DOMENICA 8 LUGLIO 2012 Fraz.Santa Caterina di Rocca d`Arazzo

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DOMENICA 8 LUGLIO 2012 Fraz.Santa Caterina di Rocca d`Arazzo
1 XIII PREMIO LETTERARIO "ETTORE OTTAVIANO"
DOMENICA 8 LUGLIO 2012
Fraz.Santa Caterina di Rocca d'Arazzo (AT)
NON E’ MICA LA FINE DEL MONDO !?
"Viviamo il tempo della crisi, anzi delle crisi: dei valori, della famiglia, dei mercati, del capitalismo, dell'Occidente, della
fede... e ora ci si mettono pure i Maya a dire che la fine del mondo incombe. Di fronte a questo scenario apocalittico,
l'ottimismo e la speranza, diventano dei doveri civici per tutti noi, nel nostro piccolo. Abbiamo bisogno di storie
quotidiane a lieto fine; non di mielose trame ma di eroi silenziosi che si incontrano agli angoli della strada; di angeli
custodi in borghese. Insomma, di piccole grandi storie di chi non ci sta a questo pessimismo cosmico, di chi resiste,
nonostante tutto, di chi ha il coraggio di andar per la sua strada con un sorriso".
organizzato dal Comune di Rocca d’Arazzo
e dall'Associazione Turistica Pro Loco di S. Caterina di Rocca d'Arazzo,
con il sostegno della Fondazione CRT e della Banca C.R.Asti,
i patrocini della Provincia di Asti e dell’Assessorato alla Candidatura UNESCO
direzione artistica: Teatro degli Acerbi
nell’ambito dell’attività culturale sul territorio della Residenza Multidisciplinare Astesana
2 S. Caterina di Rocca d'Arazzo
Santa Caterina, frazione del Comune di Rocca d’Arazzo, è una borgata che si adagia su una dorsale di
ondulate colline con ubertose ed amene valli.
Scorci oggetto del progetto di candidatura UNESCO dei paesaggi vitivinicoli di Langhe, Monferrato e Roero.
Il paese, tipicamente rurale, conserva pressoché intatte le sue tradizioni, tra cui, rinomate, quelle
gastronomiche.
Dai suoi colli si ammira, specialmente nelle limpide giornate autunnali, il panorama veramente grandioso ed imponente
di tutta la corona delle Alpi.
La piccola comunità di 220 abitanti è molto attiva e vivace, un motivato gruppo di persone di tutte le fasce d’età
(cospicua la presenza giovanile) e ha una Proloco tra le più rappresentative dell’Astigiano. Tra le attività della Proloco
spicca il Premio Letterario Nazionale Ettore Ottaviano, che quest’anno è giunto alla 13ª edizione e che vedrà lo
svolgersi della sua fase finale domenica 8 luglio 2012, nell’ambito dei festeggiamenti patronali.
Santa Caterina ha la particolarità di essere una “comunità di artisti”, contando ben due compagnie teatrali: quella
amatoriale dei “Bon Dabon”(ex “Beautiful Company”) e quella professionale del “Teatro degli Acerbi”.
Ettore Ottaviano
Semplicità, sicurezza, carisma e tenacia.
Queste le peculiarità che hanno caratterizzato la sua esistenza, dedicata per 40 anni all’impegno
amministrativo e politico del Comune di Rocca D’Arazzo, prima in qualità di vicesindaco e poi di Sindaco.
Appassionato giocatore di biliardo, colpiva il suo interlocutore con quel particolare sguardo dal quale
traspariva eleganza, audacia, sicurezza, a volte provocante, al quale accompagnava poche parole, e non
sempre accondiscendenti, ma sincere e giuste. Considerava i compromessi atti inutili e dannosi, anche a
discapito dell’amicizia o di una facile acquisizione di simpatia e consenso.
Il lettore si domanderà perché intitolare un premio letterario a quest’uomo.
Il titolo stesso del premio ne sottolinea la motivazione: Ettore Ottaviano è stato un "pezzo" della storia del
paese di Rocca D’Arazzo, in quanto, al di là di qualsiasi disparato giudizio, ha lasciato impressa la sua
impronta nel passato, visualizzata la sua immagine nel presente, riflesso il suo ricordo nel futuro.
Per tale motivo la Pro Loco ha intitolato il premio letterario al Commendatore Gran Ufficiale Ettore Ottaviano,
che continuerà a “camminare”, con la storia del suo paese, anche nei tempi che sono al di là da venire.
Lorenzo Sacchero
Prematuramente scomparso alcuni anni fa, è stato per anni l’anima, la mente, l’energia e lo spirito del Premio
Letterario.
Da tutti conosciuto come “il ragioniere” , per via dei suoi trascorsi come dirigente bancario, ha sempre saputo
con saggezza coniugare il passato con il futuro, le tradizioni con l’innovazione, la fantasia con la concretezza.
Appassionato di musica bandistica, attraverso i suoi racconti e divertenti aneddoti ha insegnato ai giovani del
paese come sia imprescindibile comprendere il passato per apprezzare il presente e progettare, con umanità,
il futuro.
Dotato di una sottile ironia, lo si poteva incontrare nel passeggiare tra le vie del paese, e nell’incrociare degli
sguardi ti regalava, con un ampio sorriso, la sensazione di gioviale pacatezza e un saluto diventato l’icona di
questo personaggio: “ Ciao Amico”!!! .
Già, l’amicizia, valore che riteneva indissolubile e insostituibile nella vita.
Come l’affetto e l’affiatamento che lo legava a Carlo Colombo, per tanti anni insegnante elementare dei
giovani rocchesi, il “ maestro” che pare uscito dal libro “Cuore” e colui che, ancora oggi, non ci fa dimenticare
quanto sia stato grande Lorenzo.
3 PROGRAMMA
DOMENICA 8 LUGLIO
ORE 18
Cortile del Duca
Lettura dei brani finalisti del Premio Letterario e del brano vincitore del “Premio Lorenzo Sacchero”
con attori del Teatro degli Acerbi e interventi musicali dei M° Francesco Savergnini e Matteo Ravizza.
Presenzieranno personalità nel campo della letteratura e del giornalismo.
Votazione della giuria e del pubblico.
ORE 20
cena per i partecipanti e per il pubblico offerta dalla proloco
ORE 21.30
Piazzetta delle ex scuole
Grande concerto della Banda Musicale di Rocchetta Tanaro, diretta dal M° Corrado Schialva.
Intervento di Laurana Lajolo, con letture da Davide Lajolo, nel centenario della nascita.
Presentazione del video
"Terra di scrittori - Itinerari letterari di Pavese, Lajolo, Fenoglio", regia di Silvio Ciuccetti.
Premiazione dei vincitori.
VENERDì 13 LUGLIO
ORE 21.30
Piazzetta delle ex scuole
Commedia teatrale
Il borghese gentiluomo
Dal laboratorio teatrale condotto da Fabio Fassio
[email protected]
www.premioottaviano.it
Il premio letterario Ettore Ottaviano è su
4 XIII PREMIO LETTERARIO "ETTORE OTTAVIANO"
NON E’ MICA LA FINE DEL MONDO !?
"Viviamo il tempo della crisi, anzi delle crisi: dei valori, della famiglia, dei mercati, del capitalismo, dell'Occidente, della
fede... e ora ci si mettono pure i Maya a dire che la fine del mondo incombe. Di fronte a questo scenario apocalittico,
l'ottimismo e la speranza, diventano dei doveri civici per tutti noi, nel nostro piccolo. Abbiamo bisogno di storie
quotidiane a lieto fine; non di mielose trame ma di eroi silenziosi che si incontrano agli angoli della strada; di angeli
custodi in borghese. Insomma, di piccole grandi storie di chi non ci sta a questo pessimismo cosmico, di chi resiste,
nonostante tutto, di chi ha il coraggio di andar per la sua strada con un sorriso".
Brani finalisti:
“Solo per un saluto”
di Barbara Cannetti (Ferrara)
“La reliquia”
di Alessandro Cuppini (Bergamo)
“La responsabilità del portiere”
di Mariagrazia Nemour (Borgiallo)
Brano vincitore del Premio “Lorenzo Sacchero” 2012:
"L’è pa’ la fin del mund"
di Fiorenza Gherlone (Revigliasco d'Asti)
5 “Solo per un saluto”
di Barbara Cannetti (Ferrara)
lettura di Patrizia Camatel
musiche M° Francesco Savergnini (pianoforte) e Matteo Ravizza (contrabbasso)
È quasi un anno che non vengo quaggiù ma dei luoghi che mi videro bambino riconosco ogni piega. I campi vestiti di
sole, il verde sfacciato dei fossi, la punta del campanile a indicare il paese, i pioppi lungo la stradina ghiaiata che
conduce alla casa di mattoni rossi, le lucertole che punteggiano il muretto d’accesso alla proprietà. E poco più in là, sulla
destra della cascina, in disuso da anni il vecchio pozzo di irrigazione. Tutto è cambiato eppure tutto è rimasto quello di
sempre. Ancora un’altra curva e, in mezzo alla polvere, sbucherà la sagoma della cascina col suo ampio cortile.
Avevo bisogno di questo per riprendere fiato.
Quando stamattina ho letto sul giornale che un altro imprenditore si era ucciso per non essere riuscito a pagare tasse,
bollette e debiti, mi sono sentito addosso una immensa irrequietezza mista a tristezza. Inutile dire che la mia forza
d’animo ha vacillato. Così, anziché andare in ufficio, ho preso la strada che porta ai campi. Da ragazzo avevo fatto la
stessa cosa ogni volta che dovevo sostenere un esame difficile all’università e non mi sentivo abbastanza pronto. Il solo
fatto di poter riabbracciare mamma e papà, oltre a rincuorarmi, mi dava la calma necessaria ad affrontare qualsiasi
prova.
Ora che loro non ci sono più, le pareti della casa risuonano di altre voci. Mi tuffo nel passato non per ritrovare
l’atmosfera di sempre, ma per sentirmi in pace con me stesso. Per me è stato doloroso portare via il poco che potevo
stipare nel mio piccolo monolocale di città e lasciare il resto al proprio destino. Eppure, nonostante tutto, sono felice
della mia scelta. Il giorno in cui ho deciso di vendere, avevo la benedizione di papà. L’ho sempre avuta. Nonostante
dorma da anni nel cimitero del paese accanto alla mamma, mi è sempre rimasto vicino e ha continuato a dispensarmi
consigli. A sostenermi. A incoraggiarmi. Così, mentre tutto quello in cui credevo stava letteralmente andando in fumo, io
avevo nelle orecchie la sua voce. Mi esortava a non darmi per vinto con il tono autorevole di chi nella vita ha visto tutto il
bene e il male che il destino è in grado di riservarci. Benessere. Felicità. Guerra. Distruzione. Nelle sere d’estate, mentre
ancora s’affaccendava a stipare paglia, fienagione, orzo e grano nel fienile, mi raccontava di come, di ritorno dalla
guerra, aveva dovuto rimboccarsi le maniche e ricominciare dal nulla. Amava ripetere che la nostra esistenza non è
molto diversa da quella di una pianta. Resiste alle intemperie, ai climi rigidi e alla siccità e riserva mille sorprese. È per
questo che la sua forza non va mai sottovalutata. Anche quando sembra ormai finita, può ricominciare a gemmare e a
dare frutti. L’importante è tagliare con cura il legno vecchio, annaffiare al momento giusto e aspettare con la pazienza
dei profeti il miracolo della vita che si rinnova.
Avevi ragione papà. Come sempre del resto. Mancano poche centinaia di metri, ma non voglio arrivare sull’aia. Da qui si
vede bene ogni cosa, anche il ciliegio che il nonno aveva piantato il giorno della mia nascita. Altri bambini ora salgono
sui suoi rami in cerca di frutti e nidi di gazza. Altri occhi scrutano l’orizzonte per tentare di capire i crucci del tempo. Io ho
fatto una scelta diversa. In parte voluta, in parte dettata dalla disperazione.
“Sei felice?”
Eccola la voce di mio padre. Mi accoglie con le domande di sempre.
“Sì papà.”
“Allora perché sei qui?”
“Avevo bisogno di vedere il ciliegio.”
“Lui sta bene. C’è chi se ne prende cura.”
“Lo vedo.”
Ecco, di questo avevo bisogno. Di percepire, a fior di pelle, che qui tutto va bene come quando ci abitava la mia famiglia.
Non avrei mai sopportato di scoprire incuria in questi luoghi. Li amo più di ogni altra cosa.
Mai e poi mai avrei pensato di arrivare, un giorno, a vendere il paradiso. Poi però è arrivata la crisi, la ditta per la quale
lavoravo come manager ha chiuso i battenti e io, come molti altri colleghi, mi sono ritrovato senza lavoro. I pochi risparmi
che ero riuscito ad accantonare si sono volatilizzati in fretta. Non possedevo altre risorse che questo fazzoletto di terra.
Ma io non avevo cuore di contadino, non avevo mani forti e abili, non avevo occhi in grado di riconoscere gli
impercettibili disegni che la terra sa seminare tutt’attorno, come promesse di nuovi raccolti. La mia testa era sempre
stata altrove e i miei, sapendolo, mi avevano lasciato libero di seguire le mie inclinazioni. E quando la volatilità dei
mercati, al pari di una tempesta di vento ha scombinato le carte in tavola, sono stato costretto a rivedere, una dopo
l’altra, le mie priorità. Ho dovuto fare scelte dolorose. All’inizio sono andato letteralmente in crisi ma poi ho pensato a
6 papà, ai suoi racconti. L’ho rivisto, col volto pallido, scavato e consumato dalla guerra, ritornare a casa a notte fonda e il
giorno dopo, senza nemmeno pensarci, alzarsi prima dell’alba per andare nei campi.
“Siamo vivi, questo solo conta”, così rispondeva ai miei piccoli crucci di ragazzo.
Il suo sorriso era così contagioso che sapeva riportare la pace nel mio cuore. Dura ancora ora questa serenità, perché
lui mi ha sempre insegnato a credere in me stesso. A fidarmi delle mie sensazioni e ad affidarmi alla volontà di Dio per
tutto quello che non dipende strettamente da noi stessi. A partire dal poco che si ha per riconquistare, col sudore, la
dignità che gli avvenimenti, in un modo o nell’altro ci hanno tolto. A rispettare e aiutare i più deboli. Ho perciò iniziato a
fare mille conti. All’inizio ho pensato di affittare la proprietà, ma il capitale che avrei potuto ottenere non era sufficiente a
realizzare quello che avevo in mente e le banche non mi facevano credito. Nessuno sembrava vedere oltre le difficoltà
contingenti per credere in un sogno. Perfino gli amici mi dicevano che ero pazzo perché, con la mia esperienza, avrei
potuto trovare un lavoro nel giro di qualche mese. E se non lo avessi trovato in Italia, avrei sempre potuto andare
all’estero. Certo che potevo. Ma con che coraggio avrei potuto abbandonare i miei compagni di sventura? Non si trattava
di semplici colleghi. Loro erano diventati la mia famiglia.
Il vento soffia sul ciliegio e fa suonare le foglie. Arriva fin qui il suo profumo. Arpe d’armonia che si fondono in un unico
concerto. L’inverno è stato particolarmente rigido e la fioritura è in ritardo, ma ci sarà. Non piove da mesi, il terreno è
secco ma i semi sapranno trovare la loro strada. Come sempre. Questo solo conta. Si dovrebbe imparare dalla natura a
gestire le difficoltà e dalla terra a mettersi a riposo in inverno, per poi rifiorire alla prima opportunità. Certo, a volte, il
miracolo non avviene e allora ci vuole cuore di contadino per continuare a sperare. Per risollevarsi dopo ogni fortunale.
Se ripenso a tutte le volte che mi sono abbattuto e ho rialzato la testa, non sono più molto certo di non averlo pure io
questo tipo di muscolo cardiaco. Inizia a fare freddo. È ora di tornare in ufficio. È quella la mia realtà ora. Questi luoghi
sapranno vivere anche senza di me. Io invece devo ancora abituarmi all’idea. Ma mi basta pensare alla strada fatta in
questi mesi per essere certo che non mi lascerò andare tanto facilmente. Con i soldi ricavati dalla vendita della proprietà
dei miei genitori ho rilevato il capannone e i macchinari che il precedente padrone aveva abbandonato a se stessi per
andare a produrre a minor costo in qualche paese in via di sviluppo. Con il sostegno e le abilità degli operai che avevano
lavorato nella fabbrica dismessa, ho ricostruito la cosa più importante: il sapere e l’abilità che, assieme all’anima,
formano la vera forza di ogni attività produttiva. Con l’insegnamento e la tenacia che papà mi ha trasmesso, ho deciso di
credere in me stesso e ricominciare proprio da quelle basi che altri avevano considerato troppo fragili per reggere alle
ventate di crisi che, inevitabilmente, si sono susseguite l’una dopo l’altra.
Ero certo che, proprio come il ciliegio, quella attività aveva ancora linfa buona per resistere. Vita per fruttare. Nidi pieni di
uova per cantare il futuro. Rami per elevarsi fino al cielo. Lo so è una piccola cosa rispetto a un bosco che muore sotto i
colpi dello sfruttamento indiscriminato delle foreste, ma in fondo tutto, in natura, è fatto di piccole zolle, in apparenza
insignificanti, di cellule così piccole che non si possono vedere a occhio nudo, di anelli che si avvicendano uno all’altro
sotto le cortecce dure, di milioni di fili d’erba pronti a cantare canzoni di prato, di passi che aprono caparbiamente
sentieri là dove non erano mai esistiti o dove il tempo e l’incuria li aveva richiusi.
È ancora la voce di mio padre a darmi il saluto.
“Sei felice?”
“Sì papà.”
“Allora perché sei qui?”
“Solo per un saluto.”
7 “La reliquia”
di Alessandro Cuppini (Bergamo)
lettura di Dario Cirelli
musiche M° Francesco Savergnini (pianoforte) e Matteo Ravizza (contrabbasso)
Avete presente quelle linee di cavi ad alto voltaggio che si chiamano elettrodotti e che, da un traliccio all’altro,
trasportano la corrente a 380000 volt? Con una tensione così elevata i cavi devono restare ad una certa distanza da
terra per evitare scariche indesiderate. E infatti, è esperienza comune, viaggiano ad altezza variabile a seconda della
loro distanza dal traliccio, ma sempre comunque pari a qualche decina di metri. Come tutte le cose fatte dall’uomo, i cavi
hanno bisogno di manutenzione continua, che naturalmente non si può fare né smontando il cavo né fermando il
passaggio della corrente, se si vuole evitare il blackout di regioni intere. Dunque non pensate che fare il mestiere
dell’operaio addetto alla manutenzione di questi cavi sia un mestiere semplice e tranquillo, e andate piuttosto a vedere in
che condizioni lavorano quei matti che accettano di farlo. La prima qualità che uno deve avere è non soffrire di vertigini.
Infatti si opera direttamente da un elicottero: si scende dalla cabina sui suoi pattini e da questi si passa sui cavi. Gli
operai lavorano senza guanti, il loro corpo viene isolato dal terreno e grazie ad una tuta ed un secchiello particolare,
riescono a raggiungere lo stesso potenziale della linea elettrica ed a lavorare con le mani nude, in tutta sicurezza. Così
dice la Società Elettrica, che però fa sempre più fatica a trovare addetti che dopo sei mesi non si dichiarino stufi di una
vita sempre esposta alla scelta di morire per caduta o per folgorazione.
Mio padre e Rufo erano amici da quando avevano sei anni, quando si erano conosciuti sui banchi della prima
elementare. Avevano studiato insieme e passato tante serate a discutere, seduti sull’argine, per poi accompagnarsi
vicendevolmente a casa quando si faceva tardi, avanti e indré, avanti e indré, fino a fare veramente così tardi da vedere
i primi chiarori dell’alba. Benché fossero di carattere ed idee opposte sembrava non riuscissero a fare a meno di
frequentarsi, attirandosi come i poli opposti di una calamita: mio padre fortemente credente, serio e sposato a vent’anni,
con sei figli prima di raggiungere i trenta; Rufo ateo e scapolone, ogni sera, se non aveva per le mani qualche passerina,
come diceva lui, la passava al bar a giocare a biliardo e far la corte alla barista. Erano stati assunti entrambi dalla
Società Elettrica e tutti e due avevano accettato di far parte di quella squadra che girava l’Italia per riparare i cavi degli
elettrodotti. Era davvero un lavoraccio, faticoso oltre che pericoloso; ma mio padre lo apprezzava perché ricompensato
un po’ meglio degli altri, e con sei figli da crescere e far studiare ogni euro era prezioso, e a Rufo piaceva per quel senso
di libertà che l’andare in trasferta gli dava.
Erano fuori casa una media di quindici giorni al mese. Sul lavoro andavano perfettamente d’accordo, abili, coscienziosi
ed esperti entrambi; i problemi tra loro sorgevano la sera, quando Rufo avrebbe voluto andare a divertirsi in qualche
locale, e mio padre preferiva starsene in albergo e andarsene a letto dopo la regolamentare telefonata a casa. Erano
discussioni eterne, che terminavano con una serata a chiacchiere davanti alla TV con un grappino, tra le recriminazioni
di Rufo (Possibile che non ti venga il desiderio di vedere come è fatto questo paese?) e gli ammonimenti di mio padre
(Finirai male, tu, te lo dico io!). Ma poi rimanevano amici come prima.
Molte volte le discussioni serali vertevano sulle diverse visioni della vita che avevano i due. Le idee religiose di mio
padre erano assolute (Bigotto baciapile!, gli diceva Rufo) e si scontravano inevitabilmente con quelle dell’amico ateo
(Senzadio! Relativista!). L’arretratezza delle idee di mio padre, che era a volte un tipo davvero strano, non riguardava
solo il campo della religione. Sosteneva ad esempio che nell’Eden fino alla caduta di Adamo ed Eva la terra era piatta,
come fosse la quinta del palco del Signore, e che la terza dimensione era un’invenzione del demonio. E quindi le parole
piatto, quadrato, cerchio erano parole divine, mentre la mela di Satana era simile ad una sfera. Naturalmente preferiva la
pittura al bassorilievo, e non poteva soffrire la scultura a tutto tondo. L’amico, tutto il contrario:
L’Eden non è mai esistito, sosteneva, né esiste il Paradiso, naturalmente. E a me piace da morire la scultura, quella
vera a tuttotondo, non quel disegno massiccio che è l’altorilievo.
E quindi la discussione religiosa si spostava nel campo dell’arte, e poi da qui, con salti funambolici, alla cucina o al
ciclismo: mai d’accordo su nulla, tanto che veniva fatto di pensare che ci si mettessero d’impegno per fare il bastian
contrario l’uno dell’altro, divertendosi come matti in questo gioco delle parti.
Un giorno mio padre disse a Rufo che avrebbe preso una settimana di vacanza (che è una vita che non me ne faccio
una fatta per bene) e sarebbe andato in Terrasanta.
Bravo!, rispose Rufo, ma potevi scegliere qualche meta più attraente, no? Santo Domingo, per esempio, o il Brasile.
Però Rufo, che gli voleva bene, era contento che si distraesse un po’.
Partirono, lui e la mamma, e tornarono entusiasti: come per tutti i veri credenti il viaggio era stato in realtà un
pellegrinaggio.
Il giorno dopo papà tornò al lavoro. Come vide Rufo si mise a raccontargli dei posti che aveva visitato. Rufo ascoltava e
commentava, e alla fine gli chiese:
Beh? Non mi hai portato neanche una reliquia dalla Terra Santa?
E mio padre, furbissimo e veloce di riflessi:
8 Cosa vogliono dire questi dubbi, screanzato? Vieni stasera con una bottiglia di bianco e un vassoio di paste e vedrai.
Ho detto che mio padre era un tipo strano. Io allora avevo quindici anni: da un credente com’era lui non mi sarei
aspettato che facesse una cosa come quella che fece. Tornato a casa staccò dallo stipite della porta una piccola
scheggia di legno tarlato, lo avvolse in un poco di ovatta con un po’ d’olio. Fui l’unico della famiglia ad assistere alla
preparazione della reliquia. Mio padre mi fece giurare di non dir nulla a nessuno per tutta la vita, ed è solo per il fatto che
ormai sono morti tutti e due, lui e Rufo, che mi azzardo a raccontare questa storia.
La sera arrivò Rufo con le paste e il vino. I due amici si misero sotto al portico a chiacchierare. Bevvero e mangiarono
per bene, poi papà gli diede la reliquia con molte cerimonie, raccomandandosi di farla benedire da padre Ignazio.
Ma come? Non è già benedetta?, chiese l’amico sospettoso.
Certo, ma due benedizioni non fanno mica male, no? Vai da padre Ignazio con una bottiglia di bianco e un vassoio di
paste e falla benedire, da’ retta a me.
Bah! In religione e benedizioni sei tu l’esperto.
Rufo fece come gli aveva detto papà e da allora cambiò vita: si appese la reliquia al collo con una catenina d’oro e, per
la meraviglia di tutti, diventò religiosissimo.
Vedi?, mi diceva mio padre ridendo. Se hai fede anche la scheggia di una vecchia porta diventa reliquia, se non hai
fede tutta la santa croce non rappresenta per te nient’altro che lo stipite di una porta.
Quando vidi il risultato che aveva ottenuto l’ammirazione per mio padre crebbe in me smisuratamente: aveva previsto
tutto e, sicuro com’era del risultato, si era detto che il fine giustifica il mezzo, anche un volgare trucco come quello della
falsa reliquia.
I due continuarono a lavorare insieme nella squadra che riparava i cavi dell’alta tensione, e i lavori più rischiosi da
allora li volle fare sempre Rufo:
Lasciami fare, diceva a mio padre. Tu hai famiglia e io invece ho la reliquia della croce (e intanto se la toccava) Cosa
vuoi mai che mi succeda?
Mio padre non gli rivelò mai l’inganno, né tantomeno io.
La reliquia funzionò: Rufo non ebbe mai il minimo incidente, benché eseguisse molte rischiosissime riparazioni
aggrappato ai cavi a trenta metri d’altezza. Mio padre invece, poco dopo avergli donato la reliquia, mentre era
abbarbicato ad un cavo ebbe un capogiro che gli fece perdere la presa e la vita. La sua morte ebbe il risultato su di noi
di avvicinarci ancor di più a Rufo, l’amico di tutta la sua vita: di fatto divenne parte della nostra famiglia e ci aiutò fino a
che noi sei figli non fummo tutti sistemati.
E allora finalmente, dopo quarant’anni passati a camminare sui cavi, andò in pensione. Ma quando veniva a casa nostra
a cena si lamentava che gli mancavano le passeggiate sui cavi, soprattutto quelle in inverno, col vento che ti fa oscillare
e ti sputa la neve in faccia.
Ma non avevi paura, Rufo?, gli chiedevamo.
E perché? Avevo la reliquia. E poi… si lavora ‘in tutta sicurezza’, sai?
9 “La responsabilità del portiere”
di Mariagrazia Nemour (Borgiallo)
lettura di Elena Romano
musiche M° Francesco Savergnini (pianoforte) e Matteo Ravizza (contrabbasso)
Insopportabile! Christian è insopportabile quando perde una partita. E quando prima di perdere una partita è stato
mollato dalla ragazza, è molto peggio.
Eppure sono qui, con il mio ombrello di Hello Kitty in mano, ad aspettarlo fuori dagli spogliatoi. Esce per ultimo, al solito.
Si blocca di colpo, e il borsone che porta in spalla si spiaccica in una pozzanghera. Torna indietro, e si ferma a qualche
centimetro dalla faccia del ragazzo che lo segue – pazzesco, stavolta non era l’ultimo negli spogliatoi! - , urlandogli che
solo uno stupido poteva fare uno sgambetto in area di rigore. L’altro risponde: “Sempre meno stupido di chi inciampa, e
quel rigore non lo para”.
Christian apre e chiude le dita, ma poi il suo pugno finisce nell’altra mano. Allarme rientrato. Sputa vicino ai piedi
dell’altro, poi si gira e riprende il borsone.
“Un ombrello più brutto non ce l’avevi, eh?” mi ringhia, cacciandosi sotto.
Sbuffo e, tanto per non parlare né della partita, né della ex-Rebecca, gli chiedo perché i calciatori abbiano bisogno di
così tanto spazio dove mettere un cambio e un asciugamano; capirei se squartassero ogni volta un avversario, e poi si
dividessero i pezzi negli spogliatoi. Ecco, in quel caso un borsone enorme avrebbe un senso. Per metterci solo le
mutande e la divisa, no.
“Pizza a casa tua” risponde, come se fosse proprio quello che gli ho domandato. Tira fuori la custodia di un dvd dalla
tasca: “Ho preso ‘L’immortale sconfigge gli alieni’. C’è anche roba d’amore dentro. Tranquilla”. Mi prende di mano
l’ombrello e dice “agganciati”, allargando il braccio. Poi mi sorride storto: “Non pensavo mi aspettassi”.
“Eh, anch’io non pensavo” e ficco le mani in tasca. Squadro di sottecchi la sua sagoma sotto l’ombrello, e mi viene da
pensare che gli amici si scelgano in base alle rientranze e protuberanza: si devono incastrare bene i pezzi, solo questo.
Noi, ci incastriamo bene, perché siamo diversi. Io vado alla grande in italiano, e a scuola vendo temi (rende bene,
soprattutto nelle vacanze natalizie); Cri, invece, usa i libri che gli ho regalato in mille compleanni come comodino, tutti
belli impilati vicino al letto. Ha una mente scientifico-sportiva, lui. Dà ripetizioni ai compagni di Romeo, suo fratello, che fa
quinta geometri. Dà ripetizioni anche a me, a dire il vero, ma quando lo fa, dice che sta solo ripassando. Spreca
pomeriggi interi a spiegarmi trigonometria. E io, quegli stessi pomeriggi, li spreco a non capirla, trigonometria. A volte gli
amici passano il tempo a sbadigliare, soprattutto se c’è trigo, di mezzo. Non ci crede nessuno che siamo solo amici;
anche noi non ci credevamo tanto, a dire il vero. Ma per me è quel “solo” che non c’entra niente. Essere amici è tanto. A
Cri i temi non li vendo, li dedico.
Arriviamo a casa mia che i cartoni delle pizze ancora fumano.
Mia madre lavora di notte, e mio padre si è licenziato dalla nostra famiglia un’era geologica fa; dunque non c’è
problema, possiamo guardarci il suo ‘Immortale&Alieni&c’ in pace. D’altra parte, la regola è che il film lo sceglie chi tra i
due è depresso, e questa volta Cri, tra sfidanzamento e partita, ha esagerato. Nella prima scena, scoppia una bomba. Il
protagonista obeso di muscoli inizia a correre, e probabilmente non smetterà che nel finale, quando bacerà una ragazza
tutta bocca e tette; se c’è questo slinguazzamento conclusivo, il film, per Cri, rientra nella categoria ‘romantico’. Sarà
colpa degli ormoni, che nei maschi di diciassette anni sono molto più competitivi dei neuroni.
“Ti sembra che una molla uno, perché uno deve giocare una partita? Voi femmine, mai che usiate la logica” – sbuffa Cri,
mentre prende le forchette – “Però sto di merda. Rebecca mi piace un casino”. Chiude il cassetto con una botta che fa
traballare il vaso di mia nonna sulla mensola. “Non dirmi che hai finito la nutella!” urla, minacciandomi con le forchette.
Prendo il vasetto dalla dispensa e lo metto in tavola. “Ti ha mollato perché tutte le domeniche hai la partita e il sabato
sera non esci, e poi ti spari quattro allenamenti alla settimana”.
Me la sono cercata, lo so. Questa frase scatena, dritta e filata, l’apologia dello sport. Mente sana in corpo sano, spirito di
squadra, senso di responsabilità. E il bello è che io sono pure d’accordo. Il fatto è che la maggior parte delle ragazze
non lo è. E Rebecca - la più bionda del terzo piano, al liceo - fa parte di questa maggior parte. Cerco di spiegarglielo,
mentre apre la Coca. E mi impegno così tanto da dimenticare di avvertirlo che la bottiglia mi è scappata dalla borsa della
spesa oggi pomeriggio, ed è rotolata giù per due piani di scale. Cri svita il tappo e bang! Una bomba, simile a quella del
film schifido che stiamo guardando, esplode nella mia cucina. Esplode sulle nostre facce serie, scatenando finalmente
una risata.
“Sai qual è il problema?” dice, strizzando la pizza, “che io non sono solo un calciatore: sono un portiere. E un portiere è
un uomo solo”.
Mi sforzo di non ridere, e così mi va per traverso il boccone. Ma lui continua: “L’attaccante quando deve tirare il rigore ha
gli occhi dello stadio addosso, e tutti sentono la sua ansia, e i suoi compagni stanno nelle sue gambe, e le gole non
respirano in attesa che lui tiri” – sospira – “nessuno guarda il portiere in quel momento; ed è strano, se ci pensi, perché
ci sono solo due giocatori ad affrontarsi, e sono vicini. Tutti vivono nella testa dell’attaccante” nel dirlo, porta un dito alla
10 tempia. “Tutti vogliono fare parte del mondo di chi segna, non quello di chi para. Ma io non ci sto, perché quello è un
mondo che si accontenta di fissare un piccolissimo pezzo di campo. Io, vedo il gioco intero”.
Sorrido, perché a volte Cri posa la clava e dice delle cose che mi spiazzano. Giuro.
Lo guardo spalmare cazzuolate di nutella sulle croste della pizza. Per noi è un rito.
A me rifila un doppio strato di cioccolata, e questo mi conferma che sa già tutto. Dice di aver sentito nello spogliatoio che
mia madre ieri mattina ha dato di nuovo di matto. “Come sta adesso?” chiede, senza guardarmi.
“Non c’è. Non lo vedi?” – butto nella pattumiera i resti della pizza – “È andata a lavorare. Dunque sta bene, no?”
Me ne vado sul divano. Cri sparecchia, e io gli racconto che anche Super A – Alberto, il fidanzato di mia madre che ha
resisto per tutto l’ultimo semestre - l’ha mollata. E dire che mia madre non ha neanche la scusante di essere impegnata
in partite e allenamenti. Mia madre cerca di essere come la vorrebbero gli altri, forse è questa la sua scusante.
“È a terra. È schifidamente a terra” gli dico, mentre il naso inizia a formicolare di lacrime. Cri si siede vicino a me, e tiene
gli occhi incollati alla televisione, mentre io continuo a parlare. “Non si merita tanta sfiga. Non è male come dicono tutti”.
Alzo le mani: “Ok, è vero: si veste come me, esagera con il trucco, urla quando parla e se non ride, piange. Tutto vero.
Ma non è tanto male come mamma. Porco schifo, mi ha cresciuta da sola. Varrà pure un po’ di punti in questo cavolo di
gioco, no?”
Cri allunga il braccio, e io ci appoggio la testa. “Lo so che non è male. Mica me lo devi venire a dire” risponde,
incrociando le gambe sul tavolino.
La biondona sullo schermo ha appena attaccato le labbra a ventosa sul corpo insanguinato dell’Immortale; ai loro piedi,
alieni morti dappertutto. Partono i titoli di coda, finalmente una buona notizia. Spengo. Cri apre la cerniera del borsone e
ci ficca dentro la mano, fino a che non trova l’accendino; nel salotto si propaga la puzza di un corpo in avanzato stato di
decomposizione. Non che ne abbia mai annusato uno, ma immagino che l’odore sia uguale a quello che sta uscendo
dalla sacca.
Cri va a sedersi sul davanzale e apre la finestra.
“Fa parte dell’allenamento, fumare?” gli dico sospirando, mentre lui ha già mandato la prima boccata di fumo in strada.
“Sai che mia madre diventa una iena se sente puzza in sala. Ha paura che mi faccia spinelli”.
“Mi raccomando non fumare, ma se vuoi, sbronzati pure, cocca bella. Anzi, aspetta quando torno dal lavoro, così lo
facciamo insieme” dice, imitando la voce di mia madre. Forse pensa di farmi ridere, o forse odia mia madre. Comunque,
mi fa male da morire, e lo tirerei giù da quella finestra, insieme alla sua sigaretta. Cerco di non piangere, anche se ne ho
una gran voglia. Gli urlo di andarsene al pub, con il resto della squadra, dove probabilmente c’è pure Rebecca.
“Non far finta di non aver visto che è venuta alla partita con la tua sciarpa addosso. È solo un po’ stronza, come te; in
fondo fate davvero una bella coppia. E ora vattene, così mi posso sbronzare in pace!”
Cri continua a fumare alla finestra. Poi mi guarda: “Lo vuoi sapere a cosa pensa un portiere quando aspetta un rigore?”
Alzo le spalle, e lui spegne il mozzicone. “Pensa a mettere in porta qualcosa di prezioso” – dice, mentre viene a sedersi
sul divano. – “Una roba che può rompersi, e per cui valga la pena saltare in alto e poi buttarsi a terra. Non parare un tiro
in una partita può capitare, ma il casino, per il portiere, è quando fa autogol. Senza volerlo, certo, senza pensarci. Io
metto te nella mia porta, quando aspetto un rigore. Non sopporto che qualcuno ti faccia male. E mi sputerei in faccia, se
poi sono proprio io, a farti male”. Scuote la testa: “Un portiere non si allena mai abbastanza, sai? Scusa”.
L’ho già detto, Cri a volte mi spiazza. E forse ha proprio ragione: viviamo in uno schifo di mondo dove tutti vogliono
segnare. Un mondo che ha un disperato bisogno di difensori.
Fisso l’enorme borsone che ha formato un lago sul tappeto. “Dimmi la verità” – dico, indicandolo – “non c’è una persona
tagliata a pezzi lì dentro, vero?”
Sorride storto: “Sì, c’è Rebecca!”
Scoppio a ridere, dicendogli che Rebecca farebbe la sua porca figura anche tagliata a pezzi. Rebecca è davvero carina.
Odiosa, ma molto carina. È un goal da capocannoniere, non c’è dubbio. Il trillo di un messaggio. Cri prende il cellulare
dalla tasca, legge e schiocca le dita – io allungo il collo per vedere l’sms di Rebecca che dice di essere al pub.
“Vai Immortale! Come vedi, non ho più alieni in casa. La bionda ti aspetta” dico sorridendo.
“Aspetterà fino a domani, le farà bene”. Tira il telefono sul divano e accende la televisione. “C’è il telefilm sui vampiri a
quest’ora” dice.
Sorrido, e lo faccio davvero, perché io l’avevo già immaginato cosa può passare nella testa del portiere, quando gli
scivola il pallone dalle mani. Il portiere, ha una grande responsabilità; gli amici, non smettono mai di allenarsi.
11 Brano vincitore del Premio “Lorenzo Sacchero” 2012:
"L’è pa’ la fin del mund"
di Fiorenza Gherlone (Revigliasco d'Asti)
lettura di Fabio Fassio
musiche M° Francesco Savergnini (pianoforte) e Matteo Ravizza (contrabbasso)
Il galletto dai mille colori annunciava l’alba con il suo canto acuto e penetrante.
Aprii gli occhi con un pensiero che mi solleticava la testa: - Come farà una cosina così piccola a fare tanto rumore?!?La mamma già girava per le piccole stanzette con le zoccole di legno ai piedi e la candela in mano per chiamare al
lavoro tutta la famiglia. -Andumamasnà, a l’è ura d’ausesi...- Mia sorella Pina e mio fratello Giovanni si rannicchiarono
sotto le coperte perché faceva un gran freddo in quella mattina di febbraio. Le braci del frate , unico riscaldamento in
quelle stanze umide e gelide, erano ormai spente e ridotte a neri tizzoni. Buttai coraggiosamente le gambe giù dal
pagliericcio e mi alzai; benché fossi il più piccolo della nidiata non per questo potevo permettermi il lusso di restare a
letto. Il gallo cantò ancora ed io infilai le zoccole e scesi la ripidissima scala di pietra. La cucina era illuminata da una
lampadina che aveva un pallore giallognolo ed un po’ spettrale; ricordo che mio papà Fiorenzo era solito dire che
“faceva chiaro ai morti”. La stufa però riscaldava deliziosamente la cucina e la rendeva accogliente nonostante le pareti
annerite dal fumo e il pavimento di cotto sconnesso. La mamma Elvira scoprì il pane che conservava sempre avvolto in
un panno affinchè conservasse la sua morbidezza, lo affettò e poi ce lo porse perché lo potessimo inzuppare nel latte. Il
latte tiepido appena munto ed il pane morbido e leggermente gommoso si scioglievano in bocca e mi lasciavano un
sapore delicato e dolce. -Partimamasnà, l’è tard – il papà si era affacciato alla porta per chiamarci al lavoro. La mamma
mi aveva avvolto sulla giacca un suo scialle di lana perché non prendessi troppo freddo: -Quatti ben Bino ch’el fa freg,
jènagiasa fora... i son dj candlè...- Saltai sul carretto e il bue si mise lentamente a camminare, quasi fosse stanco anche
lui per quella levataccia. C’era da fare lo scasso quel giorno, per piantare la vigna nuova. Il terreno gelato appena
consentiva alla vanga di penetrarlo. Le scarpe di mio fratello erano molto più grandi del miei piedi e le calze di lana che
la mamma mi aveva fatto mettere scendevano fin sotto i garretti; ogni tanto dovevo fermarmi per tirarli a fatica fuori dagli
scarponi e per questo mio fratello non la smetteva di canzonarmi dicendo che lo facevo apposta. Beh, forse un po’ era
vero, le mani mi facevano male e se non saltavo con forza sulla vangaquesta proprio non ne voleva sapere di fare il suo
dovere! Il papà non parlava né alzava la testa e lavorava con vigore senza mai lamentarsi nonostante i geloni ed i calli
alle mani. A mezzogiorno ci fermammo un momento per poter consumare un pasto frugale: un po’ di pane, un pezzo di
formaggio e una mela avvizzita, ma dolcissima. Verso le quattro il buio cominciò ad avvolgere la campagna ed una
nebbia umida e gelata si levò dalla valle arrampicandosi su per le colline di boschi e vigneti. Il papà raccolse gli attrezzi
e li caricò sul carretto ed io mi arrampicai accanto a lui insieme a mio fratello. Arrivammo a casa che era già buio: un
buio nero, fitto ed impenetrabile dove le sagome più scure erano alberi-mostro con i rami scheletrici pronti a ghermire i
poveri viandanti; solo le deboli luci
delle cascine sparse nella campagna a fatica segnalavano la presenza di vita e di calore oltre quel buio gelato. In casa,
seduto sulla sedia impagliata accanto alla stufa tornai a vivere. La mamma aveva cucinato il coniglio e Pina preparava il
tavolo: cinque bicchieri piccoli ed opachi, e cinque piatti tutti diversi e un pò sbrecciati su una tovaglia a quadretti rossi e
blu, una caraffa di acqua del pozzo e un fiasco di vino per papà.
Il coniglio cotto con tanti sapori nel tegame di terracotta aveva un sapore squisito: erbe aromatiche e strutto e vino
rosso, la carne bianca e friabile sotto la crosta dorata si scioglieva in bocca e non avrei mai smesso di mangiare se la
mamma non mi avesse tolto il piatto da sotto il naso. Terminata la cena ci ritrovammo tutti nella stalla ad ascoltare le
storie fantastiche e spaventose dei partigiani, della guerra, delle masche. La casa delle masche era un rudere
circondato dai boschi di castagno al fondo di una vallata stretta e buia dove si raccontava vivessero delle streghe crudeli
che appena ne avevano l’occasione rapivano i bambini e li tenevano con loro come servi.
Pina ed io ci stringevamo nella paglia sentendo quei racconti e Giovanni, che si sentiva già un uomo, ci prendeva in giro.
Il tempo volgeva al bello ed il freddo era meno pungente e quel mattino mi toccava andare a scuola con la cartella di
legno e gli zoccoli ai piedi, ci potevo andare solo quando il papà non aveva bisogno di me nei campi, ma non è che a me
piacesse così tanto la scuola.
La maestra, molto anziana e severa, aveva una lunga canna che usava sulle nostre dita ogni volta che facevamo degli
errori di conto o di scrittura ... ed io ne facevo un sacco! Nei giorni di mercato in primavera la mamma andava a vendere
gli asparagi ed i piselli ad Asti con una bicicletta nera e cigolante con due ceste appese al manubrio ed una terza dietro
il sellino; l’equilibrio precario di tutto quell’insieme semovente mi faceva dubitare che potesse arrivare integra alla meta!
Invece lei puntualmente ritornava con le ceste colme di tutte quelle cose fantastiche che facevano la gioia di noi piccoli:
caramelle, uvetta, canditi, mandarini ... Che festa! L’estate sul bricco dei Gherloni era arida, calda e lenta; il caldo
assorbiva le energie e solo grilli e cicale osavano sfidare la calura con il loro frinire. I prati ingiallivano e il profumo
pungente del fieno si mescolava a quello dei fiori di campo e della mentuccia che dietro casa cresceva spontanea.
12 Anche la terra odorava diversamente quel giorno: di sabbia, di sole e di menta e di un qulcos’altro che non riuscivo a
definire.
Le formiche nell’aia lavoravano frenetiche portando piccoli nel loro formicaio con sforzi enormi. Mi divertivo a guardarle
ozioso pensando a tutta la fatica che facevano anche loro come noi per sopravvivere ogni giorno in quell’angolo
dimenticato di mondo. Il lavoro nella vigna quasi terminato e il papà ci reclutava solo quando dovevamo aiutarlo a dare il
verderame portando i secchi fra i filari abbarbicati ai ripidi crinali. L’annata sembrava davvero generosa di frutti ed
grappoli cominciavano a cambiare colore. Erano quasi le quattro di quel torrido pomeriggio e mi era venuta una gran
fame, così mi ero infilato nel pollaio per prendermi un uovo ancora tiepido. Lo portai alla mamma raggiante: - Mama t’am
fai n’oeuvsbatì?-, la mamma sorridendo mi rispose: - Pjanasquela Bino- La scodella era un po’ ingiallita e la decorazione
mezza cancellata, ma era la mia scodella; mi inginocchiai di fianco alla mamma per osservarla con l’acquolina in bocca
mentre divideva il bianco dal rosso, poi aggiungeva lo zucchero e sbatteva velocemente finchè il tutto non assumeva un
aspetto cremoso ed un bel colore giallo oro. Intanto la caffettiera sulla stufa aveva iniziato a spruzzare il caffè dai due
beccucci ricurvi.
Strano, ora che ci penso, non riesco a ricordare dove possa essere finita quella caffettiera così particolare. Di quella
fattura non ne esistono più: il caffè saliva direttamente in due tazzine appoggiate su un piccolo ripiano di metallo
spandendo il suo aroma in tutta la casa. Il caffè allora era solo in grani e la mamma lo faceva macinare a me con il
macinino di legno, sapendo che mi divertiva tantissimo.
Iniziai a mangiare l’uovo con gusto e poi misi il caffè nella tazza per finire di pulirla. Intanto si era fatto buio e si era
alzato un vento fortissimo: si stava avvicinando un temporale! Il papà aveva appena finito di rastrellare il fieno nel prato
dietro casa con l’aiuto di Giovanni e la mamma era andata a raccogliere il bucato steso in cortile aiutata da Pina. In
pochi istanti diventò scuro come se fosse improvvisamente calata la notte e cominciarono a cadere enormi gocce gelate.
Il cielo era solcato da nuvole bianche e veloci che si inseguivano addensandosi su di noi. E poi ... il flagello! Un colpo
secco sulla grondaia e poi un altro ed un altro ancora: la grandine! Tutto fu coperto dai chicchi gelati in pochi minuti: la
loro violenza tagliava le foglie del fico al limitare del cortile ed esse sembravano cercare disperatamente di proteggere i
loro frutti. Dalla stalla osservavamo attoniti la tempesta che si era scatenata intorno a noi in silenzio: solo la mamma
pregava sottovoce sgranando il rosario: - Ave Maria, gratiaplena, dominus tecum... -. Finì tutto com’era incominciato,
d’un baleno un raggio di sole penetrò fra le nuvole. Dalle cascine si levavano gemiti e pianti: l’annata di lavoro era
distrutta! Papà Fiorenzo ci strinse forte con le lacrime agli occhi e ricordo ancora adesso le sue parole: - Curagemasnà,
l’è pa’ la fin del mund!-

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