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08 Marzo 2007
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La legge elettorale non è un'opinione
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La legge elettorale non è
un'opinione
Luca Tancredi Barone
Gli scienziati e i «bachi» che affliggono la democrazia rappresentativa italiana
Una testa un voto? I matematici e i fisici che studiano i sistemi consultivi hanno scoperto che
con le regole vigenti un elettore molisano può valere la metà di un trentino. Ma nessuno li
ascolta né li consulta. Neanche in vista della riforma di cui tanto si parla
Luca Tancredi Barone
Li ha ascoltati proprio tutti, dice. E ora è pronto a scrivere la sua proposta di legge
elettorale per metterli d'accordo. Ma il ministro Vannino Chiti qualcuno si è
dimenticato di consultarlo. E forse un giorno potrebbe pentirsene.
Sono gli studiosi dei sistemi elettorali. Non quelli che si confrontano a colpi di
dinamiche sociali e filosofie politiche: un approccio importante che in Italia è
largamente prevalente. Ma quelli che i sistemi elettorali li studiano dal punto di
vista matematico. E che, per esempio, hanno scoperto - senza che ciò generasse
alcun allarme - che sia la legge elettorale vigente per la camera che quella per il
senato contengono dei «bachi» molto seri che mettono in dubbio la legittimità
stessa del sistema: un bel problema, dal momento che la legge elettorale è il
«cuore pulsante» della democrazia rappresentativa, come ha scritto il giurista Mario
Patrono.
Cerchiamo di capire il problema. Applicando la procedura stabilita dalla legge
270/2005 per l'elezione della camera, può accadere che si attribuiscano a una lista
più (o meno) seggi di quelli che la lista ottiene per effetto di altre disposizioni della
legge stessa. Con il risultato che nell'ultima tornata elettorale, un elettore molisano
valeva la metà di un elettore trentino: a causa dell'errore tecnico di cui il legislatore
non si è accorto - ma che era stato ampiamente previsto su lavoce.info da Aline
Pennisi, Federica Ricca e Bruno Simeone - il Molise ha perso uno dei tre deputati a
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cui aveva diritto a favore del Trentino-Alto Adige. Mentre a Campobasso, dunque, è
stato eletto un deputato ogni 161 mila abitanti, a Trento ne hanno uno ogni 89
mila, in netto contrasto con l'articolo 56 della Costituzione, che prevede una
distribuzione dei seggi proporzionale alla popolazione.
Il nodo sta nel meccanismo di ripartizione dei seggi frazionari effettuato a livello
delle singole circoscrizioni. Non sempre il numero dei seggi calcolati a livello
nazionale coincide infatti con la somma dei seggi calcolati su base circoscrizionale
(un problema noto come «allocazione biproporzionale»). Ed è per questo che la
legge prevede un meccanismo di forzatura del tipo di quello utilizzato nel caso del
Molise. Ma esiste ancora, spiegano i ricercatori, la possibilità non remota che si
presentino situazioni ancora più intricate in cui anche questi meccanismi di
correzione non bastano a far tornare i conti. In questi casi alcuni seggi non
sarebbero attribuibili.
Le cosiddette «liste civetta»
Non è la prima volta che in Italia una legge elettorale diviene inapplicabile. Nella
scorsa legislatura ben 11 seggi (spettanti a Forza Italia) non vennero attribuiti,
questa volta a causa delle cosiddette «liste civetta», di cui Forza Italia aveva
abusato, e che erano un trucco per sfuggire al meccanismo dello scorporo (che
teoricamente avrebbe dovuto scorporare dal conteggio proporzionale i voti utilizzati
per eleggere i candidati nei collegi uninominali).
Anche nel sistema elettorale vigente per il senato esiste un grave «baco», come
hanno fatto notare i fisici Fergal Dalton, Alberto Petri e Giorgio Pontuale in un
articolo su Le Scienze. In questo caso il meccanismo incriminato è quello del premio
di maggioranza: secondo i fisici, l'analisi dei risultati mostra che l'esito dell'elezione
può essere alterato in modo del tutto caotico, aumentando, diminuendo o lasciando
inalterata la distribuzione dei seggi. Il paradosso è che ci sono casi in cui il
meccanismo del premio, su base regionale, di fatto penalizzerebbe la coalizione
vincitrice a livello nazionale, togliendole seggi anziché aggiungendogliene. In questa
legislatura, tra l'altro, l'interpretazione non univoca di queste stesse norme sul
premio di maggioranza ha portato all'esposto della Rosa nel pugno e di altri piccoli
partiti che reclamano i seggi di otto senatori (fra i quali quello di Franco Turigliatto,
unico caso per ora esaminato dalla Giunta per le elezioni del senato - naturalmente
senza ascoltare neppure un matematico).
È per scongiurare casi come questi che molti ricercatori rivendicano voce in capitolo
quando si scrive una nuova legge elettorale. «Un uso corretto degli strumenti
matematici per la progettazione e la valutazione dei sistemi elettorali - scrivono
infatti Pennisi, Ricca e Simeone - garantisce la trasparenza e la neutralità del
meccanismo, la controllabilità del processo e l'accuratezza sia delle procedure di
voto sia del computo dei risultati. Inoltre - continuano i ricercatori - in questo modo
si possono prevenire i difetti insiti in un sistema, nonché le manipolazioni operate
dalle parti interessate con conseguenti effetti dannosi per la democrazia». In tempi
in cui i governi rimangono in sella grazie al voto di un paio di senatori non è certo
poco. Senza naturalmente negare il contributo fondamentale delle scienze sociali e
della politica che devono indicare a che modello elettorale ispirarsi.
Non esiste un sistema elettorale «ideale», come ha dimostrato il premio Nobel
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dell'economia Kenneth Arrow fin dal 1951. Ma esistono metodi scientifici per
tenerne sotto controllo gli effetti perversi non voluti. In molti paesi la consulenza
dei matematici ha aiutato i politici a risolvere alcuni di questi problemi tecnici: lo
stesso problema dell'allocazione biproporzionale è stato ad esempio risolto con il
loro aiuto nel Canton Ticino.
Il complesso caso francese
Non bisogna dimenticare che anche alcuni sistemi elettorali che apparentemente
sembrano ragionevoli (e non intrinsecamente distorcenti come il maggioritario) di
fatto «guidano» la scelta degli elettori. Un caso emblematico è quello francese: se
nel 2002 gli elettori avessero potuto esprimere una preferenza in ordine per i tre
candidati Jospin - Chirac - Le Pen, attribuendo a ciascuno un punteggio
proporzionale alla sua posizione in classifica, sarebbe stato evidente che il
candidato più sgradito ai più era Le Pen e non Jospin: e al ballottaggio sarebbero
finiti i primi due. Ma un sistema del genere (ideato dal matematico Jean-Charles de
Borda nel 1770) pur se teoricamente fattibile viene considerato da molti troppo
complesso. Chissà che cosa ne pensa Ségolène Royal.
Nel 2004 il contributo della teoria dei giochi (la branca della matematica che si
occupa tra le altre cose di questi temi) avrebbe potuto contribuire a dirimere anche
questioni di politica europea. La proposta di costituzione europea, infatti, prevedeva
un doppio vincolo per l'approvazione di una decisione nel consiglio dei ministri
europei: almeno il 55% dei ministri, rappresentanti di almeno il 65% della
popolazione. Ma i fisici polacchi Karol Zyczkowski e Wojciech Slomczynski si
accorsero che questo sistema non darebbe lo stesso peso a tutti i cittadini europei,
penalizzando i paesi di media grandezza come la Spagna e la Polonia. E proposero,
dimostrandone l'efficacia, un sistema di votazione in cui i ministri pesino in
proporzione non al numero di elettori del rispettivo stato, ma alla sua radice
quadrata. In questo modo sarebbe sufficiente, calcolano i fisici, un unico limite del
62% del peso totale per fare passare una decisione senza penalizzare nessuno. Una
proposta appoggiata da molti scienziati e politici, che forse troverà spazio nella
stesura futura della Costituzione.
Ma a quali criteri si dovrebbe attenere una buona legge elettorale? La risposta la dà
un decalogo stilato dai maggiori esperti del tema riunitisi a Erice nel 2005 (w3.
uniroma1.it/mathdemocr). Semplicità, trasparenza e accuratezza innanzitutto. Ogni
voto poi dovrebbe avere un peso e alla fine il parlamento dovrebbe rispecchiare la
volontà degli elettori - anche in presenza di meccanismi che favoriscano l'emergere
di una maggioranza.
Una buona legge dovrebbe anche incoraggiare gli elettori a esprimere le loro vere
intenzioni (e non quelle strategiche, ad esempio votando «il meno peggio»), mentre
nel caso di una legge maggioritaria il consiglio è quello di garantire la compattezza
e la distribuzione uniforme dei collegi elettorali (scoraggiando la cosiddetta pratica
del «gerrymandering», cioè il disegnare i collegi ad hoc per garantirsi la
maggioranza dei voti), rispettando le divisioni politiche e sociali presenti. Si tratta di
regole scientifiche e buon senso che sarà bene tenere a mente prima di combinare
nuovi pasticci.
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