qui - Sconfinare

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qui - Sconfinare
n°34- ESTATE 2012
direttore: DaviDe Lessi
È un giornale creato dagli studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche di Gorizia
L’EDITORIALE
di Giovanni Collot
C
ome si fanno a descrivere cinque anni?
Anni di ansie e soddisfazioni, di sogni
e di frustrazioni, di scoperta del mondo
e di sé, di maturazione. Anni di delusioni per esami che ti aspettavi più interessanti, per persone
che ti aspettavi migliori. Ma anche anni in cui
scopri e sviluppi le passioni vere, che ti accendono il fuoco dentro e ti spingono a saperne di
più. E soprattutto, anni in cui nascono le amicizie
migliori, quelle che sai ti porterai dietro tutta la
vita, non importa quanto lontano sarete –perché
il mondo vi aspetta, e le gente come voi non sa
stare ferma– ma sarete sempre legati, perché l’anima in fondo è sempre la stessa, e voi siete gemelli d’anima.
Cinque anni di SID, che a dirli sembrano posone che li hanno popolati, alcune se ne sono
andate dopo il triennio, altre sono rimaste, per-
SALVIAMO L’EURO!
Un Appello alla classe politica europea per
di Edoardo Buonerba
& Dario Cavalieri
C
on la paura di tornare a settembre e di dover pagare un panino alla mortadella con 500.000
DeLira, ci rivolgiamo innanzitutto alla
doni le facili demagogie e abbia il coraggio di creare un’agenda europea per
il programma elettorale del prossimo
che conservi il ricordo e quell’idea di comunità
studentesca che è ciò che dà ancora un senso a
Gorizia. Non è solo la didattica, tanto vituperata
ma che comunque sa raggiungere vette di qualità. Non è la città, spesso troppo ostile alla novità,
ma che sa farsi scoprire pian piano e farti innamorare. È che in questo angolo d’Italia sceglie
di rinchiudersi gente di valore, che lo fa pullulare di attività. Per dirla con Ungaretti: “Questo
è l’Isonzo / E qui meglio / Mi sono riconosciuto /
quanto mi riguarda, sicuramente
. Decine di persone sono passate sulle sue pagine,
ognuna con il proprio punto di vista personale,
e ognuna ha arricchito il giornale di una parte di
sé. Ed è bello vedere che, dopo cinque anni, c’è
ancora qualcuno che ha voglia di raccontare e di
mettersi in gioco.
Il numero che avete tra le mani vuole dimostrare questo: è vero, è più ridotto del solito, per
questioni di sessione estiva e di
(che vi
abbiamo raccontato nello scorso numero). Ma
siamo convinti che il numero minore di pagine
non per forza porti ad una minore qualità, anzi.
La decisione di pubblicare è stata presa perché
avevamo ancora tanto da dire e volevamo dirlo
insieme. Con quell’ottimismo e quel pizzico di
follia che ci hanno sempre contraddistinto, e con
la presunzione che parlare sia meglio che tacere.
Sperando di fare un piacere a voi lettori, che di
siete linfa vitale quanto la Redazione,
e a cui ci sforziamo di dare sempre ragioni per
continuare a sostenerci.
Tanti sono ancora gli anni da raccontare. Cinque, cinque e perché no, ancora cinque. E state
tranquilli: continueremo a raccontarli insieme
ancora a lungo. Cambieranno scrittori, impagistere e a cambiare chi avrà il privilegio di farvi
parte.
Per concludere con le parole di qualcuno più
grande,
!
Disegno di Silvia Fancello
e dia un messaggio corretto ai mercati
ducia dei cittadini. Che lo sforzo di fare
Europa non sia solo prerogativa delle
istituzioni europee: perché non è più tollerabile questo immobilismo della classe politica su una questione che per noi
non è più ineludibile.
E’ una questione politica non esternalizzabile. Per fare l’Europa – nel senso
di una compiuta unione politica, nella
forma di federazione – c’è bisogna della volontà. Quella con la V maiuscola. I
cittadini devono partecipare e intendere
i motivi dell’Europa e un tramite importante è quello dei partiti. Finora siamo
stati abituati a cessioni di competenze
per settore. Ora ci vuole un passo in più:
più Europa proprio ora che le classi politiche viaggiano sull’onda del malcontento. Perché di Europa ce n’è ancora
molta da fare, ma senza saremo in un
baratro.
Ecco i nostri 5 motivi, quindi.
non ci resta che ScOnfInARE
di Davide Lessi
C
erte storie sono come i migliori
mai.
Per me
è una di queste. Più
di sei anni fa un capannello di studenti
fondò un giornale. Passione, presunzione,
chissà. C’è di certo che da allora ho degli amici fraterni. Poi, durante l’Erasmus,
qualcosa si ruppe e rischiai di disamorarmene. Mai avrei pensato di diventare il
direttore. Meno che meno di dover scrivere un commiato. No, non bastano queste
righe per raccontare due anni e dieci numeri cartacei. Né per spiegarvi cosa è dilano i numeri: dieci mila contatti al mese.
Giudicate voi, il mio sarebbe un parere di
parte. Anzi di una parte di questa storia.
Il protagonista è giusto rimanga
re. Con le sue pagine da riempire per chi avrà
ancora voglia di mettersi in gioco. Scrivere,
provocare, confrontarsi con opinioni diverse. E con le proprie.
è questo: un
foglio bianco, un cursore lampeggiante. Tu,
davanti, nudo e solo. Non importa chi e se
ti leggerà. Se sarai soddisfatto di quello che
hai scritto ce l’avrai fatta. Certo, lo spirito è
sempre stato quello di non prendersi troppo
sul serio. Ricordo la candidatura di un nostro
collaboratore a sindaco di Gorizia. «Il candidato che ha studiato», era lo slogan elettoraalle feste in osmica e ai tentativi, impacciati,
di conoscere una collaboratrice con la scusa
di una riunione in Torretta.
Certe storie sono come i migliori romanzi:
lasciare ad altri la possibilità di continuare
a scriverle. Quando presi la direzione di
questo giornale, proposi di far diventare
pubblicisti i suoi collaboratori più attivi
e lungimiranti. Due anni dopo, mentre
uno di questi sta diventando giornalista
a tutti gli effetti sento il bisogno di salutarvi. E lo voglio fare con quelle parole
con cui cominciai:
«
ne, unita all’essere pronti a fallire, fallire e fallire e ancora?».
2
Estate 2012
UNA SIRIA NON FA PRIMAVERA
Ma l’America non lo sa
di Federico Petroni *
N
el giardino del Medio Oriente
l’America è un giardiniere disattento. Obama e soci confondono
migna spuntata in Libia e in Siria. Così le
rivolte a Damasco e dintorni vengono interpretate secondo il paradigma della primavera araba: il popolo che si solleva, il tiranno
da abbattere, la democrazia e le aspirazioni
di libertà da sostenere.
Intanto, le insurrezioni siriane si arrampicano sino alla vetta della “guerra civile”.
Così la etichettano per la prima volta le Nazioni Unite, per bocca di Henri Ladsous,
sottosegretario generale per il peacekeeping. Il livello di violenza è tale che il comandante degli osservatori Onu, Major General Robert Mood, ha sospeso le attività di
monitoraggio, giudicate troppo pericolose.
A premere il grilletto semantico sono stati
diversi fenomeni. Il “cessate il fuoco” del
12 aprile ignorato. I massacri di Hula e Qubeirperpetrati dalle milizie shabbiha, con
decine e decine di morti tra la popolazione
sunnita, donne e bambini compresi. Gli elicotteri impiegati dal regime per stroncare i
petromonarchie saudita e qatarina.
La posizione diplomatica di Washington
è chiara: il dittatore Assad deve dimettersi
e favorire la transizione. Per raggiungere
l’obiettivo la strategia prevede il sostegno
Niente armi ma aiuti umanitari e, soprattutto, tecnologie dell’informazione.
L’infowar è la vera guerra che gli Usa non
esitano a combattere, come riporta un recensono telefoni satellitari e apparecchi di connessione a Internet BGANs: l’obiettivo è
bucare la censura del regime riempiendo la
mediasfera di immagini delle vere o presunte stragi perpetrate dai seguaci di Assad.
che gli Stati Uniti eseguono risulta stonato
nel coro della Siria. Annan ha minacciato
il “fallimento” del suo piano in assenza di
manca di un’azione unitaria e omogenea e
di bastioni difensivi. L’unico motivo per cui
il copione regge è che, in anno di elezioni e
di colloqui con l’Iran riesumati, Obama non
intende lanciare l’ennesima guerra a stelle e
strisce contro un paese musulmano.
Limitarsi al grido “Assad cada” rischia
di rivelarsi sterile. La partita siriana non è
infatti un’insurrezione popolare per una
società più democratica. La guerra civile a
sede a New York, già autrice di una campagna a favore
Lo schema però è miope
perché pretende di dotare i
“citizen journalists” siriani
degli strumenti per far emergere la loro voce, quando il
risultato è una propaganda
che distorce la responsabilità della violenza, accollata
interamente al regime.
In generale, lo spartito
SHADOW ARMY
Le nuove guerre sono combattute a contratto
di Patricia Ventimiglia
L
a generalizzata ristrutturazione
delle Forze Armate ha portato alla costruzione di eserciti di professionisti dando ampio spazio
all’outsourcing delle attività militari.
scono servizi di carattere militare e legati
alla sicurezza del personale diplomatico in
ambito internazionale, sono diventate atne, accanto agli eserciti nazionali.
I vantaggi legati all’utilizzo di PMF
sono notevoli: oltre che sul piano economico, risultano decisivi anche e soprattutto in ambito politico, in particolare in termini
di immagine rispetto alle opinioni pubbliche
nazionali. Ciò grazie soprattutto alla riduzione del numero di morti fra i soldati “in
prima linea”, evitando in questo modo la
potenziale perdita di elementi delle forze
armate, formati ed addestrati con largo investimento dei soldi dei contribuenti, a fronte
della maggiore “spendibilità” dei membri
delle compagnie private. Vista la riduzione
dei bilanci della difesa statunitense, le PMF
sono diventate la prima fonte per colmare
qualsiasi tipo di gap tecnologico dell’esercito. L’outsourcing ha portato sicuramente
vantaggi al personale militare americano
che, grazie all’amministrazione Bush, non si
deve più occupare della mera logistica lega-
derie,
costru-
impianti).
Q u a n d o
queste società
mato contratti
per occuparsi
anche
dello
spionaggio e
delle operazioni combat, sul
piano giuridico
si sono poste
di
inquadramento normativo per i membri di queste imcontractors).
contractor può essere vista
come quella di un moderno mercenario,
anche se viene denominato “personale civile al seguito delle forze armate”: ma se
intraprende operazioni militari, nel diritto
internazionale non vi sono normative che
regolino la sua azione o un’ eventuale giurisdizione a cui egli dovrebbe essere soggetto.
Barack Obama quando era senatore, cercò di regolarizzare la posizione dei contractors. Non solo non vi riuscì, ma sotto la sua
presidenza si è arrivati a farne un uso molto
maggiore di quanto non abbia fatto l’amministrazione Bush. Gli ultimi dati noti al Congresso sono che, per circa 250.000 militari
regolari dislocati tra Iraq e Afghanistan, c’è
un ugual numero di contractors. Ad oggi le
maggiori società a contratto con il Dipartimento della Difesa ed il Dipartimento di
direttamente dall’esecutivo e non rispondono al Congresso che non conosce la natura
che agisce nell’ombra, ma che è mosso unicamente da interessi economici. Può condurre operazioni in patria e all’estero che
non sarebbero consentite a militari regolari
perché proibite da accordi internazionali,
a cominciare dalla Convezione di Gineoccupano da anni degli interrogatori nelle
prigioni a Kabul e sono state accusate più
volte di tortura.
Le guerre in Medio Oriente sembrano
perciò sempre più in mano a compagnie
private che agiscono solo in base ad un contratto da onorare. Con il ricorso all’impiego
delle PMF, il perseguimento dell’interesse
nazionale non può dirsi assicurato data la
natura puramente economica del rapporto
che lega queste le società e lo Stato. L’esercito viene messo sempre più spesso in
seconda linea, facendo combattere nelle
zone più pericolose i soldati privati così
che l’opinione pubblica non potrà mai conoscere i numero esatto di feriti o di morti
che è costata una certa azione bellica. Si va
dunque progressivamente a svuotare di si-
Damasco e dintorni è una lotta per la ridistribuzione del potere. “La caduta di Assad
regime. Non darebbe immediatamente il là
a un ampio sviluppo democratico”,sostiene
la voce isolata di Vali Nasr della Johns
La guerra di Siria va confrontata col precedente libico, non distorta attraverso il prisma della primavera araba che può applicarparlamento sciolto d’arbitrio dai militari al
Cairo) ma non a una guerra civile settaria.
to sommato un uomo solo al
comando), la caduta di Assad scoperchierà, invece che
placare, il vaso di Pandora di
un regime che si regge sul
mutuo sostegno di una rete
due milioni), gli alawiti, la
borghesia medio-alta sunnita.
“La discussione negli Stati
Uniti”, argomenta Nasr, “è
ancora del tutto focalizzata
sulla transizione dall’autoritarismo alla democrazia.
Ma gli Usa non hanno una
vera strategia per affrontare
la guerra tra sette nella regione”.
Sbaglia anche chi, negli Usa, invoca un’azione militare. La narrazione degli interventisti è duplice: da un lato, i liberal-neoconprotect”; dall’altro, “meglio una missione in
Siria oggi che una guerra totale in Medio
Oriente domani”. Per evitare che le armi
chimiche di Assad cadano nelle mani sbagliate; che per vendicarsi il tiranno sguinnel caos proliferi il jihad, una proxy war
giocata tra Iran e Arabia Saudita, allora
meglio intervenire subito,come sostiene
Robert Satloff del Washington Institute.
Che succede però se l’operazione “Dente
del Giudizio” non elimina le cause dell’infezione? La ricetta degli interventisti prevede l’imposizione di una
, la
creazione di zone cuscinetto per difendere
i civili, il lancio di una cyberwar per stroncare la tecnologia del regime, contatti con
la diplomazia araba per formare l’opposire. Vedi gli esempi della Libia e dell’Iraq
post-Saddam.
Il risultato di questa distorsione concettuale è che gli Usa vanno alla guerra delle
idee armati di concetti sbagliati. O semplicistici. Applicata alla politica estera, l’ideologia americana è binaria. Bene vs. Male.
Il manicheismo
si fa Globo. E le sfumature spariscono.
*Laureato alla LUISS con una tesi sulla gestione mediatica della guerra in Afghanistan da parte del generale Petraeus,
analista di politica estera per Limes e The
Post Internazionale
3
Estate 2012
SALVIAMO L’EURO: IN
CONTINUA DALLA PRIMA
E
cco i nostri 5 motivi, quindi. Sicuramente parziali ma fondamentali,
per non fare dell’Europa un capro
espiatorio.
1
Analisi economica cieca. Il debito
sovrano ha rimesso in discussione più
di 50 anni di storia europea e il fatto
che tale debito sia calcolato nella stessa valuta scatena nuovi rancori, incentiva
gli stereotipi ma soprattutto da’ una grande occasione alla classe politica europea di
esternare le sue colpe. E questo lo facevano
i nostri governi anche in epoche non di crisi
bastanza presa in considerazione). È l’Euro
la colpa dei nostri mali. Con la Lira stavamo meglio. I tedeschi ci tengono con il cappio alla gola. Ora, ci siamo messi un chiodo in testa per sentirci un po’ più teutoni,
per capire meglio questa visione dei popoli
mediterranei che dall’epoca delle antiche
e vino. All’epoca della creazione dell’euro
tutti sapevano che la condizione imposta
dalla Germania è che il cambio con il marco
fosse di 1 a 1. Ovvero, moneta forte per sostenere l’industria d’alta tecnologia tedesca,
per sviluppare un forte mercato interno (che
all’epoca si pensava potesse assorbire di
tutto) ma a scapito, ahinoi, degli Stati tradizionalmente esportatori di prodotti primari
o di prodotti industriali di media tecnologia.
Ed eccoci qui al giorno d’oggi a piangere
un mercato interno morto, chiedendo soldi,
invocando il ritorno alle monete nazionali.
Un’orda di ciechi guidata da cani miopi.
2
No Euro, no party. I lirano-
stalgici vogliono uscire dall’Euro. Alle analisi economiche di
svantaggio, potrebbero obiettare:
se hai la tua moneta e decidi sulla politica
monetaria a casa tua svaluti, se sei in crisi
come oggi, e riparti dalle esportazioni. Ci
l’economia classica). Oggi, però, il mercato, anzi i mercati sono cambiati, dall’epoca
in cui l’illuminato David Ricardo scriveva
la Legge dei Vantaggi Comparati. Oggi la
produzione è internazionalizzata e «spacchettata».
Ritorneremo alle svalutazioni incontrollate, alle carriole di soldi, quei pochi euro che
erano sui conti correnti verrebbero risucchiati di nuovo nel vertice della svalutazione, correremo di nuovo all’oro, in Svizzera,
ai dollari (o all’euro rimasto fuori dalle nostre porte). Raddoppieremo i suicidi di gente che non ce la fa (Grillo, non ti stava tanto a cuore questo aspetto?), combatteremo
contro i mercati emergenti del Real e dello
Yuan con la DeLira, il nostro debito non si
sa più come lo conteremo e anzi, nell’incerprincipio, uscire dall’euro sarebbe tornare
alle dogane, ai tassi di cambio, al controllo
delle persone alle frontiere? Questa non è la
nostra generazione.
3
L’Euro è simbolo. Perché, vivaddio, l’Euro è dopotutto un simbolo. Simboleggia, a nostro modo
di vedere, una costruzione. Rap-
5 PUNTI
presenta la creazione più tangibile da quando i paesi europei hanno smesso di farsi la
guerra tra loro. Togliendocela, ci privereste
della chiave di volta del “sogno europeo”.
sentire. Noi vi risponderemmo: le fondamenta di questa costruzione latitano, a volte
– una coscienza “europea” è ancora lungi
dal radicarsi, nei popoli d’Europa – ma su
non in alcuni simboli? Detto fatto. I governi europei hanno pensato bene di cancellare
(Trattato di Lisbona, 2007) ogni riferimento ai simboli dell’Unione: motto, bandiera,
inno. Scomparsi da tutti i testi.
4
Europa sociale. Allora è questo
il momento di rilanciare un’Europa sociale, prima di tutto. È proprio ora che è bene rilanciare quel
programma sociale che per primo ha creato
una cultura europea all’interno dei giovani:
il programma Erasmus. Incentivare e facilitare la mobilità e l’internazionalizzazione,
soprattutto della nostra incancrenita Italia.
voce. Togliere da quelle poltrone questi mestessi e del loro potere. Rilanciare il sistema Italia con questa nuova generazione che
sta solo pagando il prezzo dell’abuso altrui.
Che abbia il coraggio e l’esperienza di parlare, condividere e rimettere in discussione.
Che i partiti italiani diano voce a questa generazione e che tornino attraverso di essa a
rilanciare un programma europeo vero, de-
di Dario Cavalieri &
Edoardo Buonerba
5
Chi eravamo, chi vogliamo
continuare ad essere. In questa
Europa c’è molta Italia. Altiero
Spinelli e Alcide de Gasperi, prima
di tutto. Ma anche agli altri Padri Fondatori:
i francesi Jean Monnet e Robert Schuman,
il tedesco Kondrad Adenauer, il belga PaulHenri Spaak. Uomini d’altri tempi, direte.
Già. Ma sono persone che proprio in un
periodo di crisi, quando l’Europa era in ginocchio, hanno saputo dare una voce a un
desiderio di condivisione di cui non ci dobbiamo stancare. Pragmatici, terribilmente
pragmatici. Bene, Egregi signori. In questo
pare una qualità troppo d’altri tempi. Ecco:
pragmatismo vuol dire anche non essere
sordi di fronte al grido che da più parti vi
proviene.
Concludendo..
Dalla parte di chi crede che per vincere
la Crisi ci voglia un’Europa “politica” sono
ora schierati economisti di mezzo mondo
prima di Maastricht ritenevano che una
moneta, per funzionare, la dovessi accomdi bond europei), gran parte della stampa
mo, a questo proposito – e sempre più fette
dell’opinione pubblica. Ora, gentilissimi Signori, il vento sembra davvero cambiato. A
A voi, l’arduo compito di coglierlo. Per
non rimanerne travolti.
ORA chE TUTTI fANNO OUTINg SUgLI
STATI UNITI d’EUROPA
C
urioso il mondo. Da timido sostenitore dell’idea di un’Europa
Federale ho spesso sperimentato
in questi anni, sulla mia pelle, quel sottile
imbarazzo che si può provare solo quando,
parlando di tematiche europee, alla parola
“federalismo” si viene allegramente associati al leghista medio. Un’ulteriore conferma la si poteva avere cercando il termine
su Google: Lega Lega Lega Lega. Risultati
inframezzati dai memorabili video del Senatur. Ma di federalismo in senso europeo,
di Stati Uniti d’Europa, poco o nulla.
Quasi all’improvviso oggi la stessa parola, questa volta in senso europeista, è usata,
senza paura, da illustri professori e giornalisti di tutto il mondo. Navigando per Internet alla ricerca di un po’ di materiale su cui
tentare di costruire un articolo sensato, scopro che gli Stati Uniti d’Europa non sono
più un obiettivo puramente Federalista anzi,
tutt’altro: ultimamente tutti sembrano desiderarli ardentemente.
Per citare alcuni tra gli exploit più clamorosi ed importanti, l’11 giugno, Giorgio
chiara come “sia ormai un obbligo andare
verso gli Stati Uniti d’Europa”, affermazione subito sostenuta dai colleghi Laurence
Parisot del Medef ( Mouvement des Entreprises de France, ndR) e il direttore generale
Kerber. Industriali uniti per un’Europa Fe-
derale quindi, ma in buona compagnia: in
un convegno organizzato all’Università
Gregoriana dal titolo «Costruiamo gli Stati
Uniti d’Europa» le maggiori sigle sindacali,
assieme a Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confcooperative, Confartigianato e Mcl
nascita degli Stati Uniti d’Europa allo scopo di «costruire una comunità di popoli che
crede nella possibilità di affermare un umanesimo universale». I partiti politici si sprecano nel dichiarare il proprio attaccamento
all’idea federalista, da Alfano, capogruppo
-
del PD Enrico Letta che vede l’Europa federale come “ il destino ovvio dell’Eurozona”.
Il blog del movimento 5 Stelle rigurgita
di proposte federaliste anche se Grillo stesso, il 19 Aprile, dichiara alla trasmissione
Piazzapulita “Sono per valutare una seria
proposta di rimanere in Europa e, con il minor danno possibile, uscire dall’euro, non
pagare il debito pubblico o pagarne solo una
parte’’ ; certo non una dichiarazione in senso europeista.
Insomma tutti si scoprono federalisti
convinti e convincenti, complice la stampa
nazionale ed internazionale, che si è appassionata all’argomento. In queste ultime settimane non v’è stato giornale, testata online
o all-news televisiva che non abbia pubblicato almeno un articolo sulla – tutto ad
un tratto vitale ed urgentissima - necessità
di dare maggiore unità politica all’Unione
Europea. L’escalation nella stampa internazione è cominciata quasi in sordina, con
un articolo quanto mai federalista dal titolo
ropa” comparso sul Corriere della Sera l’11
marzo 2012.
Ma il successo dell’idea federalista si ha
avuto con il “Manifesto per gli Stati Uniti
d’Europa”, una serie di articoli di importanti
politici ed economisti presentato sul Sole24Ore il 6 giugno in vista del Consiglio di
Bruxelles del 28-29 giugno, culminato con
un articolo di Martin Schulz, politico tedesco e presidente del Parlamento Europeo da
pochi mesi, che apre le porte ad una reale,
sincera, unione politica dell’Europa.
Insomma, la domanda che ora sarebbe lecito porre è, “perché allora non li facciamo
questi Stati Uniti d’Europa?”. Le risposte
vanno dall’economia ai fattori di politica
interna, al semplice fatto che stiamo parlando di paesi con una storia nazionale secopropria sovranità nazionale. Ma fra tutte le
possibile motivazioni del perché ancora non
si parla di Stati Uniti d’Europa ve ne voglio
proporre una, presentata da Antonio Larizza
alcune settimane fa sul Sole24Ore. Partendo
da alcuni articoli denigratori del WSJ sulla situazione economica dell’Italia, Larizza
ipotizza una possibile realizzazione degli
di Stefano Suardi
Stati Uniti d’Europa con la creazione di un
competitor agguerrito per gli USA. Secondo
i dati Eurostat del 2011 i Paesi dell’Unione
avrebbero un PIL maggiore degli USA, una
crescita annuale simile (1.5% per i Paesi
dell’Unione e 1.7% gli USA) e un debito
pubblico inferiore sia in termini assoluti
che in termini rispetto al PIL, tenendo conto
che gli USA che si sono indebitati del 114%
mentre per i paesi della ipotetica unione ci si
è fermati a un indebitamento del 82%.
Sono solo supposizioni, certo, ma che ci
possono parzialmente far capire a cosa e a
quanto stiamo rinunciando non sostenendo
l’idea federalista. Che non è più utopia, ma
è sempre più una possibile realtà.
4
2012 Estate
professione REPORTER:
Dall’Afghanistan ai social network, il giornalismo
secondo DaniElE MasTROgiacOMO
di Lorenzo Alberini
D
aniele Mastrogiacomo è un giornalista di Repubblica. La sua carriera nel quotidiano fondato da
Eugenio Scalfari è cominciata oltre trent’anni fa; da ventisei è inviato speciale, prima
per la cronaca giudiziaria e poi in zone di
guerra. Tra i diversi Paesi in cui si è recato
ricordiamo Somalia, Congo, Palestina, Libano, Iraq, Afghanistan. Proprio nel Paese
dei Taliban, cinque anni fa, Mastrogiacomo è stato rapito mentre si dirigeva verso
Lashkargah, nella provincia meridionale di
Helmand, per intervistare il mullah Dadullah. Sul suo sequestro, in cui hanno perso la
vita il suo autista e il suo interprete, Daniele
Mastrogiacomo ha scritto un libro (‘’I giorni
della paura’’, 2009).
In una calda mattinata bolognese, davanti a un tea freddo e un taccuino, in compagnia della moglie, racconta a Sconfinare il
suo punto di vista sul giornalismo e sul reporter di guerra.
Sconfinare è un giornale universitario
su cui scrivono diversi ragazzi che vorrebbero fare del giornalismo. Pensa che ci sia
ancora posto per i giovani che vogliono
fare questo mestiere?
Vedi, il giornalismo è molto cambiato.
Prima era un mestiere particolare, stravagante e più difficile. Oggi ci sono più mezzi
di comunicazione, come internet con i social
network. Questi danno più possibilità, offrono più strade.
Quindi secondo lei le nuove tecnologie
della comunicazione fanno bene al giornalismo? Nonostante la ‘’gratuità’’ di molti di
questi mezzi – penso a internet – che sta
mettendo in difficoltà i giornalisti?
È vero, però quando ho iniziato io c’era una sola strada da provare: il posto fisso
in redazione, mentre oggi ci sono più strade. Puoi fare il collaboratore, puoi farti più
contatti. Se conosci il capo della polizia, ad
esempio, puoi avere più informazioni sugli
scontri in città, come ieri qui a Bologna per
l’arrivo di Monti alla festa de La Repubblica.
Cosa pensa del citizen journalism? È positivo che ognuno possa scrivere o prevale
il rischio di inquinare le fonti?
Il citizen va benissimo per reperire le informazioni, ma poi il giornalista le filtra, le
collega, le unisce a filo per fare la collana del
servizio; ha il compito di rendere leggibili al
pubblico le informazioni. Questo il citizen
non lo può fare. Se lo facesse sarebbero tutti
giornalisti, invece no.
Cosa consiglia a chi vuole cominciare
questo mestiere?
Devi avere tanta curiosità, costanza e anche cultura, devi informarti molto e devi
osare, provare a fare.
E poi il giornalista
dev’essere multimediale: saper fare un filmato, saperlo editare,
deve usare vari canali.
Inoltre è utile avere
più contatti possibile, avere una grande
agenda. E sii molto
geloso dei tuoi contatti, non darli a nessuno.
Parliamo di lei e del suo lavoro. Quale
Paese le è rimasto più a cuore?
Ce ne sono due: Rwanda e Somalia. Il
primo per quello sterminio spaventoso di
Tutsi, un milione di morti... La Somalia è
un Paese bellissimo ma martoriato da una
guerra lunghissima, violenta e legata anche
a interessi internazionali. Ma ci sono molti
Paesi che mi sono piaciuti... ecco, l’Afghanistan non tanto (ride amaro).
A proposito del suo rapimento, cosa
pensava in quei momenti?
Avevo molta paura. Quando ti rapiscono
ti attacchi un po’ a tutto: speri nella tua buona fede perché sei venuto senza armi, speri
che stiano contrattando per liberarti. Io ero
convintissimo che mi volessero ammazzare,
non ho mai avuto dubbi. Pensavano che fossi
una spia. Io sono vivo per fattori casuali, c’è
gente che ci sta anni, che viene ammazzata.
“der Norde si volemo parè quelli ricchi, der Sudd si volemo esse quelli simpatici!”
di Irene Manganini
I
mmaginate di essere nati e cresciuti,
che so, a Roma, a Perugia, a Fermo oppure ad Arezzo, ma comunque nella
zona geograficamente definita «Centro Italia». Bene. Ora supponete di dovervi trasferire, forti dei vostri venti anni, nel profondo
Nord-Est… a Gorizia, magari. Sì, diciamo a
Gorizia.
Ora, tralasciando lo shock culturale da
«come mai mi sento in Erasmus in Austria
nonostante io sia tecnicamente ancora in
Italia?», e mettendo da parte anche la sorpresa derivante dalla mancanza di cartacce
per terra, dalla quantità ai tuoi occhi spropositata di persone in bicicletta e contemporaneamente di pensionati avanti con gli anni
e dalla presenza più che marcata di forze
dell’ordine sul territorio, c’è un altro fatto che
probabilmente vi lascerà perplessi. Un qualcosa di un po’ meno evidente e visibile, ma
sul quale è interessante soffermarsi: i vostri
amici del posto (o dei dintorni) vi chiamano, seppur affettuosamente, «terroni».
No, un attimo. Terroni? A casa tua, che
per comodità ipotizzeremo essere a Roma, la
Terronia (concetto per noi piuttosto neutro)
inizia da Napoli. «Ma no, ma no, la Terronia
è tutto ciò che si trova al di sotto del Po!»,
ti spiega con gentilezza un’amica di Vittorio
Veneto. Ah ok, buono a sapersi. Sono terrona, dunque. Ma poi, la sparata dello studente
napoletano:
«Vabbuò, ma voi
romani mica siete terroni… voi
siete su!».
Ecco, cari connazionali,
così
rischiate di creare
quella che viene comunemente definita «crisi da mancanza d’identità». Ed è proprio per
scongiurare questa rischiosa eventualità che
ci si è iniziati ad interrogare, tra studenti toscani, umbri, marchigiani, laziali [del Lazio,
non della Lazio, ovviamente! ndr], abruzzesi, (pochissimi) molisani e includendo con
riserva anche emiliani/romagnoli (mai capita la differenza), sulla questione: «Se al Sud
sono terroni e al Nord polentoni... noi chi
diavolo siamo?» E, fidatevi, le risposte sono
la
state davvero articolate.
Nel tentativo infatti di trovare un insulto
che ci calzasse a pennello (insulto inteso in
senso positivo, di quegli insulti che per il
solo fatto di essere espressione di una caratteristica comune a più persone vicine diventano, per quelle stesse persone, motivo di
vanto), in molti si sono arrovellati per trovare una risposta.
Non senza difficoltà.
«Comunque
terroni» è la risposta
andata
più in voga tra i
friulani (o meglio
dire «del Friuli Venezia Giulia», altra lezione
imparata da queste parti) e i veneti. Spinti ad
una riflessione vagamente più approfondita,
hanno tirato fuori perle come «tamarri», per
poi sorbirsi la spiegazione del poco utilizzo
di tale termine in zone appenniniche; «tutti
romani», andatelo a dire ai toscani!; un allusivo «rossi» con tanto di strizzatina d’occhio,
non valido però per tutte le regioni; per finire, ad esempio, con il bizzarro «mezzadri».
Se interrogati i diretti interessati del Cen-
‘‘crisi’’ del
centro
Ti può vendere perfino la security, che tu paghi per proteggerti, ma se gli altri la pagano
di più... Non ci sono regole, non c’è rispetto.
In questo è cambiato tanto il giornalismo,
oggi i rapimenti sono molto più frequenti.
Quanto pesa fare un mestiere così rischioso sulla famiglia?
Alla famiglia non pensi sempre, se no non
lo faresti mai (mi giro verso sua moglie, che
sorride).
Lei: è la passione per il lavoro, se no non lo
faresti mai. Ed è una questione di fiducia: io
so che lui farà di tutto per non farsi del male.
Lui: per questo devi organizzarti bene. I
tuoi contatti sul posto sono fondamentali:
da loro dipende la tua vita. Il coraggio è diverso dall’imprudenza. Devi essere sempre
cosciente di quello che fai.
Lei: ...e devi avere sempre paura. La paura
è il tuo terzo occhio.
La paura ti tiene in vita.
tro, invece, si fanno notare le differenze interne: “noi si è sihuramente il Granduhato»,
toscani, ovviamente; «Etruschi!» risponde la
ragazza umbra, la regione del Centro per eccellenza. Etruschi? Ma non se ne parla proprio. «Papalini?» ARGH. «Chiacchieroni!»,
forse un po’ generico; «campanilisti», non
male in effetti. E infine, la saggezza popolare della nonna umbro-romana «noi semo
quello che ce fà più comodo: der Norde si
volemo parè quelli ricchi, der Sudd si volemo esse quelli simpatici!». Sicuramente
pragmatica. Dichiarazione accompagnata
dal commento, simile per contenuto ma vagamente più pessimista, dell’altra studentessa perugina: «in realtà non siamo né carne
né pesce: terroni al Nord, polentoni al Sud.
Direi forse... polerroni!». Fantasioso, senza
dubbio, ma troppo poco evocativo.
Insomma, tentativi apprezzabili ma mancanti d’efficacia.
La questione sembrava destinata a rimanere irrisolta finché qualcuno, con accennato distacco, butta lì un «burini». Burini.
Ok, la parola deriva dal dialetto romanesco, però permettetemi di affermare che è
piuttosto valida per l’intera zona centrale.
In fondo, a pensarci, un po’ Burini (pronunciato con B iniziale sempre più marcata man
mano che si scende nello stivale) lo siamo:
legati visceralmente alla nostra terra d’origine, dai modi magari poco raffinati ma autentici e orgogliosi di una cucina di sapori
forti e caserecci.
Beh, caro lettore, perdona quest’ultima
parte scivolata nella nostalgia. L’intento non
era certo quello di far sembrare il caro Sconfinare un dèpliant di agrivacanze. Però è innegabile che da oggi la parola «burino» assumerà un’altra sfumatura, almeno per me.
5
Estate 2012
a cura di Eleonora Cecco
Intervista a Joel
Nome: Joel Melchiori
Provenienza: Trentino
Attuale domicilio: Calcutta, India.
Professione: funzionario diplomatico
Come ci sei arrivato: ho frequentato l’Università a Gorizia e successivamente un
master in studi europei al Collège d’Europe
di Natolin (Polonia)
In che cosa consiste il tuo lavoro: da
circa un anno svolgo le funzioni di Console Generale a Calcutta, in India. Si tratta di
un lavoro dai contenuti molto variegati, che
spazia dalla tutela consolare alla promozione delle attività imprenditoriali italiane
nell’India orientale, all’organizzazione vera
e propria di iniziative nel campo culturale.
Quest’anno l’Italia è stata il Paese ospite
alla Fiera del Libro di Calcutta, la più importante dell’India: abbiamo portato numerosi scrittori italiani come Alessandro Baricco, Dacia Maraini, Beppe Severgnini, oltre
a musicisti e registi.
Nell’ultimo periodo ti abbiamo visto
sulle prime pagine dei principali quotidiani e nei tg. Qual è stato il tuo ruolo nelle trattative per la liberazione di Bosusco
e Colangelo nell’Orissa? Si è avuta notizia
del rapimento un sabato notte. La domenica
mattina ho preso il primo aereo per la località dove era avvenuto il fatto e ho subito
incontrato le autorità locali. La vicenda si è
poi prolungata per un mese, durante il quale
ogni giorno ho partecipato agli incontri con
le autorità indiane preposte alla gestione del
caso e, in coordinamento con l’Ambasciatore a New Delhi, ho riferito di volta in volta
gli sviluppi all’Unità di Crisi del Ministero.
se male? Fin dal primo momento abbiamo
trattato la questione con la massima serietà,
senza sottovalutare alcun segnale.
Questi compiti delicati sono i più immatico, le competenze acquisite al SID ti
sono state utili? Le competenze si imparano
sul campo: prima di fare il Console ho pasche segue gli italiani all’estero in “distress”
ed è stata una palestra eccezionale. Per inciso, il mio capo era anche lei una laureata
di Gorizia, una persona eccezionale. Al SID
ho però appreso quelle conoscenze di base,
senza le quali non avrei potuto superare il
concorso diplomatico.
Invece in quali ambiti hai dovuto scontare delle lacune relativamente alla preparazione universitaria? Credo che, in
-
Melchiori
matico, dovrebbe essere rafforzata la preparazione nella redazione di testi complessi. In
questo settore scontiamo una carenza rispetto ai giovani laureati francesi o inglesi, che
sono abituati ad utilizzare schemi di scrittu-
S
A
Una giornata tipo: Quando fai il Console, ogni giornata è a sé…ma – auspicabilmente – si inizia verso le nove, nel mio caso
controllo la corrispondenza in arrivo (quello
che una volta si chiama “corriere diplomatico”: oggi è rimasto il nome, ma viaggia su
una piattaforma telematica), la assegno ai
ho qualche incontro con imprenditori italiani o esponenti della ‘business community’
locale, uno staff meeting con i miei collaboratori. Colazione a casa – ho la fortuna
di abitare a pochi passi da Consolato – e al
pomeriggio, quando non ci sono impegni
diversi, scrivo i “messaggi” destinati al Ministero. Alla sera spesso ci sono eventi sociali, che costituiscono occasioni preziose
per sviluppare le proprie conoscenze e ottenere informazioni.
Un aspetto positivo e uno negativo del
tuo lavoro: Quello positivo è la possibilità
di conoscere, dall’interno, Paesi e realtà anche molto diversi dal nostro. L’altra faccia
a cui ogni giorno andiamo incontro.
Il momento più emozionante della tua
carriera:
Orissa rimane imbattuto!
Il consiglio a chi desidera intraprendere la carriera diplomatica: Avere molta
tenacia, non farsi spaventare dalle prove e
cercare di capire, ad di là delle technicalities, lo spirito con cui le prove d’esame sono
propria separazione.
Un giorno felice: Il giorno del mio matrimonio, lo scorso settembre. E poi la condivisione di ogni giorno qui con mia moglie.
Un sogno da realizzare: Viaggiando
molto, i sogni si moltiplicano. E alcuni riguardano progetti al di là della vita professionale…
Il prossimo viaggio: A Kathmandu, tra
qualche settimana: il Consolato Generale
che dirigo segue anche le questioni consolari in Nepal, dove non abbiamo una rappresentanza, che richiedono periodiche visite
sul posto.
Un episodio goriziano che non dimenticherai: Moltissimi, ma in generale i primi
anni trascorsi fra il Collegio “San Luigi” e
l’Università con i miei amici Carlo e Paolo.
Annuncio di Studenti in Movimento:
«L’Ateneo ha calendarizzato le elezioni della rappresentanza studentesca nel mese di
novembre per tutti gli organi accademici:
Senato, Consiglio di Amministrazione, CdA
Erdisu, Dipartimenti!
Studenti in Movimento cerca studenti volenterosi e interessati alla Rappresentanza da presentare per Gorizia alle prossime
elezioni!
Per informazioni contattaci a:
[email protected]
Firmato: Valerio Sorbello, Ludovico Pismataro, Selina Rosset, Federico Filipuzzi»
6
Estate 2012
SPECIALE:
Un’ EStAtE In mUSICA
di Valentina Tonutti
Alcune tra le date migliori previste nella parte “in alto a destra” dell’Italia. Non resta che scegliere, programmare, risparmiare e godere al sol pensiero.
LUGLIO 2012
AGOStO 2012
02.07 Giovanni Allevi @Castello di Udine
03.08 Negrita @Area Concerti Festival-Majano
03.07 The Kooks @Kino Siska-Lubiana
04.08 Mario Biondi @Spiaggia Kursal-Lignano
04.07 Tre Allegri Ragazzi Morti @Sherwood Padova
06.08 Fiorella Mannoia @Lignano
06.07 Mouse On Mars @Monfalcone
13.08 Foo Fighters @Villa Manin-Codroipo
06.07 Afterhours @Sherwood Padova
13.08 Teatro Degli Orrori @Summerend-Claut (PN)
07.07 Ligabue @Cividale
FEStIVAL
07.07 Nobraino @Monfalcone
07.07 Aucan @Sherwood Festival-Padova
LUGLIO
SEXTO 'NPLUGGED (SESTO AL REGHENA-PN)
07.07 Billy Idol @Piazzola sul Brenta (PD)
LUGLIO
NO BORDER FESTIVAL (TARVISIO-UD)
09.07 Subsonica @Spiaggia di Marina Julia-Monfalcone
LUGLIO
EXIT FESTIVAL (NOVI SAD - SERBIA)
10.07 Flaming Lips + Verdena @Sherwood Padova
LUGLIO
A PERFECT DAY (VILLAFRANCA-VR)
10.07 Marracash @Udin&Jazz
AGOSTO
ROCK EN SEINE (PARIGI)
13.07 Pulp @Fiera della musica-Azzano Decimo (PN)
AGOSTO
FM4 FREQUENCY FESTIVAL (AUSTRIA)
13.07 Gogol Bordello @Borgo Grotta Gigante (TS)
AGOSTO
YPSIGROCK (CASTELBUONO-SICILIA)
13.07 Morrisey @Grado
AGOSTO
A PERFECT DAY (VILLAFRANCA-VR)
14.07 Madness @Fiera della musica-Azzano Decimo (PN)
AGOSTO
SZIGET (BUDAPEST)
15.07 Buena Vista Social Club feat. O. Portuondo @Trieste
17.07 Alanis Morisette @Piazzola sul Brenta (PD)
19.07 Franco Battiato @Piazzola sul Brenta (PD)
20.07 Kasabian @No Border Music Festival-Tarvisio
20.07 Goran Bregovic @Castello di San Giusto-Trieste
21.07 Paolo Nutini @No Border Music festival-Tarvisio
21.07 Apparat + Soap&Skin @Sesto Al Reghena (PN)
22.07 Max Gazzè @Cervignano
25.07 Damien Rice @Grado
26.07 Paolo Conte @Palmanova
28.07 Simple Minds @Grado
28.07 Olafur Arnalds @Sexto ‘Nplugged-Sesto Al Reghena
31.07 Toto @Festival di Majano (UD)
Panem et CirCenses
Recensione di The Hunger Games
di Stefania Ellero
G
li Stati Uniti ai tempi degli Hunger Games si chiamano Panem,
dalla celebre locuzione Panem
et Circenses, del poeta latino Giovenale. In
questo momento appare quanto mai azzeccata: in un periodo di grande crisi per tutto
il pianeta, il fenomeno Hunger Games pare
solo l’ennesimo fuoco di paglia, destinato a
far parlare di sé per mesi o addirittura per
anni allo scopo di essere la solita arma di
distrazione di massa, senza essere quel roquale tentano di farlo passare.
Guardando dietro la facciata di grande fenomeno mediatico, pubblicizzato per mesi e
mesi prima della sua uscita, che ha invaso il
web, conquistato migliaia di lettori (soprattutto adolescenti, il target è evidentemente
quello) e riempito i cinema, quello che si
scopre è che tutto questo gran baccano è,
La storia ha sicuramente qualche punto
interessante, ma ben lungi dall’essere nuovo
o innovativo. È ambientata in uno stato totalitario, chiamato appunto Panem; lo stato
è diviso in dodici distretti, ognuno destinato
a una propria produzione, tranne l’area opulenta e privilegiata della capitale, chiamata
con il fantasioso nome di Capitol City. Il governo organizza ogni anno gli Hunger Games, chiamati in questo modo perché ogni
famiglia può comprarsi delle razioni di cibo
in più inserendo più biglietti con il nome del
le. In questo giorno vengono estratti i nomi
di un ragazzo e una ragazza per ogni distretto, i quali dovranno rappresentarlo in questo reality, da cui un solo concorrente potrà uscire vivo. Nonostante l’autrice neghi
qualsiasi condizionamento, l’idea sembra
presa pari pari dal romanzo del 1999 Battle
Royale, del giapponese Koushun Takami. In
quella storia era una classe per ogni prefettura a essere estratta, e l’evento non era in
diretta televisiva, ma per il resto le somiglianze si sprecano.
In particolare, Hunger Games è limitato
dal suo stesso stile narrativo, che ruota tutto attorno alla protagonista, Katniss, con il
risultato che gli altri partecipanti diventano
alla stregua di macchiette – ne vengono presentati due o tre nel corso della storia, e tutti
dell’azione si svolge fuori scena, eccezion
gioco.
Un punto di forza del romanzo di Takami era appunto non solo la lotta, ma anche
il raccontare diversi modi di affrontare un
gioco al massacro. C’era chi impazziva, chi
decideva di partecipare, chi tentava di difendersi per paura, chi decideva per il suicidio.
Inoltre il fatto di combattersi tra compagni
di classe conferiva una drammaticità e un’alienazione che, anche se non sono stati trattati al meglio neppure in quel caso, avevano
qualcosa in più.
Hunger Games ha perso questa opportunità, concentrandosi su un punto di vista
limitato, e perdendo le sfumature psicologiche che una storia del genere deve prendere
in considerazione; in particolare ho avuto
l’impressione di una divisione tra buoni e
cattivi quasi disneyana, senza contare di
giocatori che morivano senza che il lettore
sapesse nemmeno i loro nomi, o la causa
della loro morte.
L’immancabile storia d’amore à la Romeo e Giulietta non fa che aggiungere benl’intento dell’autrice fosse scrivere un libro
d’azione e ribellione oppure scrivere l’enne-
sima storia d’amore adolescenziale con un
bel contorno d’azione e ribellione.
Non manca pure il tentativo di effetto sorpresa che sorpresa non è. È indubbio dal primo istante che sarà la sorellina della protagonista a venire scelta per i giochi, è chiaro
come il sole che Peeta, il tributo dello stesso
distretto della protagonista, sia innamorato
di quest’ultima, e nemmeno per un secondo
si può dubitare del fatto che sopravvivranno
entrambi. La narrazione segue un buon ritmo, questo sì, ma non crea ansia, non crea
quel dubbio di arrivare all’ultima pagina o
ci si sarebbe mai aspettati.
Un ipotetico messaggio sociale non è pervenuto. Tra una lamentela e uno scatto di
rabbia di Katniss, non ho avuto il tempo di
trovarcene uno.
7
Estate 2012
di Giulia Zeni
S
iamo tutti intimamente partiti con
un’idea di Europa. Quale sia quella
che abbiamo riportato poi a casa, è
cosa nostra, ma la mia non combacia con lo
stereotipo, perché è anzitutto lo stereotipo a
non collimare con la realtà.
Quale, quale Europa? Stona, quest’interrogativo scettico, posto da un’irriducibile
idealista. Ma per una volta vorrei guardare
ai fatti. Non per demolire, né per disilludere
– solo per mettere in pausa quest’immenso mare mosso e sbirciare sotto la cresta
dell’onda. Per capire se c’è della sabbia sul
le gambe con l’acqua alla gola cercando
qualcosa che non esiste.
Belgio, cuore dell’Europa, cuore dell’Unione. I piccoli federalisti europei di Gorizia partono per la capitale della diplomazia
e delle istituzioni comunitarie per scoprire,
sanno. Cosa sappiamo è che dai trattati di
Roma del ’57, con qualche arresto e qualche accelerata, l’Unione non ha fatto che
rafforzarsi e crescere, allargare le proprie
il diverso, il lontano orizzonte turco. Chissà
se accadrà. L’importante, nel mentre, è “che
se ne parli”.
L’inceppo, l’inghippo, l’impasse – chiamiamolo come vogliamo, questo problema
– allora qual è? È comparare teoria e prassi senza restarne disorientati; è richiamare
alla mente gli ideali di Spinelli e Schuman
e non impallidire davanti alle prime pagine
do. Ma è anche, forse, a questo punto, il co-
Disfattismo
eDificante
Il viaggio al centro dell’Europa che sa di amaro e rivoluzione
raggio di ridimensionare un dialogo che sa
di utopico rifugio e di fuga da quello stesso
mondo che si vorrebbe costruire.
Il ventre capiente di quei palazzoni grigi
con bandiere blu e stelle gialle, tutti vicini, in
un quartiere di Bruxelles dilaniato da lavori
in corso perenni, sembra chiedere una linfa
una Germania-locomotiva e una Grecia-fanalino di coda. Il sogno era alla pari, era tutti fratelli, era Stati Uniti d’Europa. Il sogno
era cittadini dell’Unione prima che italiani,
francesi e spagnoli, era il guadagno dell’uno
è quello dell’altro, era stessi interessi, stesse
paure, stessi mezzi per combatterle. Se oggi
il veto – o a volte il capriccio – di un capo
processo di integrazione tanto agognato, la
Mi spieghi qualcuno quali sarebbero le
politiche che permettono a un cittadino tedesco di trarre uguale vantaggio dal guadagno di un portoghese e da quello di un conterraneo, e per quali ragioni quel tedesco
dovrebbe lavorare alla ripresa greca piuttosto che pensare a rimpinguare il proprio
grasso portafoglio. Questo
“l’Europa prima dei suoi Stati”. Questo
accettare di essere vincolati a regole sterili
che prescrivono, nei pranzi fra i vertici di
Stato, chi deve sedere alla destra di chi e
quale debba essere il funzionario cui viene
aperto per primo lo sportello di un’impreziosita auto blu. O meglio: potremmo accettarlo se dietro tutto questo apparire ci fosse
della sostanza. Non certo se quello stesso
funzionario ferito nell’orgoglio facesse
saltare una tavola rotonda. Con tanti saluti
ai preparativi di settimane per quell’incontro in cui, come vuole il sensazionalismo
giornalistico, “ne sarebbe andato delle sorti
dell’Europa”. Queste – giusto un po’ romanzate – sono alcune delle parole che, un po’
con ironia, un po’ con serietà, ha speso per
noi del Movimento Federalista il consigliere
politico d’ambasciata a Bruxelles.
Il nostro Vecchio Continente, con il sogno della resurrezione dalle sue stesse ceneri, per ora vive altrove, lontano da una
classe politica ahinoi sbagliata e stanca.
Sta nell’incrocio di amicizie che porta una
studentessa italiana a trovare ospitalità a
Lille da una coetanea semi-sconosciuta, sta
S
cegliere al buio è molto rischioso,
aumenta esponenzialmente le possibilità d’errore. Ma se l’orizzonte
luce come decidere in modo consapevole?
compiere le proprie scelte, tuttavia l’espressione “crisi di valori” è diventata un cliché
vivere circondati da automi senza personaliIl valore dato alle cose è frutto delle particolari propensioni degli individui, delle
loro scale di necessità. Invece in una società
cui viviamo, la costanza sembra impossibile. Ma aver perso la bussola ci legittima a
dimenticare anche la meta?
Si usava parlare di “valori popolari”, oggi
gli unici valori che si conoscono sono quelli
del mercato. Se il marxismo ha introdotto il
concetto di plus-valore come cardine della
dottrina del capitalismo, con il consumismo
di anti-valore.
Infatti, borse, spread e valute corrono
ogni giorno come sulle montagne russe: su
uomini potenti. Talmente potenti da provo-
all’italiano medio, sta in tutti i piccoli paragoni che sorgono spontanei una volta che ci
si è fatti l’occhio clinico e si sono attivati i
ricettori dell’assorbimento. L’Europa Unita
frame of mind
che politiche comunitarie, sta in singole pedine con vissuti diversi ma che sanno – di
fronte alla diversità – inglobarla anziché respingerla.
Se il trade-off fra bene individuale e collettivo fosse per quelle stesse pedine un’opportunità invece che un ostacolo, assisteremmo a un salto di qualità tanto osannato
quanto ora distante.
“Compiti per tutti” alla Brezsny:
Step 2. Smettere di esserlo, almeno in
pochi, e costruire con le mani, dal nulla, il
nuovo. Arrivare al reale attraverso l’ideale.
Bund tedeschi e titoli nostrani non possono essere confrontati perché semplicemente il medesimo prodotto dell’unica Banca
premessa per lo snellimento di quegli spessi
manuali di cerimoniale di cui ancor’oggi si
nutre la diplomazia europea. Non possiamo
i pastori, nuovi e soli custoDi
Dei valori Del gregge
di Elisabetta Blarasin
nella condivisione non solo di piccoli spazi ma anche di idee. Sta nel realizzare che
care scossoni nel mercato, da far cambiare
la percezione del cosiddetto “valore”.
mente la possibilità di autoregolazione, di-
personalità singole. Il consumatore medio,
quello che dovrebbe determinare la richiemico ma segue come una pecora interessi
Persa la sua identità di classe, di soggetto economico e di individuo, l’uomo medio
si allinea ai cosiddetti valori sociali di oggi
do e dei suoi meccanismi.
Se si lascia che l’interesse di pochi, anzi
pochissimi uomini prenda il posto del metro
di giudizio autonomo, la crisi dei valori della
società diventerà lo sbocco naturale, o forse
lo è già diventato. Quando le pecore sociali
diventano l’immagine della popolazione di
oggi, non c’è da stupirsi se le reazioni davanti alle continue privazioni che vengono
C’è bisogno di riprendere consapevolezza
della proprie possibilità come individui e di
stabile e duraturo degli interessi economici
che ci sovrastano.
gli si dice di fare e segue i mutamenti del
suo contesto in maniera passiva.
A determinare l’evoluzione della società
sono i potenti. Essi, con i loro interessi, sono
diventati in grado di imporre una nuova
gamma di comportamenti che sono diventati comuni. L’individualismo appare quindi
come l’estremo dei valori a cui siamo giun“anarchico borghese”, che cerca di imporsi
nel contesto sociale a discapito degli altri e
che mira alla visibilità sul teatro sociale.
Dimenticando chi è e che cosa vuole davvero, l’uomo medio si da all’imitazione dei
stesso e di rinunciare alla presa di coscienza
nonché di posizione nei confronti del mon-
Sconfinare non identifica alcuna posizione politica, in quanto libera espressione dei singoli membri che ne costiuiscono il Comitato di Redazione.
Sconfinare è un periodico regolarmente registrato presso il Tribunale di Gorizia in data 20 maggio 2006, n° di registrazione 4/06.
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23, Gorizia (GO)
Redazione: Lorenzo Alberini, Alessia Anniballo, Elena Bellitto, Giulia Bertossi, Elisabetta
Blarasin, Edoardo Buonerba, Davide Caregari,
Valeria Carlot, Dario Cavalieri, Eleonora Cecco,
Margherita Cogoi, Giovanni Collot, Domiziana
Corbelli, Federica Cordioli, Giulia Daga, Emmanuel Dalle Mulle, Edoardo Da Ros, Gabriella De
Domenico, Stefania Ellero, Stefano Facchinetti,
Federico Faleschini, Silvia Fancello, Andrea Ferrara, Tanja Lanza, Margherita Gianessi, Raed
Lazkani, Davide Lessi, Nicolas Lozito, Matteo
Lucatello, Andrea Lucchetta, Irene Manganini,
Luca Alvise Magonara Yamada, Alice Mantoani,
Francesco Marchesano, Luca Marinaro, Elena
Marsoni, Elena Mazza, Diego Pinna, Federico
Petroni, Francesco Plazzotta, Emiliano Quercioli, Amalia Sacchi, Francesco Scatigna, Emma
Schiavon, Stefano Suardi, Rodolfo Toè, Valentina
Tonutti, Nadia Vigolo, Giulia Zeni.
Številka 34- POLETJE 2012
Glavni Urednik: DaviDe Lessi
SCONFINARE razgovor s GORAN BREGOVIC
Musika, Socialne zavezanost in Jugonostalgija
Rodolfo Toé
prevedel je: Niccolò Spadari
G
-
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Brego
toliko Sarajevo?
-
-
Kateri je vaš odnos z
vašim rojstnim mestom?
Kako se je spremenila Sarajevo v vaših spomin od
vojne do danes?
-
-
tih letih?
glavnimi zagovorniki nove ‘odkritve’
Balkanske kulture, vsaj za kar zade-
kolektivni domišliji?
-
smeh
-
Dvajset let po njegovi smrti, katere
so vaše premisli o koncu Jugoslavije?
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