Il `mercante` e Margherita: storia di un archivio e di un carteggio

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Il `mercante` e Margherita: storia di un archivio e di un carteggio
Il ‘mercante’ e Margherita: storia di un archivio
e di un carteggio particolari
CRISTINA CENEDELLA
Nelle indagini precedenti, a dire il vero piuttosto
brevi, si è constatato il profondo legame che unisce
l’architettura e gli archivi, un filo rosso che lega la
storia e i suoi documenti in modo indistricabile al
“contenitore” della memoria.
L’edificio è lo “scrigno segreto” di ogni archivio, il
forziere che conserva il bene più prezioso che uno
Stato, un ente o anche una persona singola possano
avere: le tracce e i documenti della propria memoria
storica. Una nazione che non coltivi la propria
memoria storica è una nazione senza futuro, dal
momento che non può esistere un “oggi” o un
“domani” che non affondi le proprie radici nell’humus fertile di ciò che è avvenuto nel passato.
In questo senso i “contenitori della memoria” (mi
riferisco in particolare agli archivi di concentrazione) rivestono una fondamentale importanza nella
società civile.
Un caso particolare è rappresentato dall’Archivio di
Stato di Prato, un gioiello tra gli Archivi di Stato
italiani.
Nel senso sopra accennato, l’archivio di Stato di
Prato è doppiamente significativo, sia per la particolare documentazione conservata, sia per l’edificio.
L’Archivio di Stato di Prato, infatti, tra gli altri
fondi, conserva integro l’archivio aziendale e personale di Francesco di Marco Datini, ricchissimo e
famoso mercante del XIV secolo. Ma non solo:
l’archivio è ospitato nello splendido edificio tardo
trecentesco che fu la casa stessa del mercante,
primo esempio di dimora signorile toscana, voluta e
pensata per il “buon vivere” e non solo per la difesa
del proprio gruppo familiare.
Per la singolarità della documentazione, in queste
brevi note mi occuperò prevalentemente di essa,
demandando alla copiosa bibliografia la storia dell’edificio.
Fortunosamente rimasta intatta nei secoli, questa
documentazione costituisce un esempio unico al
mondo di archivio mercantile completo di tutte le
tipologie di scritture, particolarmente ricco e studiato soprattutto nella parte dei carteggi, consistenti in
150.000 lettere, 10.000 tra lettere di cambio, chèques bancari, lettere di vettura, fatture, valute di
mercanzie, carichi di nave, ecc. e 400 contratti di
assicurazione.
La documentazione è suddivisa secondo le otto sedi
delle aziende del Datini, sparse nel bacino del
Mediterraneo, e costituisce una fonte unica per la
storia del mondo mercantile europeo della seconda
metà del Trecento.
Il Datini, infatti, per la conduzione delle sue imprese, aveva dato vita a un complesso sistema di corrispondenza tra lui stesso e i suoi collaboratori, corrispondenza che costituisce la parte più rilevante dell’archivio.
Ma una sorpresa ulteriore attende il lettore: tra le
migliaia di lettere si conservano anche quelle scambiate con la moglie Margherita, che trascorse la sua
vita coniugale tra Prato e Firenze, mentre il marito
si occupava delle diverse sedi aziendali.
Il carteggio fra Margherita e Francesco è una fonte
storica di straordinaria importanza: rivela uno spaccato, non solo di vita quotidiana, ma anche della non
comune psicologia dei suoi autori. Si stagliano, così,
le figure dei due coniugi, tra i quali, senza dubbio,
spicca per grandezza morale la figura di Margherita,
eccezionale donna del Trecento italiano. (1)
Francesco
Francesco di Marco Datini è un punto di partenza
obbligato per la storia della mercatura medievale.
Nativo di Prato, vissuto tra il 1335 e il 1410, egli
incarna a tutti gli effetti la figura del mercante del
basso Medio Evo nei suoi aspetti economici, politici, ma anche individuali e privati. Figlio di un taverniere, rimasto precocemente orfano, imparò l’arte
della mercatura a Firenze e a soli 15 anni si trasferì
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ad Avignone. La sede papale nel XIV secolo era
una meta prediletta e quasi obbligata per i mercanti
in cerca di occasioni di arricchimento. Nella splendida città provenzale Francesco rimase più di 30
anni, costruendo in loco la sua fortuna, con la fondazione della Compagnia di Avignone.
La sua vita privata, sembra abbastanza turbolenta,
con numerose passioni e altrettanti figli illegittimi,
ebbe una svolta quando nel 1376, ormai quarantenne, si sposò con la giovane fiorentina Margherita
Bandini, di oltre vent’anni più giovane, esule con la
famiglia in Provenza a causa della condanna a
morte del padre. Margherita non portò alcuna dote
al marito, per la particolare situazione nella quale si
trovava la famiglia
Dopo aver trascorso i primi sei anni di matrimonio
ad Avignone, nel 1382 la coppia fece ritorno a
Prato. Qui Francesco diede inizio alla costruzione
di una casa sfarzosa, uno dei primi e tipici esempi
di dimora borghese pre-rinascimentale, procedendo
per successive acquisizioni di stabili contigui, tra
via Rinaldesca e via del Porcellatico.
Le ristrutturazioni più importanti furono eseguite tra
il 1383 e il 1390, ma l’edificio venne completato nel
1399 e riccamente decorato con affreschi dei pittori
più famosi del tempo, Niccolò di Piero Gerini,
Agnolo di Taddeo Gaddi e Bartolomeo di Bertozzo:
il mercante stesso valutò il costo complessivo del
suo palazzo nella cifra enorme di 6000 fiorini.
I lavori realizzati a più riprese nel corso degli anni
avevano trasformato il palazzo in una dimora così
prestigiosa, che fu più volte utilizzata, non solo dal
Datini, ma dallo stesso Comune di Prato, per ospitare personaggi di spicco in visita alla città: ambasciatori, cardinali, magistrati, giuristi e persino principi e sovrani, con i loro cortei di accompagnatori,
vi furono infatti accolti e alloggiati in occasione
della loro venuta a Prato.
Il rientro a Prato nel 1382 coincise anche con un
forte sviluppo degli affari del Datini e alla compagnia di Avignone si aggiunsero le compagnie di
Pisa, Firenze, Prato e, più tardi, quelle di Genova,
Barcellona, Valenza e Maiorca, aziende collegate
tra loro in un vero e proprio impero economico, di
cui Datini fu il patron. Ciò che mantenne vitale
questo impero fu il sistema di informazioni giornaliere che il Datini e i suoi collaboratori si scambiavano dalle varie sedi aziendali nel bacino del Medi-
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terraneo.
La conduzione di tante imprese, tuttavia, tenne
Francesco lontano da Prato e dalla moglie per la
maggior parte del tempo e fece di lui un uomo
indaffarato, preoccupato, ed emotivamente distante.
Alla sua morte, nel 1410, non avendo avuto figli
legittimi, Francesco lasciò eredi dei suoi beni i
poveri della città, con un testamento ispirato alla
“pietà francescana” e alla salvezza della propria
anima.
Margherita
I documenti d’archivio illuminano non tanto la vita,
quanto la psicologia e l’indole di una donna del
tardo Trecento, dal carattere non comune.
Nata a Firenze intorno al 1358, Margherita Bandini
dovette subire l’esilio con la madre e i fratelli a
causa della condanna a morte del padre, rifugiandosi in Provenza. Si sposò non ancora ventenne con
Francesco Datini nel 1376. Sui primi anni di matrimonio, passati in Avignone, non abbiamo notizie
dirette, poiché il carteggio fra Margherita e Francesco inizia dopo il loro ritorno in Prato, avvenuto nel
1382. Da questa data Margherita fu attratta nel turbine delle faccende del marito: su di lei ricadde
l’amministrazione delle case di Firenze e di Prato,
dei poderi toscani e delle masserizie.
Francesco non si rese sempre conto del difficile
incarico affidato alla moglie; i due si scambiavano
missive nelle quali si esortavano e si consigliavano,
ma dalle quali si rivela anche spesso l’insoddisfazione di entrambi e i malumori di lui.
Tuttavia questa donna, dal marito quasi sempre lontano, poco curata, ricambiò con un amore vigile e
disinteressato le asprezze (e le infedeltà), preoccupata sempre più di lui che di sé stessa; lo aiutò
costantemente con consigli avveduti; gli curò la
casa, gli averi e i negozi.
Testimone di questa vita particolare, per una donna
del Trecento, rimane, come si è detto, il carteggio che
spazia dal 1383 al 1409. Ed è questo carteggio che ci
consente di conoscere l’indole di Margherita Datini (2).
Margherita all’epoca del matrimonio non era capace
di scrivere, né probabilmente di leggere, come la
maggior parte delle donne dell’epoca. Le sue interessanti lettere furono quindi dettate a uno scrivano e
conservano tutta la freschezza del linguaggio parlato.
Donna mansueta, soggetta all’autorità del marito, si
riservò tuttavia una dignità che ne fa un esempio
unico, non tanto di rivendicazione femminile ante
litteram, quanto di notevole intelligenza e statura
d’animo. Di fronte ai rimbrotti del marito che, oberato di lavoro, sfogava con lei nelle missive i malumori per ogni piccola cosa che non fosse di suo piacimento, Margherita lo rassicurava con grande
abnegazione e pazienza. Tuttavia, quando il marito
oltrepassava il segno, la sua dignità di donna le
impediva di accettare le accuse, di umiliarsi al di là
di quello che le sembrasse giusto, e rispondeva
nelle lettere piccata e risentita.
La sua grandezza morale sta nelle parole dettate allo
scrivano, parole che rivelano un mondo interiore ricchissimo, nel quale i casi della vita avevano insegnato il distacco filosofico dalle piccole contingenze del
quotidiano, la considerazione della sfera affettiva e
delle emozioni prima degli aspetti ordinari dell’economia domestica: “io ti prego che tu no vogli d’ogni
cosa consumarti a cotesto modo: a mio parere non
hai ragione; anzi hai ragione di ringraziare Iddio
più che altri uomini, e così ti prego facci, che è questo, male che ci facciamo noi stessi”.
Questa donna intelligente prese in mano la penna
per imparare a scrivere orami quarantenne e di questo grande sforzo si conservano i quaderni di esercizi. Questa donna che forse ambiva ad occupazioni
più nobili, consumò tuttavia l’intera sua esistenza
nell’amministrazione quotidiana dei beni che le
erano stati affidati, ubbidendo ai consigli e ai voleri
del marito.
Non ebbe figli, ma dall’Ospedale di Santa Maria
Nuova, dove era stata collocata alla nascita, era
venuta in casa di Francesco a Firenze una bambina,
che nel 1399 aveva sette anni. Margherita la curò
amorevolmente e fu per lei come una madre. Quando Ginevra, questo il suo nome, si sposò, figlia e
genero continuarono a coabitare in casa di Francesco con la stessa Margherita.
Francesco tornò a prato negli ultimi anni di vita e
qui, ovviamente, si interrompe lo scambio letterario
tra i coniugi. Sembra che con il passare del tempo i
malumori fra i due si fossero fatti più aspri.
Quando Francesco morì nel 1410, Margherita aveva
poco più di 50 anni e conviveva ancora con il genero e Ginevra. Come il Datini aveva disposto nel suo
testamento, preferì ritirarsi a Firenze, vestendo l’a-
bito di terziaria domenicana. Fu sepolta in Santa
Maria Novella.
Le sue lettere costituiscono una fonte eccezionale
per l’analisi della condizione femminile del Trecento italiano. Solitamente nei documenti istituzionali,
ufficiali, familiari, le donne lasciano solo tracce
indirette, attraverso ruoli in cui esse ricoprono
necessariamente una posizione subordinata.
Le fonti per la storia femminile, scritta direttamente
dalle stesse donne, sono invece molto rare. Quello
di Margherita è un esempio unico e straordinario
per la conoscenza diretta del ruolo, dell’anima e
della psicologia di una donna del Trecento.
Note
1 - Il carteggio fra monna Margherita e Francesco è conservato nel
ricchissimo archivio Datini, filze n. 1089 n. 449, dell’Archivio di
Stato di Prato, che ha sede nell’antica abitazione del mercante.
2 - Scrive del carteggio Diana Toccafondi: “La sensazione che
oggi il lettore ne riporta è quella, malinconica, di un dialogo tra
due analfabetismi: se però da parte di Margherita l’analfabetismo
(o la parziale alfabetizzazione) si accompagna ad un’estrema intelligenza dei sentimenti e del valori, da parte di Francesco, alla raffinata padronanza dello strumento della scrittura, sembra accompagnarsi un ben più esiziale analfabetismo del sentimenti.”
Bibliografia
Enrico Bensa, Margherita Datini, in “Archivio Storico Pratese” anno VI, fasc. I, maggio 1926, pagg. 1-14
Diana Toccafondi, Francesco di Marco Datini: il mercante e il suo
archivio, in “Per la tua Margherita… lettere di una donna del Trecento al marito mercante”, CD dell’Archivio di Stato di Prato, 2001.
Diana Toccafondi, Margherita e le altre, in “Per la tua Margherita… lettere di una donna del Trecento al marito mercante”, CD
dell’Archivio di Stato di Prato, 2001.
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