Teatro dell`Argine - Università di San Marino

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Teatro dell`Argine - Università di San Marino
Cinque giorni a San Marino Per chi, come me, come noi della Compagnia Teatro dell’Argine, ha scelto di fare del teatro la sua vita, e di farlo però non al chiuso dei nostri magnifici teatri/fortezze/castelli che ci proteggono e ci rassicurano, ma di farlo fuori, nelle strade, nelle scuole, nelle piazze, nella città, nell’Europa e nel mondo; e di farlo non esclusivamente con stimati professionisti del mestiere, ma con bambini, ragazzi, uomini e donne di questa nostra città senza confini, con i vecchi e con i nuovi cittadini; e di sporcare, quindi, la nostra grande passione con la loro grande passione, proprio come fanno i bambini quando migliorano i lucenti costosi giocattoli ricevuti a Natale sporcandoli con la sabbia e il fango del campo giochi – ecco, per noi, che siamo fatti così, assistere a quanto accade nella Repubblica di San Marino da qualche anno a questa parte negli ultimi cinque giorni di agosto è incredibile e commovente. A San Marino arrivano uomini e donne di varie età che hanno deciso di approfondire il loro percorso di vita, di studio e di lavoro frequentando un Corso di Alta Formazione nel quale, per un anno, si interrogano – con docenti universitari di Scienze della Formazione, ma anche con operatori ed esperti di altri campi, dal cinema all’alimentazione al teatro appunto – su quella cosa così preziosa che è l’educazione. Ed è data loro l’opportunità di assistere a lezioni frontali, ma anche di uscire dalle aule e dalle città universitarie, per seguire sul campo percorsi pratici, di laboratorio, di uditorato, di entrare nelle carceri, nei teatri, di incontrare persone ed esperienze, di ascoltare, di scrivere, di fare pratica teatrale. A San Marino arrivano intellettuali e artisti da ogni parte d’Italia, per partecipare a una cosa che si chiama “Festival Teatrale della Cittadinanza Democratica” (commovente, no?), ideato e curato da due docenti universitarie che vanno alla ricerca di progetti (più che solo di spettacoli) teatrali che con la cittadinanza e la partecipazione abbiano a che fare. E poi, a San Marino, da un paio d’anni, terrore degli albergatori e dei ristoratori e sveglia necessaria delle nostre coscienze, arrivano loro: i ragazzi della Junior Summer School. Un battaglione di oltre 30 adolescenti e giovani dai 14 ai 22 anni, che provengono dalle varie zone d’Italia nelle quali fanno base gli artisti e gli intellettuali di cui sopra, artisti con i quali questi ragazzi hanno cominciato e portano avanti un cammino di azione teatrale. Ragazzi da Bologna, Napoli, Pisa, San Marino e relativi dintorni. Ragazzi di città più e meno metropolitana e caotica, di periferia più e meno degradata, di montagna più e meno solitaria, di provincia più e meno sviluppata. Ragazzi poveri, ricchi, figli di papà, scavezzacolli, con e senza la cittadinanza italiana. Ragazzi pescati in qualche modo dai rispettivi calderoni di contesto e approdati – per caso, per fortuna, per amore loro o di qualcuno per loro – a fare teatro. E che nel teatro hanno trovato in qualche modo un approdo. Un luogo. Un gruppo. Un obiettivo. E, più che qualcosa da dire, che in genere hanno già, eccome, ben stretto in qualche parte del corpo, del cervello del cuore dello stomaco, hanno trovato nel teatro un modo inedito e, in un certo senso, stupefacente e meraviglioso con cui dirlo, quel qualcosa. E “dirlo”, a teatro, significa automaticamente “dirlo a qualcuno”, “condividerlo”, perché non si dà teatro senza qualcuno che lo guardi, che lo ascolti, che partecipi appunto. E per un ragazzo di quell’età (soprattutto per quelli più vicini all’adolescenza), dire, esprimere, tirare fuori da cervello cuore stomaco, non è poi operazione così facile. Eppure... Eppure il teatro ha in sé, nelle sue radici filosofiche e di senso così come nelle sue pratiche più empiriche, numerosi strumenti atti a questo: strumenti per dire senza paura, per dire dietro la maschera di un personaggio o dentro una situazione o insieme al coro; strumenti per imparare a comprendere che il proprio contributo nel gruppo non solo è ben accetto ma necessario, e che altrettanto vale per il contributo degli altri, in una dimensione di ascolto totale; strumenti per divertirsi senza distrarsi, perché qui «più ti impegni e più ti diverti»; strumenti per leggere qualche libro, incontrare persone nuove, mettersi in confronto e in relazione dialettica, perché così come “dirlo” a teatro presuppone “dirlo a qualcuno”, “farlo”, il teatro, presuppone “farlo con qualcuno”: il teatro è la forma d’arte più autenticamente collettiva che ci sia, presuppone per sua natura lo scambio, la collaborazione, il lavoro di gruppo. Di tutto questo però non si parla, a San Marino. A San Marino si fa, il teatro. E il fatto di farlo con dei ragazzi non cambia il modo con il quale io ed Emanuele Valenti – ormai compagno del Teatro dell’Argine trovato grazie a quest’avventura sammarinese – lo facciamo. Non cambia la nostra professionalità, non cambia il cercare di costruire qualcosa che teatralmente abbia un senso, e di cui anche il pubblico che assiste alla dimostrazione finale possa godere, oltre a goderne noi e i ragazzi che lo creano insieme a noi. Come insegnano maestri più esperti di noi, se è vero che il teatro ha una funzione pedagogica, se è vero che può essere “strumento per le professionalità educative” agendo su certe fasce d’età o in determinati contesti, tanto più ce l’ha quella funzione ed è quello strumento, quanto più è se stesso. Quanto più procede secondo le sue vie e le sue regole e non muta la sua natura solo perché in quel momento ha a che fare con dei ragazzi e non con gli “stimati professionisti” di cui sopra. Questa almeno è la nostra esperienza come compagnia che da quasi vent’anni mescola le carte, lavorando, con professionalità, con gruppi che spesso mescolano professionisti e non professionisti. Allora, se riesce in questo, se riesce a mantenersi se stesso, il teatro può tutto con i ragazzi. In questi due anni di Junior Summer School, usando come punto di partenza e pretesto prima Alice nel Paese delle Meraviglie poi Pinocchio, i ragazzi hanno costruito e portato sul palco del Teatro Concordia pezzi della loro vita, parlato delle loro insicurezze e dei loro sogni, espresso agli adulti seduti in sala la loro rabbia e il loro entusiasmo, conosciuto e lavorato insieme a coetanei che vivono situazioni e contesti completamente diversi dai propri, esplorato zone prima sconosciute del loro corpo, cervello cuore stomaco. Cinque giorni a San Marino sono impagabili e io vorrei essere ancora ragazzina per poter partecipare anziché guidare. I ragazzi ricevono molti doni in quei cinque giorni: stanno insieme, prima di tutto; vedono spettacoli teatrali che parlano del mondo in cui viviamo e dei quali discutono fino a notte fonda; al mattino dopo hanno l’opportunità di incontrare gli artisti visti la sera prima e di fare loro delle domande, o delle osservazioni, di parlarci; quindi fanno quattro ore di laboratorio, portando tutto questo con sé. Io ed Emanuele siamo guide molto fortunate, perché quella pienezza già di suo è teatro, ed è facile, in fondo, quando si parte da lì. Chiudo parlando un momento della cura. Tutto questo esiste grazie alla cura delle persone che l’hanno voluto, ideato, costruito, che fanno incontri di programmazione e tengono lezioni, ma pensano anche ai panini alla marmellata per la nostra merenda. Chiunque si occupi di cultura, arte, formazione ai tempi della crisi, sa che nulla esisterebbe senza la cura. E molto, infatti, va scomparendo. La cura è tutto ed è così rara, e fa sì che San Marino, questo Stato grande come una città, in quei cinque giorni sia un luogo molto bello di cittadinanza attiva, gioiosa e aperta. E di noi stranieri, cittadini temporanei molto fortunati. Micaela Casalboni – Teatro dell’Argine