Cosa significa essere emo/emocore? Noi

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Cosa significa essere emo/emocore? Noi
Myfashionlove
Lunedì 24 Agosto 2009 15:53 - Ultimo aggiornamento Domenica 07 Aprile 2013 16:47
Cosa significa essere emo/emocore? Noi francamente di catalogazioni e preconcetti non ne
vogliamo, la musica è espressione e come tale va ascoltata. Sentiamo dalla voce diretta della
band quali sono le loro aspirazioni e cosa si sentono di comunicarci con la loro arte.
- Ciao ragazzi, prima cosa complimenti per il disco. Veramente ottimo! E se ve lo dice un
dinosauro, amante del Death anni '80 come me, prendetela come buona. Come è sorta in
voi l’idea di creare i Myfashionlove? E perchè proprio questo moniker?
- Per prima cosa, grazie mille per i complimenti, fa sempre piacere riceverli ed è uno stimolo in
più per andare avanti e migliorarsi sia come gruppo che come persone. Fra dinosauri
evidentemente ci si capisce al volo! Per quanto riguarda l’origine della band, il progetto
Myfashionlove non ha un vero e proprio inizio. E’ stato il naturale punto di incontro di diverse
esperienze passate di ognuno di noi nel precedente decennio sempre legate alla scena
alternativa nostrana. Diciamo che nel 2005 il gruppo ha preso una forma e una direzione stabile
e da lì in poi è nato tutto. Quella sul nome è una domanda praticamente fissa in ogni intervista!
Il nome ha sempre suscitato molti fraintendimenti, e di recente anche sul nostro profilo abbiamo
inserito un piccolo chiarimento al riguardo, visto che in parecchi continuano a chiederci questa
cosa. Essendo ormai tutti pluri-25enni, sono più di 10 anni che viviamo e seguiamo la “scena”
italiana. Negli ultimi anni questa cosiddetta “scena” ha perso molti dei valori grazie a cui si era
costruita negli anni e con fatica un suo spazio. L’hardcore, prima di essere un genere musicale,
è da sempre stato un modo di esprimere le proprie opinioni senza seguire il trend della massa.
Tutto quello che abbiamo sempre amato, vissuto, ascoltato e suonato è diventato nel giro di un
paio d’anni terribilmente di moda portandosi dietro un carrozzone addobbato di eyeliners, tagli
di capelli ultimo grido, pantaloni ultra-attillati, ecc... Ed ecco spiegato il nome della band, è una
pura e semplice provocazione! Il solo fatto che comunque susciti ancora tanto interesse è una
controprova della sua disarmante efficacia; come disse Oscar Wilde: “Nel bene o nel male,
purché se ne parli!”
- Cosa trattano i brani che affrontate in questo CD? Cosa cercate di far arrivare
all’ascoltatore?
- Il titolo dell’album e l’intro tratto da Donnie Darko scaraventano sin da subito l’ascoltatore in
una dimensione personale catastrofica. Arriva per tutti quanti noi un momento della vita in cui il
peso dei problemi e delle preoccupazioni di ogni giorno diventa insopportabile. Ed è
esattamente in quel momento, che bisogna farsi un esame di coscienza, prendere decisioni
molto spesso sofferte, resettare tutto, ripartire dalle cose e dalle persone che contano
veramente e lasciar perdere tutto il resto. La nostra speranza è che chi ascolta il nostro disco
percepisca, in tutto o almeno in parte, questo messaggio e che non resti passivo durante
l’ascolto, dopotutto un disco non è solamente un insieme di canzoni e bisognerebbe tenerlo
sempre a mente.
- Cosa pensate della scena Emo attuale? Come considerate quest’opinione di molti di
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condannare il genere? Personalmente credo vi siano molte band che si lasciano
trascinare dall’ondata di successo di alcune mode, cosa che invece non ravviso in voi.
Ma gruppi come i Tokyo Hotel, come credete possano giovare alla scena musicale?
- Difficile avere un’opinione globale della cosiddetta scena Emo, se veramente ne esiste una...
Condannare l’intero genere per il “demerito” di pochi riteniamo sia approssimativo. Ci sono
ottime bands, se si ha l’intelligenza di andare oltre alla superficie patinata delle logiche di
mercato che i media ci impongono. Comprendiamo benissimo i gruppi che hanno fatto la scelta
di lasciarsi trascinare dall’ondata di successo di alcune mode, e non crediamo di poterci
assolutamente permettere di biasimarli. La loro scelta si può condividere o meno, ma non
bisogna dimenticare che queste persone sono riuscite a trasformare la loro passione per la
musica in un lavoro e questo non glielo potrà mai togliere nessuno. Uno dei produttori più
autorevoli d’oltreoceano è solito affermare che ci sono tanti gruppi che possono vendere
migliaia di dischi, fare delle ottime canzoni, girare il mondo e avere fans in ogni continente, ma
solo pochissimi fra questi già fortunatissimi gruppi sono in grado di sfornare una hit da
classifica; tutti gli altri possono provarci e riprovarci fino allo sfinimento, ma non ce la faranno
mai per il semplice fatto che non è nelle loro corde. E’ una visione che ci sentiamo di
condividere totalmente. Riteniamo che gruppi come i Tokyo Hotel non abbiano nulla da
aggiungere alla scena musicale, se non una marea di zeri ai conti correnti delle loro etichette
discografiche. Il fatto che esistano gruppi del genere non ci scandalizza, non ci dà fastidio e non
scatena in noi nessun istinto repressivo, sia chiaro! Ma restiamo fermamente convinti che
abbiano molte più chances di rappresentare un piccolissimo frammento della storia i gruppi a
cui ci ispiriamo e che rispettiamo piuttosto che questi gruppi che, se sono fortunati, durano un
paio di album al massimo o poco più.
- Sentiamo una vena Hardcore nei vostri pezzi. A quali influenze vi sentite maggiormente
legati?
- Non siamo una band di teenager (purtroppo o per fortuna, a seconda dei punti di vista),
ognuno di noi proviene da un’esperienza decennale in precedenti band hardcore o alternative.
Le nostre radici traspaiono volutamente dai nostri pezzi, fanno parte del nostro percorso
personale e abbiamo ritenuto che fosse giusto tenerle comunque ben in evidenza. Possiamo in
tutta onestà ribadire di ammirare e di trarre ispirazione da 3 bands che per noi sono state
fondamentali, ognuna in un periodo diverso del nostro percorso come musicisti: Refused, At
The Drive-In e Underoath. Bands che probabilmente oggi non sono l’ultima delle mode, bands
che per certi versi erano “emo” senza saperlo e prima ancora che venisse coniato questo
termine oggi stra-abusato in qualsiasi contesto, bands che hanno avuto il coraggio di guardare
al di là dei limiti imposti dal genere musicale in cui spesso sono state inserite forzatamente dalla
critica, bands che hanno tracciato un proprio percorso sicuramente più difficile e pericoloso di
quello definito “mainstream”.
- Mi ha incuriosito la copertina dell’album, che significato ha per voi quella figura di
bimba su un ponte?
- Abbiamo fortemente voluto questa grafica e siamo tuttora convinti che incarni perfettamente lo
“spirito” che permea il disco. Andando oltre il titolo dell’album, che colpisce subito l’ascoltatore
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in chiave pessimistica, ci si rende conto, scorrendo le tracce una dopo l’altra, che le nubi in
copertina si diradano e spunta timidamente il sereno. Ed è questo il senso di questo nostro
lavoro, una sorta di percorso catartico individuale simboleggiato dal ponte. L’intenzione è quella
di arrivare alla fine del viaggio (e del disco) consci del fatto che le cose che contano veramente
nella vita sono poche e semplici: gli affetti, gli amici, la famiglia, le passioni in comune. Tutte
cose tremendamente semplici e guardacaso fondamentali sin dall’infanzia di ognuno di noi (ed
ecco il perché della bimba).
- Avete materiale nuovo in cantiere? Cosa prospettate per il futuro? Com’è stato il vostro
impatto con il pubblico in avvenimenti live?
- Stiamo lavorando da diversi mesi sul nuovo album. L’obiettivo è quello che di dare molta più
importanza a ogni singolo dettaglio che va a comporre la struttura della canzone. Si tratta di un
lavoro duro e meticoloso, ma riteniamo stia dando i giusti frutti. Il sound del disco nuovo si
discosterà notevolmente da quello del precedente, non abbiamo nessuna intenzione di
riproporre la stessa minestra. L’approccio a ogni singolo strumento è radicalmente mutato e
stiamo sperimentando tante nuove soluzioni. Abbiamo già suonato e testato sul palco qualcuno
dei nuovi pezzi nei nostri ultimi concerti ricevendo una riposta incredibile da parte del pubblico.
Questo non ha fatto altro che rinsaldare in noi la convinzione che la direzione intrapresa è
quella giusta, il nostro sound si è evoluto rispetto al passato arricchendosi di richiami a una
pasta sonora decisamente anni ’70. Per quanto riguarda il futuro, siamo totalmente concentrati
sul nuovo disco. Piuttosto che fare le corse per avere subito tra le mani un prodotto che
potrebbe non soddisfarci al 100%, preferiamo un tipo di lavoro più razionale, sicuramente meno
rapido ma infinitamente più ripagante. Una volta terminati i lavori, avremo il tempo di pensare e
dedicarci ad altro… L’impatto col pubblico, soprattutto nella nostra zona, è stato molto buono fin
dagli esordi. Nel 2005, dopo meno di 2 mesi dalla formazione della band e con solamente un
paio di apparizioni live sulle spalle siamo finiti a condividere un palco con i Converge, un’altra
band che adoriamo. Da lì in poi sono seguite tanti altri concerti in Italia e qualcuno all’estero da
soli, con gruppi locali o con gruppi di fama mondiale (olte ai già citati Converge, anche
Underoath, Bring Me The Horizon, Kill Hannah, ecc…).
- Grazie per l’intervista, spero sia stata esauriente e vi abbia permesso di poter dire tutto
ciò che vi sentivate di esprimere. Lascio qui spazio a vostre eventuali considerazioni.
Avanti così ragazzi!
- Vi ringraziamo nuovamente per lo spazio e l’opportunità concessaci. Ne approfittiamo per
invitare tutti i lettori di Stereo Invaders a seguire il nostro profilo per tutti gli aggiornamenti sulla
band (concerti, nuovo disco, merchandise, ecc…). Continuate a seguire i gruppi italiani, ci sono
molti nostri colleghi della nostra zona (Awaken Demons e Showstripsilence su tutti) che non
hanno nulla da invidiare ai gruppi d’oltreoceano!
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