DETTI E CONTRADDETTI 1990 – 2° SEMESTRE

Commenti

Transcript

DETTI E CONTRADDETTI 1990 – 2° SEMESTRE
DETTI E CONTRADDETTI 1990 – 2° SEMESTRE
5 luglio 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Per essere elevato a rango di genio. «La vacua autoqualificazione
di anarchico dello spirito e l’insolente eccentricità sono oggi gli ingredienti necessari ad essere elevati presso un largo pubblico a rango di genio» (Levi Appulo). Il pretesto. «Non trovare nei nuovi
problemi un pretesto per non affrontare quelli ancora irrisolti» (Giuliano Amato). il riso. «È il riso
che distingue l’uomo sia dall’animale sia dall’angelo» (Patrick Pearse, irlandese). L’umana capacità di soffrire. «Noi che siamo così limitati in tutto, perché lo siamo così poco allorquando si tratta di
soffrire?» (Pierre-Carlet Marivaux). Dottrina e profezia. «Una profezia senza dottrina degenera in
stravaganza e una dottrina senza profezia si sclerotizza in legalismo» (H. Greeven).
Il silenzio come ascolto del Totalmente Altro. «Ama il silenzio perché Dio parla al cuore di coloro
che tacciono per ascoltarlo» (Guillaume G. Chaminade). La dimensione auto-formativa del silenzio.
«Solo nel silenzio ci prepariamo alla realizzazione personale» (Mohandas Karamchand Gandhi). La
parola pervertita. «In nessun secolo la parola è stata così pervertita, come ora lo è, dal suo scopo
naturale che è quello di far comunicare gli uomini. Parlare e ingannare, spesso anche ingannandosi,
sono ora quasi sinonimi» (Ignazio Silone). Come una rosa. «L’anima deve aprirsi a Dio come una
rosa» (Angelo Silesio). Occhio alle metafore. «La metafora può contenere o una mezza verità o una
verità e mezza» (Massimo Baldini, Il linguaggio dei mistici, Queriniana 1990, p. 45). Scienza e mistica. «I più grandi filosofi hanno sentito il bisogno tanto della scienza quanto della mistica» (Bertrand Russell, Misticismo e logica, trad. it. Newton Compton, 1970, p. 17).
FRANCESCO D’ASSISI: UN SANTO, NON CLERICALE. Francesco d’Assisi non cesseremo
mai d’interrogarlo e di amarlo. A lui in particolare avvertiamo di dover riferire le parole di Gesù:
«Beati i pacifici perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Annunciatore della pace interiore –
quella che viene «dal cielo» e per grazia di Dio ci mette in grado di non cedere all’ira, di sfuggire al
giogo dei risentimenti e all’ingratitudine del mondo – Francesco fu strumento di pace tra gli uomini.
E come non ricordare che la penultima strofa del Cantico delle Creature fu scritta proprio per indurre il vescovo e il podestà di Assisi a vivere in pace tra loro? «Laudato si, mi Signore, per quelli che
perdonano / per lo tuo amore / e sostengono infirmitate e tribulatione. / Beati quelli che ‘l sosterranno in pace, / ka da te, Altissimo, sirano incoronati».
Ma Francesco è costruttore di pace tra gli uomini proprio perché è un santo e non un clericale, non
cede cioè alla maledetta tentazione di esercitare il potere in veste sacrale, soprattutto fungendo da
eminenza grigia e da regista, come disgraziatamente vediamo fare ancora oggi, quali che siano le
pie intenzioni, in qualche parte del nostro Paese. «A Francesco non incombe – scrive Jacques Paul –
l’obbligo di negoziare degli accordi, di equilibrare le concessioni e di ricevere dei giuramenti. A lui
spetta il compito di creare le condizioni spirituali che permettano a ciascuno di optare da solo in
favore della pace e della concordia. Il Vangelo, alimentando questa visione spirituale, consenta anche di far fronte agli avvenimenti» (Dizionario francescano, 1196-1197). Ecco lo «stile cristiano»
da cui religiosi e sacerdoti, di ogni ordine e grado, dovrebbero lasciarsi gioiosamente conquistare.
UN’ISTANTANEA SU VINCENT VAN GOGH. Il fratello di Vincent, Théo, diventa padre. Vincent e Théo contemplano il bimbo appena venuto al mondo e piangono di commozione. Vincent dice: «Ha l’Infinito negli occhi». Secondo il Vangelo i bambini sono creature a cui è stato concesso il
privilegio di rivelarci Dio, più di tutte le altre.
LA PAROLA E IL SILENZIO. Da chi impariamo a tacere. «Dagli uomini impariamo a parlare,
dagli Dèi a tacere» (Plutarco di Cheronea, 50-120 d.C.) Proverbio eternamente vero. «Ci vogliono
tre anni per imparare a parlare e settanta per imparare a tacere». Il supremo servizio
dell’intelligenza. «Stare in silenzio davanti a Dio è forse il supremo servizio dell’intelligenza, il più
ardito slancio della religiosità umana» (Karl Barth). Creare in sé il silenzio. «Taglia corto con il discorso e lascia che il silenzio assolva; senza cedimenti, al ruolo di nocchiero» (Edmond Jabès, Il libro delle interrogazioni, Rebellato, Reggio Emilia, 1982). Il disonore di un uomo. «Parlare a vanvera è la vergogna del linguaggio / Bavader est la honte du langage» (Maurice Blanchot). La sapienza
di chi sa ascoltare. «Che cosa è mai la sapienza / se non ascolto attento della volontà dell’altro?»
(Wolfgang J. Goethe, Ifigenia). il legame tra parola e silenzio. «L’uomo è veramente uomo in virtù
della parola. In lui la parola ha la supremazia sul silenzio. Ma la parola perisce se perde il suo legame col silenzio» (Max Picard, Il mondo del silenzio, Edizioni Comunità, Milano, 1951, p. 5). La
poesia e il silenzio. «La poesia nasce dal silenzio e ha nostalgia del silenzio. Essa è come un volo
sul silenzio, un giro si di esso» (Max Picard, ivi, p. 177).
12 luglio 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Dentro il tuo cuore. «Scruta dentro il tuo cuore, amore mio /
l’albero sacro è lì che sta fiorendo» (William Butler Yeats, da La rosa, 1893). Mitopoiesi del pessimismo. «Sconvolto e tormentato / dalla stessa cieca fantasia, / crede che ogni cosa tanto brutta / da
poter essere vera / sia vera» (W.B. Yeats, da Baile e Aillin, 1903). Il rischio di chi ha troppa bellezza. «... coloro che hanno / troppa bellezza in dono pensano che sia / un fine sufficiente la bellezza e
perdono / tutta la gentilezza naturale, e forse / quell’intima virtù che ne rivela il cuore / e giustamente sceglie, e non trovano mai un amico» (W.B. Yeats, da Michael Robartes e la ballerina, 1921).
Resi saggi dalla grazia. «Furono resi saggi dalla grazia. Quanti / amarono e pensarono se stessi / a
loro volta amati, non possono / da una ridente tenerezza distogliere gli occhi» (W.B. Yeats, da Michael Robartes e la ballerina).
La dieta che avvelena. «Di fantasticherie ci nutrimmo il cuore, e con simile dieta / il nostro cuore è
ormai senza pietà; / in tutti i nostri rancori c’è maggior sostanza / che in tutto il nostro amore»
(W.B. Yeats, da La torre, 1928). Che cosa scegliere. «Tutte le cose scritte in quello che i poeti definiscono / il libro dell’umanità: tutte le cose che possono / benedire lo spirito dell’uomo o rendere
più grande la poesia» (W.B. Yeats, da La scala a chiocciola e altre poesie, 1933). Giudicatemi dai
grandi compagni di viaggio che mi sono scelto. «Voi che vorreste giudicarmi, non giudicate soltanto / questo o quel libro, venite in questo luogo venerato / dove sono appesi i ritratti di tutti i miei
amici, / e osservate... pensate dove ha inizio e dove ha fine / la gloria dell’uomo, e dite che la mia fu
d’aver tali amici» (W.B. Yeats, da Ultime poesie, 1936-1939).
CHE COS’È UNA CATTEDRALE? PER CAPIRE OCCORRE «RICORDARE» CIOÈ «RIPORTARE AL CUORE». «Giacobbe capitò in un posto dove passò la notte perché il sole era già tramontato. Lì prese una pietra, se la pose sotto il capo come guanciale e si coricò. Fece un sogno:
una scala poggiava a terra e la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e
scendevano su di essa» (Genesi 28, 10-12). Dalla pesante immobilità della pietra alla aerea leggerezza di quella scala v’è un preciso rapporto che il patriarca scopre al suo risveglio: «Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo!». Sono strani quei sogni che nascono su un cuscino
di pietra: ci ricordano come in certi momenti occorra chiudere gli occhi per vederci un poco. Un
sasso che all’artista non genera una visione è solo un blocco, una pietra d’inciampo. Giorni fa davanti a un altare stavano due «intenditori». Mani in tasca, ne commentavano ad alta voce la composizione architettonica; poi, soddisfatti dei loro giudizi, se ne sono andati con l’aria di chi è convinto
d’aver capito tutto. Invece avevano visto sì la pietra, ma non avevano intravisto la scala verso il cielo.
È il culto che ha dato origine alla cultura disseminata nelle nostre chiese, perché i valori stanno
prima della loro forma espressiva; ma a troppi moderni mancano il senso e l’esperienza della Tra-
sfigurazione, di una luce dall’alto che chiama il finito a diventare finestra aperta all’Infinito. Per capirne il segreto quella pietra va amata. Non tanto per se stessa (sarebbe una riedizione dell’antica
idolatria), ma per quanto questa compagine di massi squadrati e intagliati intende rivelare.
L’estate scorsa vedo aggirarsi rispettosamente da altare ad altare, da quadro a quadro, un pezzo
d’uomo alto come un giocatore di basket. Lo avvicino, lo saluto e subito mi si presenta come il cerimoniere della Cattedrale di San Patrizio a New York. «Tutte le volte che vengo in Italia», mi confidava con uno strano linguaggio anglobresciano, «rimango ammirato e insieme come schiacciato
dal peso della storia. Qui il tempo è fiorito in arte, in memorie, in costume. Da noi niente di tutto
questo. Vede, io sono nato a Brooklyn, però mi consolo pensando che sono stato concepito in terra
bresciana, a Vestone». Caro fhater Dallavilla, non potevi dire meglio. Anche noi possiamo trovarci
«fuori» o «lontano dal vasto mondo, che è pure opera delle nostre scelte, fatiche, disavventure. Ma
ogni tanto dovremmo ricordarci (e ricordo significa appunto riportare al cuore) di essere stati concepiti e cresciuti nel caldo grembo di comunità, animate nei secoli da quella fede che – tra le tante
cose grandi e buone e belle – ha innalzato anche le nostre Cattedrali» (Gianni Capra).
RITAGLI DI POESIA AMERICANA. Motivo di perenne meraviglia. «Grazia d’esser nato (Grace
to be born) / e vivere il più possibile / variamente (anda live as viariously as possible)» (Frank
O’Hara). la dolcezza poetica anche dei minuti dettagli. «Io vado / le mie mille vie a tentoni, trainato
/ da un io che non sta mai fermo, / ... eccitato / dal semplice timore che la dolcezza esista. / ... Sono
innamorato della poesia. Dovunque io mi giri / questa, la mia debolezza, mi aggredisce» (Ted Berrigan). Il mio compito. «Me ne andai per la mia strada. Il mio compito / era conservare le tracce»
(Luise Gluck).
19 luglio 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Fu nel ‘68. «Mi faceva rabbia, nella mia solitudine, quello spreco
d’intelligenza, di humour, di robusta cattiveria – anche se molto spesso in un linguaggio di indisponente supponenza – messo al servizio di una troppo idolatrata sinistra» (Geno Pampaloni). L’anelito
a trascendersi. «Basta una parola, uno sguardo della giornata per spingere verso gli indicibili cammini gli avventurosi viaggi del sogno» (Elsa Morante, Diario 1938, Einaudi, 1989). Una raccomandazione a quelli che ora sanno di essere stati dalla parte sbagliata e tuttavia cercano ancora lì
un rifugio. «Sta bene che ci si rifugi dalla parte del torto. Ma non guasterebbe un po’ d’indulgenza
verso chi, non per meriti eccezionali,ma per una modesta ragionevolezza, a suo tempo non fu dalla
parte del torto. Chiedo troppo?» (Geno Pampaloni). Non sia mai. «La disperazione più grande che
possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile» (Corrado Alvaro). La
spinta dinamica dell’Occidente. «Occorre apprezzare la modernità occidentale e riconoscersi nei
fondamenti della civiltà europea, la quale ci comanda di non perdere il gusto per il miglioramento»
(Ralf Darendorf). Una regola aurea. «È bene trattenere la penna, se non si ha da scrivere qualcosa
che valga più del silenzio» (Abate Dinouart, della seconda metà del Settecento, in L’arte del tacere,
Sellerio, 1989). L’apice dell’auto-dominio. «Mai l’uomo è padrone di sé come quando tace» (Abate
Dinouart). C’è silenzio e silenzio. «Esiste un silenzio prudente e un silenzio artificioso. Un silenzio
compiacente e un silenzio canzonatorio. Un silenzio spirituale e un silenzio stupido. Un silenzio di
plausi ed un silenzio sprezzante. Un silenzio politico, un silenzio dell’umore, un silenzio del capriccio» (Abate Dinouart).
PER QUALI IDEE SI LOTTA E SI AFFRONTA LA MORTE? Un maestro di vita che ha illuminato il cammino di molti ebbe a dire, di fronte alle minacce di un alto gerarca fascista, una frase memorabile: «Le idee valgono per quel che costano e non per quel che rendono». Questa affermazione
ha in sé qualcosa di grande e di vero. È giusto, infatti, rilevare l’incomparabilità fra l’obbligo di testimoniare un’idea nella quale sinceramente crediamo, quali che siano i costi da pagare (lavoro, a-
micizie, sicurezza personale e familiare, libertà) e qualsiasi criterio puramente utilitaristico. Quello
che ha dignità non ha prezzo e non può essere barattato in nessun caso con qualcosa d’altro: il riconoscimento pratico, operativo, di quella dignità costituisce anzi il sigillo morale del nostro agire, ciò
per cui facciamo entrare nella finitudine del nostro vivere qualcosa di assoluto e di eterno.
Tuttavia occorre compiere uno sforzo ulteriore e coraggiosamente riconoscere che non basta nutrire
profondo rispetto e ammirazione sincera per quanti hanno pagato e pagano in ogni senso per le loro
idee, fino al punto di sacrificare per esse la stessa vita. Occorre anche vedere se quelle idee sono vere, logicamente giustificate, capaci di generare realmente più libertà e fraternità. È errore, ed errore
grave, su cui in Oppressione e libertà aveva richiamato l’attenzione Simone Weil, trasformare il sacrificio dei martiri in prova della giustezza delle loro idee. È cosa equivoca, foriera di immani sofferenze per i figli degli uomini, sostituire all’esame della ragione, degli argomenti logici, l’esaltazione
adorante per gli atti di sacrificio. Si può eroicamente lottare, e persino morire, per idee sbagliate.
Per questo il primo e più urgente dovere rimane sempre quello del pensare giusto. Non a caso Pascal conclude il celeberrimo frammento sulla «canna pensante» con un appello: «Tutta la nostra dignità consiste nel pensiero... Diamo opera dunque a pensare rettamente: ecco il principio della morale» (fr. 347 ed. Brunschvicg, fr. 264 ed. Chevalier).
RITAGLI DI POESIA AMERICANA. Addio. «Chiudi gli occhi. Io sono / dietro le palpebre» (Saint
Geraud). Il cancro al cuore. «Legati alla ruota nuda / delle vostre passioni, gustato ogni piacere, /
quel vostro cancro al cuore vincerà alla fine» (John l’Heureux). Il dono delle lacrime. «Noi, imperiosi, moriamo di sete umana / avendo scordato che le lacrime sono un’oasi» (Saint Geraud). Le citazioni sono tratte dal volumetto Giovani poeti americani, a cura di Gianni Menarini, edito dalla Einaudi).
L’INNO DEL... VIETNAM ALL’ECONOMIA DI MERCATO. Che cosa abbia significato per
l’avvelenamento dei rapporti internazionali e per l’imbonimento dei cervelli la guerra scatenata dai
comunisti per la conquista del Vietnam del Sud non è cosa da dimenticare. L’esaltazione ossessiva,
a sinistra, del regime comunista vietnamita – malgrado gli orrendi massacri e la tragedia dei «boat
people» - è un altro capitolo della storia della menzogna su cui oggi tutti stendono il velo dell’oblio.
Riordinando il materiale di documentazione di questi ultimi mesi, l’occhio cade sulla seguente dichiarazione: «Negli anni passati abbiamo fatto un’esperienza pessima. Abbiamo sbattuto la testa
contro un muro molto duro e abbiamo capito. Avevamo parlato male del capitalismo, ma sbagliavamo. Ora siamo decisi a cambiare e a orientare la nostra economia verso il mercato». Sono le parole testuali pronunciate da Nguyen Co Thach, ministro degli Esteri del Governo vietnamita, nella sua
visita in Italia nel maggio scorso. Meglio rinunciare ad ogni commento.
26 luglio 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. La parola a cui dare un significato. «La facoltà distintiva
dell’essere attivo o intelligente è il poter dare un significato alla parola: è» (Jean Jacques Rousseau,
Ouvres complétes II, Hachette, 1873, p. 241). L’ordo rerum. «... le cose tutte quante / hann’ordine
tra loro e questa è forma / che l’universo a Dio fa somigliante» (Dante, Paradiso I, 103-106).
L’occhio che non solo vede, ma si vede. «La ragione è l’occhio dello spirito; ma mentre l’occhio
non vede se stesso, la ragione può esplorare se stessa, può esplorare le ragioni dell’uomo, che non
sono quelle del montone o della fiera, e combattere l’antiragione che scaturisce dall’ancìpite natura
dell’umanità» (Levi Appulo). Non discende per magnanimi lombi (né si può comprare). «Rade volte risurge / per li rami l’umana probitate» (Dante, Purgatorio VII, 121-122).
Terribile domanda. «Come impedire che, trascorsa la pueritia, come fase evolutiva, sopravviva la
puerilitas, ossia lo spirito di piccineria, anche nell’età adulta?» (Levi Appulo). Per i politici e i governi che teorizzano e praticano il vivere alla giornata. «In politica “vivere al giorno” è quasi inevi-
tabilmente “morire all’imbrunire”. Come le mosche effimere» (Ortega y Gasset). Così li vorremmo
i grandi capi. «O senza vizi o senza autorità» (Francesco Guicciardini). Dov’è la nostra casa. «La
nostra casa è là dove lasciamo appesa la fanciullezza» (Tennessee Williams). Il canto della verità.
«Un uccello può esser preso mentre si leva / o ghermito e atterrato dal falco. / Ma il suo canto, che è
la verità, non sarà mai catturato» (Tennessee Williams).
CATTOLICESIMO: FINE STORICA GIÀ ACCERTATA? Il millenarismo è stato un grande collettore di sogni, utopie, eresie. La sua essenza sta nel rompere l’equilibrio dinamico del Vangelo,
secondo il quale il Regno di Dio «è già» ed insieme «non è ancora». È forza operante per le vie della storia e nelle scelte degli uomini di buona volontà, e tuttavia non è ancora perché la sua piena realizzazione è oltre l’orizzonte terreno. La più lucida e avvincente storia del millenarismo l’ha tracciata Henri De Lubac nell’opera La posterità spirituale di Gioacchino da Fiore (vol. 1°. Dagli Spirituali a Schelling, vol. 2°. Da Saint-Simon ai nostri giorni), edita in italiano da Jaca Book, e il tragico
epilogo dell’ultima e più insidiosa forma di millenarismo, il comunismo, è sotto i nostri occhi.
Nel momento in cui le dure smentite della storia fanno apparire assurdi e disumani i regimi del
compimento definitivo del Regno di Dio nel comunismo ateo, all’ottimismo progettuale di ieri fa
riscontro oggi un altro modo di porsi fuori dalla storia, il pessimismo apocalittico: che è propriamente l’esercizio dell’intelligenza e della scrittura come percezione di ciò che da tempo si è irrimediabilmente concluso nel fallimento e nel naufragio più totale.
Un romanzo rivelatore del nuovo disorientamento è, a mio avviso, quello di Ferruccio Parazzoli,
1994, edito dalla Mondadori, in cui si rappresenta appunto come già accaduta la fine storica del cattolicesimo. I necrofori, gli annunciatori di morte, godono, in filosofia non meno che nella narrativa,
di grande successo; ma ciò non vuol dire affatto che siano nel vero e che realisticamente aiutino gli
uomini a mettersi in chiaro con se stessi. Il metro della ragione critica non è quello della moda e il
valore della verità di una tesi è distinto dall’abilità dialettica o dalla raffinatezza dello stile.
Il libro di Parazzoli pone problemi su cui ci sarebbero fin troppe cose da dire. È proprio vero che la
barca di Pietro sarebbe il Titanic della storia europea e mondiale? Non dice nulla al Parazzoli il fatto epocale della vittoria – costata lacrime e sangue – della fede cristiana sui due sistemi totalitari
che volevano chiudere per sempre l’era che da Cristo prende nome? Nel corso bimillenario il Cristianesimo è stato sempre più «alto» delle sue diverse incarnazioni,, sì che il declino di una forma
storica ha segnato l’emergere di un’altra. Perché non dovrebbe essere così anche nel nostro tempo,
per quanto grave possa essere la crisi che stiamo attraversando?
Al di là della fantasia artistica di uno scrittore di vaglia come il Parazzoli, il problema posto dal suo
1994 va discusso serenamente. È sempre necessario un’opera di denuncia e di risveglio, una continua educazione all’autenticità cristiana, l’abbandono di residui anticonciliari e di illusioni trionfalistiche. E tuttavia, paradossalmente, il pessimismo necroforo nasce dallo stesso terreno di cultura
delle illusioni trionfalistiche, pur così vigorosamente deprecate: infatti, mentre i trionfalisti negano
la non-coincidenza tra l’annuncio del Regno e il suo pieno realizzarsi, i necrofori da quella stessa
non-coincidenza traggono scandalo e giustificazione alle loro sentenze di condanna. Chi ama la
concretezza umana e storica sa che il contrasto fra Chiesa e Vangelo è un tema facile – perché la disequazione è evidente – ma è anche un tema fallace. Perché non cessa di essere vero che è sempre la
Chiesa che ci trasmette il Vangelo e chiama sempre di nuovo l’umanità a rinnovarsi in Cristo.
2 agosto 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. La banalizzazione che uccide. «Questo vostro dolciume umanitario, questa fraternità tanto esemplare, / che di santa che fu, là, sul Calvario, / l’hanno ridotta ad un
intercalare...» (Giuseppe Giusti). Perché Dante supera i suoi maestri. «... più alto d’Omero, e più di
quello / che ti fu guida giù nel cieco mondo / e su pel monte che l’anime cura, / non tanto il forte
immaginarti leva / e l’impeto di larga onda vocale, / quanto la nuova che da Dio ti venne / luce in-
tellettual piena d’amore, / e ti rapì dal senso al primo Vero, / all’eterno del tempo» (G. Giusti). La
scuola del dolore. «Liberamente il forte / apre al dolor le porte / del cor, come all’amico; / e a consultar s’avvezza / il consigliere antico / d’ogni umana grandezza» (G. Giusti).
Il tempo aiuta a porre ogni cosa nella giusta prospettiva. «Tempo corregge ogni cosa mortale» (G.
Giusti). La meta. «A più largo orizzonte, a più sereno / cielo, a più lieto vol l’animo aspira» (G.
Giusti). No ai vagheggiamenti utopistici. «Ma se poi discendo all’atto / dalla sfera dell’astratto, / qui
mi casca l’asino» (G. Giusti). Il credo degli egoisti. «Il mio signor Mestesso / è il prossimo
d’adesso» (G. Giusti). No all’Italia in pillole. «Ottocento san Marini comporranno i governini
dell’Italia in pillole» (G. Giusti). Quando l’uomo di setta fa politica. «E tutto si riduce, a parer mio,
/ a dire: - Esci di lì, ci vo’ star io» (G. Giusti). Epigramma sul libro. «Il fare un libro è meno di
niente, / se il libro fatto non rifà la gente» (G. Giusti 1809-1850).
È ESSENZIALE CHE SOCRATE E CRISTO ABBIANO ANCORA OGGI DEI DISCEPOLI. La
ricerca della verità e la lotta per il significato sono di per sé opera di alta passione educativa, che
mira a congiungere il rigore logico a un severo, schietto amore per gli uomini. Ricerca e lotta che
nascono da un atto di fiducia nella forza liberatrice della ragione e nella sincerità con la quale ogni
uomo può, se vuole, socraticamente rapportarsi a quelle verità che la sofistica può oscurare, ma non
distruggere. Certo, la mediocrità conformista di individui e di gruppi, osannanti agl’idoli di turno, o
soltanto succubi di essi e incapaci di evaderne, può disdegnare o fraintendere ogni appello alla ragione critica e al coraggio. Atteggiamenti del genere imperversano oggi come grave fatto di costume e si giudicano da sé.
V’è, però, tra i giovani e non più giovani, chi cerca in spirito di verità, chi studia e lavora sul serio,
deciso a non riecheggiare passivamente l’ultima parola d’ordine, a non piegarsi alla moda imperante, a resistere a viso aperto alle astuzie dell’egoismo individuale o di clan e ad ogni forma di sopraffazione. Ed è una grazia se uomini di tal genere siano tra gli insegnanti di qualsiasi disciplina, tra
coloro che vivono con i giovani e per i giovani. Chi, tra ostacoli di ogni genere, onora l’umanità
ch’è in sé e negli altri nell’atto d’insegnare e di educare coloro il cui sviluppo perfettivo gli è stato
affidato per quel che gli compete, va annoverato tra i veri servitori del bene comune.
Pochi o non pochi che siano, costoro, i non conformisti veramente pensosi di ciò di cui più hanno
bisogno i figli degli uomini, costituiscono la vera forza riparatrice e innovatrice che prepara un avvenire più degno. Essi sanno di dover assai spesso affrontare, per le scelte operate, anche il rischio
della «emarginazione faziosa», ma sanno anche che la civiltà deve tutto agli emarginati di questo
tipo, la cui lista, più lunga e cospicua di quanto si creda, fatta da uomini grandi e meno grandi, può
essere agevolmente compilata da chiunque non sia digiuno di storia civile, politica, culturale. A noi
basti qui ricordare i grandi prototipi: Socrate e Cristo. È essenziale per il destino presente e futuro
dell’umanità che Socrate e Cristo abbiano ancora discepoli.
9 agosto 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. L’invito dantesco. «Insegnati, se puoi, d’esser palese» (Dante, Rime). Una reciproca gaia censura. «Ai galantuomini / non fa paura / una reciproca / gaia censura»
(Giuseppe Giusti). Per darsi l’aria di gente seria. «Cede... / lo scherzo al piagnisteo; / diventa il
malumore / legge di galateo» (G. Giusti). Veduta profetica su questa fin de siècle. «Sarà inutile il
cannone; / morirem d’indigestione, / anzi di nullaggine» (G. Giusti). A chi dice di amare tutti in generale senza amare nessuno in concreto. «Un pensier cosmopolita / ci moltiplica la vita, / e ci slarghi il cranio. / Il cuor nostro accartocciato, / nel sentirsi dilatato, / cesserà di battere» (G. Giusti). Il
nome nudo, senza titoli boriosi. «Fra tanti titoli / nudo il mio nome, / strazia inarmonico / gli orecchi, come / in una musica / solenne e grave / un corno, un òboe / fuori di chiave» (G. Giusti). Bon
ton ed essenza della salottiera intelligencija. «Gergo di stitica / boria decente, / ciarlìo continuo /
che dice niente» (G. Giusti). Epigrafe per il delinquente che ha fatto carriera. «Temuto e celebre /
per fama infame» (G. Giusti).
Oltre il meccanismo psichico c’è la causalità dell’intelligenza e del volere. «Il meccanismo psichico è simile alla crosta terrestre, al di sopra della quale la natura ha costruito il mondo vegetale, animale ed umano. Così sul meccanismo psichico si eleva il mondo dello spirito e della liberà volontà
dell’uomo» (Levi Appulo). La differenza fra gli strateghi da caffè e gli strateghi da tavolino. «Gli
strateghi da caffè semplificano tutto. Gli strateghi da tavolino, invece, immaginano complicazioni
inesistenti e si fanno sfuggire quelle reali» (Levi Appulo).
GRANDEZZA DELLA LEGGE E DELLA VITA MORALE, MISERIA DEL MORALISMO. Il
paternalismo e la paternità; il mammismo castrante e l’autentico senso materno; la demagogia e la
democrazia; la moralità e il moralismo. Fermiamoci un istante sull’ultima contrapposizione. Ciò che
più nuoce alla comprensione e all’adeguato apprezzamento di un valore è la sua contraffazione, cioè
quel particolare disvalore che ne costituisce la controfigura. Allo stesso modo, la forza liberante e
l’intensità umana della legge morale, della viva e concreta moralità, sono assai spesso misconosciute, soprattutto dai giovani, per un disgraziato equivoco: troppo spesso si induce la gente a scambiare la morale con il moralismo. E così sulla morale si fanno cadere le giustificatissime ripugnanze
che il moralismo fa sorgere in chiunque lo guardi un po’ da vicino. In realtà il moralismo è per ogni
autentica coscienza morale un nemico insidioso come e più di ogni aperto immoralismo. Se
l’immoralismo, infatti, nega il valore morale, il moralismo fa di peggio: lo sporca e ne rende irriconoscibili i tratti. Il moralismo produce inoltre in coloro che ne sono affetti due gravissime malattie
dello spirito: l’autocompiacimento e il disprezzo degli altri.
Ha colto con acutezza la miseria del moralismo un osservatore disincantato qual è Roberto Gervaso,
almeno nei migliori dei suoi aforismi raccolti ora nel volume La volpe e l’uva Bompiani). In questi,
per esempio. «Il moralismo è la morale di chi non ne ha alcuna». «Il moralismo è morale andata a
male». «Il moralista non ha principi, ma mire». «Quanti uomini giusti con il cuore di pietra!». «I
nostri moralisti o hanno la barba o la fanno venire». «Il moralista: più la sua predica è falsa, più il
suo pulpito dev’essere elevato». «Il moralista, impegnato a predicare la virtù, difficilmente troverà
il tempo di praticarla». A questo punto, perché non riaprire il Vangelo e gustare la sempre attuale,
fresca, incalzante polemica di Gesù contro i farisei, perfetta incarnazione e archetipo perenne del
moralismo di tutti i tempi?
QUALCHE OSSERVAZIONE DI WITTGENSTEIN SUL PROBLEMA RELIGIOSO. «Il Cristianesimo ci dà una notizia storica. Ma non dice: credi a questa notizia con la fiducia che spetta a qualsiasi notizia storica – bensì: credi, di là da ogni ostacolo, e questo tu lo puoi soltanto come risultato
di una vita. Eccoti una notizia – ma non ti comportare verso di essa come verso un’altra notizia storica! Fa che essa occupi nella tua vita un posto del tutto diverso. – Non c’è nulla di paradossale in
questo» (Pensieri diversi, trad. it. Milano, 1980, p. 59). «Il pensatore religioso onesto è come un funambolo che cammina, si direbbe, quasi soltanto nell’aria. Il suo terreno è il più stretto che si possa
immaginare, eppure rimane possibile camminarvi sopra davvero» (Pensieri diversi, cit., p. 135).
«Per l’uomo quel che è eterno, importante, è spesso coperto da un velo impenetrabile. L’uomo sa
che là sotto c’è qualcosa, ma non lo vede. Il velo riflette la luce del giorno» (Pensieri diversi, cit., p.
147). «La vita può educare a credere in Dio» (ibid., p. 156). «L’inesprimibile (ciò che mi appare
pieno di mistero e che non sono in grado di esprimere) costituisce orse lo sfondo sul quale ciò che
ho potuto esprimere acquista significato» (ibid., p. 40).
17 agosto 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. L’erudito pedante. «Bevi lo scibile / tomo per tomo, / sarai “chiarissimo” / senz’esser uomo» (Giuseppe Giusti). Legge con validità assoluta. «Le teste di legno fan
sempre del chiasso» (G. Giusti). Il diritto a rifiutare le bugie postume delle lapidi. «Non crepa un
asino / che sia padrone / d’andare al diavolo / senza iscrizione» (G. Giusti). L’irresponsabile illusione. «Un popolo pieno / di tante fortune, / può farne di meno del senso comune» (G. Giusti). La
mania di ignorare i nostri sommi pensatori da Anselmo e Tommaso a Vico e Rosmini. «Oimè, Filosofia, come ti muti, / se per viltà rifiuti / de’ padri nostri il senno» (G. Giusti). L’accidioso. «Negli
atti lenti ha scritto: Posa piano; / e spira flemma un miglio di lontano» (G. Giusti). Gli opposti errori e vizi. «... gli eccessi / son ridicoli in se stessi, / anzi si toccano» (G. Giusti). L’eterno gergo.
«Non ti sgomenti quel mar di discorsi, / quel nuvolo di se, di ma, di forse, / quel solito vedremo,
penseremo... / eterno gergo, eterna pantomima / di queste zucche che tu vedi in cima» (G. Giusti).
Dio non si serve in... poltrona. «Vossignoria, se canta o sesta o nona, / canta: Servite Domino in
laetitia;- / e non canta: Servitelo in poltrona.-/ Chi fa da santo con le mani in mano, / Padre, non è
cattolico, è pagano» (G. Giusti). Son cerchi concentrici «Prima, padron di casa in casa mia; / poi
cittadino nella mia città ¸/ italiano in Italia, e così via / discorrendo, uomo nell’umanità: / di questo
passo do vita per vita, / e abbraccio tutti e son cosmopolita» (G. Giusti).
AVERE UN ORIZZONTE. «Chi non ha un orizzonte è un uomo che non vede abbastanza lontano e
perciò sopravvaluta ciò che gli sta più vicino. Avere un orizzonte significa, invece, non essere limitato a ciò che è più vicino, ma saper vedere al di là di questo. Chi ha un orizzonte sa valutare correttamente all’interno di esso il significato di ogni cosa secondo la prossimità e la lontananza, secondo
le dimensioni grandi o piccole» (Hans Georg Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, 1983, p. 353).
Un’aggiunta: bisogna senza sosta cercare un orizzonte sempre più aperto all’Infinito. Più alto il
punto di osservazione, più ampio l’orizzonte che si abbraccia e da cui siamo abbracciati.
SCIOCCHEZZAIO. Pancrazi, Pampaloni, Pasolini, Montale apprezzarono le poesie libere e schiette
di Antonio Barolini, raccolte nei volumi l’Angelo attento e il Meraviglioso giardino. Il Dizionario
della poesia italiana di Maurizio Cucchi ignora, invece, Barolini. In compenso accoglie la voce relativa al compilatore stesso del dizionario, Cucchi Maurizio, appunto, e dei suoi versi vanta «la sorprendente efficacia».
LA DEBOLEZZA DELLA NATURA UMANA DI FRONTE AL GRANDE MOLOCH. L’epoca e
i lupi è il titolo delle memorie di Nadezda Mandel’stam (1899-1980), ora stampate da Serra e Riva.
Il titolo più adatto era forse Tempo da lupi. L’autrice non era nata per fare la scrittrice, ma lo divenne per amore: amore del suo popolo in catene e amore per suo marito, Osip Mandel’stam, uno dei
più grandi poeti del XX secolo. Degli ottantuno anni della sua esistenza, Nadezda Mandel’stam ne
ha vissuti diciannove come moglie e quarantadue come vedova del maggiore tra i poeti russi che
osarono rifiutare la menzogna e il conformismo imposti dal sistema comunista. Il gran rifiuto cominciò sin dagli inizi della rivoluzione russa, quando ancora le illusioni avevano l’incanto della speranza. Il comunismo si auto-proclamava «il progresso »e le atrocità del Partito-Stato erano intraviste
solo da pochi come la conseguenza logica del totalitarismo incorporato strutturalmente all’ideologia
marxista-leninista.
Gli illusi furono tanti, ma ancora di più gli ignavi e gli astuti. «Ci avevano inculcato l’idea che eravamo entrati in un’era nuova e che potevamo solo sottometterci a questa necessità storica la quale,
oltre a tutto, coincideva con i sogni degli uomini migliori e di quanti avevano combattuto in nome
della felicità umana». Ecco in poche righe la spiegazione del trionfo del Moloch; che pretendeva la
sottomissione delle anime di coloro che stritolava.
La compagna di Osip Mandel’stam non lasciò solo il poeta, a cui toccò lo stesso calvario di tanti altri, sino alla morte in un lager di Vladivostok nel 1939. Emarginazione, fame, freddo, malattie non
piegarono Nadezda. Il suo incredibile coraggio e l’incredibile pazienza d’imparare a memoria tanti
versi del marito, di ricopiarli, di affidarli a diversi amici, affinché quel patrimonio di bellezza e di
umanità non andasse perduto, non può che commuoverci. Perché non cominciamo ad onorare come
meritano questi martiri moderni della libertà di coscienza? Dice nulla il fatto che la prima edizione
italiana delle memorie della Mandel’stam, apparsa una dozzina d’anni fa, non ebbe lettori nel nostro
Paese?
APOLOGO DEL MIDRASH. Sull’avvenire degli ebrei Mosé interpellò i suoi consiglieri. Jethro
consigliò di lasciar partire tutti; Balaam, invece, raccomandò d’impedire la loro partenza; il terzo,
Giobbe, non disse nulla, perché voleva essere neutrale, avendo scelto di non scegliere. In tal modo il
suo silenzio lo rese colpevole. E la sua colpa sarebbe stata riscattata solo dalla sofferenza.
23 agosto 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Il narcisismo dei giorni nostri. «Narciso è immortale; ma ai giorni
nostri è figura assai diversa da quella tramandataci dal mito. Specchiandosi, egli non può compiacersi della propria bellezza. L’immagine che gli si presenta è disarmonica. Dura, grintosa, inindulgente, aggressiva e piagata di rimorsi; oppure al contrario, malcerta, delusa, insicura, frustrata»
(Geno Pampaloni). Un programma di vita. «Anima mia non più divisa, pensa: / cangiare in inno
l’elegia; rifarsi; / non mancar più» (Eugenio Montale, Riviere, vv. 58-60). La cosiddetta metafisica
pura. «Non ho alcuna simpatia né alcuna considerazione per la cosiddetta metafisica pura, appunto
perché i più grandi metafisici, da Platone a Maritain, non sono stati metafisici puri nel senso deteriore che questa espressione ha assunto. I veri metafisici non si sono chiusi nell’inerte contemplazione di un’idea, non sono divenuti prigionieri della presunzione narcisistica, non hanno mai perduto il gusto della realtà e della vita, non hanno mai mutilato l’esperienza e il concreto a favore del sistema» (Levi Appulo).
Crisi di “valutazioni” e non, come si suol dire, di “valori”. «La crisi intellettuale e spirituale consiste non già in un tramonto dei valori assoluti di verità, di bellezza e di bene, bensì nella desuetudine
all’esatta e concreta valutazione, nel non saper rettamente riconoscere valori e disvalori» (Nicola
Petruzzellis). Educazione e idea dell’uomo. «La nostra opinione sull’educazione dipende dalla nostra opinione sull’uomo, sulla sua natura, sul suo destino, sul suo fine» (Franz De Hovre). Il metodo
che amiamo. «Modellare le operazioni del pensiero costantemente sulla realtà di cui di volta in volta
si tratta» È il giudizio di Charles Péguy sulla filosofia di Henri Bergson, che gli appariva un ritorno
alla realtà di contro agli arbitri della dialettica idealistica e marxista.
CONTRO OGNI COLPEVOLE PARZIALITÀ. Prendo tra le mani le Storie di Polibio. Lo storico
di Megalopoli è uno dei più grandi che l’umanità abbia mai avuto. Inviato a Roma in ostaggio nel
167 a.C., entrò a far parte del «Circolo degli Scipioni», che costituiva la coscienza più matura ed eticamente motivata della vita politica dell’Urbe, ed ebbe come discepolo Scipione Emiliano. Polibio
poté così studiare a Roma nelle sue istituzioni e attraverso la virtus di alcuni tra i suoi cittadini più
illuminati. Nel 147 seguì l’Emiliano nella terza guerra punica e condivise il drammatico travaglio
del generale al quale il Senato aveva ordinato un massacro del tutto superfluo, la distruzione di Cartagine, a cui la sua coscienza politica e morale intimamente ripugnava.
Tra le molte sottolineature del testo di Polibio – oggi si può leggere negli Oscar Mondadori - alcune
mi commuovono: in particolare quelle contro ogni colpevole parzialità da parte dello storico. Chi,
come noi, ha vissuto con profondo disgusto gli anni di brutale predominio e di teorizzazione della
storiografia come arma ideologica, non può che riconoscersi nell’atteggiamento spirituale e
nell’impegno morale dello storico di Megalopoli. Le sue sono affermazioni di principi che devono
permeare di sé ogni scelta metodologica e che onorano non solo chi le ha fatte, ma l’umanità di cui
egli e noi stessi facciamo parte.
«LA VERITÀ È IL MAGGIOR NUME CHE LA NATURA ABBIA DATO AGLI UOMINI» (XIII
5,4), scrive Polibio. E ancora: «Togliere alla storia la verità, che è il valore a cui deve informarsi e
che è la sua forma, è come togliere gli occhi stessi a una creatura vivente» (I, 14,6). Il brano in cui
la mirabile espressione appena citata è inserita va però trascritto per intero tanto è bello e giusto.
«L’uomo dabbene ami pure gli amici e la patria e ne condivida odi e simpatie; ma quando si assume l’abito dello storico, bisogna che si dimentichi di tutte queste cose e spesso dica bene e lodi
sommamente anche i nemici, quando gli avvenimenti lo richiedono, spesso riprendendo e biasimando acerbamente i nostri più intimi, quando la condotta errata del loro agire lo renda necessario. Non si deve, perciò, rifuggire dal rimproverare gli amici, né dal lodare i nemici, né temere di
distribuire biasimi e lodi secondo l’occasione, poiché non è possibile che coloro che si trovano impegnati nell’azione trovino sempre la giusta via, né è verosimile che essi sbaglino continuamente»
(I, 14,4-5,7-8).
Su questo punto che è decisivo a tutti gli effetti, Polibio ritorna con forza: «Molti già per se stessi
sono gli errori in cui cadono gli storici sia per ignoranza, sia per i limiti stessi della natura umana;
se poi deliberatamente scriviamo falsità o per favorire la patria e gli amici, o per far cosa grata a
qualcuno, o in funzione del proprio guadagno, allora non siamo più storici, ma mestieranti che con
tali falsità tolgono ogni autorità ai loro scritti. La colpevole parzialità di costoro è simile a quella
in cui cadono i politici quando nel loro operare si lasciano trascinare dall’odio o dall’interesse di
parte» (XVI, 14,7-9).
La verità è sempre un valore attuale e normativo, non qualcosa di facoltativo. Veritas index sui et
falsi!
30 agosto 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Invocazione lapidaria. «Proteggimi da quello che voglio» (Jenny
Holzer, pittrice americana). Martiri e tiranni. «Non vi sarebbero stati martiri se non vi fossero stati
tiranni» (Cecilia Ferrazzi nell’autobiografia che finì di dettare in carcere il 9 luglio 1664, in S. Giovanni di Bragora, a Venezia). Le cancellature. «Il gusto di un letterato si riconosce dall’importanza
delle sue cancellature» (Max Jacob). L’etica di una civiltà operosa, archetipo dell’Occidente.
«L’amore del bello non ci insegna lo sfarzo, né la cultura ci infiacchisce. La ricchezza è per noi stimolo di attività, non superbia gonfia di chiacchiere. E quanto alle ristrettezze della povertà, non il
confessarle è umiliante, ma piuttosto il non saperle superare lavorando» (Pericle agli ateniesi).
Ritratto di 1, 10, 100 pseudointellettuali. «Ormai siede sul soglio tra i santi simulacri della mondanità cicaliera e vogliosa di happening» (Angelo M. Ripellino). Il primo esempio di intervista. «Chi
ama i paradossi supremi sostiene che il primo esempio di intervista è all’inizio della Bibbia, nel Genesi. Il Signore domanda a Caino: “Dov’è tuo fratello Abele?”. E Caino con la tecnica astuta,
tutt’ora in uso, di replicare a una domanda con un’altra domanda risponde: “Non lo so. Sono forse il
custode di mio fratello?”» (Giulio Nascimbeni). Far esistere, tradurre in azioni i pensieri. «Se una
cassa piena di abiti viene abbandonata per lungo tempo, gli abiti contenuti in essa marciscono. Così
i pensieri nel nostro cuore: se non li metteremo in atto concretamente, nel tempo si deformeranno e
marciranno» (Thomas Merton).
UN’APERTA PROFESSIONE DI INDIFFERENZA E DI CINISMO. Una delle intelligenze più
aperte e più estranee ai giochi di clan, Ernesto Galli della Loggia, ebbe a scrivere non molto tempo
fa che, purtroppo, al di là delle parole magniloquenti, il laicismo si è progressivamente ridotto, e
non solo in Italia, a una mera «ideologia dell’indifferenza». Quanti, laicisti e no, si riconoscono nella «ideologia dell’indifferenza» sappiamo che il loro atteggiamento pratico e il loro intimo sentire
sono stati espressi con inarrivabile cinismo da un abitante della Pompei romana. Costui incise sul
gradino d’ingresso della casa il suo motto di vita, che suonava così: «A un palmo da questa pietra,
che crepi pure il mondo e chi lo abita». Ma può crollare il mondo senza non rovinarci addosso? È
sempre illusorio credere di poter separare il proprio destino da quello degli altri. L’autore di quella
epigrafe infame la lava del Vesuvio l’accomunò agli uomini che gli stavano attorno, da cui egli avrebbe voluto tenersi il più lontano possibile. Le sfide della natura, prima ancora di quelle della sto-
ria, sono lì a provarci quanto sian inani e infondati, completamente fuori dalla realtà, i calcoli meschini di chi non vuol riconoscere che gli «altri» sono suoi «simili», tutti partecipi in modi diversi di
una stessa sorte.
CHI NON SARÀ MAI VERO AMICO. «Io ritengo che vero amico non sarà mai considerato da
quanti pensano con rettitudine chi abbia paura di parlare liberamente, né buon cittadino chi tralasci
la verità perché potrebbe offendere alcuni personaggi del suo tempo, né storico degno di fede chi
subordini la verità a qualche altro interesse» (Polibio, Storie, XXXVIII 4, 3-5).
LE MOLTEPLICI DIMENSIONI DEL SILENZIO. «C’è il silenzio d’un grande odio, / il silenzio
d’un grande amore, / il silenzio d’una profonda pace dell’anima, / il silenzio d’un’amicizia avvelenata, / c’è il silenzio di una crisi spirituale, / attraverso la quale l’anima, sottilmente tormentata, /
giunge con visioni ineffabili, / in un regno di vita più alta, / e il silenzio degli Dei che si capiscono
senza linguaggio. / C’è il silenzio della sconfitta, / c’è il silenzio di coloro che sono ingiustamente
puniti; / e il silenzio del morente, la cui mano / stringe subitamente la vostra. / C’è il silenzio tra padre e figlio, / quando il padre non sa spiegare la sua vita, / sebbene in tal modo non trovi giustizia. /
C’è il silenzio che interviene fra il marito e la moglie, / c’è il silenzio dei falliti; / e il vasto silenzio
che copre / le nazioni disfatte e i condottieri vinti. / C’è il silenzio di Lincoln, / che pensa alla povertà della sua giovinezza. / E il silenzio di Napoleone / dopo Waterloo. / E il silenzio di Giovanna
d’Arco / che dice tra le fiamme: “Gesù benedetto”, / rivelando in due parole ogni dolore, ogni speranza. / E c’è il silenzio dei vecchi, / troppo carichi di saggezza perché la lingua possa esprimerla /
in parole intelligibili a coloro che non hanno vissuto / la grande parabola della vita. / E c’è il silenzio dei morti. / Se noi che siamo vivi non sappiamo parlare / di profonde esperienze, / perché vi stupite che i morti / non vi parlino della morte? / Il loro silenzio avrà spiegazione / quando li avremo
raggiunti» (Edgar Lee Masters).
13 settembre 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. L’unico modo serio di far filosofia. «Il filosofo non deve presupporre nulla. Deve dire semplicemente: andiamo a vedere come stanno le cose» (Sofia Vanni Rovighi, spentasi l’11 giugno ‘90). Il non ascolto e l’alluvione delle chiacchiere. «Sordomuti dentro e
fuori nel tempo in cui ascoltiamo, diciamo mediamente ogni giorno centomila parole» (Sergio Zavoli, Zeta come Zavoli, Mondadori, 1990). L’ancoraggio etico. «Non è soltanto questione di essere
culturalmente pronti a ciò che cambia, ma anche eticamente capaci di adeguare le scelte ai principi»
(Sergio Zavoli). Dopo Auschwitz. «Qualcuno si è chiesto se, dopo Auschwitz, è ancora possibile
credere in Dio. Io mi chiedo se è ancora possibile credere nell’uomo. Eppure, nell’uomo è necessario credere. Altrimenti non ci sarebbe più vita, non ci sarebbe più speranza né futuro» (Giovanni
Cristini).
La virilità cristiana. «L’ideale della virilità cristiana armonizza il rigore della logica con la coscienza del mistero, la chiarezza dell’intelligenza con la fermezza della volontà, la mitezza del cuore con
la serietà della giustizia. Quell’ideale è la vera scuola del carattere alla quale si formarono martiri ed
eroi» (Nicola Petruzzellis). Nulla può esservi di assoluto se non in rapporto all’Assoluto.
«L’esigenza dei valori di verità, di bellezza, di bontà è un’esigenza di assoluto e l’assoluto non può
risolversi nello spirito umano, relativo, contingente, finito. I valori sussistono nell’Assoluto, nel
quale trovano la loro radice e la loro suprema armonia» (Nicola Petruzzellis).
STRINDBERG, OSSIA LA VOGLIA DI DARSI IN PASTO AL PUBBLICO. In un’epoca in cui il
culto del dubbio scettico si mescola di continuo all’affermazione apodittica, la regola del «gioco»
tra gli iniziati è: opporsi a quello che perentoriamente si è pur asserito e accanirsi a difendere ciò
che un momento dopo sarà rigettato. Avendo rinunciato alla «verità» e alla fatica di cercarla, non
rimane che puntare sulla cosiddetta «sincerità». Anzi, a livello di mentalità corrente e nel linguaggio
comune, vi è scambio continuo di un termine con l’altro. Occorre, invece, distinguere «verità» e
«sincerità». La veridicità di colui che si scopre e non si cela non dice un bel nulla sul valore di verità delle sue affermazioni e delle sue tesi. Lo ha ribadito con chiarezza Karl Jaspers, indagando sulla
personalità e la psicosi del celebre drammaturgo svedese Johan August Strindberg, in Genio e follia
(trad. it. Rusconi, 1990).
«Il gusto di Strindberg per la confessione – annota Jaspers – può sembrare una delle sue doti più
grandi. Il drammaturgo espone di continuo la sua vita davanti al pubblico con una franchezza brutale, senza alcun riguardo né per sé né per gli altri. È capace di indiscrezioni inaudite e di una incredibile mancanza di tatto. Questa sincerità scaturisce dalla foga momentanea. Strindberg non si
cela, ma è subito pago di ciò che dice, prende per verità le sue affermazioni, purché siano brillanti
e persuasive. Non sente nessun bisogno profondo dell’autoanalisi incondizionata e infinita,
dell’illimitata chiarezza di sé. In questo è superficiale in confronto a Nietzsche o Kierkegaard. Comunica con veemenza i suoi giudizi del momento, ma non indaga, non approfondisce, né si mette
mai seriamente in questione. La sua è una veridicità che frantuma la verità; non amore spirituale
della verità».
Strindberg desiderava darsi in pasto al pubblico e sta proprio in questo il limite penoso della sua
personalità umana e artistica. Egli non conobbe quei sentimenti chiamati tatto, riservatezza, comprensione, riguardo e giunse anzi a toccare alti livelli d’impudenza. È stupefacente, ad esempio, che
a distanza di appena dieci anni volesse pubblicare la corrispondenza con la moglie, esponendo agli
occhi di tutti la sua vita intima e quella di molte altre persone. Gli editori si rifiutarono.
IL RUOLO DELLE CHIESE CRISTIANE NEL POST-COMUNISMO. È ormai giudizio comune
che la resistenza al duro, brutale totalitarismo rosso ha avuto il suo epicentro nella coscienza religiosa, pur saldandosi ad altri significativi apporti. I perseguitati hanno vinto, sebbene non ancora
ovunque. Ma come gestiranno la difficilissima transizione dal collasso del comunismo a qualcosa
d’altro e di opposto a quel sistema? Al di là delle scelte dei singoli cristiani, le Chiese cristiane in
quanto tali quale ruolo, coerente alla loro natura, possono e debbono svolgere nei Paesi che affrontano le sfide del post-comunismo?
«La Chiesa non ha altro da offrire alla società se non Cristo», ha risposto il pensatore russo Sergej
Averincev, di cui il Mulino ha pubblicato in italiano L’anima e lo specchio. «È essenziale che la fede non sia intesa come un mezzo per realizzare progetti di salvezza dell’una o dell’altra nazionalità, o progetti di civilizzazione mondiale e così via. “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia
e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33). La fede può salvare noi e il nostro mondo solo se si tratta di fede autentica e non di una sorgente incognita di energia al servizio
dell’ennesimo progetto utopico».
20 settembre 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Il problema del “come”. «È sempre il come l’aspetto più difficile
da definire; la mediazione culturale tra il principio e la sua applicazione pratica rimane la perenne
fatica di una politica che sia onesta» (Corrado Belci). I limiti negativi della psicologia collettiva.
«La psicologia collettiva reagisce agli effetti e non va a cercare le cause» (C. Belci). Due le cose indispensabili e non una. «Abbiamo altrettanto bisogno di ragioni per vivere che di mezzi per vivere»
(Abbé Pierre). Contemplazione e azione. «Quanto più l’anima riceve nel silenzio, tanto più dona
nell’azione» (Ernest Hello). Ciò che compromette la capacità di giudizio. «Vi sono tre cose che più
delle altre compromettono anche negli uomini prudenti la capacità di giudizio: l’amore per i doni, i
favoritismi personali e la credulità» (Giovanni di Salisbury, Policraticus, trad. it. Jaca Book). La
pretesa dei totalitari e la domanda del poeta. «Con un così grande numero di delitti / devono disputarsi il dominio del mondo?» (Lucano, Farsaglia II, 60-61). La nemesi immanente ai sistemi che
opprimono i popoli. «Più si sparge il terrore più si deve temere: questa sorte / meritano i tiranni. /
Essi usano mezzi che poi si volgono contro di loro» (Claudiano, Panegirico del IV consolato di Onorio, 290-1, 294). La correlazione tra corruzione del popolo e potere corrotto. «Sono i peccati del
popolo a rendere possibile il regno degli ipocriti» (Giobbe 34,30). Definizione drastica. «Le ricchezze sono spine» (Matteo 13,22).
CHI SONO I MISTICI? «I viaggi sulla luna non provano forse in modo strabiliante che la scienza
è incommensurabilmente migliore dei suoi predecessori e delle forme di vita alternative?
Nient’affatto! Migliaia di schiavi scientifici lavorano ad un solo scopo: rendere possibile ad altri
due uomini di eseguire per alcuni minuti dei salti impacciati in un luogo che nessun essere ragionevole vorrebbe frequentare. Facciamo un confronto con le esperienze dei mistici! Completamente
soli, senza alcun aiuto, ordinano alla loro anima di lasciare il corpo e la guidano al di là del mondo materiale, a percepire Dio in tutto il suo splendore. Questa è un’esperienza al cui confronto il
triste circo della luna non è che una ridicola farsa che, in un mondo sicuramente altrettanto ridicolo, fa una grande impressione».
Il giudizio che ho voluto qui riportare è di uno dei più famosi epistemologi del nostro tempo, Paul
K. Feyerbend. Certo, ancor oggi, c’è chi continua a ripetere che i mistici sono le vittime di figure
paterne oppressive e che il misticismo non è altro che una malattia. Sono gli psicanalisti ortodossi e
i loro ripetitori. Quando si attinge un piano alto dell’esperienza umana, la psicanalisi ha il fiato corto e la pseudo-spiegazione è sempre la stessa, formulata con ossessiva monotonia. Ciò che segna un
«vertice» è, infatti, per i nipotini di Freud, immancabilmente «regressione» all’infanzia, ai piaceri
della nutrizione infantile, all’onnipotenza infantile, della dipendenza infantile da figure oppressive e
così via. Invece di fornire formule-passepartout, perché i freudiani non prendono atto della impossibilità del loro metodo ad impostare correttamente problemi che sono fuori della sua portata? Da
quando Bergson ha mostrato, nella mirabile opera Le due sorgenti della morale e della religione, il
ruolo che i grandi mistici hanno in ogni civiltà nello sviluppo della coscienza umana – da veri «eroi
mondiali», ben più duraturi, nella efficacia del loro operare ed ispirare, che non gli «eroi mondiali»
Alessandro e Napoleone celebrati da Hegel – è per lo meno azzardato liquidare una realtà storica e
un archetipo perenne, come il misticismo, con meschini giochetti di parole. Huxley protestava: «I
mistici sono i canali per cui un po’ di conoscenza della realtà filtra entro il nostro universo umano
d’ignoranza e di illusione. Un mondo totalmente antimistico sarebbe un mondo totalmente cieco e
insano».
TUTTA LA MAGNIFICENZA... «Tutta la magnificenza / delle trombe è appena un balbettio /
d’erbe dinanzi a Te. / Tutta la magnificenza / delle tempeste è appena un cinguettio / di uccelli dinanzi a Te. / Tutta la magnificenza / delle ali è appena un tremito / di palpebre dinanzi a Te» (Marina Cvetaeva – Da Poesia russa del Novecento, Guanda).
BRICIOLE DI POESIA CONTEMPORANEA. Paesaggio pugliese. «Improvvisamente vidi mescolare / il bianco delle case, il verde degli ulivi, / il celeste del mare / con il grigio di trulli e di pareti».
I sogni del furbo. «Anch’io mi feci furbo / nel mio luogo preferito / mi nascosi dietro un dito». Questo e non altro. «Un grumo di amarezze gorgoglianti / si sciolgono in una suprema voglia di vita /
che mi porti / all’inizio di un’estate / carica di frutti carnosi: / cogliere la ciliegia con la bocca / addentare la pesca matura / sbucciare il fico colto ora dall’albero... / Questo e non altro chiedo alla
mia estate». I versi sono di Carlo Francavilla, poeta pugliese e son tratti dal volume Questo e non
altro, Editrice Levante, Bari.
27 settembre 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. La fede cristiana è incarnazione e non fuga. «La fede cristiana
non è una sorta di rassegnazione della ragione di fronte ai limiti della nostra conoscenza. Non è un
cedimento all’irrazionale di fronte ai pericoli di una ragione meramente strumentale... Non è espressione di stanchezza, non è fuga, ma coraggio per l’essere e movimento di apertura verso la grandezza e l’ampiezza della realtà» (Joseph Ratzinger). Dinanzi alla profanazione dei cimiteri ebraici. «Il
pensiero che ci sia anche un solo essere umano che non ne abbia avuto abbastanza, cui i mucchi di
cadaveri non siano sembrati abbastanza alti, ci riempie di orrore e di dolore. Se basta un solo atto
sublime di carità per esaltarci, dobbiamo avere il coraggio di dire che non basta un solo atto di abiezione per metterci in stato di allarme» (Norberto Bobbio).
Il cancro della sinistra. «La sinistra è sempre vissuta dentro il modello dello Stato leviatano di
Hobbes. Un leviatano intenzionalmente democratico, ma sempre totalizzante nella pretesa di assorbire in sé tutta la società. Io credo invece che se un potere è totale non sarà mai buono» (Giacomo
Marramao). Meglio lo stadio che il salotto. «Il salotto è per i pochi felici, the happy few, per quei
selezionati che credono di essere il meglio. Il salotto si basa sulla esclusività. Il calcio è l’esatto
contrario. Chi va allo stadio può dire: - Eravamo centomila!» (Roberto D’Agostino).
Il fondamento morale non è la chiacchiera ideologica. «La moralità, l’imperativo etico non si possono definire ideologia: si tratta di premesse, senza le quali qualunque pensiero ed azione dell’uomo
si trasformano inevitabilmente in interessi egoistici e in ideologie dell’odio» (Vàclav Havel).
LA NARRATIVA E IL FILM. Il cinema ci riprova di continuo: si misura con i grandi libri
dell’umanità, traducendoli in film. E l’esito è, al 99%, insoddisfacente. Per accontentarsi di una
qualsiasi versione cinematografica dei Promessi Sposi, dei Fratelli Karamazov o del Dottor Zivago
bisogna proprio che lo spettatore non abbia mai letto o che non ami quei libri. In altri casi, per autori che sono a notevole distanza da Manzoni, Dostoevskij e Pasternàk, le cose vanno spesso assai
meglio e talora si può onestamente riconoscere che il film è addirittura superiore al libro.
Ho sempre avuto qualche esitazione a esprimere questo mio convincimento, perché i film che mi
piacciono sono pochi e non vorrei essere ingiusto per eccessivo rigore. Ed ecco, nell’ultimo volume
di Ennio Flaiano, Nuove lettere d’amore al cinema (Rizzoli, 1990), leggo che il più acuto e libero
dei nostri critici vedeva anch’egli con sospetto i film tratti dai libri. Le considerazioni di Flaiano su
letteratura e cinematografia sono mirabilmente condensate in un passo. Eccolo: «Il cinema compie
nei confronti della letteratura narrativa le stesse funzioni di quell’uccello tropicale che vive facendo lo stuzzicadenti del coccodrillo: cioè utilizza i residui, e compie, allo stesso tempo, una delicata
opera di bonifica. Diamo infatti un buon romanzo all’obiettivo e ne verrà invariabilmente un film
insufficiente; al contrario, una tesi debole, uno spunto mal seguito si tramutano nello schermo in
storie piene di fascino; e ciò proprio per quell’arte di cucinare gli avanzi che è prerogativa del cinema».
QUANDO OGNI MOMENTO È UN NUOVO PRINCIPIO. «È facile immaginare un Dio al di sopra del tempo che può percepire tutto il suo continuo fluire in un solo momento... Ma un Dio atemporale non ci è di alcuna utilità, ed un Dio temporale sarebbe preso come noi in quel fluire.
Il Cristianesimo ci mostra un Dio atemporale che entra realmente nel tempo, una unione paradossale realizzata una volta per sempre con l’Incarnazione e continuata ogni giorno nel sacramento della
Chiesa. Ma l’ingresso nel tempo era anche un ingresso in ognuno di noi, che ci permette di vivere in
questa impossibile unione di due esistenze, fosse pure per brevi istanti.
Si tratta di una concezione che dà un significato diverso non solo alla vita, ma ad ogni momento
dell’esperienza della vita. Ogni momento è potenzialmente il punto fermo del mondo che ruota, la
percezione di un presente reale e di una presenza reale nel tempo e nello spazio, costituita da noi
stessi ma che insieme annulla tutto ciò che comunemente chiamiamo noi stessi.
Solo un santo può rendere continui o almeno frequenti i momenti in cui si ha una percezione di questo tipo. La maggior parte di noi vive momenti di consapevolezza più alta di quella ordinaria, ma
non sa qual è il loro reale significato e la coscienza di quei momenti giunge solo in un secondo
momento, a distanza, un istante dopo o dopo molti anni. La realtà di tali momenti, “l’accenno mezzo indovinato, il dono mezzo capito, è la Incarnazione”» (Northrop Frye, T.S. Eliot, Il Mulino,
1990, pp. 92-93).
4 ottobre 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Sapienza senza illusioni. «Il riconoscimento della presenza divina
nel mondo è degli atti spirituali il più importante: su di esso si fonda il riconoscimento di sé. Il suo
prodotto è la santità, o la vita modellata su qualcosa che è al di sopra della vita umana. Questa santità è l’unica forma di sapienza che non si basa in ultima analisi sull’illusione» (Northrop Frye, T.S.
Eliot, Il Mulino, 1990, p. 93). Fuor di retorica, quale fu la ricompensa di Enea? «La sua ricompensa fu poco più che un’angusta testa di ponte e un matrimonio politico nella stanca maturità» (Thomas Eliot, Che cos’è un classico, in Opere, Milano, Bompiani, 1986, p. 967). Shakespeare, un Dante con materiali più scadenti. «Dante, con una grande filosofia della vita, ha fatto grande poesia; e
Shakespeare ha fatto della poesia ugualmente grande con una filosofia della vita inferiore e confusa» (Thomas S. Eliot). Opinioni e principi. «Un uomo intellettualmente onesto cambia le proprie
opinioni, non i propri principi» (William Blake). Il peso degli altri. «Colui che si addossa anche il
peso dei fratelli nutre lo spirito della propria terra» (Nis Petersen). Perché non scrivi? «Horace
Walpole scrive a un amico: almeno / scrivi e dimmi che non hai niente da scrivermi» (Philip Whalen, Io ritorno a San Francisco). Alla sposa nel giorno delle nozze. «Acquista in questo giorno perfezione, e titolo di donna – To day put on perfection, and a womans name» (John Donne, Epitalamonio a Lincoln’s Inn). Muovere incontro alla Verità. «Starsene / appartato, nel cammino, a cercare
il giusto, non è errare; / mentre il dormire o il precipitarsi all’impazzata lo è» (John Donne, Satira
III).
IL PERICOLO INCOMBENTE: CHE LA «DEMOCRAZIA» DEGENERANDO, SI FACCIA
SEMPRE PIÙ «REGIME». In Italia la crescente corruzione e l’esclusivismo partito-cratico (e,
all’interno dei partiti, l’esplosione degli egoismi e degli odi dei vari clan) sta ogni giorno di più rendendo confuso e non visibile un confine che, invece, doveva essere nettissimo: il confine fra democrazia e regime. Il sistema politico è tale da rendere sempre più difficile il ricambio della classe dirigente e senza ricambio c’è sclerosi, crescente separazione dalle forza nuove del Paese, occupazione e gestione del potere, ma non inventiva e coraggio nell’affrontarne i reali problemi. E si prospetta per le democrazie la morte per entropia, per il progressivo spegnersi delle energie vitali.
Trovo un’accorata, significativa denuncia di questo malessere della Democrazia italiana in
un’intervista dello storico Paolo Prodi. «Nel sistema politico italiano – dichiara l’illustre studioso
del nostro Seicento – l’espressione dal basso della società non arriva più ai vertici, perché i canali
sono intasati e il potere tende in primo luogo a controllare il consenso. È un processo di deterioramento della nostra democrazia di cui vedo molti sintomi. Non c’è ricambio del sistema, se non endogamico. Basta pensare al personale che il mondo cattolico fornì alla Democrazia cristiana nel ‘45:
De Gasperi, Dossetti, Lazzati, Moro. In certa misura fu così anche per gli altri partiti, in cui affluivano le energie più vive della società. Questo rapporto ora si è rovesciato: il sistema politico si autoalimenta. Esauriti i portaborse, restano i parenti, che è un po’ l’ultimo termine antropologico del regime.
L’altro fattore degenerativo è la corruzione. Persino per essere eletti in un Consiglio comunale, bisogna spendere una fortuna. C’è poi la lottizzazione e non solo delle poltrone, ma delle persone.
Certo, le tessere sono molte e si può votare come si vuole, ma un professionista onesto, un cittadino
capace di dare un proprio contributo al bene comune da un posto di responsabilità politica o in
campo amministrativo oggi rischia di avere lo stesso problema che sotto il fascismo» (L’intervista è
apparsa su Il Sabato del 15 settembre 1990).
IN COMPAGNIA DI POLIBIO. Lungimiranza d’obbligo. «Coloro che vogliono governare ben bisogna che guardino non solo al presente, ma molto di più al futuro» (Storie I 72,7). Quo modo res
fiat. «Desidero che tutti conoscano non solo il fatto, ma anche come avvenne» (V 21,6). Le sventure
proprie e quelle degli altri. «Due sono i mezzi a disposizione degli uomini per disporsi al meglio: il
primo attraverso le personali sventure; il secondo, attraverso le sventure degli altri. Il primo è molto
efficace, ma il secondo comporta rischi assai minori. Ma si deve volontariamente preferire il primo
mezzo, perché ci dà modo di correggerci solo a prezzo di grandi pericoli. Bisogna, invece, cercare
sempre il secondo, perché con esso possiamo trovare il meglio senza danno» (I 35, 7-8). Distinguere le cause e gli inizi. «Gli inizi di ogni cosa sono i primi tentativi e i primi fatti di un’azione già decisa. Le cause, invece, sono le premesse logiche delle decisioni prese, cioè i progetti, le disposizioni
d’animo, i calcoli relativi ad esse e quei fattori per i quali siamo indotti a prendere una decisione e
ad attuarla» (III 6,7).
12 ottobre 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Denominare non è conoscere. «C’è un genere medico, la medicina
della mente, dove ogni volta che si trova un nome, si pensa di aver conosciuto una malattia» (Immanuel Kant). Genio e malattia. «Lo spirito creativo di un artista condizionato dall’evolversi di una
malattia può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dal difetto della conchiglia. Ma nessuno pensa al difetto della conchiglia quando se ne ammira la perla» (Karl Jaspers, Genio e folli, Rusconi, 1990). L’altro significato del termine “patologia”. «Là dove coesistono
l’esplosione della malattia e il lavoro creativo dell’artista il significato del termine “patologia” non è
più quello corrente, bensì quest’altro: un patire (pathos) che si fa discorso, parola, espressione (loghìa)» (Levi Appulo).
Quando le ricerche scientifiche diventano ricerche filosofiche. «Il campo della filosofia non è quello ben determinato di una scienza, ma le ricerche scientifiche diventano filosofiche quando si sospingono coscientemente fino ai limiti ed alle origini della nostra esistenza» (Karl Jaspers). A che
cosa tendere nella ricerca. «Il fine da proporsi non consiste in conoscenze definitive che d’un colpo
solo “svelano il trucco”, ma semplicemente in una conoscenza che ci permetta di giungere nel punto
da cui è possibile percepire i veri enigmi e prenderne coscienza» (Karl Jaspers). Critica e fissazione.
«Quando la critica abdica, l’interesse si fa fissazione» (Karl Jaspers). L’impulso e la riflessione.
«L’impulso è centrifugo, la riflessione è centripeta. Ma il potenziamento dello stesso impulso e la
sua piena umanizzazione dipende in primo luogo dallo sviluppo della coscienza riflessa» (Levi Appulo).
L’ULTIMO MESSORI, OSSIA IL «SURPLUS» POLEMICO E APOLOGETICO. A Vittorio Messori si devono quattro libri coraggiosi pensati seriamente e su argomenti di fondo, quelli accantonati
o irrisi dal laicismo più accanito e intollerante. Mi riferisco a Ipotesi su Gesù (oltre un milione di
copie vendute in Italia, una ventina di traduzioni nel mondo), Scommessa sulla morte, Rapporto sulla fede, Inchiesta sul cristianesimo.
L’ultimo Messori, dalle colonne di Avvenire, ha imboccato però un’altra via attraverso la rubrica
«Vivaio»; una via consona al suo temperamento, ma che non è forse la più idonea a far grandeggiare quei valori e quelle verità che pure gli stanno a cuore. Il 12 giugno del 1989 mi permisi di esprimere direttamente all’interessato, che mi onora della sua amicizia, le mie preoccupazioni. «I veri
amici – gli dicevo testualmente – preferiscono essere una spina nel fianco, piuttosto che l’eco passiva di elogi per certi versi scontati e per altri versi fuorvianti. Il “Vivaio”, passando da uno a tre interventi settimanali, si è terribilmente impoverito. Perché discorrere di qualsiasi cosa e non delle sole cose essenziali? Da studioso appassionato di Agostino so che le pagine caduche di quel genio incomparabile sono quelle in cui c’è un “surplus polemico e apologetico”. Ogni maggiorazione infatti
è una forzatura e, dunque, in qualche modo una non verità».
Poi c’è stato lo scivolone del 30 agosto 1990 al Meeting di Rimini. Messori, travolto dal suo stesso
pathos accusatorio, perde il senso delle proporzioni e ripete, consentendovi, la frase disgraziata suggeritagli da chi gli sedeva a fianco: «Per i cosiddetti padri della patria la città più giusta sarebbe Norimberga». E Norimberga, com’è noto, è la città in cui furono processati i criminali nazisti.
SAGGEZZA DI POLIBIO. Mentre leggo le Storie di Polibio sono spesso afferrato dalla evidenza di
una verità o dall’altra, così come balza dalle pagine del grande storico greco. Hai appena finito di
imprecare contro il dilettantismo e l’assenza di preparazione culturale di tanta parte dei politici, ed
ecco Polibio dare forma e rigore ai tuoi pensieri. «Quale sollievo può arrecare agli ammalati – si
chiede quel saggio – un medico che ignora le cause delle varie condizioni dei corpi? E di quale utilità è l’uomo politico che non sia capace di stabilire come e perché e da che cosa un evento abbia
avuto origine? Ora come quel medico non potrà mai prescrivere le cure opportune per un ammalato, così l’uomo politico impreparato a cogliere le circostanze non sarà in grado di provvedere ad
esse secondo quel che è opportuno, mancandogli le conoscenze necessarie» (III 7, 5-6)
Polibio ci ricorda una distinzione, che diventa anche criterio di giudizio e di comportamento. «Due
sono le specie di falsità – annota il nostro – l’una deriva da ignoranza, l’altra da un proposito deliberato. Bisogna concedere perdono a quanti deviano dalla verità per ignoranza, ma quelli che lo
fanno di proposito devono essere tenuti lontano da noi» (XII 12,4).
La malafede, una volta che sia provata, deve infatti produrre in noi ripugnanza, se abbiamo veramente preso la decisione di vivere senza menzogna. Né il giudizio morale si attenua quando la malafede nasce da faziosità ideologica.
18 ottobre 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Il comune spettatore cinematografico. «Il mite personaggio moderno che chiede di essere ingannato al buio» (Ennio Flaiano, Nuove lettere d’amore al cinema,
Rizzoli, 1990). Succede di frequente. «Alcuni dissimulano la denigrazione sotto forma di diagnosi»
(Levi Appulo). Che cosa sta alla radice della responsabilità. «Alla radice della responsabilità sta
un’intuizione semplicissima, che esprimerò con le parole di Dostoevskij. “Ogni uomo è uomo e si
chiama mio fratello”. Farsi carico delle sofferenze e delle speranze dei nostri simili non è qualcosa
di facoltativo: è sostanza e misura della nostra stessa umanità» (Levi Appulo).
Non permettere che nei riti usuali scompaia l’io interrogante. «Potrei, dopo il tè e le paste e i gelati,
/ aver la forza di forzare il momento alla sua crisi? – Should I, after tea and cakes and ices, / have
the strenght to force the moment to its crisis?» (Thomas S. Eliot, Prufrok). Memoria e liberazione.
«A questo serve la memoria: / a liberarci. Non meno amore, ma un’espansione / dell’amore al di là
del desiderio, e così liberazione / dal futuro come del passato – This is the use of memory: / for liberation. Not less of Love but expanding / of love beyond desire, and so liberation 7 from the future as
well as the past» (Thomas S. Eliot, Quattro quartetti). La scomparsa del senso del peccato. «È molto più difficile confessarsi di un peccato in cui nessuno crede che di un delitto universalmente considerato tale – It’s harder to confess the sin that non one believes / than the crime that everyone can
appreciate» (Thomas S. Eliot, Il vecchio statista).
PIÙ CHE LA MEMORIA, LA RIFLESSIONE. «Noi abbiamo veramente vissuto solo fino a diciotto anni, perché dopo siamo stati presi dall’ambizione della vita, abbiamo solo badato a lavorare,
cioè non abbiamo avuto più nessuna esperienza reale da raccontare». In queste parole di Pavese –
che, purtroppo, fotografano il destino di molti – è racchiusa la ragion d’essere di ogni poetica
dell’infanzia e del continuo muovere alla ricerca dei ricordi di quella età.
Tuttavia questo elevare l’infanzia a mito e la memoria di essa a unica o principale sorgente della
creazione artistica mi pare un’arbitraria limitazione ed insieme un compito ineseguibile. Ricostruire
a distanza è credere di ricordare, non certo ricordare; è inevitabilmente guardare con gli occhi
dell’oggi e con i sentimenti del qui ed ora quello che allora fu visto con altri occhi e vissuto con latri
sentimenti. In realtà noi possiamo parlare solo delle cose che la riflessione sottrae agli abissi delle
cose vissute. La memoria le fa riaffiorare, consciamente o inconsciamente, ma è solo la riflessione
che le fa nostre.
IL «PELLEGRINO CHERUBICO» DI ANGELUS SILESIUS. Joahannes Scheffles era il suo vero
nome. Volle chiamarsi Angelus a ventinove anni, quando passò dal luteranesimo al cattolicesimo.
Ad Angelus aggiunse l’appellativo Silesius, cioè «della Slesia», per indicare la sua patria. Poeta e
mistico, pubblicò nel 1657 il suo capolavoro, Il pellegrino cherubico, ora finalmente in edizione italiana (Ed. Paoline, 1990). Eccone alcuni distici. Al di sopra dello splendore delle stelle. «Non giova
che le stelle del mattino lodino il Signore, / se al di sopra di loro non mi sollevo in lui!» (I, 282). Si
diventa ciò che si ama. «Uomo, in quel che ami sarai trasformato: / Dio diventi se Dio ami, e terra
se terra ami» (V, 200). Non abbracciare la nebbia. «Com’è stolto l’uomo che abbraccia la nebbia! /
Come stolto sei tu se di vano onore t’allieti» (VI, 22).
PERCHÉ L’UOMO RIDE? - Nel 1916 Henri Bergson, uno dei geni filosofici autentici, pubblicò Il
riso, un saggio sul significato del comico. Sigmund Freud ne rimase affascinato e giudicò quel saggio – riedito di recente in traduzione italiana – «uno stimolo per noi a cercare di comprendere la
comicità nella sua psicogenesi». Nacque così Il motto di spirito, in cui Freud richiama esplicitamente e ripetutamente lo scritto di Bergson. Da allora di tempo ne è passato e dopo l’Homo ludens di
Huizinga la riflessione sul riso s’è andata articolando su piani diversi. Gli interrogativi di fondo, però, rimangono gli stessi. Il riso, nella varietà delle sue manifestazioni, quando è liberante e quando
non lo è per nulla? Quando serve ricondurre eventi e rapporti all’umano e quando, invece, sta solo
ad attestare una vera e propria anestesia del cuore, un decadimento, magari in forme di estrema raffinatezza, verso il disprezzo degli altri? Perché mai il posto dell’irrisione, del comico, del carnevalesco diventa nel Novecento sempre più grande? Qualcuno ha osservato che il nostro tempo, elevando a forma primaria di ispirazione il comico, cerca un alibi e un’uscita di sicurezza, per così dire
trasversale, per rimuovere la sua fondamentale insicurezza. Il significato del comico potrebbe essere
anche questo, oggi.
25 ottobre 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. «L’Osservatore Romano» giudica il nostro risorgimento. «Gli eventi dolorosi che per tanti anni turbarono i nostri padri si sono alla fine rivelati benefici, dando una
risposta largamente positiva ai quesiti angosciosi che tra il 1860 e il 1870 si posero acuti alla coscienza cristiana, e non solo in Italia» (in occasione della visita di Papa Montini al Presidente della
Repubblica Giuseppe Saragat, sul colle del Quirinale, il 21 marzo 1966). Ciò che deve ripugnarci.
«Un tipo di compromesso, l’ibrido molliccio del mondo» (Sergio Quinzio). La chiave di lettura.
«Oggi l’unica chiave di lettura possibile dell’esistenza è la fede ebraico-cristiana» (Sergio Quinzio).
Il leader deve meritarsi consensi e collaborazione, ma bisogna che ci sia. «Io credo che sul podio,
in sala operatoria e in redazione, l’ultima parola tocchi a uno solo» (Enzo Biagi).
Le profonde radici. «Se non mi scuoto troppo è perché ho profonde radici» (così ha spiegato la sua
cortesia il Nobel per la letteratura del 1990, Octavio Paz, ai giornalisti che l’avevano bombardato di
flashes e di domande, all’indomani dell’assegnazione del premio). Dalla parola detta alla parola
scritta. «Le conversazioni non si trascrivono si scrivono, cioè si ricreano. Solo così sono veraci e
verosimili» (Octavio Paz). Le forme di razionalità, per fortuna, sono diverse. «Si danno forme diverse di razionalità e di razionalismo, e quello che si definisce “irrazionalismo” spesso è la naturale
reazione a un cattivo razionalismo, la rivendicazione di energie umane amputate sul letto di Procuste di una ragione angusta e tiranna, che tale resta anche se si qualifica come dialettica» (Vittorio
Strada).
SGARBI, ASSENTEISMO DI VALORI. «Lo Stato italiano dopo alcuni anni si è accorto che il professor Vittorio Sgarbi, funzionario statale, faceva troppo assenze, ovviamente tutte giustificate, ma
sempre esuberanti rispetto al compito che doveva svolgere. E così Sgarbi potrebbe essere rimosso
dal suo incarico di direttore della Sopraintendenza ai beni artistici e storici del Veneto. In altri tempi
meno disastrati e caotici di questo la notizia non sarebbe apparsa su tutti i giornali, come è invece
accaduto, ma sarebbe stata rubricata sotto l’anodina dicitura di un fatto di ordinaria amministrazione. Ma per Sgarbi la faccenda non poteva passare inosservata per un motivo ovvio.
Sgarbi è un personaggio, una maschera della comicità trita della contemporaneità televisiva, l’unica
che assicuri l’ingresso nell’olimpo degli idoli consumati dalle folle videodipendenti. Non discutiamo la competenza del critico e perito d’arte, che senza dubbio è notevole. Discutiamo l’uomo, o se
si preferisce il personaggio. Vittorio Sgarbi ha cominciato a farsi conoscere attraverso quel tempio
della chiacchiera che si chiama Maurizio Costanzo Show. Si fosse limitato a illustrare i segreti e la
funzione dell’arte, Sgarbi sarebbe rimasto uno studioso serio e basta. Ma Sgarbi ha capito una cosa
essenziale: che soltanto la volgarità squallida dell’eloquio e del comportamento può oggi dare popolarità e cospicui diritti d’autore. Senza ipocrisia, diciamo che Sgarbi è un perfetto esemplare della
società dell’assenteismo dei Valori» (Giuseppe Bonura, Avvenire del 13 ottobre 1990).
TECNICA E CREAZIONE ARTISTICA. Ho letto volentieri alcuni studi sulla «tecnica» compositiva dell’uno o dell’altro poeta o romanziere e spesso mi hanno aiutato ad afferrare meglio il modo
in cui essi lavorano. E tuttavia l’impressione che ne ho ricavato, malgrado lo sfoggio di erudizione e
qualche felice intuizione, è che, alla fin fine, proprio perché la tecnica realizzatrice di un’opera
d’arte diventa momento della stessa creazione artistica, essa rimane, in gran parte il segreto di chi
l’ha inventata. Comunque non serve che una volta sola. Insomma, soprattutto nelle arti non plastiche, l’individuazione di una tecnica non ci dirà mai per quale motivo l’autore che se ne è servito ha
voluto sceglierla a mezzo espressivo del suo sentimento della vita.
Ancora un paio di osservazioni. Se si tratta di un autentico artista, le sue opere saranno inevitabilmente imparentate tra loro, e tuttavia la singolarità di ognuna di esse è lì d attestare che non sono
nate da procedimenti identici. Certamente nulla vieta all’artista stesso di teorizzare la sua arte; ma
egli sarà grande, non grazie alle presunte «leggi» che ha promulgato, bensì nella misura in cui le avrà dimenticate nell’atto di dar vita alla sua opera.
EVIDENZE CHESTERTONIANE. «Niente è per me più disprezzabile del paradosso per il paradosso, l’ingegnosa difesa di ciò che non è difendibile». «Si può parlare di belle malattie soltanto
quando il malato è un altro». «Il pazzo è come il determinista: ha una terribile chiarezza di particolari e vede in ogni cosa un eccesso di causa. Egli non è trattenuto dal senso del ridicolo o dalle mute
certezze dell’esperienza» (Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia, trad. it. Morcelliana, Brescia).
1 novembre 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Un... bagno inevitabile. «Quel bagno di fiele che è la politica»
(François Mauriac). Oltre i dolori del giovane Werther. «Che cosa sono le tristezze dell’amore, in
confronto a quello che può soffrire, nella sua carne e nel suo cuore, un prigioniero calunniato e torturato? La disperazione romantica non mi tocca più. Non mi impietosisco più su Werther, ma
sull’innocente perseguitato» (F. Mauriac). Il peccato mortale del romanticismo. «Assumere la vita
qual è. A questo primo fra tutti i doveri il romantico si sottrae... Egli preferisce ciò che non è a ciò
che è: ecco il peccato mortale del romanticismo» (F. Mauriac). La grande arte postula la domanda
metafisica. «Ogni opera è un tentativo di risposta a “chi siamo, donde veniamo, dove andiamo” che
Gauguin aveva scritto in basso al suo trittico» (F. Mauriac). Ciò che alcuni cristiani hanno disgraziatamente perduto di vista. «Quale mistero! Gli uomini respingono del Vangelo proprio ciò che co-
stituisce la buona novella e che dovrebbe essere il cuore del cuore dell’umana speranza: quel perdono infinitamente rinnovato, quella remissione dei peccati attestata ogni volta che il Cristo vede una
creatura ai suoi piedi: “I tuoi peccati ti sono rimessi”. Donde viene quest’odio per la gioia?» (F.
Mauriac).
Leggere e, soprattutto, rileggere. «Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei... È vero, ma io ti conoscerò
meglio se mi dirai cosa ri-leggi» (F. Mauriac). Tenerezza e rigore. «La difficoltà dell’esser stato allevato nella religione cristiana sta nel fatto che si è ricevuta un’impressione costante della sua dolcezza, che si è quasi familiarizzato con essa come con una mitologia – e che soltanto con l’avanzare
degli anni ne abbiamo scoperto il rigore» (Søren Kierkegaard, Diario). La chiave da cercare. «Ho
cercato di ritrovare la chiave del banchetto antico. La carità è questa chiave» (È un lampo, un grido
di Rimbaud, che dopo aver scritto queste parole, scelse di tacere).
OLTRE IL MITO DELLA RIVOLUZIONE, PER UN’AUTENTICA CULTURA DI PACE. Una
concezione del mondo che esalti il mito della rivoluzione, perché ritiene che la realtà sia strutturalmente fatta solo di lotte e violenza, vedrà una manifestazione di debolezza nella paziente volontà di
far incontrare gli uomini tra loro, sul piano della ragionevolezza, nella coscienza di dover rispondere insieme alle sfide e alle minacce crescenti. Una riflessione sulla pace non può eludere la domanda: perché una tale concezione ha avuto tanto successo?
La prima ragione è la disperazione di chi soffre. La violenza appare a chi non ha più alcuna speranza come l’unico modo per ribaltare una situazione di dominazione e di sfruttamento, che è
anch’essa situazione di violenza. A ciò occorre rispondere che la promozione della pace suppone la
lotta per la giustizia: una lotta giusta deve essere condotta con mezzi e sistemi giusti e pacifici, come lo sono la mobilitazione delle coscienze, l’obiezione di coscienza, lo sciopero della fame, il
prendere la parola e il manifestare pacificamente nonostante i divieti. La lotta non-violenta, alla
Gandhi, richiede però molto coraggio, molta intelligenza e grande forza d’animo.
L’appello a mezzi giusti di lotta si basa, inoltre, su una persuasione che Martin Luther King mise
bene in luce: che occorre fare affidamento anche su quel barlume di coscienza del bene che resta
presente, malgrado tutto, anche nel cuore dell’avversario. È dunque un pregiudizio, che ha fatto
molto male, identificare la volontà di pace della non-violenza con la debolezza. Bisogna ormai riconoscere che il successo incontrato nei Paesi democratici dall’ideologia marxista-leninista presso
numerosi intellettuali e un esercito di professori ha fatto perdere di vista per parecchi decenni la
possibilità stessa di una ricerca approfondita sulla pace, sui suoi fondamenti etici e le sue vie. Né va
taciuto che la dipendenza da Hegel del pensiero marxista su questo punto non poteva certamente essere sanata aprendo porte e finestre, come pure è accaduto negli ultimi anni nella cultura di sinistra,
alle ambigue influenze di Nietzsche.
La seconda ragione non ha neppure l’alibi della disperazione: sta nell’esaltazione estetica della
guerra, crogiolo in cui si forgiano i caratteri superiori. Ma ogni uomo che non sia cieco può documentarsi sugli orrori delle guerre moderne e sul corteo di miserie morali e fisiche che le accompagnano. Il rispetto e l’ammirazione per chi affronta sacrifici di ogni genere per fare ciò che reputa essere il suo «dovere» non ci esime dalla condanna della guerra come strumento di imbarbarimento
della coscienza umana. L’estetismo guerrafondaio – quale che sia lo scopo o il pretesto per celebrare «la bella guerra» - non può che ripugnare a causa della sua atroce irresponsabilità.
La terza ragione è di ordine psicologico. V’è nella psiche umana un potenziale di aggressività. È
vano negarlo, è sciocco demonizzarlo. Occorre invece aiutare gli individui, fin dall’infanzia, a
prendere coscienza della carica aggressiva di cui sono portatori perché – secondo l’insegnamento
della saggezza greca – possano prenderne possesso e orientarla verso ciò che è bello e buono.
L’educazione morale autentica è formazione del carattere, non nirvanica cancellazione del nostro
potenziale di aggressività, ma suo orientamento verso compiti positivi.
8 novembre 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Il principio che sta pacificamente rivoluzionando il mondo.
«Quando sono in gioco questioni di diritti umani decade moralmente il principio della non ingerenza negli affari interni di uno Stato» (Piero Vigorelli). L’aspirazione di chi scrive con sincerità.
«Vorrei riuscire a trasmettere qualcosa dei sentimenti che di volta in volta suscita in me lo spettacolo del mondo: l’ammirazione, la trepidazione, la nostalgia, la pietà» (Carlo Laurenzi, Celeste come
l’inferno, Camunia, 1989). Per evitare la “schizofrenizzazione”. «Il rumore, la quantità, la ripetitività e la contraddittorietà dei messaggi a cui i giovani sono sottoposti può generare in loro un processo di schizofrenizzazione. Ma essi possono trasformare una minaccia di dissoluzione in occasione autoformativa, se sapranno vedere che c’è un prezzo da pagare all’intimità e al silenzio affinché
si resti il più possibile vicini a se stessi in quanto esseri responsabili» (Jean Starobinski, ginevrino di
origine polacca, umanista interdisciplinare).
Quando c’è ideologia in senso proprio. «C’è ideologia quando il sistema dominante considera tutti
gli aspetti dell’esistenza come interdipendenti in modo assoluto e fa riferimento a una sola autorità
responsabile: il Partito con la “p” maiuscola, il solo potere intellettuale e morale incaricato del bene
pubblico. Le ideologie non lasciano mai margini di incertezza e invece la soluzione dei problemi va
cercata con la consapevolezza del limite che ogni soluzione comporta. I compiti anche quando sono
interdipendenti, non devono assorbire l’intero dell’individuo e, d’altra parte, pur essendo parziali,
vanno tutti comunque assolti per il bene comune» (Jean Starobinski).
UNA RISATA... «DEL TUTTO BONARIA» DI LENIN. Un alto esponente della rivoluzione russa,
Anatolij V. Lunacarskij, narra un episodio in cui si rispecchia involontariamente la migliore definizione della politica comunista nei confronti dei «compagni di strada». Dopo la rivoluzione di ottobre Maksim Gor’kij si lamentò con Lenin che la polizia politica avesse compiuto perquisizioni e arresti indiscriminati proprio tra l’intelligencija di Pietrogrado, la più vicina agli ideali della rivoluzione. E per perorare la causa dei perseguitati disse a Lenin: «Sono quelle persone che hanno fatto
dei favori ai suoi compagni e persino a lei personalmente, Vladimir Il’ic, che ci hanno nascosto nei
loro appartamenti quando eravamo ricercati, ecc.». Al che Lenin rispose con un sorrisetto: «Sì, si
tratta di brava gente, di buona gente, ma proprio per questo bisogna perquisire le loro case. Proprio
per questo bisogna arrestarle, anche se a volte a malincuore. Sono bravi e buoni, la loro simpatia è
sempre contro le persecuzioni. E che cosa vedono adesso davanti a sé? I persecutori siamo noi, la
nostra polizia politica, e gli oppressi sono i costituzional-democratici e i socialisti rivoluzionari, che
cercano di sfuggirla. È evidente che il dovere, come intendono loro, prescrive ad essi di diventare
loro alleati contro di noi. E noi dobbiamo catturare e rendere inoffensivi i controrivoluzionari attivi.
Il resto è chiaro».
Lunacarskij conclude: «E Vladimir Il’ic scoppiò allora in una risata del tutto bonaria» (A. Lucanarskij, Sobranie socinenij, vol. IV, Mosca, 1964, pp. 438-39).
EVIDENZE CHESTERTONIANE. «Il linguaggio di tutti i giorni non è soltanto espressivo, ma anche sottile. Spesso un modo di dire penetra negli angoli più riposti del pensiero, dove non può entrare una definizione». «È una ben strana idea quella di rendere più facile il perdono dei peccati dicendo che non esistono peccati da perdonare». «Il mondo moderno è pieno di antiche virtù cristiane che
sembrano impazzite: sono divenute folli perché sono scisse una dall’altra e vagano senza meta».
15 novembre 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Il coraggio per arrivare alla pace. «Come volete che la pace fiorisca tra gli uomini se il coraggio non le prepara prima il cammino?» (Tom Dooley). Chi riuscirà a
diventare coraggioso. «Noi riusciremo ad avere coraggio soltanto quando oseremo compiere sacrifici» (Aleksandr Solzenicyn). La pace è una conquista. «La grazia è il primo dono di Dio, la pace è
l’ultimo» (Tommaso d’Aquino). La cecità criminale. «Attendersi una storia nuova dalla violenza è
come attendersi la salvezza dal nemico mortale» (Theodor W. Adorno). Quando l’uomo si perde
per strada. «Non è cosa assurda o comica la pretesa di dare un senso a tutto, tranne che a se stessi?»
(Søren Kierkegaard, Postilla conclusiva non scientifica, vol.II, Zanichelli, Bologna, 1962, p. 161).
Niente di ciò che è umano può esserci estraneo. «Ci sono ancora uomini al mondo che si sentono
concittadini di tutti gli esseri umani, secondo la nobile tradizione di Marc’Aurelio e di Goethe»
(Simone Weil, Cinque lettere a uno studente, La Locusta, 1990, p. 28). Una sovrabbondanza di
grazia assai frequente in Italia. «C’è una sovrabbondanza di grazia, quando la Provvidenza mette
belle persone tra belle cose» (Simone Weil, op. cit. p.18). Né conflitti immaginari, né sonniferi. «Lo
sforza di rischiaramento, per sgonfiare le cause dei conflitti immaginari, non ha nulla a che vedere
con quello degli addormentatori che tentano di mettere la sordina ai veri conflitti» (Simone Weil,
Oppressione e libertà, Comunità, Milano 1956, p. 184). Non scaldarci al fuoco di speranze illusorie. «Se vogliamo attraversare virilmente la nostra epoca, dovremo astenerci, come l’Aiace di Sofocle, dal riscaldarci al fuoco di speranze illusorie» (Simone Weil, op.cit. p.12).
ANDRÉ GIDE, L’IMMORALISTA, E MADELEINE. Ci vorrebbe un Racine per trasformare in
opera d’arte il destino tragico di Madeleine Gide. Questa donna eccezionale, spiritualmente nella
zona di confine tra protestantesimo e cattolicesimo, risponde all’amore di André Gide e rimane incatenata allo scrittore su cui, d’altra parte, già molti anni prima di sposarlo, aveva detto tutto quello
che, ancora oggi, si può dire di essenziale. «A un certo punto – ella scrive ad André – ho avuto
l’impressione vivissima e tristissima che ognuno di noi avrebbe ormai seguito sentieri separati per
quel che riguarda il fine... Sono rimasta rattristata, spaventata di sentire quanto – più che mai – tu
fossi per te stesso l’unico scopo, l’unica preoccupazione, l’unico amore che ti invade».
Madeleine sposa André, di cui, in seguito, a poco a poco scopre ciò che fa e ciò che ispira ad altri di
fare. Madeleine ama André, che le fu caro fin dall’infanzia, e nello stesso tempo prova orrore per
l’esaltazione ossessiva – come è proprio nell’atteggiamento di sfida dell’autore dell’Immoraliste –
che egli fa di un vizio, a cui sacrifica ogni cosa, negando però innanzi tutto che fosse un vizio.
Il martirio di Madeleine – un martirio crudele che, a partire da un certo momento, coincise con ogni
istante della sua vita – toccò il culmine quando lo scrittore francese passò a distorcere ogni parola
del Vangelo, tentando di darci nelle sue opere un presunto... Quinto Vangelo, quello secondo André
Gide. Madeleine, che paragonava il suo André a Goethe e lo poneva al primo posto in quanto scrittore, prese allora la decisione, dolorosissima, di non leggere più una sola riga dei suoi scritti.
Il rifiuto di Dio, di Cristo, della legge morale è il tratto specifico della scrittura di Gide. Non si trattava per lui di combattere la falsificazione dei valori, ma i valori stessi - religiosi, morali e culturali
– della nostra civiltà in quanto cristianamente ispirata. Egli, insomma, ha voluto incarnare la scommessa pascaliana, ma con esiti nettamente rovesciati. Gide ha cercato di dare alla sua opera una
specie di paradossale unità, l’unità del caos in cui tutte le aspirazioni e tutti gli impulsi sono sullo
stesso piano e sono accolti contemporaneamente, quali che siano le conseguenze distruttive di un
simile punto di vista. Rifiutandosi pertanto di scegliere tra le sue stesse spinte contraddittorie, era
fatele che Gide giungesse a chiamare male il bene e bene il male, non avendo quei due concetti nel
suo universo una qualsiasi ragione per sussistere e contrapporsi.
Tutto ciò caratterizza Gide profondamente e tuttavia è proprio l’autore di Numquid et tu? a innalzare a Dio irriso e dileggiato una delle più belle e commoventi preghiere. Questa: «Signore, vengo a
voi come un bambino. Come quel bambino che voi volete che io diventi, come quel bambino che diventa chi si abbandona a voi. Rinuncio a tutto ciò che rappresenta il mio orgoglio e che, davanti a
voi, costituirebbe la mia vergogna. Vi ascolto e sottometto a voi il mio cuore».
EVIDENZE CHESTERTONIANE. «La teologia condanna certi pensieri chiamandoli blasfemi; la
scienza condanna certi pensieri chiamandoli morbosi». «La croce, che ha nel proprio centro una collisione, può stendere le sue quattro braccia all’infinito senza alterare la sua forma. È un segnale indicatore per viaggiatori in libertà».
22 novembre 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Democrazia e riformismo. «Democrazia e riformismo sono fenomeni strettamente collegati. La democrazia costituisce lo spazio politico entro il quale il riformismo
può manifestarsi al suo meglio; e il riformismo fornisce gli elementi necessari per l’espansione, il
consolidamento, la trasformazione dei regimi democratici» (Gianfranco Pasquino, Alla ricerca dello
scettro perduto, Il Mulino, 1990). L’opposizione e le sue responsabilità. «È possibile affermare che
la qualità di una democrazia dipende non solo dalle virtù del suo governo, non solo dalle interazioni
del governo con l’opposizione, ma forse in special modo dalla capacità dell’opposizione. Una opposizione bene attrezzata migliora la qualità della democrazia, persino quando non riesce ad andare al
governo, ma persiste nel candidarvisi attraverso la sua attività di controllo e di indirizzo, di proposta
e di critica» (Gianfranco Pasquino).
Per un misterioso meccanismo interiore può succedere. «Il ruolo che mi ha rivelata a me stessa è
stato quello più lontano da me: la donna del film di Resnais, L’amour à mort, che aveva la serenità,
la generosità che io non ho. Mi sono resa conto del fatto che puoi ritrovare le qualità che non hai ripercorrendone i gesti. Come la fede, che a volte viene pregando» (Fanny Ardant, attrice in
un’intervista a Il Sabato del 14 aprile 1990). Di dove cominciare? Dallo sforzo di capire. «Capire
non è tutto, ma è tanto. Significa non farsi ingannare dalle apparenze, non attribuire ad una fatalità
misteriosa quello che è invece colpa degli uomini, ritrovare la prova certa della libertà e responsabilità dello spirito, individuare di più, con precisione, gli aspetti lacunosi ed ingiusti della nostra esperienza sociale, le deficienze straordinariamente determinanti dell’educazione e del costume. Una rinascita comincia da qui, da questa comprensione attenta e spregiudicata, da questo doloroso sapere
che è pur pieno di consolazione» (Aldo Moro).
AL PRETE CHIEDIAMO CHE SIA PRETE E BASTA. Il tema del recente Sinodo Mondiale dei
Vescovi è stato: qual è l’identità del prete, quale la missione di una società in gran parte secolarizzata, che sembra aver perduto il sentimento e il rispetto dei valori religiosi?
Un laico ha affrontato il problema con singolare finezza e ha espresso i suoi convincimenti ricordando un suo colloquio con un prete francese.
«Molti, molti anni fa – scrive Geno Pampaloni – fui mandato a Parigi dalla rivista “Comunità”, e mi
occupai anche dei preti operai. Adriano Olivetti fu così deluso, e al tempo stesso, se pur a malincuore, convinto, della mia relazione, che rinunciai a scrivere l’articolo. Avevo incontrato tra gli altri un
vecchio sacerdote, dolcissimo e intransigente come i veri religiosi, che mi aveva spiegato due cose.
La prima: la differenza sostanziale tra il missionario e il prete operaio. Il missionario parte per portare la fede; e se si adopera in attività pratiche, non distingue mai tra il suo umanitarismo e la sua
fede. Il prete operaio si mimetizza, veste lavora parla come gli altri operai, e quasi si vergogna di
affermare la propria identità di prete. “Ultima venne la fede - mi disse scherzando, sapendomi un
manzoniano - a cui nessuno badò”.
La seconda considerazione fu ancora più grave. Alla radice dell’atteggiamento mimetico del prete
operaio sta l’egualitarismo. Tutti gli uomini sono uguali al cospetto di Dio, ma “molti saranno
chiamati e pochi gli eletti”. Gesù Cristo era un bravo falegname, ma quando venne l’ora, non si divise part-time tra il falegname e il Messia.
Gli apostoli li reclutava chiamandoli: e loro, per seguirlo, lasciavano il loro mestiere. L’eredità che
ha lasciato ai discepoli è che il prete è un “diverso”, non un uguale. L’ecumenismo è il punto Omega prefigurato da Teilhard de Chardin; non sappiamo, concluse il vecchio sacerdote, se l’umanità vi
arriverà mai; ma possiamo essere certi che è il contrario dell’ugualitarismo: questo esprime la giustizia e la speranza della società, quello la giustizia, e forse anche la speranza, di Dio» (Il Giornale,
11 novembre 1990).
«E SORRISE, MA NON A ME». L’eminente medievalista, il romanziere e saggista Clive Staples
Lewis pubblicò con uno pseudonimo nel ‘61 Diario di un dolore, ora tradotto da Adelphi, in cui
racconta i suoi pensieri, i suoi stati d’animo, le sue reazioni alla morte dell’amata consorte. Quel
Diario, piccolo di mole, è un grande libro, umanissimo ed onesto.
L’ultima pagina, quella dell’ultimo colloquio, mi è rimasta scolpita nel cuore. «Quando la fine fu
vicina, le dissi: “Se puoi... Se è permesso... vieni da me quando sarò anch’io sul letto di morte”».
«Se è permesso!» rispose. «Il cielo avrebbe un bel daffare a trattenerci. Quanto all’Inferno, lo ridurrei in briciole». Sapeva di usare una sorta di linguaggio mitologico, con una nota di arguzia, perfino.
Negli occhi, insieme alle lacrime, le brillava una risata. Ma non c’erano miti o scherzi nel lampo
della volontà, più profonda di qualsiasi sentimento. Ed infine: non a me, ma al cappellano, disse:
«Sono in pace con Dio». E sorrise, ma non a me. poi si tornò all’eterna fontana».
29 novembre 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Idee e ideologie. «Molti hanno cavalcato il tramonto delle ideologie, confondendolo col tramonto delle idee» (Pietro Gibellini). Come si trasmettono i disvalori oggi. «I disvalori si trasmettono non con la propaganda esplicita, ma con l’onda lunga della persuasione occulta, presentando quotidianamente come naturali dei fatti che naturali non sono: che il danaro
si guadagni a decine di milioni rispondendo a un quiz, che l’uomo conti per il denaro che ha, e la
donna per il suo corpo, che il dibattito sia aggressione, che il più bravo sia il più aggressivo, che la
conversazione si faccia attorno alla pancia di Costanzo, che la cultura sia fatta dagli Sgarbi, che la
lingua italiana sia quella di Edwige Fenech...» (Pietro Gibellini).
Quando sbagliano i grandi pensatori. «Un grande filosofo nell’errore è come un faro sugli scogli
che dice ai marinai: tenete la rotta lontano da me. Egli permette agli uomini che non hanno subìto la
seduzione del suo genio di identificare gli errori di cui soffrono, di diventare chiaramente coscienti
e di lottare contro di essi. E questo è un bisogno essenziale della società, nella misura in cui non è
una mera società animale, ma una società di persone dotate d’intelligenza e di libertà» (Jacques Maritain, Il filosofo nella città, Morcelliana, p. 70). Il male non sta nella scienza. «Il male non sta nella
scienza, che è una splendida prova della creatività dello spirito umano. Il male sta nel fatto che
l’uomo moderno ha sacrificato la sapienza alla scienza, invece di unirle. In tal modo, il potere straordinario che egli acquista sulla materia viene pagato da un allontanamento dalle realtà umane e
spirituali e da un isolamento disperato» (Jacques Maritain, ibid., p. 55).
DOVE ABITA DIO? Uno dei pensatori più autentici del nostro secolo è l’ebreo, austriaco di nascita
e per formazione filosofica, ma ucraino e chassidico per formazione spirituale, Martin Buber (18791965). Di Buber è stato finalmente pubblicato il testo di una conferenza, Il cammino dell’uomo (Edizioni Qiqajon, Magnano, 1990), tenuta nell’aprile del ‘47. È un piccolo capolavoro. di cui Hermann Hesse ebbe a scrivere: «È quanto di più bello io abbia letto. Lascerò che questo dono così
prezioso mi parli ancora molto spesso». Vorrei potessero dire altrettanto i miei lettori, per i quali
trascrivo la paginetta conclusiva.
«Un giorno in cui riceveva degli ospiti eruditi, Rabbi Mendel di Kozk li stupì chiedendo loro a bruciapelo: “Dove abita Dio?”. Quelli risero di lui: “Ma che vi prende? Il mondo non è forse pieno
della sua gloria?”. Ma il Rabbi diede lui stesso la risposta alla domanda: “Dio abita dove lo si lascia entrare”.
Noi crediamo che la grazia di Dio consiste proprio in questo suo volersi lasciar conquistare
dall’uomo, in questo suo consegnarsi, per così dire, a lui. Dio vuole entrare nel mondo che è suo,
ma vuole farlo attraverso l’uomo: ecco il mistero della nostra esistenza, l’opportunità sovrumana del
genere umano!
Ciò che conta in ultima analisi è, dunque, lasciar entrare Dio. Ma lo si può lasciar entrare solo là
dove ci si trova, e dove ci si trova realmente, dove si vive, e dove si vive una vita autentica. Se
nell’ambito della creazione con la quale viviamo noi aiutiamo la santa essenza spirituale a giungere
a compimento, allora lasciamo entrare Dio nel nostro luogo».
UMANISSIMA DELICATEZZA DI POEMEN. Poemen è uno dei cosiddetti «Padri del deserto».
Quello che di lui è attestato e riferito è di tale forza e purezza, da far nascere in me il rimpianto di
non averlo conosciuto prima. Due episodi attestano l’umanissima delicatezza di quel santo asceta.
Ecco il primo. «Il padre Vitimio domandò a Poemen: “Se vediamo dei fratelli che sonnecchiano durante la Liturgia, vuoi che li scuotiamo perché rimangano desti?”. Poemen rispose: “Veramente, se
io vedo un fratello che sonnecchia, metto la sua testa sulle mie ginocchia e lo lascio riposare”(Poemen 92).
Secondo episodio. Un cristiano posto a capo di una comunità chiede a Poemen: “Con quali criteri
devo guidare i fratelli?”. Gli risponde Poemen: “Prima di tutto fa il tuo lavoro, ed essi faranno il loro”. “Ma sono essi a volere che io impartisca degli ordini”, insiste il giovane interlocutore. E Poemen, di rimando: “No! Diventa per loro un modello, non un legislatore” (Poemen 174). Né meno
sublime è questo appello alla interiorizzazione della sofferenza: “Da qualsiasi pena tu sia colto, la
vittoria è il tacere”» (Poemen 37).
IL SOLO METODO CRISTIANO PER FAR POLITICA. In una delle sue ultime lettere,
nell’agosto del 1954, quando ormai era già minato dal male che lo avrebbe portato alla morte, Alcide De Gasperi scriveva: «Quello che ci dobbiamo soprattutto trasmettere l’un l’altro è il senso del
servizio del prossimo, come ce lo ha indicato il Signore, tradotto e attuato nelle forme più larghe
della solidarietà umana, senza menar vanto dell’ispirazione profonda che ci muove e in modo che
l’eloquenza dei fatti “tradisca” la sorgente del nostro umanitarismo e della nostra socialità».
6 dicembre 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. L’inevitabile disequazione fra attesa ed esiti delle nostre passioni.
«Nulla promission rendono intera» (Dante, Vita Nuova). La conclusione rivela l’origine, la fine attesta il fine. «La fine della narrazione sta nell’esposizione del punto dal quale è nata la questione»
(Cassiodoro, Institutiones II). Una luce alla fine del tunnel. «Forse bisogna attraversare l’inferno
per arrivare ad un mondo migliore» (Rainer Werner Fassbinder, regista tedesco, nell’ultima intervista rilasciata poche ore prima della morte). Affinché ce ne sia una di meno. «Sii onesto, ci sarà una
canaglia di meno» (Marcel Achard). Andare al nocciolo. «Perché diluire in cinquecento pagine ciò
che posso dire in cinque?» (Jorge L. Borges). Che cos’è l’aforisma. «Aforisma è una frase breve,
che racchiude il senso completo di un argomento» (Isidoro di Siviglia, Etimologie IV, vescovo vissuto nel VI secolo). Una sentenza di percussiva, grave concisione. «La vita è breve, l’arte è lunga,
l’occasione è fuggevole, l’esperienza fallace, il giudizio difficile» (è il primo dei quattrocento Aforismi di Ippocrate). Ciò che rende indispensabile una persona. «È certo che al mondo nulla, fuorché
l’amore, rende indispensabile una persona» (Johann W. Goethe).
Non ha paragone. «Dài uno scappuccio e viene su un mistero. Ma l’amore non ha paragone: è una
vertigine di perché» (Francesco Fuschini). I santi, pungiglioni di Dio. «Sarebbe vano desiderare di
farla finita una volta per tutte con i santi. Essi infatti ci trasmettono Dio come l’ape il pungiglione»
(É.M. Cioran). Il commento. «Ogni commento è prima di tutto commento di un silenzio» (É. M.
Cioran). Il segno più certo del peggio. «La scomparsa del silenzio deve essere annoverata fra gli indizi annunciatori della fine» (É. M. Cioran).
IL MITO E L’UTOPIA, BIPOLARI E COMPLEMENTARI. «L’utopia può essere considerata come un prodotto della disgregazione della mentalità mitica e come la volontà di ricostituire l’unità
che in forma immediata, preriflessiva, biologico-intuitiva era data nel mito e proiettata nel Grande
Passato della prima Creazione antropocosmica. Il mito è pre-analitico e pre-razionale, mentre
l’utopia nasce da un’ipertrofia della ragione analitica. Il mito riposa su una sintesi totale e sicura del
microcosmo umano e del macrocosmo naturale, mentre l’utopia si fonda su uno sforzo, su un investimento di energia che l’uomo deve fare per raggiungere e conservare lo spazio-tempo utopico.
Non per nulla il luogo ideale del mito è il Giardino, mentre il luogo ideale dell’utopia è la Città.
Delineata la polarità di mito e utopia, si deve anche sottolineare la complementarità di queste due
pratiche dell’immaginazione sociale. Il loro legame è particolarmente forte nelle utopie anonime
popolari e molto mediato nelle utopie “culte” composte da un autore, che spesso porta l’utopia agli
antipodi del mito, trasformandola in un puro gioco della fantasia.
Inoltre l’utopia ricostituisce a livello di coscienza individuale e di massa una nuova credenza nel
miracoloso, anche se non si tratta più, come nel mito arcaico, di un miracolo naturale, inteso come
violazione eccezionale e superumana della regolarità della natura, ma di un miracolo che si attua razionalmente nel mondo storico, come punto di intersezione tra un evento empirico e un valore ideale. Chiameremo questo “miracolo” della coscienza utopica col termine di “rivoluzione”» (Vittorio
Strada, Le veglie della ragione, Einaudi, 1986, m. 4-5).
NO CON TUTTA L’ANIMA ALLO SNOBISMO. Ci sono persone di notevole intelligenza e di
grande finezza, che però cerco di evitare, sia pure con il dovuto garbo, perché evidentemente affette
da una malattia peggiore della stupidità: lo snobismo. Sono grato, perciò, a quella scrittrice italiana
che ha voluto chiudere un suo libro con l’invito a non praticare lo snobismo e a non lasciarsi incantare da esso. «Per salvarci dobbiamo cercare e coltivare l’opposto dello snobismo, che è la semplicità dell’atto. Fortunatamente, se no la vita non sarebbe più tale, possediamo ancora il termine di riferimento delle persone più semplici: quelle che hanno conquistato la semplicità liberando la loro cultura da ogni pretesa, oltre a quelle per cui la semplicità è la naturale compiutezza di una civiltà o, se
meglio piace, popolare. Le persone semplici sanno ancora esprimere il valore e la dimensione reale
delle cose, sanno ancora perfettamente distinguere ciò che è umano da ciò che non lo è». Il libro di
cui ho riportato la chiusa è Lo snobismo liberale di Elena Croce, la figlia di Benedetto Croce (ristampa Adelphi, 1990).
EVIDENZE CHESTERTONIANE. «Uno arriva a capire il cosmo, ma non se stesso: l’io è più lontano di qualsiasi stella. Ogni uomo ha dimenticato chi è». «La misura di ogni felicità è la riconoscenza». «Questo cosmo è veramente senza pari e senza prezzo: infatti non ne esiste un altro». «Oscar Wilde diceva che noi non apprezziamo i tramonti perché non li paghiamo». «Oggetto del
pragmatismo sono i bisogni umani; e uno dei primi bisogni dell’uomo è quello di essere qualcosa di
più di un pragmatista».
13 dicembre 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Il grande sogno di un Papa. «Il nostro tempo, di cui il Concilio si
fa interprete e guida, reclama libertà. Avremo un periodo nella vita della Chiesa, e perciò in ogni
suo figlio, di maggiore libertà, cioè di minori obbligazioni legali e di minori inibizioni interiori. Sarà ridotta la disciplina formale, abolita ogni arbitraria intolleranza, ogni assolutismo, sarà temperato
l’esercizio dell’autorità, sarà promosso il senso della libertà cristiana» Paolo VI).
Un clamoroso voltafaccia della storia. «Quel senso della direzione storica, tanto a lungo reputato
infallibile nel mondo sovietico e dintorni, pare ormai prossimo a rovesciarsi del tutto. Il comunismo
– ossia la dittatura del proletariato, la società senza pluralità dei partiti perché senza classi – non è
più lo sbocco della democrazia. Invece la democrazia pluralista e parlamentare diventa lo sbocco
degli anciens régimes comunisti» (Alberto Ronchey). Ci sono più soggetti che classi politiche. «I
concetti sin qui utilizzati da destra e sinistra hanno sempre fatto riferimento alle classi sociali. Ma è
proprio questo che non funziona più. Nella società moderna ci sono più soggetti che classi sociali.
In questo senso direi che siamo passati da una politica pensata per categorie sociali ad una per modi
di gestione» (Alain Touraine).
QUATTRO TIPI DOMINANTI E RIPUGNANTI DI INTELLETTUALI. «C’era una volta (ve lo
ricordate?) l’intellettuale oracolare, il «maître à penser» alla Sartre, che prendeva posizione su tutto, dall’aborto agli scioperi dei metalmeccanici alla guerra nel Vietnam. In Italia, Alberto Moravia
era uno degli ultimi esemplari di questa razza.
Ci sono ancora – ma in via di estinzione – gli intellettuali organici, che hanno messo la testa al servizio del partito, gli «intelligenti imbecilli» come li chiamava Arthur Koestler, sempre pronti a rinnegare la verità in nome dell’ideologia.
Ci sono – e ci saranno sempre – gli intellettuali cortigiani, che «temprano lo scettro» a quelli che
detengono il potere.
E ci sono gli intellettuali televisivi, ospiti fissi al «Maurizio Costanzo show» (Riccardo Chiaberge,
Intellettuale: chi l’ha visto?, Il Corriere della Sera, 11 novembre 1990).
Noi, evidentemente, stimiamo e amiamo coloro che incarnano una ricerca, un impegno e una testimonianza, una presenza nella società, di segno diametralmente opposto. Socrate e Seneca, Tommaso Moro ed Erasmo da Rotterdam, Vico e Kant, Humboldt e Camus, Maritain e Popper ecco i nomi
che ci vengono immediatamente in mente quando pensiamo a chi ci ha insegnato ad essere estranei
e contrari – costi quello che costi – alle pedagogie di partito e alle lobby dell’industria culturale. I
soli pensatori che meritano di essere, o di diventare, maestri e amici sono coloro che, essendo «intellettuali disorganici», cioè liberi e fedeli clienti della verità, non si piegano alla logica spietata del
potere e, decantando miti e mode e pseudo-assoluti terrestri, ci aiutano a restituirci a noi stessi e a
salvarci dal comune belato della omologazione.
UN POSITIVISTA INTELLIGENTE E L’IDEA DI DIO. «Non è vero che innanzi alla civiltà che
s’afforza e cresce, l’idea di Dio s’indebolisca gradatamente fino a sparire... Al contrario ci sono esempi – ed abbondano – che quando essa si oscura, decade insieme con essa il sentimento del dovere e guasta tutta la civiltà. Ma comunque si giudichi intorno a ciò, è un fatto fuori di ogni possibile
controversia, che l’idea nell’umanità esiste, che questa idea non ha nulla in comune con le leggi della vita animale e fare una filosofia sopprimendola è mutilare l’umanità. Qualunque opinione metafisica o religiosa uno abbia, o anche ne abbia o non ne abbia alcuna, sia anzi il più convinto e il più
fermo di tutti gli atei, nulla lo assolve dall’obbligo di studiare imparzialmente un fatto, che può benissimo non piacergli, ma resta un fatto dato in modo incontrovertibile dalla storia, e senza del quale non si spiegano i più elevati sentimenti e le più nobili azioni umane» (A. Gabelli, Il positivismo
naturalistico in filosofia, in «La Nuova Antologia», 16 febbraio 1891, pag. 647).
Aristide Gabelli era un pensatore che amava stare ai fatti e ragionare sui fatti. Ma l’onestà speculativa non è prima di tutto una disposizione interiore di apertura al reale, senza omissioni e senza coartazioni?
EVIDENZE CHESTERTONIANE. «Non venga in mente di liberare un cammello dal peso della
sua gobba: lo liberereste dall’essere un cammello». «La tradizione non è che la democrazia estesa
nel tempo: è, infatti, la fiducia nel consenso delle voci comuni dell’umanità piuttosto che in qualche
nota isolata e arbitraria». «Innamorarsi è più poetico che dedicarsi alla poesia».
20 dicembre 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Per non faticare invano. «Bisogna che ognuno vigili sulle proprie
azioni per non faticare invano» (Arsenio 33). Dovrebbe essere un’abitudine. «Interrogato, l’anziano
non parla subito, se Dio non gli dà una certezza» (Pambone 2). Responsabilità della parola. «Una
parola cattiva rende cattivi anche i buoni e una parola buona rende buoni anche i cattivi» (Macario
39). Mirabile motto. «Semplicità con prudenza» (Isidoro di Pelusio 4). Nota: Arsenio, Pambone,
Macario e Isidoro di Pelusio sono “Padri del deserto”. La domanda e la risposta. «Anche la domanda sbagliata merita la risposta giusta» (Levi Appulo). Se l’uomo ha coscienza della sua immortalità, è libero. Dove esiste l’immortalità o anche soltanto la fede in essa, nessuna potenza terrestre,
per grande che sia, può ghermire, colpire o meno che ami distruggere l’uomo... Niente di più semplice che intimorire un uomo già persuaso che tutto avrà fine nel momento in cui verrà meno la sua
fugace presenza sulla terra. I nuovi padroni di schiavi lo sanno, e solo per questo danno tanta importanza alle teorie materialistiche» (Ernst Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, 1990. Il saggio apparve nel ‘51). Le persone con cui vorremmo avere a che fare. «Occorrono persone che dicano quello
che pensano e soprattutto che pensino a quello che dicono» (Levi Appulo). La porta stretta. «Dovrai a lungo attendere sereno / nell’umile esercizio dell’ascolto, / offrendo il cuore al giogo del silenzio, / nella paziente attesa che fiorisca / di là d’ogni pretesa la Parola» (Donato Coco).
IL MISTERO PUÒ ESSERE PERCEPITO ANCHE DAL NON CREDENTE? La domanda non è
di poco conto. Ecco una risposta, un’esperienza. «Io ho sentito un giorno una donna parlar di religione e non dimenticherò più la malinconia serena della sua voce, il suo volto composto a un dolore rassegnato, direi quasi beato, la forza sovrumana che spirava dalla sua debole persona trasfigurata da un soffio divino. Non sono mai stato religioso, e forse non lo sarò mai: ma allora mi pareva
di avere accanto la Fede stessa, e avevo la sensazione che il divino esistesse, pur mentre mi dolevo
di non potermi inchinare. Sentendo quella voce che parlava del sacrificio di tutta la vita con la serenità di chi mira al di là d’ogni tempesta, capii per la prima volta l’immensa forza di propaganda
degli apostoli e dei martiri». L’autore di questo brano è uno dei maggiori critici letterari del Novecento, Attilio Momigliano, ebreo italiano.
IL COMPIMENTO DELL’ESISTENZA. C’è una cosa che si può trovare in un unico luogo al
mondo, è un grande tesoro e lo si può chiamare il compimento dell’esistenza. E il luogo in cui si
trova questo tesoro è il luogo in cui ci si trova. «La maggior parte di noi – annota Martin Buber –
giunge solo in rari momenti alla piena coscienza del fatto che non abbiamo assaporato il compimento dell’esistenza, che la nostra vita non è partecipe dell’esistenza autentica, compiuta, che è vissuta
per così dire ai margini dell’esistenza autentica. Eppure non cessiamo mai di avvertire la mancanza
e ci sforziamo sempre, in un modo o nell’alto, di trovare da qualche parte quello che ci manca. Da
qualche parte, ovunque tranne che là dove siamo e al corso della nostra vita quotidiana, all’opera
che ci tocca svolgere con santa intenzione. Ma è proprio là che si trova il tesoro» (Il cammino umano, trad. it. Qiqajon, Magnano di Vicenza, 1990).
I VECCHI E I GIOVANI. «I giovani non sanno che hanno bisogno dei vecchi; e i vecchi non sanno
che hanno bisogno dei giovani. Negli anni nefasti del sessantottismo, i vecchi erano considerati
“matusa”, rottami, pattume, reliquie inutili, da dissacrare; e purtroppo qualche vecchio, per difendersi (vana difesa) si travestiva da giovane. Oggi la situazione sembra mutata. Se sto alla mia esperienza, i giovani migliori chiedono la voce e l’eco della saggezza. Tuttavia anch’essi non capiscono che i vecchi, per non arrendersi irrimediabilmente alla vecchiaia, andrebbero provocati, stimolati, o come oggi si dice, stanati; coinvolti cioè nei problemi della vita in generale, sottratti alle
nostalgie, fatti scendere dalla piramide degli anni, trattati da pari a pari. I vecchi, sulle prime, possono essere infastiditi; ma alla lunga arrivano alla gratitudine» (Geno Pampaloni, Il Giornale, 11
novembre 1990).
IN COMPAGNIA DEI POETI, A BETLEMME. Io sono se Natale è: «Io non mi sento più, non più
di vivere / accanto a questo lungo stuol dei giorni / trascorsi, se non vieni e mi consoli, / Bambino,
col Tuo nascermi nel cuore» (Carlo Betocchi). Ogni occhio Lo vedrà. «Ogni occhio Lo vedrà, / anche coloro che Lo hanno trafitto: / Egli, in Bimbo venuto a rapire / quel che c’è di materno / nel
cuore di pietra dell’uomo, / accesa d’esser buono il gran tormento. / Egli, emblema d’ogni cosa pu-
ra, / sciolto problema d’ogni vita piena, / il solo Santo che non manca mai / e pareggia la grazia col
perdono» (Clemente Rebora). Fasciati dalla Sua tenerezza. «Signore, oggi che siete nato / il mio
cuore si è sciolto come neve / al sole nella Vostra tenerezza» (L. Sédar Senghor).
27 dicembre 1990.
LINEA RECTA BREVISSIMA. Uomo, diventa ciò che sei. «Cielo, fammi essere quel che sono. /
Nient’altro. Ma quello in ogni modo / e in ogni momento. Con amore, / con precisione» (Mario Luzi, Histrio, Rizzoli, 1987). L’azzurro. «Il cielo azzurro prolunga, innalza e incorona / l’immutabile
azzurro dove il mio cuore ride» (Paul Verlaine). Il punto di arrivo. «Andai alla ricerca di Dio per
trent’anni e, quando alla fine di questo periodo ebbi aperto gli occhi, scoprii che era Lui che cercava
me» (Bayezid Bastami). Un po’ di auto-ironia, per favore. «L’erudizione, spesso più di imitazione
che non reale, di cui sono infarciti i programmi di tanti spettacoli o gli enunciati teorici dei loro autori, a volte fa addirittura girare la testa. E provoca un’irresistibile impressione di ridicolo. Chi si
prende troppo sul serio si espone sempre al rischio di fare una figura comica. Chi riesce sempre a
burlarsi di se stesso, non rischia il ridicolo» (Vàclav Havel).
Auto-ironia e serietà autentica. «Se l’uomo perde il senso ironico della propria comicità e nullità,
perde, paradossalmente, anche la capacità di operare seriamente» (Vàclav Havel). Il paradosso Pasolini. «Concordo in molti punti sulla diagnostica che Pasolini fa del mondo moderno. Manca però
in lui l’etiologìa, cioè l’individuazione delle cause. Nella diagnostica basta la descrittiva, e uno spirito attento ai fenomeni; per l’etiologìa, invece, occorre un punto di vista più alto al quale Pasolini
non è salito» (Romano Amerio, 30 giorni, dicembre 1990).
IL LIBRO MIGLIORE LETTO NEL 1990: «INTERROGATORIO A DISTANZA». In cuor mio il
primo posto tra i libri migliori del 1990 va assegnato a Interrogatorio a distanza, tradotto in italiano
da Garzanti, quattro anni dopo l’edizione tedesca. Chi vuol capire come si possa resistere a quarantacinque anni di comunismo senza lasciarsi omologare da un potere totale, che tende ad azzerare
ogni altra voce, deve leggere quel libro. Quel libro ha due autori: colui che interroga, con la ferma
volontà di accertare rigorosamente i fatti, i programmi, le scelte attuate da persone singole e da
gruppi; e colui che risponde, mettendo allo scoperto la sua anima e insieme il valore e i metodi di
una lotta di cui non si poteva affatto prevedere l’epilogo. Chi interroga è Karel Hvízdala, scrittore
costretto all’esilio fino al memorabile autunno del 1989; e chi risponde, nell’intervallo tra
un’incarcerazione e l’altra, è Vàclav Havel, l’uomo a cui il regime comunista cecoslovacco aveva
proibito persino di studiare dopo la scuola d’obbligo. Fecero da tramite tra Hvízdala e Havel alcuni
connazionali pronti a correre gravi rischi e qualche coraggioso diplomatico.
Interrogatorio a distanza è uno dei grandi libri che deve entrare a far parte della biblioteca ideale di
ogni europeo. Dopo aver ammirato le eroiche testimonianze sulla «resistenza» all’altro totalitarismo, quello comunista, che, grazie alla guerra vittoriosa, è durato ben più a lungo. Non «per i tempi
eterni» - come Gottwald, prima, e Husak, poi, fecero scrivere sui muri di Praga – ma per quarantacinque interminabili anni.
LE RADICI DELLA SPERANZA SONO NEL TRASCENDENTE. Le pagine più alte di Interrogatorio a distanza per me sono quelle sulla speranza e sul suo fondarsi nel trascendente. «La speranza – dice Havel – ce l’abbiamo o non ce l’abbiamo, è una dimensione della nostra anima e non
dipende in sostanza da come si osserva il mondo o da come si valuta una situazione. La speranza è
un orientamento dello spirito, un orientamento del cuore, che oltrepassa il mondo di ciò che è immediatamente vissuto, e che ha dimora da una qualche parte, lontano, oltre le sue frontiere. Non mi
sembra insomma che sia spiegabile come un semplice derivato di ciò che succede qui, dei movimenti nel mondo o di certi suoi segnali favorevoli. Sento quindi che le sue radici più profonde sono
conficcate nel trascendente, analogamente alle radici della responsabilità umana. Non cambia niente
della mia convinzione – in verità è qualcosa di più di una convinzione, è un’esperienza interiore – la
misura in cui ogni uomo riconosce il fondamento della sua speranza o fino a che punto lo neghi.
La misura della speranza, in questo senso profondo e forte, sta piuttosto nella nostra capacità di cercare di raggiungere qualcosa perché questo è buono, non solamente perché ha un successo assicurato. Quanto più sfavorevole è la situazione in cui manifestiamo la nostra speranza, tanto più profonda
è la nostra speranza. Non si tratta dunque della convinzione che una certa cosa andrà a finire bene,
ma della certezza che quella cosa ha un senso, indipendentemente da come andrà a finire. Penso insomma che quella speranza profondissima e importantissima, l’unica che riesce a dispetto di tutto a
tenerci a galla, a indurci a buone azioni e che è l’unica vera fonte della grandezza dell’anima umana
e delle sue aspirazioni, la prendiamo per così dire da un altro luogo».

Documenti analoghi