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IL ROMANZO
Un incontro inatteso. La promessa di una nuova vita. Un segreto che fa male.
Aurora si guarda attorno nervosamente, in attesa di giungere a destinazione e
affrontare l’ennesimo colloquio di lavoro dopo la laurea. Da un po’ di tempo ormai, la
sua vita le sembra girare a vuoto. All’improvviso, irrompe dal nulla Andrea che le
offre un’insperata via di fuga: partire insieme senza una meta. Aurora,
incredibilmente, decide di fidarsi di quel ragazzo così solare e affascinante senza fare
troppe domande e dopo pochi minuti si ritrova con lui su un treno diretto a Torino,
pronta a lasciarsi alle spalle il passato. È solo la prima tappa di un viaggio che li
conduce a Lione e poi a Privas, un paesino di pochi abitanti nell’Ardèche, dove
Aurora sente di aver trovato il suo posto nel mondo e dove la relazione con Andrea si
fa sempre più appassionata finché lui le chiede di sposarla. Ma Andrea nasconde un
segreto che rischia trasformare in un incubo i sogni di Aurora e spezzare per sempre
il loro incanto. Un romanzo sulla capacità di aprire il proprio cuore e sulla forza dei
sentimenti più puri che sorprenderà e farà innamorare lettrici e lettori.
L’AUTRICE
Luana Semprini è nata nel 1989 e vive nella splendida valle del Marecchia in
provincia di Rimini. È laureata in Economia dell’Impresa, ma coltiva da sempre la
sua passione per la scrittura: ha completato il suo primo romanzo all’età di quattordici
anni. Adora Tolkien, Dragonball e The Vampire Diaries . È autrice di numerose fan
fiction, della saga fantasy Cristina di Morval e del romanzo Il lamento di Euridice.
Con Libromania ha già pubblicato Limbus.
Portami via con te
di
Luana Semprini
© 2014 Libromania S.r.l.
Via Giovanni da Verrazzano 15, 28100 Novara (NO)
www.libromania.net
ISBN 9788898562374
Prima edizione eBook marzo 2014
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di attribuzione.
Progetto grafico di copertina e realizzazione digitale NetPhilo S.r.l.
Qualsiasi riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale e indipendente dalla
volontà dell’autore.
Portami via con te
Alla mia amata nonna G.
Grazie per tutto
PARTE PRIMA
–1–
È strano come un perfetto sconosciuto possa diventare visceralmente importante al
punto da cambiare per sempre la tua vita.
Accade, queste non sono parole vuote. Accade.
A me è successo.
Mi trovavo seduta su un autobus di linea, alle nove di mattina, stipato di gente,
pendolari e non, persi nelle loro faccende quotidiane. L’aria puzzava di umidità e del
sudore di troppi corpi compressi in uno spazio angusto. Avevo trovato un posto per
sedermi, quasi per miracolo, a fianco a un ragazzo che teneva lo sguardo puntato
fuori dal finestrino, come se avesse gli occhi incollati. Sopra le gambe teneva un
grosso zaino sdrucito e rattoppato.
Guardai davanti a me e respirai, ancora, lentamente. Ero agitata, mi aspettava
l’ennesimo colloquio di lavoro e questo mi mandava in tilt. Giocherellai
nervosamente con l’anello che portavo all’anulare sinistro, poi scartabellai dentro la
borsa per cercare qualcosa.
“Eccolo” pensai non appena trovai il cellulare. Guardai l’ora, le nove e dieci.
L’appuntamento era per la nove e trenta, in uno studio nei pressi della stazione. Mi
agitai; c’era traffico, sarei arrivata in tempo?
Pestai un piede e mi morsi un labbro; qualcuno suonò per prenotare la fermata e
l’autista frenò.
“Merda” mormorai. “Non fermarti proprio ora!”
“Nervosa?”
Una voce mi riscosse, deviando la mia attenzione dall’uomo anziano che stava
lentamente scendendo dal tram.
Mi voltai, era stato il ragazzo seduto al mio fianco a rivolgermi la parola. Lo
guardai distrattamente, poi abbassai gli occhi sulle mie dita innervosite.
“Affatto” risposi. “Ho solo paura di fare tardi.”
“Allora sei nervosa” ribatté lui. Infilò una mano nell’enorme zaino ed estrasse un
pacchetto di chewing-gum. Me lo allungò.
“Forza, ti farà passare la tensione.”
Scossi la testa. “No, no grazie. Non ne ho bisogno.”
Non avevo assolutamente voglia di fare conversazione, volevo arrivare il prima
possibile a destinazione e togliermi quel peso. L’ennesimo peso. Sembrava che ogni
mio colloquio lavorativo avesse un finale già scritto: il fallimento. Si poteva dire che
la situazione economica del paese non fosse la più rosea, ma la mia lo era ancora
meno.
Ero laureata da più di un anno e non avevo ancora trovato un impiego, se non si
consideravano i numerosi tirocini. La verità era che mi sentivo troppo nervosa per
fare qualsiasi cosa. Da sempre, la socialità mi angosciava.
Alzai le spalle in un grosso respiro; l’autobus si arrestò un’altra volta. Mancavano
ancora diverse fermate alla mia.
Al mio fianco, il ragazzo ridacchiò. “Sai che stai rendendo nervoso anche me? È
veramente pazzesco.”
Finalmente voltai la testa e lo guardai piccata. “Perfetto, sono anche fastidiosa”
borbottai tra me e me. Il ragazzo aveva i capelli neri, portati piuttosto lunghi e
lineamenti spigolosi. Nonostante le temperature fossero rigide, indossava solo una
morbida felpa scura, con stampato il logo di qualche band. A una prima occhiata, non
aveva un’aria molto raccomandabile. Un piercing gli spuntava fuori dal sopracciglio
sinistro e un’intricata fila di bracciali di cuoio gli decorava entrambi i polsi.
“Mi dispiace tanto” risposi. “Spero di scendere presto, così smetterò di darti
fastidio.”
Mi morsi un labbro con forza, fino a imprimermi il segno dei denti. All’improvviso
mi veniva da piangere. Volevo uscire da quel posto costipato, respirare, nascondermi
da qualche parte.
Lui corrugò la fronte e mi guardò, sorridendo. “Per niente, è solo che mi dispiace
per te. Non devi sentirti bene in questa situazione.”
A quelle parole lo guardai con interesse. “Sei uno psicologo, per caso?”
Lui scoppiò a ridere e sollevò un ginocchio. Puntò il piede contro il sedile davanti e
il passeggero, una donna di mezz’età, si voltò e lo guardò in malo modo.
“Mi scusi” disse lui stringendosi nelle spalle. Si prodigò in un immenso sorriso e la
donna si voltò, rabbonita. Ridacchiai a mia volta e lo guardai.
“Sembra che tu abbia un certo charme.”
“Wow! Lusingato! Comunque non sono uno psicologo, non serve una laurea per
capire il tuo stato d’animo, o sbaglio?”
Abbassai le palpebre e le fissai ancora sulle mie mani. Non sbagliava, credo,
eppure mai nessuno mi aveva rivolto parole così dirette...
L’autobus frenò per l’ennesima volta; scesero un gruppo di ragazzini ed entrarono
due donne, probabilmente madre e figlia. Fuori, il cielo era cupo e la nebbia rendeva
i contorni sfocati.
“Dove devi andare?” riprese lui continuando a fissarmi. Sentivo il suo sguardo su di
me e in quell’attimo invidiai la sua spensieratezza. Sembrava non aver nessun
problema al mondo.
“Colloquio di lavoro” risposi tentando di sorridere.
“Ah, ecco spiegato tutto” borbottò lui. “Be’, ti auguro buona fortuna allora, io mi
fermo alla stazione. Sto partendo.”
“Partendo?” feci eco voltandomi. Lui mi guardava ancora e sorrideva. Mi accorsi
di non sapere il suo nome, ma che importanza poteva avere? Non l’avrei rivisto mai
più.
“Sì, mi dirigo verso nord, per poi raggiungere il Belgio o la Francia, ancora non lo
so.
Mi arricciai una ciocca di capelli; quel ragazzo stava partendo senza sapere dove
andare?
“Fantastico” mormorai. “Un viaggio a sorpresa?”
“Una specie. Vedo dove mi porterà il destino.”
Un brivido mi attraversò il petto, quante volte avrei voluto trovare il coraggio di
agire come lui? Andarmene così, lontano, senza sapere dove, trascinata dagli eventi,
distante dalla quotidianità.
“Allora devo augurati buon viaggio. Finalmente, la nostra fermata è la prossima”
risposi, mentre il cuore iniziava a pompare più forte. Ero agitata perché il momento
dell’appuntamento era finalmente giunto, ma c’era anche un altro motivo: sentivo una
sorta di affinità con chi mi sedeva accanto, e questo mi capitava di rado. Per lui era
lo stesso? Lo guardai fugacemente, aveva di nuovo la testa voltata verso il finestrino.
“No” mi dissi. “Lui è già lontano da qua.”
Spinsi il pulsante rosso sopra la mia testa e prenotai la fermata. Afferrai la borsa,
pronta a scendere.
“Ti seguo” disse il ragazzo alle mie spalle, con un sorriso. Risposi al suo proposito
con uno sguardo sorpreso e mi avvicinai all’uscita, che era già gremita di persone.
Quando finalmente riuscii a scendere e a respirare, mi ricordai all’istante del ragazzo
e mi voltai.
Se n’era già andato? Mi avrebbe salutata? Non sapevo nemmeno il suo nome...
eppure mi sarebbe piaciuto augurargli ancora buon viaggio.
Con mio enorme sollievo, lui era ancora dietro di me.
“Ciao” disse. “È stato un piacere conoscerti.” Mi guardava dall’alto, dato che mi
superava di circa venti centimetri. S’infilò il grosso zaino sulla schiena e, gettandomi
un’ultima occhiata, si allontanò. La stazione era di fronte a me, affollata di persone, e
l’ufficio in cui invece dovevo recarmi era alle mie spalle, in un palazzo rettangolare.
Osservai il ragazzo camminare, lontano da me, un puntino scuro che si stava già
perdendo in mezzo alla folla. Provai una forte stretta al cuore e un senso d’indicibile
tristezza all’idea di dovermi girare, compiere il mio dovere e tornare alla mia vita.
Chissà lui dove sarebbe stato.
“Che stupida” pensai. “Sono proprio una sciocca sentimentale.” Mi voltai e il
palazzo, la mia direzione, si stagliò davanti a me.
Non feci che pochi tristi passi che mi sentii chiamare.
“Ehi!”
M’immobilizzai, stupita. Qualcuno stava chiamando me?
Il cuore rotolò nel petto quando mi accorsi che era lui.
“Non mi hai detto come ti chiami!” gridò. Senza rendermene conto sorrisi, come
una tonta. Ero emozionata e rischiavo anche di fare tardi al colloquio. L’orologio
segnava, infatti, le nove e venticinque.
“Aurora Perla” risposi io. Lui distava una cinquantina di metri da me.
“Aurora o Perla?” ribatté, toccandosi la testa come se fosse confuso.
“Aurora è il mio nome, Perla è il cognome. E tu...?” Mi morsi un labbro, sorpresa.
Cosa diavolo stavo facendo?
“Andrea Grandi. Vedi, il mio è più semplice.” Mi fece l’occhiolino e io lo guardai
con stupore. Era giunta l’ora, dovevo proprio andare.
“Buon viaggio, Andrea” dissi con tristezza, alzando un braccio in segno di saluto.
Lui mi guardò fissamente e io m’innervosii, di nuovo.
“Perché non vieni con me?” disse poi, di getto.
Spalancai gli occhi e la bocca. “Che cosa?”
Lui si strinse nelle spalle. “Sì, ho capito che non ci vuoi veramente andare lì a fare
quel colloquio. Vieni con me.”
Immobile, mi fermai a riflettere sulle sue parole. Sì, le presi persino in
considerazione. Ovviamente, dovevo rifiutare. Sarebbe stato da pazzi partire per una
destinazione ignota assieme a una persona conosciuta dieci minuti prima. Andrea
poteva essere chiunque, dal ragazzo della porta accanto, all’assassino più efferato.
Allora perché ci pensai? Afferrai di nuovo il cellulare e guardai l’ora: le nove e
ventisette.
Mi stavano aspettando, ero già in ritardo. Non potevo perdere anche
quest’occasione, mia madre non me l’avrebbe perdonata.
E poi c’era Andrea. Era lì, fermo, come me, e aspettava una mia risposta.
Davvero mi credeva tanto disperata da poter partire insieme a lui? Come dovevano
vedermi, i suoi occhi?
Una povera, fragile, ragazza impaurita.
Si guardò velocemente il polso; portava un orologio tra i bracciali di cuoio.
“Il treno che voglio prendere parte tra dieci minuti. Se hai bisogno di tempo, però,
prendo il successivo.”
Mi sorrise, speranzoso. Forse sapeva già che avrei accettato. Forse lui aveva visto
ancora più a fondo di me, forse in quei pochi minuti aveva scavato la mia anima
meglio delle persone che mi stavano accanto da una vita. O forse... era soltanto un
folle... così come lo ero io.
Di colpo mi ritrovai ad annuire. La mia testa fece sì da sola e i miei piedi
s’incamminarono verso di lui, abbandonando il palazzo alle mie spalle.
Ma cosa stavo facendo? Davvero pensavo di non tornare più a casa e di partire
così? Avevo soltanto una misera borsa con me. Non avevo nulla a parte il cellulare, il
portafogli, fazzoletti da naso, un burro cacao e una bottiglietta d’acqua.
I miei piedi si fermano a un passo da lui.
“Eccomi” dissi. “Andiamo.”
Andrea mi guardò, non c’era stupore nei suoi occhi, ma solo sollievo.
“Vieni” rispose con baldanza. “Prendiamo i biglietti!”
–2–
Ero seduta in terza classe, su una poltroncina blu, in compagnia di un perfetto
sconosciuto.
Andrea era di fronte a me, seduto dal lato opposto a quello di marcia e guardava
fuori dal finestrino.
Erano trascorsi venti minuti dalla partenza e io mi sentivo gravida d’imbarazzo.
Ma cosa avevo fatto? Avevo comprato quel biglietto per Torino, senza pensare,
spendendo tutta la liquidità che avevo e ora mi tremavano le mani. Cosa avrei fatto
quando mia madre avrebbe iniziato a tempestarmi di telefonate? Cosa avrei fatto
quando mi sarei resa conto della mia follia?
Probabilmente sarei tornata indietro, sconvolta dal mio gesto, con il mio ego sotto i
piedi e pronta per una sfuriata.
Andrea mi gettò un’occhiata distratta, che divenne, però, subito attenta.
“Che cos’hai, Perla?”
“Mi chiamo Aurora” mugugnai fissando a mia volta fuori. La campagna
romagnola scorreva di fianco a me, presto l’avremmo lasciata per entrare
nell’Emilia.
“Posso chiamarti Perla? Mi piace di più.”
Mi strinsi nelle spalle. “Non importa.”
Mi sentii sfiorare le dita e sobbalzai.
“Scusami” disse Andrea continuando a guardarmi. “Sembri persa.”
Finalmente notai i suoi occhi; erano verde smeraldo, come avevo fatto a non
notare prima quel colore così bello? Ispiravano tranquillità.
“Ho fatto una pazzia, credo mi stiano venendo i sensi di colpa.”
“Perché? Se hai deciso di partire devi avere le tue motivazioni. Al tuo posto, starei
tranquillo.”
Sospirai e chiusi gli occhi per rilassarmi.
“Certo, perché tu non sei partito lasciando tutto, assieme a un perfetto
sconosciuto.”
“Come no?” ribatté lui ridacchiando. “Io non ti conosco.”
A ogni modo, sorrisi. Infilai una mano nella borsa, presi il cellulare e lo spensi, poi,
senza rendermene conto, strinsi tra le dita l’anello che portavo e iniziai a rigirarlo.
“Ehi Perla! calmati.”
“Eh?” guardai lui e poi mi accorsi del mio gesto. Ormai non ci facevo più caso,
ogni oggetto a portata di mano era utile per combattere lo stress. Lasciai andare
l’anello.
“Scusa” borbottai. Lui mi sorrise.
“Non ti preoccupare, tra circa cinque ore saremo a Torino.”
Preoccupare, le persone sane di mente si preoccupano.
Io, evidentemente, non lo ero più.
Giunti a Milano, dovemmo cambiare treno. Era circa l’una e io avevo fame.
Andrea propose di prendere un panino tra un cambio e l’altro, al bar della stazione.
Mi trovai d’accordo, ma non mi rimanevano che cinque euro.
Presi un toast e una coca cola, mentre Andrea un hamburger grande il doppio del
toast. Ci sedemmo a un tavolino tondo e lui mi guardò al di sopra del panino.
“Sicura che quello ti basti?” disse, indicando il mio toast.
Io annuii e diedi un morso; il formaggio sapeva di colla. Terminato di mangiare
andai in bagno e finalmente sola, mi guardai allo specchio.
L’immagine era quella di una ragazza confusa. I miei occhi castani, grandi,
esprimevano stordimento. Avevo i capelli mossi tenuti alti da una piccola molletta.
Presi il burro cacao e me lo spalmai sulle labbra, non prima di essermi sciacquata la
bocca.
Di colpo mi appoggiai al lavandino, sfinita. Ma cosa stavo facendo? Non avevo il
coraggio di riaccendere il cellulare, ero certa che fosse tempestato di chiamate. Fui
tentata di dileguarmi tra la folla e di tornare indietro. Avevo la carta di credito, potevo
comprare un biglietto direzione Rimini. “Sarebbe passato in fretta...” mi dissi.
“Avrebbero dimenticato il mio colpo di testa...”
Qualcuno entrò in bagno, distraendomi dai miei pensieri. Una donna con una
bambina piccola che mi sorrise. Io afferrai la borsa e uscii.
Vidi Andrea; era appoggiato di schiena contro il muro, poco distante. Lo zaino era
posato a terra, ai suoi piedi. Stava scartando uno snack.
Le mie gambe si mossero in automatico, verso di lui. Appena mi vide, il suo volto
s’illuminò.
“Eccoti, partiamo tra dieci minuti. Vuoi?” Mi allungò lo snack, una barretta di
cioccolato piena di caramello, ma io rifiutai.
“Vorrei una cicca, grazie.”
Mi porse il pacchetto e io la presi.
Avevo fatto la mia scelta, ancora una volta.
Verso le quattro del pomeriggio, arrivammo finalmente a Torino. Mi sentivo
stanca, assonnata e non avevo idea di cosa aspettarmi.
Dove voleva andare, adesso, Andrea? Prendere un altro treno? Non lo sapevo, non
glielo avevo ancora chiesto e forse non lo sapeva neppure lui.
La nebbia aveva avvolto anche Torino, essendo i primi giorni di Novembre, ma
era meno fitta. La stazione era piena di gente con lo sguardo perso, assorto, gli occhi
smarriti a vedere qualcosa che in realtà non scorgevano. Cos’eravamo, in fondo?
Passeggeri, semplici passeggeri distratti. E io non sapevo neppure dove andare.
Incespicai sui miei stivaletti con il tacco. Mi dolevano un po’ i piedi a furia di portare
quelle scarpe comode solo per qualche ora. Andrea, davanti a me, trascinava il suo
zaino, diretto fuori dalla stazione. Sembrava a suo agio con i jeans consunti e le
converse nere di smog. Era l’esatto opposto di me, che indossavo giacca scura e
pantaloni eleganti, gessati.
Mi accodai a lui e per la prima volta lo toccai, poggiando delicatamente la mano
sul suo braccio.
Lui si voltò di scatto.
“Dove andiamo?” domandai. Andrea guardò un attimo fuori, le persone che,
come formiche, prendevano la loro strada.
“Pensavo di fermarmi a Torino, questa notte. Tu che ne dici?”
Mi strinsi nelle spalle. “Perfetto.”
Lasciai a lui il comando di ogni cosa, io mi limitai a seguirlo. Si muoveva svelto,
come se conoscesse la città e le sue vie, mentre io, non essendoci mai stata, ero
piuttosto goffa.
Camminammo per una buona mezz’ora senza fermarci. Ero completamente
esausta. Avevo bisogno di farmi una doccia e di togliermi quelle dannate scarpe.
Improvvisamente, Andrea mi guardò e, come se mi avesse letto nel pensiero, si
fermò davanti a un albergo. Era un’ampia struttura classica, niente di speciale, in cui
svettavano tre stelline sotto l’insegna luminosa.
“Per te va bene?” disse. Io annuii, senza darmi la pena di parlare. La hall era
ampia ma un po’ cupa. Un uomo, dietro la reception, ci chiese le nostre generalità.
“Volete una camera?” domandò. Solo in quell’istante la realtà, nuda e cruda, mi
piombò addosso.
“No” risposi di getto, allungando la carta di credito. “Due, per favore.”
Andrea mi guardò, senza particolare stupore, però coprì la mia mano con la sua.
Da un portafogli di pelle estrasse la sua carta di credito e la porse all’uomo.
“Prenda questa, metta entrambe le stanze sullo stesso conto.”
“Ma...” biascicai. Lui mi lanciò uno sguardo eloquente, come a dire “non ti
preoccupare”.
L’uomo della reception borbottò qualcosa.
“Vi accompagno” disse poi, dopo aver preso nota dei nostri documenti.
Le camere davano su un corridoio scuro, rivestito da una pesante moquette rosso
porpora. Erano una di fianco all’altra. L’uomo della reception ci lasciò le schede
magnetiche e ci disse che la sera avremmo potuto cenare al ristorante dell’albergo.
Quando se ne andò, aprii la porta della stanza e gettai una rapida occhiata ad
Andrea.
“Be’, ci vediamo dopo” mugugnai.
Lui sorrise.
“A dopo.”
–3–
Mi liberai degli abiti e mi feci una lunga doccia. La stanza non era un granché, ma
il getto per lo meno era potente e caldo. Usai bagnoschiuma e shampoo forniti
dall’hotel, poi mi avvolsi in un grande asciugamano di spugna.
Mi accasciai sul letto con un tonfo e mi resi conto che non potevo pensare. Con il
piccolo phon in dotazione mi asciugai i capelli che divennero un disastro. Arruffati e
privi di forma.
Mi concentrai su come potessi fare per sistemarli, quando sentii qualcuno bussare
alla porta.
Aprii piano, stringendomi l’asciugamano intorno al seno. Di fronte a me c’era
Andrea.
Aveva i capelli bagnati e si era cambiato. Indossava una maglia con lo scollo a V e
jeans più decenti. Ai piedi, però, portava sempre le converse.
“Sì?”
“La cena è alle otto” disse. “Hai tempo per riposarti.”
“Grazie” balbettai, facendo per chiudere la porta. Mi sentivo terribilmente in
imbarazzo. Un conto è fare una follia, sull’onda dell’entusiasmo, un conto è il dopo.
Andrea non sembrava però volersene andare, mi osservò i capelli e io arrossii.
“Spero che tu stia bene” concluse infine. “Ci vediamo dopo.”
Mi richiusi la porta alle spalle e tirai un sospiro di sollievo.
Fui costretta a rindossare gli abiti di prima e le odiose scarpe. Dovetti
accontentarmi di un look nature, senza trucco, dato che avevo soltanto il mio burro
cacao. Adoravo il mascara, senza mi sentivo quasi nuda.
“È importante Aurora? È davvero importante il mascara dato che sei praticamente
fuggita di casa con uno sconosciuto e la tua famiglia ti starà cercando?”
No, non lo era. Afferrai la borsa, mentre uscivo dalla stanza. Il cellulare era
ancora lì, e io, codarda, non l’avevo accesso.
Nello stesso istante uscì anche Andrea. Con un sorriso, m’indicò l’ascensore.
Dentro, c’era uno specchio. M’infilai in quell’antro stretto che puzzava di vecchio
insieme a lui e mi chiesi ancora cosa stessi facendo. Lui mi guardava senza dare
segni d’imbarazzo. Io mi passai una mano tra i capelli irrequieti.
“Ti stanno bene” disse lui. “Non serve che ti preoccupi.”
“Come?” Alzai gli occhi verso di lui, quel ragazzo sembrava percepire ogni mio
pensiero.
Uscimmo dall’ascensore; la sala da pranzo era al piano terra. Ci avevano messi nel
tavolo insieme, nonostante avessimo stanze separate.
Il ristorante era gradevole, nulla di speciale, ma più che accettabile. Il mio
stomaco mi ricordò che a pranzo avevo mangiato solo un minuscolo toast.
“Mi hanno detto che c’è il menù del giorno, però se vuoi altro, possiamo
chiederlo.”
Andrea aveva il naso infilato nella carta del menù; i suoi occhi verdi fecero
capolino da sopra.
“Va benissimo quello che c’è.”
Ci portarono un antipasto a base di crostini; io avevo molta fame, ma ero nervosa.
Il cameriere ci sorrise, pensando probabilmente che fossimo una coppia.
All’istante mi tornò in mente Giulio e mi venne da vomitare. Mi alzai di scatto dalla
sedia e uscii di corsa, afferrando la borsa.
“Perla?” esclamò Andrea. Io lo ignorai.
Uscii dall’albergo e la sera m’investì con la sua frescura. Presi il cellulare,
rischiando di farlo cadere e l’accesi. C’erano venti messaggi e cinquanta chiamate
perse. Erano tutti di mia madre, mio padre, mia nonna e uno di Chiara, mia sorella.
Inutile dire che il tono era sconvolto, scioccato, preoccupato. Scrissi loro una risposta:
“Sto bene, non preoccupatevi. Ho deciso di fare un viaggio, non cercatemi, sarò io a
farlo”.
Aspettai che l’icona del messaggino smettesse di lampeggiare, poi mi guardai
intorno. Una macchina stava arrivando nella mia direzione. Gettai il cellulare in
strada, senza darmi tempo di pensarci una seconda volta, e lasciai che le ruote
dell’auto lo distruggessero.
Dopodiché, tornai dentro.
Andrea mi aspettava al tavolo. Non sembrava essersi mosso da lì.
“Fatto?” mi chiese con un sorriso.
“Fatto” risposi io. Finalmente riuscii a mangiare tutto e il mio stomaco si riempì.
Andrea non mi parlò di sé, ma in ogni caso neppure io lo feci. Cenammo parlando
di sciocchezze e io mi sentii incredibilmente a mio agio. Dopo, mi chiese se avevo
voglia di fare un giro per Torino, ma rifiutai. Fuori c’era una nebbiolina leggera e io
mi sentivo stanca.
Mi riaccompagnò alla mia stanza e mi salutò sulla porta.
“Tu esci?” gli chiesi mentre infilavo la tessera nella fessura magnetica. Lui si
strinse nelle spalle.
“Non lo so ancora” rispose. Io lo guardai e, per un secondo di troppo, mi persi nei
meandri di quel verde straordinario.
“Allora buonanotte” mormorai, con un sorriso.
“Buonanotte” rispose a sua volta, appoggiandosi contro lo stipite della porta. Mi
sentii improvvisamente imbarazzata, chiusi la porta alle mie spalle, svelta.
Mi ero messa a letto da non più di mezz’ora, quando sentii dei rumori nella stanza
accanto. Mi rigirai nel letto, al buio, volevo allontanare i pensieri che mi stavano
assillando la mente. La mia famiglia mi avrebbe cercata? Avrebbe rispettato la mia
volontà di sparire? Non ne ero affatto certa, anzi, conoscendo mia madre, non
avrebbe perso tempo.
Era sempre stata così, un giudice terribile e possessivo che, senza rendersene
conto, mi aveva soffocata per anni. Avvertii una conosciuta sensazione risalirmi per
la gola, sapevo di essere sul punto di piangere. E lo feci, bagnai di lacrime quel
cuscino estraneo, in silenzio.
Intanto, nella stanza accanto, i rumori non si fermavano. Cosa stava facendo
Andrea?
E chi era veramente? Perché era partito così, portandosi appresso una perfetta
sconosciuta?
Avvertii dei passi fuori dalla mia porta e il mio cuore prese a battere più forte.
Era Andrea? Voleva entrare?
I passi rimasero silenziosi e poi si allontanarono.
Chiusi gli occhi e finalmente mi addormentai.

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