Una confusa immagine di turisti inglesi che strascica

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Una confusa immagine di turisti inglesi che strascica
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Estratto da:
Barbara Pym, Un po’ meno che angeli
Titolo originale dell’opera:
Less than Angels
Traduzione dall’inglese
di Nicoletta Rosati
L’editore ha fatto il possibile per rintracciare
i detentori dei diritti sulla traduzione italiana
e resta a disposizione per ottemperare
a eventuali obblighi
© Barbara Pym 1955
© 2017 astoria srl
corso C. Colombo 11 – 20144 Milano
Prima edizione: gennaio 2017
ISBN 978-88-98713-62-2
Progetto grafico: zevilhéritier
www.astoriaedizioni.it
Una confusa immagine di turisti inglesi che strascicavano i piedi in una chiesa di Ravenna sbirciando i mosaici
sorse davanti agli occhi di Catherine Oliphant, seduta meditabonda di fronte alla teiera. Ma certo, si disse, non era
in Italia e quelle figure che strascicavano i piedi non erano
turisti ma impiegati degli uffici vicini che si allontanavano
dal banco con i loro vassoi e si sedevano a un tavolo senza
degnare di uno sguardo i mosaici alle pareti: grandi pavoni
dai colori sgargianti che facevano la ruota, ciascuno in una
piccola nicchia, quasi la cappella laterale di una cattedrale.
Ma perché quella gente con i vassoi non s’inchinava davanti
ai pavoni, non deponeva ai loro piedi offerte di ciambelle,
uova affogate, insalata? si chiedeva Catherine. Evidentemente, il culto dell’adorazione dei pavoni, se mai era esistito, era caduto in disuso.
Si versò un’altra tazza di tè che intanto era diventato
scuro e denso, come piaceva a lei. Non provava alcun rimorso a starsene seduta oziosa al suo tavolo accanto alla
finestra, guardando il sole che filtrava attraverso le vetrate color oro e ametista, mentre tutti intorno s’ingozzavano
per poi correre a prendere il treno per il ritorno a casa; lei
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si guadagnava da vivere scrivendo racconti e articoli per i
giornali femminili, traendo ispirazione dalla vita quotidiana
anche se, a volte, era una vita troppo violenta e grossolana
che andava ammorbidita con la fantasia, un po’ come ammorbidire la carne macinandola.
Catherine era minuscola ed esile; con un certo compiacimento s’immaginava somigliante a Jane Eyre o a uno di
quei bambini vittoriani con la testa rapata a causa della
scarlattina. Le veniva spontaneo apparire vagamente sciatta
e disordinata; e la moda del momento per cui le donne fra i
trenta e i quaranta potevano vestirsi come ventenni – tacchi
bassi, giacchette ampie e i capelli che sembravano tagliati
con le forbicine da unghie – le calzava a pennello.
Guardando fuori dalla finestra nella strada scorse la folla dell’ora di punta che andava in massa verso le fermate
degli autobus. Ben presto, quella marea di gente cominciò
ad assumere tratti umani, a trasformarsi in singoli individui
che, magari, conosceva. Il che sarebbe stato ben più probabile, anche se meno romantico, a Londra piuttosto che a
Parigi dove, dicevano, bastava rimanere seduti abbastanza
a lungo in un certo caffè con i tavolini sulla strada perché,
prima o poi, finissero con il passare tutti quelli che si erano
conosciuti o amati. In ogni caso, però, pensava Catherine
guardando fuori, non tutti; emotivamente, sarebbe stato
davvero un tour de force.
In quella serata di primavera sapeva con certezza che,
per esempio, non avrebbe visto passare Tom, il suo amore
del momento, perché era in Africa a studiare la sua tribù;
ma certo era strano che, quando arrivò il momento, le uniche facce familiari tra la folla fossero quelle di due anziani
antropologi che aveva incontrato una volta a una riunione
culturale dove l’aveva portata Tom. Sembravano cammi-
nare nella direzione sbagliata, controcorrente, e Catherine
non li avrebbe nemmeno riconosciuti se non fossero stati
una coppia piuttosto bizzarra, come i comici in una scenetta di varietà. Il professor Fairfax alto e magro, con una testa che sembrava rinsecchita; per strana coincidenza, quella
particolare tribù cui aveva dedicato i suoi studi era dedita
all’usanza di disseccare le teste; e i suoi studenti l’avevano
subito notato. Il suo compagno, dottor Vere, era piccolo e
tondo, un’antitesi perfetta.
Dove stavano andando a quell’ora e nella direzione sbagliata? si chiese Catherine. Era forse significativo il fatto
che due antropologi, specializzati nello studio del comportamento umano, si trovassero a farsi largo controcorrente?
Non sapeva darsi una risposta né ci provò, limitandosi a
chiedersi ancora una volta dove mai fossero diretti. La curiosità ha i suoi dispiaceri oltre che i suoi piaceri; e il più
amaro dei dispiaceri doveva certo essere l’impossibilità di
seguire ogni evento fino alla conclusione. Il professor Fairfax e il dottor Vere continuarono a farsi strada tra la folla e
infine scomparvero in una stradina laterale. Catherine finì
il suo tè e, a malincuore, si alzò per andarsene.
Giù per la strada, sul lato opposto a quello dove stava
aspettando per attraversare, un taxi rallentò. Catherine
non poteva sapere che il distinto signore anziano che si carezzava la barbetta argentea dentro il taxi era Felix Byron
Mainwaring, uno dei più anziani docenti di antropologia,
che ormai viveva ritirato in campagna.
Il taxi girò in quella stessa stradina laterale e il professor
Mainwaring si chinò in avanti, con un senso di piacevole
anticipazione. Poi disse all’autista di fermarsi prima di aver
raggiunto il numero civico che realmente voleva, così da
dare uno sguardo alla casa dal di fuori. Cercò di immagi-
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nare cosa ne avrebbero pensato i suoi colleghi arrivandoci
con le loro auto scassate o a piedi, carichi di tutto l’armamentario della loro professione accademica: impermeabile,
ventiquattrore, cartella di appunti, dalla quale sembravano così restii a separarsi anche nelle occasioni mondane.
Avrebbero alzato lo sguardo alla bella facciata georgiana –
ma si sarebbero poi accorti che era georgiana? – e invidiato
la capacità che lui aveva mostrato nel persuadere Minnie
Foresight che, almeno in parte, la ricchezza di suo marito
non poteva trovare impiego più nobile che la fondazione di
una nuova biblioteca antropologica e di un centro di ricerche, e il finanziamento di una serie di borse di studio per i
giovani? Certo, loro non avrebbero saputo fare altrettanto.
Gli tornarono alla mente il vagone di prima classe, e in lontananza le guglie della chiesa di Leamington Spa, nella luce
verdastra di una sera di primavera l’anno prima, e la signora Foresight – difficile pensare a lei come a Minnie – nome
senz’altro indegno di lei – appoggiata al coprischienale di
pizzo bianco, i grandi occhi azzurri pieni di ammirazione e
sgomento mentre lui parlava, spiegava, persuadeva… Felix
quasi ridacchiò fra sé a quel ricordo e, scendendo dal taxi,
lasciò all’autista una mancia fin troppo generosa.
Fairfax e Vere, avanzando con passo pesante dal lato
opposto della strada, parlavano a voce alta avvicinandosi
alla casa. Entrambi avevano una voce penetrante: William
Vere perché, nella sua qualità di profugo, aveva dovuto rifarsi una vita in un paese straniero e imparare a esprimersi
in una lingua straniera; Gervaise Fairfax perché era il più
giovane di una famiglia numerosa e aveva sempre dovuto
farsi valere. In quel momento stavano discutendo dei loro
studenti, senza cattiveria beninteso, ma tra loro esisteva
un’amichevole rivalità per riuscire a far avere ai rispettivi
allievi borse di studio che li avrebbe portati sul “campo”:
Africa, Malesia, Borneo o una qualsiasi isola remota dove
rimanesse una tribù ancora non studiata.
“Numero 23… dev’essere questo,” disse bruscamente
Fairfax.
“Sì, credo anch’io.”
Non fecero alcun commento sull’eleganza dell’edificio
perché non lo guardarono nemmeno, se non per controllare
il numero sul portone. Erano curiosi di vedere il posto – la
Follia di Felix, la chiamavano – ma entrambi avevano avuto
una giornata faticosa e avevano bisogno di bere qualcosa.
“Spero che sia tutto pronto,” disse Fairfax, dando un’occhiata all’orologio. “Non sta bene arrivare in anticipo, sai?
Mi auguro che Esther Clovis e i suoi aiutanti abbiano preparato i sandwich, o che Felix sia stato così avveduto da
affidarsi a un servizio di catering.”
“Mi pare difficile che si occupi di queste cose,” disse
Vere. “Ma possiamo comunque sperare per il meglio.”
Aveva detto alla moglie che quella sera non avrebbe avuto
bisogno di una gran cena.
All’interno c’erano cibo e bevande in abbondanza, ma
era sorta una crisi. Già da qualche giorno la biblioteca era
stata aperta al pubblico e in quel momento era affollata da
giovani antropologi, alcuni poco più che studenti, non invitati al party che doveva svolgersi appunto nella biblioteca.
La signorina Clovis e la sua amica, la signorina Lydgate, esperta di lingue africane, erano entrate e uscite dalla
stanza varie volte con vassoi carichi di cibarie convinte che,
alla vista del cibo, inatteso in qualsiasi genere di biblioteca,
gli studenti si sarebbero resi conto che si stava preparando
qualcosa e se ne sarebbero andati. Invece, continuavano
tranquillamente a leggere e a prendere appunti.
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“Dovrò far qualcosa,” esclamò decisa la signorina Clovis. “Vieni Gertrude,” disse all’amica, “andiamo ad affrontarli un’altra volta.”
Sei paia d’occhi si alzarono dal lungo tavolo quando le
due donne entrarono. La signorina Lydgate era eccezionalmente alta, capelli bianchi, un vestito che le fluttuava intorno come un drappeggio; la signorina Clovis era tarchiata,
capelli molto corti e un vestito di tweed.
“Buon pomeriggio,” disse con voce squillante. “Sono
lieta di vedere che non avete tardato ad approfittare di questa splendida nuova biblioteca. È veramente qualcosa di
speciale, sapete?” Fece una pausa aspettando una qualche
risposta.
Che venne da Brandon J. Pirbright, un giovanotto bassino, azzimato, con un elegante vestito grigio lavanda, una
immacolata camicia bianca di nylon e cravattino a farfalla.
“Direi proprio di sì, signorina Clovis. È la prima volta che ci
offrono dei rinfreschi in un posto così, non è vero Melanie?”
“Proprio la prima volta,” assentì la moglie, una bruna
dallo sguardo imperioso, un po’ più alta del marito e vestita
meno elegantemente di lui. “Penso che sia un’idea deliziosa.”
“Si sta celebrando qualcosa?” chiese un altro lettore,
Jean-Pierre le Rossignol, un francese di bell’aspetto con un
abito di velluto a coste color biscotto.
“Beh, penso che potremmo dire di sì,” ammise la signorina Clovis, memore del fatto che, oltre ai fondi messi
a disposizione dai Foresight, avevano anche ricevuto una
cospicua donazione dagli Stati Uniti e un lascito da parte
di un eminente antropologo francese. Forse, dopotutto, sarebbe stato un gesto di cortesia includere nel party anche
quei giovani. “Verranno alcune persone per un bicchiere
di sherry,” disse. “Sarei molto lieta se voleste unirvi a noi.”
A quel punto Esther Clovis lanciò un’occhiata dubbiosa
agli altri tre lettori, che all’udire le sue parole avevano alzato gli occhi speranzosi. Erano una ragazza di diciannove
anni, Deirdre Swan, e due giovani, Mark Penfold e Digby
Fox. Questi ultimi erano molto amici tra loro e a prima
vista si assomigliavano, entrambi con una giacca di tweed
sgualcita e pantaloni di flanella grigia; ma mentre Mark
aveva i capelli scuri e tendenti al riccio, quelli di Digby erano più chiari e più lisci e si diceva che, dei due, era il più
simpatico. Agli occhi della signorina Clovis non erano che
due dei molti studenti anonimi con i quali il suo lavoro la
portava a contatto: solidi, laboriosi, bravi e anche un po’
noiosi. Ma sì, che vengano anche loro, pensò in uno slancio
di generosità, a rappresentare le altre centinaia di giovani
che si serviranno di questa biblioteca. Certo, non potevano
permettersi l’eleganza dell’americano o del francese, ma
che importava? Non aveva mai giudicato le persone dal loro
aspetto. Non avrebbe potuto, visto che prestava così poca
attenzione al proprio.
Per molti anni Esther Clovis era stata segretaria di un’associazione culturale, da cui si era dimessa di recente per
alcune divergenze con il presidente. Si crede spesso che coloro i quali vivono e lavorano nell’ambiente accademico e
intellettuale siano al di sopra delle futili liti che assillano la
vita dei comuni mortali; ma a volte si direbbe che proprio il
carattere eletto del loro lavoro provochi il bisogno di scendere dal piedistallo e rinfrescarsi, per così dire, bisticciando
per delle sciocchezze. Il motivo del litigio tra la signorina
Clovis e il presidente era noto solo a pochi privilegiati, e
persino loro sapevano soltanto che aveva a che fare con la
preparazione del tè. Non che la preparazione del tè possa
considerarsi banale o insignificante e non sembrava che la
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signorina Clovis avesse commesso errori imperdonabili. Era
stata usata l’acqua calda del rubinetto, l’acqua nel bollitore
non era arrivata proprio al punto di ebollizione, la teiera
non era stata riscaldata… Comunque stessero le cose, erano volate parole grosse ed erano venute a galla altre storie,
di natura più squallida. I toni si erano alzati e alla fine la
signorina Clovis si era sentita in dovere di rassegnare le dimissioni. Era stata molto fortunata a trovare quel posto di
segretaria, più o meno, nel nuovo centro di ricerche e solo
grazie al fatto che, per combinazione, il professor Mainwaring, da cui dipendeva l’incarico, nutriva una profonda antipatia per il presidente dell’associazione culturale. Esther
Clovis magari non brillava per l’abilità nel preparare il tè,
ma possedeva notevoli doti organizzative e sapeva affrontare una crisi come, per esempio, quella di trovarsi alle prese
con antropologi che non volevano andarsene.
“Volete unirvi a noi?” chiese con un sorriso radioso che
un osservatore attento avrebbe giudicato di una cordialità
alquanto sospetta. “La generazione dei giovani deve essere rappresentata. Alla signora Foresight interesserà vedere
a cosa servirà il suo denaro,” aggiunse in modo piuttosto
sibillino.
“Grazie,” rispose Mark, il primo a ritrovare l’uso della
parola. “Ne saremmo felicissimi. È quasi una fortuna essere vestiti in maniera così inadatta a un party,” mormorò
all’orecchio del suo amico Digby. “Così la signora Foresight
vedrà che le nostre necessità sono più che reali.”
Digby sì ravviò i capelli, gettò uno sguardo distratto alle
proprie mani sudice e fece l’atto di aggiustarsi il nodo della
cravatta. “Allora, penso che questi sarà meglio metterli via,”
disse, radunando i suoi appunti nella borsa.
Deirdre Swan immaginò di essere anche lei inclusa
nell’invito della signorina Clovis e rimpianse di non essersela squagliata prima. Era una ragazza alta e magra, con
grandi occhi castani e l’espressione piuttosto smarrita; non
sempre capiva cosa stesse facendo e aveva cominciato a
chiedersi se non fosse stato un errore imbarcarsi nello studio
dell’antropologia piuttosto che in quello della storia o della
letteratura inglese. In quel momento se ne stava in piedi in
un angolo, quasi cercasse di confondersi con le file di libri
alle sue spalle, a guardare l’arrivo degli ospiti con una sorta
di timoroso stupore.
“Ah, Felix!” esclamò con voce stridula la signorina Clovis
mentre il professor Mainwaring faceva il proprio ingresso.
“Che piacere vederla così presto!”
“Mia cara Esther, gli altri mi seguono a ruota. Noi poveri accademici stakanovisti non comprendiamo l’arte di
arrivare elegantemente in ritardo. Se il biglietto d’invito
dice alle sei, stia pur certa che i miei colleghi arriveranno
a quell’ora.”
Le sue previsioni si dimostrarono giuste e le lancette
dell’orologio della biblioteca erano appena arrivate alle sei
quando una massa di gente sembrò quasi catapultarsi attraverso la porta. Per primi entrarono il dottor Vere e il professor Fairfax, ancora parlando a voce alta, seguiti da vicino
da padre Gemini, missionario e glottologo, la cui barba cespugliosa e i vari strati di indumenti neri e antiquati apparivano eccessivi per quella tiepida serata di aprile. Dietro di
lui venivano altre persone, troppo numerose per descriverle
separatamente ma che avevano tutte conquistato una certa
fama nel loro campo specifico. Qualcuno si distingueva per
l’aspetto bizzarro ma, in massima parte, si trattava di gente
di rassicurante normalità, il genere di persone che s’incontra ogni giorno in autobus o in metropolitana. Chiudevano
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la retroguardia un ometto dall’aria benevola, curvo sotto il
peso di due valigie che sembravano riempite di piombo, e
un tizio alto e magro con il passo felpato. Dopo di loro ci
furono una pausa e un vuoto nella processione degli ospiti,
poi entrò un uomo dall’aria preoccupata, in giacca scura
e pantaloni a righe, che era qualcosa presso il ministero
delle Colonie e che cominciò a guardarsi intorno. Non gli
piaceva lo sherry che considerava “un veleno per il fegato”,
era spaventato dalla signorina Clovis e non vedeva l’ora di
tornarsene nel suo giardino a North Dulwich, però non si
era mai sottratto al proprio dovere.
“Bene, bene, Comus e la sua marmaglia a festino!” esclamò il professor Mainwaring battendo le mani. L’uomo del
ministero delle Colonie sgattaiolò in un angolo ma il professore non sembrava attendersi alcun commento alla sua
osservazione. “Peccato che non tutti i nostri amici possano
essere con noi oggi,” continuò quasi con sarcasmo. “Il mio
caro amico Tyrell Todd forse in questo preciso momento si
sta aprendo un varco a colpi di accetta in qualche foresta
del Congo alla ricerca dell’inafferrabile pigmeo. Apfelbaum
se ne sta agli Antipodi, a testa in giù…” e qui la fantasia
gli venne meno e, con gesto fiorito, si scolò il bicchiere di
sherry. Tornò poi alla porta per accogliere l’ospite d’onore,
la signora Foresight.
“Ah Minnie,” disse, pronunciando il nome come se ne
assaporasse il gusto comico. “Questa è una grande occasione.”
La signora Foresight, una donnetta bionda e grassoccia
vestita di azzurro chiaro, fece il suo ingresso, sbattendo gli
occhi alla vista di tante persone. Dopo i convenevoli e le
presentazioni, consentì ad accomodarsi in una delle poltroncine collocate nei punti strategici per gli ospiti più an-
ziani e di riguardo. Si trovò accanto alla signorina Lydgate
e subito diede il via a quella che si augurava fosse una conversazione adatta al momento e al luogo.
“Dunque, lei è appena rientrata dal… mhm… dalla zona
operativa?” cominciò, cercando di ricordarsi se “zona operativa” fosse il termine giusto e che cosa esattamente la gente
ci facesse. Ma certo che lo sapeva! Felix aveva spiegato così
chiaramente cosa facevano gli antropologi, o almeno era
sembrato chiaro allora, nella carrozza-ristorante che correva
rapida attraverso High Wycombe, mentre scherzavano sulla
difficoltà di servire il tè con eleganza. Andavano in luoghi
remoti per studiare i costumi e la lingua degli abitanti. Poi
tornavano e scrivevano libri e articoli su quanto avevano osservato e insegnavano agli altri a fare lo stesso. Ed era una
gran bella cosa che quelle lingue e quei costumi venissero conosciuti: primo, perché erano di per sé interessanti e rischiavano di cadere nell’oblio e, secondo, perché era utile ai missionari e ai funzionari governativi sapere il più possibile sulle
popolazioni che speravano di evangelizzare o di governare.
Tali pensieri non presero forma in questo preciso ordine
nella mente della signora Foresight ed emersero intervallati
da riflessioni banali sugli astanti, ma era convinta di aver ricordato quasi tutto quello che Felix le aveva raccontato quel
pomeriggio in treno e durante i loro successivi incontri.
Ascoltò i discorsi della signorina Lydgate sul progetto di
dare alle stampe il risultato delle sue ricerche linguistiche
con un’espressione d’interesse. Troppo spesso una donna
deve ascoltare gli uomini con quella stessa espressione ma la
signora Foresight era abbastanza femminile da pensare che
era veramente un po’ eccessivo doversi concentrare tanto
per una conversazione con un’esponente del proprio sesso.
Sembrava, come dire, uno spreco di energia.
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“Dev’essere piacevole per la signorina Clovis dividere un
appartamento con lei,” osservò educatamente.
“Oh, tutto si è sistemato nel migliore dei modi. Naturalmente, quando ha dato le dimissioni dall’associazione culturale, Esther ha dovuto rinunciare al suo alloggio e il nuovo
appartamento era troppo grande per una persona sola. E io
ho riempito il vuoto, ho colmato la breccia, per così dire.”
“È un vantaggio per entrambe.”
“Sì, tiriamo avanti benissimo, insieme. Nessuna delle
due è molto brava ai fornelli e siamo tutt’e due disordinate,
ma non fa niente.”
“Immagino che sia importante avere interessi in comune,” osservò dubbiosa la signora Foresight, ringraziando il
cielo di non essere lei a dover vivere con Esther Clovis o
Gertrude Lydgate; a lei piaceva mangiar bene e circondarsi
di “belle cose”. “Come fate per la cucina?”
“Scatolette e surgelati, vero Gertrude?” intervenne la
signorina Clovis che nel frattempo si era unita a loro. “E
scegliamo sempre il tipo di carne che si può friggere: cotolette e roba del genere.”
“Lo stufato può essere delizioso e non è difficile da fare,”
cominciò la signora Foresight, ma fu interrotta da padre
Gemini che si avvicinò quasi di corsa alla signorina Lydgate, inzuppando la barba nel bicchiere di sherry e brandendo un sandwich.
“Oh, signorina Lydgate, devo scusarmi per quel lessico
che le ho mandato,” gemette. “Un vero disastro; ma oggi
solo cinque persone parlano quella lingua e le uniche informazioni che ho potuto raccogliere me le ha date un vecchio, tanto vecchio che era completamente sdentato.”
“Mi rendo conto delle sue difficoltà,” rispose arcigna la
signorina Lydgate.
“Appunto, e inoltre in quel momento era ubriaco. È stato difficilissimo.”
“Mi interessava perché mi sembrava una cosa del tutto nuova,” disse Gertrude Lydgate quasi trascinando padre Gemini per la barba in un angolo più appartato. “Era
così?” e dalla sua gola uscì un suono stranissimo, impossibile da riprodurre qui. Se si fosse trovata in compagnia di
gente comune, si sarebbe potuto pensare che qualcosa le
fosse andato di traverso e stesse soffocando; ma lì, nessuno
prestò particolare attenzione a lei o a padre Gemini, che
esclamò tutto eccitato: “No, no, è così!” emettendo a sua
volta un suono che al profano sarebbe parso identico al
rantolo di soffocamento della signorina Lydgate.
“Adesso andranno avanti felici per ore,” disse in tono bonario Esther Clovis. “A volte, penso sia proprio un peccato
che Gertrude e padre Gemini non possano sposarsi.”
“Oh,” esclamò la signora Foresight. “È così impossibile?”
“Beh, lui è un prete cattolico e in genere non si sposano, no?”
“No, naturalmente, la loro religione glielo proibisce,”
confermò la signora Foresight. “Però la signorina Lydgate
è molto più alta di lui,” aggiunse con un non sequitur.
“Nel mondo accademico questo non ha nessuna importanza,” rispose la signorina Clovis. “Quello che conta è ‘l’unione di due menti unisone’.”
“Ma quella barba è così incolta,” osservò con disgusto
la signora Foresight. “Una moglie dovrebbe convincerlo a
regolarla un po’… ho sempre pensato che quella del professor Mainwaring gli doni tanto; la si potrebbe definire un
pizzetto argenteo.”
“Sì, Felix è un bell’uomo; sembra dominare in ogni consesso, e non solo per la sua statura.”
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Il bell’uomo in questione stava al centro della stanza
sorseggiando il suo sherry e pensando appunto che, se non
era proprio della migliore qualità, era più che adeguato
all’occasione. Esther aveva fatto bene a non sprecare il denaro dei Foresight per acquistare una qualità migliore, decise; le donne non l’avrebbero apprezzata e i suoi colleghi
non ne erano degni. Molti di loro, nel suo pensiero, non
erano esattamente il “fior fiore”, espressione démodé ma
che rispecchiava alla lettera quello che intendeva. Era però
abbastanza avveduto da non usarla indiscriminatamente
in quell’epoca illuminata e i suoi modi verso i giovani arrivisti che ancora gli si affollavano intorno erano cortesi e
spesso affabili. Dopotutto, non era colpa sua se suo padre
era stato in condizioni di mandarlo a Eton e a Balliol, e
se aveva trascorso la sua giovinezza nei giorni di ampio
respiro dell’epoca edoardiana. Anzi, a modo suo, si era dimostrato coraggioso, sfidando il desiderio dei genitori che
lo avrebbero voluto avviare alla carriera diplomatica per
scegliere una professione di cui nessuno aveva mai sentito
parlare e che lo avrebbe portato nelle zone più sperdute
dell’Impero non a governare, come sarebbe stato giusto e
naturale, ma a studiare gli usi e i costumi dei primitivi abitanti.
“Ha veramente qualcosa di grandioso,” disse Melanie
Pirbright. “Sai, credo che negli Stati Uniti farebbe furore
in qualche circolo femminile. Chissà se ha mai pensato di
fare un giro di conferenze? Non sembra strano che non si
sia mai sposato?”
“Già, chissà mai perché?” rispose il marito.
“Mi chiedo se non ci sia qualcosa tra lui e Minnie Foresight. Forse, però, gli pesa il suo secondo nome. Non dev’essere facile chiamarsi Byron: è certo molto impegnativo.”
“Lei crede?” disse Jean-Pierre le Rossignol con il suo sorriso sornione.
“Per un francese forse no,” rispose Melanie con aria severa.
“In realtà, il nome poco importa: un uomo, comunque
si chiami, può avere molte avventure amorose.”
“Hai mai sentito dire che questo sia il caso del professor Mainwaring?” chiese Melanie con il tono di chi cerca
un’informazione scientifica. “Sono cose che si verrebbero
a sapere.”
Jean-Pierre scrollò le spalle e gli angoli della bocca si
volsero all’ingiù in una smorfia che faceva intendere come
lui fosse al corrente di molti segreti. Ma non rispose.
“In genere, sembra che a non sposarsi siano le donne, in
Inghilterra,” proseguì Melanie. “Sarebbe interessante scoprire il motivo.”
“Non lo sa?” chiese Jean-Pierre guardandosi intorno.
“Tanto per cominciare, ce ne sono troppe.”
“Già, questo è un problema. Ho sempre pensato che ci
siano molti punti a favore della poligamia.”
“Ma esistono donne che nessun uomo vorrebbe, nemmeno come mogli secondarie,” disse Brandon.
“Non ti sembra di usare il termine ‘mogli secondarie’ in
un’accezione errata, caro?” chiese Melanie. “Può avere un
significato molto particolare, sai?”
“Sentila,” sussurrò Digby volgendosi al suo amico Mark.
“Non riesce proprio mai a rilassarsi? Mi stavo giusto chiedendo se non fosse il caso di scambiare due parole con il
professor Mainwaring.”
“Scambiare due parole con lui? E di che potremmo parlare? Credo non esistano altre tre persone con così poco in
comune come noi.”
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“Oh, mi riferivo a uno scambio di chiacchiere mondane:
farci conoscere, roba del genere. Dopotutto, dobbiamo pur
trovare da qualche parte i soldi per le nostre ricerche.”
“Giusto. Allora andiamo.”
“Di’ qualcosa,” sussurrò Digby spingendo avanti Mark.
“Buonasera professore,” disse Mark. “Volevamo dirle
quanto abbiamo apprezzato la sua conferenza all’associazione culturale.”
“Estremamente stimolante,” borbottò Digby.
“Vediamo un po’, di quale conferenza si trattava? ‘Antropologia… e adesso?’, o era ‘Antropologia… salve!’?” ridacchiò il professore. “Ci si confonde, sapete. Non ricordo
di avervi visti fra il pubblico.”
“Eravamo seduti in fondo alla sala,” rispose in fretta
Mark.
“Ah già, così potevate svignarvela facilmente. Quelle sedie accanto alla porta sono sempre molto richieste. Siete
usciti silenziosamente, spero. Non ricordo di aver sentito
alcun rumore. Mi chiedo sempre perché tanta gente se la
squagli. Per le donne è comprensibile, credo: una pentola
sul fuoco o qualcosa del genere; forse gli uomini devono
prendere un treno, o incontrarsi con una signorina.”
“Dobbiamo preparare dei saggi per il seminario,” disse
Digby imperturbabile.
“E sperate di andare in zona operativa?” chiese Felix
scrutandoli con occhio acuto.
“Beh, sì,” rispose Mark.
“Non è facile…” cominciò Digby, ma fu interrotto dal
sopraggiungere del professor Fairfax che s’intromise esclamando ad alta voce: “Allora, Felix carissimo, spero non
avrai dimenticato che domani pranziamo insieme al mio
club?”.
“Gervase, ragazzo mio, certo che non l’ho dimenticato.
Anzi, non vedo l’ora.”
“Buonasera professor Fairfax,” dissero Mark e Digby
quasi all’unisono.
“Ah, signor Fox, signor Penfold, come state?” chiese il
professor Fairfax in tono sbrigativo.
Perfino Mark e Digby, inesperti nelle sottili gradazioni
del comportamento sociale, furono sufficientemente perspicaci da capire che al professor Fairfax non importava
affatto come stessero, quindi si defilarono per tornare nel
loro angolo.
“Ragazzo mio, mio caro Felix, mio caro Gervase…”
scimmiottò Mark con disprezzo. “Tutto questo sfoggio di
nomi di battesimo mi disgusta.”
“Non abbiamo ancora acquisito lo status per essere conosciuti con i nostri, di nomi,” rispose Digby più pacatamente. “Se ci pensi un momento, è uno studio interessante.
Più in basso sei nella scala sociale, più la gente ti si rivolge in
modo formale a meno, forse, che tu non sia un cameriere.”
“In ogni modo Fairfax conosce i nostri nomi, il che è già
qualcosa.”
“Ma sa chi di noi è chi?” chiese Digby con una certa
trepidazione.
“Faremo in modo che lo sappia. Far entrare in testa a
questa gente i nostri nomi: per il momento è la cosa più
importante.”
“Non è stata un’idea molto brillante tirare in ballo proprio quella conferenza,” disse Digby. “Potevi almeno scegliere un’occasione in cui fossimo stati davvero presenti e
ci avesse visto.”
I due giovani cominciarono a bisticciare finché uno di
loro prese una caraffa di sherry e riempì coraggiosamente i
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bicchieri. Questo li rincuorò ancora di più e cominciarono
a spazzar via piatti di sandwich e salatini.
Non si può certo negare che sappiano mettersi a loro
agio, pensò Deirdre Swan stringendo le dita intorno al suo
bicchiere vuoto e desiderando di avere il coraggio di andarsene a casa. A diciannove anni era ancora abbastanza
giovane e timida da avere la consapevolezza di essere lì da
sola, senza niente da bere, e sentirsene imbarazzata. Tutti
salvo lei sembravano parlare con qualcuno. Conosceva un
po’ la signorina Clovis e, una volta o due, aveva parlato con
Mark e Digby; ma loro erano al terzo anno di università e
lei era solo una matricola. Quanto prima se ne sarebbero
andati in Africa o in qualche altra parte del mondo e a quel
punto perfino loro, due tipi così comuni, avrebbero acquisito il fascino di quelli che erano stati in “zona operativa”.
Deirdre girò lo sguardo per la stanza osservando i vari
gruppetti di persone e d’improvviso si rese conto, anche se
era troppo alta e troppo magra e i suoi vestiti non erano
particolarmente eleganti, di essere senz’altro la donna più
carina della stanza e certo la più giovane. Si sentì confortata
e aveva quasi trovato il coraggio di accostarsi a uno di quei
gruppi quando notò che di esso faceva parte anche la signorina Lydgate, che non aveva nessuna voglia d’incontrare.
Recentemente, infatti, il fratello della signorina Lydgate,
Alaric, era venuto ad abitare accanto agli Swan nello stesso
sobborgo di Londra e non erano ancora riusciti a fare la
sua conoscenza nonostante gli sforzi della madre e della zia
di Deirdre. A quanto pareva, Alaric Lydgate era un funzionario coloniale a riposo e Deirdre, che lo aveva incontrato
un paio di volte per la strada, credeva di aver riconosciuto
quello “sguardo” che un soggiorno in Africa sembra conferire ad alcune persone, un’espressione di fanatismo negli
occhi, da vecchio marinaio e che, di solito, denotava un’idea fissa particolarmente persistente. Non desiderava affatto essere agganciata in una conversazione sull’Africa e
temeva che una presa di contatto con la signorina Lydgate
sarebbe sfociata in una presentazione al fratello. Dovette
quindi rimanersene dov’era, con il suo bicchiere vuoto, sperando che qualche giovanotto si muovesse a compassione.
Alla fine Jean-Pierre le Rossignol si staccò dai suoi compagni e le si avvicinò.
“Mi sembra che questo sia un evento interessante,” esordì con il suo tono preciso. “Non sono mai stato a un party
del genere prima d’ora.”
“Non somiglia a nessun altro party,” disse Deirdre con
l’aria di un animale braccato. “Immagino sia interessante
se si riesce a osservarlo con distacco.”
“Oh, ma sono così tante le cose da cui sentirsi distaccati.
Altrimenti, come riuscirebbe un francese a sopportare le
domeniche inglesi?”
“Dev’essere difficile. Non c’è niente da fare la domenica,
a meno di non andare in chiesa.”
“Appunto! E che varietà di chiese. C’è una tale scelta…
ne rimango disorientato.”
“Già, suppongo che ce ne siano un gran numero, se si
vive proprio a Londra. Dove vivo io, ce ne sono solo due.”
“La settimana scorsa sono stato in una cappella metodista… favolosa!” Jean-Pierre alzò gli occhi al cielo. “Quella
precedente sono stato alla Friends’ House, la chiesa quacchera. E domenica prossima mi hanno consigliato di provare i Mattutini e il Sermone in una chiesa alla moda di
Mayfair.”
Deirdre si sentiva molto a disagio. Nella sua famiglia,
frequentare la chiesa era una cosa seria: ci si andava o non
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ci si andava, ma non c’era quella spensierata sperimentazione cui sembrava indulgere Jean-Pierre.
“Suppongo,” proseguì il giovane, “che lei mi definirebbe
un tomista.” Scrollò le spalle e cominciò poi a esaminarsi le
unghie, molto più curate di quelle di Deirdre.
“Sembra che la gente se ne stia andando,” mormorò la
ragazza, destabilizzata dal fatto di ignorare cosa fosse un
tomista e non volendo chiederlo.
“Credo non sia corretto rimanere fino all’ultimo,” disse
Jean-Pierre. “Quindi devo andare. Mi piace comportarmi
correttamente, quando è possibile.”
Gli invitati cominciavano ad andarsene con la stessa rapidità con cui erano arrivati, appaiandosi in modo piuttosto strano. Naturalmente, era prevedibile che il professor
Mainwaring avrebbe scortato fino alla macchina la signora
Foresight e poi sarebbe andato via con lei, ma il tizio del
ministero delle Colonie si trovò per strada affiancato a padre Gemini e invitato a mangiare un boccone “così, molto
alla buona”, con la signorina Clovis e la signorina Lydgate.
Tentò una debole protesta, ma inutilmente.
“Può facilmente prendere un treno per Dulwich, sono
molto frequenti,” disse in tono deciso la signorina Clovis.
“Ma io devo andare a North Dulwich!” esclamò con
voce fievole.
“Ma è un posto che non esiste!” ribatté la signorina
Lydgate con rozza allegria trascinando via lui e padre Gemini.
Deirdre si trovò sola con Mark e Digby.
“Signori, si chiude!” disse Digby barcollando leggermente contro un tavolo.
“Le è piaciuto il party?” chiese con educazione Deirdre.
“Sì, verso la fine è molto migliorato,” rispose Mark. “Ci
siamo trovati vicino alle bottiglie e ci siamo permessi di approfittarne.”
“Non siamo abituati a bere molto,” disse Digby. “Crede
che ne abbiamo risentito?”
“Non so come siete di solito,” rispose Deirdre, sconcertata dalla loro camminata strana e insicura. Forse ne avevano
davvero risentito.
“Di solito, siamo sgobboni e poco brillanti,” disse Mark.
“Sai,” aggiunse rivolgendosi a Digby, “credo proprio che
avremmo dovuto dire almeno una parola a Dashwood.”
“Dashwood? Ah, quel tipo del ministero delle Colonie.
Già, immagino che dovremo tenercelo buono.”
“Beh, arrivederci,” disse Deirdre timidamente. “Ecco il
mio autobus.”
“Magari potevamo invitarla a cena da qualche parte,”
disse Digby guardando l’autobus che si allontanava.
“Perché mai?”
“Sarebbe stato gentile.”
“Avremmo potuto portar fuori a cena il professor
Mainwaring: quello sarebbe stato anche più gentile. In ogni
caso, immagino che la madre le abbia preparato la cena a
casa.”
“Probabile. Sembra una ragazza a posto, ma certo…”
“Non molto interessante.”
“Infatti.”
I due giovani si erano fermati di fronte a un cinema a
osservare un cartellone che mostrava una giovane donna,
dotata di fascini molto più evidenti di quelli di Deirdre, semisdraiata in posa provocante, in un négligé trasparente, su
quelle che sembravano le cascate del Niagara.
“Devo preparare la relazione per il seminario,” disse
Mark a malincuore.
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“Già, certo,” disse docilmente Digby.
Attraversarono quindi la strada e aspettarono l’autobus
che li avrebbe riportati al loro alloggio a Camden Town.
Ma, anche quando furono saliti, si sentivano riluttanti a
rimettersi al lavoro.
“Sai che facciamo?” disse Digby. “Andiamo da Catherine.
Probabilmente avrà notizie di Tom.”
“E magari ci farà qualcosa da mangiare,” aggiunse,
pratico, Mark. “È tanto deprimente cucinare per sé soli,
o almeno così dicono. Andiamo, così avrà l’occasione di
preparare un buon pasto.”
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