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CTI “Teologia oggi. Prospettive, principi e criteri” (2012)
Una ricezione in campo della teologia fondamentale (TF)
15.03.2013
L’intervento è diviso in tre parti: il legame tra i contenuti del documento e la TF; il
valore del documento, le ispirazioni e gli stimoli che offre alla TF; e qualche osservazione
critica. Brevemente presento la prima parte e poi mi limito soprattutto alla seconda parte che
più riguarda il nostro dibattitto.
1. Il legame contenutistico tra il documento e la TF
Tutti i contenuti del documento appartengono all’oggetto della TF; il documento
praticamente costituisce una sintesi di questa disciplina in cui temi principali sono: la
Rivelazione divina, i criteri e i modi dell’accesso ad essa, la ragionevolezza della fede e la
scientificità della teologia. Questa impostazione emerge già dalla struttura del testo della CTI:
a) Il capitolo 1 che parla del primato della Parola di Dio, della fede e della teologia
come intelligenza della fede.
La Parola di Dio, che si riferisce al tema della “Rivelazione” come fondamento della
fede e di tutta la teologia, è la questione centrale presa in considerazione dalla TF.
b) Questa affinità tematica dimostra anche il capitolo 2 sui criteri della teologia
individuati all’interno della Chiesa che dalla TF sono trattati nel capitolo sulla
“Trasmissione della Rivelazione”.
Questi criteri diventano le fonti della teologia e vengono elencati come segue:
Scrittura, Tradizione apostolica, sensus fidei, magistero, comunità dei teologi, ragione, i segni
dei tempi (l’ascolto del mondo). I segni dei tempi sono soprattutto: la cultura, le religioni, le
scienze, la politica, l’economia ecc. Nell’epistemologia generale trattata all’interno
dell’Introduzione alla teologia, si studiano la necessità di questi luoghi teologici e i loro
rispettivi legami (costitutive, ermeneutiche ed ausiliari, CTI 20). Se nelle altre discipline
teologiche ci si riferisce a questi luoghi come fonte per attingere i vari contenuti e studiarli
secondo l’oggetto, il metodo e le finalità acquisendone un’intelligenza sempre maggiore, nella
TF essi sono studiati nella loro dimensione rivelativa in quanto elementi costitutivi della
Trasmissione della Rivelazione nella storia evidenziando la loro affidabilità, la loro coerenza
e il loro intrinseco rapporto con l’evento stesso della Rivelazione.
c) Soprattutto il titolo del capitolo 3 “Rendere ragione della verità di Dio” evidenzia
la funzione e il ruolo della TF.
* Infatti la TF si assume il compito di giustificare la razionalità della teologia come
tale, essa studia i fondamenti della scienza della fede, il suo statuto epistemico e scientifico.
* L’intelligenza teologica implica la ragione credente, cioè il soggetto che crede. La
conoscenza può essere acquisita solo a condizione che si creda. Infatti, compiutasi in Gesù
Cristo. Qui appunto stanno l’originalità e lo specifico della teologia: senza la fede ogni altro
studio sul divino, sul sacro o sull’esperienza religiosa potrà assumere altre forme scientifiche
(neutrali!) del tipo: storia delle religioni (del cristianesimo), fenomenologia delle religioni,
filosofia delle religioni, antropologia culturale, paleontologia, etnologia ecc.
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2. Passo adesso alla seconda parte dell’intervento: il valore, le ispirazioni e gli
stimoli del documento CTI per la TF
Tenendo presente l’odierno contesto culturale, religioso e scientifico, uno dei motivi
che sta alla base di questo documento è il tentativo di sottolineare la razionalità della teologia.
Infatti, una delle affermazioni più ricorrenti è il richiamo alla razionalità e alla scientificità
della teologia (CTI 17-19. 61-73). Da qui si desume l’importanza di riflettere sul tipo di
razionalità e scientificità che viene richiesto a chi pratica la TF.
Ovviamente, bisogna sottolineare il fatto che l’odierna TF è erede dell’apologetica del
passato, il cui compito era di difendere, quasi dimostrare, la razionalità della fede in Dio, la
pretesa del cristianesimo di essere la vera religione che in Cristo riconosce il compimento
dell’unica e universale salvezza, e infine provare che la Chiesa romano-cattolica è quella che
è stata veramente voluta e fondata da Cristo. Da qui la triplice struttura del trattato
apologetico: “Demonstratio religiosa, christiana et catholica”.
Oggi la razionalità della TF sta soprattutto nella ricerca intellettuale orientata ad
evidenziare la necessità della Rivelazione divina per il discorso teologico su Dio; di
conseguenza, questa disciplina si interessa soprattutto delle questioni epistemologiche, della
credibilità della Rivelazione, cercando di giustificare il perché della fede e aprendosi al
dialogo e al confronto con i vari contesti culturali, esercitando in modo rigoroso il suo ruolo di
“scientia fidei”.
La scientificità e allo stesso tempo l’identità e il compito principale della TF si
potrebbe esplicitare nell’individuazione delle quattro istanze a cui è sottoposta la TF e a cui
richieste dovrebbe rispondere. Queste sarebbero: l’istanza fondativa, epistemologica,
apologetica e contestuale.
a) Iniziamo con l’istanza fondativa con il suo metodo dell“auditus fidei” evidenziata
nel documento già all’inizio nei punti 4-6.
* La TF in quanto studio sulla “Rivelazione” deve partire dal principio secondo cui
prima di tutto è la Rivelazione stessa a dirci ciò che essa è. La Rivelazione è il fondamento e
l’oggetto della riflessione della TF. Essa è vista come evento e mistero. Ascoltandola, saremo
in grado di fare una riflessione che ne specifica la natura, l’oggetto, il soggetto, la struttura e
la finalità (DV 2). Per questo motivo possiamo parlare di un momento dogmatico della TF (R.
Latourelle, Teologia della Rivelazione). Partire dalla rivelazione soprannaturale non
contraddice il carattere scientifico della teologia, come sosteneva uno dei professori e colleghi
di Benedetto XVI, ricordato nella nota lezione di Ratisbona, il quale fece al professore
Ratzinger che allora insegnava a Bonn questa obiezione: nella nostra università esistono due
facoltà (teologia cattolica ed evangelica) che si occupano di una cosa che non esiste. Invece le
cose stanno al contrario: prescindendo dalla Rivelazione divina verrebbero smentita la natura
stessa del sapere teologico. Tutto questo spinge la TF ad assumere l’atteggiamento di
ascolto/fede di fronte alla Rivelazione giudeo-cristiana, portata a compimento da Cristo,
conservata e tramandata dalla Chiesa. Se Dio c’è deve essere e può essere conosciuto solo
attraverso la rivelazione (G. O’Collins, Gesù Rivelatore, 48). La domanda che la TF potrebbe
fare a coloro che, in nome della scienza, negano il carattere scientifico della teologia sarebbe
questa: se non l’atto di fede e non la teologia, allora quale altra via sarebbe più adatta e
appropriata, secondo il rigore del pensiero critico, per accedere ad un possibile Dio e alla Sua
possibile Rivelazione storica? Basteranno a tal punto la teologia filosofica o la filosofia della
religione? O non saremmo forse costretti ad accontentarci di un riduzionismo radicale per
quanto riguarda il discorso su Dio?
* Solo grazie all’ascolto credente possiamo conoscere che non c’è un altro Dio se non
quello che si auto-comunica storicamente e si manifesta nella sua piena libertà e gratuità, e
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solo a tale condizione rimane Dio. Di conseguenza, la TF dovrà spiegare perché è necessario
studiare Dio sub ratione Dei (CTI 74) o sub specie Dei (CTI 19), cioè a partire dalla
rivelazione. A questo punto la nozione teologica della Rivelazione cerca di integrare anche la
ricerca della ragione naturale su Dio, e quindi include pure il concetto della Rivelazione nel
suo aspetto universale, cosmico e antropologico.
* Dato che la TF viene definita come “disciplina di frontiera”, la sottolineatura del
primato della Rivelazione nel documento CTI sembra avere una grande importanza in quanto
rammenta agli esperti della TF che non possono trasformare la loro disciplina in una
pantologia o in una scienza ibrida che parla di tutto, con il pericolo di lasciarsi dominare dalle
altre metodologie non teologiche (Lorizio, 412) facendosi imporre i “magisteri” delle altre
scienze (CTI 81) – soprattutto se avanzano pretese di assolutizzazione nel campo della
conoscenza umana (CTI 84). Tutto ciò porterebbe inevitabilmente la teologia alla
frammentazione e al relativismo; per questo motivo, il documento invita con insistenza a
salvaguardare l’unità di tutto il sapere teologico (CTI 67. 74-85).
b) Ora bisogna affrontare l’istanza epistemologica caratterizzata dal suo metodo della
“ratio fidei”.
* La teologia è una riflessione critica e razionale sviluppata di chi crede e dal punto di
vista di chi accede alla Rivelazione; infatti, colui che crede desidera e cerca di comprendere
secondo il principio: “fides quaerens intellectum” (“credo ut intelligam”). La razionalità della
teologia risiede nel fatto che la fede include e possiede in se stessa una valenza epistemica.
Non esiste una fede cristiana che non pensi, indaghi, studi e rifletta secondo i criteri della
ragione critica. Per questo uno dei temi considerati con particolare attenzione è il rapporto
fede – ragione.
Detto questo, il carattere scientifico della TF si dimostra nella capacità di rispondere
alle esigenze di carattere epistemologico, soprattutto collaborando con la filosofia (CTI 81-82.
90-91), e ricorrendo alle categorie di essere, fenomeno, ragione, conoscenza, verità, senso,
linguaggio. Il rapporto con la filosofia è necessario sia per evitare ogni forma del fideismo, di
chiusura o di auto-referenzialità, sia per non perdere il suo status scientifico.
Uno dei maggiori ostacoli che oggi si incontrano è l’idea di una ragione che stabilisce
a priori l’impossibilità della rivelazione trascendente e della conoscenza che ne risulta e
afferma il dominio della ragione calcolante ed oggettivistica. Si tratta in questo caso di una
scientificità riservata a quel tipo di sapere che poggia sul principio di verificabilità e
falsificabilità. In tale contesto risulta necessario giustificare il pensiero rivelativo (Lorizio,
415. 419: id., il desiderio di conoscere la verità, 268, verità intesa come “revelatio”); il
pensiero aperto al tipo di verità che si dà e si manifesta (C. Chenis, Opposizione o
composizione, 92-94). Quindi si chiede di assumere cosiddetta logica aletica (Achim Schütz,
Pensare professare vivere la fede, 290), ossia un tipo di conoscenza personale e
intersoggettiva (tra soggetto e soggetto, e non solo soggetto e oggetto) da accogliere come
dono attraverso l’auto-testimonianza di chi si fa conoscere e si comunica, il che richiede
l’esperienza dell’incontro e dell’ascolto da parte del destinatario (CTI 12). Altrimenti sarà
impossibile avviare il processo di conoscenza. La forma di scienza della teologia dipende
dall’oggetto, cioè dalla rivelazione la cui forma e il contenuto è costituito dall’Amore e dal
Dono! (Metafisica della carità e del dono, J. L. Marion; Pié-Ninot, Religiose audiens, 56-57).
Questo dunque determina, distingue e definisce lo specifico del sapere teologico anche al
livello di una teoria/filosofia della scienza (Scannone 199).
Pertanto si ha a che fare non con una razionalità “neutrale”, indifferente e
indeterminante, limitata alla mera sfera intellettuale, bensì coinvolgente tutto l’essere umano;
una conoscenza della verità che presuppone e interpella la totalità dell’essere umano:
l’intelligenza, la libertà, l’affettività, i desideri più profondi e autentici; in altre parole si tratta
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di quel tipo di conoscenza che mette in gioco il tutto dell’essere umano! (F. Cosentino, “Alla
prova dell’umano. Fede cristiana e ricerca di senso”, in Pensare professare vivere la fede, 5375, Lorizio, “Per una rinnovata professione di fede: riscoprire e pensare la fede oggi”, in
Pensare professare vivere la fede149-166).
* Da qui risulta la necessità di allargare i concetti di “ragione”, “conoscenza” e
“scienza”. Questo postulato richiede di assumere i vari tipi di ragione e intelligenza umana:
empirica, speculativa, estetica, etica, religiosa, teologica ecc. (G. Reale – D. Antiseri, Quale
ragione?). Tra questi tipi di conoscenza non si dà solo una differenza di grado, ma anche e
soprattutto d’ordine. Inoltre, per quanto riguarda la filosofia e la teologia, si deve parlare di
una scienza sapienziale (CTI il terzo paragrafo dell’ultimo capitolo 86-99) e unificante (CTI
86. 90), che vuole occuparsi della verità oggettiva e universale delle cose e di tutta la realtà
non fermandosi soltanto sul frammento (fenomeno) o su un particolare aspetto, ma partendo
dal frammento vuole arrivare (senza alcuna pretesa di esaustività) alla conoscenza del reale e
dell‘umano nella loro totalità e integrità (fondamento, noumeno) (FR 83-85). A questo punto
emerge in tutta la sua consistenza il rapporto e la necessaria collaborazione tra TF e filosofia,
dove quest’ultima non si limita soltanto a mostrare la non-contraddizione logica o pratica
interna alla fede, ma elabora il momento razionale, critico e di valore universale interno alla
fede (J. C. Scannone, Teologia Fondamentale. Convergenze… 190).
* La TF è una disciplina propriamente teologica e di frontiera allo stesso tempo. Da
qui deriva il raccordo con le altre discipline teologiche, quali cristologia o ecclesiologia, che
deve essere sviluppato concentrando l’attenzione non tanto sul loro aspetto dogmatico, quanto
soprattutto sul loro aspetto rivelativo e apologetico. Allo stesso modo la TF riprende anche
alcune questioni antropologiche, ma solo in quanto hanno a che fare con temi quali il senso, la
libertà, il desiderio della conoscenza e della salvezza, e questo in vista di rispondere alla
domanda sulla ragionevolezza della fede. Infine appare imprescindibile il suo incontro con le
altre scienze: naturali, umane, dello spirito (Geistwissenschaften).
c) Detto questo si può passare alla trattazione dell’istanza apologetica che in modo
particolare si serve del metodo dell“intellectus fidei”) – credibilità ad intra
* Il titolo del terzo capitolo della CTI “Rendere ragione della verità di Dio” allude alla
Prima Lettera di san Pietro 3,15. Questo ci fa pensare che la razionalità della TF e la sua
identità risiede particolarmente nel compito di mostrare la credibilità della Rivelazione in
Cristo e la sua fedele Trasmissione fatta dalla e nella Chiesa (DV 8) attraverso la ricerca, tra
l’altro filosofica, antropologica, storica, e soprattutto teologica. E’ ciò che è stato espresso al
punto 19 dove teologia viene chiamata anche a rispondere alla domanda sul “perché” si crede.
Questo quindi implica l’analisi del noto problema fede – ragione che viene studiato
nell’Introduzione alla teologia; nella TF si insiste piuttosto sul tema Rivelazione – ragione
(Lorizio, TF vol.1. 414), che nella classica struttura di questo capitolo consta dei due momenti
della cristologia fondamentale e della ecclesiologia fondamentale. Qui invece, rispondendo
alla chiamata del CTI, si vuole indicare alcune recenti piste di ricerca, aventi come traguardo
la credibilità del cristianesimo, prese però nella loro unità e convergenza (R. Latourelle, S.
Pié-Ninot).
+La prima potrebbe essere chiamata filosofico – cosmologica.
Qui si ricorre alla nota teologia naturale/filosofica con lo scopo di riportare le “prove
di Dio”; basta pensare ad Agostino, Anselmo, Tommaso, Descartes, Vico, Kant, Rosmini,
Maritain (A. Sabetta, L’esistenza di Dio. Tra (in)evidenza e ‘probabilità’, G. Chimirri,
teologia del nichilismo, in Appendice). E’ da prendere in seria considerazione anche il
contributo degli studiosi delle scienze empiriche con, ad es., l’idea di ID (R. J. Spitzer, Nuove
prove dell’esistenza di Dio; A. Zichichi, Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo; R.
Laurentin, Dio esiste ecco le prove; M. Heller, Nuova fisica e nuova teologia, e tanti altri
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autori anglofoni). Certo bisogna riconoscere il valore di questi argomenti, ma anche rendersi
conto del rischio di scavalcare frettolosamente o confondere ingiustamente i confini e i campi
dei vari tipi della conoscenza umana.
+ L’altra appare la pista antropologico – trascendentale.
Secondo K. Rahner (“Uditori della Parola”) la credibilità si manifesta anche attraverso
una analisi antropologica esplicitando le condizioni insite nella costituzione dell’essere umano
che lo rendono capace di riconoscere, ascoltare e dare l’assenso ad una possibile Rivelazione
divina e, quindi, ne evidenziano la sua apertura al Trascendente. J. Alfaro, H. Verweyen, R.
Fisichella e recentemente F. Cosentino nella loro impostazione la credibilità della Rivelazione
si dimostra nella sua capacità di offrire la risposta alla domanda universale e più profonda del
cuore umano, la domanda sul senso definitivamente valido. Evitando questa domanda e
scivolando nell’indifferentismo, l’uomo rischia di precipitare nel nulla (FR 90). Da qui anche
la necessità della fenomenologia del desiderio che richiederà in seguito un’ermeneutica del
desiderio. (Pié-Ninot, Religiose audiens, 26-27). Per questo la TF ha il compito
imprescindibile di ricordare all’uomo postmoderno il diritto principale di conoscere la verità
stimolando in lui il desiderio della ricerca (FR; Cosentino, 61).
+ In seguito si presenta la pista storico – critica che nel CTI viene individuata ad es. al
numero 22 del secondo capitolo.
Tra molti autori e tenendo conto delle varie fasi di questo tipo di ricerca, basta
nominare G. Jossa (Gesù Messia?), G. Stanton (La verità del vangelo) o R. Latourelle (A
Gesù attraverso i Vangeli). Questo ultimo autore sottolinea la necessità di mostrare la
credibilità della Rivelazione con il metodo storico – critico, dimostrando la coerenza e la
continuità tra la nostra conoscenza di Cristo e la sua figura storica; per questo cerca di
colmare gli spazi tra l’evento e il testo, tra il testo e il lettore, e infine tra il lettore e l’evento.
Qui la TF avrà bisogno dell’aiuto degli studi esegetici, filologici, letterari. Inoltre la TF vuole
evidenziare la credibilità della Rivelazione studiando l’affidabilità delle testimonianze inerenti
all’evento fondativo (ad es. argomenti quali l’autenticità dei Vangeli, coscienza messianica di
Gesù, le sue parole e opere, la credibilità delle testimonianze sulla risurrezione ecc). Va tenuto
presente, infatti, che non abbiamo un accesso diretto alla Rivelazione, ma solo mediato. Per
questo motivo si rende necessario lo studio sulla Chiesa e sulla sua funzione indispensabile
nella trasmissione e mediazione della Rivelazione. Da qui deriva anche la necessità di una
verifica, per la quale è urgente il ricorso a scienze quali la storia, l’ermeneutica o
l’archeologia (Fisichella, La rivelazione 201-228).
+ La quarta viene proposta la pista teologale.
Affermando l’insufficienza della pista cosmologica e antropologica H. Urs von
Balthasar (“Solo l’amore è credibile”) asserisce che il concetto della Rivelazione formulato in
base all’intrinseco legame tra l’evento e il contenuto come l’amore che si dona per la salvezza
dell’uomo, possiede già in se stesso la propria credibilità. Studiando quindi la natura,
l’oggetto e la finalità della rivelazione, se ne comprende chiaramente l’auto-credibilità (G.
O’Collins, R. Fisichella, J. C. Scannone, La TF… 191). Questa impostazione vale in modo
definitivo e completo per l’evento/mistero di Cristo che nella sua vita e nella sua
morte/risurrezione rivela in modo pienamente credibile la Rivelazione divina come autocomunicazione dell’Amore che salva. Teologicamente non c’è un motivo più grande della
credibilità della Rivelazione se non l’amore assoluto. In questo atto di autocomunicazione Dio
dimostra la sua non auto-referenzialità in quanto non chiede nulla per se stesso, ma si mette
sta completamente dalla parte dell’uomo (Achim Schütz, 287).
+ L’ultima, tra qui riportate, sarebbe la pista semeiologica.
In continuità con l’idea precedente, sia R. Latourelle sia R. Fisichella sviluppano il
concetto del “segno”. Nell’antica apologetica il concetto di “segno” era inteso in modo
estrinseco in rapporto alla Rivelazione come la sua “prova esterna” che doveva dimostrare
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l’origine divina del cristianesimo; tra questi segni erano riportati soprattutto i miracoli, le
profezie, la Risurrezione di Gesù, la Pentecoste, le note della Chiesa. Invece, nell’orizzonte
semeiologico proposto dall’odierna TF, che si richiama all’impostazione del Vaticano II,
concentra l’attenzione soprattutto su due segni: Gesù Cristo in cui si compie tutta la
Rivelazione e la Chiesa come mistero e segno di Cristo nel mondo. Di conseguenza, è a
partire dall’evento globale della persona di Cristo che acquistano significato le parole, i gesti,
i segni, i miracoli, la sua morte e risurrezione, l’effusione dello Spirito e la Chiesa. Questo
elenco in sostanza non è altro che un’esplicitazione ulteriore dell’evento stesso; anzi, questi
segni sarebbero incomprensibili, non rivelativi, se fossero posti al di fuori della persona di
Cristo (Fisichella, 173). Così la credibilità punta sulla priorità del segno personale che è
Cristo. I segni (“prove”, “dimostrazioni”) non appartengono più ad una speculazione
evanescente, non hanno tanto la funzione dimostrativa, difensiva e polemica, ma piuttosto
confermano ciò in cui già si crede. Non si crede a Cristo perché compie i miracoli, ma si crede
a lui che compie anche i miracoli come segno della sua identità e della sua missione, ad
esempio perché lui è luce, dà la vista ai ciechi; perché è cibo per la vita eterna, può sfamare le
folle; perché è vita, opera la risurrezione (Fisichella, 176).
Perciò i segni devono essere inseriti all’interno di una razionalità/conoscenza
ermeneutica propria della comunicazione inter-personale, dove gli elementi della
comunicazione hanno bisogno di una adeguata interpretazione alla luce del Segno che diventa
la loro chiave di lettura (J. C. Scannone, 194). Quanto detto dovrà trovare il suo ulteriore
sviluppo nell’orizzonte della riflessione sul linguaggio, come evento comunicativo che va
studiato sia dalla filosofia del linguaggio sia anche da una certa teologia del linguaggio per la
quale il segno assume la qualità di significatività e credibilità (Fisichella, 179-199), cioè di
una proposta atta a dare senso alla vita dell’uomo, come destinatario di questa comunicazione
che usa un linguaggio appropriato, quello che rende possibile il rapporto tra finito e infinito.
d) L’ultima istanza con cui in certo modo si deve misurare la TF è quella contestuale
con il suo metodo dell’“auditus temporis” – credibilità ad extra
Il carattere contestuale (di frontiera) della TF implica due momenti: del confronto e del
dialogo.
* Nel primo passo si tratta dell’atteggiamento apologetico di “confrontarsi” con gli
altri campi del sapere umano: psicologia, sociologia, scienze cognitive, neuroscienze (ad es.
di fronte alle interpretazioni riduzioniste e naturaliste dell’“homo religiosus”); anche con la
cultura umana affrontando il problema della secolarizzazione, dell’indifferentismo, del
relativismo, dello stile di vita che promuove il non-senso (Ch. Theobald, Il cristianesimo
come stile, vol. I-II); sarà necessario il confronto con il mondo delle religioni elaborando
cosiddetta teologia delle religioni. Oggi sarà inevitabile confronto soprattutto con le forme
della negazione di Dio, della Rivelazione o della scientificità della teologia, sapendo
dimostrare le loro interne aporie o la loro non sostenibilità, ad es. aporia dell’ateismo
scientifico (Dawkins. Harris, Hitchens), del suo principio empirico/naturale come unica forma
di accedere alla realtà e al vero (come cercano di rispondere R. Schröder.J. F. Haught,
Lohfink, U. Sartorio).
* Nel secondo passo si tratta invece dell’atteggiamento di “dialogare/annunciare”
rendendo intelligibile e comprensibile il contenuto della fede. Favorire la comunicabilità della
teologia sarà possibile solo conoscendo l’altro (il contesto) e in seguito elaborare il linguaggio
adatto per esprimere il contenuto della Rivelazione. Da qui scaturisce la necessità di dialogare
con il mondo delle altre religioni, con le culture (M. P. Gallagher, Fede e cultura) e con i
nuovi umanesimi laici, ma comunque aperti ai valori cristiani (Porta fidei, 10; J. Kristeva).
Questa sfida si inserisce anche nel contesto del mandato missionario affidato alla Chiesa e
dell’impegno per la nuova evangelizzazione.
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3. Qualche osservazione da parte della riflessione della TF
* Il testo sembra un po’ generico in quanto non spiega precisamente il concetto stesso
della razionalità e o le varie teorie della scienza; non chiarisce forse sufficientemente il
concetto di scientificità in riferimento alla teologia, ma lo applica a priori; neanche viene
spiegata la differenza tra razionalità e scientificità; ad es. un cosa può essere razionale ma non
ancora scientifico, dall’altra parte la scientificità non può fare a meno della razionalità nel suo
modo di pensare e riflettere; così la razionalità è un presupposto della scientificità.
* Appare anche poco legato il carattere della razionalità della teologia, limitata nel
documento alla razionalità/intelligenza del contenuto della fede (il che cosa), ma scarsamente
riferita alla credibilità della Rivelazione cristiana (“il perché”: solo p. 19 e il titolo del cap.
III).
* Infine, la questione delle “prospettive” è stata poco approfondita, prima di tutto dei
possibili scenari di sviluppo. Il testo è incentrato piuttosto sui principi e sui criteri. È vero che,
a causa del contesto odierno segnato dal rischio della frammentazione o della divisione, La
CTI cerca di ricordare l’unità e cattolicità della teologia ecclesiale/cattolica, ma si tratta di
tematiche già conosciute, come risulta già dalle note in cui si fanno tanti riferimenti ai
documenti del passato. Pertanto, il documento ha più un carattere didattico e memorativo che
creativo e prospettico.
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