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Decadence
Rosario Volpi
Pubblicato: 2013
Tag(s): tokyo decadence italia giappone tatuaggio geco
DECADENCE
PUBLISHED BY:
Rosario Volpi
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Rosario Volpi
A notte inoltrata oppure verso l’alba,
quando i sogni si frantumano, c’è qualcuno che
spalanca gli occhi e inquieto agita il capo sudato
nel guanciale. È come se una sciabola lo ferisse a
tradimento e il sangue crudo si coagulasse dopo
poco, lasciando una cicatrice permanente nella
mente di quell’uomo per tutti i giorni avvenire.
Da una settimana non sognavo più, ma
ogni santa mattina appena riaprivo gli occhi
rivivevo la stessa scena di quel mio ultimo incubo
- Mia sorella Miyabi [1] era scomparsa dopo una
delle tante liti con mio padre. Sono uscito di casa
correndo per strada in canottiera e slip, era buio
pesto, dopo qualche centinaio di metri mi sono
fermato accanto ad un lampione. Avevo
l’affanno, mi guardavo intorno alla ricerca di
Miyabi, ma non c’era nessuno, solo cartacce,
lattine e altra spazzatura. Ho abbassato gli occhi
e ho visto i miei piedi nudi e sanguinanti, ho
cominciato a provare dolore, ho sollevato il
piede destro e ho visto che, conficcato nella
pianta per due o tre millimetri, c’era l’ago di
una siringa, qualcuno l’aveva gettata a terra
dopo essersi iniettato della droga. L’ho afferrato
ed estratto lentamente, mentre il sangue scorreva
lungo il filo esterno dell’ago fino alla mano.
Anche il piede sinistro era sanguinante,
l’ho sollevato e c’era come incollato un coccio di
vetro, con ancora attaccato un pezzo d’etichetta,
si trattava del coccio di una bottiglia di birra,
non a caso era la marca preferita da Miyabi.
Quando ho riabbassato gli occhi, poggiavo
entrambi i piedi in una pozza di sangue e quindi
sono svenuto. - Di soprassalto mi sono seduto sul
bordo del letto, con gli occhi ancora semichiusi.
Mi sono voltato verso il letto di Miyabi e l’ho
vista sotto le lenzuola dormire tranquillamente.
Miyabi Anna, avevano deciso di
chiamarla in questo modo, per un compromesso tra
occidente e oriente. Per mio padre, il signor
Tanaka, la cultura tradizionale giapponese era
come un vangelo e il nome Miyabi che aveva
scelto a difesa delle sue origini giapponesi,
risuonava come un inno. Lui che era nato e vissuto
in una cittadina vicino Kyoto e durante
l’Università aveva difeso strenuamente la
tradizione della sua terra, riteneva che, seppur la
mamma era italiana e i figli erano nati in Italia,
non potevano non portare un nome giapponese,
come piccolo segno di legame con la propria
origine. Da parte nostra, mi riferisco a me stesso e
mia sorella, lui per noi non era papà, ma
semplicemente il signor Tanaka . Sin da piccoli,
infatti, avevamo subito l’influenza dei giovani
studenti che venivano a casa nostra per lezioni
supplementari e con voce timorosa lo chiamavano
così. Anch’egli non ci faceva più caso, anzi
succube della sua indole autoritaria, l’essere
chiamato “signor Tanaka” da parte dei suoi figli,
lo inorgogliva e lo faceva sentire rispettato.
Tuttavia per noi non era proprio così, direi
soprattutto per Miyabi. Il chiamarlo per nome
aveva creato una specie di barriera al legame
affettivo e questo senso di distacco s’era
accentuato col tempo soprattutto in mia sorella,
portandola ad essere tutt’altro che rispettosa nei
suoi confronti.
Mia mamma, al contrario di Tanaka era
legata ai nomi che ci aveva scelto in italiano,
Miyabi era semplicemente Anna, cosi come io ero
Andrea, e non Ryû, come mi chiamava mio padre.
Tuttavia quando s’arrabbiava con noi, si lasciava
andare ad ogni sorta d’imprecazione, scandendo i
nostri nomi per intero - Miyabi Maria Tanaka…! Ryû Andrea Tanaka…! - questo era uno dei
momenti in cui i confini immaginari delle due
culture presenti nel nostro DNA si mescolavano.
Miyabi trascorreva i pomeriggi sugli
sgabelli della Game Room, l’avevo scoperta per
caso. Un giorno mi ritrovai a passare dall’altro
lato della strada dov’era la sala e, la mia
attenzione fu attratta da un coro che invocava il
suo nome, riflettei su quante ragazze a Roma
potessero chiamarsi Miyabi e capii che si trattava
di mia sorella. Attraversai rapidamente la strada
incurante delle automobili, mi precipitai nella sala
giochi facendomi spazio fra il nugolo di ragazzini
che incitavano la lite e vidi Miyabi picchiarsi con
una sua coetanea. L’afferrai per un braccio e la
trascinai in strada
“Lasciami bastardo! Lasciamiiiii!“ mi
urlava dimenandosi come un’ossessa nel tentativo
di liberarsi.
“Sei uno stronzo! Dovevi lasciarmi stare!
Mancava poco e a quella puttana l’avrei mandata
all’ospedale!” ripeteva con rabbia.
Quel giorno gli promisi che non avrei
detto niente a Tanaka, ma sulla via di casa mi
ripiombò davanti agli occhi l’incubo. Lo stesso
incubo che mi tormentava da settimane
ora
aggravato da quello che avevo scoperto su mia
sorella e il postaccio che frequentava.
Senza che io aprissi bocca quella stessa
sera, Miyabi litigò ancora con il signor Tanaka. La
colpa era di una telefonata del preside della
scuola, che lo avvisava delle continue assenze di
Miyabi. Per aver risposto duramente alle accuse,
ricevette un ceffone, tuttavia senza versare una
lacrima, né scandire una sillaba, con le braccia
tese lungo i fianchi e i pugni stretti, si rintanò nella
sua stanza senza cena.
Nei periodi di arrabbiatura, prima che mia
sorella ritornasse a parlare occorrevano in media
due settimane, solitamente il primo passo verso la
riappacificazione era di Tanaka.
Quindici giorni dopo, il signor Tanaka
aveva colto alla sprovvista perfino la più
macchinosa immaginazione di Miyabi, svelandole
che il regalo per il suo diciottesimo compleanno
sarebbe stato un viaggio in Giappone. La reazione
fu immediata, con un grido di gioia Miyabi si getto
nelle sue braccia. Tanaka restò immobile, quasi
stupito per tutto quell’affetto. Anch’io sorpreso, mi
rendevo conto come mia sorella così facendo
avesse messo da parte con estrema semplicità il
suo orgoglio e tutto il rancore che provava nei suoi
confronti.
“Andiamo a casa della nonna!” sussurrò
affettuosamente Tanaka.
Il Giappone sembrava custodire l’altro
lato nel nostro essere rimasto inespresso, prima di
scendere dall’aereo eravamo ansiosi di arrivare,
ma allo stesso tempo timorosi dei nostri sentimenti
più nascosti e mai percepiti ma, appena scesi
dall’aereo nulla ci parve così estraneo.
Anche Miyabi mi parve più umana, il suo
volto differiva da quello di sempre, gli occhi
erano meno tristi e i segni della decadenza del suo
spirito sembravano aver trovato una forza avversa.
Avevo imparato ad interpretare lo stato di
decadenza di mia sorella, contemplando la
profondità di alcune pieghe che le comparivano
sulle guance, di solito quando era al limite del suo
sopportarsi, le ricopriva con tanto trucco. Quel
giorno invece aveva messo solo il rossetto e delle
pieghe non c’era traccia. Mi ero convinto che
questa forza positiva che emergeva in noi in questo
momento fosse quella incontaminata e prima a noi
sconosciuta legata al Giappone. Quanto più
respiravamo la sua aria e ci bagnavamo del suo
sole, tanto più questa positività ci avvolgeva e in
noi cresceva come una piantina che tira fuori la
testa dal terreno e si espone al sole brillante.
Tuttavia questa giovane pianta, presto sarebbe
stata contaminata dall’ambiente circostante e
avrebbe perso la sua freschezza iniziale, proprio
come sarebbe accaduto a noi. Più tempo avremmo
trascorso in Giappone e più quella positività
avrebbe subito un affievolimento fino a
raggiungere lo stesso livello di contagio dell’altra
parte del nostro essere, quella italiana.
Probabilmente d’ora in poi il nostro equilibrio
rischiava ancor più di rompersi e non ci sarebbe
più bastato vivere in un solo paese ma ne
occorrevano due, ci voleva sia l’Italia che il
Giappone.
Avevamo affittato una macchina, in realtà
mio padre prima di partire aveva contattato un suo
amico che lavorava in quel settore e in nome
dell’amicizia
che
durava
dai
tempi
dell’Università, gli aveva messo a disposizione la
migliore delle auto, lussuosissima con un autista
che ci avrebbe portato a destinazione.
Il “tipo”, cosi lo avevamo soprannominato
io e Miyabi, era un giovane muscoloso dalla
carnagione olivastra tipica della gente del Kanto.
Viso sbarbato, capelli neri e orecchie minuscole,
che metteva ancor più in risalto l’orecchino a
forma di spada spezzata. Appena fuori il colletto
della camicia s’intravedeva una piccola sezione di
un tatuaggio. Era stata Miyabi a farmelo notare e,
con tanta foga, come se già sapesse cosa fosse, mi
aveva sfidato a indovinare. Trascorremmo il
viaggio a fissare lo specchietto retrovisore
dell’auto, attenti a un qualunque spostamento della
camicia, nella speranza di una visione più chiara
del tatuaggio. Da quello che riuscivo a scorgere,
pensai ad a un serpente, ma Miyabi, aveva
ipotizzato la rappresentazione di un geco come
quello che aveva sul gluteo destro e che mi aveva
mostrato segretamente una volta facendomi giurare
che non l’avrei detto per nulla al mondo né alla
mamma né a Tanaka.
Ormai la casa della nonna era vicina, e
Miyabi non si dava pace, voleva sapere qual’era
la figura tatuata sulla spalla del giovane autista.
“Ora glielo chiedo!” mi sussurrò Miyabi.
“No! Lascia stare! Tanaka ti ucciderà!” la
misi in guardia
“Faccio quel che c…o mi pare!” mi
rinfacciò a voce alta.
In quel momento nostra madre, che ci
sedeva accanto e fin dalla partenza se n’era stata
con la fronte appoggiata allo schienale del sedile
anteriore a chiacchierare con Tanaka, si voltò e ci
intimò di non litigare. D’allora per il resto del
tragitto, non aprimmo più bocca.
La casa della nonna se pur vecchissima
era ben tenuta, questo era tutto merito delle cure di
zia Asago, la sorella maggiore di Tanaka, che fino
al momento della morte era rimasta accanto alla
nonna sofferente. Il nonno invece era morto
giovanissimo in guerra, allora Tanaka aveva solo
dieci anni. Tuttora in un angolo della casa, c’era
l’altare in sua memoria con al centro una foto, in
cui veniva ritratto con la divisa e la cuffietta
dell’aeronautica giapponese. In un apposito
scrigno in legno, finemente lavorato, erano
custoditi gli oggetti personali, fra i quali c’era
anche la lettera del comando generale
dell’aeronautica militare in cui si comunicava alla
famiglia l’eroica e tragica vicenda della sua
morte. Tanaka, da sempre, andava fiero
dell’eroicità di suo padre e nei momenti difficili,
in cui il suo orgoglio veniva ferito, non tardava a
raccontare quell’episodio. Per il nostro arrivo la
zia Asago s’era preoccupata di organizzare tutto il
necessario.
Ritornando al viaggio. Miyabi,
visibilmente amareggiata per aver lasciato Tokyo,
continuava a guardarsi intorno senza pace. Se il
signor Tanaka aveva ripreso vitalità non appena
giunto nel suo paesino natale, Miyabi al contrario
man mano che ci allontanavamo dalla capitale, con
le sue luci e il suo caos, sembrava morire
lentamente.
Zia Asago ci fece accomodare, prima di
entrare ci togliemmo le scarpe come tradizione.
Mia sorella volle starsene ancora fuori e quando
anche lei entrò, si presentò con le sue scarpe.
Zia Asago sorrise, quasi a giustificarla, ma mio
padre assunse un espressione severa e diede un
pugno sul tavolino.
“Ti avevo avvertito che avresti dovuto
togliere le scarpe prima d’entrare!” gridò Tanaka
in giapponese.
Miyabi chinò il capo in silenzio. Così facendo
mostrava tutta la sua irriverenza nei confronti della
tradizione. Non togliendosi le scarpe, aveva
calpestato ancora una volta tutto ciò che stava
tanto a cuore a Tanaka.
“Togliti le scarpe!” urlo usando
l’imperativo categorico giapponese.
I nostri futon[2] erano l’uno accanto
all’altro, Miyabi sembrava già dormire
profondamente, per noi era la prima volta senza
materasso e speravo che quella novità potesse
liberarmi dagli incubi, ma non fu così.
Erano passate le cinque, quando aprii gli
occhi per lo spavento, il solito incubo, questa
volta Miyabi era scomparsa davvero. Accesi la
luce e al suo posto nel futon vuoto, trovai un
biglietto. Corsi a svegliare il signor Tanaka e la
mamma. Dopo aver letto il messaggio avvertirono
subito la polizia. Io corsi a piedi nudi in strada,
ma di lei non c’era traccia, si udiva solo la voce
dei grilli notturni, mentre una leggera brezza
scuoteva il fogliame nel giardino. Sconsolato
ritornai in casa e mi sedetti accanto a mia madre in
lacrime. La lettera a me indirizzata diceva: “Caro
Andrea, ti scrivo per salutarti, la mia vita è al
buio, le uniche luci che sopporto sono quelle
delle insegne delle città e quelle dei locali,
Tokyo è a un passo da me e mi chiama, non
ritornerò con voi in Italia. È inutile che provi a
inseguirmi, ti perderai nella notte, io sono come
il geco che ho tatuato sul gluteo, sono un geco
come lo è l’autista che ci ha accompagnati fin
qui.
Sai, l’ho appena chiamato, tra poco
verrà a prendermi e sarà lui a portarmi a Tokyo.
Oggi, quando voi già eravate in casa, ho
cominciato a parlargli e ho scoperto di avere
tante cose in comune, a partire dal tatuaggio.
Hai visto? Avevo ragione io! Il tatuaggio che ha
sulla spalla è un geco come il mio. Ora lui mi
aiuterà a tirar fuori tutto quello che non ho
potuto in questi anni, sarò me stessa e mi sentirò
libera! Addio fratellino!”
La polizia arrivò quattro ore più tardi e,
dopo alcune indagini iniziali, venimmo a sapere
che il giovane autista si chiamava Yukio, che
quella mattina non si era presentato a lavoro e che
aveva abbandonato in tutta fretta anche il piccolo
appartamento che aveva in affitto. Il ragazzo, che
abitava nell’appartamento di fronte, aveva
raccontato di averlo visto nell’ascensore, proprio
mentre le porte si stavano chiudendo e che
sicuramente con lui c’era una ragazza, che non
aveva visto, ma aveva sentito la sua voce.
Tanaka provò a chiamare l’amico che gli
aveva inviato l’autista, ma oltre a ricevere le
scuse non ottenne nient’altro, per questo si
arrabbiò molto.
Di mia sorella e di quel giovane autista
non si ebbero più notizie, prolungammo la nostra
permanenza in Giappone di altre due settimane e
poi ritornammo in Italia senza Miyabi. Fu quella,
l’ultima volta che ebbi quell’incubo e che non
raccontai mai a nessuno.
Anni dopo, quando ho cominciato a
studiare l’arte giapponese, ho scoperto come il
termine Miyabi aveva un significato difficile da
rendere in italiano. Poteva far pensare al fascino
che può creare un sentimento di tristezza e tutto ciò
che ispira la vita nel suo effimero trascorrere. In
effetti, quando ricordo mia sorella, vedo sempre la
grazia misteriosa di una donna che porta con sé
l’ombra della decadenza e della morte.
FINE
[1] Miyabi ( ) che qui e il nome della
protagonista del racconto, in giapponese
rappresenta l’ideale estetico di raffinatezza e
eleganza che che cela anche una sottile vena
d’inquietudine.
[2] È il tipico materasso giapponese, che viene
steso direttamente sul pavimento.
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