1 Viaggio in Albania Un viaggio in Albania inizia

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1 Viaggio in Albania Un viaggio in Albania inizia
Viaggio in Albania
Un viaggio in Albania inizia quando inizi a dirlo in giro. Agli amici.
Ai conoscenti. Ai parenti.
“In Albania???”
A seconda dei casi il tono può esprimere: terrore. Stupore da viaggio
su Marte. Indignazione come se stessi tradendo qualcosa o qualcuno.
Sarcasmo. Senso di superiorità di chi sa di stare dalla parte della
verità. Altro.
Di solito la reazione prosegue con: “Ma che ci vai a fare?”
In fondo, è legittimo. Viviamo di stereotipi.
E così via, vai con gli stereotipi. Attenta ai kalashnikov. Occhio ai campi minati, in Albania ci sono
mine dappertutto. Falso. In Albania ci sono bunker dappertutto, che è diverso. Non scoppiano.
Non l’avessi mai detto, che in Albania ci andavo via mare. “E come ci vai, col gommone?”.
Ah!ah!ah!
Ad onor del vero, qualcuno ha reagito bene. “Interessante.”, ha detto.
In Albania puoi andarci in tre modi: con l’aereo, con il treno, con la nave.
L’aereo inquina, meglio evitarlo. E poi ti catapulta in un attimo su Tirana, neanche il tempo e il
gusto di un viaggio, di paesi che attraversi, di terre e mari (uno) che scorrono e che ti preparano.
Infine, ma non meno determinante, si può aver paura. Di volare. Ebbene sì. Lo ammetto. Ho paura.
Non mi piace staccarmi (troppo) da terra.
Il treno ti permette di raggiungere Bari.
A Bari la nave ti porta a Durazzo. Si potrebbe prendere la nave anche da altre città italiane che si
affacciano sull’Adriatico, ma da Bari partono quattro navi al giorno. Tutti i giorni. Almeno,
d’estate. Trovi sempre posto.
Ora, a proposito di campi minati, ce n’è uno in Italia che si chiama Bari. Tu cammini per le strade
del centro storico e può capitare che a pochi metri da te scoppi una mina. Ovvero che un uomo
ammazzi a colpi di pistola un altro uomo. La gente per le strade, prima tranquilla, inizia bisbigliare,
scambiarsi sguardi d’intesa. Poi inizia a correre. Cioè a scappare. Alcuni inforcano il motorino e
schizzano via. Sono giovani, ragazzi. Dove vanno? E soprattutto, cosa è successo? La turista del
nord, in questo caso io, ignara, si chiede: che faccio?scappo anch’io?ma dove?e soprattutto: da
cosa? Finalmente una donna, che sta per rinchiudersi in un negozio (non sa ma intuisce), riceve la
conferma: “Hanno sparato”, le dice un signore. La turista (sempre io) carpisce la soffiata. E si
allontana. A passo spedito. Direzione: porto. Ore dieci di sera. Buio tutt’intorno. Il porto di Bari
risulta essere il luogo più sicuro della cittadina di Bari. Pieno di albanesi che aspettano di salpare.
Incredibile a dirsi, ma lì mi sento al sicuro. Sulla strada che porta al porto sfrecciano a tutta birra e a
sirene spiegate: due volanti della polizia, un’auto medica e un’ambulanza.
Un’amica a cui racconto l’episodio al telefono, dalla nave, mi manderà il seguente sms:
“BARI UCCISO UOMO REGOLAMENTO CONTI CONTROLLO DROGA. MOMENTI DI
TERRORE”.
Ecco, agli italiani che decidono di fare un viaggio in Albania (soprattutto quelli del tipo: “In
Albania???”) consiglio di passare da Bari, prima.
Poi ne riparliamo.
Quando sbarchi a Durazzo, c’è Drilona ad attenderti. E se non è lei, è un altra ragazza o ragazzo di
Vivalbania. Sempre che ti sei messo in contatto con loro. Questi ragazzi albanesi hanno inventato
un lavoro per mantenersi gli studi universitari: coccolare i turisti. Cioè ospitarli a casa propria,
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portarli in giro per il paese, farglielo vedere attraverso i loro occhi, organizzare incontri sulla storia
e le tradizioni albanesi.
Hanno avuto, possiamo azzardare, un’idea straordinaria. Tengono a sottolineare che non sono
professionisti. Cioè non ripetono pedissequamente le guide turistiche (che per altro scarseggiano, in
Albania) o i libri di storia. A volte fanno degli strafalcioni. Altre volte non hanno risposte alle
domande non sempre brillanti dei turisti. Tu turista, però, trovi sempre tutto pronto, prenotato, con
tanto di guida che parla in italiano nei musei, professori che ti parlano del Kanun, piatti succulenti
in tavola di ristoranti e case.
Bisognerebbe intendersi su cos’è la professionalità.
In materia di “coccole”, questi ragazzi sono dei seri professionisti.
Dicevo, a Durazzo ho incontrato Drilona. Ci siamo riconosciute quasi magicamente, lei non aveva
ancora aperto il cartello con “Vivalbania” , mi ha guardata da lontano sillabando “D-a-n-i-e-l-a”.
Ero proprio io. Beh, una donna sola, al porto di Durazzo, con uno zaino sulle spalle e l’altro sulla
pancia..non è che potesse tanto sbagliarsi.
Drilona in questo periodo della sua vita ha un dolore nel cuore. Hanno ucciso suo fratello, in Italia,
a Siena. Avete sentito la notizia?qualcuno si è accorto di qualcosa? A Tirana c’è una famiglia
spezzata, era l’unico figlio maschio. Niente moralismi. Lungi da me. Vorrei solo che si potesse
pensare, così, semplicemente, che le persone che vivono in paesi stranieri hanno sorelle, fratelli,
madri e padri a casa.
Drilona cerca di reagire lavorando con i turisti. Lo farà, quest’anno, solo per pochi giorni. Vuole
stare con i suoi genitori.
Drilona mi ha portata sulla spiaggia di Durazzo.
Sulle spiagge di Durazzo passano: uomini con serpenti avvinghiati al
collo, uomini con orsi al guinzaglio, uomini con carretti stracarichi di
salvagenti e piscinette, uomini con tiro a segno, macchine della polizia.
Sul bagnasciuga.
La macchina della polizia si è fermata poco distante da noi e subito il
ragazzo del carretto delle cose da mare si è precipitato da loro e ha offerto loro una sigaretta. Per
mantenere buoni rapporti, immagino.
Il serpente, se lo desideri, te lo avvinghiano al collo e ti fanno una foto.
L’orso non so come te lo mettono.
Il tiro a segno consiste in una bicicletta con annesso pannello che una volta sceso il signore del tiro
a segno apre, poi stacca uno sgabello pure lui annesso alla bicicletta, lo posiziona a distanza corretta
dal pannello (misura data da un nastro che collega sgabello a bicicletta) e il tiro a segno è pronto.
Sul pannello, oltre ai soliti cerchi concentrici, sono appese foto di donnine in posizione e
abbigliamento osé. Il signore appoggia il fucile ad aria compressa sullo sgabello e aspetta. Arrivano
presto i clienti: prima i ragazzini, poi i ragazzini con i papà, poi solo i papà con gli amici dei papà. E
i ragazzini stanno a guardare. Quando si dice che tutto mondo è paese.
Da Durazzo a Tirana prendiamo un pullmino ultima generazione che in quanto trasporto privato
viaggia alla velocità della luce per fare più viaggi possibili al giorno.
Lungo la strada ci sono i “lavazh”. Uno ogni cinquanta metri. Consistono in uno spiazzo tipo
piazzola a lato della strada, un tubo dell’acqua collegato ad un rubinetto. I più belli hanno una
tettoia. Sotto la tettoia sta un uomo. E’ l’uomo del lavazh. Tu vai lì con la macchina e lui te la lava.
Dev’essere che in Albania le auto le tengono pulite. Dev’essere per questo che mi dicono di sovente
che la mia macchina non la vorrebbe nessuno, neanche un albanese. Gli albanesi, per altro,
preferiscono le Mercedes. Ultimo modello. Alcune, si vocifera, sono rubate. I giornali italiani hanno
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raccontato di un ministro del governo albanese che è stato fermato alla frontiera con la Grecia. Gli
hanno sequestrato l’auto. Risultava rubata.
A Tirana conosco i grandi capi di Vivalbania, sono Erjona di ventisette anni e Aleksander di
ventuno. Arriverà, con calma, il resto del gruppo di turisti italiani. E’ un viaggio organizzato, è un
viaggio solidale. Che si appoggia ai ragazzi di Vivalbania. Gli altri turisti del viaggio solidale hanno
preso l’aereo. Oltre quattro ore di ritardo quello da Malpensa. Calcolando che devi essere due orette
prima in aeroporto e che il volo dura un’altra oretta e mezza, quasi quasi ci ho messo meno io con la
nave.
Ed eccoci tutti in albergo, tutti presentati. Loro, i volatori, hanno rischiato di saltare la cena. Io, con
Erjona e Alex, ho mangiato agnello alla brace in un ristorante tipico di Tirana.
Il primo giorno lo passiamo a Tirana. E’ Drilona la nostra guida. E’ lei che ci
porta a cambiare gli euro in leke, che ci accompagna al museo di storia
albanese, alla moschea in piazza Skanderbeg, all’università Madre Teresa di
Calcutta. E’ Drilona che ci trova un fast food per il pranzo, giusto in tempo
prima di un forte acquazzone. E poi dicono di non essere dei professionisti.
Devono essere in collegamento diretto con le previsioni meteo. Ci hanno
prenotato clima fresco e ventilato per i primi giorni di visite nelle città, e
caldo e asciutto per i giorni al mare.
Al museo di storia la guida che parla italiano si farà attendere, e se ne andrà
in fretta, prima della fine della visita. Ha un altro impegno. Erjona, nella
riunione finale, si scuserà con noi. Già. Sono andati a parlarle di persona, per concordare la visita
guidata. L’hanno ricontattata alcuni giorni prima del nostro arrivo, e la mattina stessa. E’ Erjona a
occuparsi di tutto ciò, lei non fa la guida ma guida tutto. Dalle retrovie. Sta molto al telefono. Anche
con i ragazzi, mentre portano in giro i turisti: sente come sta andando, decidono il da farsi, si
confrontano, si raccontano. E poi, dicono di non essere dei professionisti. Insomma, dopo tutta la
cura negli accordi, la guida fa i fattacci suoi. Suvvia, ragazzi, non è che si possa controllare proprio
tutto!
Drilona ci racconta com’è Tirana, cosa fanno e come vivono loro ragazzi, loro che hanno deciso di
restare. La guardo, vestita di nero, e mi si stringe il cuore.
Nel pomeriggio Erjona ci accoglie al Centro Sociale. Il Centro sta a Bathore, un quartiere di
costruzioni informali alla periferia di Tirana. Nel ’91, e negli anni a seguire, la gente, immobile per
anni, ha cominciato a spostarsi e a riversarsi nelle città, a Tirana in particolare. Forse con l’idea che
qui qualcosa si stesse muovendo. Nelle campagne, in effetti, e soprattutto sulle montagne la vita
delle persone che sono rimaste dev’essere ferma a cinquant’anni fa, o più.
Bathore è un quartiere molto esteso. Le casette, tutte basse e in cemento, molte non ancora finite,
sono cresciute come funghi, senza pianificazione. Informali, appunto. Nel senso di senza forma?
Sulle case ancora in costruzione, ma questo vale per tutta l’Albania, penzola un pupazzo e sventola
la bandiera rossa con l’aquila a due teste. E’ di buon auspicio.
Il Centro Sociale di Bathore è gestito dalla Chiesa Cattolica, ci sono Don Patrizio e alcune suore
italiane. I ragazzi di Vivalbania fanno i volontari, lì. Le attività sono tra le più disparate,
dall’accoglienza dei ragazzini del quartiere, all’organizzazione di attività ludico-sportive per loro,
all’organizzazione di corsi di formazione professionale per le donne (cucina, cucito),
all’inserimento lavorativo. I ragazzi vanno anche di casa in casa, periodicamente, a presentare le
attività del Centro alle famiglie, a farsi conoscere.
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I bambini che arrivano quel pomeriggio per seguire le attività sono davvero tanti: prima il
catechismo, poi la pallavolo. Ci sono i fratellini dei ragazzi di Vivalbania, e anche i bimbi delle
famiglie più povere del quartiere.
Vivalbania è nata tre anni fa e si chiamava Bathore Beach. A Tirana non c’è il mare. Tanto meno a
Bathore. Però c’è il lago. Lago, insomma, una grossa pozzanghera fangosa con spiaggia. Da qui, il
primo nome, Bathore Beach. Nel lago di Bathore nessuno fa il bagno tranne Matteo, ragazzo
bolognese che quando è venuto in Albania girava a piedi scalzi per le strade sterrate di Bathore e a
torso nudo. Un po’ come Gesù, dice Drilona sorridendo. E’ con Matteo che Erjona e Alex hanno
ideato il progetto di accoglienza dei turisti. E da allora, ne sono passati parecchi, di turisti. Per il
momento quasi tutti itaiani. Ma dall’anno prossimo i ragazzi di Vivalbania saranno in grado di
accogliere anche i turisti che parlano l’inglese: Alex e Drilona stanno facendo un corso di lingua
inglese.
Nessuno dei ragazzi pensa che quello sarà il suo lavoro per la vita: è un’opportunità che si sono
creati per mantenersi gli studi, ognuno di loro ha un progetto di vita che va dall’insegnamento ad un
lavoro in banca al medico all’avvocato. Vorrebbero fare qualcosa di utile, insomma, per il loro
paese.
La mattina dopo è tempo di partire per il sud.
Arrivano all’albergo Erjona e Alex, che sarà la nostra fedele guida nel giro al sud dell’Albania.
Erjona non parte con noi, ma è venuta a salutarci e augurarci buon viaggio: capite le coccole? E’
venuta anche per dare i soldi ad Alex, che non mollerà il suo zainetto per nulla al mondo durante
tutto il viaggio. In effetti, ha pagato alberghi e cene per tutti, ne doveva aver dietro di leke. Alex
non lascerà lo zainetto mai neanche in albergo. Di notte è probabile che ci abbia dormito sopra. E
poi dicono di non essere dei professionisti. Se penso che con Drilona, a Durazzo, abbiamo fatto il
bagno con le nostre borse abbandonate sulla spiaggia. In effetti suo padre, al telefono, le aveva
consigliato di fare i turni. Io tra l’altro sono anche miope, dal mare non è che distinguessi con
precisione dove avevamo lasciato le nostre cose..va beh, ci è andata bene.
All’albergo arriva anche Durim, ci ha già scarrozzato per Tirana, ieri. Durim è l’autista più alto del
mondo. Non deve neanche mettersi la cintura, lui, è esentato. Chi siede accanto al guidatore, invece,
in Albania, non ha l’obbligo di allacciarsi la cintura: l’importante è che non si spiaccichi il
conducente. Durim arriva col furgone, Mercedes. Questo però è antico. Arancione. Fantastico.
Sedili auto-scaldanti di stoffina vellutata. Libreria sul fondo. Possibilità di passeggio all’interno. Va
dappertutto, anche in montagna, anche in viuzze strette più strette del furgone: quando arriva il
furgone arancione di Durim, le viuzze strette si allargano.
A proposito, Durim, in albanese, significa Pazienza. L’hanno scelto
apposta.
Ogni qualvolta si inzia, come ogni gita in pulmann comanda, ad intonare
una canzone sul furgone, Durim alza il volume della radio. Anche alla
pazienza c’è un limite.
La prima tappa prevede: Durazzo, breve visita all’anfiteatro, e Berat.
L’Albania è strana. Arrivi a Tirana e dici: mhm, niente di particolare. Vai a Berat, la città più bella,
dicono, dell’Albania, e dici: mhm. Poi scendi nel profondo sud, ma potresti salire anche nel
profondo nord, è uguale, ne sono sicura, e lei, l’Albania, piano piano, ti entra dentro. Forse ci vuole
semplicemente tempo. Forse a me semplicemente ci vuole tempo. A poco a poco le cose che vedi,
le montagne, i bunker, il cielo, i pozzi di petrolio, i castelli, le case vecchie e i palazzoni
parallelepipedi nuovi, , la pattumiera e gli intrichi di fili elettrici, i monasteri, le strade dissestate
(ma le stanno rifacendo), i siti archeologici (a volte mal tenuti), le icone..a poco poco, le cose che
vedi, che sono “poche” (noi così abituati al tanto), diventano belle.
Sarà perché loro, gli albanesi, te le presentano con passione e senso di appartenenza?
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Durazzo, neanche a dirlo, ci sono gli orsi in spiaggia, è una bella città portuale. Palazzoni a otto
piani sul mare, ma ci fai l’occhio, e pure loro diventano belli, diventano albanesi. L’Albania è così,
sta “scoppiando” in quello sviluppo che tanto piace agli uomini e alle donne di questo pianeta, pare
non ce ne possa essere un altro. Mi fanno sorridere i turisti italiani che dicono ai ragazzi di
Vivalbania: “Non fate i nostri stessi errori!”. Teneri. E ingenui. Intanto, lo stanno dicendo a ragazzi
di vent’anni che, forse, farebbero diversamente dai loro governanti. E poi: hai mai visto una persona
che, avvertita dei pericoli, ha fatto qualcosa di diverso da quell’esperienza che tutti fanno?
Forse, ho pensato, noi italiani siamo un po’ invidiosi. Là, in Albania, hanno qualcosa in cui sperare.
D’altra parte, non glielo auguro, io, di fare qualcosa di diverso dagli altri paesi occidentali (sempre
che sia possibile): potrebbe verificarsi un’emigrazione di massa verso l’Albania di quella metà del
popolo italiano insoddisfatta...Fantastico. Ci pensate? Coi gommoni.
Berat è la città dalle mille e una finestre. Quell’ “e una” sembra una
sfida, sono stata tentata di contarle. Ho desistito quasi subito, sono
davvero tante.
Quasi tutte le cittadine hanno un castello in cima a un roccione, da cui
godi di una vista spettacolare e vedi i turchi, caso mai tornassero. Sono
arrivati cinque secoli fa e non se ne sono andati per un sacco di tempo.
Il castello di Berat racchiude la chiesa di S.Maria, che a sua volta
racchiude il Museo Onufri, pittore albanese del sedicesimo secolo, che a sua volta racchiude 106
icone. Le 106 icone, forse non proprio tutte, del Museo Onufri girano il mondo per mostre ed
esposizioni.
L’albergo che ci ospita a Berat è il più antico della città. Hanno dei bicchieri un po’ fragili, ma si
mangia benissimo. La conversazione a tavola si concentra su un’antica usanza albanese,
testimoniata dal Kanun: quella della burrneshe. Vale a dire della maschia. Nelle famiglie in cui
veniva a mancare l’uomo di casa, si sceglieva una donna che andava a sostituire la figura maschile.
In tutto e per tutto. La donna prescelta si vestiva da maschio, partecipava alle attività degli uomini
del villaggio, in casa viveva nei locali d’uso degli uomini della famiglia e lì accoglieva gli ospiti,
maschi. Non si sposava, naturalmente, né poteva avere figli.
Perché una casa senza maschio, non è una casa.
Naturalmente avrei qualcosa da dire in merito.
Ma conosciamo le società patriarcali, i danni che hanno fatto nel mondo. Non solo in Albania.
Nel gruppo di turisti italiani, a prevalenza femminile, sorge subito la questione: chi tra le giovani
fanciulle potrebbe assolvere a questo compito? Chi potrebbe fare la maschia? Fioccano le
candidature, tutte proposte dagli unici due maschi del gruppo. Troppo facile.
E che ne diciamo del femmino? Lo invento io, adesso.
Di sera a Berat c’è un’altra antica usanza: le vasche. La gente cammina avanti e indietro per la
lunga piazza. E noi con loro. Ci sono poche donne, per la verità, e nessuna donna al bar. Le donne,
nel sud dell’Albania, non usano andare al bar.
In quanto italiani, ci facciamo subito riconoscere perché non basta la vasca bisogna anche cantare.
Durim, questa volta, non può alzare il volume della radio. Non paghi del canto, iniziamo anche a
ballare. Ci facciamo insegnare da Alex qualche passo di ballo tradizionale albanese per non fare
brutta figura il giorno della festa, al nostro rientro a Tirana. La nostra fedele guida si presta anche a
questo. Ho come l’impressione che quella sera sarebbe andato volentieri a letto presto.
Dopo Berat, è la volta di Gjirocastro.
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Qui il discorso si fa serio. In questa cittadina nel 1908 è nato Enver Hoxha. Quest’anno ricorre
l’anniversario della sua nascita. Sui muri, in rosso, scritte di nostalgici. O almeno così a qualcuno
verrebbe da chiamarli. Enver for ever. Ma in cima alla città, nel castello, è stato predisposto un
palco con intelaiatura di ferro con un grosso 2008. Tra poco, ci spiega Alex, ci saranno dei
festeggiamenti in suo onore. E’ il comune che organizza. Fa parte della storia albanese.
Hoxha è morto nel 1985. La dittatura è caduta nel 1991. Neanche 20 anni fa. Difficile capire cosa
ne pensano gli albanesi.
Davanti alla casa di Hoxha, oggi museo, il gruppo di turisti italiani inizia a dare i primi segni di
cedimento. Entriamo non entriamo andiamo lasciamo io sì tu no la guida del museo parla solo
inglese io l’inglese non lo so lo so io vengo io allora anch’io allora tutti. Ci vogliamo mettere
d’accordo?? Serpeggia disappunto, forse anche velato pregiudizio. La casa di Hoxha, dove per altro
ha vissuto fino ai suoi otto anni, si rivela essere una grande, antica casa albanese. Molto bella.
Anche a Gjirocastro le Mercedes abbondano, ma prevalgono i modelli vecchi e acciaccati. Facce
scure li guidano, ma forse è solo un’impessione.
Il ristorante prenotato per la sera sta in cima alla montagna. Una frana impedisce al furgone
arancione di Durim di portarci fino a davanti. Ciò vuol dire: passeggiata in salita al tramonto e
passeggiata in discesa al buio pesto. Attraversamento di frana compreso. Viene in aiuto al gruppo
un’antica massima, in questo caso cinese: “Meglio accendere una candela che maledire l’oscurità”.
Avercela avuta, la candela.
Durante la cena la fedele guida Alex pone al gruppo di italiani una raffica di domande. Se le era
preparate o gli sono venute così? Sulla religione, sulla società, sul senso della vita nel suo
complesso. I turisti italiani si appassionano in una discussione sulla differenza tra paesi capitalisti e
paesi non capitalisti, tra giovani disillusi dei paesi capitalisti e giovani pieni di speranza dei paesi
non ancora capitalisti, sul bisogno di spiritualità che sta tornando, di là, oltre Adriatico, e su tanto
altro che non ricordo. D’altra parte, si stava anche bevendo del buon vino. Alcuni del gruppo sono
usciti dal ristorante oltre che satolli un po’ tristi. Viene in soccorso, scusate la ripetizione, la già
citata massima cinese: “Meglio accendere una candela che maledire l’oscurità”.
Le giovani (?) turiste italiane del gruppo riusciranno a convincere Alex guida fedele a lasciarle fare
due passi da sole, la sera, per le amene vie della cittadina. Naturalmente, Alex non andrà a dormire
fino al nostro rientro. Quella davanti all’albergo, di via, è in rifacimento. Ad ogni passaggio di auto
o camion si alza una nuvola di polvere che con il gioco dei fari dà al luogo un aspetto lunare, quasi
magico. Non vi dico la mattina dopo, fumare una sigaretta sulla soglia dell’albergo. Anche quella è
stata un’esperienza quasi lunare.
E il giorno dopo si parte! Ancora?
E’ giunto il fatidico giorno dell’Occhio Azzurro che tutti si
chiedono: ma che è? Sulla strada per Saranda (per il mare!), ci
fermiamo alla sorgente chiamata Occhio Azzurro. E’ davvero
azzurro. Lui, l’Occhio, sta lì e ti guarda. Se gli sei simpatico ti fa
l’occhiolino. Berlusconi è passato e a lui non ha strizzato l’occhio.
Te credo, voleva comprarselo con tutto il territorio attorno.
Saranda ci appare in tutta la sua bellezza albanese: palazzoni di otto
piani sul lungo mare. Mangiamo pesce e viene a prenderci Artin. Artin e sua sorella Viola sono le
guide del sud, ci ospiteranno per due notti a casa loro, a Xamil, un paesino a pochi chilometri da
Saranda, sul mare pure lui.
Il nome del paese l’ho imparato perché Artin, dopo un giorno che eravamo lì, ci ha chiesto come si
chiamava il suo paese. Nessuno ha saputo rispondergli. Ha detto: ma come, non sapete neanche
come si chiama il posto dove state? Non aveva tutti i torti. Orecchie basse, ho iniziato a ripetere
sottovoce “Xamil. Xamil. Xamil...”. Così, per imprimerlo nella testa. E s’è impresso.
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Artin e Viola ci coccoleranno com’è d’uso tra i ragazzi di Vivalbania. Non potendo ospitare tutti in
casa loro, tre di noi alloggeranno presso una vicina di casa che, purtroppo, non parla italiano.
Mattina: miremengjes. Pomeriggio, uscendo: mirupafshim. Sera, andando a letto: naten e mire. A
questo si limiterà il nostro dialogo con la signora, che ci riempirà di sorrisi ad ogni saluto in
albanese. Panico all’inizio perché sentendoci salutare in albanese deve aver pensato che
conoscevamo la lingua e ha iniziato un discorso più articolato. Si è fermata subito, deve aver visto
le nostre facce. Che brutto non conocere la lingua del paese che ti ospita.
A Xamil facciamo mare con tutti i crismi: ombrellini, sdraio, crema, bagno, partita a carte sugli
asciugamani. Le carte spuntano magicamente dalle mani della nostra fedele guida Alex. Qualcuno
ha detto, distrattamente: si potrebbe giocare a carte, e lui tac!è andato a comperarle. E poi dicono di
non essere dei professionisti. I ragazzi albanesi insegnano ai turisti italiani alcuni giochi del luogo.
Uno si chiama Uomo Nero che non ha nulla da invidiare alla Peppa Tencia. Nasce una discussione
tra le turiste italiane sul nome del gioco nelle varie regioni d’Italia, si giunge alla conclusione che
Peppa Tencia vale solo in Lombardia e Piemonte. Forse forse anche nelle Marche. A Trieste la
chiamano diverso, ma si sa, là parlano una lingua strana.
La sera ci aspetta una cenetta fantastica preparata da Viola sulla terrazza di casa loro. Ma dove sono
Alex e Durim? Non cenano con noi, non è previsto. Aleggia in alcuni del gruppo un leggero senso
di smarrimento. Le nostre guide, in questi due giorni, sono Viola e Artin. Viola si è laureata in
lettere due giorni prima che arrivassimo noi. Eppure sembra fresca come una rosa. Cioè, come una
viola..Vorrebbe insegnare, magari lì a Xamil. Ci fa compagnia anche il papà dei ragazzi, la mamma
è via, ad un matrimonio di un parente.
Matrimonio?
Fioccano le domande dei turisti avidi di tradizioni albanesi. E’ che col matrimonio albanese non si
scherza. Non è mica un pranzo e via. Il povero Artin ripeterà allo sfinimento la trafila del mercoledì,
del giovedì, del venerdì, per concludere con la grande festa del sabato..a casa di lei?e il festone della
domenica..a casa di lui?non è ancora ben chiaro chi va a casa di chi e quando. Sicuramente la sposa
va a casa dello sposo alla fine, che lì deve andare.
Una volta, racconta il Kanun, il padre della sposa dava al futuro genero un proiettile, da usare per
uccidere la figlia se lui l’avesse trovata a letto con un altro. Mi sono chiesta: ma proprio la notte
delle nozze quella lo doveva tradire? Comunque il delitto veniva “perdonato” solo se sposa e
amante venivano colti sul fatto. Questo ce lo ha spiegato il professore di storia che ci ha parlato del
Kanun. Vuol dire che, con lo stesso proiettile, lo sposo doveva uccidere tutti e due, e dimostrare
così di averli colti sul fatto. Un bel casino. Forse ho capito male.
Dopo cena si esce. Le vie di Xamil non sono molto illuminate, diciamo non sono illuminate per
niente, il che permette la visione delle stelle (ce lo siamo dimenticato il buio, noi cittadini
occidentali) e la non visione delle buche. Le buche possono essere piene di fango che portando i
sandali ti si infila tra le dita e uno dice speriamo che non sia merda oppure consistere in vuoti
abissali nell’asfalto per lavori in corso segnalati da una grossa pietra posizionata a fianco del buco.
Che se uno non lo sa, al buio anche con i fari accesi, prima centra la pietra e poi precipita
nell’abisso. Le auto a Xamil sfrecciano a velocità paurosa, ma sono autoctone, sembrano conoscere
la mappa dei buchi.
Visitiamo le discoteche di Xamil, due, all’aperto. Musica con risonanze greche su basi tecnosintetiche a palla, anche qui sembra necessario l’utilizzo di sostanze psicotrope per starci dentro.
Due ragazze, nell’una e nell’altra discoteca, in abbigliamento provocante, ballano sole sulla pista.
Scegliamo alla fine un bar a metà stada tra le due discoteche per una birra Tirana. Il bar in realtà è
un ristorante, vuoto tranne che per una coppia di macedoni che ha appena finito di cenare. Il
proprietario, albanese, si intrattiene in una allegra conversazione con i due, aiutato dall’elevato
livello alcolico che si può facilmente cogliere in lui e nell’uomo macedone. Uno parla albanese,
l’altro risponde in macedone. Due lingue completamente diverse.
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E’ maturo, ormai siamo a metà del viaggio, il momento delle barzellette. Fioccano barzellette
italiane e barzellette albanesi. Inutile, non le ricordo. Ricordo solo una frase, che attesta la
compenetrazione delle due culture, quella albanese e quella italiana: “Sono albanese senza
permesso ma tifo Italia lo stesso”.
Il giorno dopo visitiamo Butrint, una colonia forse in origine illirica poi forse greca sicuramente ad
un certo punto romana e infine postazione turca. Ma quanta gente è passata da questo paese? Già.
Ahimé. E’ passato anche Berlusconi Visto che non gli hanno venduto l’Occhio Azzurro e non
potendo comprare il parco archeologico di Butrint che è stato dichiarato patrimonio dell’Umanità
dall’Unesco, ci ha piantato un albero. Con targa.
Alcuni del gruppo vengono trattenuti a forza dal raptus di sradicare l’alberello.
Siamo molto vicini al confine con la Grecia. Si può presumere che la vicinanza con questo paese
possa determinare delle influenze che so, sui costumi, sulla lingua. Le nostre guide, Viola del sud e
Alex del nord, si infervorano in una discussione su quale sia la vera, autentica lingua albanese.
Tosko (del sud) o ghego (del nord)? Meno male che hanno solo due dialetti. La disputa parte da una
questione di non poco conto: come si scrive ieri. Dje o die? Difficile parteggiare per una o per
l’altro. L’unico elemento che potrebbe far propendere per una delle due parti è che Viola si è
appena laureata in letteratura albanese. Il mio “Nuovo parlo albanese”, acquistato al rientro in Italia,
dice “dje”. Chissà se l’ha scritto uno del nord o uno del sud.
Artin, che riprenderà più tardi la discussione sull’albanese autentico con Alex (la questione li
appassiona assai), ammetterà che lì, al sud, si parla un albanese con influenze greche. Alex appare
soddisfatto.
Trascorsi i due giorni a Xamil, nel profondo sud, giunge ahimè l’ora di ripartire. S’ha da risalire
l’Albania, e tornare, piano piano, verso Tirana. Baci e abbracci e foto di gruppo con Artin e Viola.
Il tratto di strada che da Saranda porta a Valona è bellissimo, a picco sul mare. Ci fermeremo una
notte a Dhermi, tappa intermedia. La strada è bellissima in quanto a
vista, meno bella in quanto a manto stradale. Non c’è. Lo stanno
rifacendo.
Nella pausa pranzo, in un’incantevole spiaggia di sassolini e dall’acqua
turchese e gelida, affrontiamo una volta per tutte la questione delle
coccole con la nostra fedele guida Alex.
Aleksander, ventun anni, maschio, non coccola nessuno (forse forse la
fidanzata) soprattutto non coccola altri maschi. Che sia chiaro. Lui
sorride, coinvolge tutti, chiacchiera, scherza là dove sente che può farlo, introduce argomenti,
stimola discussioni, soddisfa richieste, media. Ma non coccola.
E poi dicono di non essere dei professionisti.
Durim l’autista, in combutta con Alex la guida, è premuroso e attento con tutti. Alex parla quasi
sempre in italiano (a proposito, e che vogliamo dire di questo fatto, che questi ragazzi parlano tutti
benissimo l’italiano senza mai averlo studiato solo per aver guardato la televisione italiana fin da
piccoli? un canalino albanese, ma anche inglese, ma anche francese, ma anche in quel cazzo di
lingua volete voi alla nostra televisione non gioverebbe?), solo ogni tanto scambia qualche frase in
albanese con Durim, che sa solo qualche parola di italiano. In genere, dopo gli scambi in albanese, i
due scoppiano a ridere. Chissà cosa si sono detti.
A Dhermi è prenotato per noi il Grand Hotel in alto sulla collina. Sotto, la costa e il mare azzurro.
Quasi quasi chi ce lo fa fare di andare in spiaggia.
In spiaggia Alex, che oltre alla guida con i turisti fa l’animatore con i bambini di Bathore (ma ha
fatto anche miriadi di altri lavori tra cui il panettiere di notte e la mattina andava a scuola. E, torno a
ricordarlo, ha ventun’anni), interviene con dolcezza con un bambino della famiglia vicina. E’
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piccolo, e piange, con le gambine nell’acqua. Ha paura, forse, ci sono le onde. I famigliari gli sono
intorno, ma lui continua a piangere. Alex si china alla sua altezza, gli parla, il bambino smette di
piangere, poi d’improvviso Alex, inspiegabilmente, e un po’ bruscamente, molla il bambino e se ne
viene via indispettito. Dirà: “Sono albanesi e parlano in greco”.
Il giorno dopo è la volta di Valona. Si dice Vlore, in albanese. Piacerebbe avere i due puntini sulla
“e” ma il computer non collabora.
A Valona è stata proclamata l’indipendenza dell’Albania: ventotto novembre millenovecentododici.
Ultimo stato dei Balcani ad ottenere l’inidipendenza, dev’essere stata dura. Si direbbe che fossero i
Turchi a non mollare, ma non credete, c’è lo zampino anche di altri, si vocifera perfino dell’Italia.
L’Albania sembra piccola e insignificante. Sicuramente è sconosciuta ai più. Ma non ad alcuni
grossi pescecani. I soliti. Beh, c’è il petrolio. Petrolio? In effetti, sulla strada per Gjirocastro
abbiamo incontrato dei pozzi. Dei pozzi, insomma, delle trivelle modello preistorico. Si fa fatica a
pensare che il petrolio sia l’oggetto del contendere. Forse oggi, in tempi di penuria?
E’ che l’Albania, geograficamente parlando, ha una posizione che ha fatto e fa gola ai pescecani. I
soliti. Sta lì, come una porta sull’Oriente. O una porta sull’Occidente, dipende dal punto in cui uno
la guarda. E controlla chi entra nell’Adriatico. E chi esce.
Dopo la visita alla città, ci spetta l’ultimo pomeriggio di mare.
Viene inventato, nel mare di Valona, da alcune turiste e dalla guida, un gioco italo-albanese che
verrà battezzato palla-pomodoro. Consiste nell’aspettare a mollo che la corrente porti a riva dei
pomodori. Nel mare di Valona, prima o poi, arrivano, ma anche in quello di Bari, ne sono sicura,
prima o poi arrivano. Il gioco funziona meglio se son perette, ma anche quelli rotondi possono
andare. Meglio certamente se i pomodori non sono troppo maturi. Arrivati i pomodori, che uno non
direbbe ma galleggiano, si inizia. La logica è quella della palla nuoto. Con il brivido del rischio. Se
non lo afferri al volo, lui, il pomodoro, sprofonda negli abissi e rispunta alla superfice solo dopo un
bel po’, e dove di preciso non si sa. Inoltre, se non lo afferri al volo, e la traiettoria del lancio porta
dritto dritto alla tua faccia, il pomodoro, lui, si spiaccica.
Proprio la sera del nostro pernottamento a Valona è prevista festa in piazza, con musica e balli e
abiti tradizionali. Inizia un festival che durerà una settimana. Inizia con una sfilata. Le turiste
italiane non stanno più nella pelle, ma ora che son pronte tutte la sfilata è già passata. Inutile
rincorrerla. Sarà durata quattro minuti e mezzo. Poi, il nulla.
E infine è arrivato il giorno del rientro a Tirana. Previa visita al sito archeologico di Apollonia,
però. Trovarlo non è stato facile, neanche per il nostro paziente autista. I cartelli, in Albania, non
abbondano. Sull’ultimo rettilineo ormai in prossimità del sito incappiamo in un posto di blocco, non
si capisce se la polizia fa cenno o meno di fermarci ma noi ci fermiamo comunque, il poliziotto è lo
zio di Alex! Baci e abbracci, è festa.
Ad Apollonia ci accompagnerà una guida che, manco a dirlo, parla
perfettamente l’italiano. E’ una ragazza che si è occupata direttamente degli
scavi, e ora accompagna i turisti e racconta loro le emozioni dei
ritrovamenti. E’ una ragazza giovane. Non vi verrebbe da chiederle l’età? E’
così giovane e ha già fatto un sacco di cose. Così gliel’ho chiesto: ventisette
anni.
La questione è se fare o meno domande dirette alle persone. A volte
potrebbe risultare maleducato, magari un po’ invadente. Però ha un suo
vantaggio: chiarisci le cose fin dall’inizio. Così alle donne tendo a chiedere:
come ti chiami, quanti anni hai. Agli uomini: quanti anni hai, sei sposato, hai figli (facoltativo).
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Nel furgone arancione di Durim, al rientro a Tirana, circolano emozioni diverse. Sembra
predominare la tristezza per un viaggio che sta volgendo al termine, e per un clima giocoso che solo
un furgone arancione Mercedes può creare. Ma circola anche un certo senso di sollievo, forse tra
quelli che soffrono la macchina, forse tra altri che soffrono l’Albania, forse forse tra quelli che non
ne possono più di turisti...
A Tirana non ci aspetta l’albergo ma le case dei ragazzi e delle loro famiglie. Veniamo divisi e
ospitati da Erjona, Alex e Rajmonda. La spartizione di chi va da chi è stata fatta prima che ci
conoscessero, assicurano.
A Francesca e me tocca la casa di Erjona, e della sua famiglia. Che dire? Veniamo accolte e
coccolate come se fossimo a casa nostra. Di più. Mi colpisce il rapporto di fiducia e di rispetto che
colgo tra genitori e figli, non tanto dei ragazzi nei confronti degli adulti, quello è più comune, ma
dei genitori nei confronti dei figli. In effetti, son ragazzi fantastici.
Nel cortile davanti a casa di Erjona, che collega la sua alle case di sorelle e zie lì attorno, giocano i
nipotini. Giocano a nascondino. Ripasso, vicino alla toppa, i numeri che il bimbo sta snocciolando
prima di andare a cercare gli altri. Come imparerei presto l’albanese se stessi qualche tempo con
loro! Anche la mamma di Erjona ne è convinta, leggo con una buona pronuncia una frase del
pacchetto di caffé che ha in mano, lei è esterefatta. Peccato che io non abbia capito un’acca.
E la sera, al Centro, il professore Dimitri, che insegna storia in un liceo della città, ci parla del
Kanun. Nostro traduttore ufficiale sarà Don Patrizio, che ogni tanto entra in accese discussioni col
professore e si dimentica di tradurre ma è troppo simpatico. Altre volte sono i ragazzi di Vivalbania
a suggerirgli la traduzione. Meno male che è lui l’italiano.
Il Kanun è una sorta di costituzione orale, un insieme di leggi consuetudinarie risalenti al XV
secolo. Solo nel 1932 sono state raccolte ed è stato pubblicato un libro.
Il Kanun è una questione che scotta. O almeno, scotta per una sua parte, la più negativa, quella che
riguarda le uccisioni, e in paticolare le vendette. E’ stato anche chiamato il “libro del sangue”.
Sembrava che la dittatura avesse definitivamente cancellato questo arcaico modo di regolarsi delle
comunità albanesi soprattutto del nord, invece con la caduta della dittatura in Albania si è assistito
ad una rifioritura delle leggi del Kanun. Con delle distorsioni. Per esempio il Kanun vieta
assolutamente l’uccisione di donne e bambini per vendetta. Invece alcuni bambini sono stati uccisi.
Non solo. Ci sono donne, uomini e bambini segregati in casa perché se escono vengono ammazzati.
Arrivando io da Bari, non ne sono così impressionata.
Quanti siano, i segregati in casa in Albania nel 2008, non è chiaro. I giornali e le ONG forniscono
numeri che il professore, i ragazzi di Vivalbania e don Patrizio contestano, perché esagerate. Spiace
far la guerra dei numeri, sembra non portare da nessuna parte. Il problema resta aperto.
Finito l’incontro col professore, non finisce la serata. Erjona, con Blerta, propongono a me e
Francesca di uscire. Si va in vita! Fantastico. Il Bllok, ex quartiere delle ville dei dirigenti
comunisti, ora pullula di locali e bar e ristoranti. Passiamo a prendere un’amica di Erjona e
raggiungiamo un locale, dove le ragazze vanno spesso. Vuoto. Cioè, ci siamo noi, e poco più in là
un tavolo di soli uomini. Devono aver sentito che parliamo italiano perché ad un certo punto uno di
loro va al piano elettrico davanti al nostro tavolo, è musicista, e inizia a cantare un pout-pourri di
canzoni italiane dai Nomadi a Celentano passando anche da Toto Cutugno. Sì, sono un italiano
vero. Sigh.
Ci dedicano una canzone, gli energumeni del tavolo accanto: Malafemmena. Fantastico. Trangugio
la birra Tirana che ho ordinato e anche la Corona che è avanzata.
L’ultimo giorno albanese lo trascorriamo sul furgone di Durim, scendendo brevemente a: Kruje (qui
è nato Skanderbeg!) e Scutari, detto in albanese Shkoder. Avessi sulla tastiera i due puntini per la
“e” li metterei. Le nostre guide sono, in questo tour al nord, Drilona (Drilona!) e Rajmonda.
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A Kruje attraversiamo velocemente il caratteristico mercatino di manufatti
albanesi, quelli per i turisti, per intenderci. Le bancarelle! Sono le uniche che
abbiamo incotrato in tutto il viaggio, fatta eccezione per qualche sparuta
bancarella nei castelli, al sud. Peccato, perché fanno delle cosucce proprio
carine, in particolare al telaio e all’uncinetto. Non abbiamo tempo di
attardarci, e meno male in cinque minuti sono riuscita a comprare una tovaglia
e dei calzettoni.
Ci attende il museo di storia e quello etnografico, nel castello. Soprattutto ci
attendono cento chilometri fino a Scutari, e cento per tornare. Col furgone
arancione di Durim. Che è Mercedes, ma antico. E’ vero che la lancetta del
cruscotto che segnala la velocità è rotta, ma anche volendolo più di tanto non può andare.
Al museo di storia di Kruje ci fa da guida niente po’ po’ di meno che il direttore del museo. Che
parla perfettamente l’italiano, naturalmente. Le guide dei musei, direttore compreso, iniziano il loro
racconto sempre un po’ scocciati, o almeno così sembrano. Come distaccati. Ti guardano con
sufficienza. Ma quando vedono che sei davvero interessato, e che sorridi, iniziano a sorridere anche
loro. Alla fine della visita è una profusione di sorrisi.
Al museo etnografico invece la guida è un anziano signore che parla più lingue
contemporaneamente, ma le parole in spagnolo, in inglese e anche in italiano che di tanto in tanto
pronuncia sembrano degli orpelli, lui si fa capire soprattutto a gesti. Imita per ogni attrezzo, con
ampi gesti delle braccia, i movimenti degli uomini e delle donne che aravano i campi, cardavano la
lana, facevano l’olio. Emette anche dei versi, ogni tanto, per aiutarsi. La spiegazione risulta quasi
più chiara di quella dell’erudito direttore.
Via, via! Non c’è tempo, Scutari ci attende, riattraversiamo di corsa il mercatino, risaliamo in
furgone. Arriviamo per pranzo giusto giusto per infilare le gambe sotto il tavolo di un ristorante
tipico. E poi visita al ponte romano, tra i rovi. Drilona, felice, va in cerca di more.
Poco più in là si sente una musica di festa, è un matrimonio. Rajmonda telefona (telefona?ma a
chi?) e di colpo siamo invitati. Tra gli ospiti c’è un suo amico. Incredibile, l’impressione è che in
Albania si conoscano tutti.
Ora, si fa un rapido calcolo del giorno, se ne desume che dev’essere una delle prime giornate del
rito. Tipo giovedì. Non sembrano esserci, alla festa, né lo sposo né la sposa. Alla fine, chi festeggia
tanto sono i parenti. I turisti italiani vengono invitati a fare delle foto, a ballare, per fortuna non a
mangiare che già al ristorante tipico ci avevano dato dentro.
Usciamo dalla sala soddisfatti e accaldati. Potremo dire, in Italia, di aver visto un matrimonio
albanese. Le ragazze nostre guide, invece, sono visibilmente contrariate. “Non ho mai visto un
matrimonio più brutto di questo”, dirà Drilona più tardi. Pare fosse gente delle montagne. Come
dire, un po’ zoticoni.
A Scutari c’è un luogo magico. Nel raggio di poche decine di metri convivono una moschea, una
chiesa ortodossa e una chiesa cattolica. Quando una delle tre chiese festeggia, che so, la Pasqua, o la
fine del Ramadan, anche le altre due partecipano. Vengono appesi festoni che uniscono i tre luoghi
di culto. Rajmonda, mentre ce lo racconta, è emozionata. Dice che è un qualcosa che non succede
spesso, nel mondo. Anzi, forse succede solo a Scutari, Albania.
Al castello, perché anche Scutari è dotata di castello (i Turchi hanno
investito molto in roccaforti), Drilona ci racconta un’antica leggenda. Nelle
mura è stata murata una fanciulla, moglie di uno dei tre fratelli che stavano
costruendo il castello. Il sacrificio è stato fatto perché se no i lavori non
proseguivano. Cioè, per uno strano maleficio, i fratelli costruivano un pezzo
di castello e il giorno dopo ritrovavano tutto come prima. Che strani fatti
accadono, a volte. Alla ragazza che verrà murata le cognate hanno tirato un
brutto tiro. Anche i due mariti hanno collaborato. Insomma, a chi tocca
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portare il pranzo ai tre fratelli, vado io, non tocca a te, ieri sono andata io. Alla fine ci va lei, la più
bella, la più buona. Non sa che alla donna che quel giorno porterà il pranzo ai fratelli toccherà anche
di essere murata. Lei, la fanciulla, madre di un bimbo, ha però chiesto che almeno le fossero lasciati
fuori dalle pietre i seni, per poter allattare il figlio. E così è stato, ancora oggi, dicono, di tanto in
tanto sgorga latte dalle pietre.
E’ ormai ora di tornare. Cioè, è tardissimo, verrà addirittura posticipata la festa in onore dei turisti
italiani, perché il furgone di Durim va veloce ma fino ad un certo punto.
Rapida doccia ognuno a casa sua, cioè a casa dei ragazzi, e appuntamento al Centro. Le mamme, le
sorelle hanno cucinato per noi piatti tipici. In Albania, checché se ne dica,
si mangia davvero bene. Certo, per noi italiani, viziati da tradizioni molto
diverse da regione a regione, può risultare poco vario, il cibo albanese. Ma
è squisito, vi assicuro. Quella sera al Centro abbiamo gustato: minestra di
pollo, con un goccio di succo di limone spremuto al momento. Peperoni e
melanzane ripiene di riso. Una sorta di torta salata fatta con la sfoglia, il
byrek. All’interno può esserci carne, formaggio, verdura. L’immancabile
insalata molto simile a quella greca, di pomodori, cetrioli, cipolla e olive
con un formaggio che ricorda la feta. Salse kosi, la salsa di yogurt e cetriolo e aglio. E infine i dolci,
le torte, le frittelle e il bakllava, fatto di pasta sfoglia e sciroppo di zucchero. Che dopo tutto il resto
ti dà il colpo di grazia. Non manca la frutta, soprattutto non manca mai il melone e l’anguria. Strano
che in tutto il viaggio al sud e al nord non si sia mai visto un campo di meloni, o di angurie: eppure
sulle tavole abbondano. Loro, le piante di meloni e angurie, si nascondono dietro le prime file di
granoturco. Un efficace sistema antifurto.
I ragazzi di Vivalbania, che come tutti i ragazzi del mondo amano i locali e le discoteche e la
musica moderna, sanno però ballare i balli tradizionali e non si
risparmiano, lì al Centro, nel mostrare e insegnare i passi ai turisti.
Finita la festa, è il momento della riunione finale. Si chiude il cerchio.
Erjona ci chiede cosa ha funzionato e cosa no. Soprattutto vogliono le
critiche, per migliorare. Di critiche, mannaggia, ne abbiamo davvero
poche.
Il giorno dopo è quello della partenza. Prima i malpensini, poi i triestini. Infine quella che ha paura
di volare. La nave parte alla sera.
La mattina però c’è il tempo per un ultimo giro nel centro di Tirana. Erjona ci molla, due turiste
italiane sole, nei pressi di piazza Skanderbeg. E’ bello passeggiare, per una volta, senza guida e
cercare, ora che abbiamo imparato due parole di albanese e un po’ come funzionano le cose, di
cavarcela da sole. Il cameriere del bar dove prendiamo un caffè ci guarda e al nostro “Mirupafshim,
faleminderit” risponde “grazie a voi, buona giornata”. Non ce n’è, non vedono l’ora, gli albanesi, di
parlare l’italiano.
In piazza incontriamo una ragazza che abbiamo conosciuto la sera prima al Centro. E’ la sorella di
Bukurie, che vuol dire bellezza, e si chiama Arcobaleno, che in albanese non ricordo come si dice.
Difficile dimenticarla. Arcobaleno ci saluta con calore e poi dice: “Ma..siete da sole?!”. Ora, non
credete. Il problema non è la sicurezza o meno di due turiste nel centro di Tirana. Abbiamo
passeggiato per le vie della periferia di Gjirocastro di notte e non ci è successo proprio nulla.
Figuriamoci a mezzogiorno a Tirana. Il fatto è che questi ragazzi che coccolano i turisti, lo fanno
completamente, con l’anima e col cuore. Sembra, dalla domanda piena di stupore di Arcobaleno, di
essere state abbandonate. Ma non è così. Abbiamo chiesto noi quelle due orette di “libero”.
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Cerchiamo una busta, per una lettera, e la chiediamo ad un giornalaio. Quello ci risponde che non
ne ha. Mentre ci allontaniamo, il giornalaio ci chiama indietro. E’ corso in un’agenzia lì di fronte e
ha recuperato una busta. Per noi. Ce la porge sorridendo.
Osiamo addirittura andare in posta, ad acquistare un francobollo. Mannaggia le parole imparate in
albanese non aiutano, se non per essere gentili con la signorina dietro al banco: “Miredita”. E poi?
Estraggo dalla borsa una cartolina e le indico il francobollo. “Nje”, aggiungiamo. Ha capito.
I triestini partono pure loro. Li accompagno con Durim e Alex all’aeroporto sul furgone arancione.
Francesca, che ha tenuto le cartoline per imbucarle in aeroporto, scopre che nell’aeroporto
internazionale Madre Teresa di Calutta di Tirana, nuovo di pacca, non ci sono bucalettere.
Dev’essere che la posta, in Albania, ha paura di volare e preferisce, come me, prendere la nave.
Durim l’autista e Alex la guida non ci pensano a lungo: siamo già alle porte di Tirana, ormai, li
abbiamo lasciati e salutati all’aeroporto da un po’, ma facciamo inversione di marcia. Si torna in
aeroporto a recuperare le cartoline di Francesca. Non sono coccole queste?
Nel frattempo sono arrivati a Bathore nuovi turisti, una coppia di Olbia. Non so perché, ancora non
li conosco, ma mi stanno già un po’ antipatici. Erjona, al Centro, li accoglie, gli racconta del loro
progetto, del Centro. Proprio come a noi, all’inizio del viaggio. Si ricomincia! Cioè, loro
ricominciano. Io parto. Ascolto volentieri le parole di Erjona, già le conosco, ma così ripasso. E la
coppia di Olbia, mi accorgo, non è per nulla antipatica. Accidenti. Sarei andata via più tranquilla.
E’ previsto subito un giro per Bathore a piedi, noi l’avevamo saltato per mancanza di tempo. Mi
accodo, invitata da Drilona e Alex, che accompagnano i turisti. All’inizio sto zitta. Un po’ mi
sembra di peccare di presunzione, a parlare, io, dell’Albania. Ma che ne so io, dell’Albania? So di
emozioni che ho provato, e mi sembra di condizionarli a raccontargliele. Poi però mi rilasso e alle
loro domande rispondo, con passione e senso di appartenenza...che una parte di me sia diventata
albanese? Non sarebbe la prima volta che, come una banderuola, mi affeziono al luogo e alle
persone che lo abitano tanto che quello diventa il mio luogo. Questa volta di più. E poi però è
difficile andar via. Se penso che quando stavo facendo la valigia, dieci giorni fa, a Milano, mi sono
detta: ma chi cacchio me l’ha fatto fare? Non amo le partenze. In qualsiasi direzione esse siano.
Osserviamo gli intrichi di fili elettrici che penzolano da un palo all’altro lungo la stada sterrata. Più
in là ci sono i piloni nuovi, stanno lavorando per fornire a Bathore l’energia elettrica come si deve.
Al momento, ma mi risulta essere un problema di tutta l’Albania, l’energia elettrica arriva nelle case
un po’ così, con fantasia. Spesso c’è il back out. Allora Bathore, e la
città poco distante, piomba nel buio totale. Come delle oasi, si vedono
delle luci sparse qua e là: sono i locali, le panetterie, i ristoranti, forse
anche le case dei ricchi. Loro sono dotati di generatori.
Alex guarda i fili e dice: “Non so come sia successo che non sia morto
nessuno, quando ci siamo arrampicati sui pali e ci siamo allacciati a
quei fili”.
E’ giunta proprio l’ora di partire, anche per me. Erjona con la sua auto, con Blerta, Alex e Drilona
mi accompagnano a Durazzo. All’autoradio c’è un disco di Ligabue, poi Vasco. Sono i cantanti
italiani preferiti di Erjona. I ragazzi più giovani, seduti dietro, non apprezzano.
Al check in, oltre il cancello dove la guardia non ha chiuso neanche un occhio e non ha fatto passare
i ragazzi, faccio la fila con omoni albanesi che per l’ennesima volta lasciano il loro paese e vanno a
lavorare nell’Italia ospitale. Mi viene in mente il racconto dell’altra sera dell’amica di Erjona, che
studia a Brescia. Una bella ragazza che quando cercava casa riceveva sempre la stessa risposta: sei
albanese?non abbiamo posto.
Riesco dal cancello e mangiamo lì, in un baracchino dove fanno le salsicce più buone del mondo.
Non solo le salsicce, tutto quello che desideri, ci informa la proprietaria. Al tavolo dove siamo
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seduti, in fondo alla veranda, arriva il fumo della griglia che a volte non ci permette quasi di vederci
in faccia. E’denso e pregnante, cioè s’impregna tutto lì, nel fondo nella veranda, e noi in mezzo.
Starò sul ponte, sulla nave, anche per togliermi di dosso la puzza.
I ragazzi mi salutano ognuno con una frase. Dedidacata a me. Trattengo a stento le lacrime, che
scenderanno dopo, sul ponte della nave. L’Adriatico, scrivo in un sms a Erjona, mi sembra
l’oceano.
Grazie ragazzi di Vivalbania!
Bisognerà tornare nella bellissima e folle terra d’Albania.
Che, come ogni terra, è bella grazie alle persone che la abitano.
Riapprodata in patria, resto in giro per l’Italia per una decina di giorni. Vado a trovare amici a
Pesaro e amici in Toscana. Poi mi concedo una settimana in barca, all’Elba. Mentre faccio un bagno
nel limpido (?) mare dell’Arcipelago Toscano mi entra acqua nel naso. Il giorno dopo: febbre. E’
un’infezione, che debellerò solo al mio rientro a Milano, con l’antibiotico. Subito si sparge una
voce, tra amici e parenti. S’è presa un’infezione. E’ un’infezione albanese. Alcuni scherzano, altri
mica tanto.
Mentre il battere elbano se n’è andato con l’antibiotico, risulta più difficile
debellare il battere dello stereotipo.
Ma io ci provo lo stesso.
Luglio 2008
Daniela Seregni
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