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AIS 2011dagostinoPDF - Dipartimento di Scienze Politiche e
Legalità e territorio
I confini mutevoli della legalità. L’esperienza dei rifugiati in Calabria tra
politiche di esclusione e nuove forme di reciprocità
Introduzione
L’obiettivo del presente saggio è far riflettere sull’importanza crescente dei temi legati
all’interazione fra i processi contemporanei della mobilità internazionale e i territori
attraversati da questi flussi nelle dinamiche sociali di definizione della legalità. Tale
obiettivo verrà portato avanti ricostruendo i tratti maggiormente salienti dell’attuale
governance internazionale delle migrazioni forzate, per osservare poi, attraverso lo studio
delle diverse modalità d’accoglienza dei profughi in Calabria, gli effetti eterogenei che essa
produce all’interno delle realtà locali interessate dagli attuali movimenti di rifugiati.
Attraverso questo percorso tenteremo di mettere in discussione non solo le tesi di quanti
parlano di una convergenza a livello internazionale delle politiche di governo delle
migrazioni forzate, ma di comprendere anche i meccanismi attraverso cui, nel contesto
calabrese, è stato possibile costruire modelli differenti di accoglienza rispetto a quelli che la
governance promossa dalle grandi istituzioni internazionali punta, invece, ad introdurre e
normalizzare.
A tal fine, si renderà necessario ripercorrere l’evoluzione che hanno subito le politiche
nazionali e internazionali d’asilo dal secondo dopoguerra ad oggi per comprendere meglio
“come” e “perché” il crollo del Muro di Berlino, e il concomitante tramonto del paradigma
di sviluppo fordista, abbiano indotto gli stati e le loro organizzazioni a riformulare i
dispositivi di governo delle migrazioni forzate in modo da realizzare due obiettivi di fondo:
il confinamento coattivo delle popolazioni costrette alla fuga dal loro paese e la
depoliticizzazione delle cause del loro spostamento. Nel passare in rassegna queste
trasformazioni, seguiremo la letteratura più consolidata sui rifugiati laddove indica
l’avanzare di una razionalità economica che porta a ritenere i rifugiati inadeguati e in
eccesso rispetto agli obiettivi dello sviluppo globale, e che per questo li assoggetta a stati di
esclusione permanete servendosi dei campi e delle dinamiche degli aiuti umanitari.
Al tempo stesso, unitamente a molti altri studiosi, si metteranno in luce gli aspetti più
problematici che queste interpretazioni evidenziano soprattutto quando trattano i rifugiati
come “nuda vita” privata di agency e identità, assoggettata a pratiche d’aiuto
inferiorizzanti, che oltre a garantirne la territorializzazione forzata, riprodurrebbero una
divisione dello spazio globale ancora incentrata sull’opposizione netta fra centro e
periferia. Una divisione, questa, che appare invece incrinata dall’intensificarsi di spinte
altamente conflittuali, dovute alla maggiore autonomia delle migrazioni forzate
contemporanee e, insieme, all’importanza crescente che vanno assumendo le comunità
locali ed altri attori non statali nella strutturazione di nuove opportunità per l’inserimento
degli stranieri sul territorio. La parte dell’articolo dedicato alla discussione di alcune
esperienze di accoglienza di rifugiati in Calabria porta infatti in evidenza una realtà
multiforme, che vede i rifugiati vivere in mondi sospesi fra inclusione e criminalizzazione,
e in cui dunque si distinguono dinamiche regolative fortemente discrezionali, che
intervengono nel processo di produzione normativa dell’identità dei rifugiati, considerato
nella sua materialità sociale, secondo schemi che hanno importanti ricadute sul percorso
migratorio, ma non sempre coerenti con quelli codificati dal diritto ufficiale.
Abbiamo scelto di soffermarci sull’esperienza calabrese perché ci dà modo di raccontare
una “terra di mezzo” nel Bacino del Mediterraneo, capace di riassumere in maniera
emblematica le tante tensioni che oggi stanno contribuendo al superamento dei vecchi
schemi dicotomici che oppongono centro e periferia, moderno e antimoderno. La Calabria,
infatti, si presenta tradizionalmente come una terra periferica, chiamata ad escludere i
rifugiati a tutela dell’integrità dell’intera “Fortezza Europa”, ma è anche la scena entro cui
sono emerse soggettività in grado di percepire l’attuazione di questi dispositivi escludenti
come contrari ai propri valori, interessi ed al bene comune, e che per questo vi si
oppongono. E’ una lotta per la verità che è ha preso avvio dal concreto confronto con
l’Altro, realizzatosi nella complessità storica del contesto locale di riferimento, qui
analizzato tramite un approccio interdisciplinare e multi-metodologico, che coniuga il
metodo documentario con quello basato sulla comparazione fra casi studio 1.
1.1 Il diritto d’asilo nel periodo della guerra fredda
Prima di esplorare il funzionamento dell’attuale governance internazionale delle
migrazioni forzate, è importante sottolineare come la categoria dei rifugiati politici, che
campeggia al suo centro, vada innanzitutto analizzata seguendo un percorso genealogico
mediante il quale riconoscere le determinazioni storiche e giuridiche, i “giochi del vero e
del falso”, che hanno concorso ad oggettivare questa specifica realtà. In particolare, la
figura del rifugiato va affrontata valutando il ruolo ancillare che le è stato inizialmente
assegnato nel processo di affermazione dello stato-nazione (Sammadar 2003). E’
opportuno ricordare, infatti, che lo stesso interesse per la regolamentazione delle
migrazioni internazionali risale all’epoca in cui l’ideologia nazionale ha preso corpo nel
continente europeo proiettandosi poi in tutto il resto del mondo. Agli inizi di quel processo,
però, i movimenti di persone erano ancora piuttosto liberi e incoraggiati, e anche
l’acquisizione della cittadinanza era abbastanza facile. Solo dopo i massicci spostamenti
provocati della rivoluzione russa, dal crollo dell’Impero Ottomano e dalla prima guerra
mondiale, le migrazioni hanno cominciato ad essere oggetto di misure invece più restrittive
e di provvedimenti speciali, tesi a regolare gli ingressi e le relazioni fra stati (Sassen 1999).
E’ attraverso questa evoluzione che, nelle analisi di diversi studiosi, i governi si sono
preoccupati di vincolare la distribuzione dei diritti all’appartenenza nazionale, definendo la
figura del cittadino e gli status - quello dell’apolide, dello straniero, del rifugiato - ad essa
subalterni (Zanfrini 2007).
Seguendo più da vicino le tappe di questo processo, si deve ricordare che l’istituto del
diritto d’asilo da concedere ai rifugiati cominciò ad assumere crescente importanza nel
corso del Settecento, rientrando a pieno titolo fra i principi fondativi dello stato di diritto e
del costituzionalismo moderno. Ma un passaggio di straordinario rilievo si ebbe
soprattutto quando, nel 1921, la Società delle Nazioni nominò Fridtjof Nansen primo Alto
Commissario per la tutela dei rifugiati, conferendogli il compito di definire l’identità
giuridica dei rifugiati e di facilitare gli spostamenti causati, in Europa, dalla fatale
applicazione del principio “uno stato, una cultura”. A partire da quel momento, gruppi
specifici di sfollati diedero infatti impulso alla nascita di un vasto network di assistenza
1
In particolare, si è fatto uso di fonti documentarie di diversa natura, fra cui: monografie tematiche, articoli scientifici, leggi, rapporti statistici,
protocolli d’intesa, articoli tratti dalla stampa locale e altri documenti ufficiali attinenti all’operatività e all’efficacia del sistema d’asilo in ambito
internazionale, comunitario e locale. Queste fonti di ricerca ci hanno permesso di individuare le ipotesi più consolidate sul funzionamento
dell’attuale regime internazionale d’asilo e sul modo in cui viene costruita al suo interno l’identità dei rifugiati. Per svolgere un’analisi anche
qualitativa di questi dati, le altre tecniche di ricerca impiegate sono state quelle dell’osservazione partecipante e dell’intervista in profondità con gli
esponenti dei governi locali e con gli operatori dell’associazionismo coinvolto nella governance locale dei rifugiati, che hanno puntato a verificare: il
modo in cui essi problematizzano l’identità dei profughi e i modelli d’inclusione che più da vicino li riguardano; i vincoli che questi attori
percepiscono alla loro azione in materia d’accoglienza; le motivazioni che spiegano le scelte da loro effettuate per incontrare i bisogni del territorio
e quelli dei rifugiati. La ricerca fa riferimento a diverse esperienze di accoglienza portate avanti in alcune aree rurali della Regione Calabria. Si tratta
di casi emblematici in quanto toccati da importanti processi di concentrazione residenziale di rifugiati e richiedenti asilo, ma anche di realtà assai
differenti in termini di storia dell’emigrazione, di condizioni sociali, di peso dell’immigrazione clandestina. Lungi dal costituire un problema,
riteniamo che tale diversità costituisca un elemento di forza dal momento che attraverso la comparazione ci interessa far emergere non tanto leggi
causali universalmente valide, ma le specifiche motivazioni poste alla base delle diverse scelte effettuate localmente nella gestione dei flussi
umanitari là presenti.
umanitaria, composto dai governi dei paesi di arrivo e da altri attori sociali. Lungo questo
processo, la figura del rifugiato trovò quindi riconoscimento in ambito internazionale,
secondo uno sviluppo che ha raggiunto la sua massima affermazione al termine della
seconda guerra mondiale.
Come è noto, in quel periodo storico, i paesi dell’Onu cercarono di rimediare alle
responsabilità delle leggi razziali e alle atrocità commesse nei confronti del popolo ebreo,
promettendo solennemente che nulla di simile sarebbe mai di nuovo accaduto. Questa
promessa fu sancita nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, che
appunto riconobbe la sacralità del diritto d’asilo e affermò il principio, non vincolante,
secondo cui: «Ogni individuo ha diritto di cercare e di godere in altri paesi, asilo dalle
persecuzioni» (art. 14). Nel 1950, quando cessarono le attività di soccorso dell’Unrra per le
tensioni esercitate al suo interno dagli Usa e dalla Russia 2, le Nazioni Unite fondarono una
nuova organizzazione umanitaria, a cui venne espressamente conferito il mandato di
proteggere i rifugiati e di assisterli nella ricerca di soluzioni durevoli ai loro problemi. Si
tratta dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), la principale
agenzia ancora esistente al mondo deputata alla protezione dei rifugiati. Infine, nella
Convenzione di Ginevra del 1951, l’Onu concordò la prima definizione di rifugiato di
carattere universale che sia apparsa nella modernità, stabilendo che si considera tale colui
che: «(…)nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la
sua cittadinanza, la sua appartenenza ad un determinato gruppo sociale o le sue opinioni
politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale
timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo
apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non
può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi» (art. 1A).
Dalla sua entrata in vigore, la Convenzione di Ginevra ha ottenuto la ratifica di 145
paesi, ancorché i suoi contenuti siano apparsi fin dal principio viziati dal clima politico
della guerra fredda e da una sorta di universalismo etnocentrico, che non la rende tuttora
capace di trascendere la storia durante cui fu concepita. Si deve ricordare, infatti, che nel
periodo successivo al secondo conflitto mondiale, i rifugiati che si dirigevano in Occidente
principalmente fuggivano dai regimi comunisti dell’Europa dell’Est, mostrandosi al mondo
capitalista come un’arma diplomatica di straordinario rilievo, che poteva essere facilmente
impiegata per denunciare l’antidemocraticità e gli abusi dei loro governi di provenienza. In
funzione di tali interessi, i paesi dell’Onu accettarono dunque di ritrovarsi a Ginevra, ma la
scarsa tensione umanitaria di quell’incontro li portò a delineare una figura di esule
coincidente con l’esperienza di chi fosse «bianco, maschio e anticomunista» (Chimni
1998). Non è un caso che vennero considerate degne di apprezzamento forme persecutorie
di tipo solo individuale, riguardanti i diritti civili o politici dell’esule. Oltre a ciò, l’Onu
vincolò l’applicazione della Convenzione ai soli rifugiati europei che avessero subito
persecuzioni per fatti antecedenti al primo gennaio 1951, con il risultato che, fino al
Protocollo aggiuntivo di New York del 1967, richieste simili di protezione ricevettero
trattamenti differenziati in funzione della regione da cui si proveniva e del suo interesse
geopolitico (Zolberg e al. 1989).
Pur tralasciando questi rilievi giuridici, che il regime internazionale d’asilo sia nato per
governare interessi e considerazioni di carattere strategico e militare, lo dimostrano i tanti
lavori che hanno analizzato le tecniche disciplinari a cui l’Occidente fece ricorso durante il
bipolarismo per guidare l’integrazione dei rifugiati nelle loro nuove società di arrivo. Tali
dispositivi inevitabilmente variarono da paese in paese, ma sono accomunabili da almeno
due punti di vista: poiché ponevano sempre l’accento sui traumi vissuti dagli esuli
provenienti dall’Est, e poiché il reinsediamento dei profughi in paesi di secondo asilo
2
L’Unrra venne costituita il 9 novembre 1943, per iniziativa di Usa, Gran Bretagna, Russia e Cina, per fornire assistenza ai profughi e ai rifugiati
sfollati dalla guerra.
veniva automaticamente favorito all’opzione del rimpatrio e alle altre opzioni possibili 3.
Ciò che queste analisi in particolare rilevano è che, durante la guerra fredda, la macchina
della protezione internazionale coinvolse una fitta tela di funzionari, di psicologi e
operatori sociali che non si limitarono a seguire il modello migratorio allora dominante,
teso all’assimilazione delle migrazioni e alla loro naturalizzazione. Nel caso dei rifugiati,
spiega Aiwa Ong, questi interventi ebbero il compito ulteriore di produrre identità
contrassegnate dalla necessità della cura e dell’intervento esterno, così da assicurare agli
stati un doppio vantaggio. In primo luogo, dando corpo a tali stereotipi vittimizzanti, fu
possibile utilizzare l’immagine del rifugiato per contenere l’avanzata comunista proprio
quando iniziava a collezionare diversi successi. In secondo luogo, tali dispositivi
disciplinari misero i rifugiati nelle condizioni di impossessarsi di un’ideologia
individualistica coerente con i valori della democrazia liberale, laddove soprattutto
chiedeva ai cittadini stranieri di non pesare sullo stato e di divenire gradualmente
imprenditori di se stessi (Ong 2005).
Il lavoro di Ong arricchisce gli studi condotti sulla valenza strategica che venne
assegnata al diritto d’asilo nella geopolitica dei blocchi contrapposti, evidenziando il
simultaneo costituirsi di “popolazioni di rifugiati” chiamate a contribuire all’espansione
capitalistica dei loro paesi di arrivo. Peraltro, questi obiettivi di natura sia politica che
economica non scomparvero neppure quando l’Assemblea Generale dell’Onu, tramite il
Protocollo di New York del 1967, eliminò le riserve geografiche e temporali inizialmente
apposte alla Convenzione. Per comprendere appieno il senso di questa svolta bisogna
rammentare che, dalla fine degli anni Cinquanta, le tante guerre interne e di indipendenza
che scoppiarono in Africa, Asia e in America Latina si tramutarono velocemente in guerre
di prossimità nella contrapposizione Est-Ovest, con l’effetto che ogni territorio e ogni
rifugiato assunsero un’accentuata rilevanza geopolitica, potendo finire nella sfera di
influenza della potenza rivale (Crisp 2003). Di fronte a questo scenario, l’Unhcr cominciò
ad interessarsi dunque dei movimenti migratori forzati causati dalla decolonizzazione,
proponendosi quale partner solidale nei processi di democratizzazione che le élite politiche
di quei nascenti stati iniziavano ad intraprendere. All’Unhcr, in particolare, i paesi dell’Onu
chiesero di spostare parte del suo personale in quei territori distanti, in modo da gestire
l’integrazione locale dei rifugiati come soluzione alternativa a quella del reinsediamento.
Questo diverso orientamento, da una parte, mise l’organizzazione nelle condizioni di
contribuire ad implementare le strategie di modernizzazione che l’Occidente ha
tradizionalmente imposto nei paesi del Terzo Mondo (Sivini 2006). Dall’altra parte, esso
diede all’Unhcr l’opportunità di osteggiare in loco la minaccia di una possibile avanzata
sovietica. In quel periodo di enormi cambiamenti, l’Onu non si preoccupò invece del fatto
che gli strumenti giuridici internazionali non riflettessero la realtà qualitativamente
diversa dei conflitti e dei movimenti migratori postcoloniali, in quanto determinati da
situazioni di violenza generalizzata più che da forme di persecuzione individuale. In
sostanza, ai profughi sfollati nelle ex colonie, le Nazioni Unite offrirono esclusiva
assistenza economica e territori da coltivare, nella convinzione che il mercato avrebbe
automaticamente migliorato la loro posizione giuridica (Loescher 2001, p. 118). Essi
vennero in particolare inseriti in progetti di modernizzazione agricola di lungo periodo che,
analogamente a quanto avvenne nei paesi maggiormente industrializzati, ne
determinarono un definitivo allontanamento dai contesti di provenienza. Semmai si
assestarono in quelle loro nuove società nazionali come minoranze legate alla cultura e alla
lingua di origine, ma del tutto sradicate da un contatto reale con le proprie comunità di
partenza (D’Agostino 2009).
3
Un rifugiato, per la comunità internazionale, ha generalmente davanti a sé tre possibilità: 1) il ritorno al suo paese, quando la situazione
politica lo consenta; 2) lo spostamento in un paese terzo, diverso sia dal suo paese di origine sia da quello che gli ha dato asilo; 3) l’integrazione nel
paese di primo asilo.
1.2 I nuovi conflitti e la “rimozione” dei rifugiati
Il fatto che la figura del rifugiato abbia per lungo tempo servito gli obiettivi strategici del
New Deal e della guerra fredda, spiega perché i rifugiati siano riusciti ad imporsi in quella
fase storica come vera e propria categoria morale, meritevole di ottenere sempre asilo ed
assistenza. Questa situazione iniziò a mutare solo dopo diversi decenni, più precisamente
nel corso degli anni Ottanta, proprio quando nuovi e più cruenti conflitti si affacciarono
sulla scena geopolitica internazionale, causando un netto e imprevisto aumento delle
domande d’asilo. In quel periodo, grazie allo sviluppo dei trasporti e dei mezzi di
comunicazione di massa, i rifugiati cominciarono in particolare a trovarsi nelle condizioni
di poter programmare la propria rotta in modo più autonomo che nel passato, di scegliere i
paesi d’insediamento e di valutare i sistemi di welfare di cui avrebbero beneficiato. Molti di
loro si incamminarono quindi verso gli stati maggiormente avanzati dell’Occidente,
finendo tuttavia per trovarsi catapultati in una fase in cui i processi di riorganizzazione
della produzione innescati dalle lotte operaie e dallo shock petrolifero dei primi anni ’70,
stavano determinando la parziale chiusura dei canali d’entrata. Di fronte a quello scenario
di crisi, assieme alle altre categorie di migranti, anche i richiedenti asilo cominciarono ad
essere infatti guardati con sospetto e a vivere protratte situazioni di irregolarità giuridica,
secondo un processo che si è drammaticamente acuito in seguito al crollo del Muro di
Berlino (Joly 1999).
Va detto intanto che nonostante le attese di pace aperte da quel passaggio epocale,
nuove “emergenze politiche complesse” hanno continuato a mietere vittime e a provocare
ogni anno milioni di profughi (Duffield 2001). Queste conflittualità sono in parte
riconducibili ai processi di ridefinizione dei confini nazionali innescati dalla stessa
dissoluzione dell’Unione Sovietica e dal collasso dei cosiddetti failed states che il
colonialismo ha inventato in maniera arbitraria. A queste persistenti tensioni sociali, si
sommano inoltre le tante guerre generate dalla corsa che si sta verificando
nell’accaparramento di risorse naturali divenute sempre più scarse; i crescenti fenomeni di
sfollamento legati ai processi di desertificazione e innalzamento delle maree a cui sta
portando il surriscaldamento del clima globale; le insopportabili violazioni dei diritti
umani paradossalmente prodotte dall’avanzata di un’ideologia umanitarista che giustifica
il ricorso alle armi quando ricorrono azioni qualificabili come crimine contro l’umanità.
Nonostante si acuiscono ed aumentano dunque le cause che oggi possono portare ad
ampi fenomeni di sfollamento, gli studi contemporanei sulle migrazioni forzate mostrano
come, dalla fine del bipolarismo in poi, quasi tutti i governi del mondo hanno stravolto i
propri ordinamenti giuridici e le proprie carte costituzionali per introdurre misure
giuridiche sempre più restrittive, orientate a confinare i rifugiati in territori prossimi ai
paesi di provenienza, o che comunque ne precarizzano drasticamente i diritti, così da
invogliarli quanto prima al ritorno (Castles e Miller 2003). L’elenco di queste misure, data
la portata del fenomeno, è esemplificativo e riguarda: l’elaborazione di nuove categorie di
protezione internazionale più precarie rispetto allo status pleno iure di Ginevra, che
mettono finanche in discussione l’equivalenza una volta esistente fra diritto all’esilio e
diritto d’asilo, come per esempio fa la categoria delle Internally Displaced Persons; la
creazione di centri di detenzione amministrativa, dalla funzione chiaramente deterrente,
presso i quali i richiedenti asilo politico vengono trattenuti durante tuta la fase di
accertamento del loro status giuridico; l’introduzione del concetto di “paese d’origine
sicuro”, benché l’art. 3 della Convenzione stabilisca che la sua applicazione debba
prescindere dalla nazionalità dei rifugiati; l’istituzionalizzazione di accordi bilaterali di
rimpatrio e respingimento, e di nuovi concetti, come quelli di safe third country e di incountry protection, mediante i quali i governi dei paesi di arrivo tentano di legittimare
procedure di espulsione in massa agli ingressi di frontiera e aggirare il più importante
principio posto a tutela dei rifugiati. Vale a dire, quello del non refoulement.
Questi cambiamenti sono poi aggravati dal fatto che, nel linguaggio performativo dei
media, i rifugiati sono generalmente rappresentati come minaccia per la sicurezza
internazionale e, soprattutto, di essi si parla come bogus refugees (Dal Lago 1999; Hayter
2000). Questo termine viene utilizzato per indicare “finti rifugiati”, e cioè usurpatori che
sfruttano con astuzia i sistemi nazionali d’asilo in modo da regolarizzare la loro presenza.
Nei media, anzi, la stessa parola rifugiato è diventata obsoleta. Oggetto d’attenzione sono
quasi sempre “profughi senza qualità”: e cioè uomini e donne costretti alla fuga dal loro
paese, ma esclusi dal diritto attraverso un gioco semantico capace di mettere esso stesso in
discussione il diritto ad ottenere un preciso status di protezione internazionale 4. In sintesi,
nel processo che ha assunto gli odierni flussi di rifugiati quale nuovo oggetto di sapere,
ritroviamo i contorni di una vasta operazione culturale che, pur muovendosi in direzione
opposta rispetto al passato, come nel passato ha avuto la forza di diventare verità e
confermare il frame dominante dei rifugiati come problema dal quale difendersi.
Per diversi autori, le ragioni che stanno alla base di queste tendenze si capiscono
riflettendo sul fatto che, sia per i governi di destra che per quelli di sinistra, la
rappresentazione generica dello straniero come minaccia si rivela uno strumento strategico
di eccezionale rilievo in periodi di recessione economica come quello che stiamo
attraversando. In particolare, porre la questione migrante in termini emergenziali,
diffondere continui allarmi intorno alla presenza di una marea umana che lo stato non è
più in grado di assorbire, rappresentare intere classi di soggetti come portatrici di rischio
sociale, sono tatticismi attraverso cui le forze politiche riescono ad dislocare verso l’esterno
i loro fallimenti. Assieme alle ragioni del “capro espiatorio”, questa guerra dichiarata ai
rifugiati, secondo altri commentatori, avrebbe inoltre l’importante compito di assecondare
misure di controllo della mobilità che garantiscano un governo del proletariato mondiale
coerente con le condizioni della valorizzazione richieste dall’attuale organizzazione
capitalistica. Per questi autori, il superamento del paradigma fordista in favore di assetti
economici basati sull’automazione della produzione, sulla segmentazione professionale
della forza lavoro, sulla finanziarizzazione del capitale e sull’accentuarsi della sua
dimensione “parassitaria” (Fiocco 1998), sono infatti mutamenti che non hanno solo
prodotto una elevata concorrenza e polarizzazione sociale, ma che hanno anche portato
alla comparsa di persone considerate non più integrabili dal capitale (Rahola 2003). Gli
esponenti emblematici di questa umanità “in eccesso” sono i poveri, i vagabondi, gli
anziani, i contestatori politici, e, appunto, sono i nuovi rifugiati. Nel loro caso, come
evidenzia Düvell, i diritti accordatigli nel passato vengano percepiti come incompatibili con
lo sgretolamento in atto del vecchio stato sociale, ed essi entrano soprattutto in
contraddizione con la previsione di modelli migratori improntati alla qualità e al just-intime, tali da condurre al rimpatrio non appena il lavoro viene meno (Düvell 2004, p. 45).
Anche per Annamaria Vitale, da quando si dà preminenza a questo schema, le grandi
organizzazioni internazionali che governano l’economia mondiale si sono dovute porre il
problema di ridurre l’impatto potenzialmente sovversivo dei nuovi conflitti globali e dei
fenomeni di esodo in massa che essi inevitabilmente producono, sulla divisione
internazionale del lavoro. E’ una sfida che, secondo la sociologa calabrese, queste
organizzazioni (l’OIM, il WTO, Banca Mondiale, l’ILO) stanno per l’appunto affrontando
spingendo gli stati a trasferire le loro prerogative in materia di asilo politico all’interno di
un sistema di governance internazionale che agisce in maniera decentrata, verso le aree di
provenienza dei rifugiati, così da permettere la mobilità esclusivamente a quelle «risorse
umane utilizzabili per la crescita e lo sviluppo globale» (Vitale 2005, pp. 27-28). Per Vitale,
il linguaggio dell’umanitario maschera questa visione, ma ne assicura il funzionamento
escludendo la figura del rifugiato dalla sfera dello sviluppo per collocarla all’interno di una
4
Il termine profugo si riferisce, infatti, a chi fugge per motivi di carestia, persecuzione, violenza generalizzata, ma esso insinua la sola necessità
di un intervento da parte della comunità internazionale (Delle Donne 2004, p. 39).
prospettiva paternalistica, incentrata esclusivamente sulla carità e sull’assistenza. Una
prospettiva che non arriva a cancellare il diritto d’asilo dagli ordinamenti nazionali poiché
posto a conferma della loro facciata democratica e liberale, ma che tenta strategicamente di
bloccare sul nascere la migrazione dei rifugiati ricorrendo a politiche extraterritoriali che
consentono agli stati di sottrarsi al controllo democratico interno.
In sostanza, l’enfasi che una volta cadeva sulla sacralità del diritto d’asilo si è ormai
spostata altrove: l’attuale governance internazionale delle migrazioni forzate porta
piuttosto ad enfatizzare la necessità che la comunità internazionale intervenga
rapidamente nelle aree di crisi e sfrutti le maggiori opportunità di cooperazione dischiuse
dalla fine del bipolarismo per realizzare quello che l’Unhcr ha definito come «un approccio
proattivo, finalizzato al rimpatrio», in grado di intervenire laddove si determinano i
flussi, e dunque sulle stesse cause che ne stanno a fondamento (Unhcr 1995). Come
spiegano diversi studiosi, proprio questa presunzione sulla capacità che la comunità
internazionale oggi avrebbe di garantire velocemente il diritto al ritorno dei rifugiati,
permette di legittimare il passaggio da pratiche di cura tese a promuoverne il
reinsediamento, ad operazioni di confinamento forzato che invece sospendono i loro diritti
essenziali per tutto il tempo dell’emergenza, riducendoli a “nuda vita” privata di
soggettività. Già in diverse occasioni, infatti, interventi umanitari giudicati in principio
temporanei hanno dovuto reiterarsi di anno in anno, con l’inevitabile conseguenza di
istituzionalizzare all’interno dei campi presso cui vengono raccolti i rifugiati, pericolosi
stati di subalternità giuridica e di dipendenza economica (Agier 2002). E’ ciò che denuncia
anche Zygmunt Bauman in un suo importante lavoro: Vite di scarto (2005). In questo
studio, il noto sociologo polacco a lungo analizza il carattere post-disciplinare che
contraddistingue le nuove forme di controllo sociale a cui vengono sottoposti i rifugiati nei
campi umanitari del presente, collegandolo al declino del regime della grande fabbrica e
della tradizionale necessità che quel modello imponeva di governare la scarsità della forzalavoro. Nel discutere la questione dei rifugiati, Bauman soprattutto denuncia la presenza di
operatori umanitari che mentre salvano le coscienze delle popolazioni occidentali,
paradossalmente contribuiscono a segregare i rifugiati in spazi posti ai margini della vita
sociale, lasciandoli a suo avviso senza nessuna prospettiva realistica di inserimento
all’interno di un nuovo corpo sociale. Scrive Bauman: «Dal loro attuale luogo di soggiorno,
la discarica, non c’è ritorno e non c’è via d’uscita. (…) Una distanza abbastanza grande da
impedire che i miasmi velenosi della decomposizione sociale raggiungano luoghi abitati dai
loro abitanti autoctoni è il principale criterio di scelta dell’ubicazione dei campi
permanentemente temporanei. Fuori da quei luoghi, i rifugiati sono un ostacolo e un
fastidio; dentro, sono dimenticati. (…) Non resta nulla a parte le mura, il filo spinato, gli
accessi controllati, le guardie armate. La somma di queste cose definisce l’identità dei
rifugiati, o piuttosto cancella una volta per tutte il loro diritto all’autodeterminazione»
(Bauman 2005, p. 97).
1.3 La risposta italiana all’arrivo dei rifugiati
Questa incessante operazione di rimozione dei nuovi conflitti globali dalla coscienza
delle popolazioni mondiali è probabilmente uno dei fattori che maggiormente ha
consentito alla comunità internazionale di consolidare negli ultimi anni “stati di eccezione”
che trattano il fenomeno della migrazione forzata come problema di ordine pubblico, e non
invece come materia sociale (Agamben 2003). Diversamente però da coloro i quali
tendono a riprodurre la stessa logica perpetuata dal “Pensiero di Stato” (Sayad 2002),
riconducendo alla perdita della nazionalità situazioni patologiche di perdita di agency e
identità, l’osservazione empirica degli attuali movimenti di rifugiati evidenzia l’importanza
di seguire un approccio ancora metodologicamente capace di riconoscere la valenza
“produttiva” e non solo “repressiva” del potere. Capace di distinguere, cioè, l’utopia del
potere dal sistema di dominio che esso effettivamente realizza (Foucault 1994; Mezzadra
2001; Sivini e al. 2005).
Nel caso italiano, la fondatezza di questo diverso orientamento trova immediatamente
appiglio nei continui sbarchi che, dal dicembre del 2010, di nuovo interessano le coste
meridionali del paese, là dove portano in evidenza gruppi di rifugiati che disperatamente
lottano per affermare il proprio diritto alla fuga contro le barriere nazionali e i fallimenti
della diplomazia internazionale, sovvertendo di fatto gli accordi di cooperazione stipulati
due anni fa dal governo Berlusconi con la Libia di Gheddafi (Rastello 2010). Accordi che, in
questi ultimi anni, avevano effettivamente portato ad un forte rallentamento dei flussi di
rifugiati in Italia (UNHCR 2011), e a cui il paese è arrivato seguendo un processo che, come
vedremo qui di seguito, si è contemporaneamente caratterizzato per il consolidamento
delle normative sull’asilo e per l’intensificazione di orientamenti finalizzati alla
criminalizzazione e al respingimento dei profughi (Ambrosini 2010).
Si deve ricordare innanzitutto che solamente dagli anni ‘90 l’Italia ha cominciato a
trasformarsi in terra d’approdo per un gran numero di rifugiati. Di fronte all’inasprimento
delle politiche dei tradizionali paesi europei d’immigrazione, molti migranti e rifugiati
cominciarono infatti a dirigersi verso l’Italia essendo un paese in cui era ancora facile
entrare e restare, anche se poi ci si doveva accontentare di occupazioni irregolari e precarie
(Melotti 1992). Ai primi arrivi di rifugiati, e alle prime tensioni sociali che questi
determinarono, il legislatore in particolare rispose varando la legge n. 39 del 28-2- 1990, la
cosiddetta “legge Martelli”, che abolì la riserva geografica apposta della Convenzione di
Ginevra del 1951, estendono ai cittadini dei paesi non europei il diritto di ottenere lo status
di rifugiati politici. Dopo quasi un decennio, seguì poi la legge n. 40 del 6-3-1998, la
cosiddetta legge “Turco-Napolitano”, ed anch’essa apportò importanti cambiamenti in
materia d’asilo, varando un nuovo istituto giuridico, quello della “protezione temporanea”,
per dare una risposta più veloce e di gruppo ai profughi allora in fuga dall’ex Jugoslavia,
anche se dopo poco si comprese come questo strumento non andasse tanto ad integrare la
Convenzione, ma piuttosto a sancirne il declino politico, precarizzando il suo regime di
protezione tramite previsioni che consentono di procedere velocemente al rimpatrio dei
profughi (Rivera 2003). In secondo luogo, questa legge, attraverso la creazione dei Centri
di Permanenza Temporanea (CPT), si spinse a prevedere la detenzione amministrativa di
coloro i quali risultano sprovvisti di un permesso di soggiorno, rendendoli
automaticamente destinatari di un provvedimento di espulsione da parte dello Stato. Ma la
valenza repressiva della legge Turco-Napolitano è stata poi ulteriormente aggravata nel
2002, quando il governo di centro-destra allora in carica approvò la legge “Bossi-Fini”
n.189 del 30 luglio 2002, elogiandola davanti all’opinione pubblica come uno strumento
necessario per fronteggiare l’immigrazione irregolare e per smascherare i tanti “falsi
rifugiati” che sfruttavano le procedure d’asilo per regolarizzare ingiustamente la loro
presenza (Marchetti 2006, pp. 186-190).
Questa legge, infatti, ha avuto ricadute pesantissime sulla vita dei richiedenti asilo
politico avendoli escluso dal diritto al lavoro (D’Agostino 2004), e avendone stabilito il
trattenimento obbligatorio in un numero elevatissimo di casi e situazioni, tale da
comprendere la quasi totalità delle domande di asilo. Essa ha inoltre innovato la vecchia
legge Martelli tramite l’istituzione di sette Commissioni Territoriali per il Riconoscimento
dello Status di Rifugiato, che hanno preso il posto della vecchia Commissione Centrale. Gli
elementi più apprezzati della legge Bossi-Fini invece riguardano il fatto di aver proceduto
all’istituzionalizzazione di un sistema reticolare di seconda accoglienza, che ha recepito
l’approccio decentrato all’ospitalità fino a quel momento sviluppatosi in maniera del tutto
spontanea sul territorio italiano. Si tratta del Sistema SPRAR, e il suo elemento cardine è
per l’appunto dato dalla presenza degli enti locali, i quali coordinano e realizzano tali
micro-progetti di ospitalità attraverso la collaborazione e il diretto coinvolgimento della
realtà del terzo settore, che si occupano della gestione dei servizi. Lo SPRAR, durante il
2010, ha visto il coinvolgimento di oltre 120 Comuni e l’attivazione di 153 progetti sul
tutto il territorio nazionale, che hanno messo complessivamente a disposizione quasi 3000
posti di accoglienza. E’ chiaramente una cifra importante, anche se ancora insufficiente
rispetto alle necessità del paese. Come d’altra parte evidenziano i rapporti redatti
annualmente dal Servizio Centrale Asilo, lo SPRAR è un sistema che presenta ancora delle
criticità, legate all’esiguità degli stanziamenti ministeriali, ai ritardi con cui questi vengono
erogati, alla durata limitata dei progetti, la quale non consente di affrancarsi
definitivamente da un impianto assistenzialistico (Rapporto Sprar 2007; 2008; 2009)5.
Insieme alle leggi fin qui citate, il diritto d’asilo in Italia è disciplinato infine da una
serie di leggi e regolamenti di derivazione comunitaria6. Anche in questo caso, tuttavia,
sono disposizioni che sminuiscono la cogenza del diritto d’asilo, tanto che per Roger Zetter
hanno avuto un ruolo fondamentale nel processo di costruzione e securizzazione
dell’identità europea (Zetter 2009). Emblematico da questo punto di vista è il fatto che
l’Europa, da un lato, ha introdotto una specifica Direttiva che, facendo riferimento al tema
della qualifica del rifugiato, è arrivata a prevedere diverse forme di protezione
complementare nei casi in cui i richiedenti asilo esprimono effettive esigenze di tutela,
senza rientrare però nel campo di applicazione della Convenzione di Ginevra. Dall’altro
lato, tuttavia, proprio il carattere residuale e più precario che contraddistingue queste
nuove figure giuridiche segnala la chiara volontà di connotarle come “alterità” rispetto alla
“ragione” falsamente universale di Ginevra. Oltre alla Direttiva Qualifiche 2004/83/CE,
limita drasticamente la libertà di movimento dei rifugiati il Regolamento europeo
denominato “Dublino II”, entrato in vigore il 17 marzo del 2003 in tutti i paesi dell’Unione
Europea ad eccezione della Danimarca. Questo regolamento stabilisce «i criteri e i
meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una
domanda d’asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo»,
e in particolare assegna la competenza dell’esame di una domanda di asilo al paese di
primo ingresso nel territorio europeo. Il Sistema Dublino, infatti, nel negare ai rifugiati la
libertà di scegliersi il paese presso cui stabilirsi, là dove per esempio già conoscono la
lingua locale o hanno la possibilità di ricevere l’appoggio di amici e conoscenti
precedentemente espatriati, disconosce l’importanza di queste due variabili
nell’assecondare l’adattamento degli stranieri sul territorio, benché la ricerca sociologia ne
sottolinei da tempo il ruolo fondamentale (Zincone 2000). Il che appare chiaramente
paradossale, a meno che non si ammetta la possibilità di configurare l’attuale sistema
internazionale d’asilo come un “edificio a più piani” che nei campi interviene sui rifugiati
mediante pratiche di cura e controllo orientate ad inibirne l’autogoverno e ad isolarli dal
resto del mondo, e che, al di fuori di questi insediamenti umanitari, getta invece le basi
affinché essi vadano ad inserirsi nei gradini più bassi del mercato del lavoro. Quello che
emerge, più precisamente, è un sistema fondato su pratiche di sapere/potere che, dovendo
riconoscere la crescente autonomia degli spostamenti migratori forzati contemporanei
(Mazzadra 2001), vittimizzano i rifugiati finché essi accettino di porsi nella condizione di
deboli bisognosi dell’altrui carità, e che invece li trasformano in “minaccia sociale”, ove
rivendichino il proprio diritto alla fuga e a mettere in mostra una delle patologie più
5
La Bossi-Fini contiene inoltre delle disposizioni che non si riferiscono direttamente alla figura dei rifugiati, ma che possono ripercuotersi su di
essi, come quelle che hanno portato all’abolizione dell’istituto della sponsorizzazione, il quale si era invece configurato per diversi anni come l’unico
realistico meccanismo di ingresso del lavoratore straniero in Italia. A questo, ora, si è sostituito un nuovo e più rigido impianto, retto dall’obbligo
della chiamata nominativa del cittadino straniero residente all’estero e, dunque, dall’immediato impegno della stipula di un regolare contratto di
lavoro. Col passare del tempo si è visto, infatti, come tale impianto non prevenga affatto la clandestinità, ma piuttosto la produce, riducendo le
opportunità di regolarizzazione dei migranti che già vivono e lavorano nel paese, oltre al fatto di determinare un sovraccarico delle richieste d’asilo
(Cavazzani e al. 2005).
6
Si Tratta del decreto legislativo 30 maggio 2005, n. 140 (Attuazione alla direttiva 2003/9/CE che stabilisce norme minime relative
all’accoglienza dei richiedenti asilo negli Stati membri); del decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251 (Attuazione della direttiva 2004/83/CE
recante norme minime sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica del rifugiato); e del decreto legislativo 28 gennaio 2008, n.
25 (Attuazione della direttiva 2005/85/CE recante norme minime ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato).
nascoste della modernità: quella di chi uno stato presso cui tornare non ce l’ha (D’Agostino
2010).
1.4 Da rifugiati a clandestini: l’iter dell’accoglienza in Calabria
La Calabria ha iniziato a trasformarsi in terra d’approdo dal principio degli anni ’90,
quando il sistema internazionale d’asilo aveva ormai esaurito la sua funzione strategica
nella geopolitica dei blocchi contrapposti. In questa regione, come nel resto d’Italia, il
numero dei profughi crebbe consistentemente a causa della crisi che colpì l’Albania, delle
guerre che flagellarono i territori dell’ex Jugoslavia e per via di una serie di altri conflitti
minori innescati dal collasso dell’URSS. Come si è visto qui sopra, il paese rispose alle
nuove ondate di rifugiati che questi conflitti determinarono, varando norme sempre più
rigide e restrittive. Nel 1998, la centralità politica della Convenzione di Ginevra venne in
particolare intaccata dall’introduzione dell’istituto della “protezione temporanea” e dalla
creazione di “campi di accoglienza” per richiedenti asilo all’interno dei quali dispositivi
umanitari e militarti si intrecciano e si confondono reciprocamente, creando un contesto
ambiguo e sfuggente, in cui solo in linea di principio ai militari spetta il compito di
presidiare la sicurezza e il territorio, mentre ai volontari quello di preoccuparsi
dell’educazione, dell’alimentazione, della salute delle popolazioni sfollate (Commisso e De
Franco 2005). Si tratta di luoghi finalizzati all’identificazione e alla “prima accoglienza” dei
profughi - oggi denominati CARA – che vengono generalmente collocati in aree periferiche
e desolate, prossime agli ingressi di frontiera. In queste zone solitamente si concentra lo
sguardo allarmato dei media e, come dicevamo, qui si attiva una rete capillare di controlli
che, mentre classifica i migranti e talvolta esegue i rimpatri, fomenta odio e diffidenza nei
loro confronti (Masiello 2007; Sciurba 2009).
Questi dispositivi escludenti, in Calabria, trovano in primo luogo attuazione presso il più
grande campo esistente in Europa per il trattenimento e l’identificazione dei profughi in
cerca d’asilo: il Centro S. Anna di Isola Capo Rizzuto. Nel centro convivono abitualmente
oltre 1000 persone, costrette a dividere per oltre 10 mesi container mantenuti in pessime
condizioni. In occasione di una visita risalente all’inverno del 2007, si notavano uomini
ammassati in container a volte surriscaldati e senza ossigeno, a volte troppo freddi. E poi
gruppi di 250 persone che condividevano spazi ristretti e pochi bagni, chiaramente fetidi e
privi di acqua calda. Pochissimi di loro erano in possesso della cosiddetta yellow card,
evidenziata da una striscia gialla sul tesserino personale di riconoscimento, che gli
consente di entrare e uscire liberamente dal centro. Tutti gli altri aspettavano invece da
oltre 4 mesi che la questura notificasse il cosiddetto Modello C3 alla Commissione
territoriale, a partire da cui può esservi libertà di movimento. Eppure il Regolamento
relativo alle procedure per il riconoscimento dello status di rifugiato, adottato con Decreto
del Presidente della Repubblica il 16 settembre 2004, è chiaro quando afferma che il
trattenimento del richiedente asilo non può superare i venti giorni, dopo dei quali
all'interessato deve essere rilasciato un permesso di soggiorno valido per tre mesi,
rinnovabile fino alla definizione della procedura di riconoscimento. Questa grave
violazione giuridica, qualche tempo dopo la nostra visita, venne pubblicamente denunciata
dall’allora Vicepresidente del Senato Caprili, cosicché tutti i profughi oggi, a prescindere
dalla data di entrata, sono liberi di allontanarsi dal campo nelle ore del giorno. Ma la
crescente militarizzazione del territorio circostante il Centro S. Anna continua a
denunciare implicitamente l’esistenza di “finti rifugiati” che costituiscono un pericolo per
la collettività, e a consolidare dunque nelle popolazioni locali il timore che là per l’appunto
risiedano orde incontenibili di immigrati che vanno ingiustamente a gravare sulle scarse
risorse economiche nazionali. E’ il regime d’internamento in sé, assieme al fatto che il
CARA si trova in un’area desolata e al tempo stesso particolarmente trafficata, la quale
porta ad una iper-visibilità dei corpi assistiti e semi-reclusi dei rifugiati, a sollecitare un
nuovo senso comune nelle popolazioni adiacenti, che generalmente si risolve in un’ondata
di pregiudizi razzisti contro di loro.
Da anni, infatti, gli abitanti di Isola Capo Rizzuto sono soliti manifestare la loro rabbia
contro i profughi del San Anna, accusandoli di essere “impostori”, “ladri”, “violenti”, “un
peso per lo stato”, “portatori di prostituzione”, e in virtù di queste rappresentazioni
pretendono che essi non abbiano più la libertà di uscire neppure nelle ore del giorno.
Queste rivolte, peraltro, si intermezzano con quelle portate avanti degli stessi immigrati,
che chiaramente si intensificano nei periodi di sovraffollamento come quello attuale. I loro
striscioni di protesta, tempo fa, recitavano: “Siamo emigranti non siamo prigionieri”
(D’Agostino 2007). L’ultima rivolta si è invece verificata lo scorso 1° agosto, ma questa
volta, diversamente dal solito, i profughi del S. Anna non si sono accontentati di bloccare la
strada statale 106 antistante il CARA. Allo scopo di denunciare lungaggini burocratiche e i
dinieghi nella concessione del diritto d’asilo politico, ma anche altre lesioni dei loro diritti
umani - legate alla mancanza di cibo, di schede telefoniche, alle cattive condizioni igieniche
dei bagni -, circa una quarantina di nigeriani ha scatenato una vera e propria guerriglia,
che ha portato al devasto dei locali del Centro S. Anna, a 33 contusi fra le forze dell’ordine
e a 14 arresti.
Pur condannando la violenza di quella rivolta, il coordinamento regionale del COISP
(coordinamento per l’indipendenza sindacale delle forze di polizia) non ha fatto alcuno
sconto al governo, accusandolo di aver fallito sul tema dell’immigrazione nel momento in
cui ha deciso di non smistare i tanti richiedenti asilo che stanno fuggendo dalla Libia in
centri più piccoli, e garantire loro condizioni di vita più dignitose7. Accanto ai sindacati di
polizia, sono poi gli operatori di diversi progetti SPRAR attivi in Calabria a lamentare il
trattamento a cui sono sottoposti i profughi in attesa di riconoscimento all’interno del
Centro S. Anna. Nelle loro parole, il CARA di Isola Capo Rizzuto rappresenta una vera e
propria “fabbrica della clandestinità”, dove trovano applicazione non solo pratiche di cura
assistenzialistiche e vittimizzanti, che ostacolano l’autonomia dei rifugiati, ma anche prassi
intimidatorie che aumentano l’illegalità. In particolare, alcuni operatori denunciano
metodi d’indagine polizieschi da parte della Commissione Territoriale insediata all’interno
del CARA, oppure decisioni di stampo politico, che si adeguano alle esigenze diplomatiche
del paese, cosicché, a loro avviso, “profughi kurdi, nigeriani, ganesi e afgani da qualche
tempo a questa parte non riescono in alcun modo a regolarizzare la loro presenza benché
spesso in possesso di una storia credibile e meritevole di tutela” (Operatore n. 1, SPRAR di
Lamezia).
A prescindere dall’esito della procedura di riconoscimento di fronte la Commissione
Territoriale, gran parte delle persone che escono dal CARA S. Anna, a causa dell’esiguità
dei posti messi a disposizione all’interno del sistema SPRAR, e della durata limitata dei
progetti di seconda accoglienza, non hanno altra scelta per sopravvivere che accettare di
lavorare in nero, come braccianti agricoli, nelle campagne del meridione d’Italia.
Sconfessando il discorso pronunciato dal Ministro dell’Interno Maroni all’indomani della
rivolta scoppiata a Rosarno nel gennaio del 2010, secondo il quale essa sarebbe il frutto di
decenni di tolleranza nei confronti dell’immigrazione clandestina, diverse inchieste hanno
infatti messo in evidenza come un’importante componente dei braccianti stagionali
impiegati in quest’area della Calabria, sia costituita da rifugiati e richiedenti asilo in
possesso di un regolare permesso di soggiorno (Galesi e Mangano 2010). D’altronde, anche
l’Unhcr è stato più volte costretto ad intervenire per denunciare questa stessa realtà. Il suo
primo intervento più esplicito risale al dicembre del 2008, e cioè a quando, dopo
l’ennesimo attacco di matrice razzista subito da due lavoratori provenienti dal Ghana, i
migranti di Rosarno decisero di ribellarsi al clima di intimidazioni, violenze e soprusi che
nella Piana di gioia Tauro, da tempo ormai, si è generato nei loro confronti, portando alla
7
“Si rischia una nuova Rosarno”, Il Quotidiano 8 agosto 2011.
ribalta internazionale il sistema di sfruttamento mafioso su cui si regge il settore
agrumicolo di questo territorio (Mangano e al. 2009). E’ a partire da quel momento,
infatti, che nessuno ha potuto più fingere di non sapere che a Rosarno ogni anno
affluiscono migliaia di migranti e rifugiati per essere impiegati in condizioni di semischiavitù durante il periodo della raccolta delle olive e degli agrumi. Che Rosarno e l’intera
Piana di Gioia Tauro costituiscono fra le realtà più drammatiche e contraddittorie della
Calabria, dove i processi globali di riconversione e distruzione delle vecchie produzioni
agricole locali si accompagnano all’arrivo di massicci flussi migratori dall’Africa e dall’est
Europa, e a fenomeni criminosi sempre più avanzati.
L’Unhcr fu costretto poi ad intervenire nuovamente all’indomani della rivolta dei
migranti di Rosarno avvenuta nel gennaio del 2010, per confermare ancora una volta la
presenza di un numero ragguardevole di rifugiati sia fra le centinaia di africani riversatisi
nelle strade di Rosarno, che fra coloro i quali sono stati attaccati e feriti dalle gente del
paese nelle ore successive alla protesta. Del resto, anche quest’ultima rivolta nacque dalla
rabbia esplosa fra i braccianti africani dopo essere venuti a sapere che uno di loro era stato
gravemente ferito. Si trattava di un ragazzo del Togo, munito di un regolare status di
rifugiato politico. Di un ragazzo che dopo la fuga dalla sua terra, e dopo aver atteso mesi
l’audizione per il riconoscimento dello status di rifugiato, viveva nei dintorni di Rosarno in
un vecchio casolare diroccato, senza riscaldamenti, bagni, acqua ed elettricità, lavorando in
nero alla raccolta degli agrumi per circa 25 euro al giorno. Ciò finché alcuni giovani del
posto l’hanno colpito alle gambe con una carabina ad aria compressa, mettendo una volta
ancora in mostra quella piramide di ostilità ed arroganza che da anni connota la relazione
esistente tra i migranti di Rosarno e gli abitanti di questa città (Parini e Loprieno 2010). A
questa situazione di riconoscimento negato fa riferimento Giuseppe Lavorato (già sindaco
di Rosarno) nella sua testimonianza:
“Quando io sento dire che la presenza di migranti in Italia costituisce
un problema per la sicurezza nazionale, reagisco con rabbia. Può anche
darsi che nelle grandi città del Nord ci siano migranti in organizzazioni
criminali, ma sono in percentuali molto più basse dei criminali italiani.
In Calabria e a Rosarno, poi, non costituiscono per nulla problemi di
sicurezza. Non sono assolutamente autori di violenza, ma sono oppressi
e, quindi, oggetto di violenza. Non c’è solo lo sfruttamento bestiale – non
ricevono nemmeno la metà del salario che dovrebbero percepire e
lavorano per un numero maggiore di ore rispetto al normale – ma in più,
vengono spesso assaliti e derubati da delinquenti utilizzati dalle grandi
organizzazioni criminali. Quando avvengono scontri tra loro si scopre
subito, mentre quando vengono uccisi a causa dello sfruttamento e della
tratta del lavoro non si vuole scoprire nulla”.
Come il giovane togolese attaccato a Rosarno nel 2010, i tanti altri richiedenti asilo e
rifugiati che qui vivono e lavorano, spesso sono ex attivisti politici che oggi mantengono in
vita il comparto agricolo calabrese, rispondendo alla sua richiesta stagionale di
manodopera dequalificata e per nulla garantita. Ciò nondimeno le persecuzioni che hanno
causato la fuga di queste persone vengono del tutto occultate da un contesto locale che, per
l’appunto, intravede nello sfruttamento massimo degli immigrati l’unica risorsa per
combattere gli effetti dell’allargamento del mercato agrumicolo verso aree geografiche più
competitive, e che per questo mette in moto processi di distanziamento sociale (Fantozzi
2009), che trasformano i rifugiati in “nuovi schiavi illegali”. Ciò che si osserva è in sostanza
un gioco “a somma zero”, dove i rifugiati si trovano assoggettati a dinamiche di
sfruttamento finanche più gravose rispetto a quelle riscontrabili presso le altre categorie di
migranti, considerato che nel loro caso manca anche la libertà del ritorno, e che è più
difficile passare dai gradini più bassi del mercato del lavoro ad impieghi meglio retribuiti
poiché anche quando in possesso di buone competenze, molti sono gli ostacoli che essi
devono affrontare per esibire certificazioni del loro paese di origine relative alle esperienze
lavorative maturate prima della fuga. Dall’altro lato, invece, il comparto agricolo presso cui
i rifugiati trovano impiego tarda a individuare strade alternative di crescita reale, che lo
sottraggano a quello che per ora appare un’inevitabile declino (Corrado 2011).
1.5 La costruzione sociale dell’accoglienza: i rifugiati nella “dorsale
dell’ospitalità”
Sulla base delle considerazioni svolte fin qui, la massiccia presenza di rifugiati che
vengono reclutati come braccianti in nero nelle aree rurali calabresi, dopo aver trascorso
diversi mesi in regime di semi-detenzione nel campo di S. Anna di Crotone, indica un iter
piuttosto consolidato, spiegabile alla luce di una serie di fattori che chiamano soprattutto
in causa: lo smantellamento del diritto d’asilo in status assai più precari rispetto al passato;
la struttura locale del mercato del lavoro; i fenomeni di distanziamento sociale che il
complesso di questi processi spesso finiscono col determinare (Fantozzi e al. 2009). Come
vedremo qui di seguito, si tratta di un iter che contrasta però con le richieste di
riconoscimento dei diritti umani e con i bisogni di coesione sociale che da alcuni anni a
questa parte portano in evidenza alcuni enti locali calabresi, assieme ai rifugiati e al
variegato mondo del privato sociale che si è progressivamente schierato con loro.
Facendo in particolare riferimento ai complessi meccanismi attraverso cui, nell’area
calabrese della Locride, sono venuti a delinearsi norme e pratiche sociali d’accoglienza di
segno radicalmente opposto rispetto a quelle che caratterizzano la Piana di Gioia Tauro,
l’area circostante il CARA di Isola Capo Rizzuto, e soprattutto dissonanti rispetto al modo
in cui il governo nazionale sta in queste ore trattando il tema dei rifugiati, è possibile
cogliere uno sviluppo ambivalente, che si articola attorno a due processi fondamentali: un
processo che potremmo definire di autonomia creativa, dove la rivendicazione della
propria differenza culturale è stata messa in moto per dare vita a nuove forme di
appartenenza e agire comunitario; un secondo processo, di networking, fondato sulla
costruzione di alleanze multilivello con particolari settori delle istituzioni nazionali e con
più ampi reticoli sociali, che hanno dato forza e legittimazione a tali pratiche alternative
d’inserimento degli stranieri sul territorio.
Volendo ricostruire per sommi capi questo lungo percorso, è importante ricordare come
tutto iniziò quando, nel dicembre 1997, si arenò sulla costa ionica di Badolato
un’imbarcazione con circa 800 esuli kurdi a bordo. Quei profughi portati dal mare vennero
prontamente accolti dalla popolazione locale e sistemati nella parte più antica della città,
decimata dall’emigrazione e perciò con una grande disponibilità di alloggi vuoti. In quei
giorni si produsse in sostanza un processo reale di incontro fra corpi e, dunque, un corto
circuito invalicabile per gli stigmi che impediscono di approcciare la figura del rifugiato
nella sua complessità. In un territorio spopolato dall’emigrazione, e a sua volta periferico
rispetto alle dinamiche del capitalismo globale, il “rifugiato”, il “profugo”, il “clandestino”,
cessarono velocemente di essere l’Alterità assoluta, le vittime, una minaccia sociale, per
assumere il volto di persone singolari, che rivitalizzavano con la loro presenza un territorio
ormai spento, benché ricco di potenzialità. E’ questo processo che descrive Tonino Perna,
uno dei protagonisti di quella inedita vicenda d’accoglienza, in un suo articolo apparso
sulla stampa locale:
“Incontrai cosi quelli che oggi i mass media ci hanno abituato a
chiamare “clandestini” e che invece sono dei profughi, fuggiti da guerre
dimenticate, più spesso, sono i “naufraghi dello sviluppo” come li ha
definiti recentemente in un celebre saggio di Serge Latouche. Soprattutto
persone. Persone di nazionalità curda, sfuggite alla guerra civile e alla
morte in mare, con i visi sorridenti e riconoscenti per la grande, calorosa
accoglienza ricevuta dall’amministrazione comunale e dai cittadini di
Badolato. Chiesi se c’era qualcuno che volesse rimanere a Badolato e che
cosa sapeva fare. Si materializzarono cuochi, falegnami, scappellini,
idraulici, muratori, ecc.”8.
Perna ricorda che per la gente di Badolato fu un gesto naturale accogliere i migranti,
aprire le loro vecchie case abbandonate, tentare di integrarli nell’economia locale. Ma quel
gesto spontaneo diventò un fatto eccezionale per le tante altre aree del mondo che si
stavano abituando a intravedere nello straniero un pericolo pubblico. E così, la notizia di
Badolato, salvata dall’abbandono grazie all’arrivo delle “carrette del mare”, portò troupe
televisive da ogni parte d’Europa. Ma, soprattutto, assieme a loro, arrivarono tanti curiosi
ed un capitale di esperienze associative e di operatori sociali altermondisti, che in quella
fase storica sperimentavano nuove pratiche di partecipazione dal basso, caratterizzate da
un’attenzione crescente verso la dimensione locale e l’economia solidale (Magnaghi 2000;
della Porta e Mosca 2003). Fu attraverso questo processo che acquisì forza, legittimazione
e consapevolezza un nuovo discorso proteso ad evidenziare gli aspetti positivi collegati al
coinvolgimento attivo dei rifugiati nello sviluppo di un territorio in cui le potenzialità di
crescita incontrano un ostacolo strutturale proprio nello spopolamento e nel conseguente
invecchiamento della popolazione.
Questa rottura epistemica, che dunque dissolve l’immagine giuridicamente stereotipata
del rifugiato come “vittima” o come “impostore”, riconoscendolo invece come una “risorsa
per il rilancio economico, sostenibile e responsabile dei territori d’insediamento”, nel corso
degli anni, si è poi consolidata a pochi kilometri di distanza da Badolato. Nel borgo di
Riace, a sua volta un borgo antico e semiabbandonato. Anche sulla costa ionica di Riace,
nel 1998, sbarcarono più di 200 esuli kurdi che di nuovo furono accolti dalla popolazione e
dalle autorità locali con la consapevolezza ormai di dover riconoscere piena dignità proprio
a ciò che il capitale giudica rifiuto, eccedenza. Da quell’ennesimo incontro casuale fra corpi
nacque infatti a Riace l’associazione “Città Futura”, la quale subito pensò di costruire
attorno a quelle nuove presenze un modello d’accoglienza radicalmente alternativo a quello
vittimizzante dell’umanitarismo, un modello questa volta rivolto ad incoraggiare
l’autonomia dei rifugiati, e che in particolare decise di farlo vivificando le tradizioni e
l’identità del luogo, sebbene indirizzandole verso un nuova progettualità e un nuovo
orientamento. E’ quanto bene emerge dalle parole dell’attuale Sindaco di Riace, Mimmo
Lucano, quando afferma che:
“L’esperienza vissuta a Riace nasce quasi da una casualità, da una
sperimentazione che, nell’immaginazione di chi ha cominciato poi ad
attuarla, si legava ad un elemento molto semplice: il riconoscimento nella
predisposizione
all’accoglienza,
propria
dell’animo
calabrese,
dell’opportunità di rispondere ad un “moto spontaneo dell’anima”, vale a
dire quello di accogliere chi ha bisogno di aiuto.
Tutto è nato “quasi per caso”, sia per sperimentare forme di sviluppo e
rispondere alla rassegnazione e all’oblio sociale, sia per legarci ai valori
connaturati nel nostro patrimonio culturale e per rispondere, quindi, a
quel moto spontaneo dell’anima di cui parlavo prima”.
8
T. Perna “Immigrati. Una risorsa per le aree interne”, in ll Quotidiano della Calabria, 6 agosto 2008.
In particolare, l’idea di partenza, sostenuta da appositi fondi inizialmente stanziati dal
Programma nazionale asilo (PNA) e dalla Rete dei Comuni Solidali (Recosol)9, è stata la
creazione di un villaggio rurale, il “Riace village”, divenuto col tempo un centro di
ospitalità diffusa e multiculturale, che ha portato alla riapertura di molte vecchie case
abbandonate dagli emigranti, e che, da circa un decennio, è soprattutto il laboratorio
presso il quale è stato possibile riattualizzare i valori legati al vecchio mondo contadino per
dare forza ad una nuova idea di comunità, basata su atteggiamenti culturali in grado di
coniugare insieme identità e solidarietà. Come enfatizza un depliant prodotto
dall’Associazione “Città futura”:
“Le case abbandonate dagli emigranti nei borghi, si aprono
all’accoglienza. Il tentativo di costruire una nuova identità sul modello
degli antichi villaggi rurali calabresi, con le botteghe e i laboratori
artigianali, il senso diffuso dell’ospitalità, l’etica dell’accoglienza. Lo
sviluppo dell’economia sociale e solidale con il sostegno di una rete di
relazioni oltre i confini calabresi dei turisti responsabili e la speranza di
“nuovi viaggiatori che arrivano dal mare”.
Oltre a dare una risposta all’esigenza abitativa dei profughi, il comune di Riace,
attraverso il suo sindaco Mimmo Lucano, dal 2004 ad oggi ha inoltre avviato delle
cooperative di filatura della ginestra e di lavorazione della ceramica in cui hanno trovato
impiego diversi rifugiati e giovani del luogo. Anche in questo caso, dunque, si è trattato di
interventi che, riattualizzando la memoria storica del territorio, i suoi antichi saperi locali,
non hanno semplicemente risposto alle esigenze occupazionali dei rifugiati, ma hanno
puntato a costruire nuove forme di reciprocità, in cui l’alterità non è più distinguibile.
Queste molteplici iniziative avviate a Riace nascono cioè da una certa problematizzazione
del proprio malessere sociale, che ha portato al convincimento di trovarsi ad accogliere
soggetti differenti ma ugualmente penalizzati dalle ambivalenze della modernizzazione
(Eisenstadt 1997), con i quali Riace ha voluto dunque allearsi strategicamente e costruire
delle alternative di vita. A Riace, insomma, il richiamo al passato e a un certo ideale
premoderno di comunità, ha rappresentato una risorsa di mobilitazione politica
fondamentale per l’affermazione di forme regolative d’accoglienza particolarmente
innovative, basate sulla rivendicazione di logiche di appartenenza che danno centralità alla
prossimità sociale, e non invece ad ideali nazionalistici sradicati dalla vita reale. Da questo
punto di vista, qui trovano fondamento e applicazione le tesi di quanti da anni ormai si
sforzano di chiarire come l’adoperarsi per articolare un’identità autonoma, legata alle forze
della tradizione, non sia un gesto necessariamente reazionario, che si oppone a tutto ciò
che è moderno e razionale (Costabile 2006), là dove proprio queste forze possono essere
invece decisive nel creare «nuove forme di razionalità e nuove forme di liberazione»
(Hardt e Negri 2010, p. 103).
Questo tentativo portato avanti a Riace di integrare modernità e tradizione non solo
per includere in maniera creativa i rifugiati nel contesto locale, ma anche per costituire
nuovi rapporti di forza all’interno del paese, lo si scorge inoltre osservando la fitta rete di
legami sociali che la sua amministrazione cittadina ha instancabilmente tessuto nel corso
degli anni per dare legittimazione e concretezza alla sua progettualità e alle sue
9
RECOSOL, Rete dei Comuni Solidali – Comuni della Terra per il Mondo, è una rete di comuni nata nel 2003, che si pone come alternativa alla
globalizzazione selvaggia per dare visibilità ad un processo sostenibile e di collaborazione, scambio, fra paesi ricchi e paesi poveri, tra i paesi del
nord e del sud del mondo. Realizza progetti mirati, piccoli o grandi, in accordo con i Comuni dei paesi in via di sviluppo. La rete, nata per sfatare il
luogo comune secondo cui per fare cooperazione sia necessario investire grandi risorse, grandi somme, fare grandi progetti, oggi conta più di 280
comuni in Italia. Recosol, soprattutto, è un’associazione in costante sviluppo, a testimonianza della crescente sensibilità di amministratori locali
convinti che sia necessario liberare i comuni dalla ormai vecchia concezione di luoghi adatti a svolgere semplicemente l’ordinaria, burocratica e
fredda amministrazione.
rivendicazioni culturali (Sivini 2008). Le opportunità di riscatto sociale e umano che, a
Riace, stanno coinvolgendo sia i profughi che i giovani autoctoni e i vecchi abitanti di
questa comunità (Sasso 2009), hanno infatti potuto realizzarsi grazie ai finanziamenti
provenienti dal governo centrale, inizialmente tramite il progetto PNA, e poi tramite il
sistema SPRAR. Ma una grossa mano, come abbiamo visto, è arrivata anche dalla Rete dei
Comuni Solidali, un’organizzazione che nasce proprio per rivendicare un ruolo attivo dei
comuni nella configurazione delle politiche di sviluppo locale, e che, sempre nelle parole di
Lucano, ha permesso al comune di Riace “di continuare nell’esperienza di una governance
etica, di legalità e di solidarietà, in aperta opposizione nei confronti di chi
quotidianamente disprezza i nostri territori con fenomeni di ‘ndrangheta e mafia”. Oltre
all’appoggio della Recosol, Riace ha potuto inoltre contare sulle expertise dell’Asgi e del
Cir, due organizzazioni tradizionalmente schierate in prima fila nella lotta a tutela del
diritto d’asilo in Italia, che, insieme a numerose altre organizzazioni sensibili ai temi dello
sviluppo sostenibile, della legalità e della tutela ambientale, hanno raccolto la proposta di
speranza proveniente da quell’area della locride, portandola ad esempio contro ogni
tentazione alla rassegnazione e ad un pessimismo impotente. È attraverso questo processo
ambivalente, insieme radicato nella memoria del territorio e proteso al consolidamento di
nuovi reticoli sociali, che l’amministrazione cittadina è riuscita a reinventare l’identità del
rifugiato, oltrepassando le rappresentazioni vittimistiche ed insieme criminalizzati che
stanno alla base della regolazione internazionale degli attuali spostamenti migratori
forzati.
Più di quanto abbia fatto Badolato, l’amministrazione cittadina di Riace è stata inoltre
in grado di attivare un’interlocuzione strategica con alcuni organi ministeriali, che ha
portato alla diffusione del suo modello di accoglienza in altri comuni calabresi. In realtà, in
un primo momento, l’esperienza di Riace allarmò il governo centrale visto che, nel 2008, la
città venne estromessa dal Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo.
Probabilmente, quell’accoglienza così semplice e spontanea risultava destabilizzante dal
punto di vista della logica sicuritaria e umanitaria che regola gli attuali dispositivi di
controllo. Determinato ad andare avanti, il suo sindaco, Mimmo Lucano, intervenne però
pubblicamente nell’agosto dello stesso anno offrendo ospitalità ai “clandestini”, proprio
quando nei media nazionali si consumava l’ennesima polemica dovuta all’emergenza
sbarchi e al sovraffollamento dei centri prima accoglienza. Quell’occasione fu la prima in
cui si cominciò ad avviare un’interazione strategica fra Riace e il Ministero dell’Interno,
che peraltro portò al coinvolgimento di altri due paesi della locride nella cosiddetta
“dorsale dell’ospitalità”: Caulonia e Stignano. Due paesi che, come Riace, da anni lavorano
nella costruzione di un patto di mutuo soccorso fra rifugiati e autoctoni, teso ad affermare i
valori della legalità, dell’autonomia locale, della solidarietà.
In particolare, oggi a Caulonia come a Riace, sono nati dei laboratori artigianali che
vedono i migranti come soggetti attivi nella rivitalizzazione del territorio, e quindi non solo
come vittime bisognose di cure, ovvero che subiscono il controllo, le violazioni e le
degenerazioni del diritto. Entrambi i paesi hanno poi sperimentato il secondo e più vasto
progetto di reinsediamento di cui l’Italia è mai stata protagonista, un progetto che dà corpo
alle disposizioni della Convenzione di Ginevra relative al cosiddetto burden sharing,
oltreché all’art. 10 della nostra Costituzione. La mancanza strutturale di lavoro in Calabria,
in verità, ha da poco tempo spinto i profughi palestinesi accolti tramite questo progetto a
lasciare la locride per dirigersi in Svezia. Rimane comunque significativo il fatto che queste
piccole realtà siano riuscite ad innescare, dal basso, un processo teso al consolidamento di
normative rimaste per anni senza attuazione.
Inoltre, come a Riace, anche il comune di Caulonia non si è limitato ad immaginare
forme inclusive schiacciate sui bisogni specifici di ripopolamento del suo antico borgo, ma
ha superato la strumentalità di questi interventi tramite provvedimenti normativi che
mentre destrutturano, ampliandolo, il vecchio legame fra appartenenza e cittadinanza
nazionale, hanno lanciato un messaggio civile e mediatico potente da una zona abituata a
ricevere gli onori della cronaca solo in caso di mattanze mafiose. Si tratta di forme
giuridiche assai originali e creative, consistenti nell’estensione del diritto di voto
amministrativo ai migranti là residenti, e nella costituzione di “ronde multiculturali”, che,
come spiega il sindaco di Caulonia, Ilario Ammendolia, “individuano nella solidarietà fra
autoctoni e migranti lo strumento fondamentale per garantire il ripristino della legalità
in un territorio che ha finalmente voglia di dare di sé un’immagine nuova e positiva, non
più di corruzione e di spreco”.
1.6 Lotte migranti e definizione della legalità
Sulla base delle considerazioni svolte fin qui, si è visto come l’esperienza di
trasformazione e reinvenzione dell’identità (giuridica e sociologica) del rifugiato portata
avanti nella cosiddetta “dorsale dell’ospitalità”, sia stata chiaramente condizionata dai
fenomeni di spopolamento che percorrono il territorio. Tuttavia, nel momento in cui lo
sforzo inventivo compiuto nella locride ha effettivamente condotto ad una serie di
positività - consistenti nel consolidamento dei diritti dei rifugiati, nel ripopolamento dei
vecchi borghi, nel mantenimento delle scuole, nella costruzione di nuove cooperative
sociali di lavoro, nel riscatto “terapeutico” della propria identità comunitaria - molte altre
realtà che non presentano le stesse caratteristiche strutturali della locride, stanno tentando
la sua stessa strada, contribuendo a diffondere una nuova cultura dell’accoglienza, e un
nuovo “discorso” sui rifugiati.
Di fatto, dalla fine degli anni ‘90 ad oggi, l’esperienza di Riace sta cominciando a
coinvolgere numerose città calabresi, che, come Riace, hanno deciso di lottare per la
propria dignità, e di farlo insieme ai migranti. E’ soprattutto il caso della città di Cosenza,
di Acquaformosa, di Lamezia Terme. Sono esperienze altamente significative perché
dimostrano come orami l’obiettivo di queste amministrazioni locali non si limiti più al
consolidamento del diritto d’asilo, ma esse puntano a rispondere ai propri bisogni di
coesione sociale, tematizzando nuove forme di appartenenza e reciprocità, basate su di un
“noi” di uguale dignità. Per esempio, altamente significativa è l’attività portata avanti
dall’ente gestore lo SPRAR di Cosenza, l’associazione “La kasbah”, che, oltre ad occuparsi
di rifugiati, da diversi anni è molto attiva sia nelle vertenze locali e regionali contro la
discriminazione dei migranti in ambito lavorativo, abitativo, sanitario, scolastico, che nella
ideazione di esperimenti originali (laboratori teatrali, produzioni biologiche, trasmissioni
radiofoniche) basate sul coinvolgimento degli italiani e degli stranieri che vivono la città, a
prescindere dal loro status giuridico e dalla loro nazionalità (Intv. Enza Papa). Ed ancora,
altamente significativo è il fatto che il comune di Lamezia Terme, una volta entrato nel
sistema SPRAR, abbia deciso di collocare i rifugiati in stabilimenti confiscati alla mafia,
trattandosi di un gesto apertamente finalizzato alla costruzione di un sistema alternativo di
relazioni, “che rifiuta la messa in competizione fra migranti e autoctoni, portandoli
viceversa affianco nella lotta contro la marginalità economica e contro l’illegalità del
territorio” (Intv. Antonio Scaramuzzino – Arci Lamezia).
Continuamente, la stampa nazionale e internazionale dedica grande spazio a queste
realtà, tanto che anche l’ex governatore della Calabria, Agazio Loiero, decise di trarne le
giuste conclusioni. Nel Maggio del 2009, la Regione Calabria licenziò infatti una legge che
adotta in pieno l’impianto di governance “etico” sviluppatosi a Badolato e Riace, con
l’obiettivo di metterlo a sistema sull’intero territorio calabrese. L’obiettivo voleva essere in
particolare quello di coniugare sviluppo e immigrazione nel senso della solidarietà e della
sostenibilità ambientale (Ricca 2010), dando sostegno a progetti «che intendano
intraprendere percorsi di riqualificazione e di rilancio socio-economico e culturale
collegati all’accoglienza dei richiedenti asilo, dei rifugiati, e dei titolari di misure di
protezione sussidiaria o umanitari» (art. 1, Legge 18 del 2009). Nonostante questa legge
sia balzata agli onori della cronaca, fino a ricevere il plauso dell’Onu e di uno dei più
importanti registi al mondo, Wim Wenders, che ha raccontato l’utopia di Riace in un suo
film, “Il volo”, essa non ha fin qui avuto attuazione per via del cambio di colore nella giunta
verificatosi in seguito alle elezioni regionali del 2010. Oltre a ciò, la decretazione dello
stato d’emergenza effettuata dal governo nazionale lo scorso 12 febbraio, testualmente
finalizzata a «consentire un efficace contrasto all’eccezionale afflusso di cittadini
extracomunitari nel territorio nazionale», sembra voler deliberatamente minare quel
processo virtuoso di accoglienza innescatosi nella locride, che la legge regionale intendeva
sistematizzare.
Alla decretazione dello stato d’emergenza, sono infatti seguite una serie di altre
ordinanze che hanno assegnato in via straordinaria alla Protezione civile italiana la
gestione dell’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo (Ordinanza 39/33 della Presidenza
del Consiglio), e messo invece all’angolo la rete di enti locali e di associazioni che hanno
fino a questo momento garantito il funzionamento del sistema SPRAR. Questa
assegnazione ha in particolare portato all’istituzione di diverse tendopoli militarizzate in
molte regioni del meridione d’Italia. Altre strutture fatiscenti approntate in fretta e furia
sono invece state trasformate in nuovi centri di accoglienza per richiedenti asilo, e qui,
come nei preesistenti CIE e CARA dislocati sul territorio, è stata negata ad avvocati e
giornalisti la possibilità di accedervi nonostante la tensione sia alle stelle, come dimostrano
i continui tentativi di fuga, le rivolte e gli atti di autolesionismo che quotidianamente si
verificano al loro interno.
Soffermando lo sguardo sul caso della regione Calabria, si può vedere come proprio in
queste ore essa si sta trasformando in una sorta di carcere a cielo aperto, dove tornano
attuali politiche che criminalizzano, recludono o al massimo assistono i rifugiati attraverso
logiche centralizzate, basate sulla totale asimmetria delle posizioni fra ricevente e
donatore. La Conferenza Unificata Stato-Regioni tenutasi lo scorso 6 aprile, ha in
particolare assegnato alla Calabria 1643 posti, e, tramite la Protezione civile, ha messo in
moto una macchina di aiuti che mette duramente in crisi l’idea della dislocazione dei
rifugiati all’interno dei piccoli comuni come processo virtuoso per combattere insieme il
loro sfruttamento e lo spopolamento dei vecchi comuni calabresi. Si tratta per lo più di una
macchina di aiuti che poggia sul recupero di grandi strutture alberghiere, gestite da
cooperative prive sia di esperienza in materia che di radicamento territoriale, trasformate
in nuovi CARA senza il consenso e l’interlocuzione con le amministrazioni locali (Intv.
Hamed).
Questi centri oggi si trovano perlopiù sulla costa tirrenica calabrese: ad Amantea, a
Cetraro, a Rogliano e a Falerna. Ma come dicevamo in precedenza, la contestazione a
questo complesso di interventi emergenziali non si è fatta attendere. Fra i primi a reagire
sono stati i sindaci di Riace e Acquaformosa, Mimmo Lucano e Giovanni Mannoccio.
Secondo un copione ormai consolidato, mentre divampava la polemica sul
sovraffollamento dei centri di prima accoglienza nel paese, i due sindaci si sono recati lo
scorso mese di giugno in Sicilia, esprimendo la disponibilità dei loro comuni
all’accoglienza. Manoccio è poi intervenuto a più riprese sulla stampa locale, prendendo
come spunto una rissa fra migranti avvenuta nel CARA recentemente allestito a Falerna,
per mettere in evidenza le tante negatività che si determinano quando l’accoglienza dei
rifugiati avviene in maniera precaria, tramite sistemi concentrazionari e spersonalizzanti,
che portano peraltro ad aumentare le spese dello stato10.
In realtà, prima ancora che Manoccio facesse esplodere il caso, tanto da sollecitare
un’interrogazione parlamentare che sostanzialmente avanza i suoi stessi dubbi e le sue
stesse denunce, il 21 giugno scorso, durante la celebrazione della giornata mondiale del
10
Apparso su Nuovacosenza.com il 1 luglio 2011. “Mannoccio: Ad Acquaformosa esperienze di accoglienza ignorate dal governo”.
Rifugiato, sia a Cosenza che a Lamezia Terme, tutte le relazioni degli intervenuti ai dibattiti
organizzati dagli enti gestori SPRAR si erano già focalizzate sulla necessità di fare presente
alla Regione Calabria la necessità di uscire dall’emergenza, per dare invece seguito al
dettato della legge n. 18 del 2009. A Cosenza, in particolare, questa riflessione è stata
sostenuta attraverso la sottoscrizione da parte di diversi comuni ed altre istituzioni di un
Protocollo d’intesa che si caratterizza per il fatto di voler rilanciare una logica di
governance basata sulla maggiore responsabilizzazione delle istituzioni locali, e che
formalizza il coinvolgimento di molteplici attori territoriali nell’accoglienza dei rifugiati:
sindacati, centri per l’impiego, teatri cittadini, università. Una più forte presa di posizione è
venuta poi dall’intero circuito SPRAR calabrese che, attraverso un documento pubblicato
sulla stampa locale11, si è a sua volta scagliato in maniera compatta contro l’assolutismo
decisionale della Protezione Civile, ritenuto colpevole di aver generato un “caos
organizzativo” nonostante il numero di profughi assegnati alla Regione sia “irrisorio e
facilmente gestibile”, rivendicando di conseguenza che: a) la competenza del Piano di
Accoglienza passi dalla Protezione Civile alle Politiche Sociali delle Regioni; b) che tutti
gli interventi previsti per i richiedenti asilo siano coordinati dal Servizio Centrale,
anziché dalla Protezione Civile; c) che sia preso come modello di accoglienza, da
implementare, il Sistema di Protezione dei Rifugiati e Richiedenti Asilo; d) che sia data
concretezza ed operatività ai dettami della Legge Regionale sull’Accoglienza.
Non è possibile dire al momento in che misura queste forme di dissenso stiano
mettendo effettivamente in crisi il modello d’accoglienza emergenziale messo in moto dal
governo Berlusconi. I primi risultati che siamo in grado di osservare evidenziano come la
Protezione civile calabrese abbia accettato di procedere ad un parziale potenziamento delle
reti dello SPRAR con ulteriori inserimenti a Riace e Acquaformosa, dove sono tornati i
profughi, e con loro tutto il dibattito sulle importanti ricadute e positività che l’accoglienza
degli stranieri può avere all’interno dei territori interessati da queste presenze 12. E’
certamente vero, tuttavia, che oggi solo un numero ristrettissimo di rifugiati fra quelli da
poco arrivati in Calabria gode di un sistema attento alle loro istanze e ai loro bisogni. Tutti
gli altri continuano a denunciare una gravosa situazione di limbo, mentre a Rosarno, anche
lo scorso inverno, rifugiati e migranti irregolari hanno continuato a vivere analoghi stati di
subalternità giuridica e sfruttamento. E però, se anche l’apertura fatta dalla Protezione
civile ai comuni di Riace e Acquaformosa non rappresentasse altro che una mossa
strategica finalizzata alla captazione del dissenso, la protesta contro le assegnazioni e le
modalità di intervento della Protezione civile nella gestione dei rifugiati continua ovunque
a dilagare in Calabria. Per esempio, si è estesa a Rogliano ed Amantea. Qui il suo sindaco,
Francesco Tonnara, prima ha protestato contro un piano di insediamento di circa 170
profughi imposto dall’alto, senza alcuna interlocuzione con il territorio, e,
successivamente, si è spinto a disporre un’ispezione nel nuovo centro di accoglienza
cittadino, che lo ha portato a denunciare alle autorità competenti l’invivibilità della
struttura alberghiera presso la quale i profughi sono stati sistemati, dovuta a problemi di
sovraffollamento, alla qualità pessima del cibo somministrato, alla carenza di personale 13.
In questa maniera, per la stampa locale, Francesco Tonnara ha dimostrato di voler essere
“orgogliosamente il sindaco di tutti, profughi compresi”, e ha inoltre restituito “dignità
democratica alla storia di un comune recentemente offuscata dallo scioglimento del
consiglio comunale per infiltrazioni mafiose”14. Anche a Rogliano l’arrivo dei profughi è
stato anticipato dalle forti polemiche del suo sindaco Giuseppe Gallo, che ha indirizzato
una nota al governatore della Calabria Scopelliti, nella quale, pur sottolineando come “il
sottoscritto e la comunità roglianese per tradizione e cultura sono votati ai principi
11
“Affare accoglienza. Manoccio non ci sta”. Calabria Ora, 10 Agosto 2011.
“Accoglienza, premio per i Comuni di Riace, Badolato e Caulonia”, 22 agosto 2011.
13
“176 immigrati in 36 posti letto”, Il Quotidiano 10 agosto 2011.
14
“Orgogliosamente il sindaco di tutti, profughi compresi”, Il Quotidiano, 11 agosto 2011.
12
dell’accoglienza e della solidarietà”, ha lamentato il metodo seguito per la realizzazione di
uno nuovo CARA a Rogliano, non essendo stato interpellato preventivamente15. Gallo,
dunque, non si schierato contro l’arrivo dei migranti, ma ha rivendicato l’importanza di
attivare un’interlocuzione con tutti gli attori pubblici e privati interessati da queste nuove
presenze, tanto da aver sostenuto e assegnato una sala della Casa delle Culture cittadina
alla rete spontanea di accoglienza dal basso che, sempre a Rogliano, si è recentemente
costituita per fornire ai migranti una serie di servizi ludici e di assistenza legale,
rigidamente al di fuori del CARA e del suo sistema ufficiale di gestione. Una rete che, nelle
parole degli attivisti roglianesi, ancora una volta tenta di incentivare la conoscenza
reciproca fra autoctoni e migranti e una certa dimensione dell’identità del rifugiato,
alternativa a quella “minacciosa” veicolata dal sistema ghettizzante della Protezione Civile:
“I migranti sono ragazzi come noi, fuggiti da scenari di guerra dove lo sguardo si
abitua all’orrore, protagonisti meravigliosi di quel vento nuovo che ha abbattuto i regimi
sanguinari del magre e che chiede democrazia e libertà. Non sono un problema di ordine
pubblico ed è per questo che rifiutiamo la logica emergenziale ma siamo per una seria
politica dell’accoglienza”16
Infine, diversi volontari di Rogliano, si stanno coordinando con altre realtà associative
regionali per lanciare una controffensiva politica che, in occasione del primo incontro
fissato a Cosenza, ha espresso la necessità di attivare un sistema di controllo dal basso
sull’operato della Protezione Civile e di aprire una riflessione di più ampio respiro sul
carattere strutturale delle migrazioni contemporanee; sul problema del lavoro in una fase
di crisi come quella attuale; sulla necessità di promuovere l’autorganizzazione dei migranti
affinché diventi concretamente possibile sperimentare una nuova soggettività plurale,
culturalmente diversificata, ma unita da simili rivendicazioni sociali. Il tipo di riflessione
avviato da questo coordinamento è forse ciò che in questi anni è mancato. Una mancanza
che, parafrasando Franco Cassano, ha tante volte rischiato di generare una sorta di
regionalizzazione della ragione (2009, p. 19), paga di descrivere la Calabria come terra
d’accoglienza, ma che non ha invece risposto in maniera convincente alle lotte portate
avanti dai migranti di Isola Capo Rizzuto come da quelli di Rosarno, che ha stemperato gli
effetti più perversi dell’umanitarismo, ma che non ha ancora fondato compiutamente le
basi per metterlo in crisi. Al tempo stesso, lo sforzo che proprio in queste ore molte
organizzazioni della società civile calabrese stanno avviando affinché possano moltiplicarsi
le occasioni di solidarietà e di scambio con i profughi recentemente arrivati, dà ancora una
volta dimostrazione di come l’attuale governance delle migrazioni forzate, e il sistema di
rappresentazioni e di relazioni gerarchico su cui essa si erge, rappresentano in questa terra
un confine vulnerabile, attraversato da dinamiche sociali che traducono l’identità del
rifugiato in maniera discrezionale, secondo schemi che profondamente risentono delle
specificità del contesto locale, delle attività quotidiane in cui vengono coinvolti i migranti,
della loro capacità di provincializzare ovvero consolidare l’ideale di comunità promosso dal
discorso eurocentrico sulla mobilità.
Conclusioni
Questo articolo ha dimostrato come l’attuale governance delle migrazioni forzate, e le
implicazioni che essa produce in termini di inferiorizzazione e criminalizzazione dei
rifugiati, in Calabria non riesca a produrre in maniera organica i suoi “effetti di verità”. Il
15
16
“immigrati, evitare allarmismi”, Il Quotidiano 10 agosto 2011.
“Cara, l’emergenza nasconde ghetti”, Il Quotidiano 10 agosto 2011.
fenomeno della migrazione, in questa terra bisognosa di nuove risorse ed energie, ha al
contrario generato pratiche discorsive e soggettività di segno radicalmente opposto
rispetto a quelle che dovrebbero assicurare l’inclusione differenziale dei rifugiati nei loro
luoghi di residenza. Da questo punto di vista, la ricostruzione delle diverse esperienze di
accoglienza di rifugiati in Calabria porta a riconoscere l’importanza che vanno assumendo
le comunità locali nell’attuale scenario globale (Robertson 1992, Castells 1997), là dove,
messe di fronte alle disfunzioni causate dalla crisi economica e regolativa che oggi investe
il vecchio welfare state (Fantozzi 2006), esse si rivelano quanto mai in grado di
determinare pratiche d’inclusione a macchia di leopardo, che hanno forti ricadute sulla
definizione della legalità. E’ quanto già Max Weber evidenziava nelle sue analisi mettendo
in luce gli aspetti multidimensionali oggettivi e soggettivi della struttura nazionale, e cioè il
persistere al suo interno dell’agire di comunità (Weber 1974, p. 90).
Nel caso di Rosarno, abbiamo in particolare osservato come i processi globali di
riconversione e distruzione delle vecchie produzioni agricole locali abbiano portato questa
comunità ad intravedere nello sfruttamento massimo degli immigrati l’unica risorsa per
combattere gli effetti dell’allargamento del mercato verso aree geografiche più competitive,
e a mettere per questo in moto processi di distanziamento sociale che trasformano anche i
rifugiati muniti di un regolare permesso di soggiorno in “nemici” ed “illegali”. Nella dorsale
dell’ospitalità, al contrario, l’esigenza di rivitalizzare territori ormai spenti
dall’emigrazione, ha consentito che si generasse uno scarto culturale rispetto alla
rappresentazione dominante del rifugiato come “eccedenza” e fattore di minaccia
internazionale, uno scarto che si è successivamente tradotto in riforme normative, e,
soprattutto, in forme di reciprocità e appartenenza sociale in cui l’alterità non è più
distinguibile.
Se l’esperienza della Locride non sminuisce l’urgenza di denunciare le inefficienze del
sistema d’asilo nel territorio calabrese, è tuttavia importante metterne in risalto la valenza
altamente simbolica per uscire dalla ripetizione ossessiva di stereotipi negativi e impotenti,
quelli per esempio che vorrebbero il Mediterraneo, e tulle le zone di accesso all’Occidente,
come zone esclusive di repressione e di morte. Non si tratta di descrivere un Sud altruista e
solidale, caratterizzato dall’orizzontalità delle relazioni sociali. Si tratta piuttosto di
evidenziare come, accanto alla proliferazione dei confini e all’emergenza di “nuove
schiavitù”, l’esperienza spazio/temporale del capitalismo globale continui ad incontrare
soggettività che sfidano gli effetti di dominio prodotti da questo sistema, che attivano
storie parallele in cui le istanze e le tensioni provenienti da mondi che avrebbero dovuto
rimanere distanti, si mescolano ad altre culture e territori. L’analisi di queste aporie è
inoltre importante perché consente di evidenziare come in esse si riflettono dinamiche
politiche e sociali immediatamente costitutive di nuove soggettività e forme di vita.
Nel contesto della Locride, la capacità dei soggetti di esprimere la loro “libertà di
parola”, prima di dare vita a grandi realizzazioni nello sviluppo locale, è stata la base per
trasformare il loro modo di vivere e per ripensare il governo del territorio. La forza
simbolica della dimostrazione del fatto che il ragionamento governamentale è errato, ha
offerto legittimazione, agibilità e risorse alle forze che vi si oppongono. Le potenzialità
connesse all’accoglienza dei rifugiati sono diventate cioè un argomento capace di
alimentare antagonismi interni e circuiti relazionali che stanno materialmente
decostruendo la verità sui rifugiati che la governance internazionale delle migrazioni
forzate tenta di introdurre e normalizzare.
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