Lucia Galvagni, L`etica dei trapianti d`organo La pratica dei trapianti

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Lucia Galvagni, L`etica dei trapianti d`organo La pratica dei trapianti
Fondazione Lanza, Padova
25 marzo 2013
Lucia Galvagni, L’etica dei trapianti d’organo
I trapianti rappresentano un tema centrale del dibattito bioetico : essi sono una pratica
che ci riguarda innanzitutto come persone e come cittadini, dal momento che fanno
riferimento ad alcuni concetti chiave per l’essere umano, quali la vita, la morte, il limite e
l’equità, la scarsità e la generosità. Tutti questi concetti hanno un forte valore morale e la
pratica dei trapianti riveste anche per questo un valore simbolico molto alto.
Agli inizi questa pratica ha rappresentato un ambito sperimentale della medicina, mentre
noi oggi la consideriamo ormai come pratica clinica, nel senso che essa fa parte dei
possibili modi di intervenire ai fini di salvare una vita umana.
Iniziamo con qualche definizione.
La pratica dei trapianti
Per “trapianto” si intende un processo complesso, che comprende l’espianto di un
organo o tessuto da un individuo donatore e l’impianto dello stesso in un individuo
ricevente.
Si parla di “autoinnesto o innesto autoplastico” se si effettua il trasferimento di tessuti in
uno stesso individuo; se l’innesto avviene tra individui della stessa specie si ha un
“innesto omologo” (detto anche “omoinnesto o innesto omoplastico”), mentre se si
effettua tra individui di specie diverse si parla di “innesto eterologo” o xenotrapianto
(ad esempio se si impiantano nell’uomo organi prelevati da altre specie animali).
Il primo trapianto riuscito fu un trapianto di reni, effettuato nel 1954. Se in una prima
fase vi erano molte difficoltà connesse al rischio di incompatibilità (rigetto, etc.), in
trapiantologia si sono poi perfezionate le tecniche di intervento e si sono studiati farmaci
immunosoppressori specifici, che riducono le reazioni immunitarie di rigetto. Anche per
quanto riguarda un ulteriore problema, quello della conservazione degli organi
prelevati, negli anni più recenti si sono fatti progressi notevoli.
Quella del trapianto è diventata quindi una prassi diffusa e oggi è possibile effettuare il
trapianto di molti organi e tessuti del corpo umano: si trapiantano ormai senza difficoltà
rene, cuore, polmoni,1 fegato, cornee, ossa, midollo, nervi, orecchio medio, parti
1 Quando si effettua un trapianto combinato cuore-polmoni si parla generalmente di “trapianto domino”.
dell’intestino e del pancreas. In questo ampliamento delle possibilità, ci si è comunque
dati dei limiti, ad esempio in Italia si è stabilito per legge2 che non si possono
trapiantare cervello e gonadi (organi riproduttivi) maschili e femminili.
La grande necessità di reperire organi ha portato ad ampliare progressivamente il
numero di quegli organi che sono trapiantabili da vivente. Si iniziò così dai trapianti di
fegato (vengono tagliati ad esempio lobi del fegato del donatore) e dei polmoni sino ad
ammettere la possibilità di donare parti di pancreas, rene e intestino.
La mancanza di organi – del resto – non rappresenta una questione che coinvolge solo le
persone in attesa di trapianto, perché essa può essere considerata come un vero e proprio
problema di “salute pubblica”.
Nonostante sia assodato il valore terapeutico dei trapianti, permangono comunque
alcuni nodi problematici e analizzando questa tematica ci si accorge che le dimensioni
investite sono di tipo clinico ed etico-filosofico, ma esse hanno un valore rilevante anche
in prospettiva culturale, socio-politica, giuridica ed economica.
Criteri di accertamento della morte
Un primo problema, insieme medico, legale e filosofico, è quello di stabilire un criterio
per l’accertamento della sopravvenuta morte del donatore (se non si tratta di
trapianto tra viventi).3
I criteri possibili, individuati nella nostra cultura occidentale e nella sua tradizione
medica, sono tre, ossia il criterio cardiaco, quello cerebrale e quello neocorticale.
In base al criterio cardiaco la morte subentra quando si arresta il battito cardiaco e ha
quindi inizio la distruzione del cosiddetto tripode vitale, composto da cuore, cervello e
polmoni. Questo criterio è stato ampiamente utilizzato in passato, finchè non è
sopravvenuta la possibilità di avvalersi di ulteriori parametri di controllo e di verifica
dello stato di morte.
Secondo il criterio cerebrale, parziale o totale, la morte viene determinata dalla morte
del tronco cerebrale intesa come “perdita irreversibile di funzione dell’organismo come
un tutto”.4 Il tronco cerebrale infatti presiede nella sua parte superiore alla coscienza e
nella sua parte inferiore (il cervelletto) ai meccanismi che regolano la respirazione. La
2 L. 644/1975.
3 Quando si parla di “morte clinica” si intende “lo stato di totale e scientificamente accertata irreversibilità della
vita”.
4 D. LAMB, I confini della vita, Il Mulino, Bologna 1987.
morte del tronco cerebrale comporta quindi la perdita irreversibile della coscienza, della
capacità respiratoria (apnea irreversibile) e l’arrestarsi dello spontaneo battito cardiaco,
anche se questo non significa che automaticamente ciascuna delle cellule dell’organismo
sia morta. Con la morte del tronco cerebrale l’organismo non è più in condizione di
operare nella sua integrità dal momento che è l’encefalo a presiedere all’unità funzionale
dell’organismo stesso. Il criterio cerebrale totale è quello cui attualmente si fa riferimento
per l’accertamento della morte.
Infine in base al criterio neocorticale la morte dell’individuo si avrebbe già con la
distruzione della corteccia cerebrale, perché questa comporta la perdita delle funzioni
cerebrali superiori.5
L’adozione del criterio cerebrale totale venne compiuta dall’Ad Hoc Committee of the
Harvard Medical School,6 che dichiarò lo stato di coma irreversibile come nuova
definizione di morte. Due erano le finalità pratiche dichiarate per cui si rendeva
necessaria questa definizione: innanzitutto risolvere le situazioni di coma che rischiavano
di prolungarsi indefinitamente, tentando di individuare un momento in cui si potesse
riconoscere e dichiarare sopravvenuta la morte, in secondo luogo permettere appunto la
pratica dell’espianto degli organi. Una delle critiche mosse a tale criterio di accertamento
della morte valutava questa scelta come pesantemente viziata proprio dalle “necessità”
materiali e dal crescente interesse7 per i trapianti.
Il criterio cerebrale viene oggi riconosciuto in medicina come quello valido, anche a
seguito della verifica che se ne è fatta attraverso parametri medici e legali più precisi (ad
esempio il riconoscimento del corpo come unità organica integrata) e della ricezione
positiva che esso ha avuto presso le diverse culture e le principali confessioni religiose, in
base o all’interpretazione della morte che esse danno o proprio per favorire la pratica dei
trapianti. Infatti se talora, da un punto di vista teorico, pemangono delle resistenze o
delle conflittualità interpretative (vi sono infatti pareri discordanti all’interno
dell’ebraismo e un rifiuto netto della pratica dell’espianto espressa dall’ortodossia ebraica
5 In base all’adozione di questo criterio, si equiparerebbe lo stato vegetativo persistente alla morte della persona.
6 L’Ad Hoc Committee of the Harvard Medical School lavorò nel 1968 per individuare i criteri di definizione della
morte cerebrale, cfr. HARVARD COMMISSION, “Report to Examine the Definition of Brain Death”, JAMA 205
(1968): 337-350.
7 Cfr. le note polemiche mosse da H. JONAS, Morte cerebrale e banca di organi umani: sulla ridefinizione
pragmatica della morte, in H. Jonas, Tecnica, medicina ed etica: prassi del principio responsabilità, Einaudi,
Torino 1997, pp.167-184: Jonas sottolinea come il “tentativo di una definizione teorica” sia “danneggiato” da
questo interesse pratico per i trapianti, che vizia la prospettiva teorica stessa, rendendola poco obiettiva, proprio
perché essa sarebbe già orientata a legittimare determinati interventi. Alle spalle di tale definizione da un punto di
vista filosofico si celerebbe inoltre una ripresa del dualismo anima-corpo, a detta di Jonas, nella nuova formula di
un dualismo cervello-corpo, che riconosce le funzioni cerebrali come discriminanti e determinanti nella
definizione di persona umana. Ad essa Jonas contrappone la riconsiderazione dell’organismo intero quale
condizione di definizione dell’identità individuale.
tradizionale in nome del riconoscimento dell’assoluta sacralità della vita), su queste stesse
si sospende il giudizio per permettere di procedere da un punto di vista operativo.
Per quanto riguarda la Chiesa cattolica e quella anglicana, non ci sono obiezioni alla
scelta di fare riferimento a criteri neurologici, forse in base alla separazione sancita
tradizionalmente tra anima e corpo, anche se mancano dichiarazioni esplicite in merito.
Nell’ebraismo la coincidenza stabilita tra lo stato di decapitazione e la morte, rinvenibile
nelle fonti talmudiche, permetterebbe secondo alcuni interpreti di rapportare la morte
del tronco cerebrale alla decapitazione, da un punto di vista neurologico, e quindi di
considerare tale criterio come valido. Nell’Islam le fonti paragonano la morte al sonno, il
che non è incompatibile con il criterio cerebrale. In Giappone si è avuta invece una certa
resistenza nell’accettazione del criterio cerebrale, dal momento che sede dell’anima
veniva ritenuto tradizionalmente il cuore.8
Principi morali di riferimento
Il principio in base a cui si procede nella pratica dei trapianti è quello della
proporzionalità terapeutica, per cui l’intervento viene messo in atto solo laddove
sussistano buone probabilità di successo, a parità di rischi che si corrono. Nel caso di
trapianto tra viventi, è fondamentale il principio della tutela del donatore e del
ricevente, in base al quale si deve comunque avere come prima finalità quella della
preservazione e della tutela dei soggetti coinvolti e si devono verificare la volontarietà e
la disponibilità all’atto da parte di entrambi, anche attraverso la raccolta del loro
consenso.
Facendosi più alta la domanda di trapianti si evidenzia da subito drammaticamente la
difficoltà del reperimento di organi: l’appello alla donazione è una delle possibili vie quella più rispettosa della scelta individuale e forse quella maggiormente dettata da una
presa in carico personale del problema - ma di fatto si è visto che essa è ampiamente
insufficiente per coprire il bisogno. Si sono così creati nel frattempo dei veri e propri
scambi commerciali di organi, soprattutto per quanto riguarda i trapianti da vivente,
che il più delle volte hanno visto nel ruolo di venditori-fornitori le fasce più povere delle
popolazioni dei paesi del Sud del mondo e nel ruolo di compratori-riceventi le persone
dei paesi più ricchi.
Un terzo tipo di risposta a questo problema, oltre a quella donativa e a quella
commerciale, è di tipo sociale: si fa appello ad una sorta di solidarietà sociale, nella
consapevolezza di dover scegliere il male minore e di non avere altre alternative. In Italia
ad esempio per cercare di risolvere il problema del reperimento di organi è stato
introdotto il principio del silenzio-assenso, che, con riferimento al principio di
solidarietà, prevede la donazione degli organi quando la persona in vita non si sia
8 Cfr. quanto dice in proposito D. LAMB, I confini della vita, Il Mulino, Bologna 1987. Peraltro su posizioni quasi
opposte sono invece le considerazioni che sul parere delle diverse confessioni religiose sono rinvenibili in U.
TOZZINI, Mors tua vita mea, Grafite, Napoli 2000.
manifestata espressamente in contrario (il silenzio in merito diventa un assenso
presunto).9
Un problema di giustizia: l’allocazione degli organi
E’ inoltre indispensabile definire un altro ordine di criteri, ossia quelli in base a cui
“allocare” gli organi disponibili e consentire così l’accesso alle liste da parte dei pazienti.
Tali criteri fanno riferimento al principio di giustizia e di equità nella distribuzione dei
beni.
I possibili criteri sono riconducibili a 4 principali:
1. criteri terapeutici, che ricomprendono tutte le indicazioni mediche e cliniche,
che di certo rappresentano una misura “oggettiva” in campo medico, dal
momento che valutano oltre alle condizioni del paziente anche le probabilità di
riuscita e di beneficio ricavabili dall’intervento;
2. criteri “egualitaristici”, ossia di selezione a caso dei pazienti da sottoporre ad
intervento, per non violare l’uguale “diritto” di ciascuno a ricevere un bene
necessario;
3. criteri basati sull’età, considerando la qualità e l’aspettativa di vita del paziente;
4. criteri “utilitaristici”, che considerano l’utilità sociale della persona (ossia quali
“benefici” e quali “danni” potrebbero derivare alla società dallo scegliere un
paziente piuttosto che un altro, in base alla responsabilità sociale da quest’ultimo
posseduta).
Nella pratica attuale il criterio adottato in molti paesi è comunque quello terapeutico.
Questioni ulteriori che si prospettano in questo settore sono quella dei trapianti di tessuti
fetali e del prelievo di organi da neonati anencefalici (pratiche sulla cui legittimità si
discute a tutt’oggi) e la possibilità di effettuare xenotrapianti, ossia trapianti sull’uomo
con organi provenienti da specie animali diverse (è qui in gioco la dimensione della
biosicurezza, oltre ad una forte componente psicologica e simbolica dovuta al
superamento della barriera interspecifica).
Se da una parte la pratica dei trapianti è ormai prassi medica diffusa, d’altra parte si
evidenzia sempre più la necessità sia di una sua assimilazione sociale sia di una più
9 Per la stessa introduzione del principio del silenzio-assenso sono indispensabili un'informazione ed una
educazione graduali delle persone e della popolazione. La diffusione di una cultura sanitaria non è impresa di
poco conto, ma oggi, con la disponibilità di strumenti informativi, essa può certamente risultare più possibile e
realizzabile che in passato. Si tratterà certo di tener conto di sensibilità diverse, di diversi livelli di sviluppo del
paese, di considerare le differenze educative, per provare a costruire una politica anche sanitaria più matura, nella
convinzione che questa possa portare gli individui a percepirsi maggiormente come parte integrante e viva di una
comunità.
approfondita riflessione sulle dimensioni simboliche che essa va ad investire, quali
la corporeità e l’identità. Il significato ultimo di tali modalità terapeutiche risiede nel
loro rinvio a questioni metamediche: incertezza, scarsità e generosità; la giusta
distribuzione di risorse materiali e immateriali; di solidarietà e comunità; della vita, della
morte e del loro significato; e dell’intervento sulla condizione umana”.10
La metafora del dono, si pensi all’espressione che fa riferimento al trapianto quale “dono
della vita”, è molto forte nelle nostre culture e nelle nostre società ed essa è stata
sicuramente predominante quando si iniziarono a realizzare i primi interventi di
trapianto negli anni ’50. Essa trova una matrice forte nella cultura ebraico-cristiana che
considera la vita come dono, tanto che in paesi con altri riferimenti religiosi tale
immagine è molto meno invocata ed usuale, e ricava da questo una sorta di invito alla
reciprocità.
Marcel Mauss – nel suo Saggio sul dono – ricorda che ci sono tre coppie di obblighi
“simmetrici e reciproci” che governano ogni interscambio tra gli esseri umani: l’offrire e
il dare, il ricevere e l’accettare, il cercare e trovare una via adeguata per ripagare.11 Il
valore e il significato del dono, sottolinea inoltre Mauss, è di tipo materiale, emotivo e
simbolico.
Oggi le pressioni a “donare” sono diventate molto forti ed esse sono percepite
innanzitutto dalle famiglie che al momento della morte del loro caro devono decidere se
donare e consentire quindi l’espianto degli organi, in tempi molto rapidi: la famiglia
stessa viene sovraesposta in questi casi in termini di dinamiche interpersonali. Possono
riemergere infatti talora questioni di tipo “animistico” o concezioni inerenti all’integrità
del corpo, così come talvolta ritorna l’idea che con l’atto del trapianto si possano
trasmettere – su più livelli - anche qualità della persona che ha donato.
Il dono che viene effettuato con un trapianto rappresenta in realtà “un dono di
significato eccedente”12, che Jonas definì come “dono supererogatorio … oltre il dovere
e il diritto”. Questo è particolarmente evidente quando si consideri ad esempio la pratica
della donazione tra viventi: essa tende a creare e rendere molto forti anche i legami tra le
persone coinvolte, quindi il donatore, il ricevente e le loro famiglie e non sempre questo
favorisce la capacità di costruire e mantenere nel tempo relazioni equilibrate. Le
dinamiche così attivate sono state definite addirittura come “tirannia del dono”.13
10 R.C. Fox, J.P. Swazey, “Leaving the field”, Hastings Center Report 22, 5 (1992), pp. 9-15, qui p. 14.
11 Si veda in merito R.C. Fox, J.P. Swazey, “Sociocultural aspects of organ transplant”, in S.G. Post (ed),
Encyclopedia of bioethics, Thomson Gale, Macmillan , New York 2004, pp. 1953-1959.
12 R.C. Fox, J.P. Swazey, “Sociocultural aspects…”, p. 1955.
13 R.C. Fox, J.P. Swazey, “Sociocultural aspects of organ transplant”, in S.G. Post (ed), Encyclopedia of bioethics,
Thomson Gale, Macmillan , New York 2004, pp. 1953-1959, qui p. 1955.
Leggi sui trapianti
In Italia vige oggi la legge sui trapianti 91/99, che ha sottolineato quali siano i criteri di
riferimento per la pratica dei trapianti, in particolare il principio di trasparenza, le pari
opportunità di accesso e l'equità nella “distribuzione” degli organi.14 Un elemento
rilevante anche in prospettiva giuridica è l'accertamento di morte, per il quale si è
confermato il criterio della morte cerebrale.
Una novità sostanziale introdotta dalla legge è il principio del silenzio-assenso, che ha
modificato radicalmente l'approccio in vigore in passato: in base ad esso è previsto che
se non è stata espressa indicazione contraria da parte della persona, la si può considerare
favorevole a tale pratica, per quanto la riguarda direttamente. Generalmente vengono
comunque interpellati i parenti, ai quali viene chiesto se si può procedere ad espiantare
gli organi.
C’è stato inoltre un recente aggiornamento (13 settembre 2012) rispetto alla pratica dei
trapianti di parti di polmone, pancreas e intestino tra viventi, dopo che si era ammessa la
possibilità di trapianti parziali tra viventi di rene e fegato.15
In termini operativi il processo di trapianto può essere suddiviso in 4 fasi: reperimento,
qualità, assegnazione, post-trapianto.
In Italia la struttura dei centri che si occupano di trapianti è suddivisa in centri locali,
regionali, interregionali e nazionali.
In base ai dati forniti dal Centro Nazionale dei Trapianti in Italia nel 2011 sono stati
effettuati poco meno di 3000 trapianti e i donatori sono stati poco più di 2000.
Questioni esistenziali e problemi aperti
In molti luoghi il culto dei morti prevede ancora forme di preparazione del defunto che
potrebbero venir ostacolate se si procedesse ad un espianto degli organi. In altri casi
questa pratica può indurre disgusto, da un punto di vista morale (la Nussbaum ha messo
in evidenza quanto noi possiamo sviluppare sentimenti di questo genere lì dove veniamo
ricondotti e messi a stretto confronto con la nostra “animalità”). In altri casi si può
14
Cfr. L. 1 aprile 1999, n. 91 “Disposizioni in materia di prelievi e di trapianti di organi e di tessuti”.
15
Cfr. Ddl 3291 del 13 settembre 2013 “Norme per consentire il trapianto parziale di polmone, pancreas e
intestino tra persone viventi”. Il decreto integra quanto già in essere rispetto al trapianto parziale di fegato e
reni.
manifestare un problema di riconoscimento dell'identità, basti pensare al problema del
riconoscimento/disconoscimento di un organo diverso dal proprio, in particolare
quando lo si possa vedere (come è accaduto per i trapianti di mano).
Talora vengono denunciati problemi da parte degli operatori sanitari che devono essere
coinvolti, ad esempio da parte degli infermieri quando si debba effettuare il prelievo delle
cornee e sorgano quindi resistenze da parte loro. Anche questo aspetto riflette una
possibile difficoltà organizzativa, che l'istituzione sanitaria deve monitorare e gestire
adeguatamente.
Ed infine, ma non da ultimo: è possibile ammettere forme di vendita di organi e tessuti o
più semplicemente prevedere forme di incentivo economico al fine di incrementarne la
disponibilità (supporto alle spese mediche per i donatori viventi e rimborso di parte delle
spese del funerale, nel resto dei casi)? Negli Stati Uniti il dibattito è molto altalenante, nel
senso che talora si considera la possibilità di adottare questa strategia: alcuni stati hanno
fatto dei tentativi in questa direzione (Pennsylvania, 1994-2002), che poi sono però sono
stati fortemente criticati e osteggiati. Resta pertanto fermo il divieto a fornire incentivi
finanziari per favorire la pratica della donazione e rimane forte la percezione sociale
dell’importanza di riportare tali interventi al loro valore simbolico, che sottolinea
piuttosto le dinamiche altruistiche e di solidarietà sociale investite.
Alcuni casi-studio
1. La prospettiva del paziente: la storia di Joe
Joe è un uomo di circa 50 anni, soffre di una grave patologia al fegato, che lo porterà
presto alla morte, se non si interviene con un trapianto d'organo
L'èquipe di cura gli ha proposto l'intervento, ma il paziente ha mostrato grandi
perplessità: è possibile infatti che gli si debba fare una trasfusione di sangue durante
l'operazione, lui è testimone di Geova e per questa ragione non vuole e non può ricevere
trasfusioni di sangue.
Viene allora convocato con la moglie e la famiglia per capire qual è la sua decisione: il
medico gli illustra le possibilità di riuscita dell'intervento – che sono buone dato che il
paziente è giovane e la malattia si sta aggravando, ma con il trapianto la sua condizione
potrebbe migliorare rapidamente - e di ripresa per lui della condizione di salute,
prospettandogli come alternativa una morte certa, rapida e dolorosa.
Il padre chiede se è possibile intervenire comunque, facendo almeno un tentativo di
salvarlo e decidendo eventualmente una volta che si creasse la necessità, di evitare la
trasfusione. La trapiantologa risponde che questo non è possibile dal momento che gli
organi sono un bene raro e prezioso e iniziare l'intervento senza poter poi muoversi in
base alla necessità non è per loro accettabile.
Joe risponde allora che se c'è il rischio di dover effettuare una trasfusione, preferisce
rinunciare all'operazione, in ragione del suo credo religioso.
L'èquipe lo affida così all'unità delle terapie palliative, che lo accompagnerà da quel
momento in poi.
Ci potremmo chiedere per questo caso: c’erano alternative a questa modalità di gestione
del caso?
2. La prospettiva dei clinici: rianimare o no ai soli fini del trapianto?
Abbiamo discusso un caso che riguarda l'accesso in rianimazione di un paziente che
aveva subito un'emorragia cerebrale molto grave, senza possibilità di remissione. I
parenti hanno ricordato che l’uomo voleva donare le cornee e così è stata chiamata una
rianimatrice, la quale, studiando la cartella clinica del paziente, ha comunicato ai familiari
la possibilità di donare anche altri organi, dato che l’uomo aveva vissuto in una buona
condizione di salute fino a quest’evento grave.
Dopo un momento di confronto, i parenti hanno assentito a che venisse praticata la
rianimazione della persona e così l’uomo è stato fatto accedere in reparto, per poter
procedere poi – una volta subentrata la morte cerebrale – ad espiantare gli organi.
L’uomo è morto dopo alcune ore, si è proceduto con l’espianto di fegato, reni e cornee.
Nei giorni successivi all'intervento si è creata però all'interno dell'èquipe una discussione
accesa rispetto alla pertinenza di un ricovero con quelle finalità: per alcuni l’intubazione
era assolutamente legittima, qualcun altro aveva messo in rilievo il fatto che c’era un
rischio minimo che l’uomo potesse entrare in stato vegetativo e un medico in particolare
aveva sollevato il problema di capire quali siano i pazienti eleggibili al ricovero in
rianimazione, ottenendo le risposte più disparate.
La domanda che i clinici si sono posti è: è etico rianimare un paziente al solo fine di
poterne espiantare gli organi?
3. La prospettiva dell’organizzazione sanitaria: a chi destinare gli organi non ottimali?
Se ci poniamo in un’ottica organizzativa, ci possiamo chiedere: possono essere offerti
organi non “ottimali”, quando questi possano comunque rappresentare una chance di
cura per pazienti affetti da tumore? Cosa implica fare una scelta di questo genere, in
termini sanitari ma anche di giustizia sociale?
Sono molte le questioni sollevate dalla pratica dei trapianti che nel tempo si sono risolte
e definite: ma altre restano aperte e su queste vale la pena di provare ad interrogarsi, per
trovare risposte che riflettano e indirizzino la sensibilità morale delle nostre comunità
oggi.
Riferimenti bibliografici
M. ARAMINI, S. DI NAUTA, Etica dei trapianti di organi. Per una cultura della donazione,
Paoline, Milano 1998
A. AUTIERO, “Etica dei trapianti”, Rivista di teologia morale 91 (1991), pp. 351-362
A. AUTIERO, “La donazione di organi è un dovere?”, Rivista di teologia morale 109 (1996),
pp. 53-61
G. BERLINGUER, V. GARRAFA, La merce finale. Saggio sulla compravendita di parti del corpo
umano, Baldini e Castoldi, Milano 1996
S. FAGIUOLI, La questione dei trapianti tra etica, diritto, economia, Giuffrè, Milano 1997
R.C. Fox, J.P. SWAZEY, “Organ transplant”, in S.G. Post (ed), Encyclopedia of bioethics,
Thomson Gale, Macmillan, New York 2004, pp. 1944-1959
H. JONAS, “Morte cerebrale e banca di organi umani: sulla ridefinizione pragmatica della
morte”, in H. JONAS, Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità, Einaudi,
Torino 1997, pp. 167-184
J. KAHN, S. PARRY, “Organ and tissue procurement”, in S.G. Post (ed), Encyclopedia of
bioethics, Thomson Gale, Macmillan, New York 2004, pp. 1930-1940
D. LAMB, Etica e trapianto degli organi, Il Mulino, Bologna 1995
I. MARINO, DOYLE, G. BONIOLO, Passaggi. Storia ed evoluzione del concetto di morte cerebrale, Il
pensiero scientifico 2012
M. PICOZZI (ed), Il trapianto d’organi. Realtà clinica e questioni etico-deontologiche, Franco Angeli,
Milano 2010
R. SALA, “Etica dei trapianti d’organo”, in P. CATTORINI, R. MORDACCI, M. REICHLIN
(edd), Introduzione allo studio della bioetica, Europa Scienze Umane Edizione, Milano 1996
R.M. VEATCH, Transplantation Ethics¸ Georgetown University Press, Washington DC 2000

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