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GALLERIALUIGIGHIRRI
F O T O G R A F I C A _ C A L T A G I R O N E _ C T
C O M U N I C A T O S T A M P A
SPAZIO ESPOSITIVO: Via Duomo 11 c/o Corte Capitaniale, 95041 CALTAGIRONE CT
novembre
10
2012
gennaio
2013
06
Giovanni VERGA
scrittore e fotografo
Giovanni VERGA, Bambina alla finestra a Novalucello, 1911
SPAZIO ESPOSITIVO:
via Duomo 11 c/o Corte Capitaniale (95041) Caltagirone CT,
info + 39 334 3358978 + 39 333 2419089 [email protected]
TITOLO DELLA MOSTRA: GIOVANNI VERGA SCRITTORE E FOTOGRAFO
DATA DEL VERNISSAGE: sabato 10.11.2012, ore 18.00
DATA DI CHIUSURA: domenica 06.01.2013
ABSTRACT DI PRESENTAZIONE: una ristretta selezione, trentuno immagini dall’Archivio fotografico
della Fondazione 3M di Milano, per un ritorno alle origini antropologiche, ma anche intime e famigliari,
della grande stagione verista di Giovanni VERGA, uomo, scrittore e fotografo attento
ORARI D’APERTURA: lun./dom. 9.30 -12.30, 16.00 -19.00
BIGLIETTO: ingresso libero
APPARATO CRITICO: Domenico AMOROSO, Marina BENEDETTO, Roberto MUTTI e Pippo PAPPALARDO
READING: Giacomo BARLETTA, Mario FAVARA e Margherita ROMANO, Ass.ne Culturale PERCORSI di Caltagirone
PATROCINI: Comune di Caltagirone CT
INTERVENTI: Nicolò BONANNO, Sindaco di Caltagirone, Bruno RAMPULLA Ass.re alla Cultura, Paola LA GANGA
Ass.re alla Pubblica Istruzione e Domenico AMOROSO, Direttore dei Musei Civici di Caltagirone
COMUNICATO STAMPA: Attilio GERBINO, [email protected]
CURATORI: Sebastiano FAVITTA, Attilio GERBINO e Roberto MUTTI
AUTORE: Giovanni VERGA
CREDITI FOTOGRAFICI: Fondazione 3M di Milano, proprietaria delle foto, che ne ha gentilmente concesso la mostra
RINGRAZIAMENTI: Dott.ssa Valentina SIRENA per la Fondazione 3M, Milano,
l’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Caltagirone CT, e Sergio VINCI – di Riesi –,
senza la cui disponibilità ultima, sarebbe arduo dar seguito alle mostre della GHIRRI
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Non sono [...] contento delle prove fotografiche – degli orrori – e tutti i tuoi fotografati con me.
De Roberto ha gli orecchioni. Ferlito è il Vinto della caricatura.
Mio fratello è losco e non somiglia al figlio di suo padre.
Io e Paola siamo i nonni di noi stessi.
Tutta la nostra vanità apollinea si ribella e protesta in coro.
23 dicembre 1887, dal carteggio VERGA - CAPUANA 288
La Galleria Fotografica Luigi Ghirri di Caltagirone CT,
dal 2010 – dopo la mostra In una istantanea ingiallita. Memorie fotografiche dello stare insieme – ogni anno
ospita, negli spazi di pertinenza presso la Corte Capitaniale, un appuntamento con la fotografia storica: un
tributo alle origini che aiuta a comprendere la complessa realtà del presente e forse immaginare un futuro.
Con una ristretta quanto coinvolgente selezione di trentuno immagini, tratte dall’archivio fotografico della
Fondazione 3M di Milano, in un percorso di riscoperta della fotografia di VERGA in atto dal 1970 (e sul quale
ha mirabilmente operato Roberto MUTTI) le immagini della mostra, stampe recenti dalle fragili e precarie
lastre originali restaurate digitalmente, consentono di tendere lo sguardo al passato attraverso l’album intimo
e privato di un intellettuale siciliano, uno scrittore che, come i suoi conterranei CAPUANA e DE ROBERTO,
era un appassionato fotografo, magari non particolarmente abile, sicuramente attratto dall’umanità, la stessa
così tanto protagonista nella sua opera letteraria. Gente semplice e schietta, donne e uomini, lavoratori e
servitori ci guardano, di volta in volta, con sguardi ieratici o attoniti, catturati dal sortilegio e dal mistero della
scatola fotografica di un eccentrico signore che li consegna al futuro.
E così, in questo tribolato scorcio di 2012, mentre tutte le certezze trascolorano in dubbi e paure, volgere lo
sguardo agli scatti intimi di un padre della letteratura non solo siciliana, può rappresentare un efficace guida,
un faro che, a dispetto della ristretta gamma cromatica di ocra, bruni e seppia delle lastre fotografiche di
Giovanni VERGA, riesce comunque a colorare questa confusa contemporaneità.
Eppure le incertezze, quasi innocenti cadute di autostima, non mancavano certo al VERGA fotografo: ahi …
la rassomiglianza! Eterno, falso quanto ingannevole problema. E l’espressione? E lo sguardo perso, a tratti
spiritato o buffo di questi siciliani, arcaici ma veri, figli di un tempo che fu? Quanto ingenue sembrano le
esternazioni di colui che mentre, impietoso, con la penna rappresentava e inscenava l’epopea di un popolo,
posto dinnanzi all’occhio-finestra della sua camera magica, intanto non resisteva a liberare i suoi timori.
Oggi queste foto, per i più, mantengono il gusto un pò oleografico di una Sicilia mitica, inesorabilmente
tramontata ma ancora custode di valori senza tempo. Valori, desideri e aneliti in bilico su un presente forse
ingombrante ma chissà se ancora capace di emozionarsi?
Emozionarsi! Quest’ultimo è … l’autentico e vero desiderio!
Sebastiano FAVITTA e Attilio GERBINO
Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Caltagirone, ottobre 2012
Il grande nemico della verità molto spesso non è la menzogna:
deliberata, creata ad arte e disonesta; quanto il mito: persistente, persuasivo ed irrealistico.
John Fitzgerald KENNEDY
P.S.
Anche questa mostra, a vent’anni dalla morte di Luigi GHIRRI (Scandiano RE, 1943 - Roncocesi RE, 1992)
– il grande fotografo italiano del Novecento al quale, nel 1999, viene intitolata l’associazione culturale e
l’omonimo spazio espositivo denominato pertanto Galleria Fotografica Luigi Ghirri di Caltagirone (prime, e
al momento uniche, istituzioni dedicate all’indiscutibile maestro contemporaneo del saper vedere il mondo) –
è dedicata a lui e alla moglie Paola BORGONZONI GHIRRI – scomparsa l’8 novembre 2011 –.
Con questo gesto cerchiamo di ricordare e dare testimonianza del suo … del loro insegnamento.
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SEBASTIANUTTI & BENQUE, Giovanni Verga
Giovanni VERGA
nacque a Catania il 2 settembre 1840, discendente da una famiglia di antica nobiltà rurale.
Il nonno fu deputato al Parlamento siciliano. Lo scrittore ebbe cinque fratelli e trascorse l'infanzia e
l'adolescenza in Sicilia, scrivendo giovanissimo per i giornali e componendo romanzi storici a imitazione di
Alessandro DUMAS, scrittore allora assai noto.
Frequentò scuole private, si iscrisse alla facoltà di Legge dell'università di Catania, senza conseguire la
laurea, perché impegnato nel lavoro letterario. In questo suo proposito venne pienamente appoggiato dal
padre, che contribuì alle spese delle prime pubblicazioni.
Fra il 1865 e il 1871 visse a Firenze, a quel tempo capitale d'Italia, dove ebbe i primi contatti letterari e
relazioni e successi mondani.
Dal 1872 al 1893 abitò a Milano, dove fu in stretto contatto con gli ambienti letterari, che facevano di Milano
la città più viva d'Italia. Importante fu l'amicizia che strinse con Luigi CAPUANA e Arrigo BOITO.
Nonostante le molte relazioni amorose non si sposò mai.
Inariditasi la vena creativa, si ritirò a Catania, dove morì il 27 gennaio 1922, quasi in solitudine, in seguito a
una trombosi, assistito dalla nipote adottiva e dal fedele Federico DE ROBERTO.
Opere
1862 _ Amore e patria; I carbonari della montagna.
1863 _ Sulle lagune.
1866 _ Una peccatrice.
1871 _ Storia di una capinera.
1873 _ Eva.
1874 _ Nedda.
1875 _ Tigre reale; Eros.
1876 _ Primavera e altri racconti.
1880 _ Vita dei campi.
1881 _ I Malavoglia.
1882 _ Il marito di Elena.
1883 _ Novelle rusticane; Per le vie.
1884 _ Cavalleria rusticana (opera teatrale); Drammi intimi.
1885 _ In portineria (opera teatrale).
1887 _ Vagabondaggio.
1888 _ Mastro don Gesualdo.
1891 _ I ricordi del capitano d'Arce.
1894 _ Don Candeloro e C.i.
1906 _ Dal tuo al mio.
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Caro Amico, questa fotografia che hai voluto mandarmi …
… è un vero quadretto. Ma che cosa succede in quel vicolo o in quell'androne? Una rissa? Un funerale? Un
arresto? Io pittore, mi varrei molto di questo punto interrogativo che aiuta tanto all'interesse del soggetto.
Allo stesso modo, citando una nota lettera di Giovanni VERGA, del gennaio del 1898, al conte Giuseppe
PRIMOLI, mi varrei dell'interrogativo per tutto ciò che riguarda il rapporto tra lo scrittore siciliano e la
fotografia che pure esercitò intensamente e a lungo. Cosa rappresentò per lui quest'arte che, ancora in una
lettera, questa volta a TREVES, del 1893, dichiarò essere rimasta "l'unica mia grande passione"?
Come mai due scrittori ed intellettuali tanto profondi nella conoscenza dell'animo siciliano e raffinati "critici"
della letteratura e dell'arte, quali Leonardo SCIASCIA e Vincenzo CONSOLO, hanno potuto dichiarare
rispettivamente che per VERGA la fotografia rappresentasse un "diletto", e un "passatempo" senza "nessun
rapporto con la scrittura"? Eppure già solo la citata lettera a PRIMOLI, dimostra l'interesse per la fotografia
anche come elemento e espediente narrativo e letterario, e la scelta poetica del VERGA fotografo,
inscindibilmente legata al VERGA scrittore. Forse ancora un brano di una sua più remota lettera, del 1880,
fornisce un importante e suggestivo elemento di lettura, allorché rivela che "la camera nera è una mia
segreta mania". Mania dunque che ne evoca la componente profondamente psichica e lunare, pervasiva e
totalizzante. Misterica anche, sicché le foto, le immagini che da essa derivano sono ugualmente affascinanti,
enigmatiche e inquietanti. Ritornando alla prima citazione, se ne può dedurre che per lui è un'arte, la
fotografia, sospesa tra la rappresentazione oggettiva di un evento la cui oggettività deriva dallo stesso
mezzo analogico, e l'enigma ultimo che promana dalla realtà rappresentata.
Le trentuno fotografie selezionate per la mostra di Caltagirone, esprimono esemplarmente questo spirito
verghiano, che potremmo definire espressivo, che consiste nel fermare la vita nel suo movimento, lasciando
aperte e senza risposte le domande che riguardano il prima e il dopo dell'attimo fissato, e l'intorno, più
affascinante e misterioso del soggetto protagonista. In questo senso la poetica verghiana della fotografia
coincide con quella della scrittura, che postula l'espediente di "tirarsi fuori un istante del campo della lotta", e
divenire insieme, paradossalmente, osservatore e spettatore della scena; come affermava Roland
BARTHES, assumere la fotografia come "quel particolarissimo momento in cui, a dire il vero, non sono né
un oggetto né un soggetto, ma piuttosto un soggetto che si sente diventare oggetto: in quel momento io vivo
una micro esperienza della morte".
Quel segmento infinitamente lungo e nello stesso tempo corto del tempo e dello spazio, è quello che
interessa a Giovanni VERGA, che non ha bisogno di professionalità e conoscenza tecnica per essere
evocato, ma vive dell'essenzialità dello sguardo che è proprio del poeta.
Se si guarda la foto che ritrae "L'avvocato dei Verga, Salvatore Paolo Verdura", ciò che maggiormente
colpisce non è tanto la severa figura dell'uomo, quanto la successione delle due stanze alle sue spalle, da
cui a stento emergono dalla penombra, vaghe sagome di oggetti quotidiani che parlano di un mondo altro, il
balcone che si apre su una luce diurna stranita e epifanica. Anche la foto della "Bambina alla finestra,
Novalucello", propone, seppure all'inverso, la stessa sequenza, da un fuori luminoso e definito, al muro
scabro e decrepito della casa, alla finestra che incornicia la bambina, ma allo stesso tempo l'oscurità di un
interno nel quale tutto può avvenire e nulla è immaginabile.
È la poetica della soglia, dell'oltre imperscrutabile che violentemente cozza contro la pretesa di impadronirsi
della realtà attraverso l'oggettività della tecnica; unita alla sensazione che a fronte di una primitiva e
ancestrale percezione immediata della realtà, un'altra si sostituisce, quella della modernità, sempre più
mediata dalle infinite possibilità del virtuale, sempre più aliena e vissuta più che come una possibilità, come
una condanna.
Domenico AMOROSO
Direttore dei Musei civici di Caltagirone
per la Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Caltagirone, ottobre 2012
Giovanni VERGA, L’avvocato Salvatore Paolo Verdura, part. 1887
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Giovanni Verga allo specchio:
scenografie veriste per una Time-Machine
Dicono che quei cieli siano adatti
al cavalli e che le strade
siano polvere di palcoscenico …
Ricordi del secolo prima,
roba di un'epoca lontana,
epoca intravista nel bagliore bianco
che spara il lampo di magnesio
sul rosso folle del manganesio …
Paolo CONTE, Novecento, 1998
Mentre, immagine dopo immagine, seguo il percorso iconografico allestito nella Galleria Fotografica Luigi
GHIRRI di Caltagirone per questa mostra dedicata a Giovanni VERGA scrittore e fotografo, torno con la
mente a tutte le pagine lette di questo Autore, e ravviso in questi ritratti una folla di personaggi letterari
indimenticabili che mi accompagnano dai tempi della scuola.
Con l’occasione suggerisco altresì, a tutti gli Amici che seguono l’attività della Galleria GHIRRI, la lettura di
alcuni saggi fondamentali per cogliere le infinite sfaccettature di come l’arte fotografica sia stata per
Giovanni VERGA un filo rosso che ha attraversato la produzione delle sue novelle e dei romanzi: mi riferisco
al poderoso volume di Giovanni GARRA AGOSTA Verga Fotografo, edito nel 1991 dall’editore MAIMONE
di Catania, che reca scritti di Vincenzo CONSOLO e Paolo Mario SIPALA; al saggio di Andrea NEMIZ
Capuana, Verga, De Roberto fotografi, edito nel 1982 a Palermo da Edikronos; al saggio di Giuliana
MINGHELLI L’occhio di Verga. La pratica fotografica nel Verismo italiano, reperibile in rete; ad uno dei
saggi del Volume di Epifanio AJELLO Il racconto delle immagini, pubblicato a Pisa nel 2008 dall’editore
ETS dal titolo Giovanni Verga. La fotografia della “casa del nespolo”; non ultima, all’opera di Wladimiro
SETTIMELLI Giovanni Verga fotografo, edito nel 1970 dal Centro Informazioni 3M.
La mostra è stata anche per me l’occasione di riscoprire (o di scoprire ex novo), con sempre viva curiosità,
questi testi che raccontano l'eccezionale rinvenimento dei 448 negativi fotografici impressionati da Giovanni
VERGA avvenuto nel 1966 nella casa natale dello scrittore, in via Sant’Anna 8 a Catania, per emozionarmi
nel leggere la commossa testimonianza di Wladimiro SETTIMELLI:
Proprio intorno agli Anni 70 vengo mobilitato da una grande azienda milanese. Devo correre a
Catania, nella casa di Verga, per dare un’occhiata a certe lastre fotografiche chiuse in una cassetta. In
quella cassetta mette le mani spesso uno studioso catanese di Verga: Giovanni Garra Agosta che,
però, di fotografia non capisce molto. Mi rendo subito conto che quelle lastre formato 9x12, 10x15,
6,5x9, 13x18 e 18x14, sono state scattate dal grande scrittore che le ha poi messe via in mezzo a dei
foglietti con indicazioni delle località riprese e precisazioni tecniche varie. Mi è chiaro, dunque, che
l’autore dei “Malavoglia”, di “Vita dei campi”, “Novelle rusticane” e di “Mastro don Gesualdo”, ha
ripreso tre o quattrocento immagini della sua città, dei contadini, dei campieri, degli amici del Sud e del
Nord, delle donne di casa, dei bambini e delle ragazzine, dei servi e dei padroni. Ha messo insieme,
cioè, le foto dei personaggi che affollano i suoi libri. È chiaro anche che ha già scritto quasi tutto
quando si appassiona alla fotografia. Ma scopro che si porta dietro quelle immagini a Milano, a
Firenze e a Roma, come se volesse, ogni volta, rivedere la casa, la gente che lo circondava e
controllare il modo di vestirsi dei contadini e delle contadine, rivedere il mare e i campi e tutta la gente
che lo aveva in qualche modo ispirato. Forse per scrivere ancora, studiare, confrontare, verificare. Per
me fu una scoperta davvero straordinaria: un grande maestro del Verismo italiano si era affidato alla
fotografia per riscoprire il mondo della realtà. Aveva ripreso volti, gesti e “pose” che si ritrovavano in
molte delle sue opere, non c’era alcun dubbio. La “calligrafia” fotografica era piuttosto incerta perché
molte delle immagini non erano bene a fuoco e in altre l’inquadratura appariva forzata e un po’
assurda. Ma la sostanza c’era tutta e il “mondo dei vinti” era leggibilissimo in quelle foto.
Wladimiro SETTIMELLI, cit.
Per ricordare, attraverso le appassionate indagini di Epifanio AJELLO, un Giovanni VERGA non solo
fotografo, ma desideroso di farsi a sua volta fotografare, presumibilmente durante il suo viaggio a Parigi del
1884, da Gaspard Félix TOURNACHON in persona, più noto come NADAR, al quale commissionò una serie
di ritratti.
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Oppure per immaginare un VERGA maldestro, al punto da perdere una serie di fotografie scattate ad
Acitrezza poiché, come egli riferisce in una lettera del 1898 al suo traduttore Édouard ROD,
“… nell’utilizzo la macchinetta s’è guastata nel fare il ritrattino al figlioletto dell’ingegnere in miniera, e
tutte le prove che erano nel rocchetto, comprese quelle di Acitrezza, sono andate perdute”
Giovanni VERGA, cit.
La fotografia che personalmente più mi attrae è quella che i curatori Sebastiano FAVITTA, Attilio GERBINO
e Roberto MUTTI hanno scelto ad emblema di questa mostra: lo splendido Autoritratto di VERGA del 1887.
Tutte le immagini intrigano, perché attraverso esse – in un curioso inseguirsi circolare di immaginazione e
realtà – possiamo dare un volto a Mazzarò, Nedda, Bastianazzo, ‘Ntoni, Gesualdo, ai contadini ribelli della
novella Libertà: ogni fotografia evoca un’ambientazione, un brano, un luogo che ci sono familiari, grazie alle
ripetute letture di questo Autore intramontabile, che negli anni ci segue. Tuttavia con il proprio autoritratto
VERGA ci ha consegnato se stesso, ed affidando ad una lastra di vetro la memoria di sé, ci trasmette ancor
oggi la passione con cui egli coltivò la scoperta di questa tecnica che rappresentava l’essenza del Verismo,
quell’arte fotografica nascente che all’epoca appassionò lui, che ancora oggi a lui ci accomuna, e che
sentiamo particolarmente vicino in questo viaggio a ritroso nel tempo.
Marina BENEDETTO
Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Savona, novembre 2012
Giovanni VERGA, Autoritratto, 1887
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Lo scrittore che catturava la realtà
Giovanni VERGA arriva alla fotografia quasi per caso, utilizzando una grossa macchina a cassetta dello zio
paterno con cui realizza a partire dal 1878 le prime fotografie su lastre di vetro nel formato 18x23. Coltiva la
sua passione in sintonia con gli amici scrittori Federico DE ROBERTO e Luigi CAPUANA: con costoro
scambia consigli e commenti lasciandosi talvolta andare ad aspre autocritiche nel definire “sgorbi fotografici”
le sue immagini meno riuscite. Infatti, Giovanni VERGA non ha mai preteso di uscire da un ambito
strettamente privato dove la fotografia è piacevolezza, ricordo, divertissement colto che, in quanto tale, è da
realizzare con costanza e determinazione.
Dopo i primi esperimenti, lo scrittore si attrezza con altre macchine più maneggevoli con cui realizza la
maggior parte delle sue fotografie usando lastre in vetro francesi LUMIÈRE e italiane della ditta milanese
CAPPELLI e pellicole a rullo. Giovanni VERGA è un fotografo capace di realizzare ritratti mediocri come
pregevoli e di far emergere un particolare estro soprattutto di fronte ai paesaggi urbani: attraverso gli errori
affina il suo stile e quando padroneggia meglio la tecnica i risultati migliorano. Questo aspetto è importante
per giudicare le fotografie dello scrittore che opera in un’epoca in cui, finita l’era dei pionieri, non è ancora
iniziata quella in cui l’industria chimica e meccanica avrebbe reso le cose più semplici per tutti. Con gli anni i
risultati dello scrittore fotografo migliorano, soprattutto quando nel suo corredo arriva la EASTMAN, un
apparecchio leggero e maneggevole grazie a cui realizza inquadrature più ardite che si ritrovano anche
quando riutilizza le vecchie macchine dimostrando di avere acquisito una pregevole forza espressiva. Nel
1911, misteriosamente, smette di scattare.
La dimensione privata della sua produzione fa sprofondare il VERGA fotografo in un oblio dal quale
ciclicamente riemerge. Questa volta, confidiamo, per una riconsiderazione dei suoi pregi di autore. I ritratti Il ritratto è il genere che Giovanni VERGA affronta fin dai primi scatti tanto che, guardando le sue fotografie,
si può seguire l’evoluzione di uno stile che all’inizio è ingenuamente semplice: c’è la disponibilità e la
pazienza del fotoamatore nel mettere tutti in posa, la ricerca di un equilibrio nella composizione dei gruppi
come dei singoli, la costanza nel cercare un angolo giusto per scattare, non importa che sia sul terrazzino
della casa di Catania o nell’angolo del cortile della tenuta di Tèbidi. Talvolta preferisce lavorare in esterni
usando come sfondo il paesaggio che si intravede alle spalle dei soggetti, in altri casi fa ricorso come
fondale a un paravento o, più comunemente, come facevano molti professionisti, a un lenzuolo teso.
Non sempre è soddisfatto (“dei ritratti – scrive – il meglio riuscito è quello di Giovanni colla sorellina, quello
di Mario coi ragazzi non sarebbe male ma il piccolo Marco è irriconoscibile perché fuori fuoco”) ma in alcuni
casi i risultati sono davvero pregevoli come quando riprende gli elegantissimi amici scrittori. Interessanti
anche da un punto di vista sociale sono i ritratti della gente comune: contadini, donne di servizio, perfino una
mendicante che alludono a quei “vinti” protagonisti di tante storie verghiane. (…)
Dalle lastre di vetro al digitale
Le fotografie presentate in questa mostra non sono vintage ma tutte stampe recenti, una scelta obbligata
perché nessuna delle fotografie originali di Giovanni VERGA ci è pervenuta. Dalle lastre negative originali
erano state tratte nel 1970, in occasione della prima mostra dell’autore, delle immagini le cui copie sono
conservate nell’archivio fotografico della Fondazione 3M. A queste si è fatto ricorso perché la delicatezza
delle lastre non ha reso possibile una loro ulteriore manipolazione per ricavare nuove stampe: in alcuni casi,
infatti, l’emulsione è stata danneggiata, graffiata o addirittura si è parzialmente distaccata dal vetro.
Per ottenere una giusta intensità del viraggio seppia si sono utilizzate come parametro le immagini di Luigi
CAPUANA che di VERGA è stato, fotograficamente parlando, il maestro e il suggeritore di molte soluzioni
tecniche comprese le formule chimiche di sviluppo e fissaggio dei negativi.
Roberto MUTTI
Dal catalogo: “Giovanni Verga, scrittore fotografo”
Novara - Milano, De Agostini - Fondazione 3M, 2004.
Giovanni VERGA, Il nipote, Giovannino Verga, part. 1897
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L’occasione offerta dalla Galleria GHIRRI
di poter tornare agli albori della fotografia italiana e, insieme, scoprire la testimonianza preziosa dell’opera
dello scrittore Giovanni VERGA, qui nella veste di fotografo, ci consente di articolare una riflessione sul
rapporto fra fotografi e scrittori, e, nello specifico, tra fotografi siciliani e scrittori siciliani.
Tutti conoscono della passione fotografica di Luigi CAPUANA, del suo “allievo” Federico DE ROBERTO, e
oggi rinverdiamo, con la presente mostra, il contributo di Giovanni VERGA.
Non tutti hanno, però approfondito, la natura della loro passione: nel caso del primo perseguita tutta la vita
con dispendio di quattrini e di risorse, nel secondo applicata con sistematicità nella documentazione della
geografia etnea; libera e, in una certa misura eclettica, del nostro VERGA che, se tecnicamente non si
apparentava a certe raffinatezze dell’amico CAPUANA, invero disponeva - ed è sotto gli occhi di tutti - di una
visione più moderna, diremmo già fotografica (la posa, il taglio, la composizione, lo studio delle luci, la scelta
dei soggetti) come ha ben rilevato il prof. GARRA AGOSTA, devoto esegeta dei suoi risultati fotografici.
La natura di questa passione era di tipo letterario?
Certamente i nostri scrittori costituiscono una trilogia che riconduciamo con facilità al Verismo letterario, al
Naturalismo ricognitivo, al Realismo di analisi. Eppure i risultati conseguiti sono talmente vari (distribuiti
come sono tra le foto ricordo, le foto di circostanza, i ritratti, quelli di costume e di genere) da non consentirci
di sostenere con certezza una tesi di questo genere. C’è indubbiamente qualche testimonianza epistolare
con la quale uno chiede all’altro documenti circa l’abbigliamento delle donne locali per utilizzarli,
verosimilmente, negli allestimenti teatrali. Ma tutto ciò è insufficiente a sostenere la tesi, assai semplicistica
quanto spontanea, di una naturale predisposizione alla fotografia dovuta alla loro scelta letteraria.
Era, allora, la loro fotografia, un mero trastullo, di borghesi, in qualche modo, benestanti, che si “divertivano”
con il nuovo strumento?
Di certo, in CAPUANA, c’era la volontà di stupire, ingannare, falsificare anche il vero e, così, esplorare i
confini della nuova invenzione. Ma in effetti, in VERGA, l’uso era più meditato e impegnato: c’è nello
scrittore catanese il bisogno di capire perché intelletti preziosi come BAUDELAIRE avevano paura della
fotografia e temevano, dalla sua affermazione, la scomparsa della pittura. C’è pure la volontà di cancellare i
terrori provati da BALZAC di fronte all’obiettivo di NADAR. Ed all’opposto, l’incontro con le emozioni che già
sperimentavano con la nuova arte il giovane Giovanni PASCOLI, “l’egiziano” esploratore MAUPASSANT, il
“garibaldino” DUMAS, il vicino ZOLA. Insomma c’era nel VERGA, e lo comprendiamo in questi lavori, la
precisa volontà di usare il mezzo fotografico, come analisi aggiunta, ulteriore, di quella realtà descritta e
rimemorata attraverso le parole. “La bambina di Nuovaluce” e i “Massari di Vizzini”, rivisti in fotografia,
svelavano allo scrittore quanto cose si dovevano fare e quanto lavoro restava da compiere per questa terra
e per la sua gente. Ogni fotografia era una memoria.
Possiamo concludere ricordando che l’esempio degli scrittori suddetti è stato valorosamente ripreso, in
termini più strettamente letterari ma sempre di grande valore. dal contributo che hanno saputo dare alla
comprensione della fotografia ed alla sua affermazione, altri scrittori siciliani come SCIASCIA, BUFALINO,
CONSOLO, BONAVIRI e MORMORIO. Anzi, dal loro esempio è venuta la provocazione a chiedere ai
fotografi una loro trasmigrazione in campo letterario (vedasi l’esempio di Ferdinando SCIANNA).
E la storia continua.
Pippo PAPPALARDO
per la Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Catania, ottobre 2012
Giovanni VERGA, Bambina alla finestra, Novalucello, part. 1911
G A L L E R I A L U I G I G H I R R I FOTOGRAFICA_CALTAGIRONE_CT
Il “Verismo”: Verga e la fotografia
Una specie di rivoluzione, uno scombussolamento tra gli scrittori, i pittori, gli esploratori, i medici e gli
scienziati. Siamo nel 1839 ed è nata la fotografia: una “cosa” straordinariamente nuova, entusiasmante,
strana. L’ho già scritto tante volte. “Restituisce” su pezzi di carta sensibilizzata – dicevano e scrivevano tutti
– le immagini della vita. Prima semplicemente su lastrine d’argento senza negativo. Poi, con il negativo (una
produzione all’infinito, dunque), sempre su carta di tanti formati. C’è chi, colto dall’entusiasmo, fotografa
persino la pupilla di un assassinato sulla quale sarà sicuramente rimasta impressa l’immagine
dell’assassino. E c’è anche chi fotografa il momento del “trapasso” di una persona, dalla vita alla morte,
convinto, così, di riprendere il momento esatto della fine. Paiono battute e invece è tutto vero.
Nascono, ovviamente, i generi, gli stili e la fotografia diventa un fatto di massa.
L’influenza sulla pittura – è ormai notissimo – è straordinaria.
Sono i grandi a servirsene come ”testimonianza della realtà“. Costa molto meno comprare la piccola
fotografia di una modella nuda che “noleggiare” la modella stessa. Così è anche per i paesaggi e i
paesaggisti, i ritrattisti e i “narratori”, con l’incisione e la litografia, dei grandi fatti del mondo.
Tra gli scrittori, per esempio, la curiosità è enorme. A volte le loro pagine per “inquadrare” e creare un
personaggio, sono noiose e prolisse. Le piccole foto, invece, contengono già un carattere e la descrizione di
un mondo. C’è una corrente letteraria in particolare che rimane straordinariamente colpita dalle fotografie:
quella dei “veristi”. Quelli, cioè, che raccontano la realtà del mondo, le difficoltà, la durezza della vita degli
uomini, la loro battaglia per la sopravvivenza. Insomma, come si diceva e si scriveva verso la metà dell’800
e gli inizi del ’900, il “mondo degli umili e dei vinti” che l’immagine ottica portava a galla con forza
straordinaria e chiarezza assoluta.
I nomi di chi ha usato la fotografia per “vedere” e capire sono noti: ZOLA, STRINDBERG, poi Jack LONDON
e dopo, più tardi, MALAPARTE (per non fare che un nome), i grandi russi e i grandi tedeschi, gli inglesi e
altri francesi. Da noi, solo intorno al 1970 si scopre il lavoro fotografico della “triade di Catania”. Cioè
Giovanni VERGA, Federico DE ROBERTO e Luigi CAPUANA, il celebre caposcuola del “verismo”.
L’operazione mi coinvolse direttamente e voglio raccontare, in prima persona, che cosa accadde.
Proprio intorno agli Anni 70 vengo mobilitato da una grande azienda milanese. Devo correre a Catania, nella
casa di VERGA, per dare un’occhiata a certe lastre fotografiche chiuse in una cassetta. In quella cassetta
mette le mani spesso uno studioso catanese di VERGA: Giovanni GARRA AGOSTA che, però, di fotografia
non capisce molto. Mi rendo subito conto che quelle lastre formato 9 x12, 10x15, 6,5 x 9, 13 x18 e 18x14,
sono state scattate dal grande scrittore che le ha poi messe via in mezzo a dei foglietti con indicazioni delle
località riprese e precisazioni tecniche varie. Mi è chiaro, dunque, che l’autore dei Malavoglia, di Vita dei
campi, Novelle rusticane e di Mastro don Gesualdo, ha ripreso tre o quattrocento immagini della sua città,
dei contadini, dei campieri, degli amici del Sud e del Nord, delle donne di casa, dei bambini e delle
ragazzine, dei servi e dei padroni. Ha messo insieme, cioè, le foto dei personaggi che affollano i suoi libri. È
chiaro anche che ha già scritto quasi tutto quando si appassiona alla fotografia. Ma scopro che si porta
dietro quelle immagini a Milano, a Firenze e a Roma, come se volesse, ogni volta, rivedere la casa, la gente
che lo circondava e controllare il modo di vestirsi dei contadini e delle contadine, rivedere il mare e i campi e
tutta la gente che lo aveva in qualche modo ispirato. Forse per scrivere ancora, studiare, confrontare,
verificare.
Per me fu una scoperta davvero straordinaria: un grande maestro del Verismo italiano si era affidato alla
fotografia per riscoprire il mondo della realtà. Aveva ripreso volti, gesti e “pose” che si ritrovavano in molte
delle sue opere, non c’era alcun dubbio. La “calligrafia” fotografica era piuttosto incerta perché molte delle
immagini non erano bene a fuoco e in altre l’inquadratura appariva forzata e un po’ assurda. Ma la sostanza
c’era tutta e il “mondo dei vinti” era leggibilissimo in quelle foto.
Ulteriori ricerche mi permisero di allargare il discorso perché il maestro di fotografia di VERGA era stato
Luigi CAPUANA, il riconosciuto caposcuola del Verismo. Ai due si era aggregato anche Federico DE
ROBERTO che aveva dato alle stampe un bel libro sulla Valle dell’Alcantara, con fotografie da lui scattate.
Piano piano, continuando le ricerche, erano venuti fuori altri dettagli di grande interesse. VERGA, a Roma,
era molto amico di un illustre e nobile personaggio che fotografava ogni angolo della città. Lo scrittore
siciliano, a volte, accompagnava l’amico e si occupava di tutto con la curiosità, appunto, di un fotografo.
A CAPUANA, invece, ogni tanto scriveva di smetterla di impegnare così tanto tempo dietro la macchina
fotografica, ma CAPUANA non se ne dava per inteso. Aveva addirittura ripreso la madre che stava per
morire e poi ancora dopo la fine, rivestita in un bellissimo costume siciliano. E anche CAPUANA,
ovviamente, aveva ripreso le strade di Catania e della sua Mineo.
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Il lavoro fotografico di VERGA, in quel 1970, mi apparve subito straordinario, soprattutto perché certificava i
rapporti diretti con la fotografia di un grandissimo autore e anche perché, dal punto di vista fotografico, erano
chiari i legami stretti con gli altri maestri del “verismo” italiano. Risultava straordinario anche l’accostamento
con i lavori fotografici di ZOLA e di STRINDBERG, il drammaturgo e scrittore svedese che, appena scoperta
la fotografia, si era messo in giro perché voleva realizzare una specie di grande enciclopedia con centomila
fotografie del mondo contadino di tutta Europa. STRINDBERG non riuscì mai a realizzare quel lavoro anche
se tentò in ogni modo di dare il via all’impresa cercando fondi e finanziamenti che nessuno fornì mai.
Era dunque importantissimo scoprire che anche VERGA, non solo aveva scritto del “mondo dei vinti”, pieno
di caratteri forti e straordinari, ma era andato in giro con la macchina fotografica per documentarsi su tutto
quel che incontrava. Ne venne fuori una grande e bella mostra della quale sono ancora oggi orgoglioso. La
organizzammo con l’aiuto della società “Ferrania”, produttrice di pellicole e macchine fotografiche. Fu una
mostra che ebbe davvero un meritato successo. Non solo: le lastre fotografiche di VERGA furono riprodotte
una per una e archiviate, per rimanere a disposizione degli studiosi dello scrittore e degli studiosi di storia
della fotografia.
Con le foto di VERGA furono pubblicati diversi libri e la televisione produsse un ottimo documentario.
Lo confesso: era ogni volta incredibile guardare quelle foto e confrontarle, per esempio, con il film di
VISCONTI La terra trema. Personaggi, mondi, ambienti, miseria e tragedia, appaiono uguali. Eppure non
credo che il grande maestro del cinema abbia mai potuto mettere le mani in quella cassetta dove erano
state conservate le lastre del VERGA. Naturalmente, negli anni, è stato trovato altro materiale, attrezzi da
laboratorio, lastre mai utilizzate. Insomma l’ulteriore conferma che tra lo scrittore siciliano, maestro del
verismo, e la fotografia, ad un certo momento, c’era stato un rapporto fecondo e intenso. Come era
avvenuto in Francia e in altri Paesi europei. E che, ancora una volta, la fotografia aveva svolto il proprio
ruolo di documento del vero e del reale. O almeno di “testimonianza” importante anche sul mondo dei più
poveri e dei più miseri. VERGA – ed è un altro suo gran merito – aveva fissato su lastra non solo la gente di
famiglia, ma anche quei visi cotti dal sole dei contadini e quei loro occhi pieni di domande e di curiosità.
Uno tra i primi a farlo, in Italia e in particolare in Sicilia.
Wladimiro SETTIMELLI
Dal saggio: “Il Verismo: Verga e la fotografia”,
in Le Fotostorie. La patria indipendente, 18 febbraio 2007
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Fondazione 3M:un impegno concreto
nelle tematiche culturali, sociali e ambientali
La Fondazione 3M – www.fondazione3M.it – si propone come esempio dell’attenzione che 3M Italia, una
delle maggiori e innovative realtà industriali in ambito scientifico, culturale, economico e sociale. La
Fondazione è infatti un’istituzione culturale permanente, che opera da snodo di divulgazione e formazione
dove scienza e ricerca, arte e cultura, discipline economiche e sociali, vengono approfondite, tutelate,
promosse e valorizzate, nella consapevolezza dei valori d'impresa e della cultura dell'innovazione. La
Fondazione ha, al suo attivo, numerose attività culturali che spaziano dall’arte alla fotografia, declinando
spesso in un importante impegno sociale e ambientale. La Fondazione 3M opera in quattro diversi ambiti:
-
L’Archivio storico fotografico caratterizzato da circa centomila immagini (lastre, dagherrotipi, cartoline
fotografiche, negativi, stampe vintage), che raccontano la storia dei nostri costumi e della nostra civiltà. Il
materiale è stato ereditato dal formidabile patrimonio culturale della Ferrania, la principale industria
fotocinematografica italiana del secolo scorso e da una serie di acquisizioni avvenute nel tempo. Tra le
collezioni più prestigiose ritroviamo quelle firmate da Elio LUXARDO, fotografo delle star del cinema, e
da Ghitta CARRELL, ritrattista preferita dalla nobiltà romana. L’archivio raccoglie, inoltre, numerosi
scatti di Aurelio BADODI, specializzato in foto di attori e attrici di teatro; da questo autore derivano un
buon numero di foto scattate negli anni ’50 e ’60 sui set cinematografici di DE SICA, ROSSELLINI,
TOTÒ e una discreta quantità di immagini di star del cinema americano degli anni ’50. La Fondazione è
inoltre titolare dei diritti del materiale filmico e fotografico realizzato sui prelievi effettuati sulla Sindone
di Torino. Nel 2009 è stata sottoscritta una convenzione con il Politecnico di Milano per l’affidamento
degli archivi sindonici della Fondazione, al fine dello svolgimento di un progetto biennale inteso a
stabilire lo stato dell’arte delle ricerche scientifiche condotte sul Sacro Lino.
-
Il Centro Studi, attualmente orientato alla tematica della sicurezza stradale, con particolare riguardo alle
utenze deboli della strada, per la cui tutela è stato costituito un apposito Osservatorio Nazionale con la
partecipazione delle principali associazioni di categoria. L’obiettivo perseguito è la collaborazione alla
ricerca ed elaborazione di dati, esperienze, conoscenze, a livello nazionale, per interloquire con
amministratori pubblici, media e cittadini, al fine di promuovere più elevati standard di sicurezza e di
qualità della vita per le utenze deboli della strada. (…).
-
La Responsabilità Sociale d’Impresa, attraverso l’impegno costante in numerose attività di carattere
sociale e ambientale. Tra le iniziative ambientali deve essere citato il progetto Raggi verdi in vista
dell’Expo 2015 e la partecipazione alla realizzazione del volume L’Italia diversa, curato da Gribaudo Feltrinelli, sul contributo che le principali associazioni ecologiche operanti in Italia hanno assicurato al
nostro Paese, contribuendo così ad una evoluzione della cultura ecologica e ambientale. Da un punto di
vista sociale, numerose sono le attività per l’aiuto e il sostegno benefico di varie Onlus ed associazioni
impegnate sul fronte della prevenzione nel campo della salute (…).
-
L’Osservatorio Cultura, da sempre impegnato in numerose iniziative di partecipazione alle attività degli
enti culturali cui aderisce, in particolare l’attività dell’Associazione Interessi Metropolitani (A.I.M.), attiva
nel contesto milanese, a quelle del Club Ambrosetti e della Fondazione Arnaldo Pomodoro e, in misura
minore, a quelle di Intrapresae Collezione Guggenheim.
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Roberto Mutti vive e lavora a Milano dove, dopo gli studi classici, si è laureato in filosofia.
Critico fotografico, giornalista e curatore indipendente, ha scritto per diverse testate di settore e non –
Fotografare, Photo, L’illustrazione italiana, Diario, Gente di fotografia, Il fotografo, Fotographia, la Clessidra
e Immagini Fotopratica, che ha diretto dal 1998 al 2005 – ed è, da oltre trent’anni, critico fotografico delle
pagine milanesi del quotidiano la Repubblica.
Ha insegnato Storia e linguaggio fotografico all’Università dell’immagine, alla Open Mind School, all’Istituto
Superiore di Architettura e Design e l’Istituto Europeo di Design; attualmente è docente presso l’Accademia
del Teatro alla Scala e l’Istituto Italiano di Fotografia.
Come organizzatore ha collaborato con diversi festival (fra cui Savignano Immagini e Foiano Fotografia di
cui è stato per sette anni direttore artistico), con istituzioni come la Fondazione 3M e con diverse gallerie
private. Fa parte del comitato scientifico del MIA Milan Image Art Fair e del comitato direttivo della rassegna
milanese PhotoFestival.
Ha curato, in qualità di critico indipendente, mostre sia di autori di chiara fama come Fulvio ROITER, Mario
GIACOMELLI, Gianni BERENGO GARDIN, Ferdinando SCIANNA, Mario DE BIASI, Mario CRESCI, Mauro
VALLINOTTO, Giancarlo MAIOCCHI/Occhiomagico, Maurizio GALIMBERTI, Carlo ORSI, Nino MIGLIORI,
Mario DONDERO, Giuseppe PINO, Luigi VERONESI, Elio CIOL, Uliano LUCAS, Giovanni VERGA, Ghitta
CARELL, sia di giovani promettenti.
Autore della prima “Guida ragionata al mondo della fotografia italiana ed europea” pubblicata in Europa, ha
firmato oltre duecento libri fra saggi, cataloghi e monografie.
Nel 2000 ha vinto il Premio Città di Benevento, nel 2007 il Premio “Giuseppe TURRONI” per la critica
fotografica e nel 2011 il Premio Artistica Art Gallery, Denver, Usa.
Galleria Fotografica Luigi Ghirri_02 XI 2012
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