ma quanto è bello produrre l`opera!

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ma quanto è bello produrre l`opera!
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MA QUANTO È BELLO PRODURRE L'OPERA!
Dove? In uno spazio in cui il contemporaneo torna ad essere prodotto.
Per un progetto espositivo pensato in grande, ma in pochissimi metri
quadri. Vi presentiamo TheView Studio andrea rossetti pubblicato venerdì 27 novembre 2015
Sant'Ilario, nella memoria collettiva il luogo dove la celebre Bocca di rosa di De André
arrivava a turbare gli animi, è oggi uno dei quartieri bene di Genova, tappezzato di villette
di pregio con strabiliante vista mare, defilato dal traffico e ben distanziato dal caos del
centro. All'apparenza solo tanta ordinaria amministrazione, in mezzo a cui Exibart ha
scovato la notizia: c'è arte contemporanea anche nella più amena delle periferie cittadine.
Si chiama The View Studio, luogo di produzione creativa nato nel 2010 da un'idea di
Vittorio Dapelo, ex gallerista di ruolo a Genova, tornato dopo circa dieci anni nel mondo
dell'arte contemporanea. Lui scherzosamente si definisce un «giovane gallerista», un
«riciclato», mentre lo incontriamo attorno alla tavola ovale dello spazio che
provvisoriamente ospita le attività dello Studio (attualmente in via di cambio sede), una
piccola dependance attrezzata nel giardino delle sua abitazione. Il classico "casa e
bottega” fa bene alla creatività contemporanea? Indubbiamente è un buon incipit, se si
considera come The View Studio sia nato molto spontaneamente dalla praticità per Dapelo
di non volersi/doversi spostare in città, abbinata alla volontà di lavorare con gli artisti,
prendendo «questo luogo per costringere gli artisti a lavorare», e creando «tipo un quartier
generale per parlare di produzione». Parlando col papà di The View Studio si chiarisce immediatamente una cosa essenziale
della sua creatura: non è la solita galleria d'arte, di quelle in cui le opere sono esposte
come una sorta di merchandising, e dove gente chic arriva vagando senza una meta. Gli
anni di assenza hanno reso latitante la voglia d'essere gallerista, per un Dapelo che
sottolinea come i cambiamenti dai Novanta ad oggi siano evidenti, constatando come «ora
tutto accade intorno alla fiera». «La galleria non ha più la sua funzione», «non fa mostre»
afferma dall'altro capo della tavola ovale Francesco Garutti, mente curatoriale di The
View Studio, anche se qui i ruoli sembrano essere ruoli fino ad un certo punto, perché è
evidente la priorità comunitaria di confrontarsi sulle idee. È Garutti a definire lo Studio un
luogo «narrativo», perfetto per ospitare «eventi che svaporano», e il senso di quest'ultima
affermazione lo capirete meglio più avanti. Nel frattempo va ricordato un assunto fondamentale: qui l'opera è interessante, ma "fare
l'opera” lo è forse ancore di più. Perché lo studio in questione è una specie d'officina, dove
l'arte è una partnership creativa tra l'artista e chiunque graviti intorno alla realizzazione
dell'opera-oggetto compiuto; in cui il curatore sceglie esclusivamente quelli che definisce
«artisti pre mid-career», ancora giovani - ma non troppo acerbi - intorno a cui costruire un
discorso articolato, anche sul piano delle location. Dalla scorsa estate infatti The View
Studio ha avviato il Sant'Ilario Pavilion.
Anticipiamo sin d'ora che questo progetto non sarà figlio unico, anche se per adesso né
curatore né fondatore hanno le idee chiare su ulteriori «dependance espositive», così
come le chiama Garutti. Un padiglione per un "one artist show”, dove ogni artista è
protagonista solitario con un'opera appositamente pensata e prodotta. E le intenzioni di
questo progetto si misurano dal basso, a partire dall'opening, costantemente "non
pervenuto”. La sua assenza non è campata in aria come un evento in meno in agenda e
una bevuta mancata, ma cartina di tornasole per un diverso rapporto opera/fruitore,
quando la prima non sarà mai qualcosa d'imperturbabile in relazione al contesto in cui si
trova. Era «impossibile pensare ad un evento di gente col bicchiere di prosecco in mano»,
spiega Garutti, e a prima vista la struttura in ferro e vetro affacciata sul mare è quanto di
meno adatto a quel tipo di "fauna”. Dopotutto Sant'Ilario Pavilion non ha pretese, è un
piccolo baracchino a bordo strada, ad affaccio sul mare, chiuso da vetrate recentemente
compromesse dagli ultimi eventi atmosferici; un ex negozio di fiorista abbandonato per
anni, che Dapelo vedeva dalla finestra di casa e per intuizione ha deciso di riutilizzare,
«come una sorta di teatrino» in cui le opere trovano il loro posto, e convivono con la gente
che passa.
Finora il padiglione genovese conta quattro stranieri - i primi tre sono stati (in ordine di
apparizione) Haris Epaminonda, Ian Law, Peter Wächtler - su un totale di cinque artisti,
a detta di Garutti particolarmente interessanti da «mettere in rapporto con i luoghi di
produzione del territorio» alludendo ad esempio alla non distante Albisola, città della
ceramica e luogo da cui proviene l'istallazione di vasi Untitled messa su da Epaminonda.
Unico italiano - e novità di novembre - Davide Stucchi, arrivato a circa un mese di
distanza dal suo predecessore, Daniel Gustav Cramer. Abbiamo incrociato l'artista tedesco in occasione dell'allestimento di Untitled (Carrara),
opera che definisce «inusuale» in quanto «solitamente la storia non è parte del mio lavoro,
ma il mio lavoro è già la storia»; composta da una serie di pezzi in marmo selezionati
girando «per più giorni nelle cave di Carrara», nei quali ammette la fascinazione del
«semilavorato» come «rapporto tra parte grezza e spigolosità artificiali». E se quei marmi
disposti con apparente noncuranza, separati da pezzi di legno, paiono bloccati
nell'impellenza di prodursi in un rapporto fisso con la statuaria, è Garutti a tirare in ballo
l'idea di «viaggio» sotteso nell'azione di Cramer: l'opera «parte da Carrara», approda
temporaneamente nello spazio di Sant'Ilario, tramutato in istituzionale «deposito di marmi»
che del viaggio «rappresenta una tappa», per finire poi esposta in galleria a Zurigo. In uno
di quei luoghi dove le vetrate vista mare lasciano il posto a pareti bianco-asettiche,
rimodellando secondo altri canoni la relazione opera/contesto.
L'operazione, al pari delle precedenti, nasce per durare pochissimo nel tempo/luogo - vi
siete già dimenticati il garuttiano "evento che svapora”? - e perdurare nella memoria video,
affidata al lavoro di un film maker (scelto magari dall'artista, come Hans-Christian Lotz per
Wächtler), figura nel caso di Cramer ricoperta dall'artista in persona. Questa è la
caratteristica più spiccata dell'operazione Sant'Ilario Pavilion, collegata a stretto giro con
quel rapporto opera/fruitore di cui sopra: l'opera abita il piccolo padiglione il tempo delle
riprese, puntando praticamente tutto su una libera costruzione filmica che non è tanto
memoria, quanto parte dell'operazione stessa, nella volontà congiunta di avere un contatto
netto tra arte contemporanea e cinematografia. Un contatto sviluppato in toto dalla
partnership Dapelo/Garutti, che vede il primo intenzionato a «documentare solo con
fotografie» il lavoro dei vari artisti, e a cui il secondo «ha poi aggiunto il video», come un
attestato di presenza poi condiviso con più e più persone tramite social network «facebook è uno strumento» afferma il curatore - e non solo. Da Sant'Ilario al resto del mondo, per un progetto che per quest'anno ha dato, ma su cui la
nostra "strana coppia” è intenzionata a spingere ancora per un po'. E se Garutti ha in
mente d'incrementare la presenza nazionale per «supportare anche la giovane arte
italiana», sul numero complessivo di artisti coinvolti non c'è ancora certezza. «Forse
saranno sette, come i sette nani» ironizza Dapelo. Noi intanto vi rimandiamo al sito
www.theviewstudio.com, lì man mano troverete tutti i trailer dei vari interventi.
Andrea Rossetti

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