiglierei di stare ancorata al presente e di partire da quello
che ha. Il rapporto col compagno, ad esempio.
La scienza può aiutarti molto ma non garantisce i risultati. Occorre saperlo. Occorre prepararsi, come suggeriva Seneca. Io consiglierei
anche una psicoterapia. In molti centri ormai è
prevista. Comunicare è il primo modo per non
subire la realtà, per scrollarsi di dosso la vergogna e i giudizi altrui, per dare più valore al percorso che ai risultati. Sapendo che un figlio
non cambia mai nulla, perché è dentro di
noi il campo di battaglia.
S: Nel tuo libro ci sono continui riferimenti alla situazione italiana relativa alla Pma,
specie se messa a confronto con gli altri paesi europei: in che cosa sarebbe sperabile che
l’Italia si aprisse? Che cosa si può fare all’estero
che, invece, in Italia non è consentito?
EM: La nostra legge 40 sulla procrea-
L etteratura
zione medicalmente assistita è la più
restrittiva al mondo. Molto meglio la
Turchia. O addirittura l'Irlanda (dove
non si può nemmeno abortire). Io
credo che vietare non serva. Se
non a discriminare chi non ha soldi.
Chi ce li ha, aggira la legge andando all'estero. Per fare l'eterologa,
ad esempio. O crioconservare gli
embrioni e fare la diagnosi preimpianto (anche se negli ultimi 2
anni e mezzo, grazie ai ricorsi vinti
in Corte Costituzionale, queste due
pratiche sono permesse anche in Italia, a discrezione del medico). Credo
che per una cosa così intima come
il voler diventare genitori lo stato
non possa dettare regole ferree. Ci
deve essere una normativa (tutti i
paesi ce l'hanno, anche la progressista Spagna che ci ha lasciato, per
ora, Zapatero) ma una rigidità come
abbiamo noi proprio no, è inaccettabile, è quasi ottusa. Alcuni tirano
fuori lo spauracchio dell'eugenetica
o delle mamme-nonne. A parte che
se una coppia ha una patologia grave che potrebbe trasmettere ai figli,
rischiando di farli morire pochi anni
dopo averli fatti nascere, mi sembra
crudele non utilizzare le opportunità
della scienza. Non si cercano figli
perfetti, solo figli sani. Non c'è
nulla di male, mi pare. Per quanto
riguarda le mamme sessantenni, in
6 anni di ricerca di un figlio, avendo
incontrato nella vita e in chat migliaia di donne, non ne ho conosciuta
neppure mezza. Sono casi marginali,
come in natura la cinquantanovenne russa che un anno fa ha naturalmente partorito un bimbo. Piuttosto
occorrerebbe allenare la coscienza.
Per capire cosa fare e cosa no, cosa
si desidera veramente, fino a che
56
punto conviene spingersi. Ma con
uno sguardo umano, rispettoso
della vita ma totalmente laico
e antropocentrico come quello di
Seneca. Per questo ho scelto proprio
lui. Flaubert diceva: “Quando gli dèi
non c’erano più e Cristo non ancora,
tra Cicerone e Marco Aurelio c’è stato
un momento unico in cui è esistito
l’uomo, solo”. Seneca rappresenta
proprio quel periodo e quella condizione.
S: Ora una panoramica sul
“parto letterario”: com’è stato il percorso che ha portato il dattiloscritto
di Le difettose dal tuo computer alle
scrivanie di Einaudi? Com’è stato
confrontarsi da subito con una grande e importante casa editrice? Come
si è svolto il lavoro di editing e revisione del tuo testo? E, più in generale, come stai vivendo l’esperienza
della pubblicazione?
EM: E' stato tutto semplice
e pieno di fortuna. La dea mi ha
messo i bastoni tra le ruote per
diventare madre ma mi ha spianato la strada come scrittrice. Ci
ho visto una specie di compensazione. Appena finito di scrivere la
prima versione accettabile (era più o
meno la mia terza), ho fatto contemporaneamente 2 cose. Ho trovato
su internet la mail di un'importante
agente. Le ho inviato la sinossi. Lei si
è mostrata interessata e mi ha chiesto il manoscritto. Nello stesso tempo il mio più caro amico, uno sceneggiatore, ha fatto leggere 2 capitoli a
una sua amica scrittrice, Mariolina
Venezia. Lei si è appassionata e mi ha
chiesto il resto. Dopo 20 giorni mi ha
contattato Daniela Bernabò per dirmi
che mi prendeva in scuderia. Qualche giorno dopo Dalia Oggero dell'Ei-
naudi, che aveva avuto il libro da
Mariolina. Non ci potevo credere: 2 sì
prestigiosi senza aver praticamente
fatto nulla. Il rapporto con l'Einaudi è
stato disinvolto e sereno. Tranquillo.
A parte il giorno che sono salita a Torino per conoscere Dalia e Paola Gallo
e davanti alla stanza del mercoledì
(dove si riunivano Ginzburg, Pavese,
Calvino, Vittorini) volevo svenire. Anche il lavoro di editing è stato breve
e leggero. Non ho vissuto quello che
a volte si sente dire: “Hanno stravolto il romanzo”. No. Strutturalmente
non è stato toccato nulla. C'è stata
solo un'asciugatura. Piccoli tagli, direi (qualche frase, qualche parola).
La pubblicazione è stata emozionante. Come un debutto teatrale. Sei lì
sul palco, con tutti quegli occhi che
intravedi e che ti guardano. Temevo che, vista la quantità di libri che
esce ogni settimana, non avrei avuto la minima attenzione, invece per
essere un'esordiente non mi posso
lamentare.
S: Sei una scrittrice esordiente, hai una formazione letteraria, ma
nasci attrice: ti piacerebbe che Le difettose diventasse un film? E saresti
disposta a dare il tuo volto a Carla
sullo schermo, se ne avessi la possibilità?
EM: Il romanzo potrebbe
diventare un film, dal momento che sono già stati opzionati i
diritti cinematografici. Io però
non voglio interpretare Carla.
Sarebbe un'occasione ghiotta. In Italia non ci sono ruoli da quarantenne
così belli. Ma no. Odio la dismisura.
Sarebbe troppo. Lavorerò di sicuro
alla sceneggiatura e alla composizione del cast. Ma resterò dietro.
L etteratura “Ogni uomo
porta in sé
la forma intera
un metodo pericoloso: condizione”
dell ’u mana
SPECIALE
Sabina
Spielrein
e il femminile rimosso della civiltà
Michel de Montaigne1
di LENI Remedios
Nel 1977, in uno scantinato del Palais Wilson di Ginevra, vecchia sede di un prestigioso Istituto di Psicologia, viene ritrovato uno scatolone colmo di documenti.
Il ritrovamento è il frutto casuale di un paziente lavoro di ricerca capeggiato dall’analista italiano Aldo Carotenuto.
Di cosa si tratta? Lo scatolone contiene frammenti di diario e un carteggio importante fra tre
soggetti: il padre della Psicanalisi Sigmund Freud, il suo discepolo Carl Gustav Jung, in
seguito allontanatosi per fondare una nuova teoria, e una certa Sabina Spielrein, psicanalista ed
autrice del diario.
Il materiale porta ad emersione particolari finora sconosciuti sulle vicende storico-biografiche
dei tre personaggi, vicende che hanno inciso in maniera inequivocabile sugli sviluppi teorici di ognuno di loro. Ciò che viene alla luce turba e sconvolge talmente il mondo intellettuale da stimolare una
lunga serie di saggi, opere teatrali e cinematografiche, di cui il film di Cronenberg, “Un metodo
pericoloso”, rappresenta solo l’ultima appendice.
Insomma, anche figurativamente parlando, Sabina Spielrein — dimenticata, rimossa, incompresa — emerge dal sottosuolo della civiltà, dall’inconscio della storia della psicologia, simboleggiato così bene dallo scantinato del palazzo ginevrino, per rivendicare la sua verità.
Sabina Spielrein è il perturban2
te della storia della psicoanalisi.
Il primo dei lavori a lei dedicato è
naturalmente il libro di Carotenuto Diario
di una segreta simmetria. Sabina Spielrein tra Jung e Freud: uscito nel 1980 e
presto tradotto in numerose lingue. Esso
contiene le lettere scambiate fra i tre3,
quanto ritrovato del diario ed ovviamente
la propria visione critica dell’intera vicenda. Fondamentalmente su questo testo si
basa il film di Roberto Faenza “Prendimi
l’anima”, uscito nel 2002.
Ma chi era Sabina Spielrein? E
la sua testimonianza parla a noi, uomini
e donne della civiltà contemporanea? A
malincuore essa rimane per i più “l’amante di Jung”.
58
59
"Prendimi l'anima'
Aldo Carotenuto riporta con profondo
rammarico come la principale preoccupazione
del pubblico, ad ogni sua presentazione del libro, fosse se Jung e la Spielrein avessero
avuto rapporti sessuali. Intendiamoci: quello a
cui si rivolgeva Carotenuto non era un pubblico
generico, egli si rivolgeva ad intellettuali, principalmente psicologi e psicanalisti. ”Dobbiamo
domandarci perché gli analisti sembrano
ossessionati da questo punto che delle
volte sembra essere non un problema, ma
il problema per eccellenza4”. Non è questo
il punto, dice Carotenuto. E infatti l’eventualità
non avrebbe aggiunto o tolto nulla ad un rapporto che di sicuro aveva la dimensione totalizzante
dei grandi amori, in cui le due personalità erano
in una simbiosi animica sorprendente. Senza
contare che da un pubblico di intellettuali ci si
aspetta di indagare a fondo sulle ripercussioni
teoriche che una personalità come Spielrein
abbia avuto sui fondatori rispettivamente della
psicoanalisi e della psicologia analitica. Delle
discipline in cui, lo puntualizzo per il lettore non
avvezzo a certi temi, sussiste un corto circuito
assente in tutte le altre scienze: il soggetto e
l’oggetto dell’indagine sono lo stesso, è l’uomo
che indaga l’uomo.
Il film di Cronenberg – per inciso, non certo uno dei suoi migliori – prende spunto da un
libro uscito nel 1993 A most dangerous method scritto da
John Kerr, uno
psicologo clinico
americano. Christopher Hampton,
sceneggiatore di
Cronenberg, ne
trasse una pièce
teatrale che il regista canadese volle
in seguito portare
sul grande schermo.
Il testo di
Kerr, che appone
al titolo una sottile differenza enfatica rispetto al
film (“Un metodo molto pericoloso”, tratto da
un’espressione di William James), parte dalla
scoperta di Carotenuto per avventurarsi in una
favolosa opera di contestualizzazione storica
del materiale ritrovato, e già qui si rivela una
differenza fondamentale fra il testo e il film: il
lettore sappia che si tratta di due cose profondamente diverse e forse, nella leggera modifica
del titolo, Cronenberg intende già manifestarlo.
Il film prende il triangolo Jung-Spielrein-Freud e lo isola completamente dal
contesto. I pochi altri personaggi che compaiono nella scena, come la moglie di Jung oppure
Otto Gross, che mise seriamente in crisi Jung
sulle proprie inclinazioni poligame, sono delle
mere tangenti rispetto a quel che interessa della storia. Il testo di Kerr, al contrario, è corale:
esso esamina tutti gli attori che hanno movimentato le scene di quegli anni fatidici per la
storia delle dottrine psicologiche e, osiamo dire,
per la storia della civiltà occidentale. Il pregio di
questo testo risiede nel ricostruire dettagliatamente e scientificamente i fatti di quegli anni
con la resa narrativa di un romanzo.
Una delle scene chiave del film, che
manifesta l’intento del regista, è quella
in cui Freud sviene dinanzi a Jung (secondo svenimento, il primo avvenne alla vigilia del
viaggio in America): qui Cronenberg sceglie di
ambientare la scena alla fine di un imprecisato
incontro fra studiosi, dove, nell’atto di raccogliere le proprie carte, tutti se ne vanno lasciando soli Freud e Jung a discutere. Potrebbero
essere delle macchie indistinte ad andarsene,
sarebbe la stessa cosa. Nella realtà si trattò
di una riunione molto vivace che si tenne in un
hotel di Monaco, dove tutti presero la parola,
soprattutto in merito alla figura egizia del faraone Amenhotep, che secondo Freud covava
L etteratura
desideri parricidi. Alla fine della discussione la
tensione sfocia nello svenimento. Freud fece ovviamente di tutto, nell’occasione, per rimarcare
l’ingratitudine del “figlio ed erede” Jung, sempre più orientato verso una propria nuova teoria;
i dietro le quinte di questa riunione sono anche
più interessanti al riguardo.
Una metafora efficace per far capire la dinamica della storia di Sabina Spielrein all’interno
di questa coralità, è quella del telaio: dobbiamo
immaginare la Spielrein come la navetta
che si muove fra le trame e gli orditi, ovvero fra i fili tenuti assieme dal telaio. Ogni trama
ed ogni ordito – i singoli protagonisti – vengono
accuratamente esaminati e sviluppati da Kerr.
Non solo Freud e Jung: Bleuler, Forel, Flournoy,
Riklin, Abraham e molti altri... tutti vengono in
qualche modo solcati dalla navetta che li attraversa e che, fino alla fine degli anni ’70, sarà
relegata nel buio, costringendo a lasciare una
matassa di fili non del tutto decifrabile5.
Moltissimi aspetti potrebbero essere esaminati nella storia (nelle storie) che Sabina Spielrein riporta nel suo diario. Di questi ne scelgo
due, riassumendoli simbolicamente in due parole cariche di significato: silenzio e femminile.
“Il silenzio che così a lungo ha atteso
la sua storia è emblematico di un silenzio
ancora più insidioso che gradualmente ha
sorpreso la psicoanalisi durante questo
tempo6”.
“...Sabina, pioniera della psicoanalisi,
figura fino a poco tempo fa negata, rimossa
o fraintesa...7”
60
Ed è proprio la parola “rimossa”, evocata
da Lella Ravasi Bellocchio nel suo bel libro
sulle madri, il termine più appropriato in merito
alla figura di Sabina Spielrein, ma soprattutto in
merito a quel che essa incarna e simboleggia.
Sembra un paradosso per la psicoanalisi, no?
Prima di avventurarmi nelle mie speculazioni vorrei richiamare l’attenzione del lettore,
soprattutto di quello digiuno di nozioni psicoanalitiche e della contestualizzazione storica in
cui esse nacquero, ricordando come la vicenda
documentata da Kerr e ritratta da Cronenberg si
svolga all’inizio del ventesimo secolo, un periodo in cui i rapporti e i costumi familiari in seno
alla borghesia – in primis quelli matrimoniali –
non sono molto dissimili da quelli descritti pochi
decenni prima negli ottocenteschi romanzi di
Thomas Hardy.
Mi piace iniziare la mia riflessione sulla
psicanalisi e il femminile prendendo in considerazione non certo le parole di una femminista
militante, tutt’altro. Scrive Romano Màdera in
relazione a Freud:
“La femminilità, insieme all’infantile, all’arcaico, allo psicopatologico, designa il territorio, ancora non bonificato, che
si estende oltre le dighe sullo Zuidersee: il
mondo dell’inconscio. La metafora scelta da
Freud per parlare dell’oscurità che la femminilità oppone alla ricerca psicoanalitica,
il “continente nero”, condensa, ben al di là
di una attenta disamina critica, il pregiudizio
che accomuna l’intellettualià euroamericana
maschile della prima metà del Novecento8”.
Vincent Cassel
61
Riporto
inoltre
le parole dello stesso John Kerr riguardo
all’epoca in cui vivono
i tre protragonisti principali: accanto ai lati
oscuri, alle ipocrisie,
alle falsità
"A Dangerous Method'
“Era parimenti un
mondo di grandezza
immaginata, di importanti destini che aspettavano di essere esauditi (...) Ovunque, dai caffè
di Vienna ai club degli ufficiali dell’esercito del
Kaiser, gli uomini immaginavano di poter diventare il prossimo Darwin o il prossimo Bismarck
o il prossimo Nietzsche. Nell’avere il suo proprio
destino eroico da esaudire, Spielrein era figlia
del suo tempo. L’unica differenza era che era
una donna9”.
UNA RAGAZZA QUALUNQUE?
Sabina Spielrein giunge dalla nativa
Russia all’ospedale Burgözli di Zurigo, Svizzera,
nell’agosto del 1904. È appena diciannovenne,
ma è malata già da diversi anni. La diagnosi
del medico che la prende in cura, Carl Gustav Jung, è di isteria psicotica. Nel giugno
del 1905 viene dimessa, continuando la terapia
da esterna. Vive da sola in un appartamento a
Zurigo, in seguito all’iscrizione alla Facoltà di
Medicina.
Considerando i tempi lunghi della malattia
e la sua gravità, la guarigione è stata straordinariamente veloce ed efficace: “L’avvenimento
più significativo nella giovane vita della Spielrein fu che, qualsiasi cosa fosse avvenuta nel
corso della terapia con Jung al Burghölzli, questa la guarì 10”.
La malattia di Sabina affonda le sue
radici nell’atteggiamento punitivo del padre, il quale usava percuoterle il sedere nudo
(particolare che Jung censurerà nella sua lettera
a Freud, dicendo che la ragazza fu traumatizzata nel vedere il fratello percosso). Ciò probabilmente ingenera strane fantasie anali nella ragazzina, la quale non può sedersi a tavola senza
immaginare i familiari al tavolo con lei nell’atto
di defecare. Cerca inoltre bizzarramente di stimolare e al contempo bloccare la propria defecazione rannicchiandosi e puntando il tallone
sull’ano. In età adolescenziale non riuscirà più a
guardare le persone negli occhi e la situazione
si aggraverà con ripetuti atti masturbatori accompagnati da un pesante senso di colpa. Ma
è degno di nota anche l’atteggiamento perverso di una madre anaffettiva, la quale, per
di più, sfogò la propria rabbia verso il mondo
maschile sulla figlia, entrando in competizione
con i suoi corteggiatori e vietando nel modo più
assoluto qualsiasi tipo di educazione sessuale,
tanto da intervenire segretamente presso le autorità scolastiche russe per far evitare alla figlia
la lezione di biologia sulla riproduzione umana.
Sabina arriva quindi adulta a non sapere
nulla della sessualità, e di questo particolare
fondamentale, unito al rapporto malsano con
la madre, non vi è sorprendentemente alcuna
menzione nella diagnosi di Jung, né nelle sue
lettere a Freud.
L’altro dettaglio determinante è che
Sabina è una ragazza colta: nella Russia
dell’epoca l’emancipazione femminile era molto più all’avanguardia di alcuni paesi europei,
permettendo alle donne di frequentare il liceo
(anziché accontentarsi di un tutore privato) e di
iscriversi all’università.
Le pazienti del Burghölzli vengono da famiglie povere o della medio/bassa borghesia,
hanno generalmente un’educazione minima. La
paziente venuta dalla Russia è quindi molto più
acculturata delle coetanee svizzere e oltre a ciò
rivela fin da subito un’intelligenza e un’intuizio-
L etteratura
ne non comuni. Insomma, si capisce subito che
Sabina Spielrein non è una ragazza qualunque. Tanto che sarà lo stesso Jung ad incoraggiarla sulla strada della carriera scientifica
come psicoanalista. Il giovane Jung, dunque,
pensa bene di coinvolgere questa straordinaria
paziente come assistente nei suoi esperimenti
col reattivo verbale, in cui ha modo di verificare
le teorie freudiane.
Dopo la dimissione, Sabina continuerà la terapia con Jung, recandosi settimanalmente nel suo studio: probabilmente è
lì che queste due sensibilità straordinarie
entreranno in un più profondo rapporto
animico, in cui non è improprio nominare la parola amore. In Sabina Spielrein Jung
rintraccia molte parti di se stesso. E se, in alcuni suoi passaggi giovanili, si nota un certo
atteggiamento e una posa
di superiorità maschile verso la mente femminile più
facilmente impressionabile,
Kerr sottolinea quelli che
erano i fantasmi di Jung: le
fantasie anali di Spielrein
erano ben poca cosa rispetto alle fantasie del
giovanissimo Jung, in cui Dio defecava spudoratamente sul tetto della cattedrale di Basilea e un enorme fallo compariva all’interno di
un’oscura caverna11. In entrambi vi è inoltre un
forte anelito spirituale assolutamente collegato, non sganciato, alle immagini oscene scatenate dalla loro fantasia.
Ma naturalmente il rapporto fra i due
nasce sbilanciato, asimmetrico12 : non bisogna dimenticare che, per quanto abbia
avuto un’evoluzione, è pur sempre un rapporto medico-paziente, in cui il primo deve
tenere saldamente in mano le redini e far
sì che l’emotività e le dinamiche affettive
del paziente non travolgano entrambi. Non
è questo, però, che accadde e Jung decide di
chiedere aiuto a colui che ha designato come
padre e maestro: Sigmund Freud.
LA MEDIAZIONE
Jung chiede aiuto a Freud, ma in maniera
62
alquanto contorta: un po’ confessa e un po’ no,
un po’ mente, un po’ omette e lo fa comunque
molto tardi (la prima lettera è del 1906, la “quasi confessione” solo nel 1909!). Freud dal canto
suo lascia capire che ha intuito la situazione, ma
cerca di muoversi in maniera diplomatica, suggerendo alla Spielrein di lasciar perdere la faccenda per il bene di tutti: “le ho suggerito una
dignitosa liquidazione, per cosí dire, endopsichica di tutta la faccenda13” e soprattutto cerca di
assolvere Jung il più possibile, adducendo la responsabilità del problema alle giovani pazienti:
“la capacità di queste donne di mettere in moto
come stimoli tutte le astuzie psichiche immaginabili, finché non abbiano raggiunto il loro scopo,
costituisce uno dei più grandiosi spettacoli della
natura14”. Insomma, oltre alla relegazione del
femminile nella sfera del primitivo, siamo
alla mentalità della donna come Eva tentatrice. In questo frangente, prima della rottura,
bisogna ricordarsi che il rapporto Freud-Jung si
può scindere in due parti: una parte contrassegnata da una forte carica affettiva, dove i due si
63
compiacciono genuinamente dei ruoli di padre
e figlio; e una parte schiettamente utilitarista.
A Freud, Jung appare come l’erede ideale
del suo impero teorico per una miriade di
ragioni, si potrebbe dire brutalmente che
Jung gli serva: non è ebreo, come tutti i suoi
seguaci viennesi, e a Freud serve un psicanalista “ariano” che dia una più vasta risonanza alle
sue teorie. Ed è geniale. Freud non ha una grande stima dei suoi seguaci viennesi: nello svizzero Jung, giovane, intraprendente e con una
formidabile capacità intuitiva, vede una grande
speranza, forse, viene azzardato, una proiezione
di quel che avrebbe voluto essere da giovane.
Da parte di Jung: è all’inizio della sua
carriera e Freud gli serve per lanciarsi nel
mondo scientifico. Le teorie freudiane da subito destano la sua sincera attenzione, tanto da
applicarle in ambito clinico sui pazienti del Burghölzli. Ma Jung, come sottolineano sia Kerr sia
Carotenuto, era consapevole sin dall’inizio delle proprie divergenze dal maestro, soprattutto
sul concetto freudiano di libido, spiegato come
Sabina Spielrein
mera energia sessuale, cosa che Jung considera fortemente riduttiva rispetto ad altre istanze
dell’essere umano, legate al proprio destino e
di natura spirituale. Un po’ per la sua propria
confusione interiore (“Io ero pieno di dubbi!15” ),
un po’ perché, appunto, Freud gli serve, persevera nel mantenere un atteggiamento di venerazione verso il maestro, a tratti sembra quasi
servile: ogni volta che Freud lo redarguisce assume un atteggiamento remissivo, scusandosi
e premurandosi di ribadire quanto il rimprovero
sia stato per lui prezioso.
Quindi c’è questa dinamica fra i due,
che oscilla fra i contenziosi padre/figlio e
il mantenimento dei rapporti diplomatici
perché si servono l’uno dell’altro. Logico
che un rapporto così non può essere genuino
fino in fondo, schietto. Per quanto forte e viscerale avrà inevitabilmente
dei coni d’ombra.
Sabina Spielrein non
si pone nessuno di questi
problemi. Non si lascia raggirare dalle parole dei due
psicanalisti, che cercano di
“liquidare” il suo caso in maniera affrettata e
maldestra. Certo: né Freud aveva bisogno di uno
scandalo riguardante il suo erede designato, né
tantomeno Jung aveva bisogno di rovinarsi una
carriera appena iniziata.
Il grosso errore che fanno Freud e
Jung è quello di non aver mai smesso di
considerare la Spielrein una paziente e di
averne grossolanamente sottovalutato le
doti intuitive.
Sentiamo un po’ come redarguisce Freud
ad un certo punto della vicenda: “Ma anche lei
è astuto, Professore. (...) Si desidera però evitare
un momento sgradevole, no? Neppure il grande
‘Freud’ riesce sempre a rendersi conto delle Sue
debolezze16”
Non è necessaria una laurea in psicologia
per intuire l’effetto dell’ammonimento della studentessa Spielrein, giustamente impertinente e
che punta dritto alla verità, su un uomo della
statura di Freud: un uomo che considerava le
L etteratura
donne alla stregua della dimensione primitiva,
infantile, non del tutto sviluppata. La scossa
deve essere arrivata pungente, anche perché
si insinuava dritta dritta fra le pieghe di un assordante silenzio fra lui e Jung.
E non sarà l’unica volta in cui Sabina Spielrein si dimostrerà molto più perspicace dei due.
LA NON-CONVERSAZIONE
John Kerr, con una efficace espressione,
afferma che accanto alle lettere e al rapporto ufficiale, fra Freud e Jung si sviluppò negli
anni una non-conversazione17. Il peso del nondetto verrà squisitamente rimosso fino
all’estremo, quando si farà strada da sé e
imploderà tragicamente nel frangente che
porterà poi alla definitiva rottura fra i due.
Uno dei non-detti riguarda direttamente lo scambio di lettere di cui sopra: solo anni
dopo Freud darà quella “risposta mancata18”,
in Osservazioni sull’amore di traslazione del
1914. Qui ammetterà la totale responsabilità
dell’analista nel cadere in un eventuale errore,
laddove prima, come si è visto, spostava tutto sulla “diabolicità della paziente che induce
in tentazione l’analista, cercando di far leva sui
nodi conflittuali e irrisolti 19”.
È un non-detto che riguarda Jung molto
da vicino e che permette a Freud di assolvere
il suo “erede” per tutta la durata del loro idillio.
Lo assolve in quello che fu senz’altro un errore umano commesso maldestramente, confuso
dall’emotività, ma pur sempre un errore. Chiariamo una volta per tutte: lo sbaglio di Jung
non fu certo quello di innamorarsi di Sabina
Spielrein. Per quanto un analista debba evitare
il più possibile il coinvolgimento emotivo, esso
è un essere umano come gli altri, succede. Bisogna inoltre tener presente, come ben puntualizza Carotenuto, che gli analisti di quest’epoca
(della psicoanalisi nel suo nascere) non erano
sufficientemente preparati ad affrontare qualcosa di così potente come il transfert e soprattutto il contro-transfert, ovvero il coacervo di
emozioni che il paziente proietta sul medico e,
specularmente, i nodi emotivi irrisolti che il paziente può risvegliare a sua volta nell’analista.
L’e r r o re di Jung fu
in come gestì
questa sua vicenda emotiva
in relazione al
mondo esterno. Sono tanti gli
episodi, in questo
frangente, che
Sigmund Freud
ritraggono il giovane Jung comportarsi davvero in maniera poco onorevole.
Bisogna ricordarsi che qui stiamo parlando di
uno Jung trentenne, molto ambizioso e al contempo emotivamente instabile. Poco dopo la
rottura con Freud e il distacco da Sabina Spielrein (due delle persone più importanti della sua
vita!) avrà un tracollo psicologico che lo porterà
ad affrontare per parecchi anni i suoi fantasmi
interiori, la cosiddetta nekya20 .
Ma un altro clamoroso non-detto riguarda
molto da vicino Freud, e su questo la comunità
scientifica degli psicoterapeuti e degli studiosi
ha dimostrato una forte, incredibile resistenza.
IL TRIANGOLO
Nel 1957, durante un incontro in casa sua
con il professore americano John Billinsky,
Jung fa un’esternazione che sconvolge non poco
la comunità psicanalitica: rivela di essere a conoscenza di un rapporto extra matrimoniale che
Freud avrebbe intrattenuto per molti anni con
la cognata e segretaria, Minna Bernays. Successivamente parlerà di questo particolare ad
altre due persone, guadagnandosi l’appellativo
di “pettegolo”. Io non sono proprio di questo
avviso. Una persona che si dica pettegola non
aspetta certo cinquantanni prima di sbarazzarsi
di un segreto. Jung si tiene dentro questa cosa
per un periodo considerevole. Poi, finalmente,
sbotta. È come se si fosse liberato da un peso.
Ora può parlarne liberamente anche con altri21.
Esaminiamo più da vicino la vicenda:
nell’estate del 1909 Freud e Jung vengono invitati a tenere delle conferenze in America, dove
troveranno ad accoglierli un pubblico entusia-
64
sta. Ma la rottura
si stava già consumando, come
una ruggine che
erode silenziosamente e inesorabilmente un
pezzo di metallo.
Il seguente anedCarl Jung
doto rappresenta
proprio il punto di
rottura: durante il viaggio di andata Jung, Freud
e Ferenczi si analizzano vicendevolmente i
propri sogni. Freud racconta del suo sogno in
cui compaiono lui, la moglie e la cognata. Jung
chiede maggiori delucidazioni ma Freud si rifiuta, adducendo la giustificazione che ne avrebbe
perso in autorità. Questo simboleggia per Jung
l’inizio della fine: per lui è inconcepibile che la
verità venga sacrificata nel nome di una autorità personale.
Jung, che sapeva del triangolo amoroso
di Freud dalla stessa Minna, in realtà si aspettò sempre una confessione, che avrebbe reso
da una parte l’amicizia più genuina, dall’altra
avrebbe contribuito a chiudere correttamente la
cerniera fra biografia e teoria, così fondamentale in queste discipline (Jung ne farà una bandiera del suo impianto teorico, tanto che Màdera
parla di mitobiografia). Sotto sotto forse si augurava che le sue mezze confessioni su Sabina
Spielrein aiutassero a suscitare una confidenza
dall’altra parte. Ma la confessione non arrivò
mai.
La cosa curiosa è il silenzio e l’imbarazzo degli studiosi quando Billinsky riportò le rivelazioni di Jung. C’è chi minimizzò la vicenda,
sottolineando l’inutilità di questo dettaglio. Chi
non ne accennò nemmeno nelle proprie pubblicazioni, pur occupandosi dettagliatamente della
biografia di Freud. Per la cronaca: nemmeno nel
film di Cronenberg si accenna sia pur minimamente a questo. Insomma: il mondo degli studiosi applicò fino in fondo quella preservazione
dell’autorità che Freud aveva evocato come una
65
barriera nei confronti di Jung. Continuò anche
in questo frangente a difendere la persona, non
le idee22, portando avanti quel tragico dogmatismo che purtroppo contraddistinse in senso
negativo la nascita della psicoanalisi e che le
procurò dure e giuste critiche sin dalla sua nascita23.
Non bisogna dimenticare due cose: che
l’amore per la verità non ha nulla a che vedere con la predisposizione al pettegolezzo; e che
stiamo parlando del padre della psicoanalisi,
colui che ha fondato il suo impero sulla teoria
della sessualità. Faccio mie le parole di Carotenuto, dedicate al caso Spielrein ma valide anche qui: “(...) i documenti non avevano a che fare
con gente comune, che ha il diritto a conservare
l’anonimato e la riservatezza della propria vita,
ma con persone le cui idee hanno cercato di
cambiare il mondo, offrendo dei paradigmi per
interpretarlo 24”.
I silenzi e le omertà fra i due grandi
della psicologia hanno, secondo Kerr, inficiato al massimo grado la pericolosità
già insita nel “metodo”, e ciò in un periodo così delicato come la sua origine25. La
pericolosità, a cui allude primariamente il titolo, risiede nel fatto che in realtà quello psicanalitico non sia un metodo, poiché Freud non
ha mai fornito gli strumenti necessari al resto
della comunità scientifica per applicare le sue
teorie in ambito clinico. L’ha sempre promesso
ma non l’ha mai fatto, implicando che chi volesse utilizzare le sue teorie dovesse prima di
tutto rivolgersi all’origine, cioè a se stesso. Un
atteggiamento fortemente anti-scientifico, che
lasciò spazio a numerose ambiguità e margini
interpretativi.
SABINA PSICOANALISTA FREUDIANA
Quel che manca prepotentemente nel
film di Cronenberg è una visione prospettica della storia: il film si chiude con la separazione definitiva di Sabina Spielrein da Jung
e sembra che la parabola di vita importante di
Spielrein si concluda lì. In comparazione il film
del nostro Faenza ha questo pregio: svilup-
L etteratura
pare la parabola di Spielrein in quasi tutta
la sua interezza, compreso l’esperimento
dell’asilo bianco in Russia, dove ella applicò i principi freudiani fino a che la
cecità e la stoltezza dello
stalinismo non mise
al bando la psicanalisi.
Nel
1911
opposto resistenze alla tesi della Spielrein, la
fa sua. In realtà non è la prima volta che Freud
adopera questo meccanismo, opporsi o dimostrarsi indifferente all’idea di un altro per poi
rielaborarla e farla propria26. Ma è interessante
vedere – e aiuterà a capire la natura di questa
miscomprensione – come le idee di Spielrein furono accolte la prima volta in cui le presentò a
Vienna presso l’Associazione psicanalitica. Ciò
ci illuminerà ulteriormente sul rapporto distorto
col femminile che aveva quel che Màdera definisce “l’intellettualità euroamericana
"A Dangerous Method'
66
Sabina Spielrein si laurea e nel 1912 esce un
suo importante lavoro, forse il più importante:
La distruzione come causa del venire all’essere, testo comunemente ritenuto precursore del
concetto freudiano di pulsione di morte. In realtà, precisa John Kerr, in questo c’è una grande
miscomprensione culturale e sembra tuttora
esserci abbastanza confusione su questo punto, complice lo stesso Freud. Quando pubblicó
Al di là del principio di piacere nominò in
nota la Spielrein (l’unico riconoscimento che
lei ebbe: una citazione in una nota a piè pagina), ammettendo di non aver ben compreso
del tutto le sue teorie. Almeno in questo Freud
è onesto. Però intanto, dopo aver inizialmente
maschile della prima metà del Novecento”.
LA FALSITà ORGANICA DELLA DONNA
Come si evince anche dal film, Sabina
Spielrein, dopo aver assimilato gli insegnamenti
junghiani, inizierà il suo percorso come psicanalista freudiana.
John Kerr ricostruisce abilmente,
grazie ai verbali dell’epoca, l’atmosfera dei
famosi incontri del mercoledì, inizialmente
tenutisi in casa di Freud, poi nei caffè di
Vienna.
Spilrein, seconda donna ad entrare nella
società psicoanalitica viennese, viene introdotta nel circolo l’11 ottobre 1911, in una delle
parentesi più miserabili della storia della psicoanalisi: sul piatto è la posizione di Adler e la sua
“gang”, ritenuti colpevoli di allontanarsi dalla
strada maestra e quindi meritevoli di ostracismo. Ma non è l’unica evenienza della serata.
Per un soffio non si ripete ciò che si verificò circa un anno prima con Margarete Hilferding, prima
donna membro
del gruppo,
la qua-
67
le provocò un acceso dibattito sull’opportunità
o meno che le donne entrassero nella società;
la cosa fu messa ai voti27. Ciò la dice lunga sul
maschilismo imperante del mondo intellettuale
dell’epoca, più di qualsiasi dissertazione filosofica. Ma non sorprende considerando che pochi
anni prima, nel 1903, Otto Weininger aveva
pubblicato uno scritto, intitolato Sesso e carattere, in cui ritraeva le peculiarità del maschile e del femminile: il primo contraddistinto dal
poteri intellettuali, moralità, genio, etc; la seconda contraddistinta da amoralità, impulsività,
desiderio sessuale. Una delle sue conclusioni è
che l’isteria sia “la crisi organica dell’organica
falsità della donna 28”. Complice anche il clamo-
re suscitato dal suicidio dell’autore poco dopo
l’uscita del libro, Sesso e carattere vendette
moltissimo ed ebbe una vasta diffusione.
Al lettore non sfuggirà che gli stessi uomini i quali inquadravano in questo modo il
femminile (abbiamo visto come Freud, con la
“diabolicità della donna” non discostasse molto
dalle tesi estremiste di Waininger) non mancassero essi stessi di numerose nevrosi
e nodi conflittuali. Ma Sabina Spielrein è una che cerca di cogliere
il meglio anche dalle situazioni
più penose, o meglio: cerca
di depurare le persone e le
situazioni positive dalla
componente negativa, come dimostra
un bel passaggio del suo
diario, dopo il vergognoso e traditore comportamento di Jung nei suoi confronti: “(...) volevo togliere dalla sua anima ciò che aveva giustificato
il suo brutto comportamento nei confronti miei
e di mia madre29”. Perciò non si lascia tramortire e continua imperterrita i suoi studi, perché
vuole perseguire quel “grandioso destino” a lei
riservato, come i suoi antenati le avevano comunicato in sogno.
Ma la sera in cui presenta il suo importante lavoro, La distruzione come causa della
venuta all’essere, è forse ancora più penosa e
sintomatica: il suo concetto di componente
distruttiva della sessualità viene spiegato
come una parte intrinseca dell’istinto ses-
L etteratura
68
Keira Knightley e Michael Fassbender
suale, il cui apice è la fusione con l’altro;
da qui le resistenze dell’Io, che si oppone
all’istinto sessuale in quanto può appunto portare alla dissoluzione/distruzione
dell’Io in nome della fusione. Tutto questo
viene completamente travisato e incasellato
dagli uditori in una dinamica masochista, tipica dell’atteggiamento femminile, di contro alla
componente sadica eminentemente maschile,
che il caso vuole esposta da Tausk poco prima
dell’intervento di Spielrein. Ma Spielrein non voleva dire questo.
Successivamente Freud e Jung inoltre sosterranno, in via epistolare, che le teorie di Spielrein risentono dei suoi propri complessi30: come
se la cosa non fosse vera applicata a se stessi!
“Talvolta una persona non è sentita perché
non viene ascoltata” afferma John Kerr“ (...) la
sua incapacità di ottenere il riconoscimento della sua intuizione nel tema della repressione non
fu un suo errore; fu l’errore di Freud e di Jung.
Preoccupati con le proprie teorie e preoccupati
l’uno dell’altro, i due uomini semplicemente non
si fermarono persino per capire le idee di questa giovane collega lasciata da sola a chiedere
aiuto nel trovare un’espressione più felice al suo
pensiero31”.
È bene sottolineare, come fa John Kerr,
che nell’ambito della sua vita Sabina Spielrein
conobbe personalmente e collaborò con un nu-
mero considerevole di personalità chiave della
scienza e civiltà occidentale: dopo essere stata
allieva di Jung e Freud (ed aver contribuito allo
sviluppo delle loro teorie), collaborò col giovane Jean Piaget, che fu in analisi con lei negli
anni passati presso l’istituto di Ginevra. Quando
tornò in Russia nel 1923 portò naturalmente in
patria le migliori intuizioni e teorie europee nel
campo, offrendo spunti importanti a personalità
chiave della psicologia come Luria e Vygotsky: se la parola “saccheggiare” può risultare
eccessiva, bisogna dire però che alcune loro
idee erano straordinariamente simili a quelle
“importate” da Sabina Spielrein32. Insomma, in
finale, il grande destino a cui l’avevano chiamata i suoi antenati dal profondo del suo inconscio
in un certo modo si avverò. Il giusto riconoscimento da parte della compagine umana a lei
contemporanea invece no. In ogni caso, dopo la
sua partenza per la Russia, la figura di Sabina
Spielrein cade definitivamente nell’oblio.
Dopo questa esposizione purtroppo non
esauriente dei fatti ma sufficiente, si potrebbe
asserire che l’intelligentia maschile euroamericana applicò sul femminile categorie
di comodo per esercitare la propria dominanza, confermata ulteriormente dal fatto che
dei prodotti intellettuali migliori del femminile
si servì abbondantemente appropriandosene. È
l’atteggiamento inclusivo dell’invasore, del colo-
69
nialista che dimostra di disprezzare lo straniero
e di considerarlo inferiore, tranne poi invaderne
i territori e impossessarsi delle materie prime33.
Prima di concludere con delle domande che rivolgo al lettore/spettatore, torno sulla mia perplessità iniziale e mi vien da concludere che le
vicende qui sopra descritte non siano affatto
paradossali rispetto alla psicologia del profondo, tutt’altro: esse sono l’ulteriore riprova e conferma di quelle geniali teorie.
Bisogna fare come Spielrein: depurare l’impianto teorico dal dogmatismo e dal
sessismo di Freud o dalla spavalderia giovanile di Jung, trattenendo invece le perle preziose. Bisogna ricordarsi anche che, per
quanto l’essere umano sia educato e allenato
a tenere un distacco verso le passioni, parlare
sulle emozioni umane ed esserne direttamente
coinvolti sono due cose profondamente diverse.
La prima domanda, che “rubo” da un intervento
di una giornalista americana, è la seguente: il
film di Cronenberg rende giustizia alla figura di Sabina Spielrein?
La risposta è evidentemente negativa, ma bisogna anche distinguere un approccio storico-documentaristico effettuato da un
esperto rispetto ad un’opera artistica che, oltre
a fornire informazioni su una storia, punta anche alla resa estetica. Da questo punto di vista
il film di Cronenberg è quasi perfetto nella
ricostruzione di fatti e ambientazioni: l’unico appunto è l’assenza di pathos, di emozione,
nonostante tutti gli sforzi di Keira Knightley di
rendere plausibili gli isterismi di Spielrein e gli
Viggo Mortensen e Michael Fassbender
sforzi di Fassbender di essere credibile come
Jung. Ho trovato intrigante invece la recitazione
“flemmatica” di Viggo Mortensen nei panni di
Freud, un attore che cresce sempre di più e Cronenberg se n’è reso ben conto, “utilizzandolo”
in ben tre film. Piacevole anche la prestazione
di Vincent Cassel, mai eccessivo in un ruolo, quello di Otto Gross, che poteva facilmente
sfuggire di mano.
Al contrario il film di Roberto Faenza,
pur peccando d’ingenuità rispetto a certe
scelte stilistiche, offre diversi momenti che
coinvolgono emozionalmente lo spettatore. A confronto con quest’opera “Un metodo pericoloso” è un film “freddo”.
Il merito che hanno entrambe le opere, tuttavia, è quello di aprire una breccia: esse hanno
portato al grande pubblico una storia che
altrimenti sarebbe rimasta appannaggio
dei soli addetti ai lavori e hanno messo per
esempio la sottoscritta nelle condizioni di interessarsi ed approfondire la storia di Sabina
Spielrein35.
La domanda che pongo in finale e che lascio aperta è questa: stando al fatto che la
psicoanalisi ha condizionato fortemente
la civiltà occidentale – nelle sue espressioni culturali, ma anche nell’analisi spicciola dei comportamenti umani – quanto
la mentalità dipinta agli albori di queste
teorie è lontana dalla contemporaneità?
Il lettore non si lasci condizionare dalle oggettive conquiste della civiltà in ambito di diritti
umani, parità, etc. Qui parliamo di dinamiche
L etteratura
profonde della psiche, e tutti noi sappiamo,
se non dalle teorie di Jung per esperienza personale, che nella nostra vita quotidiana, le consuetudini consolidate e le convinzioni razionali
intersechino meccanismi ancestrali, che affondano le radici in un passato remoto ed irrazionale.
Le conquiste delle donne sul piano legislativo e del diritto, non sempre collimano col nostro modo profondo di pensare e
di sentire – in una parola vivere – il maschi-
le e il femminile.
In questo senso, come e quanto ci
parla la storia di Sabina?
La mia risposta è già parzialmente nell’analisi qui sopra, ma in realtà la mia intenzione è
lanciare un sasso nello stagno e riproporre
ad libitum quel sano stupore e catena di riflessioni che ha suscitato la comparsa dei suoi documenti.
Dal sottosuolo della civiltà occidentale.
NOTE
[1] Michel de Montaigne, Saggi, Adelphi, Milano, 1996,
p. 1068.
[2] Si veda Sigmund Freud, Il Perturbante, 1919 (“Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è
noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”).
[3] A parte le lettere scritte da Jung, di cui si hanno al
momento solo alcuni frammenti per via del veto posto dai
discendenti.
[4] A. Carotenuto, Diario di una segreta simmetria. Sabina
Spielrein tra Jung e Freud, Astrolabio, Roma, 1980, pag.
34
[5] Nel 1974 era già stato pubblicato il carteggio fra Freud
e Jung, in cui emergeva saltuariamente il nome della
Spielrein.
[6] J. Kerr, op.cit., pag. 13.
[7] Lella Ravasi Bellocchio, L’amore è un’ombra, Arnoldo
Mondadori Editore, Milano, 2012, edizione Kindle.
[8] R. Màdera, Carl Gustav Jung. Biografia e teoria, Bruno
Mondadori Editore, Milano, 1998.
[9] J. Kerr, op. Cit, pag. 479.
[10] Bruno Bettelheim, Scandalo in famiglia, contenuto in
A. Carotenuto, op. Cit., pag. 29.
[11] Si veda Ricordi sogni riflessioni, a cura di A. Jaffè,
pagg. 37, 64 e seguenti.
[12] “Ora, nella situazione analitica non puó esistere, in
particolar modo all’inizio, alcuna simmetria” A. Carotenuto, op. Cit., pag. 101.
[13] Lettere fra Freud e Jung, Boringhieri, Torino, 1974,
pag. 252.
[14] Ibid., pag. 248.
[15] Si veda l’intervista di John Freeman per la tv americana “Face to face”, 1959, video rintracciabile su youtube.
[16] Lettera di Sabina Spielrein a Freud del 20 giugno
1909, in A. Carotenuto, op. Cit., pagg. 120 e 242.
[17] J. Kerr, op. Cit., pag. 409.
[18] A. Carotenuto, op. Cit., pag. 20.
[19] Ibid., pag. 121.
[20] Discesa agl’Inferi. Termine mutuato dall’Odissea.
[21] J. Kerr, op. Cit, pag. 135 e seguenti.
[22] Si veda A. Carotenuto, op. Cit., pag. 32
[23] Molteplici furono gli episodi di “intolleranza” verso
coloro che mossero un minimo di critica alle teorie del
maestro, tanto da spingerlo a creare una Commissione
Segreta volta unicamente ad individuare coloro che ne
mettessero in crisi i presupposti.
[24] A. Carotenuto, op. Cit., pag. 33.
[25] Si vedano le ultimissime battute del libro, J. Kerr, op.
Cit., pag 511.
[26] Il caso più clamoroso fu quello di Fliess, riguardo
alla teoria della bisessualità, non certo farina del sacco
di Freud. La vicenda, che coinvolse altra gente, finí con
processi e la rottura dell’amicizia con Freud.
[27] J. Kerr, op. Cit., pagg. 353-354.
[28] Citato in J. Kerr, op. Cit., pag. 75.
[29] Diario di Sabina Spielrein, 11 settembre 1910, contenuto in A. Carotenuto, op.cit., pagg. 293-294.
[30] Argomentazione di bassa caratura a cui Freud ricorse
spesso per liquidare teorie o persone con cui non concordava, definendoli di volta in volta paranoici o nevrotici
(vedi il caso Fliess).
[31] J. Kerr, op. Cit., pag. 405.
[32] Ibid., pag. 498.
[33] Il parallelo con la mentalità colonialista viene introdotto da Romano Màdera qui: “non era il continente nero
della geopolitica il terreno di conquista al quale il colonialismo europeo portava i doni della civiltà?” si veda R.
Màdera, op. Cit, pag 130.
[34] Margaret Wheeler Johnson in:
www.huffingtonpost.com
[35] Esiste anche una terza opera del 2002, un documentario della regista svedese Elizabeth Marton, intitolato
Mi chiamavo Sabina Spielrein.
Keira Knightley
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72
Letteratura
Romanzi&modernità
di SARA RATTARO
a confronto
come la narrativa affronta i temi di attualità
La Letteratura spesso nasce da piccole
cose quotidiane. Abitudini, manie, routine, idee
convenzionali o il semplice costume riempiono
le pagine che leggiamo. Le utilizzo anch’io e poi le
stravolgo, le rompo e le rovino. Così in modo sfacciato provo a raccontare cosa accade dopo che la
tempesta ha rovesciato la nostra vita, quando non
si può far finta di nulla, quando non si può tornare
indietro e quello che resta, sono solo i cocci di un
vaso rotto.
Negli ultimi anni, una decina a questa parte,
il nostro modo di comunicare ha subito dei cambiamenti. Li abbiamo accettati e accolti perché spesso
non li abbiamo nemmeno compresi, non tutti, non
subito.
È arrivato internet che come ogni amante giovane, dinamica e seducente ha attirato senza troppa
fatica il pubblico. Sembra libera, sconfinata e divertente, e lo è. Così in poco tempo la vecchia moglie
tradita, la televisione, prima unica e indiscussa fonte
d’informazione, ha dichiarato la sua guerra, a colpi
di casi mediatici, di madri straziate dal dolore e ragazzini vittime di orrendi soprusi. Ci lamentiamo ma
non riusciamo a cambiare canale, critichiamo ma
ci lasciamo soddisfare da ogni particolare, magari
di poco conto, discutiamo sulle prove perché le indagini ci piacciono da morire e dimentichiamo. Sì,
dimentichiamo Sara, Yara, Melania e tutte le altre.
Confondiamo i fatti, i luoghi e i volti, ma ricordiamo i
dettagli, i più avidi, i più inutili.
Sulla sedia sbagliata, il mio primo romanzo,
racconta l’attualità più spietata, quella che si legge
sui giornali, quella che ti fa iniziare un articolo e arrivare in fondo provando disagio, quella che ti fa arrabbiare ma da cui non riesci ad allontanarti.
È la storia di Andrea un ragazzo come tanti,
ma che un giorno decide di fare qualcosa di orribile,
senza un vero perché, e finirà sul giornale come un
mostro. Ma Andrea non è solo. Sarà la voce di sua
madre a raccontarci tutto. La madre di un carnefice,
una madre come tante altre che passa la sua esistenza a fare del suo meglio e che un giorno viene
trascinata via, insieme a tutti quei “perché” a cui non
riesce a trovare risposta. Sono loro che mi interessano, sono i veri attori di storie come queste,
sono i volti muti che ruotano intorno ai protagonisti, sono quelli che occupano il posto in prima
fila, che vedono cose a noi nascoste. Sono le
vere vittime senza sepoltura.
Lo faccio ancora: mi guardo intorno e provo a
raccontare sentimenti forti come la paura e lo smarrimento perché parlo d’amore, il più forte di questi,
spesso il più crudele. Perché chiunque abbia amato
sa quanto dolore provoca avvicinarsi al sole. Impossibile non bruciarsi.
Così arriva Viola che scotta più del fuoco, che
ama solo a modo suo. In una folle confessione lei lo
fa. Ci racconta tutto, come vorremmo saper fare noi
stessi. Ci racconta i suoi tradimenti, inganni e bugie.
Parla con voce tremante e sottovoce come chi è
stato scoperto e non ha più nulla da perdere e ci fa
venire in mente tutti i nostri segreti. Lo fa trascinandosi dietro chi la ama più della sua vita. Perché chi
sa amare oltre se stesso, nonostante tutto e tutti,
esiste davvero, peccato che sia sempre nel nostro
cono d’ombra, altrimenti lo avremmo visto, capito e
magari amato a nostra volta. Ma lui resta lì, dove noi
non riusciamo mai ad arrivare. Ci ama da lontano
e lo dimostra con l’attesa. Perché amare significa
saper aspettare e avere pazienza.
I miei romanzi nascono così da un filo sottile che si scrive quasi da solo perché i sentimenti esplodono, girano, volano e tornano ai loro
legittimi proprietari, tutti noi. L’amore, la rabbia,
la voglia di scappare, di abbandonarsi, di essere
felici, di piangere compongono la nostra anima,
perché se la pelle, i capelli e gli occhi possono
essere diversi il cuore no e tutti coloro che amano, sognano e si arrendono si assomigliano.
L etteratura
I fratellastri
Traduzione di GABRIELLA PARISI
di Elizabeth Gaskell
Nella tetra e gelida campagna del Cumberland,
nell'Inghilterra nord-occidentale, in epoca vittoriana, si
svolge questo racconto di Elizabeth Gaskell, The HalfBrothers (I fratellastri), che fu pubblicato per la prima
volta sul Dublin University Magazine nel Novembre 1859.
ia madre si sposò due volte. Non parlava
mai del suo primo marito ed è solo da
altre persone che sono venuto a conoscenza di quel poco che so sul suo conto. Credo
che mia madre avesse appena diciassette anni
quando lo sposò e lui a malapena ventuno.
Egli affittò una piccola fattoria nel Cumberland, in qualche luogo prossimo alla costa, ma
probabilmente era troppo giovane e inesperto per
essere responsabile di una proprietà e di capi di
bestiame: comunque sia, i suoi affari non prosperavano, inoltre si ammalò e morì di consunzione
prima che fossero marito e moglie da tre anni,
lasciando mia madre vedova a vent’anni, con una
figlia piccola appena capace di camminare e la
fattoria, in locazione per altri quattro anni, nelle
sue mani, con metà del bestiame ormai morto
o venduto capo a capo per pagare i debiti più
urgenti e senza denaro per acquistarne altro, neanche per comprare le provviste necessarie per
il piccolo consumo giornaliero.
C’era anche un altro figlio in arrivo e credo
che mia madre fosse triste e addolorata al pensiero. Deve aver trascorso un inverno tetro nella
sua dimora solitaria, senza nessuno vicino per
miglia nei dintorni. Sua sorella arrivò per farle
compagnia e le due donne programmarono e organizzarono un modo per far durare ogni penny
che riuscivano a recuperare il più a lungo possibile. Non so dirvi come accadde che la mia sorellina, che non ho mai conosciuto, si ammalò e
morì, ma, come se le disgrazie della mia povera
madre non fossero abbastanza, appena due settimane prima della nascita di Gregory, la fanciulla
si ammalò di scarlattina e una settimana dopo
era morta. Credo che mia madre rimase scioccata da quest’ultimo colpo.
Mia zia mi disse che non pianse: zia Fanny
sarebbe stata sollevata se lo avesse fatto, ma ella
si limitava a sedere tenendo la mano della sua
piccolina e a guardare il suo bel viso pallido,
esanime, senza versare una lacrima. Lo stesso
accadde quando la portarono via per seppellirla.
Baciò semplicemente la figlia e sedette davanti
alla finestra per guardare la piccola processione
scura — composta da vicini, da mia zia e da un
lontano cugino, che erano i soli amici che esse
fossero riuscite a radunare — che si snodava tra
la neve caduta finemente sul paese la notte precedente.
Quando mia zia fece ritorno dal funerale, trovò mia madre nello stesso posto, con gli occhi
74
75
racconto
più asciutti che mai. E continuò così fino alla nascita di Gregory. In qualche modo, il suo arrivo
sembrò far sciogliere le lacrime: piangeva giorno
e notte, finché mia zia e gli altri osservatori non
si guardavano fra loro costernati; l’avrebbero fatta smettere volentieri, se avessero saputo come
fare. Ma ella chiedeva di essere lasciata da sola
e di non stare troppo in ansia, perché ogni lacrima versata leniva la sua mente, già terribilmente
provata dalla sua incapacità di piangere fino a
quel momento.
In seguito sembrò non pensare ad altro che
al suo nuovo bambino; sembrava che a malapena ricordasse sia il marito che la figlioletta che
giacevano morti nel camposanto di Brigham —
per lo meno, così diceva zia Fanny, ma lei era
una chiacchierona, mentre mia madre era invece
molto silenziosa per natura, cosicché credo che
zia Fanny si debba essere sbagliata nel credere che mia madre non pensasse mai al marito e alla figlia solo perché non ne parlava mai.
La zia era più grande di mia madre e la trattava
come se fosse una bambina ma, malgrado tutto,
era una creatura gentile e cordiale, che pensava
maggiormente al benessere della sorella che al
proprio. Esse vivevano principalmente delle sue
piccole somme di denaro e di ciò che le due donne riuscivano a guadagnare cucendo per i commercianti all’ingrosso di Glasgow.
Ma a poco a poco la vista di mia madre cominciò a venir meno. Non che fosse diventata
completamente cieca, poiché poteva vedere abbastanza da riuscire a muoversi per casa e fare
una discreta quantità di lavori domestici, ma,
purtroppo, non poteva più eseguire lavori di
cucito precisi per guadagnare denaro. Forse fu
a causa del troppo piangere, dal momento che
era ancora molto giovane all’epoca e anche una
fanciulla molto graziosa — per quanto ho sentito dire — come lo può essere una ragazza di
provincia. Ella prese tristemente a cuore il problema di non poter più guadagnare per il mantenimento suo e del suo bambino. Mia zia Fanny
l’avrebbe volentieri convinta che aveva già lavoro
a sufficienza occupandosi della gestione del cottage e badando a Gregory, ma mia madre sapeva
che si trovavano in difficoltà e che la stessa zia
Fanny non aveva da mangiare quel poco che le
sarebbe bastato, neanche il genere di cibo più
semplice. Riguardo a Gregory, non era un ragazzo forte ed aveva bisogno non di più cibo — dal
momento che ne aveva a sufficienza, chiunque
fosse a dovervi rinunciare — ma di una miglior
alimentazione e di più carne animale.
Un giorno — è stata zia Fanny a dirmi tutto questo riguardo alla mia povera madre, molto tempo dopo la sua morte — mentre le sorelle erano sedute insieme, mia zia si dedicava al
cucito e mia madre placava Gregory per farlo
dormire, entrò in casa William Preston, che in
seguito divenne mio padre. Era considerato un
vecchio scapolo — credo che avesse superato i
quarant’anni da parecchio — ed era uno degli
agricoltori più ricchi dei dintorni. Inoltre aveva
conosciuto bene mio nonno e anche mia madre
e mia zia in un periodo più prospero. Sedette
e iniziò a roteare il cappello per apparire ben
disposto; mia zia Fanny parlava, mentre lui la
ascoltava guardando mia madre. Ma egli disse
molto poco, sia in quella visita che nelle numerose che si susseguirono, prima che esprimesse
quello che era lo scopo reale delle sue frequenti
visite, scopo che si era prefisso fin dalla prima
volta che aveva messo piede nella loro casa.
Ad ogni modo, una domenica zia Fanny non
andò in chiesa, ma rimase in casa a prendersi
cura del bambino e mia madre andò da sola.
Quando ritornò ella corse dritta di sopra, senza
passare dalla cucina per dare un’occhiata a Gregory o per dire qualche parola alla sorella e zia
Fanny la udì piangere come se le si stesse spezzando il cuore. Così zia Fanny salì e la redarguì
ben bene attraverso la porta chiusa, finché non
la costrinse ad aprirla. Così mia madre si gettò
al collo della zia e le disse che William Preston
le aveva chiesto di sposarlo e le aveva promesso
di assumersi la tutela del ragazzo, facendo sì che
non gli mancasse nulla, né per il suo sostentamento, né per la sua educazione e che lei aveva acconsentito. Zia Fanny fu parecchio turbata
dalla notizia, perché — come ho detto — aveva
spesso pensato che mia madre avesse dimenti-
L etteratura
cato il suo primo marito molto rapidamente e ora
questa ne era la prova concreta, dal momento
che riusciva a pensare di risposarsi così presto.
Inoltre, come zia Fanny soleva dire, lei stessa sarebbe stata molto più adatta a un uomo dell’età
di William Preston rispetto a mia madre che —
sebbene fosse già vedova — non aveva ancora
visto ventiquattro primavere. Comunque essi non
avevano chiesto il suo parere, come diceva zia
Fanny, e c’era molto da dire se si guardava il problema sotto un altro aspetto. La vista di Helen
non sarebbe mai più tornata in buone condizioni, invece, come moglie di William Preston, non
avrebbe mai avuto bisogno di far niente, se avesse
deciso di star seduta con le mani in mano. Inoltre
un ragazzo era un grande impegno per una madre vedova, mentre ora ci sarebbe stato un uomo
serio e con una solida posizione che si sarebbe
occupato di lui. Pertanto, in linea di massima,
zia Fanny sembrò avere un’idea più allegra del
matrimonio di quanto l’avesse mia madre, che a
malapena alzava lo sguardo e non sorrideva più
dal momento in cui aveva promesso a William
Preston di diventare sua moglie. Ma per quanto
avesse amato Gregory fino a quel momento, da
allora sembrò amarlo ancora di più. Gli parlava
in continuazione quando erano da soli, sebbene
egli fosse ancora troppo piccolo per comprendere
le sue parole lamentose o per fornirle qualsiasi
genere di conforto, a parte le sue carezze.
Infine ella sposò William Preston e divenne
padrona di una casa ben ammobiliata, a meno di
mezz’ora di cammino dall’abitazione di zia Fanny. Credo che lei facesse tutto ciò che era in suo
potere per far piacere a mio padre: ho sentito egli
stesso dire che non c’era mai stata una moglie
più rispettosa di lei. Ma non lo amava ed egli lo
scoprì presto. Mia madre amava Gregory, ma non
mio padre. Forse l’amore sarebbe giunto in seguito, se egli fosse stato abbastanza paziente da
aspettare, ma lo inaspriva vedere come gli occhi
di lei brillassero e il suo colorito si accendesse
alla vista del figlioletto, mentre per lui, che pure
le aveva dato così tanto, aveva solo parole gentili,
ma fredde come il gelo.
Mio padre cominciò a rimproverarla per il diverso comportamento, come se questo avrebbe
potuto portare amore. Inoltre cominciò a nutrire
una decisa antipatia nei confronti di Gregory: era
geloso per l’amore immediato che sempre sgorgava come una sorgente di acqua fresca quando il
fanciullo si avvicinava. Mio padre avrebbe voluto
che ella lo amasse di più e forse questo era una
cosa buona e giusta; ma egli desiderava che ella
amasse di meno suo figlio, e questo era un desiderio malvagio.
Un giorno diede sfogo alla sua collera maledicendo e imprecando contro Gregory, che aveva
fatto una qualche marachella, come capita di solito ai bambini. Mia madre cercò di scusarlo ma
mio padre disse che era già abbastanza arduo
prendersi cura del figlio di un altro uomo, senza
che questi fosse perpetuamente sostenuto nella
sua disobbedienza da sua moglie, che invece
avrebbe dovuto sempre avere le stesse opinioni
del marito. Da un piccolo screzio si passò a qualcosa di più grande e il risultato fu che mia madre
fu confinata a letto prima del tempo e io nacqui
quello stesso giorno.
Mio padre fu allo stesso tempo contento, orgoglioso e dispiaciuto: contento e orgoglioso che
gli fosse nato un figlio, desolato per le condizioni
della sua povera moglie e al pensiero di ciò che
le sue parole irate avevano causato. Ma egli era
un uomo che preferiva essere in collera anziché
spiacente, così presto ne attribuì tutta la colpa
a Gregory ed ebbe nei suoi confronti un nuovo
motivo di risentimento per aver affrettato la mia
nascita. Ben presto ebbe verso di lui un ulteriore
motivo di rancore: mia madre aveva cominciato a
deperire dal giorno della mia nascita.
Mio padre mandò a chiamare i medici a Carlisle e avrebbe trasformato in oro il suo stesso sangue per salvarla, se fosse stato possibile, ma non
lo fu. Zia Fanny soleva dire a volte che credeva
che Helen non avesse alcun desiderio di vivere
e così si lasciò morire senza neanche provare a
tenersi stretta alla vita, ma quando la interrogavo, riconosceva che mia madre aveva fatto tutto
ciò che i dottori le avevano raccomandato, con lo
stesso genere di pazienza rassegnata che la aveva accompagnata per tutta la vita.
76
racconto
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Una delle sue ultime richieste fu di avere Gregory nel suo letto accanto a me e poi fece sì che
mi prendesse la mano. Suo marito arrivò mentre
ella ci osservava in questo atteggiamento e quando egli si piegò teneramente su di lei per chiederle come si sentisse, guardando noi due piccoli
fratellini con uno sguardo che sembrava serio e
gentile, ella lo guardò in viso e gli sorrise: era
quasi il primo sorriso che gli rivolgeva — e che
sorriso dolce! — come più avanti disse zia Fanny. Un’ora dopo era morta. La zia venne a vivere
con noi: era la miglior cosa da fare.
Mio padre avrebbe gradito ritornare alla sua
vecchia vita da scapolo ma cosa poteva fare con
due figli piccoli? Aveva bisogno di una donna
che si prendesse cura di loro e chi meglio della sorella maggiore di sua moglie? Cosicché fui
affidato a lei fin dalla nascita e per un certo periodo fui debole come era naturale che fosse; ella
mi era sempre accanto, sorvegliandomi notte e
giorno e anche mio padre era preoccupato quasi
quanto lei. Le sue terre erano state trasmesse da
padre in figlio per più di trecento anni, pertanto
gli stavo a cuore semplicemente in quanto sua
carne e sangue a cui passare in eredità la terra
alla sua morte. Ma egli aveva bisogno di qualcosa da amare, malgrado tutto: per molti era un
uomo grave e rigido, ma si affezionò a me — mi
piace pensare — come non si era mai affezionato
a nessun essere umano in precedenza — come
avrebbe potuto fare con mia madre, se ella non
avesse avuto una vita precedente di cui essere
geloso. Corrispondevo il suo amore con grande
calore: amavo tutto ciò che mi stava intorno, credo, dal momento che tutti erano gentili con me.
In seguito superai la mia debolezza di costituzione e divenni un ragazzo robusto e vigoroso che
tutti i passanti notavano quando mio padre mi
portava con sé nella città più vicina.
A casa ero il tesoro della zia, il cocco
adorato di mio padre, il diletto e il trastullo della servitù e il “giovane padrone” dei contadini,
davanti ai quali affettavo numerosi atteggiamenti altezzosi, simulando una sorta di autorità che
appariva alquanto stravagante, senza dubbio, per
un bambino quale io ero.
Gregory era tre anni più grande di me. Zia
Fanny era sempre gentile con lui nei fatti e nelle
azioni, ma non pensava spesso a lui; infatti era
totalmente abituata ad essere assorbita da me,
dal momento in cui ero stato affidato a lei come
un bambino cagionevole. Mio padre non aveva
mai superato la sua risentita antipatia verso il
figliastro, che aveva innocentemente combattuto
contro di lui la battaglia per il possesso del cuore
di mia madre. Sospetto anche che mio padre continuasse a considerare ancora lui come la causa
della morte di mia madre e della mia delicatezza
da piccolo e — sebbene sembri totalmente assurdo — credo che egli quasi proteggesse il suo
sentimento di alienazione nei confronti di mio
fratello come se lo ritenesse un dovere, piuttosto
che sforzarsi di reprimerlo. Eppure per niente
al mondo mio padre gli avrebbe negato qualcosa che il denaro potesse procurargli: quello era,
come stabilito, l’obbligo contratto quando aveva
sposato mia madre.
Gregory era corpulento, rozzo, maldestro e
goffo: guastava tutto ciò in cui era coinvolto e
più di una mala parola e di un aspro rimprovero gli venivano rivolti dalle persone della fattoria, che a malapena aspettavano che mio padre
fosse andato via, prima di giudicare il figliastro.
Provo vergogna: il mio cuore è addolorato a pensare come avessi ceduto alla tendenza di famiglia nell’offendere il mio povero fratello orfano.
Credo che non tentai neanche di conoscerlo né
ero deliberatamente malvagio nei suoi confronti,
ma l’abitudine di venire considerato in ogni cosa
e di essere trattato come unico e superiore, mi
rese insolente nella mia situazione privilegiata,
pretendendo più di quanto Gregory fosse mai disposto a dare e poi, irritato, ripetevo a volte le
parole di disprezzo che avevo sentito usare agli
altri nei suoi confronti, senza comprenderne interamente il significato. Non so se egli lo comprendesse o meno, ma temo di sì. Soleva andare
in giro calmo e silenzioso, cupo e imbronciato.
Mio padre pensava che fosse stupido; zia Fanny
lo chiamava così, ma tutti credevano che fosse
ottuso e apatico e la sua stupidità e indolenza
aumentavano sempre più. A volte sedeva senza
L etteratura
dire una sola parola per ore, quindi mio padre
lo invitava ad alzarsi e a fare un qualche lavoro,
probabilmente, nella fattoria, ma ci volevano tre
o quattro richiami prima che si muovesse. Quando ci mandarono a scuola fu lo stesso. Non c’era
modo che memorizzasse le lezioni, il maestro si
stancava a rimproverarlo e fustigarlo e alla fine
consigliò mio padre di portarlo via e di affidargli
qualche lavoro che non fosse al di sopra delle
sue capacità. Credo che, dopo ciò, divenne più
depresso e stupido che mai, eppure non era un
tipo irascibile: era paziente
e di buon carattere e cercava di rivolgersi gentilmente
a chiunque, anche a coloro
che lo avevano rimproverato o colpito fino a un attimo
prima. Ma molto spesso i
suoi tentativi di gentilezza
si trasformavano in danni proprio per le persone a
cui cercava di essere utile a
causa dei suoi modi goffi e
sgraziati.
Suppongo che fossi un
ragazzo intelligente; ad ogni
modo ricevevo una gran
quantità di elogi ed ero —
come si diceva da noi — il
galletto della scuola. L’insegnante diceva che potevo
imparare tutto ciò che volevo, ma mio padre che, dal
canto suo, non era troppo
istruito, vedeva poca utilità in un eccesso di insegnamento e talvolta mi portava via e mi conduceva con sé in giro per la fattoria. Gregory fu
trasformato in una sorta di pastore e ricevette
l’addestramento dal vecchio Adam, che era ormai quasi giunto alla fine del suo lavoro. Credo
che il vecchio Adam fosse quasi la prima persona che avesse una buona opinione di Gregory. Faceva del suo meglio perché a mio fratello
fossero riconosciute le sue qualità, sebbene non
sapesse come fare per farle spiccare; in quanto
poi all’orientamento nelle Alture, diceva che non
aveva mai visto un ragazzo come lui. Mio padre
cercava di convincere Adam a parlare dei difetti
e delle manchevolezze di Gregory, invece Adam,
non appena scopriva l’obiettivo di mio padre, lo
elogiava doppiamente.
Un inverno, quando avevo circa sedici anni e
Gregory diciannove, fui mandato da mio padre
a sbrigare una commissione in un luogo a sei
miglia di distanza se si andava dalla strada, ma
all’incirca solo quattro attraversando le Alture.
Mi raccomandò di tornare indietro percorrendo
la strada, qualunque tragitto avessi scelto all’andata, dal momento che stava
calando la sera, che spesso
era fitta e nebbiosa; inoltre,
il vecchio Adam — ormai
paralitico e costretto a letto
— aveva preannunciato una
precipitazione nevosa di lì
a poco. Arrivai presto alla
fine del mio viaggio e svolsi
il mio compito in anticipo di
un’ora — pensai — rispetto
alle previsioni di mio padre;
cosicché presi io la decisione
del percorso da intraprendere e mi misi in cammino verso le Alture, mentre le prime
ombre della sera cominciavano a scendere. Sembrava
abbastanza buio e tetro, ma
era tutto così tranquillo che
immaginai di avere parecchio tempo per arrivare a
casa prima che cadesse la
neve.
Mi incamminai a passo svelto, ma la notte
scendeva sempre più velocemente. Il percorso
giusto era piuttosto chiaro alla luce del giorno,
sebbene in diversi punti due o tre sentieri simili
divergevano dallo stesso luogo. Ma quando c’era
la giusta luce, il viaggiatore era guidato dalla vista di lontani punti di riferimento, un pezzo di
roccia, una frana, che in quel momento non riuscivo proprio a vedere. Comunque presi coraggio
e intrapresi quella che mi sembrava la strada
giusta. Non lo era, tuttavia, e mi condusse dove
78
79
racconto
non lo so, ma in qualche selvaggia brughiera paludosa dove la solitudine sembrava dolorosa, intensa, come se mai passo d’uomo si fosse posato
in quei luoghi a spezzarne il silenzio.
Cercai di gridare — con la più tenue speranza
di essere udito — più che altro per rassicurare
me stesso con il rumore della mia voce, ma il
suono ne uscì roco e scarso e mi sgomentò: sembrava così strano e sconosciuto in quella silenziosa distesa di nera oscurità. Improvvisamente
l’aria fu riempita da fitti fiocchi cupi, il mio viso
e le mie mani erano bagnati di neve. Essa mi isolò dalla già debole consapevolezza della mia posizione, infatti persi qualunque cognizione della
direzione da cui ero arrivato, cosicché non avrei
potuto nemmeno ripercorrere i miei passi; mi
circondava, sempre più fitta, con un’oscurità che
si poteva percepire. Il suolo paludoso su cui mi
trovavo sciaguattava sotto di me se rimanevo a
lungo in un posto, eppure non osavo allontanarmi troppo. Tutto il mio ardore giovanile sembrava avermi abbandonato di colpo. Ero sul punto
di piangere e solo una gran vergogna sembrava
trattenermi. Per cercare di non versare lacrime,
urlavo — urla terribili e selvagge, poiché erano urla per la sopravvivenza. Quando mi fermai
in ascolto mi sentii male: non giungeva nessun
suono di risposta tranne un’eco spietata. Solo la
neve silenziosa e crudele continuava a cadere
sempre più fitta e sempre più rapida! Cominciavo ad essere intorpidito e assonnato. Cercavo di
muovermi, ma non osavo spostarmi troppo per
timore degli strapiombi che, lo sapevo, abbondavano in alcune zone delle Alture. Di tanto in
tanto restavo immobile e urlavo ancora, ma la
mia voce iniziava ad essere soffocata dalle lacrime, al pensiero della morte desolata e impotente che mi sarebbe toccata e quanto poco coloro
che erano a casa, seduti intorno al calore rosso
e brillante del fuoco, avrebbero saputo cosa ne
era stato di me — e quanto il mio povero padre
si sarebbe afflitto per me: di sicuro ne sarebbe morto, gli avrebbe spezzato il cuore, povero
vecchio! Anche zia Fanny: era questa dunque la
fine delle sue preoccupazioni per me? Cominciai
a rivedere la mia vita in una sorta di vivido sogno
nel quale le varie scene dei miei pochi anni di
ragazzo mi passavano davanti come visioni. In
una fitta di angoscia, causata da tali rimembranze della mia breve vita, raccolsi tutte le mie forze
e urlai una volta ancora un lungo grido lamentoso di disperazione al quale non mi aspettavo di
ottenere alcuna risposta, eccetto gli echi intorno,
smorzati dall’aria densa.
Con mia sorpresa udii un urlo — prolungato
e selvaggio quasi quanto il mio — così selvaggio
da sembrare soprannaturale, e quasi pensai che
potesse essere la voce di qualcuno degli spiritelli
beffardi delle Alture, sui quali avevo sentito raccontare tante storie. All’improvviso il mio cuore
cominciò a battere più veloce e più forte. Non riuscii a rispondere per un attimo o due. Quasi immaginai di aver perso la capacità di esprimermi.
Proprio in quel momento un cane si mise
ad abbaiare.
Non era forse il latrato di Lassie — il cane
di mio fratello? — una bestia piuttosto brutta
con il muso bianco e malfatto, a cui mio padre
assestava un calcio ogni volta che la vedeva, in
parte per i suoi demeriti e in parte perché era
di mio fratello. In tali occasioni, Gregory richiamava con un fischio Lassie, uscendo e andandosi a sedere in qualche edificio esterno con lei.
Una volta o due mio padre si era vergognato di
se stesso, quando il povero collie aveva ululato
per il dolore fulmineo, ma si era risollevato scaricando la colpa su mio fratello che — diceva
— non sapeva come si addestrasse un cane ed
era capace di viziare ogni collie della Cristianità con la sua stolta abitudine di permettergli di
stendersi davanti al fuoco della cucina. Gregory
non profferiva risposta a tutto ciò: sembrava che
non sentisse nemmeno, continuando ad apparire
assente e lunatico.
Sì! Eccolo di nuovo! Era l’abbaiare di Lassie!
Ora o mai più! Alzai la voce e gridai: “Lassie!
Lassie! Per amor di Dio, Lassie!” Un altro attimo
e la grossa Lassie dal muso bianco si curvava e
saltellava con gioia intorno ai miei piedi e alle
mie gambe, guardando tuttavia verso il mio viso
con occhi apprensivi e intelligenti, per timore
che potessi salutarla con un colpo, come spesso
avevo fatto in precedenza. Ma io gridai di con-
L etteratura
tentezza mentre mi chinavo e la accarezzavo. La
mia mente condivideva la debolezza del mio corpo, per cui non riuscivo a ragionare, ma sapevo
che l’aiuto era prossimo. Una figura grigia usciva
sempre più distintamente dall’oscurità fitta e opprimente: era Gregory, avvolto nel suo plaid.
“Oh, Gregory!” dissi, gettandomi al suo collo,
incapace di profferir parola. Egli non aveva mai
parlato molto e non disse niente per un po’ di
tempo. Quindi mi disse che dovevamo muoverci:
dovevamo camminare per mantenerci in vita; se
possibile dovevamo trovare la strada verso casa,
ma comunque ci dovevamo muovere o saremmo
morti congelati.
“Non sai qual è la strada verso casa?” gli
chiesi.
“Credevo di sì, quando sono partito, ma ora
ho dei dubbi. La neve mi acceca e temo che spostandoci come abbiamo appena fatto, ho perso il
cammino verso casa.”
Aveva con sé il suo bastone da pastore e affondandolo prima di ogni nostro passo — aggrappandoci l’uno all’altro — procedemmo piuttosto
sicuri almeno quanto bastava per non cadere giù
da una roccia scoscesa, ma fu un lavoro lento e
desolato. Mio fratello — vedevo — si lasciava
guidare più da Lassie e dal percorso che sceglieva che da altro, fidandosi del suo istinto. Era
troppo buio per vedere davanti a noi in lontananza, ma lui la richiamava di continuo, notando
da quale parte provenisse, e determinando i nostri lenti passi di conseguenza. Ma il movimento monotono a malapena evitò che il mio stesso
sangue si congelasse. Ogni osso, ogni fibra del
mio corpo sembrava dapprima dolermi, quindi
gonfiarsi, infine divenire insensibile a causa del
freddo intenso. Mio fratello lo sopportava meglio
di me, essendo stato più di me sulle colline. Egli
non parlava, tranne che per chiamare Lassie. Mi
sforzavo di essere coraggioso e non mi lamentavo, ma sentivo il sonno fatale che furtivamente
allungava la sua mano su di me.
“Non riesco a proseguire” dissi con tono assonnato.
Ricordo che all’improvviso ero diventato ca-
racconto
parbio e risoluto. Avrei dormito, fosse stato anche
solo per cinque minuti. Anche se la conseguenza
fosse stata la morte, avrei dormito. Gregory rimase immobile. Suppongo che avesse riconosciuto
quella particolare fase della sofferenza alla quale ero stato condotto dal freddo.
“Non serve a niente”, disse, come parlando a
se stesso. “Non siamo più vicini a casa di quanto lo fossimo quando siamo partiti, per quanto
ne so. La nostra unica possibilità è Lassie. Qui!
Avvolgiti nel mio plaid, ragazzo, e stenditi da
questa parte riparata da questa roccia. Avvicinati scivolando lì sotto, ragazzo, e mi stenderò
accanto a te, cercando di mantenere il calore fra
di noi. Aspetta! Hai niente con te che possano
riconoscere a casa?”
Mi sembrò che fosse crudele a trattenermi dal
sonno, ma quando ripeté la domanda, tirai fuori
il mio fazzoletto, con una fantasia vistosa, che zia
Fanny aveva orlato per me, e Gregory lo prese e
lo legò attorno al collo di Lassie.
“Corri, Lassie, corri a casa!” E la bestia dal
muso bianco, indesiderata, partì come un colpo
nell’oscurità. Ora mi potevo distendere — potevo
dormire. Nel mio sonnolento torpore sentii che
venivo coperto teneramente da mio fratello, ma
con cosa non lo sapevo, né mi interessava: ero
troppo stanco, troppo egoista, troppo intorpidito
per pensare e ragionare o mi sarei reso conto che
in quel luogo brullo e desolato non c’era nulla in
cui avvolgermi, a meno che qualcun altro non se
ne fosse privato. Fui abbastanza contento quando smise le sue attenzioni e si stese accanto a
me. Presi la sua mano.
“Tu non puoi ricordarlo, ragazzo, come eravamo stesi nello stesso modo accanto alla mamma
mentre moriva. Mise la tua manina nella mia —
penso che ci veda adesso e forse presto saremo
con lei. Comunque, sia fatta la volontà di Dio.”
“Caro Gregory,” biascicai e scivolai più vicino
a lui in cerca di calore. Parlava ancora, di nuovo
di nostra madre, quando mi addormentai.
Un attimo dopo — o così mi parve — sentii molte
voci intorno a me — molti visi sospesi intorno a me
— il piacere lussuoso del calore che si diffondeva
80
81
Biografia dell'Autrice>
i n
ogni parte del mio corpo. Ero nel mio lettino a
casa. Sono grato di aver detto come mia prima
parola “Gregory?”
I presenti si scambiarono uno sguardo: il vecchio viso rigido di mio padre cercava invano di
mantenere il suo rigore, le sue labbra tremarono,
i suoi occhi si riempirono lentamente di inconsuete lacrime.
“Avrei dato metà delle mie terre — l’avrei
benedetto come un figlio — oh, Dio! Mi sarei
inginocchiato ai suoi piedi e gli avrei chiesto di
perdonare la durezza del mio cuore.”
Non udii più nulla: un turbine roteò nel mio
cervello, trascinandomi ancora verso la morte.
Ripresi lentamente conoscenza settimane
dopo. Quando mi ripresi i capelli di mio padre
erano diventati bianchi e mentre guardava il mio
viso le sue mani tremavano.
Non parlammo più di Gregory. Non riuscivamo a parlare di lui, ma egli era stranamente
nei nostri pensieri. Lassie andava e veniva senza
mai una parola di biasimo; anzi, mio padre provava a colpirla, ma lei si ritraeva ed egli, come
se fosse stato rimproverato dalla stupida bestia,
sospirava e poi restava in silenzio e assente per
un po’.
Zia Fanny — sempre chiacchierona — mi
disse tutto. Come in quella notte fatale mio padre — irritato per la mia prolungata assenza e
probabilmente più ansioso di quanto volesse far
vedere, era stato violento e imperioso — anche
più del solito — verso Gregory. Gli aveva rinfacciato la povertà di suo padre e la sua stupidità,
che rendeva i suoi servizi inutili: infatti, tali —
nonostante il vecchio pastore — mio padre aveva sempre scelto di considerarli.
Infine Gregory si era alzato ed aveva fischiato
a Lassie perché uscisse con lui — povera Lassie, che si acquattava sotto alla sua sedia per
timore di un calcio o un colpo. Qualche momento prima c’era stata una discussione fra mio padre e mia zia riguardo al mio ritorno e, quando
zia Fanny mi raccontò tutta la storia, mi disse
che credeva che Gregory potesse aver notato la
tempesta in arrivo e fosse uscito in silenzio per
venirmi incontro. Tre ore dopo, quando tutti cor-
Elizabeth Gaskell (Londra 1810 – Holybourne 1865) crebbe
nel piccolo centro di Knutsford a cui si ispirò per l’ambientazione
di molte sue opere letterarie, e dopo il matrimonio si stabilì a
Manchester. Nel 1845 la morte dell’unico figlio maschio la spinse a
cercar sollievo nella scrittura del primo romanzo, Mary Barton. Fra
le sue molte opere narrative, Ruth e North and South descrivono la
drammatica vita del proletariato urbano inglese, mentre Cranford,
considerato il suo capolavoro, rappresenta la vita in un villaggio
rurale sorpassato ed emarginato dal convulso sviluppo industriale
di metà Ottocento. Protagoniste dei bellissimi racconti di Storie di
bimbe, di donne e di streghe sono donne che hanno patito fino
alla morte, amato fino a odiare. Le asprezze della vita le hanno
spinte a reprimere le passioni per non infrangere il loro ferreo
codice morale. Sole e indomabili, ossessionate dalla vendetta o
perseguitate da eterne maledizioni, queste donne assumono agli
occhi della comunità i tratti inquietanti della strega, l’evanescenza
dello spettro. Custodi silenziose di enigmi familiari e saperi antichi,
sono personaggi indimenticabili anche per i lettori di oggi.
revano di qua e di là agitandosi selvaggiamente
non sapendo dove venirmi a cercare — e senza sentire la mancanza di Gregory, anzi, senza
neanche accorgersi che era sparito, povero caro
— povero, povero caro! — Lassie era arrivata a
casa con il mio fazzoletto legato attorno al collo.
Allora capirono e l’intera energia della fattoria venne dispiegata per seguirla con scialli coperte e brandy e qualsiasi cosa a cui riuscissero
a pensare. Io giacevo in un sonno gelato, ma ero
ancora vivo sotto alla roccia dove li aveva condotti Lassie. Ero ricoperto con il plaid di mio
fratello e il suo folto giaccone da pastore era avvolto attorno ai miei piedi. Egli era in maniche
di camicia — le braccia intorno a me — con un
sorriso quieto — raramente egli aveva sorriso
durante la sua vita — sul suo viso freddo e immobile.
Le ultime parole di mio padre furono: “Dio
perdona la durezza del mio cuore verso il povero
figlio senza padre!”
E ciò che evidenziò la profondità del suo pentimento, forse più di ogni cosa — considerato
l’amore appassionato nei confronti di mia madre — fu questo: trovammo un documento con
indicazioni, dopo la sua morte, in cui diceva che
desiderava giacere ai piedi della tomba in cui —
per suo desiderio — il povero Gregory era stato
deposto con NOSTRA MADRE.
L etteratura
Postfazione
di Gabriella Parisi
Questo racconto, che parla di legami familiari e di piccole e grandi gelosie e crudeltà, vede nella figura di Gregory, il fratello
più grande, il cui padre è morto prima che
questi vedesse la luce, il personaggio più generoso, il più disinteressato, che si sacrifica
per salvare il fratello più amato, colui che è
considerato più importante per la famiglia,
sia dal punto di vista affettivo che dal punto
di vista intellettivo. Esattamente dieci anni
dopo, nel 1869, Florence Montgomery
sfrutterà lo stesso tema per il suo romanzo
"Incompreso".
La parzialità dei genitori nei confronti dei figli ci richiama due figure
del Vecchio Testamento, i fratelli Giacobbe ed Esaù. Essi erano gemelli, ma il
primo a vedere la luce fu Esaù, eppure Giacobbe tentò con ogni espediente di sottrarre
la primogenitura al fratello, invidioso della
preferenza che il padre Isacco gli riservava.
Analogamente alla storia dei due gemelli
biblici, anche questa è una storia di gelosia
molto sofferta e di sofferta riconciliazione.
Il narratore è il fratello più giovane, il
prediletto della famiglia, del quale viviamo
via via gli stati d'animo e la partecipazione
alle vicende in un crescendo di pathos. Infatti, mentre la narrazione iniziale sembra
quasi piatta, impersonale — nonostante le
vicende raccontate siano altamente drammatiche quanto e forse più delle successive — in quanto viene riportata per "sentito
dire", in base a quello che è stato raccontato al narratore dalla zia, quando la storia entra nel vivo, con gli episodi vissuti dal
protagonista in prima persona, cogliamo le
sfumature dei suoi sentimenti, le emozioni,
l'angoscia, quasi a voler restituire retroattivamente al fratello un sentimento che in verità non esisteva durante lo svolgimento dei
fatti.
La Natura — come spesso avviene nelle opere della Gaskell e nel Romanticismo
ottocentesco — collabora, è coprotagonista, intensificando le emozioni dei
personaggi e le loro sofferenze. Essa è
crudele, infida, ingannatrice sembra voler
redarguire il protagonista, facendolo riflettere e pentire del suo atteggiamento sprezzante nei confronti del fratellastro.
Una particolare attenzione va infine riservata alla figura del cane, Lassie, la
compagna più fidata di Gregory, pronta ad
ubbidire al suo padrone nonostante i trattamenti ricevuti da coloro che infine beneficeranno dei suoi servigi — atteggiamenti
che non cambieranno neanche dopo la morte di Gregory —, che si rivela l'unico essere vivente (quasi "cristiano", se riflettiamo
sulle parole che il patrigno utilizza ad un
certo punto della narrazione rivolgendosi a
Gregory: "non sapeva come si addestrasse
un cane ed era capace di viziare ogni collie
della Cristianità con la sua stolta abitudine
di permettergli di stendersi davanti al fuoco
della cucina") su cui il povero giovane può
fare davvero affidamento.
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E
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Shooting in a barrel
Perché Edward Cullen non sarà mai uno zombie…
«Questa cosa di avere un’anima l’ho iniziata io.
Prima che cominciasse ad andare di moda.»
di SELENE PASCARELLA
Angelus
«Grazie per aver fatto smettere di sognare ai miei figli
un futuro che mai, mai, avrei potuto dargli.»
H.J.Simpson
Per un vampiro sedurre
gli adolescenti è come cacciare pesci rossi in un barile.
È stato così fin da quando le
ragazze portavano sottogonne e
corsetti e i signori della notte avevano l’aspetto di splendidi, eterni,
quarantenni. I succhiasangue
sono morti ma non sono vittime
dei segni del tempo che passa, vivono tra noi eppure rifiutano ogni
regola sociale, legale, morale che
abbiamo eretto per contenerli e
per contenerci. Sono mentalmente e fisicamente superiori. La longevità li rende dotti, disincantati,
decadenti.
Vecchi come Matusalemme
e capofila della lotta ai matusa.
Quando i vampiri hanno iniziato a
essere adolescenti la questione si
è fatta intra-generazionale. Mostri teenager hanno popolato
la fiction horror-fantasy, ma,
invece di produrre una ventata
di ribellione si sono fatti por-
84
tatori di un’ondata di moralizzazione della specie. Vampiri
“vegetariani”, monogami, dediti
all’astinenza sessuale. Infilati in
rigide organizzazioni gerarchiche,
ossessionati dal «fai la cosa giusta», incarnazione di un codice
pseudo cavalleresco fondato su
una ferrea divisione dei ruoli a
base sessuale. Da un lato il maschio, che può essere, a scelta,
eroe senza macchia, nemico sanguinario o sodale-zerbino segretamente innamorato. Dall’altro la
femmina, che si muove tra classici
senza tempo come la donzella in
pericolo, la guerriera nobile o la
strega cattiva. La saga di Twilight costruisce il paradigma di
questo meccanismo di moralizzazione e autocensura di cui i revenantes sono, allo stesso tempo,
oggetto e strumento.
La storia d’amore tra Bella ed Edward è un raro esempio di trasmissione delle re-
gole sociali alle nuove generazioni. Attraverso la testa
di ponte del fantastico, spalmata su personaggi epidermicamente controversi, passa l’irreggimentazione delle pulsioni e
delle istanze d’autonomia dei ragazzi. Edward e Bella rispettano tutti i passaggi formativi di due giovani adulti per bene,
con tanto di benedizione dei sacramenti e rispetto del diktat
del sesso a fine riproduttivo. Naturalmente agli occhi di se
stessi e del lettore tutti questi passaggi sono motivati da una
scelta di rottura e di trasgressione, quale l’amore che può ogni
cosa, ma il risultato finale è proprio quello di confermare che,
al di fuori degli schemi tradizionali, il sentimento non trova
modo di esprimere il suo reale potenziale.
Il vero romanticismo sta nel saper aspettare,
nel saper piegare il capriccio (di cui la passione
e il sesso fanno parte) a sentimenti più maturi e
più profondi, come la fedeltà coniugale e l’amore materno.
Non tragga in inganno la serie di battaglie con i
vampiri “cattivi” che punteggia la storia. Ogni forma
di rottura, tanto nella vita di coppia che nelle relazioni con il resto della comunità (sia essa costituita da
umani, vampiri o licantropi) viene ricomposta attraverso forme di compromesso e di mediazione volte a
creare una forma di pacificazione sociale.
Succede nelle tensioni tra licantropi e vampiri
e tra il clan Cullen e i Volturi per la nascita della
figlia di Edward e Bella.
Sembrano passati secoli da quando la giovane
cacciatrice di vampiri Buffy Summers scopriva la
gioia del sesso assieme al suo fidanzato non morto Angel nella strepitosa serie tv firmata da Joss
Whedon. Come Bella ed Edward, Buffy e Angel
vivono le incertezze di una relazione tabù. Non
solo perché sono una giovane umana e un vampiro
“adulto”, ma perché Buffy ha come missione sterminare tutti quelli come Angel. Anche se Angel
non è un vampiro come gli altri: una maledizione
gli ha restituito anima e coscienza condannandolo
a convivere per l’eternità con il senso di colpa legato alla sua natura di non morto.
Sarà Buffy a spezzare questa tortura. Il primo rapporto sessuale tra i due regala ad Angel la
«vera felicità» annullando il sortilegio. Una vera
85
L etteratura
felicità che nessun trasporto romantico era
stato in grado di creare.
È quindi la linea narrativa romantica
la Maginot di una buona storia di vampiri? Il ridimensionamento del nosferatu a
giovinotto pallido e trendy è il prezzo da
pagare per l’estensione della figura del
mostro a nuovi terreni della fiction rispetto a quelli (horror e fantastico) di provenienza?
È lecito, dunque, attendersi il medesimo destino per gli zombie, nuovi
eroi non morti dell’industria culturale? I
teen-zombie spazzeranno via i walking
dead romeriani?
Per molto tempo questa eventualità è
sembrata quanto mai remota. I morti viventi
sono decisamente più refrattari dei cugini vampiri a rielaborazioni romance. Non
parlano, non pensano, non sono in grado
di provare empatia né tanto meno affetto o amore. Senza contare che, tranne poche
eccezioni casuali, sono decomposti, guasti,
privi di parti anatomiche, insostenibilmente
puzzolenti. E metto queste motivazioni solo in
second’ordine non a caso.
Esiste, come sappiamo, una fetta (non
così sottile) di pubblico che non vede alcun ossimoro nella diade sesso e cadavere. Ma qui
stiamo parlando della possibilità di sdoganare
una love story con undead al pubblico generalista e a quello young adult e giovanilistico
in particolare. E, allo stesso tempo, dell’eventualità che il meme zombie si dimostri, ancora una volta, talmente vorace e forte da
inglobare la propria versione romantica senza
compromettere la natura di predatore. Partiamo dal principio. Come si trasforma un cadavere putrido in un principe
azzurro della notte?
Eliminare o limitare lo stigma fisico
86
del mostro è il passo più facile verso la
normalizzazione dello zombie a fini sentimentali. In Abel di Claudia Salvatori è la
scoperta di un farmaco, in grado di cristallizzare lo zombie nello stato di decomposizione in
cui si trova al momento della somministrazione, a fare da spartiacque.
Ci sono non morti malconci, ma anche undead che potrebbero tranquillamente
rientrare in standard di avvenenza più che accettabili. Abel, il protagonista, è addirittura
una specie di Kennedy-zombie: bello, carismatico, intelligente. Un idolo delle ragazzine che
lascerebbe in panchina il giovane Cullen. Ciò
non implica né che gli zombie siano realmente
inseriti nella società degli uomini, né che siano
immortali. Non c’è parità nel rapporto con gli
umani e anche per loro arriva l’inverno, ovvero
uno stato di lenta consunzione che si conclude con la scomparsa definitiva. Permette però,
anche ai più sbrindellati, di avere relazioni fisiche con gli umani.
Gli zombie sono, però, sex toys particolarmente ricercati. Il passaggio attraverso
la morte li ha resi docili, privi di bisogni e alieni
all’aggressività. Amanti a bassissimo mantenimento per uomini e donne che non vogliono
condividere energie materiali ed emotive con
chicchessia. Oggetti sessuali più che protagonisti romantici. Anche per i non Breathers di
Scott G. Browne c’è un rimedio al decadimento, ma un rimedio decisamente zombie,
cioè consumare carne umana. Il protagonista
Andy e i suoi amici dell’anonima zombie lo
scoprono per caso, dando via a un percorso di
autocoscienza dove privato e pubblico coincidono. Quando Andy scopre di poter superare la
sua condizione di non morto allo stesso tempo
decide di essere davvero uno zombie. Amerà
come uno zombie, scoperà (con la sua ragazza
zombie) come uno zombie, vivrà nella società
come uno zombie con diritti e riconoscimento.
O perlomeno combatterà per
questo.
Una soluzione che viene
rovesciata
completamente
in Warm Bodies di Isaac
Marion.
Dalla dimensione collettiva di zombie biologicamente accettabili si passa
a quella individuale di R.,
uno zombie che ignora tutto
del suo passato umano ma è
un passo avanti rispetto alla
media dei suoi simili. R. non
è terribile da vedere, ama la
buona vecchia musica e si
pone domande sulla propria
condizione. Vive in un mondo
distrutto dal ritorno dei morti sulla terra, fa parte di una
comunità zombie che si raggruppa in un aeroporto e ha le
sue regole interne. Gli adulti si
occupano della sopravvivenza
dei bambini, hanno coniugi e
figli affidatari da educare alla
sopravvivenza e alla caccia.
Si accoppiano come e quando
possono, con frenesia e senza
inibizioni.
Ma anche senza l’amore
con la “A” maiuscola.
Il loro è l’unico mondo
zombie possibile. Eppure R.
vuole di più.
Quando si imbatte in una
biondina avvenente e coraggiosa e, invece di mangiarla,
le mette su un classico del
jazz capisce cosa sia questo
qualcosa. La biondina in que-
88
stione proviene da un’enclave
di sopravvissuti umani, asserragliati in un ex stadio da football. Incontra R. durante una
missione all’esterno del campo. R. uccide il suo fidanzato e
ne trattiene la parte migliore,
il cervello, folgorato da una visione.
Assaggiando la massa
cerebrale del ragazzo è riuscito a percepirne i pensieri e ricordi. Ha avuto, per un
breve attimo, una vera coscienza. Una bella sensazione, tanto da spingerlo a centellinare la materia grigia della
vittima per vivere attraverso
di lui e stabilire un legame con
la sua ragazza (Come a dire
che avere la coscienza non ti
impedisce di essere un gran
bastardo…). Lei si chiama Julie e nei confronti di R. segue
tutte le classiche fasi del rapporto tra la “bella & la bestia”.
Quando, stringi stringi, si trova a dover scegliere davvero
se vuole stare con qualcuno
che produce larve e bile arriva
il miracolo. L’Ammore sta guarendo R. che recupera le sue
facoltà ed è ogni giorno meno
morto e più vivente. Persino la
fame di carne umana sta sparendo.
E se la rivelazione (all
they need is love…) che l’apocalisse può essere redenta
da un bacio di vero amore è
smaccatamente favolistica e
persino irritante, è interessan-
te notare cosa racconta della
realtà che è destinata a cambiare.
R. e Julie vivono in un
mondo brutto. Non brutto perché loro sono adolescenti, la provincia è
claustrofobica, la vita è
complicata e i genitori non
possono capirli. Brutto per
davvero. Come lo è vivere
in una gabbia col terrore
di essere divorati vivi, costruire ogni giorno sul sangue e la violenza. Nell’esperienza adolescenziale di Julie
i mostri e le creature soprannaturali non vengono a coprire una mancanza di opzioni
(Bella arriva a Forks dalla città e si annoia a morte…), ma
potrebbero ragionevolmente
giustificare un ripiegamento
all’individualismo e all’apatia.
Un ripiegamento che Julie rifiuta ad ogni costo, cercando di agire sulla aberrante
realtà in cui è calata nonostante vincoli, divieti e ostacoli.
Certo R. è tecnicamente
un adulto, ma la sua ri-nascita
zombie lo rende giovane quanto Julie e i vissuti dei due sono
piuttosto simili.
Entrambi cercano di restare nel mondo (in quello che
ne resta) e rifiutano ogni via di
fuga che si basi sull’alienazione dalla realtà. Julie non passerebbe come Bella le giornate a saltare dai dirupi per
recuperare il fantasma del suo
Letteratura
grande amore. Ha avuto il suo
grande amore (quello divorato
da R.) e ha capito bene che
non esaurisce gli orizzonti di
una donna.
L’obiettivo di R. e Julie
non è di essere una bella
famiglia felice ma di trovare, attraverso uno strano collettivo di umani e
zombie, la via per un nuovo
mondo possibile. Il nemico
è per loro, come per Bella ed
Edward, la struttura di potere
delle rispettive comunità, cioè
gli Ossuti (i Volturi zombie) e i
militari. Ma essere lasciati liberi di vivere il proprio amore
non è abbastanza. Se l’amore è la risposta questa costruita socialmente. Una
differenza non da poco.
Del resto la spiegazione
di Marion alla guarigione zombie non è molto dissimile da
quella della Salvatori alla trasformazione in non morto. Se
in Abel è possibile fabbricare
zombie sottoponendo esseri
umani a una sequela intollerabile (e fatale) di traumi psicofisici, Warm Bodies trova nella speranza condivisa e nella
messa in comune di esperienze un antivirale in grado di fermare il contagio zombie.
Per quanto il romanzo
si stato presentato come il
«Twilight zombie», siamo in
un altro campionato rispetto
alla Meyer.
Il secondo modo per
creare il terreno a una liaison tra umani e zombie è
disinnescare la loro funzione apocalittica. Privato
dell’aura negativa di minaccia
globale, lo zombie può divenire, al pari del vampiro, un
nemico individuale. E con un
nemico individuale si apre lo
spazio della contrattazione.
Soprattutto se alla dimensione non di massa si accompagna lo sviluppo di qualità intellettive e fisiche superiori.
Thomas Plischke gioca entrambe le carte nel suo I
morti viventi sono tra noi.
Plischke usa la padronanza dei
miti su i morti che ritornano (di
ogni provenienza e datazione)
per costruire un romanzo dove
la figura dello zombie viene rielaborata fino a divenire quasi sovrapponibile a quella del
vampiro.
I suoi zombie convivono con gli uomini ovunque e da sempre, possono
tenere sotto controllo la
fame di carne umana attraverso la pratica e l‘uso
di cibi palliativi, hanno
un’organizzazione gerarchica e si dividono in cellule. La loro esistenza è legata a filo doppio a forze oscure
provenienti dal cuore della
terra, origine della loro fame.
Da secoli vengono cacciati da
uomini e donne a conoscenza
della loro esistenza; guerrieri
volti al loro sterminio e “sen-
sitivi” in grado di percepirne
l’arrivo attraverso i mutamenti
della forza del pianeta. Braccati dall’uomo, gli zombie non
hanno alcun interesse a palesarsi né a diffondersi su scala
globale anche se il loro morso
equivale al contagio assicurato.
Lavorando a una tesi in
antropologia culturale sul mito
degli zombie una bella studentessa inglese, Lily, scopre,
senza volerlo, che essi sono reali. Viene morsa e trasformata
per volontà di uno zombie potente e fascinoso (Victor) che
la vuole come sua compagna.
Verrà salvata dal suo “amico
di letto” (Gottlieb, che la ama
da sempre, ricambiato) che appartiene a un’antica e segreta
stirpe di ammazza-zombie.
Un doppio incastro sentimentale tra coppia endogamica, Lily e il suo mentore Victor,
entrambi zombie, e una esogamica, la Lily trasformata e
l’umano Gottlieb. La prima finisce molto male. Lily e Victor
fanno scintille a letto, ma la
fanciulla si tira indietro quando si rende conto che i modi
gentili e un vestiario elegante
celano un mostro sanguinario.
Per la stessa ragione è probabile che finisca male anche la
seconda. Il libro si chiude con
Lily e Gottlieb in fuga insieme.
Lui è ferito e lei cerca ad ogni
costo di non cibarsene per colazione.
89
L etteratura
Come a dire che l’amore può molte
cose ma l’antropofagia sa mettere seriamente a rischio una relazione. Anche
nella versione “nobiluomo magnetico” lo
zombie resta un principe azzurro assai
problematico.
Fin qui ci siamo concentrati sulle storie
d’amore tra zombie e tra zombie ed esseri viventi. Cosa accade quando la trama rosa
riguarda solo la controparte umana?
Ancora una volta è la dimensione apocalittica a fare la differenza. Portare avanti un
rapporto d’amore mentre si dà la caccia o si è
cacciati dai vampiri, è arduo; ma in caso di attacco zombie di massa è quasi impossibile.
Costretti a fughe continue, laceri, affamati e spaventati, i sopravvissuti umani hanno ben poche energie per l’amore.
Ma se la vita continua, allora anche il
sentimento trova spazio, come componente incancellabile dell’esistenza.
In ogni storia zombie i protagonisti perdono la quasi totalità degli
affetti. Mogli, compagni, fidanzate e
figli o sono morti o sono stati trasformati. Qualsiasi nuovo legame nasce
dal trauma, dal vuoto e dalla sofferenza. E nel migliore dei casi può andare a
finire molto male, visto la condizione di
perenne emergenza.
Narrativamente parlando una miniera
d’oro. Che può essere sfruttata o gettata via.
Partiamo dalla seconda eventualità.
Rhiannon Frater nel suo Il primo
giorno (primo volume della trilogia L’era del
mondo morto) non rinuncia a punteggiare la
lotta per la sopravvivenza dei protagonisti con
un articolato e ridondante discorso amoroso.
Sospiri, palpitazioni e schermaglie che
non alleggeriscono la tensione quanto
dovrebbero e non offrono maggiore profondità ai personaggi.
Adulti che guardano in faccia la morte
ogni momento e precipitano allo stadio di sviluppo emotivo di un tredicenne.
Coinvolgimenti sentimentali che complicano la situazione ma non permettono di
approfondire. In mancanza di adolescenti sono gli adulti a
mettere in scena
la versione
over 35
di The
Secret Life of
the American Teenager.
Lui ama lei, lei non vuole ferire l’amica
che ha una cotta per lui, ma anche un debole
per il bel macho latino che la insulta perché in
realtà la desidera... e via così…
Vediamo cosa succede quando il tema
“amore al tempo della pandemia zombie” arriva nelle mani di Robert Kirkman e Jay Bonansinga. Passiamo da Il primo giorno a The
90
Walking Dead — L’ascesa del Governatore.
C’è un uomo in viaggio con tre adulti e
una bimba piccola, sua figlia. Un uomo duro
del sud che dal ritorno (dal mondo?) dei morti
ha fatto tutto quello che andava fatto per proteggere la sua
famiglia. L’uomo
con il fucile
incon-
t r a
una bellezza delle
sue parti. Lei ha
capelli biondi, modi gentili e
una splendida voce. Canta, o meglio cantava, in un gruppo country assieme al vecchio
padre e alla sorella.
È coraggiosa ma anche materna. Si
prende cura della bimba e ospita gli adulti che
l’accompagnano. Si apre così per tutti i fuggiaschi, una parentesi di ritrovata tranquillità.
Un palazzo abbandonato nel cuore di Atlanta
91
sembra trasformarsi in un rifugio sicuro e una
convivenza forzata pare germogliare in una
famiglia.
Poi lui e lei vanno in missione da soli,
insieme. Non c’è nessuna minaccia vicina, la
notte è limpida, lo spazio libero da intrusi. Tutto sembra suggerire al lettore che sia giunto
per loro il momento dell’amore; non come risultato di lunghe descrizioni di stati interiori,
ma per effetto dell’abile costruzione dei dialoghi e del sapiente innescarsi degli eventi.
È l’illusione di un attimo. La lieve sospensione di attese verso il primo bacio si infrange
sull’inequivocabile inizio di uno stupro.
Una violenza tragica e triste che segna per sempre il divorzio emotivo tra chi
la compie e il lettore. Un distacco necessario alla costruzione del più grande villain della saga TWD, il Governatore, ma
soprattutto un memorandum dell’apocalisse.
Amore fa rima con cuore, ma
anche con orrore. Dire che l’amore
può ogni cosa equivale a dire che
non è in grado di metterci a riparo da
nulla.
Adolescenti o meno nascondiamo sotto
l’ombrello del sentimento anche il peggio di
noi. Ammetterlo equivale a marciare in direzione opposta alla Meyer.
Innestare un racconto zombie con
una storia d’amore funziona veramente
a patto di sfruttare al massimo le potenzialità di entrambe le linee narrative. Che
può voler dire giocare con tutti i significati
dell’apocalisse, tanto sociopolitici che emotivi
(Warm Bodies), oppure rinunciare del tutto a
essa (I morti viventi sono tra noi), ma soprattutto sapere quando e come parlare di sentimenti (L’ascesa del Governatore) senza scadere nel sentimentalismo.
Quello sì un mostro senza rimedio.
L etteratura
esame necroscopico
di una morte letteraria:
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Alice Allevi è tornata. Ed è più sicura di
sé, meno, pasticciona, sempre pronta a cogliere le sfumature che si nascondono nelle
pieghe dell’animo umano.
Anche Alessia Gazzola è tornata, con il
suo stile brillante, i dialoghi arguti e il tocco magico con cui riesce a mescolare humour, giallo e
femminilità. E in Un segreto non è per sempre
segna un deciso passo avanti nel suo percorso di
autrice.
Alice continua la sua vita nel Dipartimento
di Medicina Legale a Roma. Ha ancora una relazione a distanza con Arthur Malcomess; c’è
di STEFANIA AUCI
Yukino, la coinquilina giapponese che adora; vive
un rapporto molto complicato con Mr. Cinismo &
Saccenza, al secolo Claudio Conforti, suo responsabile e insieme sua personale croce. Ma ci
sono anche molte new entry: una nuova collega,
Beatrice; una cognata e una nipotina; e un cane,
raccattato da Yuki.
Al centro delle indagini “atipiche” di Alice ci
sono uno scrittore, Konrad Azais, e la sua famiglia: Selina, la figlia che si prende cura di lui;
Oscar, pittore scialacquatore e donnaiolo; Enrico, uno scrittore dalle alte ambizioni e dalle scarse capacità. Accanto ad Alice, il buon ispettore
Calligaris, che ha intuito come la dottoressa Allevi – con la sua frangetta e le intuizioni folli – sia
un’osservatrice acuta e una collaboratrice preziosa. Sono queste doti ad aiutare Alice in un caso
estremamente nebuloso che inizia con una perizia
per un’interdizione.
Konrad Azais è uno scrittore che non
è riuscito a farsi amare dalla sua famiglia, e
a ragione. Rabbioso, irascibile, offensivo, ha castrato i sogni di gloria sia del figlio, sia del genero. Non ha alcun affetto per altri, se non per se
stesso e per la sua carriera, peraltro abbastanza
altalenante. L’uomo ha accessi d’ira e comportamenti talmente anomali agli occhi dei figli da costringerli a chiedere la sua interdizione. Alice fa
parte della commissione medica che deve decidere sull’accoglimento dell’istanza ed è in questo
modo che entra in contatto con Azais.
Pochi giorni dopo, però, il vecchio patriarca
viene trovato morto dall’adorata nipote Clara,
una quindicenne seria e dura. Alice comprende
subito che la ragazza sa più di ciò che afferma
e che la morte di Azais è, solo apparentemente,
una morte naturale. A complicare la faccenda, il
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testamento del vecchio scrittore: in esso si lascia
il patrimonio degli Azais a una sconosciuta donna
di origine francese che, a sua volta, finirà sul tavolo dell’obitorio di Alice.
Ma la dottoressa Allevi ha anche molti pensieri che le rubano il sonno e la lucidità: non sa – o
non vuole – scegliere tra una relazione a distanza
con lo sfuggente, perennemente insoddisfatto (e
fascinoso) Arthur, e la sensuale, elettrica attrazione che prova per Claudio. Un bivio che le si
apre dinanzi e che le lascerà il cuore a pezzi,
qualunque sia la sua scelta. A complicare la
situazione ci si mettono di mezzo il vino bianco,
Cordelia con le sue relazioni fallimentari, le battute di Beatrice, la nuova collega e regina del cuore di Claudio, e la sparizione di Ambra… et voilà,
il gioco è fatto. Si tratta di un mix freschissimo
e deliziosamente intrigante che conferma
l’exploit di questa talentuosa scrittrice siciliana.
Un segreto non è per sempre è un libro
di svolta. Si sente e si percepisce. Alessia
Gazzola ha lasciato il registro del chick lit
che aveva permeato il precedente romanzo – L’Allieva – per passare una uno stile
più sobrio e sicuro ma non per questo meno
brillante. Ciò che colpisce maggiormente in Un
segreto è proprio la maggiore padronanza
degli strumenti stilistici da parte dell’Autrice
rispetto all’esordio. Pagine di grande sensibilità,
quasi liriche – come quelle che descrivono Parigi
–, si alternano a momenti di humour vivace, come
ad esempio, nel “menage” che vede Claudio, Alice e un cadavere puzzolente rinchiusi insieme in
un ascensore. Un uso sapiente dei dialoghi –
grande punto di forza del romanzo – dà brio
e ritmo a una storia particolare, basata su
sfumature, sulle frasi non dette, sui silenzi
pesanti.
Vi è una maturità personale nuova dietro questo romanzo, oltre che una crescita
professionale. Alice Allevi ne esce arricchita: eliminati i tratti adolescenziali che estremizzavano alcuni aspetti del personaggio, esso
ha acquistato tridimensionalità e una dolcezza
empatica, fatta di compassione e intuito. Non ha
Alessia Gazzola
perso quell’aria naif e un po’ svagata che aveva
nel primo volume e che ha conquistato decine di
migliaia di lettori, ma questa è stata temperata
dalla consapevolezza di sé e del proprio valore
che, almeno in una certa misura, la protagonista
condivide con la sua creatrice.
Il romanzo è maggiormente equilibrato
anche dal punto di vista della struttura. Una
delle maggiori obiezioni che era stata mossa a
L'Allieva era quella di aver creato un chick lit con
una vaga coloritura da medical thriller. Ebbene, Un
segreto non è per sempre è a tutti gli effetti
un giallo, dove l’elemento delittuoso si mescola
e si nasconde abilmente in una rete di parole non
dette, di invidia familiare, di risentimenti e di pura,
semplice cupidigia. L’introspezione psicologica dei personaggi è curata e approfondita,
e il grande merito della Gazzola risiede nella
capacità di aver ricreato in maniera efficace
un quadro familiare compromesso da veleni
e rancori. Le dinamiche familiari degli Azais sono
descritte con tocco leggero, pieno di umanità, ma
nello stesso tempo tagliente e lasciano nel lettore una sensazione di disagio e di amarezza che si
stempera nei patemi di Alice.
La scrittura è fluida, brillante e incalzante; il passaggio tra le parti medical alle
scene romantiche o drammatiche è sciolto,
privo di scarti. Le competenze tecniche in materia di medicina legale, lungi dall’essere invasive e
fredde – come spesso accade nei romanzi di genere –, sono intessute nella tramatura del roman-
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zo senza essere pesanti. È un libro maturo,
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Aless
con personaggi dotati di una caratterizzazione efficace e con un background
coerente, tali da far affezionare il lettore e far desiderare di continuare a leggere per sapere come andrà a finire…
L'INTERVISTA
Speechless: Ciao Alessia. E’ passato
molto tempo dalla pubblicazione de L'Allieva.
Oggi, a quasi tre mesi dall’uscita, cosa vuoi dirci di Un segreto non è per sempre?
Alessia: Dico che ne sono fiera, perché
sta riscuotendo un gradimento inaspettato, superiore anche a quello de L'Allieva. Mi sta portando molta fortuna e molta gioia. Cosa posso
volere di più?
SL: Come è cambiata Alice? E come è
cambiata Alessia?
A: Alice ha fatto qualche passo avanti nel
suo percorso di maturazione emotiva e professionale. Ha fatto tesoro delle esperienze ed è un
po' più matura e concentrata sul suo lavoro. Sul
piano sentimentale al contrario è sempre più pasticciona e confusa. Io mi sento arricchita dallo scambio con i lettori, dai viaggi che ha fatto
in giro per l'Italia per promuovere il libro, dalla
stesura di un nuovo romanzo, quindi sì, diversa da
com'ero un anno fa.
SL: In quest’ultimo anno hai collezionato
successi straordinari per un’autrice italiana. L’Allieva è stato venduto all’estero, i diritti del personaggio e della serie ceduti alla Endemol. Qual è
stata la cosa che più ti ha dato soddisfazione? E
quale l’evento o l’occasione che ti ha dato la tensione maggiore?
A: Sicuramente sbarcare in altri paesi europei è stata la soddisfazione più grande. Ricevere le
copie francese e tedesca mi ha riempita di felicità
e ora fremo in attesa delle altre tre (spagnola, turca
e serba). La tensione invece è un po' costante,
deriva dall'ansia da prestazione, dalla paura
che il libro non vada bene, o non piaccia.
SL: Una netta crescita dei tuoi personaggi. È
la prima sensazione che si avverte nelle prime pagine di Un segreto. Arthur, Alice, Claudio e tutti gli altri
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Letteratura
hanno una tridimensionalità che era
solamente in nuce nel tuo romanzo d’esordio. Come ti sei accostata
alla stesura di questa nuova (dis)
avventura di Alice?
A: Probabilmente è dipeso
dal fatto che sono cresciuta di
età (tre anni non sono pochi) e
quindi, spero, anche come autrice. Di certo, in questo libro ho
approfondito tutti gli aspetti
caratteriali che avevo immaginato ne L'Allieva. Mi
sembra in effetti di aver scolpito meglio i personaggi, sono
meno grezzi e ne sono felice.
SL: Ciò che colpisce nel
tuo romanzo è il mescolarsi
dei registri linguistici. Passi
dall’ironia del chick lit alla
poeticità lirica, dalla pulizia
del linguaggio medico a dialoghi brillanti e coinvolgenti.
Come sei riuscita ad ottenere questo mix così originale? Quali letture ti hanno
aiutato o suggerito spunti
interessanti?
A: Confesso di non
aver profuso uno sforzo
particolare nel realizzare
questo mix, nel senso che
è il mio naturale modo di
scrivere. Dipende molto
dall'umore della giornata, in realtà! Senz'altro
leggere molto mi aiuta
a perfezionarmi. Devo
lo stile delle parti più
brillanti alla chick lit,
nei confronti della quale mi sento
debitrice. Il resto è
home made.
SL: La vita e
le opere di Konrad
Azais permeano e scandiscono
l’esistenza di un uomo torturato
dalla propria rabbia e insieme dal
bisogno spasmodico di affermarsi
nel mondo della letteratura. Ti sei
ispirata a qualcuno per questa figura così scomoda o hai lavorato di
fantasia?
A: Volevo esplorare il lato
oscuro della scrittura, l'ambizione smaniosa e acritica di
pubblicare la propria storia, di
diventare uno scrittore con la S
maiuscola. A questo si è abbinato
il desiderio di ispirarmi agli autori
slavi, così abissali, voraginosi. Penso alla Kristof, a Marai, a Kundera,
all'immensità indiscutibile delle loro
opere, che però non ho amato.
SL: Le dinamiche familiari degli Azais sono descritte in maniera
sottile, con grande verismo. Hai attinto dalla tua esperienza professionale? O hai avuto dei modelli, anche
letterari, che ti hanno ispirato o da
cui hai tratto spunto?
A: No, tutta fantasia e voglia
di inventare la storia e i personaggi
di un nucleo familiare fatto di geni,
riconosciuti e incompresi, di tipi bizzarri, ma forti e intriganti. E poi, su
tutti, volevo concentrarmi sulla figura di Clara, la nipotina quindicenne
di Azais, ruvida e meravigliosamente inquieta.
SL: Ambra è scomparsa, quindi significa che...? E poi: hai altri
progetti in cantiere oltre la serie di
Alice Allevi?
Due progetti: uno sarà in
libreria entro l'anno, riguarda
Alice e non posso dire di più. Il
seguito, incentrato sul mistero
della scomparsa di Ambra, lo
sto scrivendo e uscirà l'anno
prossimo.
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L etteratura
Thomas
Pynchon
L’affascinante mistero di
di BARBARA MAIO
Gli appassionati di pop culture probabilmente associano il nome di Pynchon a un
uomo con un sacchetto di carta in testa con
un grosso punto interrogativo. È così, infatti,
che il noto scrittore statunitense viene rappresentato ne I Simpson in una delle sue
rare “apparizioni” in pubblico.
Molto si è discusso di Pynchon, spesso
in relazione alla sua “assenza”, interpretata
come mossa promozionale, ma dichiarata
dall’autore come voglia di interagire con il
lettore solo attraverso i suoi libri e senza l’interferenza di nessun altro medium. Le sue
foto si contano sulle dita di una mano,
la sua biografia è nota ma avvolta nel
mito, come il fatto che è stato addirittura identificato con J.D. Salinger.
Nato a Long Island nel 1937, Pynchon
ha pubblicato poco ma ogni suo libro
è un cult: sette romanzi dal
1963 al 2011 e una raccolta
di racconti da lui quasi disconosciuti. V. del 1963 è il suo
esordio nella narrativa e
lo porta subito all’attenzione della critica. La storia
si compone come un puzzle
tra passato e presente, storie
parallele, flashback e continui
rimandi tra realtà e fantasia.
E infatti questo romanzo è
uno dei lavori che segnano la
nascita del postmodernismo
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letterario. Stile che
viene ripreso due
anni dopo anche
nel
successivo
L’incanto del lotto 49, misterioso e meta-referenziale.
Nel 1973 arriva il suo capolavoro, L’arcobaleno della gravità, romanzo quasi
impossibile da seguire nelle sue infinite storie che tracciano un percorso a ritroso, tra
guerra e amore, distruzione e nascita, Guerra Fredda e Nazismo. Dopo una lunga pausa,
nel 1990 arriva Vineland, ambientato nel
1984 (omaggio a Orwell, uno degli scrittori
preferiti da Pynchon insieme a Don DeLillo),
una riflessione sugli anni Ottanta segnati in
America dalla figura di Reagan.
Nel 1997 Pynchon spiazza tutti pubblicando Mason & Dixon, romanzo storico ambientato appena prima della Rivoluzione Americana e
scritto in stile Settecentesco.
L’epopea dei due protagonisti
è, però, a ben vedere, quella
di tanti suoi personaggi precedenti e si fa metafora della
nascita della globalizzazione
riprendendo temi cari allo
scrittore come il razzismo e
il colonialismo. Anche il successivo Contro il giorno del
2006 è ambientato a cavallo
tra Ottocento e Novecento, e
anche qui l’autore si diverte a tessere storie parallele che si intrecciano e si allontanano.
Pynchon è un autore complicato, spesso osannato ma ancora
più spesso poco compreso. La sua
narrativa è spiazzante, onirica,
psichedelica e frammentata, eppure i suoi personaggi – spesso
accusati di essere poco realistici – entrano nella pelle del lettore e si fanno amare o odiare, non
passano mai inosservati. E per non
tradire la sua voglia di stupire, nel 2011
arriva Vizio di Forma (Einaudi), ultimo
suo romanzo che ancora una volta si
presenta come un gioco ed una sfida.
Il protagonista è Larry “Doc” Sportello, investigatore privato sulla falsariga
dei classici della letteratura americana, con
l’abitudine di investigare sempre strafatto,
mescolando realtà e vivida immaginazione.
Si muove in una California tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta, raccontandone
la fine del sogno lisergico. Donne fatali, sbirri corrotti, prostitute adolescenti, mafiosi e
delinquenti di ogni tipo, George Manson, in
una trama che si sviluppa come il più
classico dei gialli per poi mescolarsi e
inventarsi di nuovo, ad ogni pagina.
Dialoghi deliranti e divertenti, insieme a una trama non propriamente lineare ma abbastanza facile da seguire,
ne hanno decretato finalmente anche
il successo di pubblico, facendo però
storcere il naso ai pynchioniani più puri che
hanno letto questo libro come “il voler venire
incontro ad un pubblico diverso dal solito”.
Resta comunque il fatto che Vizio di forma è un romanzo estremamente godibile ma
che, a parere di chi scrive, non tradisce l’autorialità di Pynchon ma, semmai, l’arricchisce
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giocando con il genere noir, piegandolo alla
sua voglia di esplorare linee narrative multiple, tipico del postmodernismo.
La chiave di lettura è sempre la nostalgia per un periodo in cui tutto sembrava possibile e, al contempo, tutto
stava finendo. Ed è in questa ottica che la
figura ricorrente di Manson aleggia dopo la
strage di Bel Air, come un fantasma che decreta la fine di un periodo di grandi sogni e
speranze.
Si mormora sul web che il romanzo potrebbe essere adattato per il grande schermo (forse da quel Paul Thomas Anderson
regista di Magnolia e Il Petroliere) a dimostrazione di come questo libro sia comunque
più interpretabile dei suoi precedenti. Sarebbe interessante vederlo al cinema anche
perchè potrebbe essere un’occasione per avvicinare a Pynchon anche lettori distratti che
nel passato hanno perso i suoi capolavori.
L etteratura
“Anime buie” che affiorano per la prima volta da una superficie solo apparentemente blanda, mostrano nodi irrisolti di
esistenze spezzate o calate in un antro di misteri a facili apparenze. I nodi spesso non si sciolgono, anzi, restano avviluppati,
lasciando nel lettore ombre di dubbio.
Nei racconti che compongono l’antologia sono proprio le
zone d’ombra che emergono. Dieci autori, ciascuno con
un proprio, personale stile e un peculiare background
culturale. Stili e tecniche diverse restituiscono frammenti di un
mondo composito, di cui si svelano le tensioni latenti e non, e le
ipocrisie che si connettono a una società che chiede l’immagine
perfetta, sempre e comunque.
È uno specchio che riflette il sistema italiano, il dialogo
serrato di Nomi e cognomi. Con un ritmo sostenuto e incalzante, Armando Barone traspone sulla carta una telefonata
da cui emergono vizi sociali, tra raccomandazioni e logiche di
conoscenza che motivano l’esercizio di poteri non sempre limpidi.
di ROBERTA DE TOMI
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“Dieci
In Quando ti vedo torno ragazzo il torbido, associato al
tragico di un gesto che odora di vendetta, tra droga, perbenismo e crimine silente, emerge dalla penna di Vincenzo Barone Lumaga, che riallaccia un’azione presente a motivazioni
passate. Luigi Brasili, invece, rovescia una fiaba classica, con
CR e il lupo, avvalendosi di un linguaggio semplice ma ricco
di analogie, che trafiggono il cuore, insieme alla tragedia in cui
la follia s’intreccia all’innocenza di una bambina affetta da un
ritardo mentale, travolta dall’orrore della violenza.
Un titolo che richiama un successo – tra l’altro cupo e denso di tensioni – di Nicolò Ammaniti: Come zio comanda di
Adriano Cantagallo si svolge in una Paperopoli allucinata,
in cui Qui Quo Qua, coinvolti in un incidente stradale, sono
l’evoluzione criminale di tre piccole pesti alle prese con un gioco
di tradimenti.
Giulia, aspirante attrice che non è riuscita a sfondare, è collocata dall’autrice Valeria Caristia in un contesto apocalittico in fase di manifestazione, come una catarsi annunciata, nel
momento in cui la donna torna casa per la morte della madre,
l’unica che ha sempre accettato la sua inclinazione e natura.
Le facili apparenze emergono in Face book mon amour di
Luisa Gasbarri. Una rimpatriata fra vecchi compagni di classe
diventa occasione di svelamento rispetto a vissuti disonesti o al limite della disperazione. Dinamica di disvelamento simile anche
per Piccoli omicidi in famiglia di Biancamaria Massaro,
dove le questioni ereditarie tra due fratelli diventano il fulcro attorno al quale ruotano azioni caratterizzate dall’avidità, stessa
predisposizione che porta a un sorprendente capovolgimento sul
finale. Cita "La finestra sul cortile di Hitchcock", Nero come
le formiche di Roberto Santini, anche se protagonista del
racconto è un bambino appassionato di entomologia, che sospetta che il vicino sia autore di un omicidio e dell’occultamento di
un cadavere.
È una conturbante dark lady la protagonista de Il cuore di
San Lorenzo di Francesco Stefanacci, che affida una missione a un detective. L’arnese protagonista è un coltello, oggetto archetipico, che nella vicenda viene calato nella dimensione
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lune”
Anime buie
in un'antologia
a tinte noir
magica del mito delle Anguane. E la risoluzione conduce su
una via sovrannaturale diversa dalle soluzioni tipiche del noir. È
invece calato in una dimensione introspettiva Memorie di un
senso di colpa. Nera Zen scava in un vecchio senso di colpa,
in una coazione a ripetere che, tuttavia, non cancella la paura
del passato.
Ogni racconto è un frammento a sé che non vuole comporre
una visione unitaria. Le voci si esprimono in storie compiute,
strutturate secondo dinamiche diverse. Per alcune – Luisa Gasbarri, Roberto Santini, Francesco Stefanacci – lo stile
è maggiormente affinato, ma in ogni penna si esprime una vocazione noir personale, a volte più conforme al genere – Piccoli
omicidi in famiglia, è uno dei più classici in tal senso –, altre
virate in chiave ironica, al limite della parodia, – Nomi e cognomi – o del grottesco – Come zio comanda.
C’è una vocazione ad accendere una luce sulle anime buie, che, tuttavia, si mostrano evanescenti come
inafferrabili fantasmi. E proprio per questo più intriganti o crudelmente o tragicamente veri, in base alle
vicende.
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Ra
Racconto di CHIARA PALAZZOLO
racconto
La moglie di Giampiero è ancora in piedi a
capotavola. E’ per via del bambino. Non capisco
perché ha portato questa cosa grottesca e urlante. Non riesco neanche a concentrami sulla pizza con lei in piedi. Indaffarata intorno a questo
bambino semipazzo che sta distruggendo tutto
quello che gli capita davanti. Mi piacerebbe
mangiare con calma la pizza, chiacchierando
tra un boccone e l’altro. Ma c’è troppo disordine.
La tizia in piedi. Il bambino che sputa cibo rimasticato su tutto quello che si muove. Josepha
parla dentro il telefonino. Alza gli occhi verso
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di me. Le sorrido. Penso che adesso parliamo.
Posa una mano sul ricevitore. Mi chiede a bassa
voce se posso ordinarle una coca. Faccio cenno
di sì. Lei sorride e ricomincia a parlare dentro
il telefonino. Vorrei chiacchierare con Josepha.
Mi piace Josepha. Sempre piaciuta. Morbida ma
vigorosa, con le braccia pienotte e abbronzate.
Un sogno biondo, pastoso. Ma le linee del viso
asciutte e decise. Continua a parlare dentro il
telefonino. Ride anche dentro il telefonino. Poi
dice: no! Si porta una mano alla bocca, e di
nuovo: no! e giù una risata scrosciante. E allora
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tu che gli ha detto? dice. Quando ho conosciuto
Josepha, mi è piaciuta subito. Bionda, morbida
eppure risoluta. Come dovrebbero essere tutte
le donne. Le sorrido, ma non mi vede. Guarda
il telefonino, parla nel telefonino, sorride al telefonino. Agguanta la coca che le ho ordinato e
sorride un momento al cameriere. A me, non mi
guarda neppure.
Mia figlia scivola via dal bordo pista, dal
lato degli ulivi. Mi raggiunge al tavolo. E’ sudata e imbronciata. Mi dice che vuole andare
via. Perché vuoi andare via, le chiedo. Sbuffa.
Ho il telefonino scarico, dice. E allora? Ma non
capisci, papà, la serata è sprecata col telefonino
scarico. Stavi ballando, le dico. Chi se ne frega
di ballare, risponde, voglio andare a casa. Devo
finire la pizza, le dico. Ma quanto sei lento!
Si alza un urlo. La moglie di Giampiero.
Sempre in piedi. E adesso, anche urlante. Con
le mani in bocca al cosiddetto bambino. Tira
fuori un tovagliolino a brandelli, perfino un tappo di bottiglia. Il bambino strilla. Visto che ha
sputato qualsiasi altra cosa commestibile, questi devono essere i suoi gusti. Carta e sughero.
Perché questa pazza non lo lascia mangiare in
pace?
Me ne voglio andare, hai capito o no?
sbuffa mia figlia. Ha i capelli che le ricadono a
ciocche sudate sulle guance. Una vena pulsante
alla tempia destra. Gli occhi in tempesta. Dillo
a tua madre, le dico, fatti accompagnare a casa
da lei, non vedi che devo ancora finire la pizza?
Con quella non ci parlo, dice lei soffiando via
una ciocca appiccicaticcia dalla fronte. E’ una
stronza, e pure tu sei uno stronzo, anzi sai che
ti dico, vaffanculo!
Lotto per inghiottire il pezzo di pizza che
ho in bocca, ridotto a un bolo informe. Vorrei
racconto
tornare indietro. Indietro. A quei tempi oscuri
in cui un padre aveva il diritto di prendere a
schiaffi una figlia anche per molto meno. Anzi,
vorrei tornare molto più indietro. All’epoca delle caverne. Quando un uomo, di fronte a una
megera adolescente in questo stato, levava in
alto la clava. E la bastonava. O la buttava giù
dalla prima rupe. O la dava in pasto ai porci.
Ma mi trovo in questo bailamme insensato.
Cose urlanti a capotavola. Musica che massacra i timpani. Josepha che leva un momento gli
occhi dal telefonino e mi fa segno con la mano,
come a far scattare un accendino immaginario.
Mia moglie che parla all’altro lato del tavolo
con Giampiero, tutta sfavillante. Di bigiotteria,
di fard, di mèches, di pailletes, di abbronzatura
unta d’olio. Quindi infilo una mano in tasca e
pesco il mio telefonino. Prendi il mio, dico a
mia figlia, usa il mio.
A che mi serve, sibila lei, è il mio che
voglio, aspetto un milione di messaggi, e tutti
mi devono chiamare entro le undici, per sapere
dove sto. Non posso richiamarli tutti. Resterò
sola come una sfigata!
Josepha mi guarda interrogativamente.
Dice: aspetta un momento, dentro il telefonino.
Nuovamente fa scattare l’accendino immaginario di fronte a me. Ho capito, ho capito, le dico.
Mi sorride. E via dentro il telefonino. Mia figlia
arraffa il mio. Lo guarda con disprezzo. Sbuffa.
Poi inizia a pigiare sui tasti. Sono io, dice, e
subito si allontana verso il bordo pista. Mollo le
posate e mi guardo intorno. In fondo al tavolo
il marito di Josepha fuma. Faccio un segno di
assenso a Josepha, che non se accorge neppure,
e mi alzo. Vado da suo marito. Ti rubo un attimo l’accendino, gli dico. Lui ride, dice: cosa, e
continua a parlottare con la sua vicina di tavolo.
Roberta. Che ci trova mai in Roberta, quando
ha già una come Josepha.
Faccio scattare la fiammella e l’avvicino
al viso di Josepha. Lei si riscuote un momento dalla conversazione, sfila una sigaretta dal
pacchetto e la mette tra le labbra. Protende il
viso, la sigaretta, quelle labbra verso di me.
Gliela accendo. Lei mi sbuffa il fumo in faccia,
mi sorride con due occhi liquidi come cristallo,
bisbiglia grazie e si rituffa nel telefonino. Vorrei
essere quel telefonino. Stretto tra la sua mano e
quelle labbra. Annidato nel suo biondo calore.
Sergio! urla il marito di Josepha. Che ti sei
fregato tu il mio accendino! Mi alzo di nuovo,
inciampando nella sedia e trascinandomi dietro
il bicchiere di vino. Mia moglie si volta paonazza. Guarda che mi hai bagnato la gonna, dice
con gli occhi cattivi. Vuoi stare attento o no?
Calpesto i vetri rotti del bicchiere, il tovagliolo scivolato per terra e raggiungo il marito di
Josepha, di nuovo immerso nei suoi conversari
robertiani. Poso l’accendino, gli chiedo scusa,
dice: cosa.
Quando torno al tavolo, manca un pezzo
di pizza. Guardo mia moglie, che subito storna
lo sguardo da me. Poi Giampiero. Il suo piatto.
Gli dico: hai preso tu? Se la devi lasciare, dice
Giampiero, masticando la mia pizza. Josepha
ha un’aria sconvolta. Sembra non poter credere a quello che il telefonino le sta sussurrando.
Diodiodio, continua a ripetere. Perfino una lacrima. Le scende solitaria lungo una guancia.
Mormora: come puoi farmi questo, come.
Mi concentro sulla pizza rimasta. Giampiero ha tirato via quasi tutta la mozzarella
nel tagliare il suo pezzo. La pizza è gommosa,
il coltello stride sul piatto. Cerco il bicchiere,
dimenticando che giace a pezzi sotto il tavolo.
Dovrei chiedere un altro bicchiere al cameriere.
Un altro tovagliolo. Un’altra pizza. Un’altra vita.
Alzo lo sguardo verso la pista, dove i corpi si
accalcano gli uni sugli altri, invasati. E la vedo.
Scivola come una nuvola tra i corpi accaldati. Non balla. Ha qualcosa di bianco addosso.
Un manto di capelli neri. Guarda dalla mia parte. Mi vede. Siamo a una decina di metri l’uno
dall’altra. La sua sagoma tremola, confusa alla
massa dei corpi pigiati. Come, come ti chiami,
vorrei chiederle. Nefes, formulano le sue labbra,
di rimando. Sbatto le palpebre, incredulo, e non
c’è più. Perduta nella poltiglia compatta che ancheggia sotto il rimbombo infernale.
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Letteratura
Guardo di nuovo la pista. I corpi seminudi e abbronzati che si contorcono. Lei è bianca come la luna. Composta come una statua.
Aguzzo lo sguardo. Nulla. Riesco a individuare
solo mia figlia, sulla destra. Balla da selvaggia,
il mio telefonino stretto in mano, un tizio pieno di anelli in faccia al suo fianco. Guardo di
nuovo, confuso. Comincio a pensare di averla
immaginata. Nefes. Solo un’allucinazione può
darsi questo nome. Nefes. In ebraico, l’anima. Il
soffio. L’altro nome della vita. Neanche difficile
da immaginare, per un povero insegnante di filosofia come me.
Invece me la vedo di nuovo di fronte, quasi a bordo pista. Scivola leggera tra la folla. Alza
gli occhi e mi guarda. E’ l’unica cosa viva in
questo mondo morto. L’ultima possibilità di questa estate demente. Mi alzo a precipizio, quasi
travolgendo mia moglie. Ho ancora le posate in
mano. Corro verso la pista, brandendo coltello e
forchetta. Non la vedo più, ma non importa. La
ritroverò. Mi mescolo alla calca, pestando piedi
e rifilando spintoni. Mi trovo di fronte mia figlia.
Le dico: la ragazza vestita di bianco, la conosci?
Lei strilla: il telefonino ormai me lo tengo! La
ragazza, insisto. Cazzo vuoi, questa è mia, urla
nel clamore il tizio con gli anelli, mettendomi
una mano sul petto. Mia figlia dice: è solo mio
padre, lascialo stare, vattene papà non rompere.
La ragazza, insisto. Cerco la ragazza vestita di
bianco, urlo nella confusione a chiunque voglia
ascoltarmi. Saugh, dice il tizio con gli anelli.
Cosa. La ragazza, dico ancora, sfiatato. Saugh,
dice una ragazza pestandomi un piede. Chiedi a
Saugh. Chi è Saugh. Tutti dicono Saugh. Saugh
sa tutto. Conosce tutti. Va’ da Saugh. Spingo via
la gente, vengo spinto via. Saugh. Bisogna trovare Saugh. Saugh sa tutto. Conosce tutti. Chi
è Saugh, chiedo a una bambina di pochi anni,
che balla a lato della pista. Lassù, dice lei.
Punta il dito verso il cielo. Ma poi capisco che
fa segno verso una torretta che domina la pista,
quasi nascosta tra le fronde degli alberi. Chi c’è
lassù? le chiedo, inginocchiandomi quasi fino a
terra. E’ una bambina così piccola. DJ Saugh,
dice lei. E mi fa la linguaccia.
103
Getto un ultimo sguardo tra la folla. Nessuna traccia di Nefes. Dall’altra parte della pista scorgo il mio tavolo, in lontananza, come
un’isola che ho abbandonato per attraversare
un mare in tempesta. La moglie di Giampiero
sempre in piedi, intorno al lattante urlante. Addio, Josepha. Volto le spalle all’isola, al mare
tempestoso della pista, e mi inoltro sotto gli alberi. La strada è spianata. Ho perfino coltello e
forchetta, per difendermi dai pericoli in agguato. Raggiungo una scala di legno che porta alla
torretta. Monto sulla scala, passo dopo passo.
Gli ultimi più spediti, quasi di corsa. Una porta.
La spingo.
Il clamore si dilegua di botto. Insonorizzata. La torretta è insonorizzata. Saugh, o chiunque sia, è seduto di spalle, di fronte a quella
che sembra la consolle di un jet. Mi schiarisco
la voce. Dico: scusi. Mi rendo conto che non può
sentirmi. La cuffia sulle orecchie. Una grande
testa calva. Un corpo massiccio. Mi faccio animo, gli busso sulla spalla. Che diamine, comincia lui, voltandosi di scatto. Mi scusi, dico a
precipizio. Che c’è, sbraita strappandosi la cuffia dalle orecchie, non vedi che sto lavorando.
Solo sapere… arretro di due passi, di
fronte al gran corpo che adesso si erge di fronte a me. Che vuoi, sbrigati, una canzone per la
morosa, dice lui in fretta. O una dedica?
Solo sapere, la ragazza vestita di bianco,
dico a precipizio. Non volevo disturbare. Ma mi
hanno detto che lei conosce tutti. Solo sapere
chi è la ragazza vestita di bianco. Con una manto di capelli neri. Lui dice: cosa. Sbarra gli occhi. E di nuovo: cosa, tu vuoi sapere cosa. La
ragazza vestita, comincio. La che, dice lui, e di
colpo scoppia a ridere. Come un folle, dandosi
manate sulle cosce. Nefes, dico io. Si chiama
Nefes. Me l’ha detto lei, ma l’ho persa di vista
nella confusione. La prego, per me è molto importante. Sono una persona seria, non voglio
dar fastidio a nessuno. Solo sapere chi è, e se
posso rivederla. Parlarle un momento.
La ragazza che passa, dice lui. Si è un po’
calmato, ma ancora scuote la testa. Si siede.
L etteratura
racconto
Aspetta un momento, dice, devo
mettere su un altro pezzo. Si piazza
la cuffia sulle orecchie, dice: incredibile, e armeggia con i suoi inimmaginabili comandi. Scuote ancora la testa. Con una manata butta
giù della roba da uno sgabello e mi
fa cenno di sedere accanto a lui.
La ragazza che passa, ripete scuotendo la testa. E poi, come riprendendosi: non è che stai scherzando.
Faccio segno di no, lui mi guarda
negli occhi. Incredibile, dice ancora, non sta neppure scherzando.
Sotto di noi la pista si agita
come un animale vivo, al comando invisibile di DJ Saugh, la divinità della torretta, che conosce
tutti. Anche Nefes. La ragazza che
passa. E’ così tranquillo qui. Forse tra poco lui la chiamerà con gli
altoparlanti. Lei entrerà. Scivolerà
come una nuvola verso di me. Dirà:
ciao. Dirà: ti ho riconosciuto. Dirà,
non lo so che cosa dirà. Mi basta
vederla di nuovo. Bianca e palpitante. L’unico essere vivo in un
mondo di ombre.
Come hai detto che si chiama, dice all’improvviso Saugh,
riscuotendomi dal sogno. Nefes!
quasi urlo. Il suo nome è Nefes!
Mah, dice lui. Muove qualcosa sul
quadro comandi. Sulla pista che
si muove a sobbalzi vedo qualcosa che scivola come fumo. Bianca.
Esile. Un manto di capelli neri. La
guardo. La guardo e la guardo, e di
nuovo la guardo, e poi balzo in piedi, senza comprendere. Perché non
può muoversi in quel modo, non
sulle loro teste, e poi sulle schiene, e di nuovo scivolare sul fondo,
come un pesce alla ricerca di buie
profondità marine. Ma cosa? bia-
104
scico, il coltello puntato contro Nefes che cresce alta contro gli alberi, le nuvole, il cielo. Grido e grido,
portandomi le mani al viso.
Scusa, dice Saugh. Pensavo
stessi scherzando. Pensavo lo sapessi. Alcuni lo sanno. Altri non
ci badano neppure. Ma non hai capito? La ragazza che passa, la mia
creazione più riuscita. La che, mormoro. E’ una specie di ologramma,
dice lui in tono didattico, un’immagine virtuale insomma. Caspita, se
t’è sembrata vera, ho superato me
stesso. Guarda, ti faccio vedere,
aggiunge eccitato, muovendo i comandi. Ci lavoro da anni. Sono immagini digitalizzate e proiettate in
determinate condizioni sulla pista.
La ragazza che passa è la più riuscita. Finora. Molto realistica. Ma
sogno una tigre che ruggisce tra
la gente. Un branco di cavalli impazziti. Una squadra di tornado in
picchiata. Ed è tutto qui, in questa
consolle. Le immagini, voglio dire.
Nefes, dico. Ha detto di chiamarsi Nefes. Lui mi guarda, mi fa
l’occhiolino. Sbotta a ridere e dice:
non si sa mai, con quello che si
combina. Chissà. E chiamiamola
Nefer. Nefes, lo correggo. Nefes,
ripete lui. La vuoi rivedere, chiede poi a bassa voce, insinuante.
Sì, dico. Virtuale. Digitalizzata.
Proiettata. Nefes. Amore di estati
insensate, di tempi dementi. Nefes.
Un fascio di bytes. Un’onda corpuscolata di fotoni.
E’ bella la ragazza che passa,
dice piano Saugh, mentre Nefes
scivola tra la massa che si scuote
forsennata sotto gli ulivi. Sì, dico,
fammela rivedere ancora, ti prego.
E ancora.
Chiara Palazzolo
Nata in Sicilia ma romana d’adozione, ha esordito nel 2000 con il romanzo La
casa della festa (Marsilio), pubblicando quindi per Piemme I bambini sono tornati
(2003). Con la Trilogia di Mirta-Luna, affascinante eroina dark di Non mi uccidere
(2005), Strappami il cuore (2006) e Ti porterò nel sangue (2007), ha ottenuto un
grandissimo successo di pubblico e critica. Da Non mi uccidere è in preparazione
l’omonimo film. Appena edito Nel bosco di Aus, un inquietante romanzo di altissima
suspense in cui nulla è quello che sembra.
What else?
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L etteratura
Illabirinto
diDurrenmatt
di VALENTINA COLUCCELLI
108
Luogo della segnalazione dell’alterità
e del riconoscimento della solitudine
Questa breve ma intensa opera di
Dürrenmatt ha una tale potenza lirica
e semantica da lasciare, nel momento
del commiato, la mente indaffarata a
rincorrere collegamenti, interpretazioni e reminiscenze di tipo storico, filosofico e mitopoietico, e l’anima in subbuglio, perché confusa e al contempo
illuminata dalla poesia di ogni singolo
brano e ferita dalla verità che il racconto vuole rivelare e dal suo tragico
finale – se pur già le fosse noto e, quindi, non potesse che essere atteso.
Il labirinto – e il racconto mitologico
di Teseo e del Minotauro che gli è inestricabilmente connesso – è una delle maggiori e più antiche immagini archetipiche, metafora del viaggio dell’uomo nella propria
anima (per vincere se stesso e il proprio
dualismo in una sorta di iter perfectionis,
in quanto il Minotauro rappresenta simbolicamente la duplicità dell’essere umano,
al contempo istinto e bestialità, ragione e
ordine, carnefice e vittima) e dell’anima
stessa verso la luce e l’immortalità (perché
l’iter perfectionis attraverso il labirinto, che
conduce l’eroe nel regno delle tenebre per
poi tornare vittorioso in quello della luce,
rappresenta “sia la vittoria della natura
razionale su quella ferina, che la vittoria
della vita sulla morte” 1).
«Il centro del labirinto contiene
sempre una mutazione: di ciò che noi
chiamiamo vita e di ciò che chiamia-
mo morte, e il passaggio da una vita
all’altra, dal mondo delle apparenze
a quello delle essenze, dalla carnalità
bestiale (il Minotauro) all’umanità spiritualizzata (Teseo)». Brion
Quella di Dürrenmatt, pubblicata nel
1985, è solo una delle più recenti delle innumerevoli riletture e interpretazioni di
questa metafora così ricca e stratificata. Il
suo cambio di prospettiva, che pone come
protagonista della vicenda il Minotauro
invece del coraggioso e sfrontato Teseo o
della premurosa e scaltra Arianna, non è
poi originale (corre ad esempio subito alla
memoria il meraviglioso brano di Borges
del 1949 “La casa di Asterione”). Ma la
rilettura di Dürrenmatt possiede una singolare profondità e una destabilizzante e lucida capacità di fare del Minotauro il simbolo
del solipsismo cui è inesorabilmente destinato l’uomo, che arricchisce la vicenda di
una dimensione universale2 : il labirinto di
specchi, in cui la bestia si riflette in infinite
immagini di se stessa, diventa luogo della
segnalazione e del riconoscimento dell’alterità, che si propone però come insuperabile
– se non artificiosamente.
Ma sarebbe forse andare contro il volere dell’autore tentare di spiegare e analizzare la sua opera affidandosi a raziocinio e
categorie, come tentare di spiegare e analizzare il mito da cui prende le mosse; lui
stesso, afferma, nell’ acuta, brillante e ironica Prefazione a Il Minotauro, “nes-
suna metafora ha un significato univoco,
altrimenti essa sarebbe un’allegoria, una
massima mascherata […]. Ogni interpretazione distrugg[e] il senso di una metafora, perché questo senso è tutt’uno con la metafora stessa, perché esso si rispecchia nella
sua interezza soltanto nella metafora”.
Meglio dunque lasciarsi trascinare
dalla poesia – anche violenta – delle immagini che Dürrenmatt crea con le parole
e dal ritmo cadenzato e poi improvvisamente concitato che accompagna quello
che, più che un mero racconto ragionato,
pare una danza dettata dall’istintualità
spontanea del suo protagonista (non a caso,
alcune edizioni intitolano questo testo “Il
Minotauro, una ballata”3 ). Ecco allora
che, più potenti di mille ragionamenti, saranno i linguaggi immediati, connaturati,
istintivi della poesia e della danza a filtrare nell’inconscio gli echi senza voce dei significati profondi della narrazione, che si
trasformeranno poi in consapevolezza, lentamente, mentre emergeranno in superficie
dopo aver albergato nell’anima il tempo ne-
cessario per scuoterla e farla fremere.
Il Minotauro di Dürrenmatt, inconsapevole di sé e del mondo come un bimbo mostruoso o come un mostro con l’innocenza di un bambino, “si trovò, dopo
lunghi anni di un sonno confuso […] sul
pavimento del labirinto che era stato costruito da Dedalo per proteggere gli uomini
da quell’essere e l’essere dagli uomini, d’un
impianto […] le cui innumerevoli intricate
pareti erano di vetro, tanto che l’essere stava accovacciato non solo di fronte alla sua
immagine, ma anche all’immagine delle
sue immagini: vide davanti a sé un’infinità
di esseri fatti com’era lui, e come si girò per
non vederli più, un’altra infinità di esseri
uguali a lui”. Non sapendo cosa sia sogno
e cosa sia realtà, non distinguendo cosa sia
parte di lui e cosa sia altro, al Minotauro,
vedendo che tutte quelle immagini intorno a lui ripetevano ogni suo gesto, “parve
d’essere come un capo, anzi di più, come un
dio, se avesse saputo cos’è un dio”. E danzò.
Danzò insieme agli infiniti riflessi di lui
stesso, convinto di non essere solo. Poi d’un
tratto, tra le immagini identiche di uomini
con teste di toro, ne comparve una – con i
suoi infiniti riflessi – che non ubbidiva ai
suoi comandi e differente nell’aspetto: una
fanciulla nuda, con lunghi capelli neri,
immobile e con lo sguardo spaurito. E la
bestia capì. Capì che esiste qualcos’altro
oltre ai minotauri; non solo nella forma, ma
anche nella sostanza, perché questa nuova presenza era calda e cedevole al tatto,
109
1
dove le altre erano fredde e piatte. “Il suo
mondo si era raddoppiato”. E, per la felicità della scoperta e della liberazione, l’uomo
toro danzò e la fanciulla con lui, in uno dei
passi più toccanti dell’intero libro:
“Lui danzò la sua deformità, lei danzò
la sua bellezza, lui danzò la gioia d’averla
trovata, lei danzò la paura di essere stata
trovata, lui danzò la sua liberazione, e lei
danzò il suo destino, lui danzò la sua smania, e lei danzò la sua curiosità, lui danzò
il suo addossarsi, lei danzò la sua ripulsa,
lui danzò il suo penetrare, lei danzò il suo
avvinghiare. Danzarono, e danzarono le
loro immagini, e lui non seppe di prendere
la fanciulla, non poteva sapere nemmeno
che l’uccideva, perché non sapeva cos’era
vita e cos’era morte. In lui non c’era altro
che incontenibile felicità fusa con incontenibile piacere.”
110
La sua danza, espressione di un’ingenuità inconsapevole e di una spensieratezza
infantile, candida, si ripeté festosa all’incontro con un nuovo essere; ma “la gioia di non esser più solo […] e la speranza
d’incontrare gli altri minotauri, le fanciulle e gli esseri uguali a quello con cui ora
danzava” furono turbate e poi spazzate via
dal colpo della spada che questi gli affondò
nel petto. Nella confusione per quel gesto
inatteso e sconosciuto, il Minotauro uccise
il portatore della spada e i suoi compagni,
e poi trasformò la sua danza in una scarica
di pugni contro la parete e contro le proprie
immagini nella rabbia dell’abbandono e del
rifiuto, della vendetta e della paura. E qui
l’essere, scagliandosi contro l’immagine di
se stesso, avvertendo l’impossibilità di toccarla davvero, la sua intangibilità, avvertì
per la prima volta che non esistevano tanti
esseri come lui intorno a lui, ma di essere
111
Letteratura
di fronte sempre e solo a se stesso. Insieme
arrivò anche la consapevolezza di essere
unico. E diverso. E, infine, la comprensione della cagione dell’esistenza del labirinto, necessario affinché il mondo conservi il
proprio ordine tenendo segregato e celato
agli occhi quel che non dovrebbe essere,
ma che è. E allora a colui che aveva danzato, inconsapevole e ingenuo, e che poi aveva
colpito, perché ferito e tradito, scoprendosi
solo e non amato, non rimane che sognare:
“Sognò un linguaggio, sognò fratellanza, sognò amicizia, sognò sicurezza, sognò amore, vicinanza, calore, e contemporaneamente seppe, sognando, di essere un
anormale cui non sarebbe mai stato concesso un linguaggio, mai fratellanza, mai
amicizia, mai amore, mai vicinanza, mai
calore, sognò come gli esseri umani sognano gli dèi, con tristezza d’uomo l’uomo, con
tristezza d’animale il minotauro.”
È la comparsa di un secondo minotauro, uguale a lui ma dissimile, indipendente dai suoi movimenti e concreto, a esaudire una preghiera che
non sperava avrebbe mai potuto essere
ascoltata, a realizzare un desiderio che
non credeva avrebbe mai potuto essere accolto, da celebrare con una danza alla vita
e alla completezza che solo un altro essere
uguale e diverso da noi può offrire:
“[…] c’era un secondo minotauro, non
soltanto il suo Io, ma anche un Tu. Il minotauro cominciò a danzare. Danzò la danza
della fratellanza, la danza dell’amicizia, la
danza della sicurezza, la danza dell’amore, la danza della vicinanza, la danza del
calore. Danzò la sua felicità, danzò la sua
dualità, danzò la sua liberazione, danzò il
tramonto del labirinto, lo sprofondare fragoroso di pareti e specchi nella terra…”
Questo sprofondare del labirinto
è il crollare delle pareti che separano
l’Altro dall’Io, lo scacco matto a quella solitudine ingannata con i fasulli
“altri” riflessi, aggirata con la violenza bramosa sulla fanciulla dai capelli
neri, sfidata con l’uccisione rabbiosa
del gruppo del portatore di spada, compresa con la scoperta di essere unico,
diverso, rinchiuso. Ma per un crudele
piano del destino l’unico “Altro” reale, nel
senso più pieno del termine, è anche l’unico ad essere volontariamente un inganno.
Il Minotauro, nell’estasi della felicità, nella
brama di abbracciare l’abbraccio del suo
Altro, gli corre incontro festante e fiducioso.
E da questi viene ucciso. Lo scacco matto, quella speranza di poter superare il
solipsismo e la solitudine, è l’illusione
più grande. Quella fatale.
Difficile non commuoversi per la fine
desolata e desolante dell’uomo toro, barbaramente ucciso in un atto di amore, in uno
slancio di fiducia. Il Minotauro muore, solo.
Colpevole solo per natura e non per scelta.
Vittima forse per necessità, ma non per giustizia.
NOTE
1 “Labirinti”, Pier Giorgio Viberti,
ed. Demetra 2000; meraviglioso e ricchissimo saggio cui questo commento
è fortemente debitore.
2 Laddove, invece, per Borges il labirinto rappresenta la figura archetipica del tentativo dell’uomo di comprendere se stesso, quell’infinito oscuro e
impenetrabile.
3 E non a caso, si intitola La Ballata del Minotauro la serie di disegni,
particolarmente intensa e comunicativa, che arricchisce l’edizione Marcos
Y Marcos, opera di Dürrenmatt stesso.
L etteratura
La penultima verità su
di ANDREA CATTANEO
Philip K. Dick
Trent’anni senza Philip K. Dick sono
pochi per sperare di capire il suo lavoro, ce
ne servirebbero ancora diverse decine di migliaia. La cifra tonda però è un’ottima scusa
per ricordare, o conoscere, un autore così importante.
Ma perché celebrare Dick proprio
trent’anni dopo la sua morte e non trentadue, o trentatré, o trentanove? È una
stranezza che di certo non gli sarebbe sfuggita e che l’avrebbe insospettito. Il più sospetto
di tutti i partecipanti a questa celebrazione è
l’editore Fanucci che, per l’occasione, ripropone tutte le traduzioni dei suoi lavori. Poi ci
sono tutti i loschi figuri che si dedicano a lui
scartabellando tra le note della sua biografia. Tra i tanti si prendano le loro responsabilità Matteuzzi e Ongarato, penne al soldo
dell’editore Beccogiallo (Philip K. Dick, la
biografia a fumetti).
In vita Dick ha sofferto la frustrazione di non essere considerato un “vero”
scrittore. A dirla tutta, nemmeno lui era
certo di meritare più attenzione di quella
che riceveva. Secondo Emmanuel Carrère (Io sono vivo, voi siete morti, un viaggio nella mente di Philip K. Dick, Hobby
& Work), Dick si vedeva come un povero
diavolo un po’ tocco che sbarcava il lunario
scrivendo storie per ragazzini e per adulti mai
cresciuti.
La svastica sul sole. Nel 1950 scoppia la guerra in Corea e l’esercito americano
interviene. A Phil e agli studenti di Berkley è
richiesta la partecipazione a un corso di ad-
112
destramento per l’esercito. Phil si presenta
imbracciando una scopa.
Calma, facciamo un passo indietro.
Edgar, suo padre, era un sergente maggiore dell’esercito decorato in Europa. Alla
fine della guerra aveva trovato lavoro nel
dipartimento dell’Agricoltura, il suo compito
era controllare che gli allevatori non facessero i furbi. Sul fatto che il suo fosse un ottimo
impiego lui e Phil avevano pareri contrastanti. Non andavano molto d’accordo nemmeno
sulla questione delle atomiche sul Giappone.
La vittoria nella Seconda Guerra Mondiale
aveva creato un po’ di confusione negli americani, sotto sotto sembravano pensare che i
violenti si dividessero in due categorie: i vincitori e i vinti. Ai primi, che si erano conquistati l’ultima parola, era concesso il diritto di
menare le mani.
Nella testa di Dick deve essere scattato un meccanismo, agli americani bisognava
spiegare due o tre cosette sulla guerra. Ci
voleva la lezione di un saggio, di un uomo
super-partes che guarda dall’alto del suo
castello. Sembrerà bizzarro ma l’idea di essere una specie di profeta non è la cosa più
strana che Phil abbia pensato di se stesso.
A onor del vero va detto che The Man
in the High Castle è uno di quei rari casi in
cui la traduzione italiana del titolo (La svastica
sul sole) è decisamente meglio dell’originale.
L’occhio nel cielo. Un bel giorno Phil
decide di scrivere una lettera ad Alexandre Tochev dell’Accademia sovietica delle
scienze. Tenta di carpire i segreti scientifici
dei russi per scriverne storie di fantascienza.
Gli scienziati Oltrecortina però stranamente
non vogliono collaborare, e questo è l’unico
contatto tra Phil e l’Unione Sovietica. Non è
mai stato un pericoloso comunista, ma la sua
seconda moglie Kleo Apostolides, iscritta
al Partito Socialista, per l’Fbi e Nixon è da
tenere sotto stretto controllo.
Un giorno l’antispionaggio decide che
bisogna affrontare il
nemico di petto e manda due agenti Fbi a bussare alla porta dei Dick.
Phil li fa entrare, è solo,
sta lavorando, Kleo è
fuori. Gli chiedono come
sbarca il lunario, lui dice
di essere uno scrittore di fantascienza. Gli
chiedono dell’attività
politica di Kleo, cercano
di convincerlo a diventare un informatore. Lui
rifiuta e uno dei due gli
chiede se sia comunista.
«No»,
risponde
Phil. «Non ho alcuna
simpatia per il Partito
Comunista. Ma lei sa
bene che, se ne avessi,
le risponderei la stessa
cosa».
Le visite dell’Fbi si fanno frequenti, si
presentano con questionari a risposta chiusa
da compilare. Una delle domande dice: “Il più
grande nemico del mondo libero è la Russia,
il nostro livello di vita elevato o gli elementi
infiltrati fra noi”. Phil e Kleo, che si sentono
pericolosi ribelli, stanno al gioco finché l’Fbi
non si stufa e smette di controllarli.
Uno dei due agenti, George Scruggs,
diventa amico di Phil, gli dà lezioni di guida e
l’aiuta a prendere la patente. Phil, che adorava confonderlo, tenta di convincerlo che gli
infiltrati comunisti andrebbero cercati tra gli
insospettabili. Nasce così l’idea per L’occhio nel cielo, un romanzo in cui il vero
comunista non è la persona accusata,
ma il delatore che la accusava. Phil regala una copia del libro a Scruggs che però non
coglie il messaggio tra
le righe. È interessato
solo alla verosimiglianza
dell’espediente tecnologico usato nella storia.
Phil,
lusingato
dalla stima di Scruggs
nei confronti delle sue
competenze tecnologiche, fa lo spaccone e
si inventa di essere in
contatto costante con il
professor Tochev.
«Sì, lo so», gli confessa Scruggs senza
scomporsi.
Le tre stimmate
di Palmer Eldritch.
Nei primi anni sessanta,
con tre divorzi alle spalle, un curriculum di stranezze, paranoie e dipendenza dalle anfetamine,
Dick è nel bel mezzo dello zeitgeist riassunto
da Bob Dylan nella celebre frase: «The times,
they are a-changing».
Chiusa l’ultima parentesi matrimoniale,
torna a vivere a Berkley e sembra rinato. Ha
capito che non sarà mai un leccapiedi degli
zombi incravattati dell’establishment letterario, ha tentato e ha fallito. È diventato un fan
dei Grateful Dead, si fa crescere la barba, ha
compreso che il suo ruolo è quello del genia-
113
Philip K. Dick
Letteratura
le balordo della letteratura. Ha paura della
sua ex moglie, sospetta che lo stia controllando, cerca i microfoni persino nella lettiera
del gatto, non trovandoli si convince che il
telefono è intercettato. Costringe chiunque
lo chiami a delle verifiche che provino la sua
identità.
Nel 1965 la pubblicazione di Le tre stimmate di Palmer Eldritch lo rende famoso
tra gli stessi ragazzi che ammirano Timothy
Leary e Aldous Huxley. Anche Phil, benché
non abbia ancora provato l’acido lisergico, è
considerato un profeta dell’Lsd.
Leary e John Lennon un giorno
lo chiamano al telefono. Lennon vuole
confessargli che è rimasto sconvolto dal
suo libro, che sarà la base per il disco
dei Beatles in preparazione: Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band.
Phil non gli crede, pensa sia uno scherzo.
Spinto dagli amici, prova l’Lsd e si ritrova nell’antica Roma: è un martire cristiano
in balìa dei pagani. Riemerge dall’allucinazione ancora più strano e si mette a fare il
cascamorto con tutte le mogli dei suoi amici.
I tentativi di seduzione sono inconcludenti e
imbarazzanti per tutti i coinvolti.
Nel 1967, i Beatles pubblicano Sgt.
Pepper's Lonely Hearts Club Band, si può facilmente immaginare come ci sia rimasto…
Io sono vivo e voi siete morti. Phil
aveva una sorella gemella che si chiamava
Jane, morta per malnutrizione il 26 gennaio
del 1928. La convinzione di Phil di essere
un sopravvissuto riemerge nel suo capolavoro Ubik. Nel romanzo Joe, un bambino mantenuto in uno stato di semi-vita,
divora le coscienze dei protagonisti confinati
con lui in una specie di aldilà. Il mortorium,
che compare nel romanzo, è un luogo in cui
i defunti come Joe sono tenuti in coma per
permettere ai loro cari di mantenere un contatto con loro.
L’impressione che Phil abbia voluto
stabilire, attraverso il romanzo, un contatto con Jane è forte, ma forse è solo
una speculazione. Del resto, in un certo
senso, anche noi abbiamo appena cercato di
stabilire un contatto con lui visitando il mortorium di carta e inchiostro in cui è confinato.
Ora, per maggiore sicurezza, andate in
bagno e controllate accanto allo sciacquone
del water, se qualcuno ha scritto “Io sono
vivo e voi siete morti” vuole dire che dovete
assolutamente procurarvi un atomizzatore
Ubik nuovo modello. È più economico e più
efficace che mai!
115
L etteratura
CardioDetective
Racconto di DARIO TONANI
Neve appiccicosa, sporca. Che strazia il panorama.
Corro (perché questo fa parte del mio lavoro). Pompo sangue
al muscolo cardiaco. In dosi che per qualsiasi adulto non allenato
equivarrebbero a rimetterci le penne.
Corro perché solo così vedo… ciò che vedo. Tra le 170 e le 185
pulsazioni al minuto.
Fotogrammi. Immagini. Visioni.
Il futuro. Il Passato.
Sfilo ansimando accanto alla rete del cantiere abbandonato; una
sottile ragnatela di scacchi glassati s’inerpica per quasi tre metri lasciando trapelare dall’altra parte il profilo dei mezzi coperti di neve: un caterpillar che sembra un
mammut collassato nel bianco, i tralicci coricati di
una gru smantellata, una betoniera che trabocca
quella che sembra spuma di meringa.
Si gela qui fuori, e il respiro mi si condensa
in una nuvola grigia.
Doppio l’angolo rischiando di scivolare sul ghiaccio. Da quella parte il marciapiede è ingombro di neve lurida, calpestato da orme frettolose.
Sette e ventisei del mattino. Il traffico ancora assonnato della città indugia nelle arterie principali, laggiù invece a quest’ora non c’è quasi nessuno.
Ci vado sempre per il mio jogging dell’alba, ma non lo consiglio alle donne
sole, come me (e neppure agli uomini disarmati, se è per questo). Dall’angolo del cantiere in disuso si dipana un labirinto di casermoni abbandonati:
scuole, palestre, supermercati che furono. Alveari di cinque o sei piani, fatiscenti e gelati. Appartamenti spolpati, che ora abitano tossici e clandestini.
Scale.
È quella la mia palestra per far salire i battiti fino al livello che mi permette di vedere il futuro. Le salgo sempre di corsa, tre gradini alla volta. Rasente ai muri, guardandomi le spalle, pistola in pugno aderente alla coscia.
Sudore, cuore e spirito di sacrificio.
Sì, sono un poliziotto. Sezione Omega. CardioDetective Monica Liberti!
116
racconto
Il cuore delle donne batte più
rapidamente, ci hanno insegnato
al corso. Per questo la nostra è
un’unità tutta al femminile…
Un cane mi si affianca ai
polpacci. Trotta al passo il bastardello, abbaiandomi incarognito a due dita dalle
caviglie.
Mi sfianco e qualche
volta quasi mi uccido per
strizzare fuori dalla testa
un’immagine. Un indizio.
I cani non mi piacciono. Interferiscono col mio (sporco) lavoro. Lo scalcio via, non forte,
il giusto perché non mi si appiccichi di nuovo.
Presto entrerò in uno
dei portoni bui e inforcherò le scale della mia
destinazione.
Quinto
piano, interno 9. Ma
prima sfilerò la calibro 22 dalla fondina ascellare sotto il
k-way.
Sto lavorando a quello
c h e
ha tutta l’aria di
essere un regolamento di conti nel
mondo dello spaccio. Omicidio volontario aggravato dalla crudeltà,
ragazzina di quattordici anni uccisa
con ventinove coltellate. Viste quasi
tutte. Appartamento vuoto, sangue
dappertutto, il barlume di un’immagine scura e incappucciata che mena
fendenti col braccio sinistro.
È lì che sto andando. Ogni mattina, da ventiquattro giorni. E altrettante coltellate.
***
Sara non va a scuola. O almeno non nel senso che siamo soliti attribuire alla frase. Spaccia. E i suoi
clienti sono i compagni d’istituto che
potrebbe avere se frequentasse le
quattro mura in fondo alla strada.
Spaccia e consuma. Fatta 100 la
somma delle due attività, si ritaglia il
5 per la seconda. Tendente, di questi
tempi, al 6 e all’8. Troppi!
Le hanno già detto di andarci
piano, ma lei niente. Non sente ragioni. È una donna in un guscio di
ragazzina, il che significa una cosa
soltanto: i lupi là fuori hanno il doppio delle ragioni per metterle gli occhi addosso.
Sale di corsa le scale fino all’appartamento del quinto piano, armeggia con la chiave nella serratura
e si chiude la porta alle spalle. Tripla
mandata.
Il mazzo vola in un cestino a forma di pagoda. Le hanno insegnato
a toglierla sempre dalla toppa. E lei
che vive da sola, ascolta e impara.
Due stanze, un cucinino, un cesso. Una reggia senza acqua calda.
Con un frigo recuperato in discarica.
Squilla il telefonino. È il ping di
un messaggio in arrivo.
Alza l’apparecchio: SONO QUI
FUORI APRI.
Scuote la testa, è Carlos. Non
lo aspettava, ma loro sono sempre
imprevedibili nelle consegne, è così
117
racconto
che funziona. Lei non è parte della
musica, è soltanto un tasto della pianola.
Un tasto con le tette, e una franchigia del 4 per cento non negoziabile…
***
Lancio un’occhiata al cardiofrequenzimetro che porto al polso (capitolato di Polizia, come pistola e distintivo).
Ho detto che vedo il futuro, ma
non è completamente esatto. Le mie
visioni non hanno tempo, galleggiano sopra un mare che non ha alcuna
profondità temporale. La mia mente è carta moschicida, si appiccica al
male e non se ne stacca più, ovunque abbia deciso di annidarsi. Ieri,
oggi, domani.
È per questo che visito i luoghi
dei delitti irrisolti.
Ho però bisogno di uno slancio,
di un trampolino da cui buttarmi:
adrenalina, pulsazioni, ossigeno…
Motivo per il quale, corro. Altre della mia sezione ingurgitano farmaci
— norepinefrina soprattutto — o si
ammazzano sulla cyclette. Oppure si
danno al sesso con caparbio senso
del dovere.
Io no, corro.
Nude pulsazioni portate alla soglia critica di 185 al minuto.
Sono quasi arrivata.
Attraverso la strada nel paciugo di neve marcia. Aggiro il furgone
bianco di una ditta di pulizie, fermo
a ridosso del marciapiede. Quasi mi
stampo contro uno degli addetti —
un marcantonio senza un pelo in testa — che sta scaricando dal pianale
una manciata di scope.
“Ehi, troia!” mi grida dietro.
Lo ignoro.
Trotto rasente al palazzo, dove
non corro il rischio di scivolare nel
pantano di neve. Il cane mi è di nuovo addosso, carico come una molla.
Salta i cumuli marci, è un fenomeno.
A un tratto… vedo!
***
La porta si spalanca di colpo.
“Ehi troia!”.
L’uomo sghignazza avanzando
dietro il braccio steso. “Daaadàn!”.
Impugna un coltello serramanico. Ha
il telefonino di Carlos, ma non è Carlos.
Sara arretra, inciampa, viene
strattonata per il bavero del giaccone. Schizzi di saliva sulle guance.
Il tipo continua a sogghignare, fatto come una pigna. Le torce il
braccio dietro la schiena puntandole
il coltello alla gola. “Carlos non se l’è
sentita. Io sì! Ma ti manda i suoi saluti”. Le sfila il cellulare dalla tasca e
lo fa sparire nel retro dei jeans.
Ansimando rumorosamente la
sospinge per il corridoio fino alla minuscola camera da letto.
***
Per un istante sono completamente cieca. Incespico, sbando, scivolo. Rallento.
Una coltellata, due coltellate…
Arranco con le braccia sul muro.
Mi fermo.
La figura incappucciata: “Ehi,
troia!”.
118
Letteratura
Mi piego in avanti, le mani sulle ginocchia.
Volto adagio la testa, boccheggiando.
Il bastardello si accanisce sulle gambe della mia tuta da jogging. Ma ormai niente mi può distrarre.
Il tipo è tornato al furgone. Forse dovrei chiamare la Centrale e chiedere
rinforzi. Ma non posso lasciarmelo scappare.
Mi raddrizzo, estraggo la pistola. “Fermo!”.
Il marcantonio alza la testa, trasalisce.
Scatta. Di là dalla strada.
Nuove immagini, una caterva. Mi rallentano!
Neve, ghiaccio, il traffico che si è fatto improvvisamente nervoso.
Vedo la povera ragazzina spalmata sui riflessi dei parabrezza, il volto che
sbianca, il sangue che inzuppa i cofani…
Caracollo tra una macchina e l’altra, cercando di guadagnare il marciapiede opposto. Avrei bisogno di rallentare il cuore, di togliermi queste visioni
di torno. E invece…
Stendo il braccio, allineo la mira. “FERMO!”.
“Ehi, troia!”.
Uno scooter sbanda, scoda, s’intraversa sbalzandomi a metri di distanza.
Le immagini si spengono.
Buio.
***
“Come si sente?”.
C’è un volto che galleggia nel mio cielo. Sbatto le palpebre cercando di
metterlo a fuoco. Che posto è questo?
Sono immersa nel bianco, ma quello che ho intorno non è neve. Un letto.
E di fianco il trespolo con una flebo.
Il volto si ritrae. “Ricorda qualcosa, agente?”.
Lo guardo come se fossi nuda, inorridita dalle implicazioni della domanda.
Il tipo porta una divisa e ha l’aria di essere stato in attesa a lungo. “Qualsiasi cosa” m’incalza.
“Da quanto sono qui?”.
“Due giorni. Allora c’è qualcosa che ricorda?”.
Volto la testa sul cuscino. “Nulla...”
119
L etteratura
rubrica
di MIRIAM MASTROVITO
Sospeso tra sogno e realtà, il Circo è per
definizione un microcosmo intriso di magia.
Con i suoi suoni, colori, odori esso dischiude
le porte all’incanto trascinando adulti e bambini in una dimensione che invita a sospendere
l’incredulità e ad abbandonarsi alla meraviglia.
Un’esplorazione dei luoghi dell’immaginario che si rispetti non potrebbe rinunciare a
una simile tappa, ragion per cui sarà proprio
questa la seconda meta del nostro viaggio.
Quello di cui voglio raccontarvi però non
è un Circo qualsiasi, fra tutti, probabilmente,
è il più straordinario. Arriva senza preavviso
e senza fare rumore, come fosse sbucato dal
nulla. I tendoni a strisce bianche e nere svettano in uno spazio delimitato da una recinzione
in ferro battuto mentre un’insegna, anch’essa
bianca e nera, informa i visitatori:
Apre al Crepuscolo
Chiude all’Aurora.
Tutto sembra immobile e trasmette un
senso di abbandono fino a che, al calar del
sole, un intenso profumo di caramello non comincia a librarsi nell’aria e finalmente accade.
Piccoli bagliori, simili a lucciole in volo, iniziano a correre lungo i tendoni e in quel confuso
gioco di luci in movimento appare la scritta: le
Cirque des Rêves.
Varcati i cancelli, il vostro tempo verrà
scandito dall’orologio danzante e sarete proiettati in un labirintico mondo da fiaba. Vi ritroverete smarriti tra una miriade di tendoni
perché la peculiarità di questo circo è proprio
quella di non averne uno solo. Ce n’è uno per
ogni attrazione e sempre di nuovi se ne aggiungono. Il visitatore è libero di lasciarsi sedurre dall’insegna che più lo ammalia tracciando così il suo personale percorso alla scoperta
delle meraviglie che in ogni anfratto si celano.
Gli spettacoli a cui potrete assistere non
hanno nulla a che vedere con le solite esibizioni di clown e animali ammaestrati. Il giardino
d’inverno, la giostra, il dedalo della nube, la
pozza delle lacrime e perfino l’albero dei desideri sono alcune delle strabilianti attrazioni in
cui potrete imbattervi.
Tuttavia non è solamente questo a ren-
120
dere il Circo della notte tanto speciale. Le sue
immagini in bianco e nero, dei sogni non hanno
solo la tradizionale bicromia ma sono fatte della
loro stessa sostanza. Esso non è solo illusione
ma è magia che sopravvive in un mondo sempre più restio a riconoscerla, forse è proprio
per questo che non si annuncia con volantini o
manifesti e preferisce farsi trovare da chi è ancora capace di udirne il richiamo. Sono i rêveurs a rappresentare il suo pubblico di affezionati:
uomini e donne che lo seguono in giro per il
mondo, in perfetta sintonia con la sua atmosfera onirica tanto che, quasi ne fossero parte
integrante, vestono abiti degli stessi colori dei
tendoni distinguendosi dagli artisti unicamente
per piccole note di rosso, rintracciabili in una
sciarpa, una coccarda, un fiore all’occhiello.
Non vi inganni però la sua atmosfera festosa perché questo luogo fiabesco nasconde
anche un volto oscuro. Dietro le sue quinte sta
per consumarsi infatti una grande sfida tra due
persone inconsapevoli, due allievi particolar-
121
mente dotati scelti e allenati allo scopo. Celia
e Marco sono votati sin da bambini a fronteggiarsi in una sorta di duello magico il cui vincitore sarà il solo a poter sopravvivere. Quel che
inizialmente appare come il bizzarro divertissement di due potenti maghi, pian piano si rivela
essere un gioco perverso destinato a complicarsi quando i due giovani protagonisti si innamoreranno andando contro ogni regola.
Il delicato equilibrio su cui si regge il circo
sopravvivrà all’imprevisto? L’amore alimenterà o infrangerà l’incanto?
Per scoprirlo potrete unirvi ai rêveurs o
più semplicemente tuffarvi tra le pagine de
Il Circo della notte di Erin Morgenstern.
Che scegliate l’una o l’altra via, vivrete
un’esperienza unica e quando al sopraggiungere dell’aurora tornerete a casa, avrete difficoltà a comprendere da quale parte stia davvero il sogno.
L'esordio sci-fi di
di VALENTINA BETTIO
George
R.
R.
Martin
il papà di Game of Thrones 122
Quando si parla di George R.R. Martin le aspettative sono alte, un nome una
garanzia si potrebbe quasi dire: il grande
successo della sua saga fantasy Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco e della serie TV della HBO, A Game of Thrones, ad
essa ispirata parlano da soli. Ma la bibliografia di Martin è ricca e vasta, caratterizzata da uno stile che si è evoluto nel tempo,
e che fin dagli esordi ha saputo convincere
il pubblico.
In fondo il buio è la sua prima opera
di genere Science Fiction (SciFi) – Dying of
the light è il titolo originale, ma il primo
titolo fu “After the festival” ("dopo il festival", ndr), poi cambiato nella seconda versione dopo la prima pubblicazione, uscita
nel lontano 1977, ricevendo nomination per
l’Ugo Award e il British Fantasy Award,
ora riproposta dalla casa editrice Gargoyle.
Assolutamente lontano dalle atmosfere fantasy-medievali de Il trono
di spade, In fondo il buio è ambienta-
Letteratura
to su un pianeta morente, Worlorn; un
pianeta vagabondo che per un certo periodo è stato abitabile ed ha ospitato il “Festival”, una lunga festa durante la quale ogni
popolo dei mondi conosciuti ha edificato
la sua città, importando non solo la propria cultura ma tutto ciò che caratterizza
l’ecosistema del pianeta di origine. Un Festival in onore di tutte le civiltà, che ormai
è arrivato al termine: giunto alla fine della
propria peregrinazione attorno alla Ruota
di Fuoco, Worlorn sta tornando nel buio e
nel gelo e tutto ciò che è stato creato sul
suo suolo sta per scomparire, destinato ad
essere dimenticato. Un mondo da studiare per l’originale ed assolutamente unico
equilibrio ambientale che si è creato, ma
che sta esalando gli ultimi respiri.
Perché questa era la cosiddetta
foresta primigenia, il bosco che l’uomo
aveva portato con sé da un sole all’altro […]. Su tutti i nuovi pianeti l’umanità trovava […] piante ed alberi subito
capaci di diventare parte integrante
della linfa di quelli importati da casa
da principio. […] Gli abitanti dei mondi
esterni li avevano portati qui […] per
aggiungere una nota che ricordasse
casa, ovunque essa fosse.
Su questo scenario fantascientifico, caratterizzato da notti tristi e
permeato di desolazione, si dipanano
gli eventi che vedono come protagonisti Dirk, Jenny, Jaan e il tuo teyn
Garse, in un intricato susseguirsi di
eventi il cui climax, sempre dietro
l’angolo ma al contempo irraggiungibile, logora i nervi.
Con uno stile forse ancora da
123
affinare ma assolutamente vivido e apprezzabile nella sua chiarezza e fluidità, Martin crea un universo complesso
e articolato, senza scendere in dettagli inutili ma lasciando piccole briciole
sufficienti a capire che ciò che ci sta
mostrando è solo la punta dell’iceberg
di una realtà troppo complessa, un
piccolo scorcio di per sé sufficiente ai
fini della narrazione. La galassia da lui
creata è ricca di popoli e pianeti dai nomi
pittoreschi – Tober-nel-Velo, Darkdawn,
di-Emerel e così via –, ognuno con i propri
costumi, che interagiscono tra loro senza
però influenzare in modo significativo il nucleo di credenze e tradizioni che li contraddistingue. Niente fattezze bizzarre, niente
fantasia che corre a briglie sciolte per disegnare razze singolari: tutti i popoli introdotti da Martin sono umanoidi – anche
se vengono poi citate creature come “mutaforma”, lupi mannari ecc. che, però, non
recitano alcuna parte in questo racconto.
L’unica cultura descritta è quella dei
Kavalar, rude e violenta, che è trattata
approfonditamente in modo da fornire al
lettore le basi necessarie a capire le azioni
e i ragionamenti che muovono gran parte
dei personaggi che si incontrano nella storia, per la maggior parte Kavalar per l’ap-
L etteratura
punto. Un popolo guidato da una serie di
rigide regole e schemi di comportamento,
che si basano sulla violenza e sulla guerra,
così lontani dal pensiero comune da risultare grotteschi e difficili da assimilare. Violenza sì, ma anche un forte codice d’onore,
che pizzica le corde più profonde dell’animo
umano.
Un esordio dai toni deliziosamente
fantascientifici, cupo e intriso di descrizioni sanguinose accostate a triste
poesia, in un connubio affascinante e
ambizioso, a tratti ombroso ma di sicuro effetto, che trova la sua massima
espressione in Kryne Lamiya, la città
sirena dei Darkdawn – uno dei popoli
al contempo più inquietanti e affascinanti descritti –, che suona all’infinito
la propria musica di pazzia e morte.
Titolo: In fondo Il buio
Autore: George R.R. Martin
Titolo originale: Dying of the light
Editore: Gargoyle Books
Collana: Gargoyle Extra
Traduzione: Tarallo&Tintori
Pagine: 376
Prezzo: € 16.90
EAN: 978-88-89541-67-8
“È una canzone del crepuscolo e della
notte che scende, avverte che non ci sarà
mai più un’altra alba, mai più.”
Ed è l’atmosfera di questa città che
riempie il cuore e meglio descrive Worlorn
morente che, lentamente ma inesorabilmente, sta tornando nell’ombra da cui è
emerso.
Insomma, un Martin a cui non siamo abituati, ma che ci stupisce e delizia
cimentandosi in un genere non facile da
trattare, senza scadere nello scontato e
nel banale, riuscendo a narrarci una storia
completa che non necessita di aggiunte
accessorie per essere apprezzata e goduta. Una piccola chicca da gustare con
calma.
124
La chimera di Praga
Opera di Max Rambaldi ispirata a "La Chimera di Praga"
L etteratura
La chimera di Praga
tra sogni, magia, dolore e speranza
I sogni sono veramente desideri,
come cantava la Cenerentola disneyana? A riprendere un tema-archetipo è
Laini Taylor, autrice de La chimera di
Praga (Fazi Editore), capitolo primo
della trilogia Young Adult Daughter
of Smoke and Bone, nelle librerie italiane da inizio maggio.
Un romanzo costruito sul contrasto “angeli-demoni”, in cui l’autrice
attua in maniera originale il rovesciamento di diversi cliché, nell’atmosfera
di una Praga che, nel suo essere già città esoterica di ispirazione a molte penne fantasy, si carica di atmosfere oniriche dark.
Centrale è il ruolo della magia. Se
nella tradizione è una dote, naturale o
acquisita — in base alla natura di chi
la detiene —, che è indice di potere e di
possibilità di cambiare le cose, spesso
in positivo, in questo romanzo la magia è vincolata al dolore e a una visione
sostanzialmente tetra. Non c’è magia
senza dolore, così come la realizzazione di un desiderio ha più la parvenza
di un contrappasso dantesco o di un
patto faustiano. L’unico momento in
cui la magia può rivelarsi come valore positivo è in rapporto alla speranza.
E non a caso è il significato del nome
della protagonista, Karou, studentessa
alla scuola d’arte di Praga dalla doppia
vita, cresciuta da una famiglia di Chimere.
126
di ROBERTA DE TOMI
Karou compie commissioni per
Sulphurus, una sorta di “padre adottivo” dedito a “strani” commerci. La
giovane va in giro per il mondo, accedendo ai luoghi designati da porte magiche, un po’ come avviene ai giovanissimi protagonisti di Narnia, romanzo
che, alla lettura, sembra aver fornito la
maggiore ispirazione all’autrice. Proprio mentre sta svolgendo una delle sue
commissioni, Karou incontra un Serafino, nemico giurato delle Chimere.
Da questo incontro nasce una passione
travolgente, che le svelerà gli esiti tragici di un amore proibito del passato e
che ha connessioni con il presente; ma
a differenza delle tragedie più note, e
come avviene ad esempio nel finale della fiaba del Soldatino di stagno innamorato della Ballerina, tra le ceneri di
questo sentimento restano residui che
ne decretano la vittoria sulla morte.
Nel romanzo della Taylor, il “residuo”, come già detto, è la speranza,
personificata da Karou, personaggio
chiave. Non è un caso se si tratta di una
ragazza creativa. La creatività è infatti uno degli strumenti attraverso cui la
speranza può realizzarsi, poiché consente di plasmare soluzioni, nel caso
del romanzo, a una guerra che prosegue da secoli.
Scheda del Libro
Titolo: La Chimera di Praga
Tit. Or.: Daughter of Smoke and Bone
Autrice: Laini Taylor
Casa Editrice: Fazi Editore
Collana: Lain
Traduzione: Donatella Rezzati
Prezzo: € 16,50
ISBN: 978-88-7625-133-7
In questo, avvalendosi di un forte simbolismo, si possono ravvisare molte affinità con l’epoca attuale,
contraddistinta da una crisi profonda, a più livelli. Solo la speranza, attraverso strumenti creativi, può portare un rinnovamento, la pace tra
Chimere e Serafini. Personaggi questi
che hanno tutti i difetti e i vizi degli
umani, soggiogati da invidie, bramosie, pregiudizi e voluttà.
Onirica, evocativa e d’atmosfera è la scrittura della Taylor, che alla
penna alterna il pennello. L’autrice
erige un ottimo edificio, strutturato a
incastri e a rivelazioni che si palesano
gradualmente. Non mancano citazioni dirette e indirette, tra letteratura,
arti visive e mitologia, rese da uno
stile che, pur avendo una lucidità di
fondo, si tende tra il surreale, il gotico
e l’impressionistico. Il racconto sembra fatto da una sognatrice disincantata, che sa stare con i piedi per terra.
I desideri sono una finzione.
La speranza è vera.
La speranza compie la sua magia.
127
L etteratura
Il successo letterario di
Suzan n e
Co ll i n s
Il “fenomeno Hunger Games”, diffusosi soprattutto in
America anche grazie alla recente
uscita della trasposizione cinematografica a cura di Gary Ross, si
fregia di una nomea che vuole categoricamente distaccarsi dai soliti
romanzi per giovani adulti – primo
tra tutti, Twilight – in cui l’amore
adolescenziale, sempre in primo
piano, lascia il posto a tematiche
più cruente e importanti, che
richiamano alla coscienza problematiche attuali quali l’oppressione dei popoli e il valore
della libertà.
Non che Hunger Games sia
propriamente un romanzo cruento:
appositamente diluita nei dettagli
più impressionabili, tagliata sui
suoi giovani lettori con uno stile
asettico, breve ed essenziale, se
non scialbo in alcuni punti, la trilogia di Suzanne Collins lascia a
desiderare sotto molti aspetti, pur
centrando quasi del tutto quella
pretesa di differenziazione che si
spera coinvolga sempre più i romanzi dal target a cui è destinata.
La storia, ormai abbastanza nota al pubblico, è ambientata
in un futuro distopico controllato
di FEDERICA URSO
Suzanne Collins
128
dall’egemonia della città di Capitol City,
dove il lusso sfrenato incontra le abitudini
viziose e depravate dei suoi abitanti. La
protagonista, Katniss Erverdeen, una
diciassettenne schietta e introversa
provata dalla morte prematura del
padre, ha un solo obiettivo: mantenere in vita la madre medico e la sorella appena dodicenne, Prim. Per questo
motivo si offre volontaria quando quest’ultima, contro ogni aspettativa, viene sorteggiata per i terribili Hunger Games, i
giochi inumani creati settantaquattro
anni prima allo scopo di terrorizzare
la popolazione – suddivisa in dodici distretti – e indurla all’obbedienza. Comincerà quindi la disavventura che la porterà
129
da anonima ragazza a stella di
Capitol City, aiutata dalla fittizia
storia d’amore con il compagno
di distretto Peeta, anche lui costretto a partecipare.
Con un gesto di ribellione
verso il sistema oppressivo e
terroristico riuscirà infatti ad
uscire, insieme al compagno,
indenne dai giochi. Un esito
non previsto dalla tirannia del
presidente Snow, che le costerà la vita di molte persone a lei
care e accenderà la rivolta nei
vari distretti. Una ribellione che
porterà il suo volto, strumentalizzato dalla televisione e dagli
stessi ribelli al fine di creare un
nuovo mondo che, forse, non si
discosterà di molto da quello
che si sta tentando di distruggere.
Tematiche non nuove,
quindi, già note nella letteratura dalla seconda metà del Novecento in poi e, in particolare, nel best
seller datato 1999 Battle Royale di Koushuen Takami o, andando ancora più indietro, in romanzi come L’uomo in fuga di
Stephen King. L’unica novità sembra,
in effetti, la destinazione alla fascia di
lettori più giovani, che ha decretato il
successo stellare della saga. E, se nel
primo episodio questo appare abbastanza
giustificato da un prodotto tutto sommato
buono e appassionante, i seguiti – usciti in
Italia con il titolo La ragazza di fuoco e
Il canto della rivolta – non soddisfano le
alte aspettative dei lettori più pretenziosi.
In particolare La ragazza di fuoco palesa l’esigenza editoriale di compensare lo
L etteratura
131
scarto verso la fine, decisamente mal gestito dall’autrice, che sembra girare
intorno, dilungandosi su dettagli insignificanti, al punto cruciale: la rivolta.
A questa cattiva gestione della trama si aggiunge una malsana
fretta per il finale, di cui risente l’intera economia della narrazione:
nel secondo volume, su 375 pagine, soltanto 150 sono destinate ad un’altra
edizione degli Hunger Games, laddove, nella prima parte, particolari inutili
si sommano a forzature piuttosto evidenti. Ancora più evidenti sono, però, i
deus ex machina che la Collins adopera per tagliare la descrizione di eventi
importanti, e di cui farà sempre maggiore uso fino a renderli castranti nel
finale della trilogia.
Katniss, frustrata da dolorosi eventi, si ridurrà all’ombra di se stessa,
oscurandosi completamente dai destini del suo paese: ritroverà la speranza
in un futuro migliore solo grazie all’amore per uno dei due ragazzi che se la
contendevano.
Un ritratto debilitante, quindi – seppur molto verosimile, salvo
dai moralisti eroismi su cui rischiava di inciampare la saga – e un
fallimento che fa sentire l’eco di un pessimismo più adulto ma non
meno deludente. Ciò si riflette, in particolare, nell’involuzione dei personaggi, regressi ad uno stato di egoistica dissennatezza, nel caso di Katniss,
o di calcolata ambizione, nel caso di Gale. Poco coerenti ma – o forse proprio
per questo – umani: una piega del tutto inaspettata per un romanzo che prometteva essere un faro all’interno del genere grazie ad un’eroina coraggiosa
e fuori dagli schemi, ma che finisce per essere vittima sconfitta di un sistema
pseudo-totalitarista che non ha mai volontariamente tentato di annientare.
Redenta o forse definitivamente affondata da questa parvenza
di realismo, la saga di Hunger Games si apprezza entro i limiti di una
storia con molto potenziale vanamente sciupato, e un retrogusto finale soggettivamente amaro.
L etteratura
Zio Lou
Traduzione di MARINA ALBAMONTE
di Elizabeth Hand
Lo zio di Nina, zio Lou, viveva ad Hampstead, in una frondosa stradina secondaria dalla quale si godeva una magnifica
vista di Hampstead Heath – in apparenza
una sconfinata distesa verde costellata di
vecchie querce dove i corvi schiamazzavano e le ghiande piovevano dagli alberi
per essere raccolte dai bimbi e, talvolta,
dai cani famelici, portati a spasso senza
guinzaglio. Nina ricordava che anche lei,
da piccola, non molto più grande di un cagnolino, aveva raccolto le ghiande assieme ai suoi genitori, mettendole minuziosamente in fila per gli scoiattoli.
Ora che era tornata aveva percepito
in questa zona di Londra un non so che
di sinistro. Forse gli alberi, così contorti
e immensi, vago ricordo di un’immagine
inquietante in uno dei suoi libri illustrati.
Ben sapeva che oramai quella era diventata una zona d’élite super esclusiva: gli
ultimi modelli di auto ibride, Lotus e Volvo parcheggiate nei viali, balie irlandesi
e polacche con passeggini trendy, donne
filiformi come aironi e i loro microscopici
terrier che avrebbero potuto benissimo
stare nel palmo della mano di Nina. Era
ragazzina e Hampstead era già considerata una zona d’élite ma, a quei tempi, le
case dai mattoncini color rame e i recinti in ferro battuto avevano un’aria losca,
come se terribili criminali stessero ordendo qualche sporco affare nella rimessa.
Nina aveva quattordici anni quando
capì che era zio Lou, non Hampstead, a
sprigionare una certa aura modaiola: i
lunghi capelli, gli abiti su misura di Dougie
Millings, le babbucce dorate con la punta
all’insù, come quelle del genio della lampada. Era il suo zio preferito, a dire il vero
unico zio e unico parente, se si tralasciava
una pro prozia centenaria, probabilmente
rinchiusa in una casa di riposo in Costa del
Sol. Nina era figlia unica, nessun cugino di
primo grado e nonni ormai morti da un
pezzo.
Anche i genitori, divorziati, erano
morti anni addietro, quando Nina frequentava ancora l’università. Da allora,
aveva avuto la buona abitudine di far visita a zio Lou una volta al mese o giù di lì,
quando lui tornava dai suoi viaggi. Spariva
per mesi, lo zio, ad un certo punto e – al
suo ritorno – rispondeva alle domande di
Nina del tipo “dove fosse stato” facendo
segno con un dito sulle labbra: segreto.
Negli ultimi dieci anni la vita da giramondo dello zio aveva perso colpi e così Nina
ora lo andava a trovare più spesso. Scriveva libri di viaggio e aveva ideato la famosa
serie World by Night. Budapest by Night
era stato, a sorpresa, il suo primo best
seller, seguito a ruota da Parigi by Night,
Londra by Night, Marsiglia by Night, Vienna by Night e così via all’infinito. Tutto ciò
accadeva negli anni ’60 e agli inizi degli
anni ’70 quando il mondo era decisamen-
132
racconto
te più vasto e molto più esotico. Il turismo
bohémien stava facendo capolino nell’industria turistica, alimentato com’era da
voci sul pellegrinaggio a Jakarta di Bryon
Gysin e Brian Jones, lì per vedere i dervisci rotanti e da quelle sulle orde di figli
dei fiori che scappavano a Katmandu e si
nutrivano di burro di yak intanto che facevano affari con la droga.
Non importa quanto sconosciuto o
remoto fosse il luogo, zio Lou vi era stato
e tornato a casa prima di voi per stupirvi
con una cronaca su dove trovare il miglior
negozio di spaghetti di Bangkok aperto
anche di notte; o un chiosco di funghi al
mercato nero nelle catacombe di Roma; o
ancora un locale per voyeur di Stoccolma,
spacciato per un cineclub specializzato in
film dell’ormai dimenticata star del cinema muto Sigrid Blau.
“Ma non si sente mai in colpa?” le
aveva chiesto una volta sua madre. Lou
era il fratello di suo marito, il maggiore;
aveva partecipato alla Seconda Guerra
Mondiale e in seguito aveva trascorso diversi anni nell’Europa dell’est; non si sa
bene di cosa si occupasse a quei tempi e
spesso questo argomento era stato oggetto dei discorsi dei suoi genitori. Era poi
ritornato a Londra sfoggiando una lunga
chioma all’ultimo grido e, ogni tanto, la
barba. Infatti, zio Lou andava in giro bello
sbarbato prima della guerra ma, in seguito, era diventato decisamente irsuto e si
sbarbava almeno una o, talvolta, due volte al giorno. Tuttavia, aveva continuato a
portare i suoi neri capelli lunghi, un vero
e proprio segno distintivo nelle foto che
lo ritraevano in qualità di scrittore. Sua
madre lo aveva sempre trovato alquanto
appariscente, un aggettivo tutto suo per
indicare gli omosessuali, sebbene zio Lou
fosse notoriamente un gran donnaiolo.
2133
Nina aveva aggrottato le sopracciglia
alla domanda della madre. “In colpa? E
per cosa?”
“Per la promozione di attività illecite”.
“Ma di quali attività illecite parli?”
replicò Nina. “Le cose di cui scrive danno
una mano alle economie locali”.
“Ora si chiamano così?” sua madre
tirò su col naso e rivolse nuovamente la
sua attenzione alla pianta di delfinio. Quel
pomeriggio il sole di ottobre inondava
con i suoi raggi il vialetto di ciottoli che
conduceva a Pallis Mews. La Aston Martin DB4 d’epoca dello zio era parcheggiata di fronte, coperta da un telone cerato
verde impiastricciato da escrementi di uccelli, il che faceva supporre che l’auto non
era stata usata da un pezzo. Cumuli di foglie gialle si erano ammucchiate contro la
porta d’entrata; Nina tirò via una lacera
busta di plastica dall’edera e dalle clematidi rampicanti che ricoprivano il muro di
mattoni.
Non aveva mai fatto visita a zio Lou
senza una sua telefonata di invito o – più
di recente – un’e-mail. L’invito era sempre preciso, nel tardo pomeriggio o nella
prima serata, il che, tradotto, voleva semplicemente dire giovedì 19, arrivo per le
17,15. In cucina lo zio aveva un grande calendario da parete con le fasi lunari, una
sorta di pergamena con miriadi di brevi
annotazioni scritte con una minuscola
grafia e che indicavano esattamente l’ora
e i minuti dei vari appuntamenti in programma. Riceveva un ospite alla volta; il
suo era un lavoro di tipo solitario e notturno.
Una volta, era ancora ragazzina, era
arrivata in anticipo di dieci minuti. Sapeva
che zio Lou era in casa, lo sentiva lavare i
racconto
piatti e – in sottofondo – la radio sintonizzata su Radio2. Lo aveva scorto passare
dietro la finestra mentre abbassava il volume della musica. E la porta non si aprì
che all’orario stabilito.
Stavolta la porta si era aperta prima
che Nina avesse bussato.
“Nina cara.” Lo zio le sorrise e le fece
cenno di accomodarsi in casa. “Sei stupenda. Oh, quelli! non ho ancora avuto
modo di disfarmene”.
Chiuse la porta e Nina schivò una
pila di giornali. Zio Lou era sempre stato
un tipo meticoloso, persino schizzinoso.
Aveva assunto una donna delle pulizie
che, una volta a settimana, ripuliva dalle
macchie il tappeto delle Fær Øer, metteva
in ordine i cuscini Kilim sul divano bianco,
risistemava le sedie, raddrizzava il quadro
di Hockey e riponeva i piatti di porcellana
danesi nella credenza.
Elizabeth
Hand
Anni addietro la donna delle pulizie
si era dovuta trasferire a Brighton per
stare più vicino ai nipotini. Zio Lou non si
era preoccupato di rimpiazzarla e la casa
aveva assunto quell’aria provocatoriamente trascurata, come quella di un’entraîneuse da night club che, ben conscia
– data l’età – di non poter più permettersi di indossare camicette trasparenti in
acetato, seppur con una canottina sotto,
continua imperterrita a presentarsi con
la stessa mise di sempre. “Lo so, è un
macello”. Zio Lou sospirò e si piegò per
prendere un giornale vagante che tentava la fuga, riponendolo, con mano leggermente tremolante, in cima alla pila. I
piedi ossuti ballavano nelle babbucce con
la punta all’insù, le nappe dorate consunte e le dita ricurve ora erano tristemente
appiattite. “Al giorno d’oggi, avere qualcuno che si occupi della casa costa piuttosto caro. Ma entra tesoro. Qualcosa da
bere?”
Si divide fra Londra e lo stato di
New York, e all'università ha studiato
spettacolo e antropologia. Una donna eclettica, dunque, tanto da passare dalla scrittura di romanzi basati
sull'universo di Guerre Stellari (i cosiddetti EU, Expanded Universe) alla
sceneggiatura di episodi di X-Files, al
fantasy storico Mortal Love. Passando, ovviamente, per il thriller, di cui La
Luce naturale della morte è solo un
esempio. Insomma, Elizabeth Hand
è una donna dal multiforme ingegno,
tanto che il racconto Echo, del 2006,
si è conquistato il Nebula Award.
Il suo sito web è
www.elizabethhand.com
1341
Letteratura
“No grazie. Oh, ma sì, certo, se anche
tu prendi qualcosa.”
Zio Lou si chinò e le sfiorò la guancia
con un bacio. Non si era sbarbato e notò
sul collo una preoccupante vescica bluastra – ma in realtà non era che uno schizzo di dentifricio.
“La mia piccina” disse e si spostò in
cucina.
Mentre lo zio preparava da bere
Nina diede uno sguardo al suo studio, uno
spazio delimitato da muri di mattoni nascosto da una libreria con dozzine – forse
centinaia – di copie della serie By Night in
varie traduzioni. Vi erano altre pile alla
rinfusa di posta ancora chiusa e mai arrivata sulla scrivania dello zio.
Diede uno sguardo furtivo a una delle
buste. Il timbro postale riportava la data
di un mese addietro. Si guardò alle spalle, si mise a scartabellare tra la posta in
fretta e furia e trovò della corrispondenza
con il timbro della primavera passata. Udì
i passi dello zio appressarsi nell’ingresso
e si voltò immediatamente andandogli incontro.
“Grazie.” Prese il bicchiere di Martini
che le aveva offerto – era pulito, almeno
– e lo alzò per fare un brindisi.
“Cin cin”, disse lo zio.
Si incamminarono verso la sala da
pranzo che si affacciava su un cortile piuttosto ampio. Anni addietro zio Lou aveva
fatto in modo che lo spazio esterno tornasse ad essere un groviglio di cespugli di
more, con platani scoloriti dall’assenza di
luce ed edera terrestre. Sarebbe stato il
luogo ideale per far scorrazzare un cane,
ma zio Lou non ne aveva mai posseduto
uno. C’erano in giro segni di animali – forse volpi – il che, ad Hampstead, era cosa
4135
comune, sebbene Nina non avesse mai
percepito il loro tipico olezzo muschiato.
Si misero a tavola. Zio Lou aveva preparato un piattino di olive e alcuni biscotti
un po’ stantii. Bevvero e parlarono di un
articolo sui viaggi apparso sul Guardian la
settimana precedente, del cane rumoroso dei vicini di Nina e di persone di loro
conoscenza.
“Notizie di Valerie Minton?” chiese
Nina. Finì il suo drink e mordicchiò un’oliva. “È da un po’ che non ne parli”.
Lo zio sospirò. “Oh cara, triste storia.
Ma non te ne ho parlato? È morta a marzo. Roba di cuore – una vera benedizione.
Aveva un inizio di Morbo di Alzheimer.”
Tracannò il Martini e posò il bicchiere
vuoto accanto al suo. “Lo vuoi un consiglio? Non invecchiare.”
“Oh zio Lou.” Nina lo abbracciò. “Ma
tu non sei vecchio.”
Non era vero, ovviamente. Sapeva
bene quanto lo zio fosse diventato esile
e fragile. E mandare avanti la casa stava
diventando – decisamente – un vero fardello.
Gli prese la mano e lo fissò negli occhi. I capelli erano bianchi, più radi di una
volta. Il volto era solcato da rughe ma una
vita spesa a fare le ore piccole lo aveva
preservato dagli effetti dannosi degli ultravioletti, il che gli permetteva di sfoggiare ancora una pelle piuttosto elastica.
Zigomi alti, un severo profilo del naso e
una fossetta sul mento, sembrava un attore in tarda età; negli occhi un’incredibile sfumatura color ambra che, sotto una
luce intensa, apparivano estremamente
pallidi, quasi incolore. L’effetto teatrale
era accentuato dal suo modo di vestire
che, quel pomeriggio, consisteva in una
maglietta a stampa con motivi indiani su
L etteratura
pantaloni molto ampi di velluto a coste,
una volta gialli canarino ma oramai sbiaditi, quasi bianchi come i noccioli di un limone e l’immancabile anellone d’argento
all’indice della mano destra.
L’anello tremolò non appena mosse il
dito per rimproverarla. “Nina, Nina, sono
più che anziano, più vecchio di Matusalemme e Dio non me lo perdona.”
Nina rise e lo zio si voltò lanciando
uno sguardo malinconico al cortile. Ma
quanti anni aveva zio Lou? Almeno un’ottantina. Molti dei suoi amici erano morti;
altri si erano trasferiti per essere più vicini
ai figli o vivevano in case di riposo. La casa
di Nina era troppo piccola per ospitare
un’altra persona; avrebbe potuto trasferirsi lei a casa dello zio, ma sapeva bene
che lui non ne avrebbe voluto sapere.
Alcuni anni fa aveva venduto il marchio
e il catalogo della serie By Night per una
somma considerevole a un imprenditore del web. Forse avrebbe potuto essere
incoraggiato a cercare una sistemazione
in quelle strutture da fifì in cui vengono
ospitati anziani benestanti. Non avrebbe
aperto questo discorso proprio ora ma,
mentalmente, ne aveva preso nota; magari avrebbe trovato qualcosa del genere
vicino ad Hampstead.
Zio Lou le strinse la mano. “Ti andrebbe una passeggiata al parco?”
Nina annuì. “Buon’idea!”
Si incamminarono lungo un sentiero
che serpeggiava dolcemente in salita, dominato in fondo da una vecchia quercia.
La zona era frequentata da famiglie con
bambini e cani che scorrazzavano senza
guinzaglio.
“Oh, oh” Nina disse. Un setter irlandese dal manto di seta arrivò trotterel-
lando verso di loro. La ragazza si portò
al fianco dello zio, in cerca di protezione.
“Eccolo che arriva…”
Il cane si comportava con lo zio in
modo curioso, come se lo conoscesse da
tempo: avvicinatosi si acquattò zampe
in avanti e ventre a terra; poi cominciò a
strisciare lentamente verso di lui con flebili guaiti, scodinzolando all’impazzata.
Anche altri cani si comportavano
con lo zio in modo bizzarro: abbaiavano
o ringhiavano, orecchie all’indietro e coda
bassa; poi fuggivano, prima che lo zio potesse accarezzarli e tentasse di rassicurarli facendo dei versi appena percettibili.
“Ciao”. Zio Lou si fermò e – sorridendo – fissò il cane. Si piegò lievemente
sulle ginocchia e, accarezzando la fronte
della bestiola, sentì un fremito.
“Tu sei Conor, nevvero? Ma che bravo cucciolotto.”
Al tocco del vecchio il setter si alzò in
modo goffo e incominciò a danzargli intorno, scuotendo le orecchie.
”Scusi, scusi!” un uomo arrivò di corsa e afferrò il cane dal collare agganciandogli il guinzaglio “Non vorrei che la facesse cadere!”
Zio Lou scrollò la testa. “Oh, ma non
lo farebbe mai, vero Conor?”
Lui si chinò, prese la testa del cane
fra le mani e lo guardò fisso negli occhi.
Il setter si immobilizzò, come se avesse
percepito lì attorno la presenza della selvaggina; poi si accucciò ventre a terra, la
testa inclinata da un lato e gli occhi fissi
su zio Lou.
“Oh, bene, le va a genio”. L’uomo accarezzò la testa del setter e sorrise.
“Su Conor, andiamo!”
1361
racconto
Nina fece un cenno di saluto con la
mano mentre l’uomo si incamminava a
passo svelto trascinato dal setter al guinzaglio. Lo zio le stava accanto mentre
guardava le due sagome scomparire fra
gli alberi. Si rivolse alla nipote annuendo
come se quella circostanza non fosse capitata per caso.
“Mi piacerebbe che mi accompagnassi a una serata.” E indicò il sentiero,
sottintendendo che avrebbero dovuto
incamminarsi verso casa. “Sempre che tu
non abbia troppi impegni”.
“Ma certamente” Nina replicò.
“Dove?”
“Allo zoo.”
“Allo zoo?” Nina gli lanciò un’occhiata
di sorpresa. Sarebbe, infatti stato molto
più plausibile un invito dello zio ad un incontro clandestino notturno di dissidenti
politici o di artisti, ma non una visita allo
zoo.
“Sì, lo zoo di Whipsnade, non quello di Regent’s Park, dovremo raggiungere Dunstable in macchina. È una raccolta
fondi per la costruzione di un nuovo edificio, mi pare, per i pipistrelli della frutta in
via di estinzione o per i kiwi. Comunque,
è in notturna. Ci saranno giornalisti, qualche altolocato della zona e alcuni insignificanti VIP. Sai, cose del genere. Qualche PR
ha pensato bene che sarebbe divertente
se ci fossi anche io e tu potresti farmi da
dama per la serata.“
Fece scivolare la mano in quella di lei
e Nina rise. “Ma certo, mi sembra divertente. Quando? Devo vestirmi elegante?”
“Mercoledì prossimo. Credo che sia
richiesto un abbigliamento formale, senza
stramberie, ma tu sarai comunque bellissima, tesoro.”
6137
Arrivarono alla casa di Pallis Mews e
zio Lou si fermò. Strappò un fiore di clematide dal muretto ricoperto di edera e si
voltò per fissarlo all’occhiello della giacca
di lei. “Ecco fatto, il viola è il tuo colore
preferito, vero? Grazie per essere passata
a trovarmi.”
La baciò sulla guancia e Nina lo abbracciò stretto a sé. “Alla prossima settimana.”
Zio Lou, i lunghi capelli bianchi svolazzanti nella brezza della sera, annuì e – con
andatura incerta – entrò in casa.
La settimana seguente Nina si presentò puntuale all’orario concordato, le
16.45, in abbondante anticipo per le abitudini dello zio, ma volevano così evitare
il traffico dell’ora di punta sull’autostrada
M1. Fuori, di fronte a casa, il telone era
stato rimosso e ora, la Aston Martin, riluceva come oro al sole.
“Ciao cara, stai benissimo!” esclamò
lo zio mentre lei entrava in casa. “Vestito
nuovo? Delizioso.”
La baciò sulla guancia e lei notò le
gote di lui avvampare e un luccichio nei
suoi occhi fulvi.
“Anche tu stai benissimo” disse lei
ridendo. “Ma questa serata cela un altro
motivo? Non mi starai mica usando come
copertura per un tuo appuntamento?
Per un istante lo zio sembrò allarmato ma poi, facendo segno con la mano, disse “no”. Fece finta di sistemarsi la logora
giacca di velluto nero a disegno cashmere
con ricami argentati. “È da un pezzo che
non faccio vita mondana, tutto qui. E, ovviamente, devo essere alla tua altezza.”
Aspettò in casa mentre lo zio racimolava le chiavi, gli inviti, un bustone di
plastica da spedizioniere dei supermercati
Sainsburys e un ombrello.
racconto
“Sarà una bella serata” Nina disse,
squadrando l’ombrello.
“Hai ragione.” Zio Lou posò l’ombrello sul tavolo dell’entrata e si fermò, riprendendo fiato. Dopo un po’ fece scivolare la mano in tasca e tirò fuori un mazzo
di chiavi.
“Ecco”. Posò le chiavi nel palmo della
mano di Nina richiudendole le dita. “Voglio che la guidi tu.”
“Io?” gli occhi di Nina spalancati. “La
tua macchina?”
Zio Lou annuì. “Sì. È che non mi fido
più di me stesso. Una volta vedevo meglio
di notte che di giorno ma ora…” abbozzò
una smorfia. L’ultima volta che l’ho guidata sono finito sul cordolo vicino ai magazzini Tesco. Sai guidare un’auto col cambio
manuale?
“Sì , certo, ma…”
“Te la regalo.” Si voltò e afferrò una
busta da lettere dal tavolo di fianco. “È
tutto qui, ho già preparato i documenti. Libretto di circolazione e passaggio di
proprietà. È tua. Ci sono altri documenti
qui dentro. Puoi darci uno sguardo con
più calma.
Nina osservò le chiavi nella mano.
“Ma, zio Lou, sei sicuro?”
“Sicurissimo. Così fai colpo su quel
ragazzo che lavora nel tuo studio legale.
Posso sempre chiedertela in prestito se
mi servirà. Bene, faremmo meglio ad andare. Non vorrei arrivassimo in ritardo.”
Infilò la busta sotto il braccio e una
volta in macchina la fece scivolare nel
vano portaoggetti. “Ricordati che l’ho
messa qui dentro” disse, e sprofondò nel
sedile di pelle.
Correvano – direzione nord – nel traf-
fico intenso che cominciò a smorzarsi nei
pressi di Dunstables. Lo zoo era in campagna, a pochi chilometri dalla città, all’interno di un’area verde che si stagliava in netto
contrasto con il deprimente agglomerato
urbano alle sue spalle.
Zio Lou abbassò il finestrino e fece
entrare il profumo delle foglie d’autunno
e del fumo. Sul verde fianco di una collina
si scorgeva, in distanza, l’enorme scultura
di un leone. La luna stava sorgendo sulla
collina, macchiando d’argento il cielo blu
pervinca.
“Guarda”, disse Nina. “Non è magnifico?”
“Magnifico”, rispose lo zio stringendole la mano sul cambio.
Arrivarono all’entrata dello zoo poco
dopo l’inizio del ricevimento.
“Non parcheggiare lì”, disse zio Lou
quando Nina mise la freccia per entrare nel
parcheggio principale. “Vai avanti, lì, sulla
sinistra. È molto meno affollato e dopo potrai uscire più facilmente.”
La Aston Martin imboccò allora uno
stretto cancello che dava accesso a un parcheggio molto più piccolo dove c’era soltanto una manciata di veicoli, per la maggior parte camion e furgoni dello zoo.
“Ma si può parcheggiare qui?” gli chiese dopo aver parcheggiato l’auto sotto una
grande quercia dietro indicazione dello zio.
“Oh, ma certo. Non si riempie mai. È
un segreto.” Si tirò fuori dall’abitacolo con
una certa difficoltà tenendosi ben fermo
contro la capote, sospirando. “Giuro che
questa macchina si rimpicciolisce ogni volta che vi entro” e puntò dritto verso un
varco in mezzo ad una siepe cresciuta a
dismisura. “Da questa parte”.
138
Letteratura
“Ma come fai a sapere tutte queste
cose?” chiese Nina saltando con una certa cautela fra la siepe.
“Oh, beh, ogni tanto vengo qui a trovare degli amici. Ah, credo di aver trovato
il posto che cerchiamo…”
Lo zoo assomigliava più a un parco
che non allo zoo di Londra; più simile a un
podere con palazzo monumentale aperto
al pubblico. Solo che non c’era il palazzo,
ma elefanti, orici e altri enormi animali
selvatici. Il crepuscolo sempre più buio
aveva lasciato il posto alla sera, il cielo blu
come un lapislazzuli, la luna sospesa su di
loro e lo scintillìo di poche timide stelle.
Rumori sinistri echeggiavano nella notte:
acuti cinguettii; un fiutare rumoroso che
diventava un muggito; uno strano suono
sempre più forte e cupo.
“Tarabuso”, disse zio Lou, tendendo
il capo in direzione del suono.
Nina strizzò gli occhi nella luce che
scoloriva. “E tu come lo sai?”
“Sono una fonte inesauribile di informazioni inutili. Vi ho costruito una carriera.” Il sentiero li condusse in una vasta
area dove la folla si accalcava all’entrata di
un tendone bianco. Alcuni addetti alla sicurezza e diversi uomini e donne in divisa
identificabili come custodi si mescolavano fra la gente in abiti che – con l’eleganza – avevano solo un lontana parentela.
Accanto al tendone, in una piccola
biglietteria, una signora di mezza età in
una mantellina di pelliccia ecologica esaminò l’invito di zio Lou.
“Ma io la conosco” disse, rivolgendogli un sorriso smagliante. “Per colpa di
Atene by Night ho incontrato mio marito.
È sua figlia?”
8139
“Mia nipote.” Zio Lou prese la mano
di Nina nella sua.
La donna smarcò i loro nomi sulla lista e fece un cenno in direzione del tendone. “Potete andare a prendere dello
champagne. E buon divertimento!”
Il ricevimento era stato organizzato
a favore di un nuovo rifugio – del tutto
all’avanguardia – per i gufi comuni, gufi a
rischio di estinzione come il gufo reale eurasiatico e il gufo nano. Sotto il tendone,
tavolini apparecchiati in bianco e argento, ospitavano vassoi di tartine e antipasti elaborati che ricordavano, nella forma,
gufi, lune piene e pipistrelli. In un angolo,
un grande gufo con una catena sottile attaccata alla zampetta era appollaiato sulla mano di un ragazzo alto e biondo che
indossava un guanto di pelle per proteggerla e la livrea degli addetti del parco.
Molti ospiti si erano radunati intorno al
gufo che li guardava con minacciosa alterigia arruffando ogni tanto le penne e
chiudendo il becco con fare rumoroso.
Dopo una puntatina diritto al bar, Nina e
zio Lou ora gironzolavano sotto il tendone
e – sorseggiando lo champagne – ammiravano il plastico in 3D della futura Casa
del Gufo. Alcune persone si avvicinarono
a zio Lou, gli strinsero la mano e lo salutarono chiamandolo per nome, compresa Miranda Eccles, un’anziana scrittrice di
una certa fama. Nina aveva sempre sentito dire in giro di una storia d’amore tra
i due. Mentre parlavano, la ragazza sgattaiolò per andare a prendere altri due bicchieri di champagne ma quando tornò, la
donna non c’era più.
“Andiamo a salutare il gufo”, disse
zio Lou.
Mollò il suo bicchiere vuoto a un cameriere che passava e prese quello pieno
L etteratura
da Nina. Procedettero lentamente verso
il gruppo di fronte, facendo attenzione a
non versare lo champagne. Il gufo dava le
spalle agli spettatori.
“Non trovi che assomigli a Miranda?”
osservò zio Lou. Il gufo ruotò la testa bruscamente disegnando uno sconcertante
angolo di 260 gradi. Gli occhi gialli fissarono zio Lou, le pupille grandi come una
moneta da una sterlina. Senza alcun preavviso aprì le ali agitandole con fare minaccioso e schiuse il becco per emettere
uno stridio assordante.
Nina rimase senza fiato, altri gridarono per poi scoppiare in una risata nervosa
non appena l’addetto pose velocemente
un cappuccio di tela sul volatile.
“È irrequieto,” spiegò, sistemando il
cappuccio. “Luna piena, vuole andare a
caccia. E non è abituato a tanta gente.”
“Mi sento anch’io così.” Zio Lou prese Nina per il gomito e la condusse verso
l’uscita. “Andiamo fuori a fare due passi.”
Si sbarazzarono dei bicchieri vuoti e
si incamminarono nella notte. Sembrava
che lo champagne avesse dato a zio Lou
nuovo vigore: si voltò indietro, fissò la
luna; rise e puntò verso un nero groviglio
di alberi in lontananza.
Disse “Qui.”
Cominciò a correre così velocemente che Nina riusciva a malapena a stargli
dietro. Quando lo raggiunse lui le prese la
mano e rallentò.
“Sei stata davvero una brava nipote.”
Abbassò lo sguardo su di lei. Nina notò
per la prima volta che aveva dimenticato
di sbarbarsi, forse non lo faceva da giorni.
Una barba grigia, corta e ispida gli ricopriva la mascella e il mento. “Mi chiedo
come mio fratello e tua madre abbiano
potuto fare una figlia così meravigliosa,
ma sono felice che ti abbiano fatta.”
“Oh, zio Lou.” Gli occhi di Nina pieni
di lacrime. “Anch’io.”
“Lo so. Ecco”. Si fermò e con non poco
sforzo si sfilò l’anellone d’argento. Afferrò
il polso di Nina e glielo infilò all’indice della mano destra. “Voglio che lo abbia tu.”
Lei lo guardò stupita. “Mi va! Mi è
sempre sembrato così grande!” Un raggio
di luna fece risplendere il ciuffo bianco
di zio Lou; si portò l’anello alle labbra e
le baciò le nocche, i capelli bianchi, soffici sul mento le sfiorarono la punta delle
dita.
“Ma certo che ti va. Abbiamo le stesse mani,” disse e lasciò la presa. “Andiamo.”
Attraversarono con facilità habitat
modificati. Si imbatterono in cartelli che
– nascosti dietro fossati o recinzioni abilmente progettati per sembrare rampicanti, canne o alte graminacee – segnalavano la presenza in quei luoghi di antilopi e
cammelli battriani. Sbucarono in una strada aperta al solo transito dei mezzi dello
zoo alla quale si accedeva da un cancello
che conduceva ad una savana artificiale
dove cacciavano leoni e ghepardi.
Nina non scorgeva la presenza di
animali sebbene, ogni tanto, percepiva il
puzzo di sterco o muschio, l’aspro odore
di fango di uno stagno artificiale o di una
palude. Grugniti e stridii si erano affievoliti in un buio sempre più fitto e le creature tutte si disponevano per la notte
o, se predatori, diventavano silenziosi e
guardinghi.
Ma ecco che, dagli alberi, risuonò un
grido incerto e solitario per poi dissolversi
bruscamente così come era nato. Nina si
sentì raggelare.
1401
racconto
“Cosa è stato?” sussurrò. Ma zio Lou
non rispose. Si avvicinarono alla zona alberata, nel punto in cui il vialetto di ghiaia
si biforcava. Senza esitazione alcuna zio
Lou prese a sinistra.
Lungo il sentiero si profilavano ancora più alberi, i rami si intrecciavano in
un boschetto ribelle, in una boscaglia di
piante spinose. Ghiande e faggine scricchiolavano sotto i loro piedi, sembrava
che stessero entrando in una foresta. Vi
era un odore pungente di felce e poi un
altro ancora, che non riuscì a distinguere
ma che sapeva, di certo, di animale.
Zio Lou si fermò dopo alcuni minuti.
Lanciò uno sguardo dietro di sé e – per un
istante – rimase fermo, in ascolto.
“Per di qua” disse chinando la testa
sotto gli alberi.
“Ma possiamo stare qui?” gli chiese
Nina con un filo di voce insistente, ma lo
zio le fece eco. “Di notte, tutto è possibile. Shhh!”
Lei farfugliò qualcosa cercando di
sbirciare nonostante la folta vegetazione. Riuscì finalmente a piegare la testa e
a farsi largo facendosi scudo con le mani
sul volto. Le more erano dappertutto
sul vestito e quando un rovo le graffiò la
gamba, trasalì. Poi il sottobosco si diradò
e Nina si ritrovò in una radura coperta da
foglie secche. Enormi alberi si stagliavano
minacciosi contro il cielo illuminato dal
bagliore della luna. Zio Lou stava lì, sotto
un albero, respirava affannosamente, lo
sguardo fisso verso una collinetta a qualche centinaia di metri di distanza, alberi
sul pendio tra rocce e viti selvatiche.
“Zio Lou?”
Fece per andargli incontro ma si raggelò appena scorse una figura scura che
0141
ondeggiava fra i massi; poi scomparve.
Prima che riuscisse ad emetter suono udì
la dolce voce di zio Lou.
“C’è una recinzione.”
Deglutì, e battendo le palpebre cercò
di guardare nella direzione da lui indicata;
scorse una tralicciatura, appena visibile,
di rete metallica attorcigliata. Attese che
il battito del cuore tornasse alla normalità, poi si precipitò al suo fianco.
E ora, sì, riusciva bene a scorgere dietro alla rete metallica, un profondo fossato in cemento largo 6 metri – o giù di lì –
che si estendeva nell’oscurità in entrambe
le direzioni. La vite era cresciuta qua e là
sui bordi ricoperti da strati di muschio e
foglie secche.
Si trovavano alle spalle di uno dei recinti, un posto assolutamente vietato ai
visitatori.
“Zio Lou,” Nina sussurrò con una nervosa voce stridula.
Ma non appena ebbe aperto bocca
si materializzò nuovamente quella figura
indistinta, immobile, sul lato più lontano
del fossato, proprio di fronte a loro. Chinò il capo mostrando il dorso massiccio;
raggi di luna rilucevano nei suoi occhi così
che – per un istante – si tinsero di rosso,
poi distese le zampe anteriori e si acquattò. Un lupo.
Nina lo osservava attentamente, lacerata tra un senso di sconcerto e le sue
ataviche paure, per nulla rassicurata dalla
presenza del fossato. Ma quando una seconda sagoma guizzò affianco alla prima
trasalì.
“Sono buoni,” le sussurrò zio Lou.
Un terzo lupo sbucò dagli alberi trotterellando, e un altro, e un altro ancora
racconto
finché, alla fine, ai piedi della collina se ne
schierarono sette. Fissavano il vecchio, la
lingua a penzoloni fra le lunghe fauci. Si
accovacciarono sull’erba uno alla volta, in
posizione guardinga.
“Cosa fanno?”, sussurrò Nina.
“Quello che facciamo noi,” rispose
zio Lou. “Scusami un secondo – la natura
mi chiama…”
Le diede una pacca sulla spalla e si
diresse a passo svelto dietro un altro albero.
Nina si voltò per educazione – a volte
capitava che lo zio si allontanasse nel bel
mezzo di una lunga passeggiata nel parco vicino a casa e ritornasse, scuotendo la
testa borbottando “vescica da vecchio.”
Rivolse nuovamente lo sguardo ai
lupi che ora sembravano alquanto irrequieti. Il lupo più grande rizzò il capo.
Stava scrutando qualcosa su in alto poi si
alzò in modo goffo. Nello stesso istante
Nina udì un fruscìo tra le cime degli alberi
seguito da uno scricchiolìo.
“Zio Lou?” Lanciò un’occhiata all’albero dietro il quale lo zio era andato a
liberarsi.
“Tutto bene?”
Il fruscìo divenne più forte. Nina alzò
lo sguardo e vide uno dei rami più alti piegarsi pericolosamente tanto che la punta lambiva il fossato. Un grosso animale
biancastro stava scendendo dal grande
ramo precipitando foglie secche e detriti sul terreno di sotto. Un raggio di luna
illuminò il ramo e Nina portò la mano alla
bocca: zio Lou nudo procedeva a passo
lento, il ramo, sotto il peso, si fletteva
sempre più. I lupi sussultarono e si misero in fila lungo la recinzione, gli occhi fissi
sulla figura sopra di loro. Il grosso ramo
si spezzò con un fragoroso schianto. Nello stesso istante zio Lou fece un balzo, la
sua pallida forma si attenuò nell’oscurità,
atterrò sull’erba e rotolò fra quelle creature.
Nina lanciò un urlo e avanzò, poi si
fermò; faceva fatica a riconoscere suo zio
– in quella immagine indistinta frammista di foglie e polvere, ricoperta di pelo
– dall’altro lato del fossato. I lupi gli danzavano intorno, code basse, teste alte,
poi – quando uno dei lupi fece per alzarsi
– indietreggiarono. Aveva quasi la stessa
mole del lupo più grande. Il muso bianco e
grigio-piombo e la punta argentata. Scrollò il capo sollevando un turbine di foglie
e rametti, impietrito mentre l’altro grande maschio gli si avvicinava per annusargli prima il posteriore e poi il collo. Infine
sfiorò il muso bianco del nuovo arrivato,
con un ringhio giocoso, come in una finta
battaglia e gli altri lupi, con un guizzo, si
unirono al gioco menando la coda. Nina
osservava, era troppo sconvolta, non riusciva a fare un passo. Solo quando i lupi si
voltarono e cominciarono a fluire nel buio
riuscì a urlare.
“Aspettate!”
Il lupo più grande si fermò e – voltatosi – le lanciò un’occhiata, poi scomparve nel sottobosco assieme agli altri. Solo
il lupo grigiastro si attardò a guardare
Nina. Sostenne lo sguardo di lei a lungo,
gli occhi fulvi e il muso chiaro si rivestirono d’oro al chiarore lunare. Poi, anche lui
andò incontro al buio.
Nina scosse la testa cercando di riprendere fiato. Lo stupore si fece più
denso – era terrorizzata pensando al ricevimento che si stava svolgendo non lonta-
1421
Letteratura
no da lì. Corse all’albero che aveva scalato
zio Lou e lì sotto trovò la busta di plastica
dei supermercati Sainsbury. Dentro erano
i suoi abiti, la giacca di velluto e i pantaloni
a coste, le calze e l’intimo e per ultime, le
logore babbucce con la punta all’insù. Nel
vederle scoppiò a piangere, ma si asciugò
prontamente le lacrime. Afferrò la busta
e portandola al petto, si catapultò in direzione degli alberi e del ricco sottobosco
finché raggiunse nuovamente il sentiero. Riuscì, in qualche modo, a ritrovare
la strada che conduceva al parcheggio
dove aveva lasciato la Aston Martin. Non
incontrò anima viva. Camminava a passo
svelto, ma poi incominciò a correre man
mano che si appressava alla siepe che limitava il parcheggio. La luna era tramontata dietro gli alberi. I suoni provenienti
dal ricevimento erano scemati da un pezzo nel lontano ronzio delle auto che andavano via.
Mise in moto la Aston Martin guidandola con cautela nel viale di accesso.
Il cuore era a mille e cominciò a calmarsi soltanto quando imboccò l’autostrada.
Ora singhiozzava senza freni, ma riusciva
ancora a tener d’occhio il contachilometri
per non superare il limite di velocità. Finalmente era arrivata a casa. Parcheggiò
l’auto nel garage sottostante e lasciò un
biglietto sul parabrezza per il guardiano;
in questo modo non avrebbero rimosso
l’auto forzatamente. Recuperò la busta
dal vano portaoggetti, racimolò gli effetti
personali di zio Lou e andò di sopra. Si servì qualcosa di forte – un Martini – lo trangugiò tutto d’un fiato e, con mano tremolante, aprì la busta. Vi trovò una lunga
e affettuosa lettera dello zio, il certificato
di proprietà della Aston Martin, istruzioni molto dettagliate su come disfarsi de-
2143
gli abiti e le risposte alle inevitabili strane
domande che sarebbero ben presto sorte
riguardo alla sua scomparsa. Trovò anche
i recapiti dello storico commercialista dello zio e del suo avvocato. Naturalmente,
una copia del testamento.
Oltre alla macchina, Nina ereditava l’appartamento di Pallis Mews e tutto
quanto in esso contenuto insieme ad azioni della By Night. E c’era pure un generoso
lascito per lo zoo di Whipsnade, con una
clausola indicante una cospicua somma
da destinare, per sempre, alla salvaguardia dell’habitat del lupo bianco.
Nina vendette la Aston Martin. Costava caro mantenerla e poi si preoccupava che potesse essere danneggiata o
rubata. Sei mesi dopo si trasferì nell’appartamento di Pallis Mews, non prima di
aver provveduto ad alcuni lavoretti di ristrutturazione e aver regalato gli abiti ancora buoni dello zio ad un organizzazione
umanitaria, tenendo per sé, però, le babbucce con la punta all’insù.
Va ancora a trovare zio Lou, ogni settimana. Prende il treno per Luton e il bus
che porta allo zoo. Raramente il settore
in cui sono ospitati i lupi è affollato, neppure di domenica e Nina spesso se li gode
sola soletta. A volte, il vecchio lupo grigio
si accuccia sul bordo della recinzione e la
osserva attentamente con quegli occhi
fulvi e – di tanto in tanto – atteggia il bianco muso all’insù e ulula, quasi gorgheggia
come un tirolese. Ma molto più spesso lo
trova sdraiato su di un masso ricoperto di
muschio, respiro lento, occhi chiusi. Dorme, nel pomeriggio assolato: una vera goduria da lupi.
nUOVI ORIZZONTI
Il fantas y
orie nta le
Sebbene il fantasy orientale abbia
destato in Europa e USA la curiosità di molte
persone grazie soprattutto ad anime, manga
e ad alcune pellicole cinematografiche, bisogna
riconoscere che allo stato attuale nella sua versione letteraria rimane ancora pressoché sconosciuto. Soprattutto per quanto riguarda le
particolarità che lo contraddistinguono.
Copyright © Kurodahan Press
di MASSIMO SOUMARÉ
una frontiera
ancora ignota
Esso si compone di opere differenti da
quelle che siamo abituati a leggere dove mancano, sostituiti da altri, parecchi degli elementi
caratteristici presenti nei testi occidentali di
questo filone. Sono assenti, ad esempio, le creature sovrannaturali del mondo nord europeo
che cedono invece il passo a quelle del folklore cinese, giapponese e di altri paesi asiatici.
Sono storie concettualmente assai diverse
dai racconti d’ambientazione orientale degli scrittori americani ed europei.
Nello specifico, nel fantasy giapponese e cinese possiamo distinguere due
filoni principali. Uno che si ricollega strettamente alle tipologie occidentali di questo genere fantastico e un altro che basa
le sue radici su miti, leggende e religioni
dell’Estremo Oriente.
Nel secondo caso, i protagonisti sono
spesso guerrieri solitari che ricordano le figure
degli scontrosi rônin del medioevo nipponico o
i wuxia, i cavalieri erranti cinesi. Spesso sono
dei paria senza compagni, appena tollerati dalle rigide caste delle società costituite.
D’altra parte, nel caso della produzione
giapponese, dobbiamo considerare che ci troviamo di fronte ad una società in cui è il gruppo ad assumere importanza rispetto al singolo.
Ecco quindi che il concetto della compagnia
d’avventura presente in molte opere americane
ed europee diviene meno importante e sostituito dall’opposto motivo, del singolo che agisce individualmente. Ovviamente l’eroe ha
degli amici che lo aiutano, ma spesso si tratta
d’individui che decidono semplicemente di agire per un
tempo limitato o per
un particolare scopo
con il protagonista il
cui senso di solitudine continua a permanere.
Tale caratteristica la troviamo,
per citare solo alcune tra le molte opere esistenti, sia nel
ciclo di Seirei no
moribito (Il guardiano dello spirito) di
Nahoko Uehashi
composto di dieci
romanzi il cui primo
volume, inaspettatamente, è stato tradotto e pubblicato anche in
italiano con il titolo di Moribito - Il guardiano
dello spirito da Salani Editore nel 2009, diventando il primo libro di «fantasy orientale»
scritto da un giapponese a essere edito
nel nostro paese; sia nel ciclo di Jûnikokuki (I dodici regni), undici volumi per un totale
di oltre sette milioni e mezzo di copie vendute
nel solo Giappone illustrati magistralmente da
Akihiro Yamada, di Fuyumi Ono tradotto
anche in inglese e che introduce stilemi al di
fuori di quelli canonici quale l’idea della quest
classica che qui viene ampiamente modificata.
In entrambe le due serie, scritte per un
pubblico di adolescenti ma lette da un notevole
numero di adulti egualmente a quanto è avvenuto con Harry Potter di J. K. Rowling, i toni
cupi e a volte la crudezza psicologica e fisica di
alcune scene possono lasciare turbati i lettori.
Tuttavia esse contribuiscono a conferire una
grande realtà e un profondo pathos drammatico ed emotivo alla storia.
In Moribito,
Nahoko Uehashi,
antropologa che insegna alla Kawamura Gakuen Women’s University
e che ha vissuto tra
gli aborigeni australiani, riesce a infondere nelle pagine dei
suoi romanzi ciò che
ha imparato dalle
sue esperienze personali descrivendo,
ad esempio, in che
modo si concia una
pelle o come si caccia. Lo stesso vale
per i combattimenti e gli scontri. La
Uehashi, infatti, ha
fatto ampiamente tesoro delle sue conoscenze
nelle arti marziali.
Per Balsa, la volitiva e battagliera protagonista della storia, il passaggio da una vita
tranquilla a una sanguinosa genera un desiderio di morte parossistico. La conseguente ricerca di un equilibrio, che è l’accettazione
della propria parte di luce e tenebre, costituisce un elemento importante.
Elemento ripetuto del fantasy orientale e
che ritroviamo pure nel personaggio di Yôko di
Jûnikokuki. Anch’esso ambientato in un mondo fantastico ma con regole e una concezione
del mondo fortemente legata al concetto e alla
filosofia di governo degli imperatori cinesi, a
differenza di Moribito che invece si fonda sul
modello del Giappone medioevale. Jûnikokuki, che da luglio del 2012 passerà dall’editore
Kôdansha alla Shinchôsha e sarà interamente
riedito in una nuova veste grafica, per di più
mette in evidenza un aspetto che invece non
viene praticamente mai trattato nelle opere
145
144
Copyright © Kurodahan Press
di fantasy orientale di autori occidentali, cioè
quello della scrittura (considerato il diverso
background culturale degli scrittori non c’è da
stupirsi; in Giappone, Cina e Corea è data grande importanza alla calligrafia). Nell’universo
dove Yôko viene catapultata esiste un sistema
di caratteri simili a quelli cinesi e giapponesi, ma con caratteristiche del tutto originali e
Fuyumi Ono dedica vari brani ad approfondire il concetto di questa scrittura. Un tocco che
contribuisce ad affascinare il lettore.
Un notevole successo, inoltre, ha conosciuto la serie Saiunkoku monogatari (Storia
del paese delle nubi colorate) di Sai Yukino
destinata a un pubblico di ragazze, ma anche
molto amata dagli adulti, modellata sulla struttura dell’antico sistema amministrativo della
Cina della dinastia Tang (618-907 d.C.) e sui
classici della letteratura cinese I briganti, attribuito a Shi Nai’an (1296-1372 d.C.), e Il romanzo
dei tre regni scritto da Luo Guanzhong (13301400 d.C.).
Anche i primi due racconti della serie del
monaco zen Ikkyû Sôjun, misto di horror e dark
fantasy collocato storicamente nel Giappone tra
il XIV e il XV secolo, dello scrittore Ken Asamatsu (noto internazionalmente anche per le
antologie da lui curate pubblicate dalla Kurodahan Press) editi in Italia nelle antologie ALIA3 e
ALIA Giappone della CS_libri sono preziosi per
vedere quanto complesso e diverso dal contesto americano e europeo sia stato lo sviluppo
del fantastico nell’Estremo Oriente.
Il filone del fantasy d’impronta occidentale è, invece, rappresentato da titoli
quali il monumentale ciclo di Guin sâga (La
saga di Guin, edito in Italia dalla Editrice Nord
nella traduzione condotta sulla versione inglese) di Kaoru Kurimoto (1953-2009), da Arusurân senki (La leggenda di Arslan) di vaga
ispirazione persiana di Yoshiki Tanaka, che
dimostra come gli autori nipponici sappiano
muoversi in ogni ambientazione, da Rôdosutô
146
senki (Cronache della guerra di Lodoss) di Ryô
Mizuno, dal romanzo Gin’iro no Shanûn
(Shanoon l’argenteo) e dalla trilogia Âsâô
kyûtei monogatari (Storia della corte di re
Artù) di Reiko Hikawa.
Guin, il muscoloso eroe di La saga di
Guin dalla maschera di leopardo, riunisce in
nUOVI ORIZZONTI
sé le figure di diversi eroi classici della Sword
and sorcery. Deve molto al personaggio di
Conan di R.E. Howard, possedendone la medesima forza e furbizia, ma è molto più freddo
e ha conoscenze decisamente maggiori, tratti
che, insieme con una certa aurea da eroe maledetto, lo avvicinano pure al Kane di K. E. Wagner e in misura minore a Elric di Melniboné
Copyright © Kurodahan Press
di M. Moorcock in quanto possessore di capacità «magiche» come quella che gli consente
di poter comprendere ogni tipo di linguaggio.
Eppure, anche qui riscontriamo delle particolarità giapponesi osservabili, più che nei temi
trattati, nelle descrizioni degli ambienti e dei
personaggi e nell’atmosfera.
In Ôkami to kôshinryô (Il lupo e le spezie), Isuna Hasekura crea una vicenda costruita sulla dimensione commerciale dell’Europa del medioevo/Rinascimento dando vita a un
fantasy originale dove, a parte alcuni elementi
magici, la vicenda si concentra sulle attività di
compravendita con il tipico amore nipponico
quasi manualistico ed enciclopedico per il dettaglio della vita di tutti i giorni e sulle professioni unito a una grande abilità nel tratteggio dei
personaggi.
Reiko Hikawa, specializzata particolarmente nel fantasy di tipo occidentale, nell’interessante saggio scritto a quattro mani con Davide Mana Amici immaginari - L’Occidente
nel fantasy giapponese e il Giappone nel
fantasy occidentale: streghe e miko, cavalieri e samurai (incluso nella rivista Porti di
Magnin n° 73, 2011), nota come nel suo libro
Gin’iro no Shanûn, in cui descrive cavalieri
occidentali, abbia involontariamente inserito un elemento che non dovrebbe apparire in
un’opera fantastica ispirata alla storia medievale europea. La reincarnazione. E ancora, ammette che in Âsâô kyûtei monogatari, trilogia
che riprende il mito arturiano, pur sforzandosi
di non apportare modifiche ai temi principali
della leggenda, la parte su cui ha riscontrato
maggiori problemi nella stesura è stata quella
sul Santo Graal perché faticava a comprendere il significato profondo della coppa che aveva
raccolto il sangue di Cristo. Dal suo punto di
vista, la leggenda di Artù e il Santo Graal sono argomenti esotici e difficilmente
comprensibili. Non per nulla, nonostante i
numerosi riferimenti che troviamo nei manga,
147
anime e videogiochi giapponesi a re Artù (un
titolo per tutti il bel Fate/stay night), la letteratura fantastica nipponica all’opposto ha
prodotto pochissimo riguardo al suo mito e
per trovare un altro testo ispirato al leggendario re inglese dobbiamo addirittura risalire
a un racconto del grande romanziere Sôseki
Natsume (1867-1916).
Le riflessioni di Hikawa ci portano a
domandarci anche quanto ci sia in realtà
di pensiero, filosofia e storia occidentali
nei lavori degli autori americani ed europei che scrivono fantasy di ambientazione orientale.
Intendiamoci, libri come La leggenda
di Otori di Lian Hearn o Kizu no kuma
di Francesca Angelinelli sono narrativamente ben scritti e curati nelle ricerche, ma
indubbiamente esiste una differenza fondamentale, che è sempre bene tenere presente, tra il fantasy orientale prodotto da autori
occidentali e quello da orientali. Il primo può
essere pensato come un’elaborazione di un
Oriente visto attraverso i filtri della cultura
occidentale, così come il fantasy occidentale
degli scrittori orientali che è invece modificato attraverso il sentire della cultura in cui
sono cresciuti.
Indiscutibile è la popolarità raggiunta nel Sol Levante da alcune opere fantasy,
tra le quali spicca il grande successo di The
Slayers di Hajime Kanzaka (il cartone animato è stato trasmesso anche nel nostro paese) arrivato a superare la sbalorditiva cifra
di venti milioni di copie vendute, piazzandosi
così alle spalle del popolarissimo La saga di
Guin con i suoi oltre trenta milioni di copie.
Se esiste un fantasy giapponese rivolto
a un pubblico più adulto, in questi ultimi anni,
ugualmente alla fantascienza, i maggiori
successi tra i lettori sono però nati nel
genere delle «light novels», una specie
di corrispettivo della letteratura «young
adult» americana, illustrati da disegni in stile manga e anime. Assistiamo, poi, a un forte
sincretismo tra i vari generi del fantastico, a ragione del quale frequentemente non
è così semplice catalogare i diversi lavori, e
che raggiunge vette estreme in una serie di
grande successo quale To aru majutsu no
indekkusu (A certain magical Index) di Kazuma Kamachi, perfetto equilibrio tra SF e
fantasy, con personaggi dotati di poteri ESP
contrapposti a maghi.
È inoltre da considerare come il
fantasy cinese, molto più di quello nipponico, sembri mostrare una predilezione per le storie basate sulla tradizione
autoctona. Haitian Pan, ex-architetto e
scrittore, nel 2002 con alcuni amici, ha creato un mondo alternativo fantastico di stampo
orientale denominato Jiuzhou (Nove terre) e
dal 2004 è capo editor della rivista Odyssey
of China Fantasy nella quale sono pubblicati
storie lì ambientate e la cui prima edizione
ha venduto oltre ottantamila copie. Il suo racconto Yongheng de cheng (La città eterna)
facente parte, per l’appunto, del ciclo della
saga delle Nove terre è stato edito anche
in Italia nell’antologia ALIA storie, CS_libri,
e la sua lettura è utile per incominciare ad
accostarsi al tipo di fantasy oggi prodotto in
Cina.
Il genere è molto attivo anche in Taiwan e in Corea, dove alle numerose pubblicazioni in traduzione dei romanzi giapponesi
si affianca l’ampia e ormai matura produzione degli scrittori locali sviluppando una dimensione letteraria del fantasy proveniente
dall’Oriente, estremamente estesa ed importante, che meriterebbe di essere maggiormente tradotta e conosciuta sia in America
che in Europa.
148
nUOVI ORIZZONTI
Romanzo di Fuyumi Ono/illustrazione di Akihiro Yamada/editore Shincho Bunko
Si leggono libri nello Yemen? Ci sono
scrittori laggiù? Hanno dei giornali da leggere? Di cosa scrivono? La risposta è ovvia:
nello Yemen esiste una letteratura, giornali
di ogni genere fanno capolino dalle piccole
edicole e gli stili degli autori sono di ottima
qualità. L’unico ostacolo, come appare
dalle domande suddette, è la conoscenza,
lo studio e la diffusione, in Occidente, di
questo tipo di letteratura. Se ne parla
troppo poco. Un vero peccato se pensiamo
al grande patrimonio culturale che perdiamo
e alla possibilità di venire a contatto e conoscere un mondo diverso ma ricco.
La storia della narrativa yemenita è piuttosto giovane e strettamente legata ai cambiamenti storici e sociali avvenuti nel Paese.
Inutile negare che la piaga più dolorosa è,
ancora oggi, quella dell’analfabetismo e che
in certi luoghi della regione lo stile di vita è
ancora arcaico. L’unificazione avvenuta nel
1990 ha rappresentato una “data spartiacque” nella società yemenita, avvicinando il
Nord conservatore al Sud più aperto.
La letteratura è stata fortemente influenzata da tutti questi stravolgimenti,
ma ha saputo trovare una strada propria
e molto particolare, a metà fra modernismo e tradizione, per un motivo ben
preciso: un lungo isolamento rispetto agli
altri Paesi arabi, dove il risveglio culturale,
cioè la nahdah è arrivato prima, e una forte
emarginazione rispetto all’Occidente.
150
nUOVI ORIZZONTI
151
la letteratura
di FRANCESCA ROSSI
tra voglia di cambiamento,
malinconia e rivendicazioni politiche
I temi ricorrenti nelle produzioni degli
autori yemeniti sono molteplici: l’emigrazione è il più sentito, dal momento che
molti uomini, per continuare gli studi o lavorare, sono costretti a partire verso l’Europa,
gli Stati Uniti, o altri Paesi arabi; la poligamia, strettamente connessa alla questione dell’emigrazione, poiché gli uomini che
espatriano spesso si rifanno una vita nella
nazione che li ospita e, al loro ritorno, sono
accompagnati dalle nuove mogli; la solitudine delle donne che restano da sole ad attendere mariti e fidanzati; il diritto allo studio ed il problema dell’analfabetismo,
soprattutto femminile, che non consente alle
giovani di essere veramente libere; i matrimoni combinati, consuetudine nello Yemen,
che spezzano per sempre i sogni di molte
ragazze; la questione delle spose bambine, di drammatica attualità; l’emancipazione della donna; le dure condizioni di vita,
soprattutto nelle zone rurali, a cui sono collegati i temi della povertà, delle malattie e
dell’ignoranza; il difficile rapporto uomo/
donne; il nazionalismo ed il desiderio di
vivere all’interno di uno Stato che sancisca uguali diritti e doveri.
La figura della donna è la più sfaccettata: è madre, moglie, giovane sposa
che attende il ritorno del marito, simbolo di una condizione e di una nazione,
figlia che obbedisce o si ribella pur sapendo che può costarle la vita, eroina o
derisa senza pietà.
152
Gli autori yemeniti hanno saputo raccontare tutto questo cercando
di fondere contenuti profondi e complessi con uno stile e generi d’avanguardia, di sperimentazione e con un
gusto estetico in continua evoluzione.
Nonostante la “giovane età” di
questa letteratura, vi sono già due
generazioni di scrittori che si distinguono non solo per l’evidente fattore
cronologico, ma anche per le scelte
stilistiche.
In cosi poco spazio non è possibile menzionarli tutti, ma dovremo
accontentarci di analizzare solo qualche esempio tra i più rappresentativi:
Zayd Muti Dammag (1943-2000) è
uno dei più noti romanzieri yemeniti sia in patria che all’estero. La sua
attività letteraria si è sempre fusa in
modo eccellente con l’impegno politico. Appartiene alla prima generazione
di autori ed il suo romanzo L’Ostaggio (Al-Rahinah), del 1984, è considerato uno degli esempi più alti della
narrativa araba del XX secolo. Nelle
sue opere è forte la critica all’ingiustizia sociale, alla triste condizione della
donna e alla situazione di arretratezza sociale e culturale vissuta per anni
dal Paese.
Tra i pionieri non mancano di
nUOVI ORIZZONTI
certo le donne; Ramziyyah Abbas
Al-Iriyani (1955) è una delle intellettuali più celebri nello Yemen. Consigliere al Ministero dei Diritti Umani e Presidentessa dell’Unione delle
Donne del Paese, Ramziyyah è ricordata come la prima donna yemenita
ad aver pubblicato un romanzo: La
vittima dell’avidità (Dahiyyat Al
Giasa) del 1970.
Per quanto riguarda la nuova generazione di autori, tra le stelle di prima grandezza troviamo Muhammad
Al Garbi Amran (1958), capace
di incantare i lettori con il suo stile
diretto, scarno ma, al tempo stesso,
brillante.
Tra le donne possiamo ricordare
Afrah Al-Sadiq (1965). Autrice talentuosa e vivace, Afrah ha scritto il
romanzo Lo Specchio (Al-Mir’ah),
incentrato sulle donne in carriera alle
prese con il loro corpo e le pretese di
perfezione imposte dalla società e da
stereotipi femminili dilaganti.
Questi esempi sono solo la punta
dell’iceberg di una letteratura vicina,
per certi temi e per le tecniche narrative, a quella occidentale.
In questo articolo si è deciso di
privilegiare la produzione in prosa.
La poesia yemenita, però, possiede
altrettanto fascino ed altrettanta
vivacità, che rappresentano l’eredità della tradizione araba classi-
153
ca e della cultura orale locale. Versi politici, sociali, ma anche d’amore,
come dimostrano quelli di Nabilah
Al-Zubayr:
“Tra la terra e le pleiadi
Lì, ti amo
Tra le tue qualità è ciò che
non sopporto
E tra la partenza senza … non
c’è via Tra il mio pianto per te
E il trepidare.”
(Testo in traduzione tratto dal volume “Lo
Yemen raccontato dalle scrittrici e dagli
scrittori”, a cura di Isabella Camera d’Afflitto, editrice Orientalia, 2010)
nUOVI ORIZZONTI
L'immagine e la parola di
Tsutomu Nihei
di CLAUDIO CORDELLA
Tsutomu Nihei, classe 1971, laurea in architettura, dopo aver lavorato per un certo periodo in uno studio di New York si è dedicato a
tempo pieno al lavoro di mangaka. Non tardando a distinguersi in campo fumettistico grazie al
suo indiscutibile talento.
Se oggi possiamo dire che sia un fatto comune per i sensei della “letteratura disegnata”
del Giappone essere tradotti all'estero, dato il
successo riscosso dai manga negli altri paesi, al
contrario non sembra esserci da parte degli artisti nipponici una pari curiosità verso gli autori
stranieri. In genere pare che siano solo gli artisti
più celebri e culturalmente preparati, come Jirō
Taniguchi o Katsushiro Ōtomo ad esempio,
a essere in grado di guardare oltre i confini del
loro arcipelago natale. Personaggi di questo calibro, celebri di livello internazionale, arrivano a
stringere fruttuose collaborazioni con firme importanti della “letteratura disegnata” occidentale. D'altra parte è pur vero che l'industria editoriale giapponese è un colosso dalle dimensioni
impressionanti, tale da lasciare ben poco spazio
a infiltrazioni estere presso il già saturo mercato locale. Quindi risulta essere degna di nota
l'apertura di Nihei alle influenze fumettistiche
della Bande dessinée francese, in particolare
del franco-serbo Enki Bilal.
Il primo lavoro di questo architettofumettista in qualità di esordiente è Buramu (Blame), un racconto breve ambientato
in una megalopoli claustrofobica, incentrato
sulle indagini di un poliziotto di nome Kirii (Killy). Apparso nel 1995 all'interno del magazine
Afternoon, Blame presenta due elementi
154
caratterizzanti della futura produzione di
Nihei: le opere di macro-ingegneria architettonica, gli esseri mostruosi nati da una
scienza fuori controllo, a sua volta frutto
di un'ingegneria genetica e di una bionica
che hanno ridefinito il concetto di umano.
Simili tematiche sono tratte dagli stilemi più tipici del cyberpunk: non a caso gli scenari urbani
degradati, dominati da una tecnologia pervasiva e pericolosa, si ritrovano nel romanzo Neuromancer (Neuromante) di William Gibson,
l'opera cardine di questo genere.
In particolare a noi pare evidente la parentela della produzione fumettistica “niheiana”
con il ciclo di Schismatrix (Matrice spezzata)
di Bruce Sterling, incentrato sulla lotta tra
due specie post-umane, senza dimenticare altre opere similari della più moderna fantascienza tecnologica; ad esempio Vacuum Flowers
(L'intrigo Wetware) di Michael Swanwick oppure i romanzi della The Confluence Series di
Paul J. McAuley. Inoltre, poiché la manipolazione della carne vivente è uno dei temi cardine
di questo mangaka, non ci pare improprio accostare i suoi manga alla cinematografia fantahorror di David Cronenberg. Per di più a livello
iconografico Nihei si mostra affascinato dalle
opere di Hans Ruedi Giger; il geniale artista
svizzero che ha concepito l'aspetto dello xenomorfo del film Alien di Ridley Scott. Quest'ultima è un'autentica pellicola cult, non per niente
assieme al leggendario Blade Runner, sempre
dello stesso Scott, ha definito i canoni del cyberpunk cinematografico. Tutte queste suggestioni
verranno nel corso degli anni filtrate, rimescolate e riplasmate da questo autore di fumetti per
creare qualcosa di nuovo.
“Questo misero mondo
elettronico organizza la
realtà oggettiva grazie
alla Rete”.
Tsutomu Nihei,
Buramu!
156
Per leggere un manga di ampio respiro di
questo mangaka si deve però attendere Buramu! (Blame!), pubblicato prima a puntate
sulla rivista Afternoon e poi in una serie di 10
volumi tra il 1998 ed il 2003. In Italia questi
ultimi sono usciti, dal 2000 al 2004, sotto l'etichetta della casa editrice Panini. È a questa
prima versione che noi faremo riferimento.
Segnaliamo, tuttavia, come di recente sia iniziata la distribuzione di una nuova edizione:
diversa per numero e formato degli albi editi,
oltre che per una diversa traduzione dal giapponese.
Il protagonista di Blame!, omonimo
del poliziotto della novella del '95 e fisicamente simile a lui, è un eroe solitario, armato
di una potente pistola a onde gravitazionali. Il compito di Killy è quello di cercare
i geni che compongono la cosiddetta “Rete
dei geni terminali”, all'interno di una
sconfinata megalopoli. Durante il suo
peregrinare per livelli, cunicoli e
mega-strutture architettoniche,
il nostro eroe si scontra con alcuni esseri artificiali: gli Esseri di
silicio e le Safeguard. I primi appartengono
a una specie post-umana, basata sul silicio e
non sul carbonio, che considera gli Homo
sapiens come degli inutili insetti da
sopprimere alla prima occasione.
Ugualmente minacciosi sono i
secondi, legati a una non ben
specificata Safenet, i quali
vedono gli esseri umani
che vagano in questa
città senza nome, privi della “Rete dei geni
terminali”, come degli
intrusi da massacrare.
Lo stesso Killy non sarebbe nient'altro che una Safeguard, appartenente a una
generazione precedente di
questi esseri. Il che potrebbe farci meglio comprendere perché nel corso
del suo viaggio egli si
allei con delle Safeguard speciali,
nUOVI ORIZZONTI
come Dhomochevski e Iko, intente anch'esse a
lottare contro i misteriosi Esseri di silicio.
Nei capitoli finali di questo manga Killy rincontra la Safeguard Sakan; la guerriera,
presentatici al principio come una sua nemica
e una sterminatrice di innocenti, ora si fa viva
per chiederne l'aiuto e non per combatterlo. Costei in grado di beneficiare di più di un corpo,
dopo essersi reincarnata in un nuovo involucro,
contatta Killy e lo incarica di una nuova missione: preservare un misterioso oggetto sferico, il
Corpo Centrale. Si tratta molto probabilmente di
una nuova forma di vita, proveniente dall'ultimo
avatar di una scienziata di nome Tsubo, un'alleata di antica data del nostro eroe. Le ultime
tavole di Blame! dedicate a un Killy ferito, privo
di una gamba ed esausto, ci mostrano la sua
risalita verso lo spazio aperto.
Dobbiamo infine sottolineare che sino al
termine del secondo volume di Blame!, laddove
avviene l'incontro tra Killy e Tsubo, Nihei tenti
di seguire una sceneggiatura, seppur abbozzata
e assai vaga, per poi perdere il filo della scarna
trama sin lì intessuta negli albi successivi. Da
qui in poi l'autore punta unicamente sulle
suggestioni delle sue tavole, via via sempre più spettacolari e immaginifiche. L'autore mostra in tal modo di avere un approccio all'arte fumettistica diverso da quello di
Bilal, di cui imita il “tratto sporco”, avvicinandosi piuttosto alle idee di Jean Giraud,
alias Moebius: un altro grande del fumetto
francese, recentemente scomparso (proprio
quest'anno). Nelle sue opere più rivoluzionarie
e innovative, come Le Garage Hermétique (Il
Garage Ermetico), il testo diventa un ornamento
surreale e incomprensibile delle tavole mentre
l'idea di seguire qualsivoglia canovaccio narrativo viene abbandonata sin dall'inizio. In Arzach
Moebius, analogamente a quanto possiamo riscontrare nella maggior parte dei capitoli di Blame!, la parola scritta viene tralasciata in favore
della pura immagine. Le morti e le resurrezioni
di Tsubo, la quale cambierà più di un corpo passando da un avatar all'altro, protagonista come
Sakan di stupefacenti metamorfosi, senza contare l'incontro con enigmatici personaggi dagli
scopi incomprensibili, contribuiscono a dar vita
a una nerissima odissea hi-tech. Lo scenario in
cui si muovono le creature di Nihei è un'inconcepibile costruzione iper-tecnologica,
una mostruosità al cui confronto gli esseri
che la abitano appaiono simili a minuscoli
insetti, moscerini che si agitano in un ambiente che non comprendono.
Delle avventure di Killy esiste pure una
sorta di prequel, Noise, edito in Giappone nel
2000 e pubblicato in Italia nel 2009, uscito nelle
fumetterie nostrane in un'edizione speciale assieme al vol. 9 di Blame!. Quest'ultimo, aldilà di
una trama da fanta-thriller, imperniata su atroci
esperimenti condotti su cavie umane, ha il pregio di svelarci la reale natura della città multilivello di Killy. Qui, per la prima volta, assistiamo
alla nascita di una megastruttura che ingloba
sia la Terra sia il suo satellite. La metropoli vista
in Blame! sarebbe allora un'opera di macro-ingegneria su scala cosmica. Si aggiunga poi che
nel successivo artbook Blame! And So On
157
nUOVI ORIZZONTI
158
del 2003, è lo stesso Nihei,
intenzionato a chiarire le
idee ai suoi fans, a fornire
un diametro dell'ordine di
grandezza di 32.675 Unità
Astronomiche (UA), equivalenti a 4,901,250,000 Km,
per questa “città”. In un sequel di Blame!, Net Sphere Engeener, la discendente di un Essere di silicio
di nome Pcell, uno dei tanti
avversari incontrati da Killy durante il suo cammino,
esce dalla megastruttura
per poi lanciarsi nel vuoto
interstellare.
Dopo Blame! Nihei
ha occasione di offrire
la personale reinterpretazione del personaggio
di Wolverine, uno dei più
celebri characters della
casa editrice statunitense Marvel. Nel fanta-horror Wolverine: Snikt! il noto
mutante, caratterizzato da
un incredibile potere di guarigione, da uno scheletro
composto dall'indistruttibile adamantio e dagli artigli
retrattili sulle mani, viene
trasportato nel futuro per
aiutare una popolazione decimata da un batterio carnivoro chiamato Mandate.
In seguito per il nostro
artista è la volta dei due volumi di Abara, una miniserie dalla trama incomprensibile ma caratterizzata da un
tratto che raggiunge nuove
vette di maturità artistica,
capace di delineare con maestria un paesaggio urbano
155
159
sporco, marcio, sospeso tra antico e moderno.
Qui si consuma la lotta tra due mitiche creature:
il Gauna nero e la sua controparte bianca; mostri
“alla Giger”, come già lo erano stati sia gli Esseri
di silicio o gli altri esseri artificiali di Blame!.
Per attendere un'altra opera di una certa
lunghezza da parte del nostro bisogna attendere l'uscita dei 6 volumi di Biomega, editi tra il
2004 e il 2009. Tutto ha inizio con l'apparizione
di un virus, l'N5S, che trasforma le persone in
una sorta di zombie, i Droni. Un essere umano
sintetico, Zoichi Kanoe, viene allora incaricato
dalle Industrie Pesanti dell'Estremo Oriente di
proteggere una fanciulla immune alla malattia,
Ion Green. Intanto due potenti organizzazioni, la
CEU (Compulsory Execution Unit) e la DRF (Data
Recovery Foundation), sono ben decise a voler
sfruttare l'epidemia per i loro loschi fini.
Peccato che, proprio negli ultimi due
albi, Nihei si lasci, per l'ennesima volta,
sfuggire la mano: la Terra subisce un'inconcepibile metamorfosi, mutando in un
incomprensibile artefatto: il Ricreatore. Anche in questo caso, analogamente alla “città” di
Killy, abbiamo a che fare con un manufatto dalle
dimensioni cosmiche. Anzi, ci pare che Nihei abbia voluto superarsi in fatto di trovate surreali,
avendo immaginato questa volta una struttura
tubolare del diametro di 100 km, lunga ben quattro miliardi e ottocento milioni di km. Tra scene d'azione, meraviglie e orrori bio-tecnologici,
compresa la ricomparsa dei Droni, per Zoichi
e i suoi alleati giunge il momento dell'agognata sconfitta di Nyaldee. Costei è un’immortale
dotata di poteri paranormali, leader indiscussa
della DRF e responsabile della distruzione del
nostro mondo, desiderosa di ottenere il controllo
del Ricreatore.
Attualmente questo mangaka è a lavoro
su una cupa space-opera, The Sidonia no
Kishi (Knight of Sidonia), la cui traduzione e
pubblicazione dei diversi volumi è iniziata anche
in Italia. Si tratta della prima incursione dell’autore nell'avventura spaziale, a cui in preceden-
za si era avvicinato solo con due racconti brevi:
Zeb-Noid e Insetti alati corazzati da combattimento – Sphingidae, entrambi realizzati a colori e costituiti da poche pagine. Il primo
racconta dell'incontro/scontro tra l'umanità con
una temibile specie insettoide mentre il secondo
contiene “in nuce” alcuni elementi che ritroveremo in seguito in Knight of Sidonia. Se in ZebNoid un pilota umano e una guerriera aliena,
dopo aver reciprocamente distrutto i rispettivi
veicoli militari, si scoprono simili, suggellando
con la loro unione una nuova era di pace, invece
in Sphingidae assistiamo alla gloriosa missione
di un possente vascello militare. Un pianeta, la
Terra molto probabilmente, è stato distrutto e
per rappresaglia viene organizzata una spedizione in grande stile: non mancano né i robot giganti, bizzarri costrutti tecno-organici, simili a quelli
già visti in Zeb-Noid, né gli eroici soldati capaci
di qualsiasi impresa. Tutti impegnati, in una lotta
senza quartiere, contro i pericolosi alieni Gauna.
Simili ingredienti, adeguatamente modificati e
ampliati, gli ritroveremo successivamente nel
ben più elaborato plot di Knight of Sidonia.
Bisogna dire che Nihei, affrontando
temi caratteristici della space-opera, come
le invasioni aliene e le arche interstellari,
sembri apprezzare questa volta l'appoggio di una robusta sceneggiatura. La Terra
è scomparsa, devastata da una specie aliena
incomprensibile e potente: i Gauna. Adesso solo
un grande vascello, la Sidonia, rappresenta la
salvezza per il genere umano. Il protagonista del
manga, Nagata Tanikaze, dopo aver vissuto
per molti anni in completo isolamento in un settore deserto della nave, viene scoperto e accetta di diventare un pilota, salendo a bordo di uno
dei robot giganti usati per la difesa della Sidonia. Questi ultimi, a differenza dei mezzi robotici
apparsi in Zeb-Noid e in Sphingidae, sono realizzati con grande accuratezza e realismo; studiati
nei minimi particolari e privi di qualsivoglia linea
tecno-organica. Gli episodi relativi ai misteri della vera identità di Tanikaze e al passato di questa colossale astronave, in viaggio nello spazio
nUOVI ORIZZONTI
da diversi secoli, sono alternati con le scene d'azione degli
scontri con gli extraterrestri.
Le preoccupazioni di carattere bioetico di Nihei, riguardo a una scienza generatrice di
orrori, ricompaiono ancora una
volta anche in Knight of Sidonia. Non solo i Gauna, chiamati
con lo stesso nome delle aberrazioni bio-genetiche di Abara
e degli extraterrestri di Sphingidae, ricordano nell'aspetto le
consuete mostruosità che popolano tutti i manga “niheiani”,
ma ci viene fatto pure cenno
di atroci esperimenti compiuti
sui corpi di ibridi umano-alieni.
Anche un Gauna catturato, il
quale ha assunto l'aspetto del
pilota umano che ha ucciso,
viene trattato come una cavia
priva del benché minimo diritto.
Senza contare la presenza di un
personaggio che sembra esser
tenuto in vita, quale punizione
per un crimine da lui commesso, come parte integrante del
computer della Sidonia. Si aggiunga a questo l'esistenza di
un gruppo segreto di immortali,
una cricca che guida da secoli
questo mondo viaggiante, una
élite di privilegiati a cui forse
appartiene lo stesso Tanikaze.
D'altronde gli stessi abitanti della Sidonia non sono dei
semplici umani, tutti quanti mostrano di possedere capacità
post-umane; ad esempio, eseguendo la fotosintesi come le
piante possono economizzare
le risorse disponibili, rimanendo per giorni senza mangiare.
Inoltre, hanno svincolato la ri-
produzione dai vincoli della natura e alcuni di loro appartengono a un terzo sesso neutro, in
quanto né maschi né femmine.
Il solo Tanikaze, il quale però
molto probabilmente è un immortale, non un semplice Homo
sapiens, non sembra possedere
tali caratteristiche. Il poveretto
per questo motivo viene deriso,
visto da molti come uno sgradevole mangione, se non addirittura quale una sorta di barbaro, rozzo e primitivo.
Nemmeno a dirlo la Sidonia, pur non avendo le dimensioni inconcepibili di un
Ricreatore o della “città” di Blame!, è anch'essa un incredibile
labirinto, con le sue meraviglie
e i suoi orrori, accuratamente
celati alla vista dei più. Assai
singolare è la scelta di Nihei di
citare esplicitamente la raccolta di stampe Ukiyo — e Cento vedute del Monte Fuji,
notissima opera incompiuta del
pittore e incisore Katsushika
Hokusai (1760 – 1849). Tra un
capitolo e l'altro di Knight of Sidonia sono state inserite delle
apposite illustrazioni, chiamate
Le Cento vedute della Sidonia;
queste ultime aprono degli interessanti squarci su questo
universo chiuso, condannato
a un viaggio che pare essere
eterno. La trovata dell'astronave gigante, con tanto di case e
civili ospitati nel suo ventre metallico, protetta dagli attacchi
alieni da squadriglie “robottoni”
è un chiaro richiamo all'anime
Chōjikū yōsai Makurosu
(Fortezza superdimensionale
Macross).
Invece l'ibridazione del
cyberpunk con la fantascienza
spaziale deriva da quegli autori
emersi negli anni '80, ad esempio come i già citati Sterling,
McAuley e Swanwick, che sono
da annoverare tra i pionieri di
simili esperimenti letterari. Effettivamente Knight of Sidonia,
più che a qualsiasi altra cosa,
assomiglia ai più recenti esiti
della space-opera dimostrando che Nihei non solo è stato
capace di raggiungere nuove
vette di bravura nell'impostazione delle tavole ma anche
nell'elaborazione dei suoi testi.
Un fumettista, come a buon ragione sosteneva Moebius, può
svincolarsi se lo desidera dalla
gabbia della parola scritta ma,
aggiungiamo noi, solo a un patto: che egli si dimostri capace
di padroneggiarla. Soprattutto
se decide di intraprendere la
strada, coraggiosa, di abbandonarla. Insomma, prima di abbandonare l'idea di seguire una
trama, bisognerebbe imparare
a scriverne una e solo adesso
ci pare che il nostro sia riuscito
nell'impresa.
In buona sostanza, dopo il
termine di Knight of Sidonia, le
scelte in tal senso di Nihei, pro
o contro l'impiego di una sceneggiatura in un manga, saranno senz'altro maggiormente più
ponderate che in passato.
160
C INEMA E TV
AMERICAN HOR
Nata dalla mente dei produttori di Glee Ryan Murphy
e Greg Falchuk, American
Horror Story è una serie televisiva statunitense andata
in onda con successo negli
States su FX e trasmessa in
Italia da Fox.
La prima peculiarità
di AHS che balza all’occhio dello spettatore è la
sua natura antologica: il
progetto prevede infatti una
storia diversa per ogni stagione del serial, in modo da
non obbligare lo spettatore a
seguirle tutte e non logorare
troppo una vicenda che, dopo
le prime stagioni, rischierebbe di perdere lo smalto (dice
niente Heroes?). Un altro
aspetto interessante è che
AHS era già nella mente di
Murphy & Falchuk prima
ancora di Glee, ma sarebbe
stato proprio il successo ottenuto in America da quest’ultimo progetto a far ottenere il
disco verde ad AHS, che tratta tematiche senza dubbio più
adulte e sensibili.
La prima stagione di
American Horror Story è
ambientata a Los Angeles, in
quella che, come più volte viene definita nel serial, è “una tipica villa vittoriana di L.A. anni
Venti”. Puntata dopo puntata,
scopriremo che la villa è una
vera e propria “monster house”, inserita in un tour appositamente dedicato alle case
stregate. Una scia di sangue
attraversa tutta la storia della
magione sin dalla sua costruzione... Sembra che tutto abbia avuto origine a causa dei
primi inquilini della villa: l’ex
medico di grido di Hollywood
Charles Montgomery, che
praticava aborti clandestini
nello scantinato, sua moglie
Nora e il figlioletto neonato
Thaddeus. Negli anni Sessanta fu la volta di alcune studentesse di infermeria morte
nella villa a causa di un gruppo
di emulatori di Charles Manson. Dieci anni dopo, due gemelli entrati per caso nella
villa persero tragicamente la
vita in circostanze sospette.
162
ORROR STORY
163
di PIA FERRARA
Negli anni Ottanta una nostra
vecchia conoscenza uccise il
marito fedifrago e la cameriera con cui lui la tradiva. Negli
anni Novanta fu un giovanotto
a farsi uccidere assediato dalla
squadra SWAT in camera sua,
colpevole di aver compiuto una
strage a scuola sotto l’effetto
di droghe. In tempi molto più
recenti morì nella villa la coppia di restauratori che l’aveva
acquistata per rinnovarla e rivenderla a prezzo maggiorato.
La lunga serie di tragici
eventi non scoraggia i coniugi Harmon dal trasferirsi nella
casa. Ben, psicologo, e Vivian
(Dylan McDermott e Connie
Britton) hanno bisogno di un
cambiamento radicale dopo
che lui l’ha tradita in seguito a
un aborto spontaneo di lei. La
giovane figlia Violet (Taissa
Farmiga) adora la sua nuova
casa, ma fatica a inserirsi a
scuola e intreccia una morbosa
relazione con un paziente di suo
padre, Tate Langdon (Evan
Peters), che sogna di uccide-
re i suoi compagni di scuola
vestito da cavaliere della morte. Man mano altri personaggi
si aggiungono al cast: la cameriera Moira, che le donne vedono come una vecchia triste
e tetra (Frances Conroy) e gli
uomini come una giovane seducente e ammiccante (Alex
Breckenridge); Larry, il misterioso individuo con metà
volto sfigurato dal fuoco (Denis O’Hare); Hayden (Kate
Mara), l’ex amante di Ben,
che lo segue da Boston perché
incinta; l’inquietante vicina di
casa Constance (il Premio
Oscar Jessica Lange) con
una figlia affetta da sindrome
di Down di nome Adelaide
(Jamie Brewer) che cerca in
ogni modo di sgattaiolare in
casa; una misteriosa presenza
nota come “Rubber Man” vestita solo di una tuta di lattice
si aggira inoltre nei corridoi,
seducendo Vivian, che crede
che sotto la tuta sia nascosto
suo marito Ben.
C INEMA E TV
American Horror Story riesce a
giocare abilmente sulle paure recondite dello spettatore mantenendo un
livello costante di tensione in chi assiste anche solo a uno stralcio di episodio. Le storie dei personaggi e le loro vite si
intrecciano in un mosaico che si svela pian
piano, mostrandosi nella sua completezza
solamente negli ultimi episodi, ma mantenendo il segreto su alcuni tasselli che potrebbero tornare nelle serie successive. Oltre a chiedersi chi è malvagio e chi non lo è,
approcciando American Horror Story occorre chiedersi prima di tutto chi è morto e chi non lo è, perché il velo che separa
vivi e defunti è più sottile e diafano di quanto si pensi. A una sceneggiatura e una regia
perfette si unisce la capacità di catturare lo
spettatore senza ricorrere a mezzi di fidelizzazione sempliciotti (chiudere la puntata
sul più bello… dice niente Lost?). Ryan
Glee Murphy riesce al contempo a
inserire una colonna sonora di
tutto rispetto che va da oscuri
brani ripescati dagli anni Cinquanta (Tonight You Belong To Me di Patience
& Prudence) al Twisted
Nerve tanto caro a
Quentin Tarantino, a
canzoni più recenti come Special Death
di Mirah e
numerosi
brani di
Carina
Round (Do You, For Everything a Reason).
La serie attualmente si compone di
un’unica stagione di dodici episodi, tuttavia
è stato già confermato un rinnovo per l’annata 2012/13. Per venire incontro alla natura antologica del progetto, sarà modificata
l’ambientazione spazio-temporale nonché,
seppur parzialmente, il cast. Al momento si
sa solo che la vicenda si svolgerà in un istituto di igiene mentale dell’East Coast diretto da Jessica Lange (Constance nella prima stagione) e che l’azione avrà luogo negli
anni Sessanta. D’altra parte, già nella prima
stagione del serial abbiamo potuto apprezzare una perfetta ricostruzione di epoche
passate, che si trattasse degli anni Venti,
Quaranta, Sessanta, Settanta, Ottanta o
Novanta.
Oltre a Jessica Lange, altri volti noti
del cast della prima stagione sono stati
confermati per la seconda: Evan Peters, che
in AHS 1 interpretava lo psicopatico Tate
Langdon, tornerà come regular; Zachary
Quinto, uno dei precedenti proprietari della villa maledetta, sarà promosso a regular;
promozione anche per Lily Rabe, che nella
prima stagione era Nora Montgomery e per
Sarah Paulson, la medium Billy Dean Howard. Niente conferma invece per i protagonisti, la “felice” famigliola Harmon: il marito
fedifrago Ben (Dylan McDermott), la moglie
depressa Vivien (Connie Britton) e l’inquieta e autolesionista figlia Violet (Taissa Farmiga). Ryan Murphy si è tuttavia lasciato
sfuggire che anche alcuni membri del cast
della prima stagione che non hanno firmato
il rinnovo potrebbero comparire di tanto in
tanto sul set, come guest star.
165
Oltre alle novità sulle presenze e
sulle assenze nel cast, fioccano aggiornamenti sulle new entries: nel momento in
cui scriviamo sappiamo che Adam Levine, il frontman dei Maroon 5, interpreterà la metà di una coppia nota come “The
Lovers”. È attualmente ignota l’identità
dell’altra metà del suo cielo. Confermata
invece la presenza di Chloe Savigny che
interpreterà “Shelly la ninfomane”, nemica di Jessica Lange. Lizzie Brocheré
sarà un’ulteriore avversaria per la Lange,
Gia, un personaggio che, all’avvio dei casting, era stato descritto come ispirato al
ruolo di Angelina Jolie in Ragazze Interrotte (che ricordiamo, valse alla bella Angelina un Oscar come Miglior attrice non
protagonista). Anche James Cromwell
si unirà al cast della seconda stagione,
tuttavia al momento è ancora ignoto quale
sarà il suo ruolo. Tra i vari personaggi femminili ce ne sarà inoltre uno, non sappiamo
se Gia, Shelly o un altro ancora, magari interpretato dalla Rabe o dalla Paulson, che
è stato internato a causa della sua omosessualità, tematica cara a Ryan Murphy, già presente nella prima stagione di
AHS e uno dei temi cardine di Glee. Come
si intuisce, il personaggio interpretato da
Jessica Lange sarà positivo, a differenza
di quanto accadeva nella prima stagione
con l’ambigua Constance. Ryan Murphy
ha annunciato che ognuno degli attori confermati per la seconda stagione avrebbe interpretato un ruolo
opposto rispetto a quello ricoperto
nella prima. Evan Peters, che nella prima stagione era stato definito da Murphy
“ultimate badass bad boy” (che non traduciamo perché l’espressione perderebbe
qualcosa), nella seconda sarà l’eroe del
166
167
serial. Murphy ha inoltre dichiarato che gli attori saranno
truccati in modo da risultare diversi anche fisicamente dai
personaggi interpretati nella prima stagione. Vi lasciamo con un’ultima novità: Ryan Murphy si è lasciato
sfuggire di avere già alcune idee in mente per una
terza stagione di American Horror Story, nella quale
potrebbe tornare una casa stregata a fare da sfondo
alla vicenda. In fondo, secondo le parole dello stesso produttore, “di case stregate nella tradizione americana ce ne
sono così tante…”.
Consigliamo, dunque, la visione di AHS 1 prima
che parta la seconda stagione, ma ribadiamo che le
due storyline dovrebbero essere indipendenti. Anche
per chi non ha visto la prima serie appuntamento con
American Horror Story 2 per il prossimo autunno!
C INEMA E TV
c anesla
Quella
LANNA
di CARLO
Non ci sono più i film horror di una
volta; ora sono fin troppo artefatti, senza
mordente e pieni zeppi di cliché. In Quella
casa nel bosco, invece, l’accoppiata Joss
Whedon e Drew Goddard ha ridato nuova linfa ad un genere cinematografico che
sembrava essere morto e sepolto, riuscendo
a miscelare sapientemente horror e humour.
Nonostante il film fosse già pronto da
più di un anno, la casa di produzione ha deciso di posticiparne l’uscita poiché non credeva nel successo della pellicola. Pare che
nessuno abbia ancora capito che lo sceneggiatore Joss Whedon è una tra le menti
più geniali di Hollywood. Sfruttando quindi
il successo di The Avengers, il film è arrivato nelle sale, e in poco tempo ha scalato
la vetta dei botteghini. Un successo del tutto meritato. Whedon e Goddard, infatti,
rimaneggiando i tòpoi dell'horror anni ’80,
riescono a creare una pellicola davvero intrigante, emozionante e splatter quanto basta.
Un lungometraggio pieno di cliché e di citazioni, certo, ma è l’idea di fondo che ha
reso questo film quasi un cult di nuova
generazione.
Tutto ha inizio quando Curt il belloccio
di turno, interpretato da un altrettanto aitante Chris Hemsworth, organizza un week-end di puro relax e divertimento in una
sperduta casa nel bosco. Il ragazzo coinvolge in questa “avventura” la sua fidanzata
168
bosco
alle radici dell’horror
Jules e lo stralunato Marty. A loro si unisce il classico bravo ragazzo Holden e per
ultima la titubante Dana. Nessuno poteva
immaginare che, in poco tempo, il loro viaggio si sarebbe trasformato in un incubo. La
pittoresca e alquanto spettrale casetta nel
bosco nasconde mille segreti che i ragazzi
scopriranno quasi casualmente. Dana, infatti, tramite la lettura di un diario risveglierà
una famiglia di voraci zombi. Inizierà quindi
una terribile corsa contro il tempo, per uscire vivi da questo incubo. I ragazzi non sanno che la casa è il frutto di un esperimento
messo in atto da alcuni loschi individui, per
mettere a tacere la fame di alcune potenti
divinità infernali.
Il palese richiamo alla saga di Sam
Raimi, La casa, ricorre come un eco in
tutto il film; eppure quel genio di Joss Whedon riesce a creare una vicenda elettrizzante ed innovativa. La scrittura è lucida,
ironica, dissacrante e riassume quei
temi tanto cari allo sceneggiatore. Con
la complicità degli effetti speciali, di
una doppia linea narrativa ultra-citazionista e meta-cinematografica, e con
un mix di sangue, azione, paura e risate, emerge la vera essenza del film: un
racconto sulle ragioni di una società
consumista che spinge lo spettatore a
nutrirsi di follie sanguinarie e humour
nero.
Una pellicola che riesce a “bucare” lo
schermo, non solo grazie a un'ottima sceneggiatura, a dialoghi graffianti e ad una
regia incisiva, ma anche grazie ad altri tre
punti di forza: le atmosfere, le citazioni
televisive e i personaggi. Quella casa
nel bosco, infatti, ha ripreso le atmosfere
gotiche e malsane di Venerdì 13, riadattandole con una buona dose di violenza gratuita e di sangue a fiumi. È un viaggio tra
quelli che sono stati i film horror più
famosi degli anni ‘80 e ’90, ma soprattutto Joss Whedon trae spunto da alcuni suoi
script televisivi per creare un’ottima vicenda
di fondo.
Per chi ha avuto modo di seguire le
vicende televisive del vampiro senz’anima,
Angel, leggerà tra le righe molte similitudini tra il film e la serie tv. Il mito dello studio
legale della Wolfram & Hart, infatti, come
satira sociale e sadico consumismo, fa da
eco nella produzione cinematografica; infine i personaggi fanno da collante al resto
della pellicola. Nonostante non manchino i
cliché, i produttori sono riusciti a sfatare
il mito “dell’eroe” nei film horror: non è
più il classico belloccio o ragazza impacciata e innamorata del protagonista a sopravvivere al massacro, ma sono ben due i personaggi che non ti aspetti a sopravvivere e
scoprire cosa c’è in fondo all’incubo di cui
sono stati partecipi.
Quella casa nel bosco è horror
atipico che trascende la sua stessa
natura. L’inventiva sta proprio nel mischiare le carte, e sbalordire fino alla
fine il pubblico.
Pensate quindi di sapere tutto sui film
horror? Quando vedrete questa pellicola,
le vostre certezze verranno letteralmente
stravolte, perché siamo di fronte davvero
un capolavoro incompreso, di uno dei
registi e sceneggiatori nerd più famosi dello
showbiz.
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w w w.sp e e chlessmagazine.com
Speechless Magazine ©2012 - numero uno - www.speechlessmagazine.com
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