Tanzanìa: le donne, i bambini, la povertà e la bellezza. La povertà

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Tanzanìa: le donne, i bambini, la povertà e la bellezza. La povertà
Tanzanìa: le donne, i bambini, la povertà e la bellezza.
seconda parte.
Le mie rose e gialle si sono completamente schiuse.
Mentre ero là, in quell’inferno, hanno continuato silenziosamente a fiorire.
Molti mi dicono: " Come puoi pensare ancora ai fiori, di questi tempi”.
Etty Hillesum
La povertà dei villaggi che ho visitato in Tanzania è stata per me l'apparizione di quella sorella
povertà di cui parlava Francesco. Le persone che incontravo, per via e nelle case, quasi sempre
mi apparivano rosee come l'aurora al suo sorgere, disposte al regalo di un sorriso, al cenno
corporeo di uno scambio cordiale, ad una parola di augurio, di benvenuto, alla stretta di mano.
Molti, al momento dell’incontro per strada, atteggiano il volto all’ospitalità: accennano ad un
leggero inchino, tendono le braccia per il contatto delle mani, il volto si volge alla benevolenza.
Kamuene, dice il suono della voce!
Gli uomini e le donne di Ukumbi, di Usokami, di Kaning-gombe sono alquanto ciarlieri: quando si
incontrano fra loro, o casualmente per la strada, o in occasione di qualche appello, si parlano a
lungo: sembra che abbiano tantissimo da dirsi. Il problema della fretta non c'è: piuttosto c'è
quello del mantenere le buone relazioni. Le chiacchiere perlopiù sono orlate di ilarità, di toni
scherzosi; non mancano le risate.
Nella missione di Ukumbi ci sono molte novizie, di età sui diciotto anni. Non parlano inglese. E
così si comunica a gesti, a espressioni (oltre la mediazione della suora che conosce l'italiano o
l'inglese). Quando mangiamo siamo a tavola con le suore e con loro: la ridarella delle novizie, che
si scatena per piccole futilità, ci contagia irresistibilmente. E così quando laviamo - a mano - le
lenzuola con loro.
Nei villaggi, le donne, nonostante la povertà, irradiano eleganza e autorevolezza, associate a
un'anima che si espande, solare; a volte l'anima è piegata su di sè, sotto il peso di una
inconfessabile e fatale sofferenza.
Il lavoro nelle aie è svolto solo da donne: dallo spannocchiare il mais completamente a manooperazione difficile, che mi ha rovinato le dita- alla trebbiatura del mais attraverso colpi di
bastone inflitti a sacchi pieni di pannocchie, alla ripulitura attraverso il gesto di far cadere
dall'alto più e più volte quei chicchi che il vento separerà dalla pula: operazioni arcaiche, di più,
eterne, come quel vento che sempre spira da queste parti, e collabora al docile e paziente gesto
umano: sempre femminile.
Davanti alle case, che sono per lo più capanne, c'è un'aia di terra rossa (la terra qui è del colore
dell'ocra): spesso stazionano davanti all'ingresso donne che cucinano - sedute per terra- o che
spazzano la terra battuta con scopette corte. Sono incuriosite ma intimidite dalla nostra
presenza, c'è molto riserbo .
Una delle prime cose che spiccano nel paesaggio sono le festose macchie cromatiche delle loro
silouhettes; oltre al tripudio del colore, i vestiti- che sono, insieme ai copricapi, lembi di stoffa
sapientemente avvolti attorno- colpiscono per il panneggio, che si snoda fino alle caviglie. Le
acconciature si sbizzarriscono in opere ingegnose- le treccioline sono curatissime. I piedi spesso
sono scalzi, ma molte calzano le infradito. Mani e piedi sono terribilmente attraenti. Ma anche i
miei capelli bianchi sono un soggetto interessante per loro, soprattutto i bambini, che si
avvicinano increduli, con occhioni avidi e spalancati, e ne sentono la consistenza, con le ditine.
L'elemento colore non è - credo- solo una fatticità banalmente estetica: ma, come nella sapienza
greca antica, il bello nutre e colma l'anima.
Con la messa domenicale si celebra una festa nuziale attesa , non si adempie a un precetto.
Come in quella parabola evangelica dove l'invito a nozze è accompagnato dalla risposta di una
veste adeguata, di domenica l'abito delle donne è sfolgorante: teli dagli audaci accostamenti
cromatici avvolgono con volute ampie, con volumi aerei questi corpi magri, ma mai scheletrici; in
capo ancora il telo, sistemato come un turbante.
Le collocazioni spaziali dentro la chiesa durante le messe sono attente e rispettose del genere e
dell' età; ciò è cultura e natura al tempo stesso [ su ciò ritornerò in un prossimo articolo]. Qui gli
uomini (in numero inferiore), là le donne. Vicino all'altare i bambini da una parte - sono molto
più calmi che da noi- e le bambine dall'altra. Sono stipati come sardine in scatola, ma non perchè
la chiesa sia zeppa: si posizionano accollati gli uni agli altri perchè questa è l'abitudine,
soprattutto in quell'età: ma anche per gli adulti non esiste la distanza prossemica che c'è tra noi.
In fila verso l'altare o seduti sulle panchette di legno, i bambini sono quasi appiccicati l'uno
all'altro; si avvolgono l'un l'altro, nostalgia di un'appartenenza ad corpo unico. Legati con un
telo, i neonati hanno vissuto infatti i primi anni di vita annidati sulla schiena della mamma che,
con una naturalezza impressionante, li ha portati con sè nel mondo, quasi prolungando un
contatto uterino.
Anche gli adolescenti maschi portano i fratellini piccoli legati sulla schiena e lo fanno, come le
femmine, con senso del dovere -oneroso- ma anche di umanità esemplare.
La celebrazione dura di solito intorno alle due ore. È preparata con cura dal gruppo-liturgia,
addetto ai canti, agli strumenti musicali e alla scenografia in generale. Il gruppo è molto fiero della
sua funzione, e la svolge con superba perizia. Tra di esse anche una ragazza che allatta.
Al centro del canto, una donna si lancia nell'emissione di un grido acuto, un ululato potentissimo
che attraversa l'aria come una freccia gaudente. Lo si ottiene facendo oscillare velocemente la
lingua ai lati della bocca, con una sequenza ultrarapida; questa combinazione di movimento crea
un suono dal timbro vocale altissimo e vibrato. Ha il sapore di un suono atavico, di riti di
comunità arcaiche. Ho saputo poi che anche nell'antica Grecia le donne esercitavano suoni
analoghi. È la donna che riesce meglio a produrli. Nel corso della celebrazione eucaristica molte
altre donne li sprigionano: è un gesto di immenso giubilo ed insieme designa una estrema
padronanza. Sono esterrefatta e rapita: questo suono - al limite del pagano per noi - carica
l'atmosfera di energia prorompente che si irradia e moltiplica in altri gridolini che rinforzano e
oltrepassano la frenesia iniziale. L'Africa esplode dentro di me. Canti, suoni, grida, ritmi
trascinano alle soglie dell'ebbrezza: una potenza cosmica irresistibile sembra inondare il tempio.
Ma tutto è nello stesso tempo misurato da una regia sapiente, che ricalca le sequenza della
liturgia domenicale. Però la riconosco solo in parte, perchè si discosta non poco da quelle italiane.
Per molte volte persone si dispongono in fila per donare o ricevere dal celebrante doni o segni
liturgici. Non c'è solo l’offertorio o l'eucarestia come momenti di accostamento all’altare, ma una
molteplicità di occasioni. È evidente che qui i corpi sono stati meno frenati ed inibiti nell'
esprimere la loro lode e molteplici sono i dispositivi liturgici per nutrire la sete di scambio e
partecipazione. Sembra che la comunità sia unita non solo idealmente, ma anche corporalmente:
il prossimo è più prossimo
E infine, la festa. Sorse un piccolo incidente quando ero lì. La missione di Usokami comprende
anche un ospedale molto efficiente, con annesso centro anti-Aids. Non so bene i termini della
questione, ma venni a sapere che la "componente italiana della missione" aveva colto con
disappunto la notizia che una certa cifra di denaro era stata spesa non per comprare medicinali o
apparecchiature mediche, ma per fare una festa. Sembrò, al sacerdote che raccontava, uno
scialacquare scriteriato....ascoltavo ma non condividevo. Mi sembrava il giudizio ottuso
dell'occidentale civilizzato.
La festa per questa gente ha un'orgia di significati vitali: è atto rigenerativo. Gli antropologi ci
dicono che originariamente quest'orizzonte di significato era diffuso tra tutti i popoli; anche presso
noi occidentali lo era, fino agli albori della società razionalista, statalista e industriale. Ora per
noi queste radici con il divino si sono eclissate; intendo la pienezza e il vigore che la festa vuole
restaurare, recuperando energie vitali ed emozioni volte alla Comunione.
Una sera ho avuto la fortuna di partecipare ad una festa delle donne, che poi qui si sovrappone
senza troppi problemi alla festa delle mamme- ma le suore sono totalmente integrate nel novero.
La festa si svolge in una chiesa dismessa. Nell'attesa, gli altoparlanti sparano musica africana a
tutto volume. Il salone è ormai pieno di donne -ma i pochi uomo non si sentono a disagio- di
tutte le età e fattezze. Molte non aspettano: ballano già. Le giovani sono catturate totalmente dal
ritmo frenetico.
Il parroco, padre Vincent, fa da disc-jockey e da conduttore "televisivo": charme e intelligenza non
gli mancano: per questo è amato. Scoprirò nel tempo che ha lavorato a Lampedusa, facendo un'
esperienza decisiva tra gli immigrati. La festa è una gara: le donne dei vari villaggi delle frazioni
locali concorrono al premio candidandosi con una loro ideazione musicale e coreografica, sia nel
testo - di contenuto religioso- che nella fusione di melodia e coreografia. È insomma un premio
alla preghiera più bella: una sorta di San Remo della preghiera.
Arriva il cuore della festa: la prima tranche di donne concorrenti, superbamente vestite- ma con
abiti da loro stesse confezionati-, acconciate, curate, comincia ad entrare lentamente dal fondo:
in fila, i corpi sinuosi si snocciolano in un ritmo musicale cadenzato, morbido, flessuoso come un
serpente. Avanzano, raggiungono il palco, si dispongono e iniziano il loro brano. Una volta
eseguito, con una regia calibrata, escono dal fondo, sempre cantando e danzando. Superbo.
Questi corpi sonori danzano col creato, in un manifestarsi di entusiasmo senza tempo- anche la
musica, infatti, è solo frutto di strumenti elementari: a percussione o a fiato.
E così per sei- sette volte hanno sfilato e si sono esibite le formazioni. In una regia/produzione
che ha realizzato un "evento" a costi irrisori, senza tecnici o apparati. Ma oltre alla
sovrabbondanza dei sensi, mi ha catturato un'altra intuizione: la lode al Signore espressa dalle
canzoni, così ingenua, così elementare, si è fusa magicamente con la gioia. È la festa nella festa:
non c'è separazione, non c'è barriera tra fede e festa.
Sorella povertà sposa letizia. Avvolte nell' elegia evangelica, queste persone sono come le candide,
semplici creature che non sanno di Dio, ma ne manifestano superbamente l’amore
sovrabbondante. Bellezza che si nutre dell'accettazione dell'ordine del mondo, compresa la
sventura , e non s'affanna nello sforzo dell'accumulazione o della promozione. Essa è in accordo
con il celebre simbolo evangelico: i gigli del campo e gli uccelli del cielo: “Perciò vi dico: per la
vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di
quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli
uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro
celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? […] E perché vi affannate per il vestito?
Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che
neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.” Mc 6,25-26, 28-29.

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