Il Piccolo 12 aprile 2016 Consiglio Europa: in Italia l`aborto è troppo

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Il Piccolo 12 aprile 2016 Consiglio Europa: in Italia l`aborto è troppo
Il Piccolo 12 aprile 2016 Attualità Consiglio Europa: in Italia l’aborto è troppo difficile A Strasburgo accolto un ricorso presentato dalla Cgil sull’attuazione della 194 «Rischio per le donne, discriminati i medici non obiettori». Il ministro: «Stupita» ROMA. Troppe difficoltà trovano le donne in Italia ad abortire nelle strutture pubbliche, mentre i medici non obiettori, pochi e discriminati, sono vittime di «svantaggi lavorativi diretti e indiretti». Lo afferma il Consiglio d’Europa che ha accolto un ricorso presentato nel febbraio 2013 dalla Cgil. L’Italia dunque bocciata dall’organizzazione di Strasburgo perchè non sta rispettando quanto previsto dalla legge 194, «mettendo a rischio la salute delle donne che chiedono di accedere ai servizi per l’interruzione di gravidanza». In certi casi, costrette ad andare all’estero o ricorrere a strutture non autorizzate. La Cgil nel suo ricorso aveva denunciato una palese violazione negli ospedali italiani dell’articolo 9 della legge che regola le interruzioni di gravidanza. Perché se da un lato, la 194 rispetta il diritto all’obiezione da parte dei medici, dall’altro sancisce che gli ospedali pubblici devono assumere «misure necessarie per garantire un’adeguata presenza di medici non obiettori». Senza però precisare quali siano queste misure. Un vuoto normativo, denuncia la Cgil, che unito all’alto numero di medici obiettori, circa l’80 per cento (i primari sono quasi ovunque obiettori), ha avuto effetti negativi sia sulle pazienti che sul personale non obiettore che si ritrova da quasi 40 anni a sostenere tutto il carico di lavoro per rispettare la legge. Il Consiglio d’Europa ieri ha dato ragione alla Cgil: l’Italia viola il diritto alla salute alle donne che vogliono interrompere la gravidanza. Il ministro: «Sono molto stupita». «Mi sembra si faccia riferimento a dati vecchi del 2013», ha commentato il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. «Nessuna violazione al diritto alla salute, alcune aziende hanno qualche problema, ma siamo nella norma». Ministero e sindacato si sono confrontati sulla questione per tre anni fino al 7 settembre 2015. «I dati sono aggiornati a quella data – ha spiegato la segretaria della Cgil Susanna Camusso, giorno in cui si è tenuta una pubblica udienza davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo. Dati mai smentiti dal ministero». Soddisfatta la leader della Cgil che parla di «sentenza importante» perché «ribadisce l’obbligo della corretta applicazione della legge 194 che non può restare solo sulla carta. Il riconoscimento di queste violazione è una vittoria per le donne, per i medici, ma anche per l’Italia». I rischi per la salute delle donne. Ad individuare i problemi in Italia dopo il ricorso, è stato il Comitato europei per i diritti sociali del Consiglio d’Europa. L’organizzazione di Strasburgo è arrivata alla conclusione che in Italia in cui vige la legge dal 1978 «le strutture sanitarie non hanno adottato le misure necessarie per rimediare alle carenze causate dal personale che invoca il diritto all’obiezione di coscienza oppure hanno adottato misure inadeguate». E ancora. «In alcuni casi, considerata l’urgenza delle procedure, le donne che vogliono un aborto, possono essere forzate ad andare in altre strutture rispetto a quelle pubbliche in Italia o all’estero o a mettere fine alla loro gravidanza senza il sostegno o il controllo delle autorità sanitarie». Situazioni che «possono comportare notevoli rischi per la salute e il benessere delle donne, contrario al diritto alla protezione della salute». Queste le motivazioni che hanno portato il Consiglio d’Europa ad accogliere il ricorso del sindacato. Ora l’Italia deve adeguarsi. (f.cup.) 1 Per le interruzioni di gravidanza farmaci online Le interruzioni volontarie di gravidanza nel 2014, secondo il ministero della Salute, per la prima volta sono state inferiori a 100mila, con un decremento del 5,1% rispetto al 2013. Più che dimezzate rispetto alle 234 mila del 1982, l’anno in cui si è riscontrato il valore più alto. A questo dato, rileva il ministero, «corrisponde un valore costante dei ginecologi non obiettori: 1.607 nel 1983; 1.490 nel 2013. A livello nazionale, a carico dei ginecologi non obiettori, nel 1983 effettuavano 3.3 IVG a testa a settimana (su 44 settimane lavorative), e ne effettuano 1.6 nel 2013. Secondo le associazioni dei medici, sono però in crescita gli aborti clandestini, più dei 15mila stimati dal ministero. Dietro gli aborti spontanei (cresciuti del 40% dal 1993) si nasconderebbero molti aborti clandestini, iniziati magari a casa con farmaci comprati online. Regione In due anni persi 479 addetti della sanità La Cgil denuncia il crollo del personale in corsia: «La giunta Serracchiani ha battuto il record negativo del governo Tondo» di Marco Ballico. TRIESTE. Lo chiama “record”, Alessandro Baldassi. Ma, aggiunge il responsabile sanità della Cgil Fvg, «non c'è nulla per cui applaudire». Il tema è quello del personale che, nell'attesa dell'ossigeno dei 173 infermieri che verranno, fa segnare un disavanzo di 479 unità nel biennio 2014-­‐15, la somma, fa sapere Baldassi, «tra il -­‐351 di due anni fa e il -­‐128 dell'anno scorso». Il totale, assicura la memoria storica delle entrate e uscite del Servizio sanitario regionale, «batte di una unità il tonfo del presidente Tondo che, nel 2010, fu protagonista di un saldo negativo pari a 478 lavoratori». Insomma, riassume Baldassi, «uno a zero per Serracchiani, peccato però si tratti di un autogol». È proprio da quell'anno, il 2010, che la Cgil punta il dito sulla discesa del personale in corsia. E, fatti i conti da gennaio a dicembre 2015 («con documenti che la stessa Regione ci ha consegnato»), vale a dire il periodo in cui è entrato in funzione il rinnovato assetto del Ssr, il sindacato si trova ad affermare che «la musica non cambia». Se infatti «lo spartito del 2014 aveva prodotto 351 operatori in meno, il 2015 avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni dell'assessorato alla Sanità, l'anno del recupero. Al contrario, i dipendenti sono calati ulteriormente. Con due effetti assai negativi, posto che per il 70% si tratti di minori posti nel ruolo sanitario: la riduzione dei servizi ai cittadini negli ospedali come nel territorio e lo “scaricamento” del peso della riforma sui lavoratori». Nel dettaglio, le nuove aggregazioni nella AaS 3 Alto Friuli-­‐Collinare-­‐Medio Friuli e nella AaS 4 Friuli Centrale fanno segnare gli spostamenti più rilevanti (con un saldo 2 positivo di 5 unità). I “meno” si riscontrano in particolare nella AaS 2 Bassa Friulana-­‐Isontina (-­‐119), nell'Aou di Udine (-­‐39), nell'AaS Friuli Occidentale (-­‐24) e nell'Aou di Trieste (-­‐18). Tra le conseguenze, denuncia Baldassi, anche la riprese del fenomeno dei letti bis, soprattutto nelle mediche. «Si tratta di letti -­‐ spiega il sindacalista -­‐ che si aggiungono al numero considerato standard e gestibile in base a parametri oggettivi e condivisi. Il risultato? Spazi strettissimi in reparto, difficoltà di movimentazione del paziente, mancanza del campanello per le chiamate, fili e prolunghe attorno ai letti». In particolare pronto soccorso e medicine d'urgenza, prosegue Baldassi, «continuano a essere in grande difficoltà nel reggere la pressione degli utenti. Il personale anche in quei reparti è carente e chi è al lavoro è costretto a saltare riposi e ferie, con turnazioni da stress». Un ultimo affondo riguarda i medici di medicina generale: «Manca il filtro della categoria e, nonostante i milioni e milioni di risorse appena dirottate dalla giunta, le loro strutture sono ancora ben lontane dal fornire un servizio aperto tutti i giorni e per tutte le ore necessarie». Anche per questo, «per una sanità che deve essere fatta di prestazioni che le mani, le teste e i cuori degli operatori offrono ai cittadini», l'invito alla giunta è a «cambiare rotta subito: il 2016 deve diventare l'anno delle assunzioni e dei servizi». L’indagine Azienda ospedaliera di Trieste al top per rapidità nei pagamenti di Diego D’Amelio. TRESTE. L'Azienda ospedaliero-­‐universitaria di Trieste paga presto, con certezza e a volte perfino in anticipo sull'impegno assunto. È l'esito dell'indagine svolta dal ministero dell'Economia sui tempi di pagamento di 20mila enti pubblici di ogni ordine e grado. Come sempre in questi casi, ci sono buoni e cattivi (pagatori), in un quadro per la verità poco confortante, che vede soltanto 7mila realtà considerate in regola con la registrazione telematica delle fatture, evase da virtuosi mediamente in circa 44 giorni. Il limite fissato per la pubblica amministrazione sarebbe di 30 giorni, ma esistono ormai eccezioni che permettono di posticipare il pagamento a due mesi, termine che il ministero ritiene «fattore cruciale del buon funzionamento dell'economia nazionale», nonostante la gran maggioranza paghi con scadenze ben più lunghe. Quello del rispetto delle scadenze da parte degli enti pubblici è infatti un tema di forte impatto in questi anni di crisi, in cui la chiusura di numerose attività è stata motivata anche dalla difficoltà degli imprenditori a incassare il dovuto dalla pubblica amministrazione per le prestazioni erogate. Ritardi su ritardi che hanno accresciuto l'esposizione delle imprese, ormai abituate a essere pagate a mesi di distanza per colpa di 3 inaccettabili lungaggini burocratiche e cattive gestioni. La tendenza ha riguardato anche la sanità nazionale, che nel 2015 ha gestito il pagamento di oltre 21 milioni di fatture, per un valore di 129 miliardi di euro. E sono proprio le prestazioni del sistema sanitario oggetto della rielaborazione del Sole 24 Ore, da cui Trieste emerge come unica realtà regionale dotata di una buona capacità di pagamento. La classifica riguarda la performance degli uffici amministrativi e dice che lavorare per conto della sanità giuliana non nasconde brutte sorprese per imprese e fornitori. L'Azienda ospedaliero universitaria “Ospedali riuniti” di Trieste guidata da Nicola Delli Quadri in veste di commissario risulta infatti undicesima in Italia fra gli enti sanitari virtuosi, con pagamenti effettuati in 42 giorni medi ponderati: un totale di 15.730 fatture evase, pari a 73,4 milioni di euro. L'altro elemento da notare è che le fatture pagate rappresentano l'85% dei pagamenti da effettuare e che il saldo avviene con una media di 9 giorni di anticipo sulla scadenza, dato quest'ultimo che fa dell'Aouts la tredicesima in Italia, dietro Perugia. Dal punto di vista dei tempi di pagamento, la realtà più virtuosa è il ministero della Salute, con la Direzione generale digitalizzazione e sistema informativo e la Direzione generale personale collocate rispettivamente al primo e terzo gradino del podio. Nel primo caso, si tratta di 993 fatture evase mediamente in 12 giorni, per un importo di 25,4 milioni; nel secondo i pagamenti sono invece 3.500, effettuati mediamente in 18 giorni, per un valore di 30,5 milioni. Al secondo posto si trova l'Ente nazionale di previdenza degli psicologi: 1.800 fatture versate in 17 giorni, per 5 milioni circa. Le tre realtà citate sono le uniche a collocarsi nelle prime cinquanta posizioni rispetto all'intera galassia degli enti pubblici, dove l'Aou di Trieste occupa la casella numero 398. L'Azienda giuliana è preceduta da quelle di Perugia, Brescia, Pescara, Umbria 2, Teramo, Umbria 1, i cui tempi di pagamento vanno dai 21 ai 40 giorni. Dietro Trieste, unica realtà del Fvg nella classifica di settore evidenziata dal Sole, si trovano le Aziende di Bolzano, Marche Nord, Bassa Romagna, Alto Vicentino, Vicenza, Ancona, Terni, Asolo e Val d'Aosta. Il Sud Italia è assente dalle posizioni di testa, con l'unica eccezione del Centro di riferimento oncologico della Basilicata, diciannovesimo, con le sue 3.781 fatture pagate in 47 giorni. _diegodamelio_ Siglata l’intesa con i pediatri di libera scelta Incentivi fino a mille euro per chi passa alle ricette elettroniche. Definiti i servizi in caso di sciopero La ricetta dematerializzata, l'autoregolamentazione in caso di sciopero, la presa in carica degli over 14. Sono i tre punti chiave dell'accordo firmato dall'assessore Maria Sandra Telesca con le organizzazioni sindacali Fimp e Cipe, rappresentative dei medici pediatri di libera scelta, un centinaio di professionisti in regione. La giunta, su proposta dell'assessore alla Sanità, ha chiuso una partita che completa l'intesa con i circa 1.100 medici di base del Fvg. La Regione, ricorda Telesca, aveva già stipulato un contratto integrativo, nel quale erano però state riscontrate alcune lacune. Di qui la necessità di un’ulteriore stretta di mano a rafforzare quanto già concordato. Il principale argomento in sospeso era quello della dematerializzazione della ricetta. Come i loro colleghi, anche i pediatri parteciperanno al progetto elettronico: l'incentivo può arrivare fino a mille euro in caso di superamento del cento per cento del cartaceo. Le firme dell'assessorato e di Sergio Masotti (Fimp) e Stefania Sansotta (Cipe) compaiono anche in calce al compenso da riconoscere ai pediatri di libera scelta per l'effettuazione delle prestazioni professionali indispensabili, in occasione dello sciopero della categoria, e alle precisazioni sul mantenimento delle scelte degli ultraquattordicenni. «Nel caso di particolari problematiche nello sviluppo dei bambino, siano fisiche o psicologiche -­‐ spiega Telesca -­‐, c'è la possibilità per le famiglie di chiedere e ottenere il prolungamento del rapporto con il pediatra anziché passare subito al medico di medicina generale». Più in generale, commenta ancora l'assessore relativamente alla delibera approvata nell'ultima seduta, «con i pediatri la Regione ha stabilito una forte alleanza, nella 4 consapevolezza si tratti di professionisti che fanno fronte a un notevole lavoro sul territorio che permette anche di ridurre l'accesso dei bambini nei reparti ospedalieri e di essere nostre sentinelle per diffondere la cultura della vaccinazione». Non a caso la categoria farà parte dei Centri di assistenza primaria, in partenza entro l'estate, una delle novità della riforma sanitaria. Si tratta di poliambulatori in cui i medici di base lavoreranno a contatto anche con specialisti e assistenti sociali. L'obiettivo -­‐ i Cap saranno aperti 12 ore al giorno, dalle 8 alle 20, nei giorni lavorativi e due ore, dalle 8 alle 10, il sabato e nei prefestivi -­‐ è di aumentare la copertura oraria dell'assistenza e di ridurre l'accesso, a volte inappropriato, al Pronto soccorso. Più lavoro significa però naturalmente più soldi. L'integrativo per medici di base e pediatri vale 45 milioni di euro in tre anni, soldi che verranno spalmati sulla base del numero di assistiti. Non un aumento di stipendio, rimarca l'assessore, «ma quote riconosciute sulla base di obiettivi raggiunti e quindi di un servizio di più alta qualità». (m.b.) Era vivo il feto gettato in armadio a Ronchi Non lascia dubbi l’autopsia del medico legale. Ora la mamma sedicenne dovrà essere sottoposta alla perizia psichiatrica di Tiziana Carpinelli. MONFALCONE. Il feto, al momento dell’espulsione dal grembo materno, era vivo. Lo ha stabilito il medico legale Fulvio Costantinides, cui la Procura del Tribunale dei minorenni aveva affidato due mesi fa il relativo esame autoptico. Al professionista di chiara fama nel settore giudiziario veniva richiesto di esaminare il corpicino che lo scorso 6 febbraio, un sabato mattino, era stato rinvenuto dai carabinieri riposto in una borsa, all’interno dell’armadio di un’abitazione di Ronchi dei Legionari. Quel giorno il feto, prematuramente partorito in camera da letto dalla madre, una giovane di 16 anni, il giovedì notte precedente, era risultato privo di vita. Proprio il ritrovamento del povero corpicino da parte dei militari, peraltro allertati attraverso gli operatori sanitari dalla madre della ragazza -­‐ che dopo aver trascorso la notte a fianco della figlia ricoverata al San Polo per una forte emorragia era rientrata a casa per prelevare un ricambio di indumenti, facendo così la tragica scoperta -­‐ aveva dato impulso alla necessità di avviare accertamenti e indagini. Le notizie sugli esiti della perizia condotta dal medico legale Costantinides, ieri mattina, sono state rese note dal Tribunale dei minorenni. Infatti, interpellato in merito alla vicenda ronchese, il procuratore capo Leonardo Tamborini ha confermato che «dall’autopsia è risultato che il feto è nato vivo». Attualmente, sempre secondo quanto diffuso dall’autorità competente, è atteso a giorni «l’incidente probatorio sulla capacità di intendere e di volere della mamma al momento del fatto». Evidentemente nell’intento di chiarire fino in fondo i contorni del tragico accadimento, anche a tutela della minore stessa, la Procura ha ravvisato l’opportunità di «disporre una perizia psichiatrica» per valutare in quali condizioni psicologiche si trovasse la giovane al momento del parto e così in seguito valutare in modo adeguato le conseguenze del suo agire, alla luce di tutti gli elementi raccolti. Ricordiamo che la Procura del Tribunale per i minorenni di Trieste è titolare di due procedimenti, uno di natura penale e l’altro di natura civile, relativamente al feto partorito in camera da letto e in seguito rinvenuto privo di vita. Il primo procedimento, appunto di natura penale e a carico della madre minorenne, contempla due ipotesi di reato che sono l’omicidio e l’occultamento di cadavere. Il secondo, di natura civile, risulta posto in essere a tutela della medesima ragazza. In pratica laddove si ravvisasse una situazione meritevole d’interventi a protezione della persona minorenne, anche per esempio in termini di supporto e assistenza, la magistratura sarebbe titolata ad agire. La Procura per i minorenni, infatti, è un organo giudiziario specializzato, istituito in ogni Tribunale per i minorenni d’Italia, caratterizzato dalla specificità delle funzioni attribuite per ragione del destinatario dei suoi interventi, che è appunto il minore d’età, la cui tutela è imposta dalla normativa sovrannazionale e interna. Sempre la Procura dei minorenni ha precisato che «al momento non risultano coinvolti terzi soggetti». Infine la magistratura triestina considera i 5 nonni, cioè i genitori della giovane che la notte del 4 febbraio ha espulso in casa il corpicino ed è stata poi colta da malore, parti offese in quanto stretti parenti del feto. Feto che stando a indiscrezioni trapelate ieri sarebbe stato di sesso femminile. Quest’ultimo risulterebbe ancora custodito all’obitorio dell’ospedale cittadino, ma non più a disposizione dell’autorità giudiziaria, bensì in attesa di espletamenti burocratici. A tirare le fila sulle indagini affidate ai carabinieri di Monfalcone, una volta conclusi tutti gli accertamenti e condotto l’incidente probatorio,sarà la Procura dei minorenni. Polmoni, respirazione e settiman di crescita Così si stabiliscno i segnali di vita autonoma Come si è potuto stabilire che il feto era vivo al momento dell’espulsione dall’utero? In questi casi il medico legale incaricato di un’autopsia, tra gli altri aspetti, valuta i cosiddetti “segni della vita autonoma”, che servono ad accertare che il neonato sia nato vivo. La manifestazione di esistenza autonoma del neonato si identifica con l’avvenuta respirazione polmonare, cioè l’espansione degli alveoli, tant’é che le più importanti docimasie (parola che deriva dal greco e significa “prova”) sono quelle per l’appunto respiratorie. Ma si valutano anche “prove” extrapolmonari, cioè l’ingresso d’aria nel corpo in vita e la sua diffusione in sede appunto extra-­‐polmonare. Quanto agli altri aspetti oggetto di valutazione dell’autopsia, vedi anche l’esatta settimana di crescita raggiunta dal feto o la natura della sua espulsione, essi vengono tenuti strettamente riservati dalla Procura del Tribunale dei minorenni di Trieste (nella foto) e non sono stati al momento resi noti. (t.c.) Trieste Fumare marijuana per l’ernia non è reato Assolto un operaio di trent’anni trovato in possesso di due sacchetti di droga: gli serviva per alleviare i dolori fortissimi di Corrado Barbacini. Soffre di una dolorosa ernia al disco impossibile da curare con i farmaci ordinari. E, per questo motivo, viene assolto dall’accusa di detenzione di 46 grammi di marjiuana. La sentenza, pronunciata dal giudice Luigi Dainotti, mette fine alle vicissitudini giudiziarie di un operaio di trent’anni, L.P., in attesa del certificato di invalidità. Tutto inizia il 3 dicembre del 2014 quando il trentenne, residente a Duino Aurisina, incappa in un controllo dei carabinieri nelle vicinanze del valico di Ceroglie. «Ci segua in caserma», intimano i militari. Scattano i controlli e le perquisizioni nel corso dei quali i carabinieri scoprono che l’operaio nasconde addosso due sacchettini di nylon pieni di marjiuana. Un quantitativo, come indicano nella segnalazione inviata subito in procura, «idoneo al confezionamento di 277 dosi». Guai seri all’orizzonte perché quello che il trentenne rischia è la detenzione a fini di spaccio. In aula, però, emerge un elemento rivelatosi fondamentale per la decisione finale del giudice. La droga, come spiega l’avvocato difensore Alberto Polacco, serve all’imputato per alleviare il dolore lancinante provocatogli dall’ernia al disco. «Non sono un drogato. Ma devo esserlo se voglio ridurre le mie sofferenze» spiega il trentenne. Il difensore, a riprova della sua tesi, deposita la perizia del medico legale Raffaele Barisani che scrive nero su bianco che «l’uso di cannabinoidi da parte di L.P. -­‐ anche senza la regolare prescrizione medica -­‐ può essere considerato compatibile con il trattamento della sintomatologia dolorosa». E ancora: «Possiamo rilevare che i cannabinoidi possiedono effetti antalgici, peraltro noti da secoli, con la loro efficacia ampiamente comprovata da studi clinici condivisi. Ciò a fronte di minimi effetti collaterali». Nel corso dell’udienza emergono altri elementi a favore dell’imputato. Primo tra tutti il fatto che proprio a causa della sua patologia L.P. ha perso il posto di lavoro. Il motivo è l’incapacità fisica a svolgere le mansioni alle quali era preposto. Non solo. Il difensore deposita la documentazione attestante il fatto che l’imputato dispone della capacità economica necessaria per poter acquistare la droga dagli spacciatori dal momento che, oltre 6 ad aver percepito il Tfr, ha un’indennità di disoccupazione dell’ammontare di 900 euro al mese. Tutti questi elementi consentono di valutare come compatibile l’uso personale della marijuana. La sentenza fa seguito a quella pronunciata nel luglio dello scorso anno dal giudice Laura Barresi relativa a un invalido di 32 anni che era stato arrestato dai carabinieri per possesso di cannabis. Anche lui aveva fumato per placare dolori indicibili. Nel rapporto dell’arresto era stato sottolineato che quella droga era sufficiente per 410 assunzioni. Ma era stato poi dimostrato in aula che anche in quel caso la cannabis serviva per curarsi e non per lo sballo o per lo spaccio. Il caso Morta dopo la diagnosi sbagliata Gestione dell’emergenza sotto tiro di Gianpaolo Sarti Il caso della donna morta in casa poche ore dopo l'intervento del 118, oggetto di un'indagine in Procura, scatena le reazioni accese di politici e sindacati. Alla settantenne Vera Vidali, deceduta la notte tra il 10 e l'11 marzo, sarebbe stata diagnostica una semplice influenza. Stando all'autopsia, si sarebbe trattato invece di un aggravamento della cardiopatia di cui soffriva. Nel mirino ora finisce la gestione del sistema dell'emergenza a Trieste. Perché, a quanto risulta, a soccorrere Vera Vidali non sarebbe stata un'ambulanza del servizio sanitario regionale, bensì un società che lavora in appalto. E tanto basta per scatenare la bufera su presunte inefficienze. Poco più di un anno fa l'Ugl aveva indirizzato diverse segnalazioni all'Azienda sanitaria sollecitando una verifica sul funzionamento organizzativo e sulla formazione degli addetti. La stessa Ugl a fine 2014 aveva interessato del problema sia il sindaco Roberto Cosolini sia l'assessore Maria Sandra Telesca. «Attendiamo che la magistratura faccia piena luce sulla vicenda -­‐ osserva Matteo Cernigoi, segretario provinciale e regionale del sindacato -­‐ e innanzitutto esprimiamo vicinanza e cordoglio ai parenti della vittima. Ma quanto è accaduto, fosse confermato dalla Procura, avrebbe davvero dell'incredibile. Più volte abbiamo chiesto un controllo dei convenzionati: non puntiamo l'indice sui colpevoli, ma portiamo all'attenzione dell'opinione pubblica il tema dei servizi del 118. Alcuni sono esternalizzati ad altri e questo spiega il motivo per cui non si fanno assunzioni interne. Ma -­‐ continua -­‐ al di là di questo, abbiamo forti dubbi sull'attenzione che i vertici ospedalieri stanno assicurando ai percorsi di formazione degli operatori. Chi lavora nelle ambulanze ha i requisiti per lavorare in sicurezza? Poi c'è il problema dell'attuazione del piano regionale dell'emergenza -­‐ conclude Cernigoi -­‐ un piano che non può funzionare in questo modo. Trieste è penalizzata e sta subendo un taglio di mezzi e operatori». Più cauta la Cgil. Rossana Giacaz chiede chiarezza, ma non polemizza. «È un fatto molto doloroso -­‐ premette -­‐ ogni volta che capitano queste cose, si deve garantire supporto e vicinanza anche a chi è stato coinvolto, pur se può aver sbagliato. Tutti gli interrogativi, comunque, devono essere analizzati con grande serietà professionale come del resto credo che l'Azienda farà davanti a fatti di questo genere». Sul fronte politico si muove il forzista Bruno Marini. «La notizia del decesso di una persona a cui poche ore prima era stata diagnosticata un'influenza dal 118, suscita da un lato grande tristezza per una morte che forse poteva essere evitata -­‐ rileva il consigliere regionale di Forza Italia -­‐, e dall’altro grande inquietudine per le ombre che l'episodio getta sul sistema di soccorso della nostra città». Marini è d'accordo con il commissario dell'Azienda ospedaliero sanitaria Nicola Delli Quadri quando invita ad attendere gli esiti dell'inchiesta giudiziaria, tuttavia i particolari descritti dai familiari della persona deceduta «dovrebbero porre qualche interrogativo», ammonisce il forzista. «Dunque sarebbe stato opportuno che il commissario, oltre che attendere l'esito dell'inchiesta, rassicurasse i cittadini, promuovendo una verifica a tutto campo sul funzionamento dei servizi coinvolti in questo episodio. Non vorrei che a pagare fossero sempre gli operatori sul campo, che troppo spesso si trovano a lavorare in condizioni difficilissime, in carenza di mezzi, senza 7 precise indicazioni sul da farsi. Un pericolo che non ci possiamo proprio permettere anche perché, da anni, proprio le organizzazioni sindacali -­‐ conclude l’esponente forzista -­‐ hanno sollecitato le autorità sanitarie a sanare le criticità che emergevano nel servizio di soccorso cittadino». Brevi Salute. Sabato all’insegna degli Amici del cuore Ogni anno in Italia si registrano più di 135.000 eventi coronarici acuti, dei quali circa un terzo risultano fatali. Anmco, Fondazione “Per il Tuo cuore” e Conacuore onlus promuovono il progetto “Amico del cuore -­‐ Dopo l’infarto il colesterolo conta”. Sabato 16 aprile si terrà un grande evento nazionale in 14 città collegate via satellite: a Trieste l’appuntamento è alle 11.30 al Savoia Excelsior: gli specialisti incontrano pazienti e familiari per rispondere alle domande su colesterolo, esami e controlli, alimentazione e attività fisica, terapie e aderenza. Info www.amicodelcuore.it. Segnalazioni Sanità. Il Burlo rimanga un valore aggiunto Orgogliosamente fiero di aver dedicato “gli anni migliori della mia vita” nel volontariato e conseguenzialmente al sociale,avendo avuto (forse con immeritata responsabilità concreta)modo di collaborare con prestigiosi medici come Sergio Nordio, il prof. Panizzon, il dott. Longo, all’interno dell’Istituto Burlo garofolo, mi auguro e voglio ben poter credere che le attuali scelte inerenti il trasferimento dell’istituto ,siano dettate da una visione foriera di concretezze reali al servizio evoluto e compiuto della collettività. Questa prestigiosa istitutzione,tanto amata dai triestini (e non solo) riconosciuta in ogni ambito (da tempo infinito) come punto di riferimento,merita ogni tipo di rispetto. Le grandi professionalità’ medico scientifiche che han fatto la storia dell’istituto, nonché le attuali, di spessore certamente non inferiore, siano messe nelle condizioni di poter continuare ad essere un valore aggiunto imprescindibile (come sempre stato) al servizio della collettività. Trieste, con la sua ben nota e consolidata tradizione concreta nel sociale,affianchi questa realtà con attenzione et impegno. Polemiche strumentali? No grazie! Demagogia utilitaristica? No grazie. Fatti concreti: si grazie! Magari attraverso un percorso omogeneo e credibile nei tempi attuativi verso una nuova destinazione operativa già pianificata da tempo. Fulvio Chenda Gorizia Autistici, come migliorare la loro vita» Seguito convegno alla Fondazione organizzato dall’Anffas. Speziale: «Via al nuovo piano sanitario» Si stima che in Friuli Venezia Giulia siano circa 8mila le persone che soffrono di disturbi dello spettro autistico, e che altrettante dunque siano le famiglie alle prese con i problemi che ne derivano. Le eccellenze per la cura ed il trattamento di queste situazioni sul territorio non mancano, ma non sono distribuite in modo abbastanza capillare e l'accessibilità ai servizi non è purtroppo ancora garantita a tutti. Sono alcune delle preoccupanti constatazioni arrivate ieri a Gorizia nel corso del convegno "Disturbi dello spettro autistico e servizi alle famiglie: norme e difficoltà attuative sul territorio", organizzato negli spazi della Fondazione Carigo di via Carducci dall'Anffas del presidente Mario Brancati. Tra i tanti relatori -­‐ erano presenti tra il pubblico anche la senatrice Laura Fasiolo e l'assessore comunale al Welfare Silvana Romano -­‐ c'erano l'assessore regionale alla Salute Maria Sandra Telesca e la senatrice Venera Padua, relatrice della legge 134 del 18 agosto 2015 su "Disposizioni in materia di diagnosi, cura e abilitazione delle persone con disturbi dello spettro autistico e di assistenza alle famiglie", che ha tirato le conclusioni dei lavori. E' intervenuto però anche il presidente nazionale dell'Anffas 8 Roberto Speziale, che ha sottolineato l'importanza di un incontro come quello di ieri a Gorizia. «Il merito principale di queste occasioni è quello di tenere accesi i riflettori su una questione spesso poco dibattuta, coinvolgendo innanzitutto il mondo della politica e dei servizi -­‐ dice Speziale -­‐. Quello che emerge in modo inconfutabile è che oggi grazie alle conoscenze e le tecnologie in nostro possesso, anche in Friuli Venezia Giulia, se la diagnosi e l'intervento sono precoci è possibile garantire un significativo miglioramento della vita delle persone affette dai disturbi dello spettro autistico e delle loro famiglie. Ma per far questo è imprescindibile la rapida approvazione del nuovo piano socio-­‐sanitario e, per quel che riguarda l'Anffas, la predisposizione di progetti individuali secondo la legge: in modo da garantire a tutti un'adeguata assistenza e non lasciare sole le famiglie dei malati». Il problema, si è detto più volte, è legato soprattutto ai pazienti in età adulta, che finiscono per essere invisibili ai servizi. «Il Friuli Venezia Giulia, nell'approccio alla disabilità, è tra le regioni più avanzate in Italia -­‐ ha detto Speziale -­‐, e il discorso vale anche per quel che riguarda l'autismo». Marco Bisiach Messaggero Veneto 12 aprile 2016 Udine C’è l’assegno regionale Boom di poveri: +35% A Udine il record di persone coinvolte: 7.306 divise in più di 2 mila famiglie Ma c’è il rischio dei “furbetti”. Il Comune: verificheremo caso per caso di Cristian Rigo. Udine si scopre più povera. Sono infatti 2.075 le domande presentate entro il 29 febbraio per ottenere il sostegno al reddito previsto dalla Regione. E più di 7 mila le persone coinvolte, di cui 2.035 minorenni. A sorprendere è però il fatto che oltre il 35% dei richiedenti «era del tutto sconosciuto ai servizi di assistenza del Comune», sottolinea l’assessore all’Inclusione sociale, Antonella Nonino. Nuovi poveri quindi. Persone che hanno perso il lavoro o hanno esaurito la cassa integrazione e hanno visto crollare all’improvviso il proprio reddito, ma anche soggetti che fino a oggi hanno preferito appoggiarsi alla famiglia o hanno attinto ai risparmi. E forse qualche lavoratore in nero. «Faremo tutti gli approfondimenti del caso -­‐ assicura la Nonino -­‐ di certo questo strumento ha consentito di far emergere il reale indice di povertà del territorio che in precedenza era evidentemente sottostimato. E il patto di inclusione ci consentirà di verificare le reali necessità di ciascun richiedente». Uno sforzo organizzativo immane per gli ambito socio assistenziali. I costi invece sono interamente a carico della Regione. La misura attiva di sostegno al reddito voluta dalla giunta Serracchiani dal 20 ottobre scorso consente di fare richiesta a tutti i soggetti con un Isee (l’Indicatore della situazione economica equivalente) che non supera i 6 mila euro l’anno a patto che almeno uno dei componenti della famiglia risieda in Friuli Venezia Giulia da almeno 24 mesi. Il bonus consiste in un assegno mensile che può variare da un minimo di 70 a un massimo di 550 euro, che viene erogato per un anno e per al massimo un altro anno, ma solo dopo due mesi di sospensione. Chi riceve il sostegno si impegna però a sottoscrivere un patto con l’amministrazione regionale, attraverso i servizi sociali dei Comuni e i Centri per l’impiego, che caso per caso individueranno le “condizioni” che ogni beneficiario dovrà rispettare per uscire dalle difficoltà. Il bonus povertà è stato finanziato con un budget complessivo di quasi 30 milioni. Ma se pensiamo che soltanto a Udine alla data del 23 marzo le domande erano 2.510 è facile immaginare che potrebbe essere necessario trovare presto nuovi stanziamenti. Le domande infatti si possono presentare in qualsiasi momento. Tornando ai numeri, al 23 marzo in regione erano state presentate 10 mila 785 domande per 9 un totale di poco meno di 30 mila beneficiari. Gli ambiti di Trieste e di Udine sono quelli da cui provengono le richieste maggiori (rispettivamente 3 mila 513 e 2 mila 510). Questo l’identikit dei destinatari del buonus povertà: il 36% possiede un Isee compreso tra 0 e mille euro e il 13% nella fascia tra 5 mila e 6 mila. Il 42% delle domande proviene da nuclei monofamiliari, il 62% ha tra i 40 e i 65 anni, il 43% sono disoccupati, ma il 37% ha invece un lavoro. Lavoratori poveri che in alcuni casi incassano appena 400 euro al mese. Quanto alla provenienza dei richiedenti, si tratta nel 56% di cittadini nati in Italia e nel 44% di nati in Stati esteri. Percentuale che nel caso di Udine (guardando alle domande fino al 29 febbraio) si ribalta con 1.245 richieste di nati all’estero e 830 di italiani. «Ma è un dato che significa ben poco -­‐ dice la Nonino -­‐ perché in molti casi parliamo di persone che vivono e lavorano in Italia da molti anni. Voglio quindi prevenire il rischio di strumentalizzazioni perché di certo non parliamo di richiedenti asilo i quali sono esclusi da qualsiasi forma di welfare essendo in carico al Ministero. Per accedere al contributo è infatti richiesta non solo la residenza di almeno 24 mesi ma anche un permesso di soggiorno stabile che viene rilasciato per motivi di lavoro o familiari». Resta il fatto che Udine, guardando il numero di componenti coinvolti che sono 7.306, è la città con il tasso di incidenza maggiore ogni 10.000 persone: 457 contro le 368 di Trieste e le 227 di Pordenone, seguito da Cervignano (205), Latisana (166), Codroipo (144), Cividale (135) e Tarcento (131) sempre guardando le domande al 23 marzo. «Troppi stranieri con la pensione» Ziberna scrive alla giunta regionale: servono maggiori controlli «Proporre un protocollo d’intesa tra la Regione, la Guardia di finanza e la Polizia locale per individuare tutti gli stranieri che, pur non risiedendo in Italia, godono della pensione sociale di 5.880 euro all’anno, ottenuta grazie al ricongiungimento familiare e senza aver mai né lavorato né versato contributi nel nostro Paese». A chiederlo è il vicecapogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale Rodolfo Ziberna, che ha presentato un’interrogazione alla giunta. «Ormai – rileva Ziberna – è conosciuto da molti stranieri al di sopra dei 65 anni l’escamotage per ottenere una pensione sociale pur non avendo mai lavorato un solo giorno in Italia: molti cittadini stranieri, soprattutto albanesi, marocchini e cubani Over 65enni, con il pretesto di ricongiungersi al proprio parente residente in Italia, si intascano la pensione di 5.880 euro annui e si rimettono poi in volo per tornare da dove sono venuti. Omettendo naturalmente allo Stato italiano il proprio rientro in patria: la legge (Dlgs 286/98) dice chiaramente che qualora lo straniero abbia ottenuto la misura assistenziale e fuoriesca dall’Italia per un periodo superiore a un mese, l’erogazione dell’assegno è sospesa... Dopo un anno di sospensione, se l’interessato è ancora all’estero, l’assegno viene revocato definitivamente». «Attualmente – prosegue l’esponente di Forza Italia – in Italia il 17% degli stranieri residenti risultera avere più di 65 anni, e di questi circa il 7% gode di una pensione. Rapportando questi dati al Fvg, risulterebbero essere oltre 18mila gli stranieri con più di 65 anni, di cui quasi 1.300 con una pensione di 487 euro al mese, compresa la tredicesima mensilità». «Misura importante per le vittime della crisi» L’assessore Nonino: con i patti di inclusione stabiliremo dei percorsi individuali L’obiettivo è aiutare chi è in difficoltà e ritrovare l’indipendenza economica «La misura attiva di sostegno al reddito ha fatto emergere delle nuove povertà con le quali dobbiamo confrontarci e si sta dimostrando uno strumento fondamentale per dare sostegno in tempi rapidi a chi è in difficoltà economica». L’assessore all’Inclusione sociale, Antonella Nonino promuove il bonus povertà e fissa i prossimi passi per far sì che al contributo segua un percorso “su misura” per riconquistare l’indipendenza economica. «La sfida che attende gli ambiti socio assistenziali è proprio quella -­‐ annuncia -­‐. Dopo alcune difficoltà iniziali che avevano fatto slittare l’erogazione fino a 90 giorni dalla presentazione della richiesta a causa 10 del gran numero di domande, adesso il sostegno arriva nell’arco di 60 giorni e questo ci consente di intervenire con efficacia nelle situazioni di emergenza in cui viene a trovarsi chi per esempio perde il lavoro. Ma sono i passaggi successivi che rendono unica questa misura. Con ciascun beneficiario sarà infatti sottoscritto un patto di inclusione in cui verranno stabilite le tappe da seguire per poter continuare a ricevere l’assegno che comunque dopo un anno deve essere sospeso 2 mesi e può essere rinnovato soltanto per altri 12 mesi». Compito dei servizi sociali sarà poi quello di organizzare dei percorsi individuali attraverso corsi di formazioni, stage, tirocini. «È un percorso finalizzato a raggiungere l’autonomia -­‐ ribadisce l’assessore -­‐ e non a caso la Regione ha previsto una stretta collaborazione con i centri di collocamento e quelli di formazione. Abbiamo già iniziato i primi colloqui con i singoli utenti per sottoscrivere i patti di inclusione e analizzeremo con attenzione tutte le problematiche, soprattutto di chi fino a oggi non si era mai rivolto ai servizi». Tornando ai numeri, a livello regionale le domande presentate al 23 marzo di quest’anno erano 10.785 per un totale di 29.434 benficiari contando tutti i componenti dei nuclei familiari di cui 7.535 disoccupati, 5.701 lavoratori, 2’885 studenti, 2.669 casalinghi e 1.366 studenti. (c.r.) Gorizia Centro prelievi, sblocco più vicino Domani incontro probabilmente decisivo tra Aas e Bernardotto Incontro probabilmente decisivo, domani mattina, tra l’Azienda sanitaria e il presidente de “La Salute” Ezio Bernardotto. Alla direzione dell’Aas Bassa Friulana-­‐Isontina in Parco Basaglia dovrebbe infatti essere definito l'accordo che potrà, forse, sbloccare l’annosa vicenda dello stop del centro prelievi. Il servizio è stato interrotto la scorsa estate e la decisione, da allora, ha suscitato apprensione e forti polemiche. La convenzione, in ogni caso, potrebbe ridefinire i termini per la fornitura del servizio ambulatoriale, anche se non è dato sapere in che maniera. Nella lettera ricevuta dal sodalizio, l’unico elemento che fa ben sperare in una risoluzione positiva del confronto è l’oggetto dell’invito: “Definizione accordo”. Lo scorso 28 febbraio si era tenuta l’ultima assemblea dell’associazione, dove era emerso che la stessa è disponibile a diventare Cup di riferimento. In questo modo la struttura potrà essere accreditata dal punto di vista formale nell’effettuazione dei prelievi. Ciò che manca è quindi il via libera della direzione generale alla Salute che dovrà fornire l’accreditamento. Una volta portata a termine questa pratica, il centro potrebbe riaprire. I tempi, ad oggi, non sono però per niente chiari. A inizio luglio del 2015, lo ricordiamo, l'attività dell'ambulatorio prelievi fu sospesa direttamente dalla onlus di Lucinico a causa dell'interruzione delle forniture da parte dell'Azienda sanitaria del materiale necessario a effettuare i prelievi. A questa interruzione erano seguite le rassicurazioni da parte dell’Ass e l’annuncio che il servizio sarebbe potuto essere riattivato dopo l'elaborazione di un protocollo di sicurezza. (e.m.) Pordenone Visite mediche ai richiedenti asilo L’Aas 5 fa raddoppiare i numeri Recepita l’istanza della Prefettura visto l’incremento dei nuovi arrivi. Si comincia già oggi a Torre Radiografie al torace per riscontrare eventuali casi di tubercolosi. Poi l’affido a un medico di famiglia di Donatella Schettini. La Prefettura ha chiesto al Dipartimento di prevenzione dell’Aas 5 di aumentare il numero di ore da dedicare alla prima visita dei richiedenti asilo che arrivano in provincia di Pordenone: al venerdì pomeriggio si aggiunge ora anche il martedì pomeriggio (a partire da oggi), sempre nell’ambulatorio di Torre. L’istanza del rappresentante del Governo all’Aas 5 è arrivata la settimana scorsa: una comunicazione in cui si chiedeva di aumentare il 11 numero di controlli effettuati settimanalmente per verificare le condizioni sanitarie di chi arriva nel Friuli occidentale. Di fronte all’aumento degli arrivi, la Prefettura ha considerato evidentemente insufficiente un giorno alla settimane e per accelerare le pratiche ha chiesto una maggiore disponibilità al personale sanitario. E’ ora prevista la visita di 40 persone alla settimana, invece delle 20 come avveniva fino ad oggi. Il dipartimento ha accolto la richiesta e oggi pomeriggio i medici saranno al lavoro per le visite di rito. Il meccanismo stabilito prevede che il giorno precedente la giornata di visita, la Prefettura invii al dipartimento di prevenzione un elenco con i nomi, normalmente 20 ma possono essere anche di più, degli stranieri da sottoporre a visita. E la nuova organizzazione è partita già ieri, quando al Dipartimento è arrivato l’elenco delle persone da controllare. Si tratta di prime visite, quelle a cui vengono sottoposti gli immigrati non appena giungono a Pordenone: una visita di controllo per valutare lo stato di salute e inviare persone con eventuali problemi ai presidi sanitari per analisi più approfondite o le cure del caso. «Tutti – ha spiegato il responsabile del dipartimento di prevenzione, Lucio Bomben – vengono sottoposti a radiografie al torace per verificare la presenza di tubercolosi». Una sorta di screening. «Gli stranieri – ha proseguito il responsabile – vengono poi sottoposti a visita e vaccinati. Gli esami del sangue vengono fatti solo qualora dall’anamnesi emergano situazioni particolari o tali da far sorgere preoccupazione». Una volta visitati, e se tutto è a posto, il sistema prevede che i profughi siano “affidati” temporaneamente a un medico di medicina generale a cui possano rivolgersi in caso di necessità. Un monitoraggio continuo svolto anche dai soggetti che hanno la gestione dei rifugiati: nella maggior parte dei casi cooperative sociali che, ogniqualvolta ravvisino un problema, segnalano in caso al Dipartimento di prevenzione che è già intervenuto. La situazione, secondo il Dipartimento, è sotto controllo e la rete attivata permette di tenere sotto controllo la situazione. Almeno per gli immigrati che vengono ricompresi nei progetti ufficiali avviati dalla Prefettura per l’accoglienza. L’Unione ciechi ha avviato la selezione per 4 volontari L’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti onlus della provincia di Pordenone ricerca 4 giovani, da impiegare come volontari nell'ambito del progetto “Trasformiamo le barriere in opportunità reciproca”. Possono partecipare alla selezione i giovani che, alla data di presentazione della domanda, abbiano compiuto i 18 anni e non superato i 20. Ai volontari in servizio spetterà un trattamento economico di 433,80 euro. Le domande, corredate dalla documentazione prescritta, dovranno essere indirizzate direttamente all'Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti sezione provinciale di Pordenone onlus dove dovranno pervenire entro e non oltre le 14 del 20 aprile. Una copia del bando, la modulistica necessaria per la predisposizione delle domande e ogni ulteriore informazione e assistenza, potranno essere ottenute collegandosi al sito web dell'Ufficio nazionale per il servizio civile, vale a dire-­‐ www.infoserviziocivile.it, sul sito della Regione Friuli Venezia (www.regione.fvg.it) oppure rivolgendosi alla stessa Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti onlus di Pordenone, inGalleria San Marco 4 (telefono 0434 21941, numero di fax 0434 208258, indirizzo e-­‐mail [email protected] . 12 La Nuova -­‐ Venezia 12 aprile 2016 Attualità «Ci sono troppi medici obiettori si assumano altri ginecologi» I dati nel Veneziano: 388 interruzioni di gravidanza nell’Asl 13 e ben 513 in quella di Venezia e Mestre ma i medici che rifiutano gli interventi in Veneto sono il 90 per cento. «Concorsi con nuove regole» di Mitia Chiarin. MESTRE. «Le Aziende garantiscono il diritto alla interruzione di gravidanza così come previsto dalla Legge». Dalle aziende sanitarie veneziane arriva una unanime precisazione quando si chiede conto dei dati sull’interruzione di gravidanza e sul numero di medici obiettori: ovvero tutti gli interventi di aborto vengono eseguiti, secondo le norme di legge. Ma quando si parla di aborto in una Regione come il Veneto, con un altissimo numero di medici obiettori, ben il 90%, il dibattito si scatena. Perché l’applicazione della legge 194, che nel 2018 compirà 40 anni, resta un problema. La legge tutela due diritti, quello del medico di obiettare e quello della donna di interrompere una gravidanza. Ma per tante donne questo evento dolorosissimo è stato vissuto come un calvario in strutture sanitarie dove si fatica a trovare medici non obiettori e i pochi che ci sono “migrano” di fatto da una struttura all’altra. Per non parlare delle porte aperte ai movimenti per la vita. Interventi nel Veneziano. 388 interruzioni di gravidanza nel 2014 all’Ulss 13 di Mirano e Dolo; 144 all’Ulss 14 di Chioggia. Più alti i numeri all’Ulss 12 di Venezia e Mestre: 513 le interruzioni di gravidanza in città; 182 eseguite dall’Ospedale civile di Venezia e 331 all’Ospedale dell’Angelo di Mestre. I dati 2015 non sono ancora arrivati alla Regione Veneto ma il trend, fanno sapere dall’Asl 12, non presenta per l’anno scorso variazioni significative. Obiettori. Difficile invece è avere dati ufficiali sul numero di medici obiettori di coscienza. Si sa che nel Veneto la percentuale arriva al 90 per cento. Dati certi non vengono diffusi in nome della privacy. Relazione ministeriale. L’ultima relazione presentata dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin in Parlamento spiega che (dati 2013 per un rapporto depositato nel 2015) in Veneto si contavano più del 76 per cento di ginecologi obiettori (189) assieme a 179 anestesisti (38,4 per cento) e 310 infermieri (39,4 per cento). Venezia sarebbe in linea col dato regionale. Ma secondo le operatrici del consultorio privato Aied di Mestre oramai «si conta un solo medico non obiettore a Mestre e un altro a Venezia, che si divide con l’altro ospedale». Nel 2013 si erano contati nell’Ulss 12 quattro medici non obiettori (2 su 12 all’Angelo; 2 su 8 al Civile). «Il numero di non obiettori si riduce non perché aumenta l’obiezione di tipo etico o religioso ma perché i ginecologi non obiettori arrivano a non farcela più: effettuano solo aborti e alla fine alcuni si dichiarano obiettori per fare anche altro», spiegano all’Aied. Maria Teresa Menotto, segretaria comunale del Pd avverte: «Occorre tenere sempre alta la vigilanza sull’applicazione della legge anche se a Venezia la situazione pare migliore di Mestre. E servono concorsi per non obiettori, con nuove regole». Le reazioni. Le contestazioni dell’Europa all’Italia partono da una denuncia della Cgil. Annachiara Marin del coordinamento donne della Camera del lavoro di Venezia spiega: «La legge c’è ma non viene applicata. Ci sono pochi ginecologi non obiettori, mancano i consultori pubblici. Alle donne che affrontano questo dramma occorre un vero supporto sociale oltre che sanitario, che manca. Continueremo a batterci per questo diritto». Monica Sambo, consigliera comunale a Venezia per il Pd lancia una provocazione: «Nel Veneto l’obiezione è praticata oltre il 90 per cento e tra le donne straniere, senza permesso di soggiorno, aumentano i casi di aborto clandestino che è conseguenza anche dell’aumento degli obiettori. Come intervenire? Assumendo medici non obiettori. Un ginecologo che non vuole praticare l’interruzione di gravidanza deve scegliere un’altra specializzazione. Altrimenti si rischia l’ abuso di obiezione». 13 Positiva alla cocaina, sospesa la potestà Provvedimento cautelare in attesa dell’udienza per la neonata di appena un mese e mezzo. Madre e figlia in comunità di Sabrina Tomè. PADOVA. Sospesa in via cautelativa la potestà ai genitori della neonata di un mese e mezzo portata il 24 febbraio scorso in ospedale con un profondo taglio alla lingua e risultata positiva alla cocaina. La decisione del tribunale dei Minori è stata comunicata ieri ai genitori; il sospetto è che la piccola sia stata vittima di maltrattamenti. E sempre ieri mamma e bimba sono state dimesse dal reparto di Pediatria e affidate a una comunità specializzata, mentre il padre potrà vedere la piccina ogni giorno per un’ora, quattro volte la settimana. Si tratta delle misure che il tribunale ha ritenuto di adottare a seguito della relazione trasmessa dalla Casa del Bimbo Maltrattato di Padova che ha preso in carico il caso dopo la segnalazione dei medici. La decisione del tribunale, va sottolineato, ha natura cautelativa e potrebbe pertanto essere modificata qualora mamma e papà dimostrino che non c’è stata violenza sulla piccola. A questo proposito è già stata fissata per maggio l’udienza davanti ai magistrati dei Minori; udienza importante per la definizione della vicenda. Sul caso, come è automatico nell’ipotesi di maltrattamenti, è stato aperto anche un fascicolo dalla Procura del tribunale ordinario: l’inchiesta è condotta dai magistrati di Venezia, competenti per territorio in quanto il ferimento della piccola è avvenuto nel Veneziano. Nelle prossime ore gli inquirenti sentiranno la madre e il padre della bambina, quest’ultimo in qualità di persona informata sui fatti: potrà così fornire alla magistratura la sua verità sull’accaduto. Certo è che l’uomo non era in casa al momento di quello che i genitori continuano a ripetere essere stato un incidente; alle 10.45 del 24 febbraio, ha ricevuto una telefonata dalla moglie che gli riferiva come la bimba fosse caduta dal trasportino battendo il mento in terra e pizzicando tra le gengive la lingua insieme alla cerniera della tutina invernale. E proprio la cerniera le avrebbe causato il taglio profondo. Nella telefonata la moglie gli ha spiegato che la piccola sanguinava poco; pochi minuti dopo-­‐ alle 11.09 -­‐ madre e figlia erano già al Pronto soccorso pediatrico dell’ospedale vicino a casa. I medici hanno prestato le prime cure alla neonata e l’hanno poi trasferita a Padova dove, nel pomeriggio, è stata trasfusa e suturata. L’operazione è riuscita perfettamente, la piccola si è ripresa velocemente e ora sta bene. Per i medici, però, quella ferita alla lingua non è compatibile con l’incidente: di qui la segnalazione alla Casa del Bimbo Maltrattato. Nel frattempo la bimba è stata sottoposta ad altri accertamenti che hanno rilevato la positività alla cocaina; i test su capelli e urine dei genitori hanno invece dato esito negativo. Mamma e figlia sono rimaste ricoverate da allora in Pediatria, nonostante le ripetute richieste di poter tornare a casa avanzate anche tramite il legale della famiglia. Ieri mattina, infine, le dimissioni e l’accompagnamento in comunità. Una misura, quella del tribunale dei Minori, che è stata uno choc per la coppia. Per la mamma che ha ripetuto con forza sui social come si sia trattato di un incidente: «Non potrei mai fare del male a mia figlia», ha scritto incassando la solidarietà della comunità. E per il papà che non era neppure in casa quando sono successi i fatti. Di «provvedimento sbalorditivo» parla il legale, l’avvocato Matteo Mion che ha sottolineato l’assenza di contradditorio rispetto agli esami fatti sulla piccola e sui genitori e alle misure prese. «Mi auguro ci sia quantomeno la possibilità di fare la perizia in contradditorio», ha detto l’avvocato facendo intendere che il caso è tutt’altro che chiuso. Ogni anno sono 250 i casi seguiti da esperti Il Centro regionale per la diagnosi del bambino maltrattato: il 41% ha subìto violenze fisiche PADOVA. Tre posti letto, ambulatori e ambienti protetti per offrire assistenza e consulenza ai bambini presunte vittime di maltrattamenti. È questo il Centro di riferimento regionale per la diagnostica del bambino maltrattato dell’Azienda Ospedaliera di Padova che afferisce al Dipartimento per la salute della Donna e del Bambino. Sono circa 250 i bambini che ogni anno vengono presi in carico dalla struttura. L’unità, nata nel 2007, è di riferimento per tutto il 14 Veneto. Il 41% dei piccoli pazienti del centro ha subito un maltrattamento fisico, tra questi ci sono 25 neonati cosiddetti “shakerati”, ossia brutalmente scossi. Il 30% dei bambini seguiti è vittima di abuso sessuale, il 9% di violenza psicoemozionale, il 12% di violenza assistita e il 2% di “sindrome di Münchhausen per procura” o “male di Polle” (si tratta di un disturbo mentale sofferto per lo più da donne che le porta ad arrecare un danno fisico al figlio per attirare l’attenzione su sè stesse). La struttura si inserisce in una rete di servizi dedicati alla presa in carico dei minori vittime di abuso. Il servizio interviene nello specifico sulla diagnosi, quindi quando si inizia a sospettare il maltrattamento sul bambino. Se in ambito ospedaliero vengono individuati segni sospetti e sintomi acuti, il piccolo paziente viene segnalato al team multidisciplinare per ulteriori verifiche. Le diagnosi vanno a toccare tre aspetti fondamentali. Il primo prende in considerazione la malattia, ovvero quale tipo di maltrattamento il bambino ha subito e se lo ha subito. Il secondo aspetto osserva il danno, come effetto del maltrattamento. Si valuta sia il presente, ovvero il danno attuale, sia in prospettiva, quale potrebbe essere nell’evoluzione della vita. Il terzo aspetto prende in esame le risorse, cioè quali potenzialità si possono andare a sollecitare, nel bambino e nella sua famiglia. La responsabile del Centro per la diagnostica del bambino maltrattato è la professoressa Paola Facchin, specialista in pediatria, igiene e medicina preventiva. Il team di specialisti è poi composto da: Marta Rampazzo specialista in pediatria e neuropsichiatria infantile; Martina Bua, psicologa; Silvia Manea, specialista in medicina di comunità e Melissa Rosa Rizzotto, specialista in medicina della comunità e scienze della programmazione sanitaria. Il centro può offrire il ricovero dei pazienti, percorsi integrati di presa in carico, e consulenze formalizzate a distanza, grazie al collegamento telematico con gli ospedali della regione e con le case delle famiglie più a rischio. Elisa Fais Asl 13 sotto esame reclami in aumento e ticket più cari La relazione del Tribunale dei diritti del Malato di Dolo Presto un ufficio anche a Mirano. Confermato il direttivo di Alessandro Abbadir. DOLO. Sono 436 le segnalazioni ricevute dal Tribunale del Malato di Dolo durante il 2014, nel 2016 i dati non sono completi ma, fino al 13 novembre, sono in costante aumento, andando a segnalare disfunzioni quali cattive pratiche, alle liste d’attesa (per visite di approfondimento) alle invalidità alla richiesta di ausili, ai cattivi comportamenti e questioni legate alle esenzioni dei ticket. Le branche della medicina più segnalate sono ortopedia, chirurgia, ginecologia e oncologia. Ma c’è anche una zona grigia per quanto riguarda i soldi. Dai dati dello studio eseguito dall’Istituto ricerche economico e sociali della Cgil, risulta infatti come l’Asl 13 sia quella in cui i cittadini pagano in media i ticket più alti: 38,90 euro pro capite contro i 37.30 dell’Asl 12 veneziana e i 30.30 dell’Asl 14 di Chioggia, asl che ricevono contributi regionali procapite più alti di quelli della Asl 13. Insomma: più poveri e pure più tartassati dalla Regione. I dati sono emersi a Dolo durante l’assemblea annuale dell’associazione. Da quest’anno il Tribunale del Malato di espanderà a Mirano: opererà sotto l’egida di Cittadinanzattiva-­‐Tribunale per i diritti del malato come unico interlocutore con le istituzioni. Anche a Mirano i cittadini potranno così fruire da quest’anno del sistema di tutela integrata propria del Tribunale del malato. «Affronto con entusiasmo il nuovo mandato», ha spiegato la presidente Sandra Boscolo, «per non soccombere alla crisi economica abbiamo bisogno di un servizio sanitario pubblico più efficiente ed efficace. Significativa la partecipazione del presidente della Conferenza dei sindaci, Silvano Checchin, quale unico rappresentante delle istituzioni. Il Tribunale del Malato, che nel 2015 ha festeggiato il suo 35ennale, continua nel suo impegno, dalla parte dei cittadini, al fianco delle istituzioni». L’assemblea ha rinnovato le cariche. Riconfermata presidente Sandra Boscolo, vicepresidente riconfermato l’avvvocato Giorgio Bortolotto. Nel direttivo: l’avvocato Silvia Sorrentino per il 15 settore Rete Giustizia per i diritti, Bepi Rigo per Rete Consumo, Maria Teresa Benato per il settore Rete Scuola e infine Marisa Silvestrini è stata eletta segretario organizzativo. Durante la presentazione dell’attività del Tribunale del Malato a Dolo si è discusso anche del disegno delle schede regionali recentemente sospeso e della proposta della legge 23 e cioè dell’Azienda Zero. Quella che dovrebbe sostituire tutte le Asl a livello provinciale. «La cannabis ha aiutato il nostro Luca» I familiari raccontano il calvario del diciannovenne morto per un tumore al cervello: solo così ha sopportato il dolore TREPORTI Hanno scelto la cannabis. Per Luca che a 19 anni era bloccato in un letto dell’ospedale Ca’ Foncello di Treviso, minato da un tumore al cervello in fase irreversibile, senza la possibilità di operare e senza che le terapie tradizionali, classiche avessero portato benefici. E adesso che Luca non c’è più – è spirato venerdì, dopo due anni di lotta strenua e coraggiosa – vogliono che la loro esperienza non sia vana. Che abbia un senso il dramma di Luca, che lo abbia il calvario di una famiglia allargata che ha sperato, lottato con Luca, e sofferto con lui, fino alla resa definitiva. E che il dolore, la sofferenza, e il lenimento di quella sofferenza tramite la cannabis, possa aprire una riflessione, per ridisegnare le frontiere delle cure dei malati tumorali, specie in fase terminale. E alleviare altre mille e mille sofferenze. La terapia alternativa non ha salvato Luca, arresosi dopo una lotta impari, pure sostenuta con tutta la forza di una fibra giovane e aperta alla vita, indomita, pronta mille volte a rialzarsi di fronte agli attacchi del male. Come si può pensare a un tumore, alla soglia della maggiore età e nel piano della tua adolescenza? Ma i familiari hanno potuto vedere gli effetti della cannabis -­‐ il preparato galenico si chiama «Bedrolite», che ha solo il principio attivo CBD della cannabis, e non il TCH, quello stupefacente. Escono allo scoperto, alla vigilia dell’estremo saluto a Luca, (stamani, nella chiesa di Roncade) : «Possiamo dire davvero che Luca ha vissuto di più e meglio, decisamente meglio, i suoi ultimi mesi di vita», dicono i familiari, che hanno scritto a caldo una toccante lettera alla tribuna di Treviso per raccontare la loro esperienza, «dal punto di vista della lotta al dolore e della qualità della vita, anche se nell’ultimo scorcio. È il momento di aprire all’uso della cannabis, e di pensare a quanta sofferenza può essere alleviata. Lo diciamo avendo visto e vissuto sulla nostra pelle, in questi mesi, cos’è la sofferenza e cos’è il sollievo, cosa vuol dire l’assenza di spasmi, cos’è un corpo che non soffre». Mamma Chiara è infermiera, il papà della sorella di Luca è medico: sanno perfettamente di cosa parlano. «Non c’è confronto con morfina e altri preparati farmaceutici: e per la cannabis non ci sono nemmeno controindicazioni». Ci sarebbe anche un risvolto economico, al di là della preminente dimensione medica : prodotta su scala industriale, il costo della cannabis sarebbero almeno 10 volte inferiori. A quanto consta, Luca è il primo caso veneto di un degente oncologico trattato con una terapia sistematica di cannabis. All’inizio l’acquistavano in altre regioni italiane -­‐ poi è stato un neurochirurgo dell’Usl 9, con master in terapia antalgica a prescrivere il preparato, che può essere somministrato solo ed esclusivamente per terapia antalgica o patologie quali la sclerosi multipla. Il medico ha certificato come Luca avesse assoluta necessità della cannabis per alleviare le neuropatie, refrattarie a tutti gli altri farmaci. E il servizio sanitario nazionale, come può fare dal 2015, l’ha passato. Paradossalmente, una sindrome tumorale non è sufficiente -­‐ di suo – a ottenere la cannabis. E possono prescriverla solo uno specialista in terapia antalgica o un neurologo. «L’azione antitumorale della cannabis è tuttora da dimostrare, anche se ci sono sperimentazioni in corso in diversi paesi del mondo, su questo aspetto, che stanno attirando l’interesse degli specialisti», dicono i familiari, «ma è indubbia, incontestabile la sua efficacia. Formidabile addirittura nell’alleviare il dolore, nell’eliminare ogni fenomeno di spasticità. E quello che era documentato l’abbiamo potuto vedere direttamente, negli ultimi mesi di vita di Luca, da quando ha cominciato la terapia con la cannabis il suo quadro è cambiato, anche se purtroppo 16 non è servita contro il male. Dobbiamo ringraziare lo specialista che ci ha consentito di poter avere il Bedrolite direttamente dalla farmacia dell’ospedale: lì un farmacista sa prepararlo perfettamente, in maniera artigianale». Un tocco di antica sapienza farmaceutica, di erbe, di una cura meno chimica e più naturale. C’è anche un altro preparato della cannabis, in commercio: il Bedrocam, infuso tipo thè (e questo sì contiene anche il Tch , principio attivo stupefacente). Ma su Luca, per il dosaggio necessario alla sua terribile condizione, è stato adottato il Bedrolite, una sorta di resina densa, che si può somministrare in capsule o diluire nel latte. Per combattere efficacemente, finalmente, quel dolore che tanto spesso sfida ogni nostra ragione, ogni logica, la stessa fede. E intacca ogni certezza. Costi e difficoltà, perché la cura non decolla Dopo una prima espansione ora il ricorso a scopo terapeutico della cannabis è stagnante MESTRE. Dopo un primo momento di espansione, ora il ricorso alla cannabis a scopo terapeutico è stagnante. Le difficoltà per riuscire ad accedere a questo tipo di terapia contro il dolore permangono e i pazienti che attualmente assumono medicinali a base di marijuana rappresentano una nicchia. Tra i motivi della scarsa diffusione c’è il costo ancora piuttosto elevato (dai 70 ai 140 euro a seconda della posologia prevista per il paziente) e non sempre la spesa è a carico del Servizio sanitario nazionale. La legge prevede la gratuità della terapia solo per uno sparuto numero di patologie. Possono farvi ricorso senza spese le persone affette da malattie disabilitanti come sclerosi multipla, danni ai nervi, lesioni spinali, dolore neurogenico e pazienti terminali affetti da cancro o Aids, per la stimolazione dell’appetito nell’anoressia. Oppure nel caso di patologie che non rispondono alle terapie tradizionali, o per contrastare gli effetti di nausea e vomito causati da chemio e radioterapia. Non trattandosi di una cura ma di un trattamento palliativo, spetta esclusivamente al medico stabilire in quale momento della terapia il paziente possa trarre un effettivo beneficio clinico dall’uso della marijuana come terapia. Ed è proprio su quest’ultimo aspetto di carattere prescrittivo che si inserisce un’ulteriore criticità: il fattore culturale. Il trattamento del dolore cronico in Italia è argomento complesso, spesso i medici suggeriscono i farmaci tradizionali, preferendoli alla cannabis che necessita di un procedimento burocratico alquanto macchinoso per poter essere prescritta. Occorre ad esempio un piano terapeutico elaborato da uno specialista. Attualmente la fornitura più importante è lo Sativex, uno spray cannabinoide a uso orale, utilizzato per il trattamento sintomatico di spasmi muscolari nella sclerosi multipla e nelle gravi spasticità. Esistono anche preparati a base di cannabis. Si tratta di preparazioni sotto forma di decotti a base di fiori, schiuma in spray e olio essenziale, quest’ultimo ottenuto dalla macerazione di fiori e foglie di marijuana. Potenzialmente tutte le farmacie sarebbero in grado di allestire questi composti ma la richiesta è ancora contenuta e solo in caso di sviluppo della domanda aumenterà anche l’offerta della cannabis a scopo terapeutico. Punto nascita, mamme in strada Portogruaro. Ieri il sit-­‐in con gli amministratori per la riapertura. Dieci candidati per il primariato di Rosario Padovano. PORTOGRUARO. Dieci candidati per il ruolo di primario del Punto nascita e un nuovo team che collabori con la figura professionale. Queste le ricette dell’Asl 10 per far ripartire Ostetricia e Ginecologia a Portogruaro. I tempi? Non si possono ipotizzare proprio perché, dopo il concorso fissato il 26 maggio, il nuovo primario dovrà creare la squadra di lavoro. Sembra ipotizzabile che la struttura possa riaprire in totale sicurezza solo la prossima estate. Il numero di candidati al ruolo di primario è la notizia più importante tra le varie emerse durante il sit-­‐in organizzato ieri mattina davanti all’ingresso dell’ospedale dal comitato “I fiocchi sopra le gru”, le cui aderenti non hanno risparmiato critiche alla classe politica. «Questa manifestazione non ha colori. Anzi ne ha due, il rosa e l’azzurro, i colori dei bambini», hanno detto. A loro, in qualche misura, ha dato ragione, per conto del Comune di 17 Portogruaro, l’assessore ai servizi sociali e sanitari Luigi Toffolo: «Abbiamo bloccato un treno in corsa che voleva chiudere non solo il Punto nascita, ma l’intero ospedale. Eravamo in pericolo. Fortunatamente questo treno ha cambiato direzione». Garantito il servizio del parto epidurale, come aveva anticipato il direttore generale Carlo Bramezza, verrà attivato il centro di procreazione assistita. Ma per Valeria Moretto, assessore di Fossalta, delle promesse del direttore generale non ci si può fidare. «Alla conferenza dei sindaci ci disse che il Punto nascita avrebbe riaperto dopo due mesi. È trascorso quasi un anno». I politici intervenuti hanno evidenziato quanto sia scandaloso ciò che è accaduto. C’erano i deputati Sara Moretto e Emanuele Prataviera, il consigliere regionale del Pd Francesca Zottis, il sindaco di San Michele e consigliere della Città Metropolitana Pasqualino Codognotto, il presidente della conferenza dei sindaci e sindaco di Gruaro Giacomo Gasparotto. Quest’ultimo ha rilasciato una dichiarazione che non ha troppo convinto i componenti del comitato “Salute bene primario”: «Non sono convinto che Portogruaro sia un ospedale di qualità, ma è meglio tenercelo stretto». «Mantenere pediatria significa mantenere attivo il Punto nascita», ha spiegato l’assessore Toffolo, «Auspichiamo che il nuovo primario sia affezionato a Portogruaro e voglia servire il suo territorio. Non vogliamo che dopo poco tempo chieda il trasferimento». Il consigliere metropolitano Codognotto auspica che «Veneto e Friuli si coordinino meglio perché i turisti al primo posto nelle loro richieste pretendono servizi sanitari efficienti». «Ci vuole una programmazione condivisa tra Veneto e Friuli», ha detto Francesca Zottis, «Lavoreremo in commissione Sanità proprio per questo». Emanuele Prataviera ha rivelato che «Il Punto nascita è stato chiuso per rivalità interne» e Sara Moretto ha ribadito che «Ostetricia a Portogruaro dà un servizio ottimo. La contemporanea chiusura del Punto nascita di Portogruaro e di Latisana dimostra come l’auspicata concertazione tra le Regioni non ci sia stata». Claudio Odorico, sindaco di Concordia, si è fatto portavoce delle istanze per la riapertura del Punto nascita. L’iniziativa in dodici comuni Petizione boom: superate le tremila firme PORTOGRUARO. Sono agguerrite, arrabbiate, sicuramente non sono sprovvedute: le mamme del comitato “Fiocchi sopra le gru” vogliono la riapertura del Punto nascita che in passato ha visto dare alla luce quasi settecento bambini. Lo avevano annunciato e hanno mantenuto la promessa, organizzando un sit-­‐in per far sentire la loro voce e continuare la raccolta firme diffusa in dodici Comuni, che sta ottenendo grandi successi. A ieri sera le firme erano oltre tremila. «Quest’anno non vedremo nascere bambini a Portogruaro, ma il prossimo speriamo di sì», hanno detto le mamme, «Non siamo i portavoce dei dirigenti Asl ed è un peccato che non siano riusciti a presenziare al sit-­‐in, ma sappiano che comunque il comitato continuerà a esistere anche dopo la riapertura del reparto per vegliare su di esso. Sicuramente la nostra battaglia non si fermerà davanti alle promesse. Una chiusura così improvvisa di un reparto ospedaliero non si era mai vista e proprio per questo la questione è parsa strana sin dall’inizio». Tutto succede proprio mentre l’Italia è stata tacciata di negligenza da parte dell’Unione Europea per il servizio ospedaliero neonatale ed a pochi giorni dalla consegna delle 134 bandiere verdi dei pediatri. Come ha ricordato durante il sit-­‐in il sindaco di San Michele al Tagliamento e Bibione, Pasqualino Codognotto, sono state insignite di questo riconoscimento quasi tutte le spiagge della provincia per la qualità dei servizi rivolti all’ospitalità per le famiglie e soprattutto per i bambini. Gemma Canzoneri 18 

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