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Giuseppe Mignogna
LUCE ANTICA
Le pagine più belle
della letteratura greca commentate
ARMANDO
EDITORE
MIGNOGNA, Giuseppe
Luce antica. Le pagine più belle della letteratura greca commentate ;
Roma : Armando, © 2014
160 p. ; 20 cm. (Scaffale aperto)
ISBN: 978-88-6677-415-0
1. Letteratura greca
2. Antologia di brani commentati
3. Omero / Demostene / Socrate
CDD 880
© 2014 Armando Armando s.r.l.
Viale Trastevere, 236 - 00153 Roma
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Sommario
Premessa
Due parole sulla novità di questo libro
Capitolo 1
Omero: Iliade e Odissea
Canto, pianto e nostalgia di ritorno degli eroi
7
9
Capitolo 2
Saffo, Alcmane, Simonide
Canto d’amore, nostalgia di bellezza, emozioni e memoria
55
Capitolo 3
Eschilo, Sofocle, Euripide
Destino, mistero, amore e passione
67
Capitolo 4
Erodoto e Tucidide
Storia come narrazione del meraviglioso e storia come
rappresentazione del reale
Capitolo 5
Socrate, Demostene, Menandro
La coscienza, la polis, l’uomo
Capitolo 6
Leonida, Apollonio Rodio e Polibio
103
121
147
Premessa
Due parole sulla novità di questo libro
Ci sono antologie con un numero infinito di pagine in cui i brani, lunghissimi, non calibrati e distribuiti in ordine ai singoli aspetti, non sono
− singolarmente, punto per punto − commentati. Nel mio testo invece ogni
brano è accompagnato dal commento. Dati i tempi stretti (3 ore settimanali) e la mole dei programmi, ho operato una drastica selezione in modo da
rendere il libro fruibile e, nello stesso tempo, assicurare una panoramica
delle tematiche fondamentali del pensiero greco.
Il testo si propone come guida ad una lettura non quantitativamente
dispersiva, ma qualitativamente orientata, nel gusto del bello, nel rigore di
un metodo di ricerca e di approfondimento.
7
Capitolo 1
Omero: Iliade e Odissea
Canto, pianto e nostalgia di ritorno degli eroi
Iliade
Nel solco dei padri: gloria e rossore. Un giorno dica qualcuno: “È molto
più forte del padre”
L’Iliade, canto degli eroi che nelle aspre battaglie, “sazi di guerra”,
spendono vigore e giovinezza. L’onore è sulla punta di una spada, che affonda nelle carni del nemico, quasi a raggiungerne l’anima, e annientarlo,
disteso, nel gesto di porgli il piede sul petto e spogliarlo delle armi, cioè
azzerarlo, lasciarlo nudo di dignità e onore. Quanto più disonorato è il
nemico, tanto più grande è la propria gloria. La loro identità è nella misura
del coraggio, in quella porzione di onore e di gloria che essi riescono a
strappare alla vita, alla storia. Quasi debito di memoria, consegna di generazioni, in quella strada già segnata, alle spalle dei padri. Così Ettore,
di fronte al pianto di Andromaca, non può rinunciare a difendere le sacre
mura di Ilio: ne avrebbe “rossore” di fronte alla gloria di Priamo. Ed egli
si augura che, a sua volta, suo figlio abbia un giorno una gloria maggiore
della sua.
«… Ho troppo rossore …
se resto come un vile lontano dalla guerra.
Né lo vuole il mio cuore, perché ho appreso a essere forte
sempre, a combattere in mezzo ai primi Troiani,
al padre procurando grande gloria e a me stesso.
… Zeus, e voi numi tutti, fate che cresca questo
mio figlio, così come io sono, distinto fra i Teucri,
… e un giorno dica qualcuno: “È molto più forte del padre!”»1.
1 Iliade,
VI, 433-471; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
9
Il silenzio delle armi e le parole del cuore all’ombra delle porte Scee. Non
lasciare orfano il figlio, vedova la sposa
Questo piccolo angolo di famiglia al riparo delle porte Scee, nel momentaneo silenzio delle armi, dove il sorriso di Andromaca ha riverberi
di pianto (sorridendo fra il pianto) e il grido del bimbo, spaventato dal
cimiero chiomato dell’elmo, si spegne sul seno odoroso della madre, è
tra le scene più toccanti dell’opera. Pagina di umana levità, oltre l’urlo
della guerra. Ogni sposa che, nel lungo tempo, col bimbo in braccio, saluterà sulla soglia di casa lo sposo che parte per la guerra potrà ritrovare
la sua anima, il silenzio dei suoi sentimenti in quest’addio che si consuma
tra Ettore, Andromaca e il piccolo Astianatte. E quando Ettore, preannunciando la fine di Ilio, dice ad Andromaca che né il dolore per il padre né
per la madre né per i fratelli sarà tanto grande quanto quello per lei, futura prigioniera degli Achei (libero giorno togliendoti), leva un alto canto
all’amore coniugale.
L’Iliade, canto di eroi feroci come Achille, ma anche umani come Ettore, eroe degli eroi.
“Io lo so bene questo dentro l’animo e il cuore:
giorno verrà che Ilio sacra perisca,
e Priamo e la gente di Priamo dalla forte lancia:
ma non tanto dolore io ne avrò per i Teucri,
non per la stessa Ecuba, non per il re Priamo,
e non per i fratelli…
quanto per te, che qualche Acheo…
trascinerà via piangente, libero giorno togliendoti”.
E dicendo così, tese al figlio le braccia Ettore illustre:
ma indietro il bambino sul petto della balia…
si piegò con un grido, atterrito all’aspetto del padre,
spaventato dal bronzo e dal cimiero chiomato,
che vedeva ondeggiare terribile in cima all’elmo.
Sorrise il caro padre, e la nobile madre,
e subito Ettore illustre si tolse l’elmo di testa
e lo posò scintillante per terra;
e poi baciò il caro figlio, lo sollevò tra le braccia…
Dopo che disse così, mise in braccio alla sposa
il figlio suo; ed ella lo strinse al seno odoroso,
10
sorridendo fra il pianto; s’intenerì lo sposo a guardarla,
l’accarezzò con la mano…
si mosse la sposa sua verso casa…,
ma voltandosi indietro, versando molte lacrime;…
piangevano Ettore ancor vivo nella sua casa;
non speravano più che indietro dalla battaglia
sarebbe tornato, sfuggendo alle mani, al furore dei Danai2.
Dentro il rumore assordante della guerra per l’etere instancabile
Dopo questa pausa lieve ritorna la furia delle battaglie: massacri, duelli, morte, sotto le mura di Troia, ove i guerrieri senza posa lottavano, e
ferreo tumulto giungeva al cielo di bronzo per l’etere instancabile3.
C’è chi uccide gridando il proprio trionfo e chi si schianta al suolo ripiegandosi su se stesso, a volte col corpo disfatto (scricchiolarono l’ossa,
gli occhi gli caddero ai piedi).
Ma l’Atride traendo la spada borchie d’argento
saltò su Pisandro;…
e s’abbatterono insieme uno sull’altro.
E uno il cimiero dell’elmo a coda equina colpì,
in alto, sotto il pennacchio, l’altro colpì l’assalitore alla fronte,
sopra la canna del naso; scricchiolarono l’ossa,
gli occhi gli caddero ai piedi, nella polvere, sanguinolenti.
Si piegò in due cadendo: Menelao montò sul petto col piede
e spogliò l’armi…
Merione… gli lancia una freccia di bronzo…;
quegli s’abbandonò fra le braccia dei cari compagni
spirando; come verme sopra la terra
giacque disteso; il sangue nero scorreva e bagnava la terra.
I Paflagoni magnanimi gli furono intorno,
lo posero sul carro, lo menarono a Ilio sacra,
dolenti; e il padre andava con essi, versando lacrime,
ché non esiste compenso d’un figliuolo caduto4.
2
VI, 447-502; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
XVII, 424-25; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
4 XIII, 610-19; 650-59; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
3
11
Risuona nelle pagine l’urlo disumano della guerra, come vento che
sulle querce ulula in tutta la sua furia.
I guerrieri si scontrarono con un grido immenso: né così
urla contro la spiaggia l’onda del mare sconvolta dal profondo
al soffio impetuoso di Borea, né tanto è lo strepito
del fuoco che arde nelle valli di un monte, quando divampa
a bruciare la selva, né tanto sulle chiome delle querce risuona
il vento, quando alto ulula in tutta la sua furia5.
L’ombra della morte negli occhi dei giovani e il pianto di Omero
Questa furia di vento arriva, rapida, a disseccare pozzi di giovinezze,
sbattute sull’orlo del tempo, tra la vita e la morte. È il pianto di Omero per
queste primavere violate, cieli sepolti.
Il linguaggio si fa pietà, nostalgia, e diventa caldo, tenero, trascinante, illuminato da dolci similitudini, quando Omero piange i suoi eroi che
muoiono. A volte, con una variante di infinita tenerezza, egli si rivolge
direttamente ai suoi eroi morenti, piegando amorevolmente i verbi, all’improvviso, dalla terza alla seconda persona.
E Patroclo…
si slanciò per tre volte,…
paurosamente gridando…
Ma quando alla quarta balzò, che un nume pareva,
allora, Patroclo, apparve la fine della tua vita6.
Nel passo seguente apostrofa direttamente l’uccisore, per pietà verso
l’ucciso.
Pisandro…
lo guidava… destino di morte
a te, Menelao, perché tu lo uccidessi…7.
5
XIV, 393-99; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
XVI, 783-87; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
7 XIII, 601-03; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
6
12
Luce di eroismo e la vita che scolora. Tocca a Sarpedonte, figlio di Zeus,
e al magnanimo Patroclo, disarmato da Apollo
Ecco il pianto per il giovane Sarpedonte che muore. Questa volta un
pianto celeste, perché egli è figlio di Zeus. E dal cielo scendono lacrime
di sangue.
Disse così, fu persuaso il padre dei numi e degli uomini:
e gocce sanguigne sopra la terra versò
onorando il suo figlio, che Patroclo gli doveva
uccidere in Troia fertile zolla, lontano dalla patria8.
Omero poi, con parole di grande tenerezza (le membra belle si sciolsero,… e straziò il cuore all’esercito Acheo), piange la morte di Patroclo
valoroso, disarmato da Apollo nella mischia selvaggia, tremendo.
Ettore, come vide il magnanimo Patroclo
… lo trapassò col bronzo.
Rimbombò stramazzando, e straziò il cuore all’esercito Acheo.
Come quando un leone vince in battaglia un cinghiale indomabile,
… e infine con la sua forza il leone vince l’altro che rantola
così Patroclo, che già molti ammazzò,
Ettore figlio di Priamo privò della vita con l’asta9.
Per la morte di Patroclo piangono i compagni, soprattutto Achille,
l’amico inconsolabile, e piangono, in una scena di toccante levità, i cavalli immortali, che a Peleo diedero i numi, dono stupendo, che, in assenza
di Achille, sono stati guidati da Patroclo. Piange Omero che ha saputo
trovare lacrime calde negli occhi di due animali.
Ma i cavalli d’Achille fuori della battaglia
piangevano, da che avevano visto l’auriga
caduto nella polvere sotto Ettore massacratore:
eppure Automedonte…
molto con rapida frusta toccandoli, li accarezzava,
e molto diceva con dolci parole, molto con le minacce.
8
9
XVI, 458-61; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
XVI, 818-28; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
13
Ma essi…
come sta immota una stele che presso la tomba
d’un uomo defunto sia stata piantata o d’una donna,
così restavano immobili, col carro bellissimo,
in terra appoggiando le teste; e lacrime calde
cadevano loro giù dalle palpebre, scorrevano in terra;
piangevano, nel desiderio del loro auriga10.
La morte annunciata. Cadrà Ettore, figlio di Priamo simile ai numi.
Achille, figlio di una dea. E tanti altri, senza nome, inghiottiti nell’acerbo
triste silenzio
Nel delirio della guerra, la morte incombe, come lastra di ombra, su
intrepide giovinezze, e regna sovrana, a travolgere regni, rovesciare la storia. Cadrà anche Troia dalle mura possenti e il glorioso trono di Priamo.
“Vi sarà giorno in cui perirà la sacra Ilio
e Priamo ed il popolo di Priamo dalla forte lancia”11.
Cadrà anche Ettore massacratore, lasciando orfano il figlio, vedova la
sposa. Glielo grida Patroclo prima di morire.
“Altro ti voglio dire e tienilo a mente:
davvero tu non andrai molto lontano, ma ecco
ti s’appressa la morte e il destino invincibile:
cadrai per mano d’Achille…”12.
Cadrà anche l’invincibile Achille. Quando egli, offeso da Agamennone
che gli ha sottratto la schiava Briseide, piange in riva al mare, la dea madre Teti, seduta negli abissi del mare, risale e, dopo averlo confortato, si
lamenta di averlo generato a mala sorte, votato a rapida morte.
Achille, torre degli Achei, terrore dei Troiani, il vincitore di tutte le
battaglie, sa, dunque, che anche lui dovrà morire presto e si ribella alla
morte annunciata. È il divino cavallo Xanto a rammentargliela, con com10
XVII, 426-39; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
VI, 448-49; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
12 XVI, 851-54; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
11
14
mozione di pianto, in una scena di tenera umanizzazione di questa singolare creatura animale. Pronto a combattere, Achille balzò sul cocchio
raggiante nell’armi… e urlò paurosamente ai cavalli di riportarlo vivo
dalla battaglia.
“Xanto e Balìo,…
in altro modo pensate di riportare indietro
il guidatore tra i Danai, quando saremo sazi di guerra,
non lo lasciate là, come Patroclo, morto!”13.
Allora Xanto, turbato e triste nel dover rammentargli la morte prematura, a malincuore gli rispose di sotto il giogo…; d’un tratto abbassò il
capo, e tutta la chioma… arrivò fino a terra e disse:
«“Oh, sì! Ancora una volta ti salveremo, Achille gagliardo.
Ma t’è vicino il giorno di morte…
Noi potremmo anche correre a gara col soffio di Zefiro
che, dicono, è velocissimo; pure, per te
è destino esser vinto da un mortale e da un dio”…
Ma molto irato Achille piede rapido disse:
“Xanto, perché mi predici la morte?…
Lo so anch’io che m’è fatale morire qui,
lontano dal padre mio e dalla madre”»14.
La morte del giovanissimo Licàone, che abbraccia, implorante, le ginocchia di Achille
Anche la mano del più forte degli eroi trema di morte, di fronte all’invincibile imminente destino, che rende effimero e precario – quanto inutile e disumano – quel momento di vittoria, quel gesto sprezzante di trionfo
sul giovanissimo Licàone, che gli afferra le ginocchia, inutilmente implorante.
13
14
XIX, 400-03; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
XIX, 408-22; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
15
Levò l’asta lunga Achille glorioso…
Licàone… gli abbracciò le ginocchia…
Pregava Licàone con una mano le ginocchia afferrando.
Con l’altra teneva l’asta puntuta e non la lasciava,
e diceva, parlandogli, parole fugaci:
“Achille, io ti scongiuro,… abbi pietà”.
… Così diceva l’illustre figlio di Priamo,
pregandolo con parole: ma udì voce amara:
… “Non vedi come io pure son bello e gagliardo
e son di nobile padre e mi partorì madre dea;
pur mi sta sopra la morte e la Moira crudele;
sarà un mattino o una sera o un meriggio,
quando qualcuno mi strapperà la vita in battaglia”.
… Disse così: a quello mancarono cuore e ginocchia,
lasciò l’asta e s’afflosciò stendendo le mani,
entrambe: Achille sguainata la spada acuta
lo colpì alla clavicola, presso il collo: tutto dentro
immerse la spada a due tagli; prono sopra la terra
quello giacque disteso, il sangue nero scorreva, bagnava la terra.
Achille lo prese per il piede e andò a gettarlo nel fiume,
e a lui gloriandosi disse parole fuggenti:
“Giaci laggiù in mezzo ai pesci che della ferita
ti leccheranno il sangue, incuranti. No, non la madre
ti piangerà, composto sul letto, ma lo Scamandro
ti porterà vorticoso nel largo seno del mare,
e accorrerà saltando nell’onda sotto il fremito nero
un pesce, che di Licàone divorerà il bianco grasso.
Morite, finché d’Ilio sacra arriviamo alla rocca,
voi fuggendo, io dietro ammazzandovi:
non certo il fiume bella corrente, gorghi d’argento,
vi salverà, a cui voi molti tori immolate,
e vivi cavalli solidi zoccoli gettate tra i gorghi;
di mala morte perirete lo stesso, finché tutti
pagherete lo strazio di Patroclo…,
che uccideste presso le rapide navi mentre io non c’ero”15.
15
16
XXI, 68-135; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
E muore Licàone allargando le braccia alla morte, come giovane albero che si schianta reclinando i forti rami, con quella cupola verde che
poco prima ghermiva il sole e cieli di primavere. Un’immagine che ha
il significato universale del pianto per queste vite strappate. Ma nessuna pietà nell’animo di Achille che, in una di quelle sfumature affettive
care ad Omero, ricorre a una raffinatissima crudeltà: privare il cadavere
dell’abbraccio materno. Non lo piangerà la madre composto sul letto, ma
il fremito nero del fiume lo porterà nel largo seno del mare. Una gloria
che si tinge di una luce obliqua, sinistra. Un riso amaro e breve questo di
Achille, trionfatore sul corpo di Licàone, con un piede sul suo petto, gesto
celebrativo di annientamento e di spoliazione dell’onore e della dignità
del nemico, e con l’altro piede nella fossa fuia16, nel sentore della rapida
morte che attende anche lui (sarà un mattino o una sera o un meriggio,
quando qualcuno mi strapperà la vita in battaglia). La stessa tristissima
immagine della madre che non piangerà il figlio steso sul letto Achille
evocherà per il cadavere di Ettore.
“Nemmeno se a peso d’oro vorrà riscattarti
Priamo…, neanche così la nobile madre
piangerà steso sul letto il figlio che ha partorito,
ma cani e uccelli tutto ti sbraneranno”17.
Forza, istintività e furia selvaggia di Achille. La lotta col fiume divino
Scamandro
La rabbia per la morte dell’indimenticabile Patroclo si trasforma in
furia incontenibile, odio divorante per tutti i Troiani, che vengono apostrofati e maledetti (morite!).
Achille, forza tremenda della natura, non si ferma nemmeno di fronte
al furore di un fiume divino. L’impari lotta con lo Scamandro, irto di creste nere, dal quale inutilmente si difende con l’impeto dell’aquila nera, è
un momento di grande potenza evocatrice.
16
17
Due termini di una poesia di Montale, La bufera.
XXII, 351-54; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
17
E ancora molti Pèoni Achille veloce uccideva,
se non gli avesse parlato, furente, il fiume gorghi profondi,
con viso umano gridando dalla profonda corrente:
“O Achille, tu sei il più forte, ma nefandezze commetti
ben più di tutti gli umani;…
le mie correnti amabili son piene di morti,
non posso ormai più versar l’acque nel mare divino”…
Diceva; ed ecco gli balzò in mezzo Achille forte con l’asta
gettandosi dalla ripa: furioso, allora, si gonfiò il fiume e salì,
eccitò e intorbidò tutte l’onde, spinse i cadaveri
innumerevoli, ch’erano a mucchi tra l’onde, uccisi da Achille,
li gettò fuori, mugghiando come un toro…
si gettò sulla piana con rapidi piedi a volare,
sconvolto; ma il gran dio non lasciò, lo rincorse,
irto di creste nere…
Balzò indietro il Pelide
con l’impeto dell’aquila nera;…
… cedendo davanti al fiume
fuggiva, ma quello con strepito grande incalzava correndo…
E quante volte Achille divino piede veloce voleva arrestarsi…
tante volte il flutto potente del fiume…
… sotto, gli piegava i ginocchi,
scrosciando violento…18.
Il destino di Ettore, eroe dal volto umano
Alla figura di Achille, furore e istintività, si contrappone quella di Ettore, umanità ed equilibrio, creatura accarezzata dalla mano di Omero, la
cui gloria camminerà con la vita delle stelle. Ma egli è, e rimane fino alla
fine, soprattutto un eroe. Quando chiede un’asta lunga allo scudiero Deìfobo e si accorge che egli non gli sta accanto, capisce che Atena gli ha teso
un inganno e che la morte è vicina; eppure, avendo a disposizione ormai
soltanto la spada, non si arrende, ma decide di morire da eroe compiendo
qualcosa di grande a futura memoria.
18
18
XXI, 211-71; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
… “Ormai m’ha raggiunto la Moira.
Ebbene, non senza lotta, non senza gloria morrò,
ma avendo compiuto qualcosa di grande,
che anche i futuri lo sappiano”.
Parlando così, sguainò la spada affilata,
… e scattò all’assalto, come aquila alto volo
che piomba sulla pianura attraverso le nuvole buie19.
Raggiunto al collo dall’asta di Achille, prima di morire lo implora di
restituire il corpo ai genitori, ma, di fronte al suo sprezzante rifiuto, esclama morente:
“Va’, ti conosco guardandoti! Io non potevo
persuaderti, no certo, ché in petto hai un cuore di ferro”.
… Mentre diceva così, l’avvolse la morte:
la vita volò via dalle membra e scese nell’Ade,
piangendo il suo destino, lasciando la giovinezza e il vigore20.
Di fronte a questa morte gloriosa, lo stesso Achille non può fare a meno
di esclamare:
“Grande gloria abbiamo ottenuto,
abbiamo ucciso Ettore luminoso,
a cui come a un dio nella rocca facevano voti i Troiani”21.
Quando la guerra diventa follia. Lo scempio del cadavere di Ettore. La
madre si strappava i capelli
Ecco lo scempio straziante del cadavere di Ettore, legato al cocchio di
Achille e trascinato, con la testa penzoloni.
Disse e meditò ignominia contro Ettore glorioso:
gli forò i tendini dietro ai due piedi
dalla caviglia al calcagno, gli passò due corregge di cuoio,
19
XXII, 303-10; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
XXII, 356-63; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
21 XXII, 393-94; tr. it. R. Calzecchi Onesti.
20
19
lo legò al cocchio, lasciando strasciconi la testa,
e balzato sul cocchio, alte levando le nobili armi,
frustò per andare: vogliosi i cavalli volarono.
E intorno al corpo trainato s’alzò la polvere: i capelli
neri si scompigliarono; tutta giaceva in mezzo alla polvere
la testa, così bella prima:…
Così tutta s’impolverava la testa; e la madre
si strappava i capelli, gettò via lo splendido velo,
lontano, scoppiò in singhiozzi violenti a vedere il figlio.
Gemeva da far pietà il padre caro, e il popolo intorno
era in preda al singhiozzo e ai lamenti per la città.
Sembrava che tutta intera Ilio ricca di poggi
da capo a fondo si consumasse nel fuoco22.
Ma Omero non chiama tutto questo eroismo, ma ignominia. Odio che
diventa parossismo, primordialità istintiva. Quel cocchio che corre, con
la polvere e il vento, lascia dietro di sé il silenzio. Il silenzio di Priamo,
di Ecuba, di Andromaca, che guardano attoniti, e di tutto un popolo, che
sembra consumarsi nel fuoco, ha lo stupore doloroso di una lacrima che
si posa su quello scempio immotivato, grido di memorie, che va oltre la
misura dell’umano.
Un angolo di umanità nel cuore della guerra. Priamo che bacia la mano
dell’uccisore di suo figlio. La restituzione del cadavere
Il vecchio padre non permetterà che il corpo straziato di Ettore rimanga
insepolto, preda degli avvoltoi. Così, scivolando nel silenzio, si reca nella
tenda di Achille e, prosternando la sua regalità e la sua vecchiaia, con lo
strazio di chi si strappa gli occhi, bacia la mano dell’uccisore di suo figlio.
Da quella tenda è lontano l’urlo della guerra. C’è soltanto il silenzio del
pianto. Priamo piange suo figlio, Achille suo padre, ancora vivo, ma lontano. Lo rivede nei capelli bianchi di quel vecchio stanco e infelice, negli
occhi imploranti di Priamo simile ai numi, ai suoi piedi. Così, in quella
vasta gamma di tonalità della poesia omerica, l’odio si trasforma in pietà
e la rabbia si scioglie in pianto.
22
20
XXII, 395-411; tr. it. R. Calzecchi Onesti.

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