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DIZIONARIO BIOGRAFICO
DEI MARCHIGIANI
Progetto di Giovanni M. Claudi e Liana Catri
il lavoro editoriale
© Copyright 2007
by casa editrice il lavoro editoriale
(Progetti Editoriali srl)
casella postale 297 Ancona Italia
www.illavoroeditoriale.com
Tutti i diritti riservati
Isbn 978 88 7663 409 3
COORDINAMENTO SCIENTIFICO E REDAZIONALE
Giorgio Mangani
COMITATO DEI COLLABORATORI
Guido Arbizzoni ha scritto le voci dedicate a P.F. Paoli, A. Staccoli, T. Tomasi; Franco Battistelli ha scritto le
voci relative alle personalità fanesi (G. Amiani, C. Boccacci, B. Borgarucci, I. Camerini, A. Castracane, B.
Dionigi, G. B. Manzi, G. Montevecchio, P. Montevecchio, A. Negusanti, P. Negusanti, D. Rossi, G. Rusticucci,
F. Scacchi, G. Speranza); Piero Maria Benedetti ha scritto la voce G. Ciacci; Antonio Brancati ha scritto la voce
dedicata a Scevola Mariotti Junior; Anna Cerboni Baiardi ha scritto la voce dedicata a A. Antaldi; Bonita Cleri
ha scritto e revisionato le voci relative agli artisti; Massimo Conti ha redatto le voci relative ad attori e cineasti (A. Albani Barbieri, L. Bizzarri, G. Barnabò, F. Cancellieri, G. Carancini, A. Castellani, G. Chiantoni, C.
Del Duca, E. Duse, I. Illuminati, R. Marcellini, M. Mattòli, A. Ninchi, M. Pianforini, M. Puccini, L. Ricci, M.
Tusco); Pacifico Cristofanelli ha scritto la voce dedicata a G. Moretti; Luciano Egidi ha revisionato e fornito
documentazioni per le voci degli Osimani; Angelo Ferracuti ha scritto le voci G. Nibbi, A. Valentini, G.
Vannicola; Enrico Gamba ha scritto le voci dedicate ai matematici del Ducato (S. Barocci, F. S. Brunetti, F.
Commandino, G. Del Monte, I. Fusti Castrioti, B. Lanci, C. Leonardi); Mariano Guzzini ha scritto la voce G.
Sturani; Anna Massucci ha redatto la voce dedicata a Romolo Murri; Sebastiano Miccoli ha riscritto la voce
Italo Mancini; Vico Montebelli ha scritto la voce dedicata a G. Carlo Fagnano dei Toschi; Francesco Maria
Moriconi ha scritto alcune voci di Sanbenedettesi illustri (A. Caselli, G. Caselli, D. Colonnelli, G. Giovannelli,
S. Giovannelli, A. Guidi, G. Guidotti, A. Lampo, O. Pasqualetti, F. Pauri, F. Sciocchetti, G. Vespasiani);
Giorgio Nonni ha scritto le voci dedicate a F. Barignani, C. Felici, A. Galli; Paola Olmi ha scritto la voce Matteo
Ricci; Stefano Orazi ha revisionato la voce A. Celli; Diego Panizza ha riscritto la voce A. Gentili; Massimo Papini
ha redatto e revisionato le voci relative alle personalità della storia politica del Novecento; Sandro Petrucci
ha scritto le voci relative ai santi e beati; Lidia Pupilli ha redatto le voci G. Boccabianca, F. Belmontesi, E.
Catalini, G. Gabrielli, R. Gabrielli Montevecchio, A. Jommi, Fam. Marcolini, R. Papò, A. Tanziani, G.
Valentini; Massimo Raffaeli ha scritto le voci relative agli scrittori e poeti M. Ferretti e F. Scataglini; Luigi Rossi
ha redatto le voci dedicate a G. Fracassetti e G. Leti; Marco Severini ha scritto le voci relative a A.
Alessandrini, Fam. Amati, G. Amiani Tomani, S. Amiani Tomani, N.A. Angeletti, S. Anselmi, A. Anselmi, P.
Ballanti, Fam. Benedetti, G. Berna, F. Bettacchi, U. Boccabianca, G. Bonomi, A. Borioni, F. Bracci, G. Bracci,
O. Bracci, Fam. Bruti, A. Bruschettini, V. Buffarini, G. Caporioni, G. Carletti-Giampieri, G. Castellani, R.
Castraane degli Antelminelli, Fam. Cattabeni, A. Cattabeni, V. Cattabeni, T. Cerquetti, A. Ceruti, Fam. Ciani,
C. Ciavarini, Fam. Ciccarelli, G. Civilotti, M. Cola, E. De Povera, A. Donati, T. Donati, A. Elia, G. Falconi, F.
Ferroni, V. Filippini, P. Filonzi, V. Franceschini, M. Froncini, R. Gabrielli Wiseman, E. Galeazzi, D. Gasparini,
P.T. Generali, Fam. Gherardi-Benigni, L. La Marca, L. D. Lattanti, N. Laurantoni, C. Luzi, C. Machella, A.
Maierini, M. Marcatili, E. Marinelli, A. Marini, F. Mariotti, R. Mariotti, F. Marzi, F. Masetti, G. Mattei, P.
Mazzoleni, A. Mencucci, A. Michelini Tocci, P. Minucci, R. Molinelli, A. Benedetti di Montevecchio, S. Monti
Guarnirei, A. Mugnoz, G. Murri Fraccagnani, S. Palmieri, A. Paolini, R. Paolucci, F. Penserini, G. Piccioni,
G. Piccolomini, A. Polverari, R. Radi, F. Raffaelli, P. Ricci, G.F. Salvatori, E. Santarelli, A. Santini, F. Seneca,
F. Senesi, F. Severi, L. Severi, G. Simoncelli, N. Spinozzi, E. Storoni, G. Tacconi, A. Tassetti, E. Teodori, N.G.
Teodori, F. Tornabuoni Mannocchi, A. Tranquilli, G.I. Trevisani, F. Ugolini, A. Vecchini, R. Vecchini, A.
Vernerecci, G. Vettori, V. Vettori, V. Volpini, A. Cannoni; Carlo Verducci ha scritto le voci dedicate a A. da
Amandola, S. Baglioni, P. Bonvicini, G. Cellini, Cola da S. Vittoria, P. Ferranti.
3
NOTA DELL’EDITORE
A quindici anni dalla prima edizione e a sette dalla seconda, il Dizionario biografico dei marchigiani viene pubblicato in una veste rinnovata, con numerose voci in
più e un lavoro di aggiornamento compiuto soprattutto sui personaggi dell’Ottocento e Novecento, curato da Marco Severini.
La nuova edizione su CD consente di proporre l’opera a un costo più contenuto
e quindi a un pubblico ancora più ampio del precedente volume a stampa e con
un apparato di immagini arricchito dal colore.
Questa edizione è stata infatti progettata per un pubblico nuovo, con l’ambizione di costituire non solo un primo supporto della ricerca, ma di essere anche uno
strumento per la scuola, che va riscoprendo sempre di più l’interesse per la storia e la cultura regionali.
Nonostante la nuova veste, il Dizionario ha conservato tuttavia i criteri metodologici originari con i quali era stato concepito a partire dal lavoro pionieristico
dei due curatori originari (Liana Catri e Giovanni Maria Claudi), successivamente aggiornato ed arricchito dai vari specialisti coinvolti, che hanno operato nelle
edizioni successive al 1994.
Il criterio inclusivo resta infatti la nascita nel territorio delle Marche di oggi, limitatamente ai deceduti alla data di edizione.
L’Editore ringrazia tutti i collaboratori e quanti hanno segnalato a vario titolo
errori e omissioni, contribuendo a fare di quest’opera, ormai citatissima ovunque, un’“opera aperta” ed un’ammiraglia del catalogo de il lavoro editoriale, notoriamente impegnato da ventotto anni nella rivisitazione critica della storia e della
cultura delle Marche.
Ancona, giugno 2007
4
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A
Abbondanzieri Francesco
(Letterato; n. Arcevia 1708, m. Arcevia 11 marzo
1763). Studiò latino ad Arcevia, quindi retorica nel
collegio degli Scolopi di Urbino; qui si laureò nel
1729 in filosofia. Apprese il diritto a Macerata e nei
successivi dieci anni esercitò l’avvocatura a Roma.
Ritornato ad Arcevia, rilanciò l’Accademia degli
Affumigati e s’interessò all’istituzione di una colonia arcadica, la Misena, nella quale aveva preso il
nome di Floridaste Nemesiaco. La sua opera più
conosciuta è Le scienze, ed arti nobili ravvivate in
Arcevia (Jesi, 1752), stampata in occasione dell’apertura della Colonia Misena. Contiene alcune
composizioni poetiche degli arcadi e una cantata
dello stesso Abbondanzieri, riccamente annotata
per tutto il volume con notizie storiche su Arcevia
e i suoi figli maggiori. Compose inoltre molte rime
e diverse ne pubblicò, oltre al Componimento drammatico a due voci (Jesi, 1741).
Abbati Olivieri Fabio
(Cardinale; n. Pesaro 20 aprile 1658, m. Roma 9 febbraio 1738). Fu aiuto del cardinale Gianfrancesco
Albani nella segreteria dei Brevi. Clemente XI lo
nominò segretario dei Brevi nel 1700 e prefetto dei
Palazzi Apostolici nel 1713, nonché cardinale del
titolo dei SS. Vito e Modesto nel 1715. Alla morte di
Clemente XI (1721) fu fatto il suo nome fra i papabili, ma la sua candidatura cadde per l’opposizione di Carlo VI. Alla morte di Innocenzo XIII (1724),
il suo nome fu riproposto, ma cadde di nuovo con
l’elezione di Benedetto XIII. La candidatura fu di
nuovo proposta, senza esito, alla morte di questi,
nel 1730.
Abbati Olivieri Vincenzo
(Compositore; n. Pesaro 13 marzo 1728, m. Pesaro
12 novembre 1794).
Abbati Olivieri Giordani Annibale
(Letterato; archeologo; n. Pesaro 17 giugno 1708,
m. Pesaro 29 settembre 1789). Studiò prima a
Bologna e poi a Pisa. In questa Università frequentò le lezioni del Tanucci, dell’Averani e del
Grandi. Si laureò in diritto a Urbino nel 1727.
Seguì un soggiorno romano molto proficuo per
gli studi di antichità, soprattutto di epigrafia. La
protezione dello zio Fabio, cardinale (➔), cugino
di Clemente XI, gli facilitò l’acquisto di rarissimi
reperti archeologici di cui andava arricchendo il
suo museo. Ritornato a Pesaro nel 1735 non se ne
allontanò più. Nel 1735 pubblicò il primo dei
suoi numerosissimi testi a carattere antiquario e
filologico. Nel 1737 uscì a Roma il suo lavoro
sulle epigrafi pesaresi Marmora Pisaurensia notis
illustrata, che ebbe grandi lodi dal Muratori e dal
Maffei, e che fu arricchita dall’Abbati sino agli
ultimi giorni della sua vita con scrupoloso puntiglio scientifico. Insieme a G.B. Passeri fu il
primo a sostenere che le tavole Eugubine non
erano scritte in etrusco ma in umbro. Tra le sue
numerosissime opere storiche e antiquarie:
Dissertazione sulla fondazione di Pesaro, Modena
1754, dove sostiene l’origine greca della città;
Memorie del porto di Pesaro, 1774; Memorie di
Gradara, terra nel contado di Pesaro, 1775; Memorie
di Novillara, 1777; Memorie di Alessandro Sforza
signore di Pesaro, 1785. Tra le opere di numismatica, Dissertazione sopra due medaglie sannitiche,
Roma 1738, nonché molti altri saggi sullo stesso
argomento. Per la sua vasta produzione in tutti i
campi dell’antiquaria, Abbati era noto presso gli
eruditi del suo tempo. Molti pezzi del suo museo
sono oggi conservati nei Musei Olivierani di
Pesaro.
Abbruzzetti Valeria vedi Moriconi Valeria
Accarigi Francesco
(Giurista; n. Ancona verso il 1550, m. Pisa 4 ottobre
1622). Fu inviato giovanissimo allo Studio di Siena,
ove ebbe come maestri Girolamo Benvoglienti e
Celso Bargagli. Qui si laureò in legge il 12 giugno
1580 e, nel 1589, ottenne la cattedra di diritto. Nel
1593, dopo la morte del suo maestro Bargagli, fu
promosso alla suprema “Cattedra Ordinaria di
Legge”, che tenne per vent’anni. In questo periodo
fondò a Siena l’Accademia degli Affilati con il
motto “Acuimus: Acuimur”. Nel 1613 si trasferì a
Parma e poi all’Università di Pisa dove ricoprì l’incarico di docente per quattro anni, sino alla morte.
Fu sepolto a Pisa nella chiesa di S. Domenico.
Acciaccaferri Pierantonio e Francesco
(Intagliatori; San Severino Marche, sec. XVI). Poco
si conosce della loro vita. Si sa che furono allievi ed
aiuti di Domenico Indivini e di suo fratello Nicola,
dopo la morte del maestro. Nel 1503 fu affidato a
Pierantonio il compito di portare a compimento
l’opera del fratello rimasta interrotta: il coro ligneo
del Duomo di San Severino. Egli terminò nel 1513
questo lavoro in collaborazione con il figlio
Francesco, anche lui intagliatore ed allievo
dell’Indivini, come attesta l’iscrizione apposta:
“Hoc chori Nicolaus Indivini Pierantonium
Acciachaferri et filium faciendum curavit 1513”. I
frammenti sono conservati nel civico museo di San
Severino. Dell’A. e del figlio è anche il “Coro” della
chiesa di S. Chiara a San Severino, che porta la data
del 1511. Realizzato in collaborazione con il figlio è
anche il “Crocifisso ligneo” sito nella cattedrale di
8
Annibale degli Abbati Olivieri
9
decadde. Fu anche critico e letterato, storico e
grammatico e anche filologo di un certo rilievo,
almeno a giudicare dai titoli e dai frammenti che di
questi titoli ci restano. Tra essi: Didascalica,
Pragmatica (andati interamente perduti), Annales
(di cui ci sono rimasti alcuni frammenti in esametri sulle feste dell’anno), Praxidica (poema georgico
perduto). Fu inoltre autore di epigrammi, poesie
erotiche e di vario argomento, anch’esse perdute.
S. Severino Marche. Nel 1526 eseguì anche la
“Porta” e un “Tabernacolo” per il Palazzo Comunale della sua città. Si hanno sue notizie e del figlio
Francesco sino al 1529. Il figlio di Francesco,
Orazio, fu anche lui intagliatore. Insieme collaborarono alla realizzazione del “Coro” ligneo della
chiesa superiore della Basilica di S. Francesco in
Assisi.
Acciaferri Anton Jacopo
(Pittore; n. San Severino Marche, attivo XVI secolo). Ritenuto allievo del Pinturicchio, fu invece probabilmente alla scuola di Bernardino di Mariotto.
Nel 1519, insieme al suo maestro, eseguì per il suo
Comune alcuni stemmi e i “baculi” per la venuta
del Legato. Si sa di un suo dipinto a tempera, andato disperso, rappresentante la Trinità ed eseguito
verso il 1521 per la chiesa di San Francesco a San
Severino. Era ancora vivo probabilmente nel 1525.
Accorsoli Annibale
(Militare; n. Cagli sec. XV, m. 1468). Cavaliere alla
corte del duca Federico da Montefeltro a Urbino,
comandava i balestrieri a cavallo. Nel 1456 combatté contro i fiorentini a Napoli. Morì nel 1456,
corso in aiuto di Roberto Malatesta in difesa di
Rimini.
Aceti Antonio
(Giurista; n. Fermo 1380, m. Fermo 1 settembre
1407). Conte di Monteverde, fu dapprima lettore a
Fermo, poi lettore di diritto civile a Perugia. Nel
1386 fu podestà di Fermo di parte popolare, ma il
primo novembre fu tra coloro che favorirono gli
uccisori di Vanne Vanini. Acquistò tuttavia sempre
più importanza nella sua città, che lo volle impegnare nella conquisa di Montegranaro. Nel 1395
ottenne che il “vessillifero” Antonio Jacobucci salvasse con lui la città minacciata di saccheggio dal
conte di Carrara. Occupata Montegranaro, riuscì a
farsela vendere per settemilacinquecento ducati.
Per sedare l’insurrezione popolare cercò l’appoggio di Bonifacio IX che tuttavia assunse il potere
lasciandogli il controllo della città. Segnò invece la
fine del suo potere la venuta a Fermo di Andrea
Tomacelli (fratello di Bonifacio IX) che vi stabilì
l’autorità pontificia. Poco nota è l’attività dell’Aceti
negli anni successivi. Egli non perdette però la
benevolenza di Bonifacio IX il quale, nel 1401, lo
nominò senatore di Roma. Successo a Bonifacio IX
Innocenzo VII (1404), il Tomacelli dovette cedere la
Marca al nipote del nuovo pontefice Ludovico
Migliorati che entrò in possesso di Fermo nel 1405.
Dopo circa due anni Migliorati, traendo pretesto
dall’energica azione dell’Aceti in difesa della libertà dei priori cittadini, lo fece catturare la sera del
primo settembre 1407 e poi decapitare. Due giorni
dopo furono giustiziati anche i suoi figli Giovanni
e Aceto.
Acciarini Tideo
(Umanista; n. Sant’Elpidio tra il 1430 e il 1440, m.
dopo il 1490). Da giovane lo troviamo nel circolo
dei Piccolomini, in particolar modo da Silvio, principe di Montemarciano. Per interessamento di
Martino Nimira, dalmata di Arbe, ottenne l’ufficio
di Rettore nelle scuole di umanità in varie città
della Dalmazia, anzitutto a Spalato, dal 1469 al
1471, poi a Zara, verso il 1475, e infine a Ragusa,
dal 1477 al 1480. Si trasferì poi a Cosenza e in altre
città. Nel 1490 lo troviamo a Montesanto, nelle
Marche, dopo di che mancano sue notizie.
Insegnante ed educatore ricercatissimo, elegante
poeta, desiderò e ottenne impieghi a corte, prima
in quella degli Sforza, poi, forse, in Spagna, presso
i sovrani cattolici, quale precettore del principe
Giovanni delle Asturie. Tra le sue opere: Carmina,
in lode dei principi Sforza; e De animorum medicamentis, dedicato ai sovrani di Spagna.
Accio Lucio
(Poeta latino, filologo, grammatico; n. Pesaro 170 a.
C., m. 84 a. C.). Nato a Pesaro, colonia romana fondata quattordici anni prima della sua nascita, da
Fulvio Nobiliore, era figlio di un liberto. Ebbe
grande talento come poeta tragico e godé di molta
rinomanza e fortuna presso i suoi contemporanei.
Autore di molte tragedie di cui ci restano quarantacinque titoli. Sfruttò quasi tutti i cicli leggendari
e adoperò liberamente grandi tragici greci e gli
altri minori contaminandoli insieme nel corpo di
una sola tragedia. Tra le sue opere, frequentemente ispirate ad argomenti di violenta tragicità: Atreo,
Medea, Tereo, Prometeo, Agamennone, ecc. Scrisse
anche due preteste, Brutus e Decius, andate perdute. Altro titolo rimastoci di Accio è l’Aeneadae. Tra
le numerosissime tragedie da lui scritte ricordiamo
alcuni titoli: Achilles, Troades, Hecuba, Clitemnestra,
Atreus, Tereus, Prometheus, ecc. Nel giudizio degli
antichi Accio si contendeva con Pacuvio il primato
della tragedia, ma nell’età imperiale la sua fortuna
Aceti De Porti Serafino (Serafino da Fermo)
(Teologo; n. Fermo verso il 1496, m. Bologna 1540).
Studiò prima a Fermo, poi a Padova. Tornato in
patria, entrò nella Congregazione dei Canonici
Regolari Lateranensi. Ordinato sacerdote nel 1527,
iniziò una lunga serie di viaggi di predicazione in
giro per l’Italia. La mistica di Serafino dipende da
Battista da Crema, egli insiste sullo svuotamento
della volontà, sull’orazione interiore e sull’opera
della grazia. La sua opera più importante è il
Trattato della mental orazione (1543). Molti suoi scrit10
Tra i suoi drammi (per i quali riceve nel 1963 il
“Premio Betti”) Daccapo, 1964, L’invenzione della
croce, 1964, Il segno, 1983. Ha pubblicato versi
(Libertà clandestina, 1965, Il punto solidale, 1977,
L’immagine dissimile e altri poemetti, 1981, I lampadari, 1984, Amici necessari come angeli, 1991) che si
richiamano ad una vena sperimentale vicina a
Rebora, e un romanzo, Come la luce immobile e
dovunque (Garzanti). Amico e sostenitore di Franco
Scataglini (➔), fu uno dei suoi primi prefatori. Nel
1998 ha ricevuto il ciriachino d’oro del Comune di
Ancona per la sua attività letteraria. La sua ricca
biblioteca è stata donata alla Comunale di Ancona.
ti sono dedicati alle istituzioni fondate da Mario
Zaccaria (Problemi sull’oratione e Trattato brevissimo
della conversione). Direttore di coscienza di grande
sensibilità e di aperta formazione culturale, l’Aceti
nelle sue opere è rivolto a contrastare soprattutto
l’espansione luterana in Italia. Altri suoi scritti
sono: Trattato della discretione; Breve dichiarazione
sopra l’Apocalisse di Giovanni, Milano 1538 e Lo specchio interiore, Bologna 1539.
Acqua Camillo
(Biologo; n. Osimo 1863, m. Roma 1933). Fu insigne
cultore di scienze biologiche, libero docente in
fisiologia vegetale, autore di opere di larga risonanza su argomenti di biologia e scienza della
bachicoltura, fu fondatore della prima stazione
bacologica italiana ad Ascoli Piceno.
Acquaticci Giulio
(Letterato, erudito; n. Treia 1603, m. 6 giugno 1688).
Fu autore di varie opere filosofiche, matematiche,
politiche, drammatiche, letterarie. Fu socio
dell’Accademia dei Catenati di Macerata e di quella Georgica di Montecchio (Treia). Tra le sue opere
a noi pervenute quelle riguardanti gli studi di
astronomia (altra disciplina nella quale si distinse),
il trattato sopra il libro De coelo di Aristotele dal
titolo In librum Aristothelis de coelo, dove pone questioni di carattere cosmico-filosofico. Scrisse un
eruditissimo elogio di Macerata in latino dal titolo
De Maceratentium origine, una tragicommedia in
cinque atti dal titolo La Cratilde, ambientata in
Islanda, e numerose altre tragedie, tra le quali:
L’Aleandro, ambientata a Salamina, l’Assalonne e
L’Alessandro. Vanno menzionati anche due componimenti musicali dal titolo Il figliol prodigo e
L’Agostino trionfante. Scrisse inoltre La gioventù
coronata, dramma allegorico; Il tempio pellegrino,
ovvero il poema della Santa Casa, che riuscì a pubblicare tre anni prima della sua morte, è considerato
il suo capolavoro. Una sua attività parallela riguarda la progettazione e la realizzazione di propria
mano di originali cannocchiali per l’osservazione
degli astri.
Acqua Filippo
(Erudito, collezionista d’arte; Osimo 1737, m. XIX
sec.). La storia non gli ha tributato particolari
attenzioni. Il suo nome, dopo la morte, subì la sorte
di svanire nel nulla o quasi sino alla recente riesumazione. Fu amico e contemporaneo di Luigi
Lanzi (➔) che può considerarsi il fondatore della
moderna storiografia artistica italiana. Questi
ricorda nella sua prestigiosa opera l’Istoria pittorica
l’Acqua quale possessore di una Sacra Famiglia di
Dosso Dossi e di un Battesimo di Cristo di Sebatiano
Filippi. In verità la sua raccolta d’arte doveva essere abbastanza eterogenea, ma è proprio nel campo
del disegno antico che essa può essere annoverata
fra le più importanti delle Marche, in special
modo, per la presenza di un folto gruppo di disegni di scuola bolognese. A Bologna nel 1995 è stata
promossa un’importante mostra di disegni emiliani dei secoli XVII-XVIII provenienti dalla
Pinacoteca di Brera che raccoglie gran parte dei
fogli riconosciuti più tardi provenienti dalla collezione Acqua.
Adami Annibale
(Scrittore; n. Fermo 1626, m. Roma 1706). Gesuita,
professore al Collegio Romano. Tra i suoi numerosi scritti ricordiamo: Seminarii Romani Pallas porporata, biografie di trentuno ex alunni cardinali, e La
Spada di Orione, raccolta di elogi di militari, pubblicata sotto lo pseudonimo Primo Damascino e dedicata a Luigi XIV. Tradusse inoltre alcuni testi edificanti.
Acqua Vincenzo
(Vescovo; n. Osimo 1 maggio 1693, m. Spoleto 31
marzo 1772). Patrizio osimano, studiò a Roma,
dove praticò l’avvocatura. Fu uditore di nunziatura in Francia. Nel 1759 fu fatto vescovo di Spoleto.
Acquabona Plinio
(Poeta e drammaturgo; n. Ancona 1913, m. Ancona
4 settembre 2002). Inizia a comporre versi molto
giovane (esordisce negli anni Quaranta su
“Prospettive” di Curzio Malaparte) che gli valgono
la stima di Mario Puccini (➔) e Ugo Betti (➔).
Partecipa alla seconda guerra in Montenegro e nel
clima del dopoguerra matura una formazione culturale e spirituale che lo porta alla conversione al
cristianesimo che caratterizza e pervade tutta la
sua opera, ispirata da una profonda sensibilità
morale e religiosa. Scrive versi, romanzi, drammi,
dirige rappresentazioni teatrali cui dedica tutto il
tempo che gli resta libero da un modesto impiego.
Adami Ignazio
(Letterato; n. Fermo XVII secolo). Fratello di
Annibale Adami (➔), servì tra le guardie della regina Cristina di Svezia. Pubblicò opere di carattere
astrologico, tra le quali una Litosophiae, sive de virtute lapidum.
Adami Lorenzo
(Uomo d’armi; n. Fermo, m. XVII secolo). Fece
parte della squadra ausiliaria romana agli ordini di
11
Camillo Acqua
Giulio Acquaticci
12
blicati sotto il titolo Adriani et Fachet Psalmi vespertini omnium festorum.
G. Bichi, cavaliere di Malta, inviata a rinforzo delle
navi maltesi e veneziane di L. Mocenigo. Ebbe il
comando del vascello “La corona d’oro”, partecipando nel 1657 a numerose azioni nei Dardanelli
per la guerra di Creta. Introdotto a Roma presso la
regina Cristina di Svezia dal concittadino Decio
Azzolino (➔), divenne suo gentiluomo di camera e
poi capitano della sua guardia svizzera. Primo
ministro accreditato a Roma nel 1661, fu inviato
dalla regina a Stoccolma dal 1665 al 1667, al fine di
riordinare l’amministrazione e prendere contatti
politici per prepararne il ritorno in Svezia. Non si
conosce né il luogo né la data della sua morte, ma
nel 1667 era ancora vivente.
Affede Mario
(Poeta dialettale, commediografo; n. Treia 1868, m.
Macerata 1940). Collaborò a giornali quali “La
democrazia”, “Il risveglio” e “La provincia maceratese”, dirigendo “Don Falcuccio” e “Piff Paff”.
Riscosse molti consensi soprattutto per la sua
capacità di raccontare con arguzia e in modo brillante i piccoli fatti della vita paesana. Tra le sue
opere ricordiamo: Buzzere, vinnelle e frescacce
(Macerata 1890), Cuscì pe’ ride (Macerata 1887), Lu
mutilatu (Macerata 1922), L’apu e la rosa (Macerata
1926), Un giorno ai bagni, Una serata ai burattini.
Suoi sonetti e componimenti sono stati pubblicati
in vari periodici maceratesi. Compose inoltre commedie dialettali, alcune delle quali (Perché, perché
Marì?, Zi Annetta, Lu core che parla, E se non partissi
anch’io), più volte rappresentate con successo.
Adami Luigi
(Letterato; n. Fermo XVII secolo). Nobile fermano,
fu capitano delle guardie della regina Cristina di
Svezia a Roma. Scrisse Elogi di uomini illustri.
Adamo
(Beato; n. Fermo seconda metà XII secolo, m.
Fermo 1209 o 1213). Dopo un periodo di vita solitaria, vestì l’abito di monaco benedettino presso il
monastero di San Savino di Fermo, di cui fu eletto
abate. Una volta morto, il suo corpo venne trasferito nella cattedrale fermana. È invocato contro l’epilessia. La festa si celebra il 16 maggio.
Agabiti Augusto
(Teosofo, giurista; n. Pesaro 7 gennaio 1879, m.
Roma 5 ottobre 1918). Visse a Roma dove fu a capo
del più cospicuo gruppo di teosofi italiani, insieme
a Decio e Olga Calvari. Nel 1910 l’Agabiti e gli altri
teosofi romani si distaccarono dalla società teosofica di Annie Besant aderendo, in un primo tempo,
alla lega teosofica indipendente fondata nel 1909 a
Benares, poi costituendosi in gruppo autonomo,
con spiccate tendenze per la ricerca mistica. Fu collaboratore nonché direttore della rivista teosofica
dissidente “Ultra”. Fu anche bibliotecario alla
Camera dei Deputati. In numerosi suoi saggi si
adoperò per la diffusione delle teorie teosofiche di
E. Petrovna Blavatskij. Tra le sue opere: La sovranità della società, Roma 1904; Libero esame e settarismo
nella società teosofica, Milano 1910; Vivisezione animale e umana, Roma 1911, con prefazione di R.
Murri; L’umanità in solitudine, Roma 1914, con prefazione di L. Luzzatti.
Adiuto Foscardo
(Agostiniano; n. Fano XIII secolo). Entrato nell’ordine agostiniano, divenne diacono della chiesa di
Fano, e nel 1244 vescovo di Fano. Nel 1251 fu
nominato rettore della Marca anconitana e ricevette Innocenzo IV a Fano con grandi onori in occasione del suo passaggio. Nel 1255 fu visitatore generale della Toscana per il suo ordine.
Adriani Cesandro
(Collezionista; n. Castelfidardo XVII secolo). Nato
a Castelfidardo da Camillo Adriani e da Lucrezia,
dedicò i suoi interessi a costituire una ricca collezione di libri greci, arabi, documenti scientifici,
quadri, tra i quali opere di Federico Barocci, che fu
suo amico e che lo ritrasse.
Agabiti Pietro Paolo
(Pittore, architetto; n. Sassoferrato 1470 o 1465, m.
Cupramontana 1540 ca.). Incerta è la data della sua
nascita. Seguace di Cima da Conegliano, subì
anch’egli l’influenza di Alvise Vivarini. La sua
prima opera a noi nota è la Madonna tra i SS. Pietro
e Sebastiano del museo di Padova (1497). Un documento comunale a Serra de Conti parla di un grave
fatto di sangue accaduto a Sassoferrato nel quale si
trovò coinvolto il giovane Agabiti. È forse questa
dunque la data in cui Pietro Paolo, per salvarsi
dalla giustizia, lasciò Sassoferrato e andò volontariamente in esilio. In quanto a date precise nella
vita dell’Agabiti ce ne sono poche. Si desume che
egli sia andato in Romagna e quindi nel Veneto.
Tornò poi nelle Marche, a Jesi, nel 1496. Dopo il
1510 fu di nuovo a Sassoferrato, dove dipinse la
tavola di Catobagli (1511) e, nel 1524, il San
Benedetto di Santacroce di Sassoferrato. Nel 1531 si
Adriani Francesco
(Musicista; n. San Severino Marche 1539, m.
Roma 16 agosto 1575). Fu maestro di cappella a
San Giovanni in Laterano dal 1573 al 1575. Era
anche uno dei cantori pontifici. Fu grande contrappuntista ed esperto compositore di mottetti,
inni, salmi, ecc. Morì a soli trentasei anni e venne
sepolto nella basilica dei Santi Apostoli in Roma.
Produzione certa dell’Adriani sono un libro di
madrigali a sei voci (Venezia 1568) e due libri di
madrigali a cinque voci (Venezia 1570). Musicò
inoltre due sonetti facenti parte di una Corona
della morte dell’illustrissimo Annibal Caro, su versi
del nipote del celebre scrittore. Sono attribuiti a
lui anche i Salmi a quattro voci (Venezia 1567) pub13
ritirò nel convento francescano della Romita presso Cupramontana, ove morì. Per quanto riguarda
la sua formazione artistica, si formò sugli esempi
di scuola veneta, poi fu preso dalle nuove maniere
importate dal Lotto, dal Palmezzano e altri. Delle
molte sue opere ricordiamo: la Natività (1511) nella
chiesa di Santa Maria del Piano in Sassoferrato; la
Madonna in trono tra i SS. Fortunato e Giovanni
Battista (1519-1521) nella chiesa di San Fortunato
presso Sassoferrato; la Madonna in trono tra i SS.
Francesco e Antonio da Padova e la Rappresentazione
delle Stimmate di San Francesco (1538) nella
Pinacoteca di Jesi. Delle sue opere di architettura,
di cui fanno cenno alcuni studiosi, non rimangono
che le piccole logge di un palazzo di Sassoferrato,
lavoro da collocarsi attorno al 1525. Esperienza
determinante per quanto riguarda la sua ulteriore
maturità artistica fu l’incontro nelle Marche con le
opere che Antonio Solario eseguì a Fermo,
Macerata, Osimo e in altri centri del piceno. Oltre
le già citate, altre sue opere, datate e firmate, sono:
Vergine con bambino, San Marco e Santa Maria
Maddalena (1511; Museo civico di Sassoferrato);
Vergine in trono con Bambino, San Giovanni Battista e
San Girolamo (collezione privata milanese); Vergine
in trono con Bambino, San Giovannino e Santa
Caterina (1522; collezione George Eneil, Montreal);
Madonna in trono con Bambino e santi (1528;
Pinacoteca civica di Jesi); Predella con Natività,
Adorazione dei Magi, San Girolamo, San Sebastiano e
San Rocco (1528; Pinacoteca civica di Jesi); Madonna
con Bambino, San Lorenzo e San Demetrino (1530;
Abbadia di San Lorenzo in Campo); Natività (1534;
Museo cristiano di Esztergom, Budapest). Molti di
questi dipinti testimoniano chiaramente - così
come il San Francesco che riceve le stimmate, del 1528,
alla Pinacoteca comunale di Jesi - l’intricata formazione dell’artista, influenzato da molti pittori quali
il Cima, il Palmezzano, il Crivelli, nonché il
Signorelli, con il quale l’Agabiti lavorò a Jesi dal
1507 al 1510.
quale veniva designato erede il nipote Francesco
M. I della Rovere, che lo inviò come ambasciatore
da Giulio II a chiedere la ratifica della successione
e il pontefice lo creò cavaliere dello Speron d’Oro.
Agatoni De’ Maschi Dionigi
(Uomo politico; n. Urbino verso il 1465, m. Urbino
verso il 1525). Compiuti gli studi di legge a
Padova, esercitò la magistratura in patria. Quando,
nel 1502, Cesare Borgia assalì il Ducato di Urbino,
Agatoni mise in salvo Guidobaldo da Montefeltro
conducendolo prima a Monte Copiolo, poi a
Sant’Agata, quindi a Meldola (allora possesso
veneziano) e di lì a Ravenna e a Venezia. Dopo la
congiura della Magione e il ritorno di Guidobaldo,
Agatoni fu eletto gonfaloniere di Urbino e in tale
veste, dopo la strage di Senigallia e la seconda fuga
del duca, fu mandato presso il Valentino a trattare.
Fu poi riconfermato alla magistratura e rimandato
a Urbino perché inducesse i concittadini all’obbedienza (1503). Dopo il crollo dei Borgia e la restaurazione feltresca fu ancora confermato gonfaloniere della sua città. Alla morte di Guidobaldo (1508),
lesse nel Duomo il testamento del duca, con il
Agostini Camillo
(Astronomo; Cartoceto (Pesaro), sec. XVI). Fra i
suoi studi va ricordata l’opera Degli orbi celesti
stampata a Pesaro nel 1582.
Agnelli Giuseppe
(Patriota; n. Urbino 13 novembre 1792, m. Ferrara
5 aprile 1856). Si laureò in legge a Ferrara. Nel 1812
divenne luogotenente dell’esercito del Regno
Italico, nelle cui file rimase fino al 1814. Seguì G.
Murat nella campagna del 1814-15 e alla caduta del
Regno Italico si trasferì a Ferrara, dedicandosi alla
professione legale. Nel 1831 fu membro del governo provvisorio e riordinò la Guardia Nazionale di
cui fu colonnello. Nel 1849, quando Ferrara fu
investita dalle truppe del maresciallo Haynan, con
altri cinque cittadini si offerse in ostaggio per salvare la città dal bombardamento. Trasportato nella
fortezza di Verona vi rimase prigioniero fino al 5
maggio dello stesso anno.
Agostinelli Cesare
(Anarchico; n. Ancona 30 ottobre 1854, m. Ancona
23 aprile 1933). Fu uno dei più noti esponenti anarchici della città. Nel 1880 aderì al Circolo di studi
sociali di Ancona e, nel 1882, fu processato per aver
preso parte a dimostrazioni a favore di A. Cipriani.
Emigrò poi in Argentina con Malatesta. Rientrato
nel 1887, riprese l’attività politica collaborando ai
giornali “Il paria”, “Il libero patto”, “La campana”.
Nel 1897 fu di nuovo arrestato e tradotto a Ponza,
quindi processato ad Ancona per reati di stampa.
Nel 1908 fu tra i collaboratori del giornale socialista-anarchico “Vita operaia”, dello “Sprone” e del
settimanale “Volontà” uscito ad Ancona nel 1913
sotto la direzione del Malatesta. Dopo la “settimana rossa” del giugno del 1914, alla quale prese
parte, dovette esulare. Alla fine della prima guerra
mondiale si trasferì a Milano dove partecipò alla
fondazione del periodico “Umanità nova”, seguitando la sua attività politica nel campo anarchico.
Agostini Francesco
(Pittore, scultore; n. Fabriano fine XV secolo, m.
forse a Roma). Scrisse un trattato sulla pittura, oggi
perduto nel quale discuteva di “tutte le qualità, le
virtù et i vitii de l’arte, e de gli Artefici”. Come attestato da epigrafi ora scomparse, costruì e restaurò
a sue spese due fontane di Fabriano: una nella
piazza del Mercato (1519), l’altra presso Sant’Antonio (1559). Delle sue pitture, un San Girolamo, già
nella collezione Fornari, è firmato e datato 1565.
Nello stesso anno lo troviamo a Roma citato come
perito in un trattato del 1566, relativo all’esecuzione della statua di Paolo IV (opera di Jacopo da
Cassignola), in Santa Maria sopra Minerva.
14
Agostini Marcello
(Letterato; n. Fano, verso il 1566-1646). Nacque da
nobile famiglia e nel 1587 entrò nell’ordine della
Compagnia di Gesù insegnando lettere, filosofia e
teologia morale. Eccellente predicatore, fu ambasciatore dal re di Francia e scrisse Il teatro della continenza (Macerata, Salvioni 1623). Raccolse molte
memorie antiche e storiche sulla città di Fano
(Roma 1620 e 1641).
Agostini Francesco Fabrizio
(Letterato; n. a Cagli 7 luglio 1686, m. 9 febbraio
1761). Laureatosi all’Università di Perugia in diritto, fu podestà di Mondolfo nel 1714-15 e nel 1720
tenne il governo del marchesato di Vignola. Fu
avvocato generale fiscale del cardinale Lante della
rovere a Urbino e successivamente soprintendente
delle cause criminali.
Agostini Francesco Giuseppe
(Matematico; n. Cartoceto, Pesaro, fine sec. XVIII).
Forse parente di Camillo Agostini (➔). Fra le sue
opere si ricorda uno Specimen geometriae (Fano
1746).
Agostini Mezio
(Compositore e direttore d’orchestra; n. Fano 12
agosto 1875, m. Fano 22 aprile 1944). Studiò al
Liceo musicale di Pesaro con M. Vitali, C. Pedrotti,
A. Vanbianchi, diplomandosi in pianoforte nel
1893 e in composizione nel 1894. Nel 1900 fu chiamato da Mascagni a coprire la cattedra di armonia
nel Liceo musicale di Pesaro, cattedra che lasciò nel
1909, quando per concorso prese il posto di E.
Wolf-Ferrari nella direzione del liceo musicale
“Benedetto Marcello” di Venezia, incarico che
tenne fino al 1940. Fu grande direttore d’orchestra,
sia nel campo della musica lirica sia di quella concertistica. Fu anche ottimo pianista ed eseguì sue
composizioni da camera insieme al Corti (violino)
e a G. Crepax (violoncello). Scrisse, come i suoi colleghi della cosiddetta “generazione dell’80”, molta
pregevole musica strumentale (sinfonie, suites,
concerti, ouvertures, trii, quartetti, quintetti, pezzi
per pianoforte e sonate varie). Notevole è il suo
Trio in fa maggiore che vinse nel 1904 il primo premio al Concorso internazionale indetto dal periodico “Musica” di Parigi (tra i componenti la giuria,
C. Debussy e P. Dukas), nonché una cantata A
Rossini. Tra le sue opere liriche ricordiamo: Il cavaliere del sogno (1895), data per la prima volta a Fano
nel 1897 e premiata al concorso Steiner di Vienna;
Jovo e Maria (1896); La penna d’airone (1898);
Alcibiade (1902); America (1904); Ombra (1907), rielaborata nel 1938 con il titolo La figlia di Navarra;
L’anello del sogno (1928) e Lisa pazza per amore (1941).
Abbandonò ogni attività nel 1940.
Agostini Giuseppe
(Pittore; n. Fabriano 1884, m. 1965). Pittore autodidatta attivo tra 1920 e 1940, ha dipinto vedute di
Ancona postbellica.
Agostini Ludovico
(Letterato, poeta; n. Pesaro 6 gennaio 1536, m.
Gradara 29 luglio 1612). Fu uno della lunga schiera dei petrarchisti del suo tempo. Avviato agli
studi di legge a Padova, dovette fuggire per aver
ucciso in duello un compagno di corso. Rientrato
in Italia, riprese gli studi di legge a Bologna, dove
si addottorò nel 1557. Ritornò poi a Pesaro. Tra il
1560 e il ‘69 si colloca una vasta produzione di
versi di contenuto soprattutto amoroso, ma anche
religioso, politico-religioso (canzone per l’elezione di Pio IV nel 1560, sullo schema della canzone
all’Italia del Petrarca, e quella per l’elezione di Pio
V del 1566). Gran parte del suo Canzoniere amoroso è dedicato alla cantante Virginia Vagnoli, senese (ben duecento composizioni poetiche). In
seguito a numerose disgrazie familiari, il temperamento dell’Agostini divenne sempre più incline
alla malinconia e alla meditazione religiosa.
Divenne agente e uomo di fiducia di Paolo Maria
della Rovere, continuando la sua produzione letteraria in versi e in prosa, scrivendo soprattutto
contro gli infedeli (sonetti contro i Turchi nel
1570, vittoria di Lepanto nel 1571, ecc.). Nel 1582,
dopo la morte del padre, lasciò Pesaro e si ritirò a
Soria, iniziando un volontario esilio georgico
durato quasi vent’anni. È questo il periodo più
fecondo e più sereno della sua vita; ne è testimonianza l’opera Esclamazioni a Dio, venti soliloqui
mistici. Ma l’opera sua maggiore è forse il dialogo
L’infinito, in due libri, su riflessioni tratte da libri
sacri. Nel 1590, dopo un viaggio in Palestina, si
ritirò per un breve periodo presso il Cenobio
Camaldolese di Fonte Avellana. Nel 1604 il duca
Francesco Maria II della Rovere lo fece governatore della Rocca di Gradara, ove l’Agostini, seppur
malato, trascorse gli ultimi anni della sua vita
scrivendo. Quasi tutte le sue opere sono inedite.
Le sue Rime sono conservate nella Marciana e
nell’Oliveriana di Pesaro; altre si trovano nella
Biblioteca Vaticana.
Agostini (Augustini) Pietro Simone
(Compositore; n. Monte Baroccio, Pesaro, prima
metà XVII secolo, m. Parma 1 ottobre 1680). Per un
breve periodo visse a Urbino e nel 1660 cercò,
senza riuscire a ottenere l’incarico, di dirigere la
cappella del duomo. Visse quindi a Milano dal
1669 al 1670 e dal 1674 al 1679 fu maestro di cappella all’Oratorio del SS. Crocifisso di Roma.
Quando Ranuccio II Farnese gli affidò la direzione
della cappella ducale, si trasferì a Parma, dove poi
diresse anche la cappella della Chiesa della
Steccata. Fu cavaliere dello Speron d’oro.
Agostini Zamperoli Paolo Antonio
(Letterato; n. Pesaro 22 novembre 1733, m. Como
29 novembre 1812). Membro di diverse accademie,
fu oratore, poeta e studioso di antichità. Scrisse la
storia della chiesa di Cagli e dei suoi vescovi.
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dei Castelli, melodramma tragico in tre atti rappresentato per la prima volta e con buon successo al
Teatro delle Muse di Ancona in occasione del carnevale del 1853.
Divenne sacerdote nel 1780. Per aver giurato fedeltà al Dipartimento napoleonico, nel 1808, fu confinato dall’autorità ecclesiastica, durante la restaurazione, in un convento di Como, dove morì.
Pubblicò diverse opere, tra le quali un Saggio di odi
filosofico-morali (Pesaro 1765) e un Saggio sull’educazione cristiana (Urbania 1803).
Alaleona Domenico
(Compositore e musicologo; n. Montegiorgio 16
novembre 1881, m. Montegiorgio 29 dicembre
1928). Studioso della musica vocale dei secoli XVI
e XVII, è tra i pionieri della musicologia in Italia.
Fu anche compositore. Nell’opera Mirra (1913), che
suscitò entusiasmi e polemiche e che venne rappresentata al teatro Costanzi a Roma nel 1920,
applicò una nuova teoria armonica di sua invenzione, fondata sulla divisione dell’ottava in cinque
parti uguali. Scrisse vari saggi di storia della musica, estetica musicale, musicologia, filologia musicale. Tra essi ricordiamo Studi sulla storia dell’oratorio musicale in Italia (1908). I suoi più noti saggi
sono apparsi nel 1911 sulla “Rivista musicale italiana”. Insegnò estetica e storia della musica al
Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. Nel 1926
fondò il gruppo dei Madrigalisti. Fece parte della
“Giovane scuola d’avanguardia”. Molte sue composizioni sono di carattere vocale e corale, sinfonico e strumentale, spesso di tipo sacro. Nel 1923
pubblicò il Libro d’oro del musicista. È autore anche
di importanti trascrizioni di musiche antiche, ha
pubblicato impegnativi lavori di letteratura musicale in Italia e, oltre al già citato Libro d’oro, rilevanti scritti su Emilio de’ Cavalieri sul “Cicalamento
delle donne al bucato” di Striggio, sulle “Laudi
spirituali” e altri studi di carattere tecnico. Fu
anche critico d’arte musicale e collaboratore di
importanti quotidiani e riviste.
Agostino d’Ancona vedi Trionfi Agostino
Agostino da Ascoli
(Teologo; Ascoli Piceno XIII secolo). Agostiniano,
maestro di teologia, reggente dello studio di
Padova, confessore apostolico. Fu anche autore di
commentari sulla Fisica di Aristotele e sulle
Sentenze di Pier Lombardo.
Agostino da Montefeltro (al secolo Luigi Vicini)
(Oratore sacro, patriota; n. Sant’Agata Feltria,
Pesaro, 1 marzo 1839, m. Marina di Pisa 10 aprile
1921). Sacerdote secolare, canonico e, dal 1871,
francescano, fu grandissimo predicatore. Destò un
vero fanatismo ovunque predicasse, pronunciando
orazioni che fecero clamore. Predicò nel Duomo di
Pisa, al San Carlo al Corso in Roma, a Firenze,
Bologna, Torino, Milano e in altre città d’Italia,
dove pronunciò le sue forbite e travolgenti orazioni di fronte a studiosi, scienziati e schiere di popolo entusiasta. Parlava con oratoria elegante e dotta,
ma anche appassionata di fervente patriottismo.
Fuggito da Sant’Agata Feltria, soggetta al dominio
papale, si arruolò nei “Cacciatori delle Alpi”. Fu
ferito e a Fermo passò nell’esercito del generale
Fanti. Seguì poi Garibaldi in Sicilia. A Milano combatté da eroe e fu fatto sottotenente sul campo.
Gravemente ferito al Volturno, fu promosso capitano per il suo valore.
Alaleona Giovanni Battista
(Erudito; Macerata XVI-XVII secolo). Fu maestro
delle cerimonie pontificie sotto Paolo V e appartenne all’Accademia dei Catenati. Sue opere furono: Oratio de Deo Trino et Uno habita ad Paulum V
Pont. Opt. Ma. in Sacello vaticano (Roma 1606) e
Relazione del Solenne Apparato fatto dai Signori della
beatissima Vergine Assunta di Roma per l’oratione delle
quaranta ore (Roma 1608). Compose inoltre discorsi
sacri e un sermone in lode di San Carlo Borromeo.
Agricola Filippo
(Pittore, mosaicista; n. Urbino 1776, m. Roma
1857). Viene ricordato soprattutto come mosaicista.
Fu allievo di G. Landi e di V. Camuccini. Dal 1840
fu direttore dello Studio vaticano del mosaico; dal
1843 Ispettore delle Pubbliche Pitture e, dal 1854,
Presidente dell’Accademia di San Luca. Fu tra i più
apprezzati esponenti del tardo neoclassicismo
romano. Lavorò molto a Roma dove eseguì, con N.
Consoni, i cartoni per i mosaici della facciata della
Basilica di San Paolo fuori le mura. Agricola fu
inoltre pittore e scultore, anche se di secondo
piano. Come pittore ricordiamo il ritratto da lui
eseguito a Costanza Perticari, ora alla Galleria
Nazionale d’Arte Moderna a Roma. È sua anche
l’Addolorata nella chiesa della Beata Lucia a Narni.
Alaleona Giuseppe
(Letterato, giurista; n. Macerata 1670, m. Padova
1749). Studiò con P. Maffei e frequentò le lezioni di
Francesco Manardi, laureandosi in giurisprudenza
a Macerata nel 1689. Nel 1700 ricevette l’incarico di
insegnare istituzioni nello stesso ateneo. Fu luogotenente di monsignor Vidman, governatore della
Marca, e nel 1718 fu eletto uditore di Rota a Perugia. Dal 1721 insegnò anche presso l’Università
di Padova, dove per sette anni insegnò istituzioni,
quindi diritto cesareo. Fondatore della colonia
arcadica Elvia di Macerata, per la quale prese il
nome di Rosindo Lisiade, ne fu vice-custode. Fu
ascritto ai Catenati, all’accademia dei Filergiti di
Ajudi Egidio
(Compositore; n. Fossombrone 1 giugno 1820, m.
Fossombrone 7 agosto 1898). Musicista compositore, accademico di Santa Cecilia in Roma, nonché
insegnante al Conservatorio di Bologna. Tra le
molte opere liriche da lui scritte ricordiamo Igenia
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critico cinematografico. Nel 1940 firma la sua
prima sceneggiatura: Incanto a mezzanotte con la
regia di M. Saffico. La sua carriera prosegue negli
anni del dopoguerra durante il quale crea un vero
e proprio sodalizio artistico con il regista Mario
Costa. In qualità di sceneggiatore Albani Barbieri
scriverà in totale undici film tra i quali Anna perdonami, Pietà per chi cade, La mina, Avventura in città e
Battaglie sui mari mentre come attore va ricordata la
sua interpretazione, nel ruolo di Paolo, in Umberto
D. (1952) di Vittorio De Sica.
Forlì e a quella dei Ricovrati di Padova, della quale
fu anche principe. Fu amico di Apostolo Zeno. Tra
le sue numerose opere: La valgiatura tra Bajone e
Ciancione mugnaj, della lettera toccante le considerazioni sopra la maniera di ben pensare... (stampata a
sua insaputa a Lucca nel 1711), Orazione e varie poesie sopra Violante Gran Principessa di Toscana
(Macerata 1714), Praelectrio ad tit. Institutionum de
Haereditatibusquae ab intestato deferuntur (Padova
1728), Dissertazione istorico-legale recitata nell’Accademia de’Ricovrati di Padova in tempo del suo
Principato, l’anno 1737, Dissertazioni, ecc.a profitto
de’giovani studiosi della ragion civile (Padova 1741),
varie Rime.
Albani Gianfrancesco (Clemente XI)
(Papa; n. Urbino 23 luglio 1649, m. Roma 19 marzo
1721). Lo zio materno Girolamo Mosca lo indirizzò
alla carriera ecclesiastica. Dopo aver frequentato a
Roma il Collegio romano, nel 1668 si laureò a
Urbino in diritto, ma anche in filosofia e teologia.
Nel 1670 divenne, a Roma, canonico di San
Lorenzo in Damaso. Nello stesso tempo si introduceva nell’ambiente intellettuale romano, godendo,
tra gli altri, la stima incondizionata della regina
Cristina di Svezia. Nel 1677 Innocenzo XI lo fece
referendario delle due segnature. Nel 1683 fu
nominato vicario e giudice di San Pietro e in seguito ottenne la segreteria ai Brevi. Nel 1690
Alessandro VIII lo fece cardinale. Morto Innocenzo
XII (27 settembre 1700), il 23 novembre 1700 fu
eletto papa con il nome di Clemente XI. Se da un
punto di vista politico, sia nelle relazioni con la
Spagna che con la Francia, il pontificato di
Clemente XI si può dire sia stato un susseguirsi di
incertezze e di fallimenti, ben diverso fu invece il
peso della sua azione papale nella sfera più strettamente religiosa e dogmatica. Il suo avvento segnò
l’inizio di un progressivo irrigidimento della curia
romana nel perseguire i giansenisti. Il suo pontificato fu infatti caratterizzato soprattutto dalla
famosa questione “giansenista” in Francia. L’Albani, ormai consapevole che dietro a P. Quesnel non
c’era più soltanto una ristretta pattuglia di teologi,
ma un potente movimento ben organizzato all’interno della chiesa, si decise alla più assoluta inflessibilità. Nel 1705 emanò la bolla Vineam Domini
contro di essi, a conferma delle costituzioni dei
suoi predecessori Innocenzo X e Alessandro VII e
in dura opposizione al silenzio ossequioso della
dottrina di Giansenio. Nel 1713 fu emanata una
nuova bolla, Unigenitus dei filius, contro le proposizioni contenute nel libro giansenista di Pascasio
Quesnel: Les reflexiones morales. Ancora, nel 1716, il
papa, la cui infallibilità veniva messa in dubbio dai
teologi giansenisti, fu costretto a riaffermare in un
concistoro il valore del supremo magistero papale.
Altra famosa questione religiosa che ebbe il suo
svolgimento critico durante il pontificato di
Clemente XI, fu quella dei riti cinesi e malabarici,
contro i quali si scagliò il Tournon, che ne decretò
l’inammissibilità (1704), conquistandosi così la
porpora cardinalizia nel 1707. In campo politico,
Clemente XI cercò di mantenersi sempre neutrale
Alam Bert vedi Amadio Lampo
Albani Alessandro
(Ecclesiastico, diplomatico, collezionista d’arte; n.
Urbino 1692, m. Roma 1779). Nipote di Clemente
XI, fu inviato a Vienna nel 1720 per trattare la restituzione di Comacchio occupata dagli austriaci. Nel
1721 fu fatto cardinale e poi bibliotecario del
Vaticano. Fu ambasciatore d’Austria a Roma, protettore del Regno di Sardegna e degli Stati ereditari della Casa d’Austria e dell’Impero. Mecenate e
amico del Winckelmann, da lui ereditò ricche collezioni che, con altre opere d’arte e cimeli dell’antichità, accolse nella celebre villa Albani (museo di
villa Albani), da lui costruita nel 1758, in via Salaria
a Roma. Il museo fu arricchito di quadri notevoli,
dal XV al XVIII secolo, dai successori del cardinale
Albani. Nella seconda metà del secolo scorso la
villa con la sua raccolta d’arte passò in proprietà ai
Torlonia. La biblioteca Albani, da lui fondata, costituisce anch’essa un’iniziativa di rilievo. Con le
librerie del cardinale Nerli, di F. Cesi e dei disciolti Lincei, essa passò poi in parte nella biblioteca di
Montpellier. Il resto andò diviso nel 1857, previa
catalogazione, tra la Biblioteca Vaticana, B.
Boncompagni e il governo prussiano.
Albani Annibale
(Ecclesiastico, diplomatico; n. Urbino 1682, m.
Roma 1751). Nipote di Clemente XI, fu dapprima
nunzio straordinario a Venezia (1709) per procurare la pace tra l’impero austriaco e gli stati tedeschi.
Nel 1711 fu fatto cardinale. Fu poi segretario dei
memoriali e camerlengo di santa romana chiesa.
Nel 1730 fu consacrato vescovo di Sabina. Fu anche
sottodecano del S. Collegio e Vescovo di Porto e di
Santa Ruffina (1730). L’Albani si adoperò molto in
sede diplomatica per far riconoscere dalla Santa
Sede Augusto II re di Polonia. Inoltre pubblicò le
bolle e i brevi dello zio come anche il pontificale
Romanum Clementis XI auctoritate recognitum (1720).
Albani Barbieri Alberto
(Sceneggiatore, attore, critico cinematografico; n.
Ancona 22 maggio 1907). Dopo la laurea in giurisprudenza collabora con giornali e periodici come
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Gianfrancesco Albani (Clemente XI)
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diti; Famiglie nobili aggregate dal 1552; Raccolta dei
decreti pubblici e risoluzioni della Congregazione del
Buon Governo della Consulta e altri tribunali di Roma;
Inventario generale di tutti i protocolli dei notari e altri
libri e scritture esistenti nell’archivio apostolico;
Memorie per la storia di Ancona (quarantasette fascicoli con riassunto delle delibere consigliari dal
1378 al 1789); Notizie historiche dei vescovi di Ancona.
L’abate Antonio Leoni (➔), per accordo intervenuto, fruì dei manoscritti dell’Albertini per la redazione di sue pubblicazioni storiche. Le sue opere
furono donate al comune di Ancona e intelligentemente riordinate dal nipote Giuseppe (1816-1865).
spettatore della guerra di successione di Spagna.
Ciononostante non furono poche in questi anni le
controversie e le lotte politiche e militari tra i vari
stati europei (Spagna, Austria, Italia, ecc.), che
coinvolsero, pur nolente, il papa, il quale solo con
la pace di Utrecht prima (1713) e con quella di
Rastadt poi (1714), poté ritenersi libero dalle strettoie delle lotte dei potenti avversari europei. È
degna di menzione anche la politica culturale di
Clemente XI. Fondò un’importante sezione orientale presso la Biblioteca vaticana, con il reperimento di numerosi manoscritti di valore. Notevole fu
anche la sua sensibilità per la salvaguardia del
patrimonio artistico-archeologico di Roma.
Cagionevole di salute fin dal 1710, Clemente XI
morì a Roma nel 1721.
Albertini Gioachino
(Compositore; n. Pesaro 30 novembre 1748, m.
Varsavia 18 aprile 1812). La sua fervida attività di
compositore si svolse ed ebbe grande fortuna
prima in Italia, poi in tutta Europa e soprattutto
in Polonia (1777). La sua opera lirica Circe, considerata uno dei suoi capolavori, fu molto rappresentata in Italia, dove fece il giro dei maggiori teatri della penisola, e all’estero, ove altrettanto se la
contesero i più importanti teatri d’Europa. Fu
direttore del teatro privato del principe Radzwill
a Varsavia e a Nieswier. Nel 1782 divenne direttore d’orchestra alla corte del re Stanislao Augusto.
Nel 1786 tornò a Roma ove insegnò canto e nello
stesso tempo fu al servizio del principe Stanislao
Poniatowski, nipote del re, il quale gli fece ottenere una pensione nel 1795. Nel 1804 tornò a
Varsavia, dove morì. Tra le sue molte opere composte ricordiamo: La cacciatrice brillante (Roma
1772); Przyjazd pana (Varsavia 1781); Don
Giovanni; Il maestro di cappella (Varsavia 1783);
Virginia (1786); Scipione l’Africano (Roma 1789); La
vergine vestale (Roma 1803).
Albani Orazio
(Diplomatico; n. Urbino 1576, m. Roma 1653). Fu
ambasciatore a Roma per trattare la devoluzione
degli stati ducali di Urbino alla sede apostolica. Fu
senatore di Roma dal 1633 al 1645. Lo possiamo
considerare il capostipite della famiglia Albani,
originaria dell’Albania, che ebbe come primo esponente, insediato a Urbino nel 1464, tale Michele
Lazii, i cui figli assunsero il nome di Albani. Tale
famiglia iniziò appunto con Orazio a Roma la sua
rapida ascesa.
Alberti Costanzo
(Pittore; n. Macerata 1751). Operò con molta probabilità prima a Fermo, quindi a Macerata, dove
compare nelle opere della biblioteca comunale e
nel santuario della Misericordia.
Alberti Giuliano
(Pittore; n. Macerata inizio XVIII secolo, m.
Macerata 1786). Dell’Alberti ci resta nella chiesa di
San Filippo Neri a Macerata una tela raffigurante
San Pietro che piange e gli affreschi dell’altare e del
soffitto della sacrestia.
Albertini Luigi
(Giornalista, uomo politico; n. Ancona 19 ottobre
1871, m. Roma 29 dicembre 1941). A Londra
aveva studiato da vicino l’organizzazione del
“Times”. Fece rapida carriera al “Corriere della
Sera”, diventandone prima redattore con il fratello Alberto (➔), poi, nel 1898, amministratore, infine direttore nel 1900. Dotò l’azienda dei più
moderni mezzi tecnici facendo del “Corriere” uno
dei giornali più autorevoli e diffusi d’Europa,
prendendo posizione indipendente su tutti i problemi politici e sociali. Fu grande interventista nel
1915, liberale, di tendenza piuttosto conservatrice, favorevole agli accordi con la Jugoslavia dopo
la prima guerra mondiale. Fu avversario intransigente del fascismo che combatté anche in Senato,
del quale era entrato a far parte nel 1914. Nel
novembre del 1925 fu estromesso dal “Corriere”
insieme al fratello; si dedicò allora agli studi storici e alla bonifica dei suoi terreni a Torrimpietra,
vicino Roma. Tra i suoi scritti ricordiamo: La questione delle otto ore di lavoro (tesi di laurea, Torino
1893); Le origini della guerra (Torino 1943); In difesa
Albertini Alberto
(Giornalista; n. Ancona 1879, m. Napoli 1954). Fu
redattore del “Corriere della Sera”, poi condirettore dello stesso (1920) assieme al fratello Luigi (➔).
Nel 1925 furono entrambi allontanati dal giornale
per atteggiamento ostile al fascismo. Tra i numerosi suoi scritti ricordiamo una pregevole Vita di Luigi
Albertini.
Albertini Camillo
(Erudito; n. Ancona 1741, m. Ancona 1824).
Scrittore, funzionario al municipio di Ancona nel
1762, cancelliere nel 1781 giubilato nel 1809.
Continuò gratuitamente nel compito di archivistaprotocollista comunale. Appassionato studioso, di
sentimenti apertamente papalini, ordinò sistematicamente il materiale archivistico municipale.
Lasciò alcune opere manoscritte, fra cui Storia di
Ancona dal 282 a.C. al 1824 in ventisette volumi ine19
l’accentramento del potere, avvenuto attraverso
una politica antisignorile. In campo politico
Clemente VIII ottenne numerosi successi, come la
riconciliazione con Enrico IV, il recupero di
Ferrara, alla morte di Alfonso II, la mediazione per
raggiungere la pace di Vervins (1598) e quella di
Lione. Ma in lui l’interesse strettamente religioso
ha sempre avuto una forte preminenza su quello
politico-ecclesiastico. Nell’ambito della riforma tridentina, peculiare importanza rivestono nel suo
programma pastorale le edizioni della Vulgata e
dei più salienti libri liturgici, portati a termine
sotto il suo pontificato, l’apertura verso i cristiani
separati, nonché l’evangelizzazione missionaria,
allargata da Clemente VIII alle aree europee passate alla riforma. Si preoccupò anche dell’ortodossia
e della sua tutela. Nel 1593 esce un nuovo indice
dei libri proibiti. Ma ciò per cui Clemente VIII è
rimasto più tristemente famoso è la condanna capitale ordinata contro Beatrice Cenci e Giordano
Bruno (1600). A partire dal 1595, infatti, più di trenta furono le condanne capitali per eresia fatte eseguire.
della libertà (Milano 1947); Venti anni di vita politica
(Bologna 1953). Di questi, gli ultimi due sono stati
pubblicati postumi.
Aldobrandini Cinzio
(Cardinale; n. Senigallia 1551, m. Roma 1 gennaio
1610). Figlio di Giulia, sorella di Clemente VIII
Aldobrandini e di Aurelio Personeni, ottenne di
poter assumere il cognome dello zio. Dopo aver
studiato a Roma e a Perugia, nel 1578 si addottorò a Padova. Tornato a Roma restò a fianco dello
zio Ippolito che accompagnò anche in Polonia.
Quando Ippolito, nel 1592, fu assunto al pontificato, fu prescelto come segretario di Stato. Nel
1593 fu fatto cardinale e gli venne affidato il
governo di Spoleto. Nel 1598 accompagnò
Clemente VIII a Ferrara, riammessa agli Stati
Pontifici, ove dovette assistere al trionfo del cugino Pietro che aveva acquistato nuovo prestigio
agli occhi di Clemente VIII. Indispettito, dovette
fuggire a Venezia e in seguito a Vicenza e a
Chioggia. Nel 1599 si lasciò convincere a ritornare a Roma, dove riassunse le funzioni di
Segretario di Stato, nonché la prefettura della
Segnatura di Giustizia. Dopo la morte di
Clemente VIII, schieratosi a favore di Alessandro
de’ Medici (Leone XI), fu eletto penitenziere maggiore. In seguito assunse il titolo diaconale di San
Pietro in Vincoli, chiesa nella quale fu sepolto
dopo la morte. La sua abitazione romana fu centro di un’Accademia letteraria e artistica ove
trovò ospitalità anche il Tasso, da lui protetto, il
quale gli dedicò nel 1593 la Gerusalemme
Conquistata e il dialogo Delle Imprese del 1594. Alla
morte del poeta ne ereditò tutti gli scritti.
Aleandri Alessandro
(Giurista, letterato; n. Bevagna, Macerata, 15 agosto 1762, m. Bevagna 17 agosto 1838). Compiuti gli
studi di diritto, si dedicò a ricerche di economia e
di storia locale e assolse inoltre incarichi amministrativi in varie località dello Stato Pontificio.
Proclamata la Repubblica Romana, fu nominato
dai francesi prima senatore, poi segretario del
Senato (1798) e presidente (1799), partecipando
attivamente ai lavori legislativi dell’assemblea.
Nello stesso anno fu nominato console nonché presidente del Consolato. Dopo la caduta della
Repubblica si ritirò a vita privata, ma nel ristabilito Stato Pontificio divenne governatore di
Bevagna, di Jesi, di Todi e assessore di Perugia. Fra
i suoi scritti di agricoltura ed economia Dell’Ingrandimento dell’agricoltura e delle arti nello Stato
Pontificio, nel quale proclamava la necessità di risanare a fondo le paludi pontine e ripristinare nella
sua antica efficienza il porto di Terracina.
Aldobrandini Ippolito (Clemente VIII)
(Papa; n. Fano 24 febbraio 1535, m. Roma 3 marzo
1605). Della sua giovinezza non sappiamo quasi
nulla. Nel 1569 fu uditore di Rota al posto del fratello Giovanni. Grazie all’appoggio del corregionale Sisto V (➔), pur non avendo particolari doti, né
molte esperienze tanto in campo politico quanto in
quello religioso, nel 1585 raggiunse i vertici della
carriera ecclesiastica venendo eletto cardinale. Le
favorevoli disposizioni di Sisto V gli vennero poi
riconfermate nel 1586, quando fu nominato
sommo penitenziere e, soprattutto, nel 1588, quando venne designato come legato a latere in Polonia.
Dopo la breve parentesi del pontificato di Urbano
VII e di Gregorio XIV venne eletto papa il 30 gennaio 1592. Falliti i tentativi di eleggere un candidato di Filippo II, anche la Spagna finì infatti per
sostenere la sua elezione. In contrapposizione alla
prontezza d’intuito e di decisioni di Sisto V, la
caratteristica più saliente della personalità di
Clemente VIII, che colpì molto i contemporanei, fu
la sua pietà, esercitata spesso in modo quasi fanatico: digiuni, penitenze, ecc. Molte critiche gli procurarono all’inverso le sue eccessive attenzioni per
i parenti, colmati di favori e di prebende, nonché
Aleandri Ireneo
(Architetto, ingegnere; n. San Severino Marche 8
aprile 1795, m. Macerata 6 marzo 1885).
All’Accademia di San Luca di Roma fu discepolo
di Raffaele Stern e di Giuseppe Camporese.
Continuò e diffuse i canoni e le forme dell’architettura neoclassica con grandiosità e purezza.
Divenne architetto del cardinale Benvenuti, vescovo di Osimo, nonché ingegnere pontificio per la
provincia di Spoleto. Lavorò soprattutto nelle
Marche e nell’Umbria. Era specializzato nella
costruzione dei teatri. Tra essi ricordiamo quelli di
San Severino (Teatro Feronia) del 1823, quello di
Ascoli Piceno (Ventidio Basso) del 1841-46, quello
di Spoleto (Teatro Nuovo), eseguito tra il 1854 e il
1864, e, più o meno dello stesso periodo, quello di
20
Ireneo Aleandri
21
Phenice (di argomento politico). Dimorò a Concordia, nel Veneto, fino al 1526. Gli ultimi suoi
versi sono raccolti nell’Aurora (seconda edizione
Bologna 1533). Del tutto particolare è stata la fortuna della sua Frottola alla pastorella, cui si deve
soprattutto la sua fama.
Sant’Elpidio, in provincia di Ascoli (Teatro
Cicconi). Dal 1821 al 1829 costruì lo Sferisterio d
Macerata, la facciata del palazzo comunale di
Foligno (1850), l’ospedale di Treia, nonché il cimitero di San Severino Marche. Tra le sue altre opere
più importanti: la Torre dell’Orologio a San
Severino Marche; la Porta Romana nella stessa
città; la Torre Campanaria di Otricoli, Terni; il
restauro della Collegiata della stessa città. Ha progettato e costruito anche il palazzo dei principi
Giustiniani-Baldini, che sorge sul lato del chiostro
a destra dell’ingresso della Abbazia di Chiaravalle
di Fiastra nei pressi di Tolentino.
Alessandri Biagio
(Medico; Corinaldo, Ancona, sec. XVI). Fu archiatra pontificio di Paolo VI (Gian Pietro Caraffa) nel
1556.
Alessandrini Alessandro
(Patriota e magistrato; n. Ancona 18 ottobre 1820,
m. Catania 1° febbraio 1900). Laureatosi in legge a
Ferrara, entrò giovanissimo nelle Società segrete,
divenendo uno dei principali promotori delle
scuole notturne ad Ancona. Volontario nella
prima guerra d’indipendenza, combatté, nel 1849,
come tenente nella difesa di Roma. Nel decennio
successivo fu membro del Comitato nazionale per
le Marche e, dopo il 1860, fu giudice del Tribunale
di prima istanza ad Ancona, sostituto procuratore
del Re a Macerata e Modena, procuratore del Re a
Belluno, Chiavari e Genova e procuratore generale a Cosenza e Catania. Testimone attento e raccoglitore paziente di documentazione storica realizzò I fatti politici delle Marche dal 1° gennaio 1859
all’epoca del plebiscito, la cui pubblicazione iniziò
nel 1865 per la “Rivista delle Marche e
dell’Umbria” di G. Gabrielli (➔) ma fu per portata a termine postuma (Macerata, 1910), su impulso di G. Spadoni (➔).
Aleandri Vittorio Emanuele
(Storico dell’arte, San Severino Marche seconda
metà del XIX secolo). Studioso della storia di San
Severino, soprattutto per quanto riguarda i pittori
locali.
Alemanni Niccolò
(Grecista, erudito; n. Ancona 10 gennaio 1583, m.
Roma 24 luglio 1626). Studiò lettere latine e greche
nel Collegio dei greci a Roma. La sua famiglia era
di origine greca e volendo ritornare all’originaria
patria, abbracciata la carriera ecclesiastica, si era
fatto ordinare suddiacono da un vescovo di rito
greco, ma poi passò al rito latino. L’Alemanni
divenne celebre come maestro di greco. Tanto
grande era la stima che i contemporanei ebbero di
lui, che nel 1614, alla morte di Baldassarre Ansidei,
fu incaricato della direzione della Biblioteca
Vaticana e della direzione dell’Archivio Segreto di
Castel Sant’Angelo. L’Alemanni svolse un’intensa
attività di ricerche storiche, letterarie e antiquarie,
tra cui ricordiamo la magistrale edizione principe
di Procopii Caesariensis Anecdota... Arcana Historia
(1623).
Alessandrini, famiglia
(Intagliatori; famiglia attiva a Montegiorgio, sec.
XIX). Famiglia di artigiani intagliatori ed ebanisti
attiva nel fermano nel sec. XIX. Noti Emidio (18181888), Nicola Antonio (1838-1898), Gaetano (18561926), Alfredo sen. (1870-1949), Raffaele (18771925), Nicola II (1900-1964), Arnaldo (1902-1984),
Alfredo (1909-1988).
Alessandri Baldassarre (Olimpo da Sassoferrato)
(Madrigalista, musicista; n. Sassoferrato forse nel
1486, m. verso il 1539-40). È uno dei madrigalisti
più noti della fine del XV secolo, periodo che
segnò il trapasso dalle forme popolaresche a quelle madrigaliste di cui fu l’esponente più ragguardevole Pietro Bembo. Fa parte di un notevole
gruppo di madrigalisti ai quali va annoverato il
merito di aver distinto nel primo trentennio del
secolo XVI la figura del poeta da quella del cantante-compositore. Del gruppo fanno parte anche
Luca Dertonese, Sannazaro, Cariteo, Dragonetto e
altri. Svolse la sua attività in prevalenza nella
regione umbro-marchigiana, e soprattutto alla
corte di Urbino. Scrisse i Sermoni (1519) e i
Prohemii (1522), nonché libretti di rime amorose
che egli stesso cantava accompagnandosi con il
liuto. Appartengono a questo periodo l’Olimpia,
la Gloria, la Camilla, il Lignaccio. Tra le opere pubblicate la prima volta con l’editore veneziano
Maffeo Pasini, la Parthenia (ove denuncia il lusso
e la corruzione del clero, la Pegasea e la Nova
Alessandrini Federico
(Giornalista; n. Recanati 5 agosto 1905, m. Roma 2
maggio 1983). Dirigente delle associazioni universitarie di azione cattolica, iniziò la sua attività giornalistica quale redattore dell’”Osservatore
Romano”. Nel 1946 assunse la direzione in Roma
del “Quotidiano”, organo dell’Azione Cattolica,
che conservò fino al 1950. È stato condirettore
dell’“Osservatore Romano”. Nel 1945 ha pubblicato il saggio I cattolici e il comunismo.
Alfei o Alfeo Bartolomeo
(Storico, letterato; n. Appignano, Macerata, 1460,
m. Ancona verso 1557). Si avviò alla professione
notarile, ma soprattutto all’insegnamento della
letteratura. Già dal 1500 lo troviamo insegnante
pubblico ad Ancona, dividendo gli interessi peda22
dell’Italia centrale, con particolare riguardo per la
città di Spina (Comacchio), dirigendo anche i relativi scavi (1955-66) che hanno prodotto notevolissime documentazioni circa lo sviluppo insediativo
dell’area e la sua funzione strategica nei commerci
del mondo antico.
gogici con Panfilo Sassi, l’Aquilano e il Tebaldeo.
Dopo aver insegnato a Ragusa (1531-33), riprese
l’insegnamento ad Ancona, ove morì assai vecchio. Curò la compilazione e la raccolta degli
Statuti di Filottrano (1530) e di Appignano (1538).
Ma l’interesse dell’Alfei per la vita politica del
suo tempo è testimoniato soprattutto dagli Annali
di Ancona dedicati ai maestri dell’università anconetana, rimasti inediti e giunti a noi attraverso il
Cod. Ital. VII della Biblioteca Marciana di
Venezia, nonché il Cod. B. Alfeo, Storia di Ancona
(Archivio Comunale di Ancona). In quest’opera
egli narra secondo lo schema cronachistico
medievale la storia di Ancona dalle sue origini al
1555 circa, spesso ricorrendo a figure mitiche e
favolose e accogliendo acriticamente le diverse
fonti. Riguardo alle origini della città, l’Alfei
accettò la versione di C. Pizzecolli (➔) divulgata
dal Filelfo secondo cui la fondazione di Ancona
sarebbe da attribuire all’imperatrice persiana
Fede, discostandosi così dalla tradizione e riprendendo motivi, anche se leggendari, di provenienza umanistica.
Algranati Cesare (Rocca d’Adria)
(Giornalista; n. Ancona 1865, m. Bologna 1925).
Noto con il pseudonimo di Rocca d’Adria, ebreo,
verso i venti anni si convertì al cattolicesimo e per
questo motivo fu diseredato. Nel 1890 cominciò a
collaborare con periodici cattolici quali la
“Libertà cattolica” di Napoli e “L’osservatore cattolico” di Milano. Nel 1892 fu chiamato a dirigere
“L’Italia Reale” di Torino e qui si legò al Gruppo
dei Giovani Cattolici Democratici del Piemonte
pasando a dirigere nel 1897 il loro quotidiano
“Democrazia Cristiana”. Molto forte fu la sua
polemica contro il liberalismo, il giudaismo e la
massoneria, in favore degli strati sociali più poveri. Ebbe grande successo il suo volume Come si
diventa parroco d’azione cattolica. Lettera a un giovane sacerdote. Nel 1899 fu chiamato ad Ancona a
dirigere il quotidiano “La Patria”. Nonostante il
prestigio del giornale, l’ostilità crescente dei
gruppi conservatori che lo finanziavano, lo
costrinsero alle dimissioni. Si trasferì così a
Bologna a dirigere “L’Avvenire” al quale diede un
forte impulso cambiandone la testata in
“L’avvenire d’Italia” nel 1902. Ispirava la sua
azione giornalistica alle idee della Democrazia
Cristiana e all’insegnamento del Toniolo.
Alfieri Alessandro
(Storiografo; n. Sassoferrato 1853, m. Sassoferrato
1911). Compì i suoi studi a Roma nel Seminario
romano dove si laureò in filosofia, teologia e diritto. Fu prete e canonico. Insegnò nel seminario di
Nocera. Le sue pubblicazioni storiche erano dedicate alla storia dell’Umbria. Fu anche poeta e
novelliere. Tra le sue numerose opere storiche:
Storia di Fossato di Vico (1900); La cronaca di
Alessandro Borgia (1910); Frammenti storici (1909);
L’umanista Giacomo Minutoli, pubblicata postuma
da Antonio Castellucci nel 1913.
Aliguccio Di Ciccarello vedi Olivuccio di
Ciccarello
Aliventi Oddo
(Scultore; n. Sant’Angelo in Vado 1898, m. Roma
1975). Compie gli studi alla Scuola d’arte di Fano e,
conclusa la prima guerra mondiale, si trasferisce a
Roma, dove comincia a emergere con la partecipazione a diversi concorsi. Al 1931 risale il Lanciatore
di palla, realizzato in marmo di Carrara per lo
Stadio dei marmi al Foro italico, voluto da
Mussolini. Nel 1936 viene inaugurato a Corridonia, già Pausola, il Monumento a Filippo Corridoni, il
sindacalista socialista caduto nella prima guerra:
Aliventi aveva vinto il concorso bandito per la realizzazione del monumento nel 1935 presentando
due progetti. A pochissimi anni dopo risale l’esecuzione di quattro formelle in marmo al Ponte Duca
d’Aosta a Roma con Il duca che arringa la folla, La
morte di Filippo Corridoni, Il passaggio dell’Isonzo e La
battaglia di Gorizia. Esegue opere anche nel paese
natale per il duomo, dove è conservato il
Monumento funebre al nunzio apostolico Torquato Dini
e il busto di Pio XII. Negli anni Cinquanta, dopo
una pausa, abbandona lo stile precedente maggiormente legato al novecentismo, per dedicarsi all’arte astratta.
Alfieri Attilio
(Pittore; n. Loreto 16 febbraio 1904, m. Milano 22
aprile 1992). Autodidatta, giovanissimo si trasferì a
Milano. La sua attività ebbe inizio negli anni
Trenta. Persico, Giolli, Carrà lo considerarono fin
da allora uno dei maggiori innovatori della pittura
moderna, in opposizione al “Novecentismo”. Per
poter conservare la propria indipendenza artistica
fece numerosi lavori di carattere pubblicitario.
Proprio in questi lavori egli applica la tecnica del
collage con grande arditezza formale, tecnica che
la critica odierna vede come un’anticipazione di
quelli che saranno i temi dell’informale, della popart e della mec-art.
Alfieri Nereo
(Archeologo; n. Loreto 3 novembre 1914, m.
Ferrara 10 dicembre 1995). Laureatosi a Bologna
nel 1937, ha operato presso le Soprintendenze
Archeologiche delle Marche e dell’Emilia Romagna per poi ricoprire la cattedra di Topografia
dell’Italia antica all’Università di Bologna dal 1966
al 1990. I suoi studi sono stati dedicati soprattutto
alla rilevazione dell’antico insediamento romano
23
della Sala Maggiore di Palazzo Alessandrini di
Offida, nonché gli affreschi decoranti le logge del
Palazzo Benaducci a Tolentino. Ha eseguito inoltre
una tela rappresentante il Transito di S. Giuseppe
(chiesa di S. Catervo a Tolentino), e un Sacro cuore
(Cappella del Carmine a Tolentino).
Allegretti Carlo
(Pittore; n. Monteprandone, Ascoli Piceno, 1554,
m. forse Roma 1622). Ritornato, dopo la formazione a Venezia, nelle Marche, eseguì qui molti
lavori. Essi sono connotati da un colorito molto
acceso. Fra i suoi dipinti rimasti ricordiamo una
Adorazione dei Magi e un Martirio di Santa Barbara
(1608) nella chiesa di S. Agostino in Offida.
Un’altra Adorazione dei Magi (1611), eseguita per
la famiglia Quattrocchi, è nel duomo di Ascoli
Piceno, opera che si può definire il suo capolavoro. Probabilmente è sua anche una Natività della
Vergine nella Galleria Comunale di Ascoli
Piceno.
Allevi Giovanni
(Medico; n. Offida 25 novembre 1870, m. Milano 6
giugno 1932). Si laureò in medicina a Bologna nel
1895 con una tesi sul saturnismo cronico. Nel 1915
ottenne la libera docenza in patologia del lavoro
all’Università di Napoli, docenza che esercitò
anche a Pavia e a Milano, dove tenne corsi di patologia del lavoro, malattie sociali, medicina sociale e
professionale. I problemi del lavoro che lo interessavano come medico favorirono anche il sorgere di
un preciso atteggiamento politico dell’Allevi che,
sin da giovane, militò nel partito socialista. Ne
sono testimonianza le sue pubblicazioni L’utopia
riformista (1901) e Crisi del socialismo (Bari 1913). Fu
vicino a F. Corridoni (➔) e alle posizioni del sindacalismo rivoluzionario.
Allegretto di Nuzio
(Pittore; n. Fabriano 1320 ca., m. Fabriano 1373).
È il pittore più importante della scuola fabrianese anteriore a Gentile (➔). Fu in gioventù a
Firenze (1346), poi lavorò a Fabriano e nei dintorni, istituendo una bottega artistica di molto credito. Priore della fraternita di Santa Maria del
Mercato, lasciò nel testamento - che diede luogo
a lunghe e gravi controversie - molti legati pii;
partecipò anche alla vita del comune. Sentì gli
influssi della scuola senese, ma con una fisionomia propria e originale, creando aggraziate
immagini in una gioiosa ricchezza ornamentale.
Sue opere principali si trovano a Fabriano: tavole
nella pinacoteca civica, affreschi sulla vita di San
Lorenzo nell’abside della cattedrale, affresche in
Santa Lucia, affresco firmato in un’edicola di via
San Filippo.
Allevi Guglielmo
(Archeologo, paleontologo, patriota; n. Offida 20
aprile 1834, m. Offida 30 aprile 1896). Fu affiliato
alla massoneria. Studiò fisica e matematica a
Macerata, legge a Bologna. Mentre frequentava il
quarto anno di legge all’Ateneo bolognese si
trovò implicato in agitazioni politiche e dovette
ritirarsi nel suo paese abbandonando gli studi.
Nel 1860 lo ritroviamo comunque fra i cospiratori
della “Giovane Italia” nel comitato rivoluzionario
di Offida. Fatta l’unità d’Italia, si diede all’insegnamento come professore di italiano, storia e
geografia. Fu di idee repubblicane e pertanto fu
sempre perseguitato dalla polizia politica e
dovette riparare prima in Svizzera, poi in
Germania, dove completò la sua educazione letteraria. Ad Heidelberg, in Germania, gli venne
offerta la cattedra di letteratura italiana presso
quell’Università, ma, preso da nostalgia, ritornò
in patria. Esordì prestissimo come poeta. Nel 1872
pubblicò a Lodi La gironda del montanino, divenuta poi Anni primieri, e altri testi poetici. Ma il suo
maggiore interesse era per lo studio dell’archeologia, in particolar modo del territorio intorno ad
Offida. Le sue scoperte vennero illustrate nei due
volumi Offida preistorica e Tra le rupi del Fiobbo. Il
Pigorini, grande etnologo, scrisse il suo necrologio. Fu membro dell’Accademia dei Lincei, che gli
pubblicò alcuni importanti testi. Fu anche corrispondente della Deputazione di Storia Patria per
le Marche e membro di importanti società storicoarcheologiche.
Allegrini Francesco
(Pittore; n. Cantiano, Pesaro, 1597 ca., m. Roma
1673). Iniziò lo studio dell’arte a Gubbio, perfezionandosi poi a Roma presso Giuseppe Cesari detto
il Cavalier d’Arpino, prendendo molto dalle
maniere del maestro. Lavorò soprattutto nella città
umbra, tanto da essere chiamato pittore “eugubino”. In Roma affrescò la cappella di Sant’Antonio
da Padova nella chiesa dei Santi Cosma e
Damiano, nonché gli affreschi nella chiesa di San
Marco e alcune volte del palazzo Pamphili (1655),
e ancora eseguì alcuni dipinti nelle stanze del
Sant’Uffizio. Negli ultimi anni della sua vita, sempre a Roma, dipinse alcune storie nelle Logge
Vaticane, ma non le condusse a termine. Anche i
suoi figli Flaminio e Angelica furono pittori, ma
imitarono soprattutto il padre. Ad Angelica si attribuisce un quadro di Sant’Antonio nella chiesa di
San Francesco a Gubbio.
Allevi Alcide
(Pittore; n. Offida 1831, m. 1893). Pittore che svolse
la sua attività soprattutto in ambito locale, ha
dipinto tra l’altro la volta del Teatro Serpente
Aureo all’interno del palazzo comunale di Offida
raffigurante Apollo e le Muse. Tra le sue principali
realizzazioni le decorazioni del Teatro Comunale e
Allevi Luigi
(Teologo, umanista; n. San Ginesio 7 agosto 1873,
m. Camerino 5 novembre 1954). Comunemente
chiamato “il Professore” sentì ben presto grande
24
inventò la “proiezione ortografica della sfera” e
quindi della sfera celeste. Nel 1604 fu reggente e
professore di matematica e astronomia nello
Studio di Verona e fu tra i primi ad osservare la
stella “nova” che tante discussioni doveva suscitare tra gli astronomi del tempo. Lo stesso
Keplero non escluse la possibilità che l’osservazione di questa stella da parte dell’Altobelli, che
l’aveva avvistata al tramonto del 9 ottobre, fosse
stata precedente a quella degli altri astronomi.
Intorno a questa “nova” ebbe una fitta corrispondenza con Galilei. Per i suoi studi di astronomia
costruì vari strumenti (quadranti, balestriglie,
astrolabi, ecc.); compì inoltre studi sulla proiezione ortografica del percorso del sole. Ha lasciato
molti trattati e opere di carattere scientifico, tra le
quali: De proxima reipublicae venetae inclinatione ex
astris coniectura (1607), De occultatione stellae
Martis (1615), De nova stella; Genealogia seraphica,
le famose Tabulae Regiae Astronomicae (1628).
amore per la cultura classica, oltre che teologica e
filosofica. Laureatosi nel 1895 in teologia a
Macerata insegnò per molti anni lettere greche,
scienze bibliche, teologia dogmatica e archeologia
al Seminario di Camerino, mentre a Tolentino nel
1893 aveva avuto l’incarico di professore di botanica e zoologia. Pur condividendo le legittime aspirazioni dei lavoratori per una maggiore giustizia
sociale, non si schierò mai con i seguaci di Carlo
Marx. Collaborò attivamente alla fondazione
dell’Azione Cattolica. Migliorò la formazione del
clero con una intelligente riforma degli studi nei
Seminari, promuovendo la diffusione della cultura
classica e storiografica soprattutto delle Marche
anche con numerosi articoli, studi e pubblicazioni
nelle migliori riviste regionali e nazionali. Il suo
nome è ricordato da Cesare Pavese nel suo libro Il
mestiere di vivere.
Almeri Giovanni Paolo
(Compositore; n. Senigallia 17 agosto 1629, m.
Senigallia 6 gennaio 1696). Sacerdote, a Venezia
dal 1654 fu maestro di cappella del nunzio apostolico monsignor Boccapaduli. Tornato nella sua
città natale, nel 1669 fu canonico e maestro di cappella del duomo. Pubblicò Motetti a voce sola
(Venezia 1654) e Motetti sagri a 2 e 3 v. op. 2 (Bologna 1689).
Amadei Amedeo
(Compositore, organista, direttore d’orchestra; n.
Loreto 9 dicembre 1866, m. Torino giugno 1935).
Musicista assai versatile, fu allievo del padre
Roberto. Studiò poi composizione all’Accademia
Filarmonica di Bologna. Fu molto attivo come
organista e maestro di coro, ma anche come direttore d’orchestra e di banda. Scrisse numerose
composizioni per orchestra, banda, operette, pianoforte, ecc. Tra le operette ricordiamo: La favola
della principessa e la piccola margherita, di fresca e
gustosa ispirazione, e T’ las mai fair parei, che ebbe
a Torino trecentoventicinque rappresentazioni
consecutive.
Altini Taddeo
(Filosofo, religioso; n. Camerino, 1603; m. Civita
Castellana, 1685). Vestì l’abito dell’ordine di S.
Agostino. Profondo conoscitore di filosofia e di
teologia ne fu professore e lettore a Perugia. Per
molti anni resse la provincia della Marca e venne
eletto da Urbano VIII Sacrista Apostolico e
Vescovo di Porfirio, mantenendo le stesse cariche
anche sotto il pontificato di Innocenzo X e di
Alessandro VII, che gli concesse nel 1652 il vescovado di Civita Catellana. Fu sepolto nella chiesa di
S. Agostino ad Orte.
Amadei Pietro
(Compositore, organista; n. Loreto 21 marzo
1809, m. Loreto giugno 1877). Fu organista della
Santa Casa di Loreto e poi vice-maestro della
stessa. Scrisse varie musiche corali e pagine cameristiche.
Altobelli Ilario
(Astronomo; n. Treia luglio 1560, m. Treia 31 ottobre 1637). Matematico e profondo studioso di
astronomia, nacque quattro anni prima di Galileo.
Fu suo compagno negli studi e nelle ricerche e
suo grande amico personale. Nel 1575, a quindici
anni, vestì l’abito dei Minori Conventuali.
Cominciò a dedicarsi allo studio delle lettere e
della filosofia. Nel 1579 si appassionò anche allo
studio della teologia e nel 1591 si laureò in discipline teologiche. Amava però anche dedicarsi a
ricerche matematiche e astronomiche. Dette un
fattivo contributo alla rivoluzione scientifica iniziata da Galilei e dai suoi discepoli. Le sue ricerche e i suoi studi gli procurarono una grande
fama. Giunse a tale notorietà che molte accademie
di scienze lo fecero socio ad honorem e la città di
Recanati gli offrì la cittadinanza. Sul piano scientifico fece la scoperta dei “satelliti di Saturno”,
Amadei Roberto
(Compositore, direttore d’orchestra; n. Loreto 29
novembre 1840, m. Loreto 13 dicembre 1913).
Figlio di Pietro (➔), fu organista della Santa Casa,
poi di Cappella. Fu anche noto direttore d’orchestra in vari teatri italiani. Compose numerose
opere liriche tra le quali ricordiamo: Bianca de
Rossi; Luchino Visconti; Amore allegro. Fu anche
autore di alcuni balletti (Bacco nelle Indie, Il talismano, ecc.).
Amadio Lampo
(Giornalista, Scrittore; n. San Benedetto del Tronto
4 gennaio 1915, m. Grottammare 29 settembre1987). Laureatosi in giurisprudenza partecipa
alla seconda guerra mondiale col grado di tenente.
Prigioniero in India, dopo la guerra, nel 1949, è
corrispondente per la pagina sanbenedettese de “Il
25
Ilario Altobelli
26
oppure a Montefano, 31 luglio 1817, m. Montefano
dopo il 1888). Allievo di P. Amadei (➔).
Messaggero”. Più noto con lo pseudonimo Alam
Bert, ha scritto in vernacolo e in lingua. Ha pubblicato nel 1958 Un medico non è un assassino. Romanzo
giallo anatomico, nel 1961 Darahmsala. Piccole avventure di un prigioniero in India e nello stesso anno ad
Ascoli Piceno esce Tre ladri a domicilio. Commedia in
3 atti.
Amati (famiglia)
(Famiglia nobile, Corinaldo, attestata fin dalla fine
del XVI secolo). Tra i suoi discendenti si contano
consiglieri, gonfalonieri ed ecclesiastici nati e vissuti nella località collinare. Nell’Ottocento si
distinsero come carbonari e liberali Amato (n.
1819) e Benedetto (n. 29 ottobre 1823, m. 13 maggio 1854), fucilato in seguito a processo politico.
Amadori Francesco
(Scultore; n. Casteldurante, oggi Urbania, ai
primi del 1500, m. Roma 3 dicembre 1555). Fu
soprannominato “l’Urbino” e fu aiuto di
Michelangelo per venticinque anni, cioè fino alla
morte. Nei suoi Ricordi il Buonarroti ce ne dà
notizie molto dettagliate. Egli infatti nei suoi
scritti dimostra di essergli molto affezionato.
Anche in alcune lettere di Michelangelo indirizzate al Vasari e al nipote si parla molto affettuosamente di lui. Secondo quanto ci riferisce
Giovanni Papini nella Vita di Michelangelo,
l’Urbino fu il suo assistente più affezionato e
fedele. Si sa che Francesco aiutò Michelangelo
nelle pitture del Giudizio universale e della Cappella Paolina, anche se il Cellini mostra di non
stimare molto l’Urbino come artista. Ciononostante nel 1545 Michelangelo gli fece eseguire
il busto di Cecchino Bracci che si può vedere
ancor oggi nella chiesa dell’Ara Coeli.
Amatore Nicola
(Pittore; Belvedere di Jesi, Ancona; fine sec. XV).
Il suo nome risulta sconosciuto anche nella zona
di origine. A Visso (Macerata) nel Palazzo dei
Priori sono conservate dodici sue piccole tele, in
una delle quali appare la firma e la data del 1620.
In esse sono raffigurate dodici Sibille con notevoli pregi cromatici. Nel 1632, sempre a Visso,
dipinse una tela firmata nella quale è raffigurata
la Madonna del Rosario, alcuni santi ed i misteri.
In questa opera l’artista segue da vicino l’iconografia dell’omonimo quadro di Lorenzo Lotto,
opera conservata nella chiesa di S. Nicolò di
Cingoli.
Ambrosi Ascanio
(Pittore, architetto; n. Urbino 1556, m. Urbino
1609). Figlio di Guido Ambrosi, appartenne a una
famiglia di artisti urbinati che godeva di una certa
notorietà locale. Ascanio pare fosse allievo del
Barocci; l’influenza del maestro si può infatti rilevare un po’ in tutta la sua opera. È del 1560 un
Crocefisso per la Compagnia del Corpus Domini di
Urbino, e del 1572 una Madonna per la chiesa di
Santa Margherita nella stessa città. In Urbino
l’Ambrosi ricoprì pure cariche pubbliche (fu anche
sindaco). Notevole fu inoltre la sua opera di architetto. Negli anni che vanno dal 1585 al 1590 fu incaricato da Sisto V del prosciugamento delle paludi
pontine.
Amantini Tommaso
(Stuccatore, maiolicaro; n. Urbania 9 marzo 1625,
m. 1675 ca.). Fu dapprima discepolo di Francesco
Bartoccini, passando poi alla scuola del pittore
Federico Gioia di Borgo Sansepolcro, poi, nel
1642, aprì una fabbrica di maioliche. Nel 1648,
alla morte del padre, si recò a Roma per dedicarsi interamente alla scultura, entrando nella bottega di Ercole Ferrara. Eseguì, in collaborazione col
milanese Francesco Agustone, i lavori a stucco
nella cattedrale di Osimo e, ad Urbino, le statue
di David e di Giona nell’Oratorio di Santa Croce.
Fu molto operoso anche in Ascoli Piceno dove, in
Santa Maria delle Vergini (oggi scomparsa), lavorò in stucco il fastoso Altare Maggiore. Nel 1663
decorò l’Altare Laterale nella chiesa degli Angeli
Custodi nella stessa città. Nel 1669 iniziò a decorare a stucco la chiesa di San Filippo Neri (in
seguito demolita), opera che venne poi proseguita da Domenico e Marco Capobianchi. Nel 1675
gli fu commissionato da parte della Compagnia
del SS. Crocifisso di Urbino, detta “Della grotta”,
un bassorilievo raffigurante la Natività, opera che
non poté portare a termine in quanto morì poco
dopo averla iniziata. L’Amantini si può collocare
tra la vasta schiera degli stuccatori e decoratori
risalente alla famosa scuola urbinate del
Brandani (➔), che dettò legge per lunghi anni
nella zona.
Ambrosi Donnino
(Scultore; Urbino, attivo alla fine del XVI secolo).
Dello scultore urbinate resta la statuetta bronzea
della Fortuna, fusa a Senigallia nel 1593. Essa era
collocata nella fontana di piazza Maggiore di Fano,
realizzata nel 1576 e rinnovata nel 1582; era ritenuta troppo impudica e per questo fu spostata e collocata in una nicchia lungo lo scalone del palazzo
malatestiano. Simboleggiava l’anima antica della
Fano pagana.
Ambrosini Alessandro
(Giurista; n. Fossombrone seconda metà del XVI
secolo, m. Fossombrone prima metà del XVII secolo). Dedicatosi agli studi giuridici, si laureò presto
in “utroque iure”. Fu uditore a Milano per il cardinale Carlo Borromeo e, in seguito, sempre come
uditore, fu in Spagna al seguito di monsignor
Amati Basilio
(Organista, compositore; n. Monte San Pietrangeli,
27
ti rapporti con Lorenzo il Magnifico. Ebbe grande
notorietà fra i giuristi del suo tempo.
Camillo Borghese (il futuro Paolo V), e a Roma con
il cardinale Luigi Capponi. Fu poi vicario generale
nelle diocesi di Cesena, Montepulciano e Perugia.
Morì non prima del 1612 e non dopo il 1621. Di lui
si conoscono pubblicate due opere: i Commentaria
in Bullam Gregorii XIV Pont. Max. de immunitate et
libertate ecclesiastica (Parma 1608), e le Decisiones
Fori Episcopalis Perusini, in due tomi, di cui il primo
stampato a Venezia nel 1610 e il secondo a Milano
nel 1612.
Ambrosio Giovanni
vedi Guglielmo Ebreo da Pesaro
Amiani Gregorio
(Giurista, letterato; n. Fano, XVII secolo). Figlio del
patrizio Pietro Amiani, fratello di Galeotto e quindi zio di Eustachio, nel 1627 conseguì la laurea in
giurisprudenza a Bologna. Nel 1614 era incluso
nell’ordine dei gonfalonieri di Fano con breve di
papa Paolo V. Celebre giurista alla corte di Roma,
fu anche agente per gli affari della Marca. In patria
fondò nel 1641 l’Accademia degli Scomposti, per le
cui adunanze mise a disposizione la sala maggiore
del suo palazzo.
Ambrosini Luigi
(Scrittore, giornalista; n. Fano 2 novembre 1883, m.
Torino 10 dicembre 1929). Si laureò nel 1906 in lettere a Bologna con il Carducci. Ebbe amico e compagno di studi Renato Serra. Nel 1906 si trasferì a
Firenze dove collaborò con lo pseudonimo di
“Cepperello” alla “Voce” di Prezzolini, e a molti
quotidiani quali “La Stampa”, “Il Mattino”, “Il
Resto del Carlino”, “La Nazione”, “Il Secolo
d’Italia”, “Il Tempo”, dove trattò con vivace versatilità argomenti di storia, di politica e di cultura
varia, nonché questioni risorgimentali e di critica
letteraria. Sul piano politico si era sempre più
accostato a Giolitti, con grande scandalo di
Prezzolini. Durante la prima guerra mondiale fu
inviato in Germania come corrispondente della
“Stampa”; in quest’occasione scrisse una serie di
vivaci articoli raccolti poi nel volume Un mese in
Germania durante la guerra. Testimoniano la sua
partecipazione alla guerra anche i Racconti di guerra che restano tra le sue cose letterarie più pregevoli. Finita la guerra, rimase fedele a Giolitti. Fu
un irriducibile oppositore di don Sturzo, del fascismo, nonché del socialismo, e per quanto non ne
ritenesse pericolose le velleità rivoluzionarie,
avversò nettamente anche Nitti. Al ritorno di
Giolitti al governo, fu capo dell’Ufficio Stampa
della Presidenza del Consiglio (1920-21). Con l’avvento del fascismo dovette però troncare la sua
attività giornalistica dopo i suoi violenti attacchi a
Mussolini attraverso le colonne della “Stampa”.
Processato nel 1926 a Napoli, la condanna gli precluse ogni attività giornalistica. Da allora si limitò
ai suoi studi letterari. Pubblicò molti libri di narrativa per l’infanzia: Fra Baldino alla cerca e Teste di
legno dei miei contemporanei, entrambi del 1920;
Sempronio e Sempronella del 1922; Il Teocrito;
l’Ariosto; Minori e minimi (Milano 1926); una nuova
edizione dell’Orlando Furioso nel 1929; Cronache del
Risorgimento e Scritti letterari, pubblicati postumi
nel 1931.
Amiani Nicola
(Teologo, predicatore; n. Fano prima metà XVI
secolo). Dopo aver frequentato corsi accademici a
Perugia, Napoli, Venezia e Milano, terminò gli
studi a Rimini nel 1557, ottenendo il titolo di maestro in teologia e predicatore. Indossò l’abito degli
Eremitani di Sant’Agostino. La vicenda più movimentata della sua vita è datata attorno al 1556,
quando fu carcerato per i suoi atteggiamenti di
ribellione nei confronti di Roma. Dopo lunghe trattative il frate fu consegnato a Macerata al governatore e nel 1577 l’Amiani era di nuovo nella sua città
intento agli studi.
Amiani Pier Maria
(Giurista; n. Fano 1702, m. Fano 1775). Entrò nel
consiglio della comunità nel 1725. Si laureò l’anno
successivo a Macerata. Nel 1732 fu eletto gonfaloniere. Si acquistò in breve tempo buon nome come
letterato, tanto che nel 1739 era presidente
dell’Accademia degli Scomposti. Tra i suoi scritti:
Ragionamento sopra due antichi sigilli, ove narra la
storia civile di Fano e Osservazioni istoriche sopra i
sigilli antichi dei secoli bassi (1740), ove narra la storia ecclesiastica della sua città. Sua opera principale restano comunque Le memorie istoriche della città
di Fano (1751), scritte a imitazione degli Annali
d’Italia del Muratori, con un’appendice contenente
tutti i vescovi della città di Fano che costituisce la
parte più pregevole dell’opera. Scrisse inoltre la
Dissertazione critico-lapidaria sopra l’antico arco di
Fano innalzato dall’imperatore Augusto.
Amiani Tomani Gregorio
(Militare e politico; n. Fano 1832, m. Fano 1905). Di
estrazione comitale, si laureò in filosofia e matematica presso l’Università di Roma. Intraprese la carriera militare, arruolandosi volontario in Emilia,
combattendo tra le truppe garibaldine a Capua e al
Volturno, e con l’esercito italiano durante l’assedio
di Gaeta; come capitano di artiglieria partecipò alla
terza guerra di indipendenza, militando in Tirolo
ancora al fianco di Garibaldi. Lasciata la carriera
Ambrosini Pietro
(Giurista; n. Jesi 1403, m. Firenze 17 gennaio 1472).
Si addottorò in diritto civile a Bologna nel 1428.
Nel 1434 è podestà di San Severino Marche. Nel
1439 lo troviamo come lettore ordinario di diritto
canonico nello Studio fiorentino, nel quale resta
fino al 1451. Morì a Firenze, dove è sepolto nella
chiesa della Badia. Il figlio Francesco fu in eccellen28
natore. Venne sepolto nella chiesa del castello di
Ferrara.
militare nel 1868, ricoprì importanti cariche amministrative a Fano: fu sindaco dal 1870 al 1873, sindaco supplente dal 1879 al 1880, assessore dal 1873
al 1876, mentre nel 1879 aderì alla Società costituzionale, fondata su un programma moderato-riformista; fu di nuovo sindaco di Fano a partire dal
1882. Partecipò anche ai principali enti cittadini e
fu presidente della Congregazione di carità, promotore dell’Asilo civico infantile, presidente della
Società per la costruzione del nuovo stabilimento
balneare e, per ventidue anni, l’anima della Società
dei reduci dalle patrie battaglie.
Amici Giambattista
(Cantante; n. Macerata 3 settembre 1825, m.
Macerata 13 novembre 1884). Allievo del Concordia (➔), esordì nella cappella musicale della cattedrale di Macerata. Qui tenne anche una scuola di
canto. Nel 1850 cantò a Tolentino con il tenore
Eugenio Concordia in Chi la dura la vince di Luigi
Ricci, quindi, nel 1851-1852, a Senigallia nel Furioso
e nel Don Procopio, opera che replicò nel 1852 anche
a Corfù. Dopo vari spettacoli ad Atene e Smirne,
Giambattista Amici nel 1856 si esibì a Modena con
la rappresentazione dei Due Foscari, e nel 1864 a
Teramo, dove interpretava il ruolo di Nepomouch
nel Venceslao di Bicking. Nel 1864 era a Macerata
con Un ballo in maschera.
Amiani Tomani Stefano
(Patriota e studioso; n. Fano 1805, m. Fano 1885)
Di estrazione comitale, studiò dapprima nel collegio dei Nobili di Urbino, rivelando passione per
le lettere e le arti, e poi all’Università di Roma,
dove l’amore per gli studi classici lo portò a realizzare studi critici su Anacreonte, Luciano,
Omero e Cicerone. Aderì in gioventù alla causa
patriottica: nel 1831 partecipò con Cristoforo Ferri
al Comitato Nazionale e, dopo i moti riminesi del
1845, sorvegliato dalla polizia, dovette nascondersi a Fossombrone per evitare l’arresto. Dal
1847 al 1849 comandò la milizia popolare fanese
(Guardia Civica e poi Guardia Nazionale) e nel
1859 ebbe una parte di rilievo nel movimento per
l’annessione, reggendo insieme al conte Lodovico
Bertozzi l’amministrazione della città. Restaurato
per breve tempo il potere temporale, si rifugiò a
Ravenna e rientrò nelle Marche nel 1860, convocato dal commissario Valerio; in seguito fu commissario di Camerino e di S. Severino e consigliere
delegato in diverse città, e da ultimo a Pesaro.
Cultore di patrie memorie, conosciuto per celebri
motti ed epigrafi, realizzò pregevoli studi storici,
come il Del teatro antico della Fortuna in Fano e della
sua riedificazione (1867), la Guida storico artistica di
Fano (pubblicata postuma nel 1981) e la Storia
della città di Fano riguardante il periodo della rivoluzione accaduta il 9 febbraio 1831 scritta da un contemporaneo, opera incompiuta e inedita ma di notevole interesse.
Amici Luigi
(Scultore; n. S. Maria Nuova, Ancona, 26 aprile
1817, m. Roma 26 ottobre 1897). Fu trovato “esposto” sull’uscio di casa di un certo Carlo Ferretti di
S. Maria Nuova che lo accolse con grande amore
dandogli il nome di battesimo. Raccomandato dal
marchese Angelo Ghislieri di Jesi (forse suo padre)
dimorante in Roma, guardia nobile, andò in questa
città giovanissimo dove fu ammesso nell’Ospizio
di San Michele. Qui studiò disegno sotto la guida
di Francesco Giangiacomo. Le sue prime opere
furono ritratti scultorei, lodati per la vivacità e la
morbidezza del tratto. Notevoli il busto di
Pellegrino Rossi, del Principe e della Principessa Del
Drago, e quello del Duca di Granata. La sua prima
statua a figura intera fu un Dio Pan; eseguì poi la
Madre pompeiana, composizione che gli dette una
certa notorietà anche internazionale. Eseguì quindi
la grande statua di un Colono uruguaiano per il
cimitero di Montevideo. Vinse il concorso per il
monumento a Gregorio XVI, monumento che realizzò poi nella Cappella Gregoriana della basilica
di San Pietro nel 1854. Dal 1866 fu accademico di
San Luca. Il suo allievo più noto fu lo scultore
romano Giovanni Bigi, ammiratissimo al suo
tempo per i suoi ritratti di illustri contemporanei.
Tra le sue altre opere menzioniamo: Tritoni e ornamenti, nella fontana del Moro di Piazza Navona in
Roma; Le leonesse che gettano acqua dalla fontana di
Piazza Federico II in Jesi; la statua di Pio VIII in
Vaticano; il busto di Camillo Cavour in
Campidoglio. È ricordato soprattutto come vivace
ritrattista; esplicò infatti tale capacità anche in una
serie di piccoli marmi, terracotte e gessi, oggi conservati nel Caffè Greco e in casa Gubinelli a Roma,
i quali ritraggono i frequentatori più assidui del
celebre ritrovo romano.
Amici Amico
(Architetto militare, guerriero; n. Macerata forse
nel 1539, m. Ferrara 1600). Assoldato da Enrico III
re di Francia, combatté a San Quintino nel 1557.
Passato al servizio della Repubblica di Venezia,
combatté a Cipro nel 1571 contro i turchi, cadendo
prigioniero. Grazie all’interessamento del magistrato comunale di Macerata venne liberato.
Nominato in seguito comandante a Venezia, nel
1571 prese parte alla spedizione di Candia e fu
nominato da Clemente VIII commissario generale
delle truppe pontificie. Combatté quindi in
Pannonia, dove fu promosso sergente maggiore
dell’imperatore Rodolfo II. Nel 1597, dopo la resa
di Ferrara, l’Amici fu prima nominato prefetto
delle armi nella provincia ferrarese, quindi gover-
Amico Da Rambona
(Santo; n. Pollenza, m. Rambona, vissuto tra il IX e
il X secolo). Le notizie e la fama del santo derivano
sopratutto da uno scritto di San Pier Damiani, il
29
Giambattista Amici
Luigi Amici
30
anconetano, e nel 1500 l’acquedotto per portare
l’acqua dalla fontana di piazza grande a quella di
San Nicolò. Lavorò anche a Loreto per la costruzione delle mura merlate attorno alla Santa Casa, succedendo nel lavoro a Baccio Pontelli che aveva iniziato la grandiosa opera. Nel 1512 diresse i lavori
di ornamento della medesima basilica prima che
Clemente VII vi inviasse Antonio da Sangallo a
restaurarla.
quale lo cita tra le persone sante ordinate da vescovi simoniaci. Era figlio del signore del castello di
Monte Milone, l’attuale Pollenza. Entrò nel monastero di Rambona, fondato verso la fine del IX
secolo, e vi divenne il secondo abate. L’iconografia
lo ricorda con attrezzi agricoli, in relazione alle
attività del monastero, e con un lupo, in riferimento a un miracolo per cui rese mansueto l’animale.
Si narrano altri miracoli, in particolare legati alla
cura dell’ernia.
Amurri Antonio
(Giornalista, scrittore; n. Ancona 1926, m. Roma 18
dicembre 1992). Giornalista, scrittore umorista e
sceneggiatore, Amurri è stato redattore capo del
giornale satirico “Il Traverso”. Come autore per la
radio e la televisione ha firmato molte importanti
trasmissioni di varietà e spettacoli leggeri, ricevendo numerosi premi. Al suo attivo una dozzina di
libri di narrativa umoristica che guardano con
occhio caustico alla vita in famiglia e al costume in
generale. L’ultimo titolo della fortunata serie è Più
di là che di qua. Altri titoli: Come ammazzare la moglie
e perché (Mondadori 1974), Come ammazzare la suocera, Come ammazzare il marito senza tanti perché,
Dimmi di Zi, Qui lo dico e qui lo nego (Mondadori
1990). Sono rimaste famose le sue trasmissioni televisive realizzate con Dino Verde.
Amico di Avellana
(Santo; n. Camerino 920-930, m. Sangro 1040-1050).
Nato da una nobile famiglia, entrò in monastero
molto giovane. Una volta ordinato sacerdote, convinse anche i familiari a intraprendere la vita
monastica, accettata dal padre, dai fratelli e dai
nipoti. Lui stesso rientrò in monastero e quindi
passò a un’esistenza eremitica presso il monte
Torano dell’Aquila (diocesi di Ascoli), dove accolse alcuni discepoli e compì opere di carità sopratutto durante una carestia. Superati i novant’anni,
si spostò nel monastero di San Pietro di Avellana,
fondato da San Domenico di Sora, nel territorio di
Sangro, dove visse chiuso in una cella. Venne
sepolto nello stesso monastero.
Amorosi Antonio
(Pittore; n. Comunanza 24 marzo 1660, m. Roma,
26 giugno 1738). Da ragazzo si trasferì a Roma per
intraprendere gli studi filosofici, ma mostrando
subito una forte tendenza per la pittura fu mandato a bottega presso Giuseppe Ghezzi (➔) padre del
noto pittore Pier Leone (➔). Il Ghezzi inserì molto
bene l’A. nel mondo artistico romano dove presto
si affermò con le così dette “bambocciate”, piccoli
quadri dove veniva ritratta la povera gente e i
popolani in genere. Costanti ben individuabili nei
suoi lavori come: Maestro di scuola, la Maestra di
lavori, l’Educazione di famiglia, il Venditore dilegumi,
il Vecchio bevitore, la Vecchia beghina ecc. Questa
maniera fu introdotta in Roma dal vicentino
Pasquale Rossi attivo anche nelle Marche.
Anastasi Giovanni
(Pittore; n. Senigallia 1654, m. Macerata 1705).
Lavorò soprattutto nella città natale e a Rimini
dove, in San Francesco, resta un quadro raffigurante S. Roberto Malatesta. A Senigallia la chiesa di
Santa Croce conserva due sue opere: una Natività e
una Epifania presso l’altare maggiore. Un’altra si
trova in Santa Lucia di Montalboddo (oggi Ostra).
Eseguì anche degli affreschi nel chiostro attiguo la
Basilica di San Nicola in Tolentino che illustrano la
vita di San Nicola.
Anastasi Nino
(Pittore, n. Ascoli Piceno, 1920, m. Ascoli Piceno,
1981). Dopo aver frequentato il Liceo artistico di
Venezia si iscrive alla facoltà di Architettura, ma
l’abbandona allo scoppio della guerra. Viene
deportato in Germania dai tedeschi, nel campo di
concentramento di Deblin, dove resta prigioniero
fino al ‘45. Tornato ad Ascoli, si dedica all’insegnamento presso il locale Liceo scientifico. È autore di
un vasto numero di oli, disegni, acrilici, acqueforti
e tempere.
Amoroso Pietro
(Architetto; Ascoli Piceno XV-XVI secolo). Secondo
alcuni sarebbe nato ad Ascoli Piceno, secondo altri
invece nella vicina Comunanza. Altri ancora lo
dicono di Montefano. Di sicuro si sa solo che nel
1470 l’Amoroso, insieme al figliastro Matteo di
Antongiovanni, era ad Ancona, addetto alla
costruzione del palazzo del Governo (ora prefettura). Disegnò la bella “arcata” rinascimentale che
immette nel notabile severo cortile e, in seguito, i
“pilastri polistili” con archi a sesto acuto entro il
medesimo cortile, nonché la “porta” verso il
Vescovado e la maggior parte delle “finestre a
croce”. Com’è noto, alcuni di questi lavori sono
stati erroneamente attribuiti a Francesco di Giorgio
Martini. Attorno al 1480 l’Amoroso costruì due
“rivellini” a difesa della testa e della coda del porto
Andrea d’Ancona vedi Lilli Andrea
Andrea da Jesi vedi Aquilini Andrea
Andrea da Recanati
(Medico; n. Recanati 1397). Ottenne dal Comune di
Osimo un sussidio per studiare medicina a
Padova. Esercitò poi a Venezia e, da pensionato, a
Osimo nel 1379. Lasciò un sussidio per studenti
31
seguita poi nelle maggiori città d’Italia. Nel 1898
venne chiamato a Milano per insegnare pianoforte
nell’istituto Bruni-Morandi. Qui fondò e diresse la
scuola musicale Pasquale Anfossi dal nome del suo
celebre antenato d’Imperia. Tra i suoi allievi più
famosi ricordiamo Luisa Baccara e Arturo
Benedetti Michelangeli. Fu per molti anni membro
della commissione d’esami al Conservatorio G.
Verdi di Milano e collaboratore della “Gazzetta
Musicale”. Come compositore, fra le sue numerose
opere ricordiamo: il poema sinfonico Rebellio, eseguito a Napoli nel 1883; la Cantata all’Italia per coro
a quattro voci e orchestra (Napoli 1885-Ancona
1887); la Cantica sacra e cantica funebre (Ancona
1886); due ouvertures per orchestra (1881).
osimani: cento zecchini ogni anno a 4 giovani che
studiassero Filosofia, Medicina o Legge a Padova,
dove Aurelio Ottoni Guarnieri nel 1790 fece collocare una statua in suo onore in Prato della Valle.
Andrea di Giacomo
(Erudito; n. Fabriano, Ancona, XIV secolo, m. forse
1326). Nel 1325 papa Giovanni XXII lo eleggeva
abate dei Santi Andrea e Gregorio al Clivio di
Scauro in Roma. Fu maestro in teologia, certamente tra gli eruditi più rappresentativi dell’ordine silvestrino. Scrisse infatti la Vita del santo fondatore,
opera pubblicata a Venezia nel 1599. Scrisse anche
la Vita del beato Giovanni a Baculo, anch’egli monaco
silvestrino, dedicata a Francesco Peduli di Osimo.
Angelelli Agostino
(Letterato; n. Fabriano 1610). Maestro di eloquenza
e di lettere latine a Roma, a Urbania (1557), in
patria (1571-74; 1582-1604), dopo giubilato priore
del comune (1608). Archeologo, umanista, raccoglitore appassionato di epigrafi e cimeli classici, fu
in corrispondenza col Lambino, col Mureto, col
Lipsio, col Manuzio e con altri insigni studiosi dell’antichità. Fu intimo amico del dotto perugino
Marcantonio Bonciario. Fu autore del De laudibus
caecitatis e di diverse epistole a dotti del tempo.
Andrea di Mastro Andrea (da Recanati)
(Medico, n. Recanati XIV sec., m. Recanati 1397).
Poté studiare solo con un sussidio del Comune di
Osimo, ma riuscì a laurearsi a Padova in medicina.
Divenne famoso per la sua arte esercitando a
Padova e a Venezia. Morendo lasciò un patrimonio
al Comune di Osimo che lo aveva fatto studiare
perché anche altri potessero seguire il suo esempio.
Andreantonelli Sebastiano
(Storico; n. Ascoli Piceno 1594, m. 1644). Studiò a
Roma. Fu canonico di Ascoli Piceno e protonotaro
apostolico. Fu iscritto a diverse accademie
(Napolitana e principe di quella degli Umoristi). Si
occupò di poesia e di storia ascolana. Diversi sono
i suoi lavori storici, tra i quali si distinguono le
Historiae Asculanae (Padova, 1673, un’epitome in
volgare delle stesse vide la luce ad Ascoli Piceno
nel 1676). Seguono la Vita del B. Serafino da Monte
Granaro, l’Apologia per il Piceno contra i Fanesi, un
volume sulle gesta di Niccolò IV.
Angelelli Onofrio
(Storico, erudito; n. Fabriano 1870, m. Fabriano
1938). Nato da famiglia di umili origini, si dedicò
agli studi storici fabrianesi. Fu fondatore del
periodico “Il cartaro”, poi redattore de “Il popolare” e “Il pensiero cittadino”, occupandosi per lo
più della storia locale, e dell’arte e dell’animazione di un’intensa attività sindacale, culturale e
scientifica. Nel 1937 pubblica Il mestiere del cartaro,
uno spaccato delle condizioni di vita e delle abitudini dei mastri cartari fabrianesi. Alla storia
della cartiera sono inoltre dedicati le Notizie storiche intorno all’Università dei cartari di Fabriano
(1932) e L’industria della carta e la famiglia Miliani in
Fabriano; alla storia fabrianese: Fabriano e il dominio francese nel 1798-99 e Episodi e figure del patriottismo fabrianese.
Andreoli Pasquale
(Studioso di aeronautica; n. Falconara 1774, m.
Terranova, Caltanisetta, verso il 1830). Insieme al
conte Francesco Zambeccari di Bologna si dedicò
per tutta la vita a studi di aeronautica. Nel 1803
eseguirono insieme un’ascensione con un aerostato a gas idrogeno. Il 18 ottobre del 1807 l’Andreoli
compì un’altra ascensione, continuando poi la
serie degli esperimenti a Forlì e a Brescia, nonché
in vari luoghi della Lombardia, del Veneto e della
Toscana.
Angeletti Nicola Antonio
(Patriota; n. Santangelo in Pontano, Mc, 5 luglio
1791, m. Santangelo in Pontano 25 giugno 1870).
Arruolatosi ventenne nell’esercito del Regno italico, combatté nel 1813 in Germania e poi, promosso
capitano, al fianco di Murat. Carbonaro, esulò
dopo i fatti del 1817 e prese parte alla rivoluzione
napoletana del 1820-21, venendo arrestato a
Messina mentre tentava di riparare in Grecia e
patendo alcuni anni di carcere. Graziato nel 1825,
esulò in Francia e poté tornare grazie all’amnistia
piana: successivamente militò al servizio del
governo provvisorio romano e poi della Repubblica Romana, comandando, col grado di maggiore, le piazze di Terracina e Loreto. Ripreso l’esi-
Anfossi Giovanni
(Musicista; n. Ancona 6 gennaio 1864, m. Milano 16
novembre 1946). Studiò musica prima nella sua
città, poi al Conservatorio San Pietro a Maiella di
Napoli, sotto la guida di F. Simonetti e di G.
Martucci per il pianoforte, e di P. Serrao e P.
Platania per il contrappunto e la composizione. Si
diplomò nel 1887 con la cantata Ode all’amore per
coro a quattro voci e orchestra. L’anno seguente
vinse la cattedra di pianoforte al Collegio Reale di
Verona, dove iniziò la sua attività concertistica,pro32
aver frequentato il liceo ad Ascoli Piceno, si era
laureato in farmacia a soli ventidue anni nel 1909
presso l’Università di Camerino. Nel 1912, con le
modeste economie realizzate, acquistava una farmacia. Nel 1929 iniziò una attività industriale fondando alla Palombella (frazione popolare di
Ancona) un modestissimo laboratorio farmaceutico, dal quale, in seguito, si è sviluppato un grande
complesso che va sotto il nome di ACRAF
(Aziende Chimiche Riunite Angelini Francesco).
Mazziniano e repubblicano nel campo politico, per
le sue doti organizzative e il prestigio personale nel
dopoguerra resse per quindici anni l’amministrazione comunale di Ancona.
lio d’oltralpe con la caduta della Repubblica, tornò
in Italia nel 1860, partecipando all’insurrezione
garibaldina ed entrando nel 1862 nell’esercito italiano, assegnato al comando circondariale di
Bologna.
Angeli Marino
(Monaco, pittore; n. Santa Vittoria in Matenano,
Ascoli Piceno, 1405 o 1410, m. Santa Vittoria in
Matenano 1463 ca.). È noto in particolar modo per
il Trittico di Monte Vidon Combatte o per la
Madonna delle rose tra San Sebastiano e San Biagio,
datato e firmato “Frater Marinus Angeli de Sancta
Victoria me fecit” (1448), trasferito nel 1923 dalla
chiesa parrocchiale di Monte Vidon Combatte
(Ascoli Piceno), alla Galleria Nazionale di Urbino;
per il Polittico di Collina o Polittico di San Procolo, e
infine per la Tavola di Falerone (San Francesco che
riceve le stimmate). L’esame stilistico di queste opere
ci porta verso i tre noti maestri della pittura marchigiana: Gentile da Fabriano (➔), Maestro di
Staffolo (➔) e Arcangelo di Cola (➔).
Angelini Giuseppe (detto Regina)
(Pittore; nato Ascoli Piceno 1681, m. Ascoli Piceno
20 novembre 1751). Il Lanzi (➔), il Ricci e il
Cantalamessa lo ritengono allievo di Ludovico
Trasi (➔), di G. Giosafatti (➔) e del Palucci.
Restano di lui ad Ascoli Piceno affreschi nella volta
della chiesa di Paola e un quadro con Pio V che
adora il Crocefisso nella chiesa di San Pietro Martire,
nonché una Vergine in trono. Altri suoi dipinti sono
andati distrutti. Fu anche noto pittore di fiori e
paesaggi.
Angeli Nicola
(Giurista, poeta; n. Montelupone 1535, m. Ascoli
Piceno 1604). Compì gli studi giuridici a Bologna,
ove cominciò a scrivere rime amorose nello stile
del Petrarca (Bologna 1563). Fu poi a Genova, lettore dell’Etica e della Poetica di Aristotele. Rientrato
in patria, entrò al servizio del vescovo di Fermo,
cardinale F. Peretti (➔), come segretario. Non
abbandonò tuttavia l’attività poetica. Tra i numerosi componimenti in versi da lui scritti: A Pio V nella
vittoria dei cristiani contro i turchi e la favola pastorale Ligurino, sul genere dell’Aminta del Tasso
(Venezia 1574). Scrisse pure una commedia, L’amor
pazzo (Napoli 1590), e le Pazzie di Orlando, nonché
una tragedia, Arsinoe (Venezia 1594). Divenuto il
cardinale Peretti papa col nome di Sisto V, l’Angeli
lo seguì a Roma, ma in seguito tornò a Macerata,
ove entrò nell’Accademia dei Catenati. Scrisse
anche opere d’ispirazione religiosa come la
Maddalena penitente (Fermo 1599) e il Canto della SS.
Vergine di Loreto (Senigallia 1594).
Angelini Igino
(Industriale farmaceutico; n. Ancona 6 settembre
1913, m. Grottaferrata, Roma, 5 settembre 1993).
Figlio di Francesco (➔), fondatore dell’azienda, si
laureò in farmacia a Roma, dove si trasferì nel
1938. Qui crea il Centro ricerche Angelini, trasferito poi nel 1991 a Pomezia, centro nel quale sono
stati messi a punto alcuni principi attivi ancora
oggi considerati capisaldi nella cura di molte
patologie. Dopo la seconda guerra mondiale la
Angelini avvia le attività nel settore agricolo-zootecnico con la creazione di importanti società
quali l’Isea, la Simem e le Aziende agricole. Negli
anni Sessanta, contemporaneamente all’espansione del settore farmaceutico, nasce quello dei prodotti sanitari. Viene creata la Fater, i cui prodotti,
con il marchio Lines, conquistano ben presto il
mercato nazionale e internazionale. Nuove aziende nascono in Spagna e in Sudamerica. Nel 1964,
alla morte del padre, diviene capo del laboratorio
di Ancona, uno dei maggiori gruppi farmaceutici:
l’Acraf.
Angelini Arnaldo Maria
(Ingegnere; n. Force, Ascoli Piceno, 2 febbraio 1909,
m. 27 luglio 1999). È stato direttore generale
dell’ENEL, e presidente dal 1973 al 1978, membro
dell’Accademia Nazionale dei Lincei, professore di
elettrotecnica e di macchine elettriche alla Facoltà
di Ingegneria dell’Università di Roma e, sempre
all’Università di Roma, direttore dell’Istituto di
Elettrotecnica e del Corso di perfezionamento in
ingegneria nucleare. Presidente dell’EURATOM e
dell’OPEN.
Angelini Cantalamessa Argentina
(Cantante; n. Ascoli Piceno 7 febbraio 1821, m.
Ascoli Piceno 3 settembre 1896).
Angelini Rota Gianfrancesco
(Cantante; n. Visso 25 dicembre 1830, m. Castel
Ritaldi, Perugia, 9 giugno 1915). Studiò dapprima
letteratura e legge, per poi dedicarsi interamente al
canto. Aveva infatti una bella voce da basso e ben
presto si fece strada cantando in vari teatri italiani
ed esteri. Fu in Francia e in Russia, dove interpretò
Angelini Francesco
(Industriale farmaceutico; n. Rotella, Ascoli Piceno,
30 novembre 1887, m. Ancona 12 luglio 1964). Nato
da famiglia di modesta estrazione sociale. Dopo
33
Giuseppe Angelini
34
nel 1547. La stessa collaborazione con il padre la
ritroviamo nella tavola di Visso raffigurante il
Padreterno con i Santi Pietro e Paolo, sita nella chiesa
collegiata di Santa Maria. In collaborazione con il
fratello Fabio (➔) eseguì invece l’Incoronazione della
Vergine (1570), Cristo in croce e Santi (1576) e la
Madonna del Rosario (1584), siti tutti e tre nel
Santuario della Madonna della Neve a Castel
Santa Maria presso Cascia, opere queste firmate da
entrambi i fratelli e datate. È inoltre datata 1584 e
firmata anch’essa dai due fratelli l’Assunzione della
Vergine, sita nella parrocchia di Ussita presso Visso.
per primo il ruolo di “padre guardiano” nella Forza
del destino di Verdi.
Angelita Giovanni Francesco
(Erudito, bibliofilo; n. Recanati 1550 ca., m. 1619).
Nobile recanatese, fece parte dell’Accademia dei
Disuguali; raccolse una collezione di antichità, pitture, sculture e curiosità naturali. Il suo interesse si
rivolse principalmente alla storia di Recanati e
all’attività editoriale, che egli sviluppò tra i primi
nella sua città, venendo incaricato dal comune di
pubblicare la revisione degli Statuti e delle
Riformanze. Curò in particolare la pubblicazione di
Origine e storia della città di Recanati (Venezia 1601)
di Gasparo Garbezza e I pomi d’oro, lezioni due
de’Fichi, e de’ Meloni con una lezione sopra le lumache
(Recanati 1607), uno dei primi testi italiani su questo frutto, analizzato nelle sue proprietà simboliche e naturali.
Angelucci Fabio
(Pittore; n. Mevale di Visso, Macerata, attivo fra la
fine del XVI e l’inizio del XVII secolo). Figlio di
Gaspare (➔) e fratello di Camillo (➔), con il quale
collaborò in molte opere. In tutta la sua produzione è chiara l’influenza di Raffaello (➔), di Giulio
Romano, Daniele da Volterra e dei michelangioleschi in genere.
Angelo Clareno vedi Clareno Angelo
Angelucci Gaspare
(Pittore, intagliatore; n. Mevale di Visso, Macerata,
attivo tra il 1518 e il 1563). Padre di Camillo (➔) e
Fabio (➔), è documentato nel 1518. Di lui poi non
si sa più nulla nei periodi che vanno dal 1518 al ‘38
e dal 1538 al ‘45. Del 1538 è una Madonna in Trono e
Santi eseguita per la parrocchia di Sant’Andrea a
Villa Sant’Antonio nei pressi di Visso. Con il figlio
Camillo lavorò nel 1547 alla Pace tra Guelfi e
Ghibellini nella chiesa collegiata di Santa Maria a
Cascia.
Angelo Da Camerino
(Teologo, medico, filosofo; n. Camerino XIII secolo,
seconda metà, m. Cirado o Roma marzo 1314).
Filosofo e teologo agostiniano. Insegnò medicina
all’Università di Perugia nel 1260. Nel 1294 divenne archiatra del pontefice Bonifacio VIII (Benedetto
Caetani). Nel 1311 fu creato patriarca di Grado da
Clemente V.
Angelo da Cingoli vedi Clareno Angelo
Angelo da Fossombrone
(Professore; n. Fossombrone XIV secolo). Fu nominato nel 1395 alla cattedra di logica dell’Università
di Bologna, dove restò fino al ‘400. Pubblicò il De
motu locali a Venezia nel 1499. La Biblioteca vaticana possiede dei codici con altre sue opere.
Angelucci Teodoro (Angelutius)
(Medico, letterato; n. Belforte del Chienti,
Macerata, 1540, m. Montagnana di Padova 1600).
Fu medico, filosofo, poeta, oratore, latinista.
Trascorse buona parte della giovinezza a Belforte,
sino a quando, per un giovanile errore (si presume
una storia d’amore) dovette lasciare il paese per
trasferirsi prima a Roma, poi a Venezia. Fu anche a
Parigi dove frequentò i corsi di filosofia e medicina
conseguendo il titolo di dottore. L’Angelucci scrisse molte opere di filosofia, medicina e poesia. Tra
esse ricordiamo il De natura et curatione febris malignae del 1593 e il componimento poetico In lode
della pazzia, indirizzato all’amico Tommaso
Garzoni e l’opera: Sententia nova quod Methapisica
sint cadem quae Phisica. La sua fama è anche legata
alla traduzione, molto lodata dai contemporanei,
che egli fece dell’Eneide in versi sciolti (opera che
fu stampata postuma a Napoli nel 1649) e che qualcuno attribuisce però a suo fratello, il gesuita
Ignazio, anch’egli valente letterato e poeta.
Angelo da Tolentino
(Francescano; n. Tolentino XIII secolo). Appartenne
al gruppo di Angelo Clareno (➔) e degli “spirituali”
marchigiani, pertanto finì con loro incarcerato come
ribelle. Fu però liberato da Raimondo Gaufridi,
ministro generale dell’ordine francescano che, riconosciuta la sua innocenza, lo mandò in missione in
Armenia (1290). In seguito lo troviamo in Francia e
in Inghilterra, poi di nuovo in Armenia. Ebbe vari
incarichi come ambasciatore.
Angelucci Camillo
(Pittore; n. Mevale di Visso, Macerata, attivo intorno alla seconda metà del XVI secolo). Era figlio di
Gaspare (➔), capostipite di una cospicua e attiva
famiglia di pittori, scultori e intagliatori che hanno
operato soprattutto in Umbria e nelle Marche nel
periodo che va dal 1518 al 1603 circa. Collaborò
con il padre Gaspare nel dipinto raffigurante la
Pace tra Guelfi e Ghibellini, tavola della chiesa collegiata di Santa Maria a Cascia (Perugia), eseguita
Angiolello da Carignano (Guido del Cassero)
(Uomo d’armi; Fano, XIV secolo). Nobile cittadino
di Fano che, invitato a venire a parlamento con
Malatestino Malatesta a Cattolica fu annegato per
ordine dello stesso Malatestino dopo il 1312 perché
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nei collegi di Tivoli e Bologna e si perfezionò
all’Istituto di scienze sociali di Firenze. Studioso
appassionato e di vivace ingegno, si distinse come
valido promotore culturale: iscritto nel 1882 alla
Società Geografica Italiana, nel 1887 istituì
l’Accademia dei Filopatridi e nel 1888 fondò la
“Nuova Rivista Misena”, rivista che avviò una
qualificata specializzazione storico-artistica. Nel
1891 fu nominato socio corrispondente della
Deputazione di Storia Patria romagnola, e nel 1892
fu tra i primi ad aderire a quella marchigiana.
Ispettore degli scavi e dei monumenti di Arcevia e
poi di Fabriano e Sassoferrato, pubblicò diversi
studi su Arcevia e sulle Marche, spaziando dall’arte alla storia, in buona parte pubblicati sulle principali riviste marchigiane (come “Le Marche” grimaldiane); tra i suoi scritti, Clemente VIII di passaggio per Senigallia nel 1598 (1894), Un quadro di
Federigo Barocci a Senigallia (1906), La pianta panoramica di Arcevia disegnata da Ercole Ramazzani nel
1594 (1907).
non conquistasse la Signoria di Fano. Lo ricorda
Dante nell’Inferno (canto XXVIII, 77).
Annibal Caro vedi Caro Annibale
Annibaldi Giovanni Junior
(Storiografo; n. Cupramontana 7 novembre 1904,
m. Jesi 29 ottobre 1981). Allievo di Pericle Ducati, si
laureò a Bologna in archeologia. Dal 1929 fu direttore della Biblioteca e Pinacoteca di Jesi, oltre che
Ispettore delle Belle Arti della stessa città. Dal 1931
fu ispettore presso la Soprintendenza alle Antichità
degli Abruzzi e Molise. Dal 1946 al 1969 fu titolare
della Soprintendenza alle Antichità delle Marche.
Infine Conservatore onorario del Museo di
Ancona. Giovanni junior fu profondo conoscitore
della storia jesina e del territorio circostante. Tra i
suoi studi: L’Architettura delle antichità delle Marche,
Roma 1965; A proposito del ritrovamento del dialogo
contro i Fraticelli, Falconara 1970; L’azione repressiva
di Martino V contro i ribelli di Jesi e i Fraticelli di
Maiolati, Masaccio e Mergo, Falconara 1974. È stato
anche redattore dell’Enciclopedia dell’Arte Antica
(1965), nonché curatore della rubrica “Dizionario
Biografico dei Marchigiani Illustri” per il
quindicinale letterario-artistico “Il Picchio”. Tra gli
altri suoi numerosi scritti: Andrea da Jesi, Firenze
1981 e L’insurrezione antifrancese di Cingoli nel febbraio 1797 in un racconto coevo, del 1977. Resoconto
della sua attività di archeologo sono: Scavi e scoperte nel campo dell’archeologia cristiana in Ancona del
1971. Altri suoi scritti di rilievo sono: Il Museo
Nazionale delle Marche in Ancona, 1969; Archeologia,
in AA. VV., Le Marche, 1965; Fasti archeologici, 194951; I resti archeologici sotto San Ciriaco, Ancona 1951.
Anselmi Luciano
(Scrittore; n. Fano 1934, m. Pergola 1996).
Personalità schiva e amante della vita di provincia,
Anselmi inizia la sua attività come giornalista collaborando a “Il Mondo” di Pannunzio e alla “Fiera
letteraria”. Nel 1967 avvia la sua collaborazione
con la terza pagina de “Il Resto del Carlino”.
Comincia a pubblicare i suoi primi romanzi nel
1960: Niente sulla piazza (1960); Gramignano (1967);
Un viaggio (1969); Zio e nipote (1970); L’ospite (1971);
Storie parallele (1973); Tapioca (1974); Gli anni e gli
anni (1977); Piazza degli Armeni (1982); Paese (1987).
Affianca alla sua attività letteraria il lavoro critico
sui suoi autori preferiti, Proust, Balzac, Simenon,
ecc. sui quali scrive saggi, oltre ad occuparsi di teatro, per il quale ha scritto una trentina di testi.
Particolare notorietà e successo hanno avuto i suoi
libri gialli, una passione cominciata per caso nel
1970 con Il caso Lolli che ha partorito la fortunata
serie delle avventure del commissario Boffa.
Annibali Domenico
(Contraltista; n. Macerata intorno al 1705, m. Roma
dopo il 1779). Nel 1725 andò a Roma a interpretare
Il Germanico di Niccolò Porpora. In seguito al crescere della sua fama di ottimo cantante, si recò poi
a Venezia e in altre città italiane, chiamatovi da vari
teatri. Passò quindi alla corte di Sassonia dove
conobbe J. Adolf Hass e con lui si recò a Londra.
Nel 1736 l’Annibali venne scritturato da Händel
per il suo nuovo teatro del Covent Garden, e qui
debuttò nell’opera Poro di Händel nella parte del
protagonista. Interpretò molte altre opere di
Händel, fra le quali: Arminio (1737), Didone (1937) e
Giustino e Berenice, sempre del ‘37. Fu in seguito
nominato cantore di camera del re di Polonia. Da
Dresda, dove dimorò fino al 1764, si recò (1739) a
Roma, ove interpretò l’opera Astarto di Terradellas.
Chiuse la sua attività operistica nel 1752 cantando
a Dresda nell’opera L’Adriano in Siria di Hass. Nel
1776 ritornò a Macerata, ma circa tre anni più tardi
si stabilì a Roma, dove si spense nel 1779. R. Mengs
lo ritrasse (Milano, Brera).
Anselmi Sergio
(Storico; n. Senigallia 11 novembre 1924, m.
Senigallia 7 novembre 2003). Fu educato dal padre,
protestante evangelico, ad una disciplina rigorosa
di studio e di impegno; non essendosi presentato
alla chiamata alle armi dell’Italia fascista, fu
dichiarato renitente alla leva e passibile di fucilazione, rifugiandosi con altri concittadini nei pressi
di Umbertide. Dopo gli studi classici, si iscrisse
all’Università laureandosi, dopo aver lavorato
come interprete per le truppe alleate, nel luglio
1949 con una tesi in Storia della filosofia sull’estetica di Hegel. Iscrittosi al PSIUP poi PSI, sostenne
attivamente, in occasione della consultazione referendaria, le ragioni del voto favorevole all’introduzione del divorzio. Fu, nella città natale, assessore
al Bilancio e, dal 1970 al 1977, alla Pubblica istruzione, restituendo alla collettività il Palazzetto
Anselmi Anselmo
(Erudito; n. Arcevia 1859, m. Arcevia 1907). Studiò
36
Sergio Anselmi
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Osimo e nel 1791 si laurea in giurisprudenza a
Pesaro. Trasferitosi poi a Roma, proseguì gli studi
di diritto presso ‘’Accademia ecclesiastica, tanto da
diventare membro del tribunale della rota romana.
In quegli stessi anni si dedicò con sempre crescente interesse anche allo studio della filologia e dei
classici latini, avviando con l’illustre latinista
Gaspare Garatoni un progetto di edizione delle
rime catulliane a cui l’Antaldi lavorò fino agli ultimi anni della sua vita ma che non vide mai la luce.
Nel 1803 si trasferì definitivamente a Pesaro; due
anni prima aveva sposato Lucrezia Hercolani dei
principi Hercolani di Bologna. Oltre a una biblioteca ricca di libri rari e di manoscritti, tra i quali facevano spicco i codici danteschi conosciuti oggi
come Antaldini e quelli di Catullo. Antaldi possedette una cospicua raccolta di opere d’arte, specie
pittoriche, e una collezione di disegni di vari maestri, tra i quali alcuni di Raffaello (➔). Dall’amore
per l’arte, dal particolare interesse per le memorie
e per i documenti della storia patria, sulla scia di
quel gusto colto ed erudito intorno all’antico che
aveva visto a Pesaro importanti figure quali
Annibale Olivieri (➔) e Giambattista Passeri (➔),
nacquero le Notizie di alcuni architetti, pittori, scultori di Urbino, Pesaro e de’ luoghi circonvicini, datato
1805, conservato nella biblioteca Oliveriana di
Pesaro, che rimase anch’esso inedito ma che fu di
aiuto all’abate Zani nella stesura della sua
Enciclopedia metodica delle arti. Personaggio eclettico, colto, ricco di interessi culturali, l’Antaldi
intrattenne rapporti con importanti personalità italiane e straniere, tra cui Bartolomeo Borghesi, monsignor Gaetano Marini, Giuseppe Antinori, Pietro e
Gaetano Giordani, Melchiorre Delfico, Giacomo
Trivulzio, Vincenzo Monti, Giulio Perticari,
Gioacchino Belli, Teodoro Heyse e molti altri. Nella
biblioteca pesarese è conservato un cospicuo carteggio, in parte pubblicato a cura di Tommaso
Casini nel 1892. Altre lettere si conservano nelle
biblioteche di Savignano, Cesena, Rimini, Forlì e
Bologna. Tra le opere edite dell’Antaldi meritano
menzione: Sonetti quaresimali, 1792; Versi epitalamici, 1804; Sull’emendazione proposta dal P. Antonio
Brandimarte M.C. di un luogo di Plinio Seniore nella
descrizione del Piceno, 1823; Scelta di racconti storici e
favolosi tratti da ottimi testi di lingua italiana, 1824,
editi sotto lo pseudonimo di Terenzio Mazzoli. Fu
inoltre l’Antaldi che annotò e pubblicò nel 1806 per
i tipi Gavelli di Pesaro i due volumi delle Opere del
canonico Giovan Andrea Lazzarini (➔). Partecipò
attivamente alla vita politica pesarese: dopo l’arrivo dei francesi fu eletto nel 1798 moderatore del
circolo di Pesaro e tribuno della repubblica romana
per il dipartimento del Metauro. In seguito fu,
durante il Regno italico, membro del collegio elettorale dei dotti, podestà dal 1808 al 1811, poi, più
tardi, varie volte a capo del municipio di Pesaro.
Fu consigliere governativo dal 1831 al 1837 e ripetutamente pro-legato della provincia.
Baviera, in precedenza usato come deposito dei
vigili urbani. Professore ordinario di storia e filosofia nei licei e, dal 1961, assistente di A. Caracciolo
in storia economica presso la Facoltà di Economia
di Urbino, passò a quest’ultimo ateneo come professore associato e poi, come ordinario, a quello di
Ancona. Nel 1965 fondò con Caracciolo e R. Paci i
“Quaderni storici delle Marche”, rivista stampata
in una tipografia senigalliese e di cui fu redattore e
condirettore e che raccolse attorno a sé un gruppo
di studiosi marchigiani (W. Angelini, D. Cecchi, E.
Sori, B. G. Zenobi) e non (E. Galli della Loggia): trasformatasi la rivista nel 1970 in “Quaderni storici”,
edita da il Mulino, ne tenne la condirezione, uscendone nel 1983. Nel 1978 creò l’attuale Museo della
Mezzadria (con oggetti raccolti insieme ad alcuni
appassionati dell’agricoltura per documentare la
vita e il lavoro dei campi all’interno della cultura
mezzadrie) e fondò un’altra rivista destinata a
lasciare un rilevante solco negli studi economicosociali, “Proposte e ricerche”, mentre dal 1992
assunse la direzione del Centro Sanmarinese di
Studi storici. In queste molteplici esperienze, come
del resto negli oltre 270 lavori scientifici pubblicati, sviluppò le tesi e gi spunti più fecondi della
scuola annalistica e braudeliana, prediligendo le
tematiche economico-sociali dell’età moderna e
contemporanea e la storia delle Marche nelle sue
due anime, quella contadina-mezzadrile e quella
marina, dell’Adriatico dei traffici e della navigazione, dei rapporti tra le due sponde, dei tanti prestiti tra l’una e l’altra. Promotore culturale instancabile e vero “intellettuale di provincia”, ha fondato, a Senigallia, l’Associazione per la storia dell’agricoltura marchigiana e quella “Amici del
Molo”, stimolando inoltre la nascita della locale
Università per Anziani. Lavori principali: Economia
e vita sociale in una regione italiana tra Sette e
Ottocento (1971); Mezzadri e terre nelle Marche: studi
e ricerche di storia dell’agricoltura fra Quattrocento e
Novecento (1978); Storie di Adriatico (1996); Ultime
storie di Adriatico (1997); Agricoltura e mondo contadino (2001); Perfido Ottocento (2002); Conversazioni
sulla storia, a cura di V. Conti (2004).
Ansevino
(Santo; n. Camerino sec. IX). Confessore di
Lodoviso II imperatore fu fatto vescovo della sua
città natale nell’850.
Antaldi Andrea
(Architetto; n. Urbino 4 settembre 1776). Dopo gli
studi al Collegio di Osimo ha lavorato con
Vincenzo Nini (➔) a Urbino e poi all’Imperiale di
Pesaro.
Antaldi Antaldo
(Erudito; n. Urbino 16 agosto 1770, m. Pesaro 14
gennaio 1847). Figlio del nobiluomo Giovan
Battista e di Marta, di altra famiglia Antaldi, compie i suoi primi studi nel collegio Campana di
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Antaldo Antaldi
Carlo Antognini
Francesco Antolisei
Lamberto Antolisei
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Antici Bartolomeo
(Giurista; n. Recanati 1430 ca., m. forse a Napoli
nel 1473). Appartenente all’antica famiglia Antici,
fu dottore di legge, segretario e ministro a Napoli
presso la corte del re Alfonso e di Ferdinando, suo
figlio. Amico di Francesco Fidelfo, pubblicò un
Liber moralium; pare che siano a lui attribuibili le
Institutiones grammaticae dedicate al figlio del re
Ferdinando.
mano”e in altre testate locali e nazionali, cura la
prima raccolta di autori marchigiani, Poeti marchigiani del Novecento (Bucciarelli, 1965) e poi Scrittori
marchigiani del Novecento (Bagaloni, 1971), per dare
inizio in seguito ad una sua casa editrice,
L’Astrogallo, attiva ad Ancona tra 1973 e 1977, che
ha pubblicato, tra le altre, opere di Franco Scataglini (➔), Valerio Volpini (➔), Franco Matacotta
(➔), Carlo Bo.
Antici Giulio
(Politico; n. Recanati 1825, m. Recanati 1911).
Sindaco di Recanati per venticinque anni, partecipò alle cinque giornate di Milano del 1848. Fu
l’ideatore del nuovo palazzo comunale edificato in
occasione del centenario leopardiano.
Antolisei Francesco
(Giurista; n. San Severino Marche 6 dicembre 1882,
m. Rapallo 1967). Ha insegnato diritto e procedura
penale nelle Università di Sassari, Parma, Genova
e Torino. Tra le sue molte opere scritte in tal senso:
L’offesa e il danno nel reato (1930); La volontà nel reato
(1932); L’evento e il nuovo Codice Penale (1932); Pene
e misure di sicurezza (1933); Il rapporto di causalità nel
diritto penale (1941); La capacità a delinquere (1934);
Problemi penali odierni (1940); Manuale del diritto
penale (1954-59); Scritti di diritto penale (1955).
Antici Ruggero
(Cardinale; n. Recanati 1811, m. 1883). Fu nominato da Pio IX patriarca di Costantinopoli nel 1866 e
cardinale nel 1875.
Antolisei Lamberto
(Avvocato, letterato; n. Tolentino 24 novembre
1858, m. Macerata 27 luglio 1935). Avvocato di
vasta e profonda cultura, grande oratore, dominava l’uditorio nelle aule giudiziarie. Fu uno dei più
noti penalisti dell’epoca. Il 3 luglio del 1904 fu eletto deputato del Partito Socialista (e confermato
nella XXII legislatura), partito del quale nelle
Marche fu anche il fondatore. Militò nella corrente
riformista e fu più volte rieletto con votazioni plebiscitarie. Morì poverissimo in ospedale.
Antici Tommaso
(Giurista; n. Recanati 1731, m. 1812). Nunzio pontificio in Germania, in Polonia e a Parma, fu fatto
cardinale da Pio VI nel 1789.
Antinori Giovanni
(Architetto; n. Camerino 28 gennaio 1734, m. Roma
24 giugno 1792). Studiò architettura a Roma. Dopo
aver insegnato all’“Accademia portoghese” per
qualche tempo, fu chiamato a Lisbona al servizio
del re Giuseppe I. Qui lavorò molto riedificando e
restaurando soprattutto gli edifici danneggiati dal
terremoto del 1755. Sue opere principali a Lisbona
sono: il Castello Reale e gli edifici della Piazza del
Commercio. Lasciato il Portogallo, fece ritorno a
Roma ove ebbe incarichi di rilievo dalla famiglia
Doria. Qui infatti curò la trasformazione del cortile
del Palazzo Doria in sala da ballo per festeggiare la
venuta dell’imperatore Giuseppe II. Abbellì inoltre
Villa Pamphili con un lago sovrastato da cascate
digradanti. Innalzò anche gli obelischi a piazza del
Quirinale (1783), a Trinità dei Monti e a piazza di
Montecitorio (1789). Per speciali difficoltà tecniche,
queste opere suscitarono l’entusiasmo dei contemporanei. Lavorò molto anche in Toscana nell’abbazia di Monteoliveto Maggiore (Siena) e nelle
Marche a Lanciano di Camerino dove, nell’antico
fortilizio sulla sinistra del fiume Potenza, è visibile
una villa la cui maestosa galleria è opera sua.
Antonelli Armando
(Musicista, compositore; n. Matelica 4 settembre
1886, m. Roma 1960). Diplomato in composizione,
fu professore di questa materia al Conservatorio di
Santa Cecilia a Roma. Direttore della Cappella
Giulia in Vaticano e compositore di un certo prestigio; scrisse musiche sacre e profane dal vasto respiro compositivo.
Antonelli Ferruccio
(Medico, psicologo; n. S. Elpidio a Mare, Ascoli
Piceno, 19 ottobre 1927; m. Roma 1999). Lo sport
italiano ha scoperto l’importanza della psicologia
nella tecnica moderna per suo merito. È stato tra i
primi docenti della Scuola dello Sport del Coni.
Antonelli Giuseppe
(Sacerdote; n. Osimo, 1861; m. Roma, 1944). Si interessò di archeologia, scienze naturali, medicina. Fu
insegnante a Osimo e a Roma.
Antognini Carlo
(Critico letterario ed editore; n. Ancona 1937, m.
Ancona 1977). Tra i primi lettori della letteratura
marchigiana con uno sguardo regionalista, ha cercato di delineare nei suoi studi il carattere della
cosidetta “marchigianità” come invariante dell’estetica degli scrittori e poeti novecenteschi attivi
nella regione. Oltre a scrivere sull’ ”Avvenire
d’Italia”, “La Fiera Letteraria” l’“Osservatore ro-
Antonelli Giovanni Battista
(Architetto; n. Ascoli Piceno primo decennio XVI
secolo, m. Toledo 27 marzo 1588). Continuò l’attività paterna distinguendosi come uno dei più
valenti architetti militari al servizio della Spagna.
Dopo aver iniziato a lavorare in Italia con il padre
40
stro al doge di Genova Matteo Senarega e in questa città sembra si sia trattenuto a lungo, forse fino
al 1598.
Girolamo, si recò nelle Indie occidentali. Qui, nel
1529, progettò l’apertura, nel Nicaragua, di un canale che permettesse alle navi spagnole dirette in Perù
il passaggio dal Mar delle Antille al Pacifico. Nel
1542 era nel Guatemala, ove diresse i lavori per la
ricostruzione della città di Santiago dei cavalieri
(ora Nuova Guatemala), distrutta da un terremoto.
Andò in seguito nell’Honduras, ove fece alcune
opere di fortificazione. Tornato in Europa nel 1557,
si recò nelle Fiandre al seguito di Emanuele Filiberto
di Savoia, partecipando all’assedio di S. Quintino.
Fu uno dei principali esecutori del programma di
rafforzamento dei presidi spagnoli nell’Africa settentrionale voluti da Filippo II. Una delle sue maggiori realizzazioni fu la fortificazione dell’importante scalo di Mezalquivir, presso Orano (1565).
Antonini Antonio
(Architetto; n. Collamato, Ancona, 1629, m. Roma
1696). Indossò l’abito sacerdotale. Divenuto architetto, fu tra l’altro autore del rinnovamento di
quella che fu chiamata “l’insignificante” facciata
del palazzo comunale che fa angolo con il Loggiato
di San Francesco in Fabriano. Gli vengono attribuite molte costruzioni e altrettanti sono i restauri. Fra
i progetti realizzati, il duomo di Rimini, il duomo
di Soriano e il duomo di Costigliano di Rieti.
Antonio da Amandola
(Beato; n. Amandola 17 gennaio 1355, m. 25 gennaio 1450). Nato da famiglia di agricoltori in un villaggio sulle pendici del Monte Berro, detto anche
montagna di Amandola, nei pressi dell’antico
monastero benedettino di Sant’Anastasio, dove fu
avviato agli studi, completò la formazione sacerdotale nel convento dei romitani di Sant’Agostino,
in Amandola. Fu, fino alla morte, priore degli agostiniani, fornendo un contributo decisivo per la trasformazione del vecchio romitorio in ampio e fiorente convento. Di provato rigore morale, fu proclamato beato l’11 luglio 1759 dal pontefice
Clemente XIII.
Antonelli Leonardo
(Cardinale; n. Senigallia 6 novembre 1730, m.
Senigallia 28 gennaio 1811). Nipote del cardinale
Nicola Maria Antonelli (➔), fu segretario del conclave del 1758 (che creò papa Clemente XIII), di cui
tenne un diario. Nel 1766, come assessore del santo
uffizio, esaminò l’opera del teologo Febronio. Nel
1775 fu fatto cardinale e titolare di Santa Sabina da
Pio VI e inoltre prefetto di Propaganda Fide nel
1780. Ottenne poi dalla Russia l’arcidiocesi di
Mogilëv. Nel 1791 divenne vescovo di Palestrina di
Porto e di Santa Rufina, e nel 1800 penitenziere
maggiore. Nel 1807 fu eletto vescovo di Ostia e
Velletri, decano del S. Collegio e segretario del
Santo uffizio. Arrestato durante la repubblica
romana nel 1798, ne fu subito espulso. Nel 1800
partecipò al conclave di Venezia. Partecipò anche
alle trattative per i concordati con la Francia e il
Regno Italico e accompagnò Pio VII a Parigi per
l’incoronazione di Napoleone. Durante l’occupazione dello Stato Pontificio fu relegato a Spoleto,
poi a Macerata e quindi a Senigallia, ove morì. Fu
uomo di vasta e solida erudizione letteraria e raccolse una ricchissima libreria di cui fu bibliotecario
Francesco Cancellieri.
Antonio da Fabriano
(Antonio Agostino di Ser Giovanni da Fabriano)
(Pittore; n. Fabriano prima metà XV secolo, m. 1487
o 1490). Membro del consiglio di credenza di
Fabriano, oltre che pittore, Antonio fu anche commerciante e allevatore di bestiame. È datato 1451 il
suo San Girolamo di Fabriano, dove si notano forti
influenze culturali fiamminghe, forse assimilate da
incisioni nord-europee. È del 1474 il trittico di San
Clemente a Genga, Ancona. Tra le sue opere più
significative sono gli affreschi del Convento di San
Domenico a Fabriano, molto deteriorati, databili
dopo il 1472.
Antonelli Nicola Maria
(Cardinale; n. Senigallia 8 luglio 1698, m. Roma 25
settembre 1767). Zio di Leonardo (➔), fu fatto cardinale da Clemente XIII nel 1759, nonché segretario di Propaganda Fide. Fu anche esimio orientalista. Scrisse anche opere di storia ecclesiastica e di
liturgia sotto lo pseudonimo di E. de Azevedo S.J.
Fra queste: Ragioni della Sede Apostolica sopra il
Ducato di Parma e Piacenza, Roma 1741, e un
Compendium summae S. Thomae, destinato agli studenti del collegio di Propaganda.
Antonio Da Fermo
(Erudito, giureconsulto; n. Fermo 1336). Si può
identificare con quell’”Antonius quondam domini
Angari de Firmo, iurisperitus, iudex, vicarius et
assessor” del podestà di Modena. Onorato dai
Cantagalli, nel 1372. Per incarico di Beccario
Beccaria, podestà di Genova, trascrisse la Commedia
di Dante Alighieri. Inoltre è opera sua il Codice
Ludiano 190 che si trova nella Biblioteca Comunale
di Piacenza, che risulta il più antico a noi noto.
Antonio da Fossombrone
vedi Plonio Antonio di Francesco
Antoniano Antonio
(Pittore; n. Urbino, attivo nella seconda metà del
XVI secolo). Allievo urbinate del Barocci, fu identificato da alcuni con Antonio da Urbino detto il
Sordo d’Urbino (Urbino 1560-1620). Nel 1596 fu
incaricato di consegnare una Crocifissione del mae-
Antonio da Montolmo
(Fisico, n. Corridonia, 1330, m. 1396). Fu lettore di
medicina e astrologia a Bologna dal 1384 al 1390.
41
Antonio di Simone Francesco
(Architetto, scultore, Monte Calende, Pesaro, XV
secolo). Fu il progettista dell’Ospedale Vecchio di
Urbino.
Antonio da Pesaro
(Pittore; Pesaro XV secolo). Poco si conosce della
sua vita, nonché della sua attività artistica. Fra le
opere a lui attribuite ricordiamo: Pietà (affresco),
alla Pinacoteca Comunale di Camerino, e parte
degli affreschi nelle arcate della navata destra di
San Francesco in Pesaro.
Antonioni Emilio
(Pittore; n. Fano 1895, m. Fano 1968). Si diploma
alla Scuola d’arte di Fano per trasferirsi poi a
Roma, dove studia al museo artistico industriale e
alla scuola di nudo dell’Accademia inglese di belle
arti. È quindi attivo a Pesaro, dove decora ceramiche nella fabbrica Molaroni, realizza decorazioni
ad affresco nella provincia, a Fano fregia il prospetto dell’ospedale di Santa Croce e il soffitto della
caserma Paolini.
Antonio da Recanati
vedi Colombella Antonio
Antonio da Sant’Elpidio
(Teologo agostiniano; Sant’Elpidio XIV secolo). Nel
1383, già maestro in teologia, lo troviamo reggente
dello Studio Agostiniano presso la Curia romana.
Fece una traduzione in volgare del De claris mulieribus del Boccaccio che, data alle stampe a Venezia
nel 1506 da Vincenzo Bagli.
Antonozzi Francesco
(Pittore; n. Osimo, sec. XVIII). Allievo del Toschi. I
Gallo e i Dittaiuti gli commissionarono delle tele,
quattro delle quali sono tuttora conservate presso
il palazzo Gallo di Osimo.
Antonio da Urbino vedi Antoniano Antonio
Antonio di Agostino di Ser Giovanni
(Pittore; n. Fabriano 1489 ca.). Conosciuto comunemente come Antonio da Fabriano, fu il pittore più
importante della scuola fabrianese nel periodo che
seguì a Gentile (➔). Sue opere più importanti sono
il Crocifisso del museo Piersanti a Matelica, il San
Girolamo della collezione Fornari emigrato in
America, lo stendardo di San Clemente a Genga, il
polittico a Santa Croce di Sassoferrato, a Fabriano
la Dormizione della Vergine e una Madonna e Santi
nella Pinacoteca civica, forse una grande
Crocifissione e altri affreschi nel refettorio di Santa
Lucia dei Domenicani, un affresco nel palazzo
Baravelli. Fu capostipite della nobile famiglia
Manari; prese anche parte alla vita pubblica del
comune (1484).
Antracini Francesco
(Medico; n. Macerata Feltria sec. XVI). Fu archiatra
pontificio di Gregorio XIII (Ugo Boncompagni) nel
1566.
Antracino Giovanni
(Medico, poeta; n. Macerata Feltria seconda metà
XV secolo, m. Roma). Egli fu detto anche Maestro
Giovanni da Macerata. Insegnò medicina prima
all’Ateneo di Padova, poi in quello di Roma con
grande competenza e prestigio. In quest’ultima
sede fu chiamato da Leone X come suo archiatra.
Annibal Caro (➔), lo nomina e lo elogia vivamente
anche come poeta. In seguito fu archiatra anche di
papa Adriano VI.
Antonio di Lorenzo di Alessandro
(Pittore; San Severino Marche prima metà XVI
secolo). Fu prima allievo del padre assieme al fratello Giovanni Gentile, poi di Bernardino di
Mariotto. È documentato per aver dipinto nel 1514
stemmi con Anton Jacopo Acciaferri (➔). È datata
e firmata 1548 la tavola con Madonna incoronata e
Santi dipinta in collaborazione con il fratello
Giovanni Gentile, attualmente nel duomo di San
Severino Marche.
Apolloni Agostino
(Pittore, stuccatore, ceramista; n. Sant’Angelo in
Vado, notizie dal 1520 al 1602). Studiò pittura nella
bottega di suo zio Luzio Dolci (➔). Nel momento
di maggior splendore nella produzione di maioliche (1520-80), egli apre a Castel Durante (Urbania),
un laboratorio di ceramica al quale in seguito ne
aggiunge altri due. Verso il 1580, quando la richiesta di maioliche diminuisce, l’Apolloni riprende la
sua vecchia attività di pittore e stuccatore. Fra le
sue opere più significative in questo campo gli
affreschi nella volta della chiesa di Santa Caterina
in Urbania (1520) e una Crocefissione su tavola nella
chiesa di San Francesco, sempre in Urbania. Tra le
sue opere in ceramica menzioniamo un semibusto
in terracotta dipinta da ritenersi un suo autoritratto e un busto della moglie Ludovica Brunori.
Antonio di Piergiacomo
(Architetto; San Severino Marche XVI secolo). Di
lui ci è nota un’unica opera: la ricostruzione della
chiesa di Santa Maria del Glorioso presso San
Severino Marche.
Appiani Francesco
(Pittore; n. Ancona 29 gennaio 1704, m. Perugia 2
marzo 1792). Fu allievo di Domenico Simonetti
detto il “Magatta” (➔). Si trasferì poi a Roma alla
scuola di F. Trevisani e di F. Mancini (➔). Si recò in
Antonio di Cristoforo
(Scultore; Cagli XIV-XV secolo). Di lui ricordiamo,
per mancanza di ulteriori notizie biografiche, le
seguenti opere: il portale gotico e portico nella
fiancata sinistra del duomo di Cagli (1424) e l’altare destro della chiesa di San Francesco a Cagli.
42
Bambino, San Francesco e San Nicola di Bari. La sua
arte è senza dubbio manieristica. Ha tuttavia pregi
di composizione sobria e sicura tecnica nel disegno, nonché di vivacità coloristica. Nelle sue opere
si sente l’influsso dello spoletino Giovanni Spagna
con lontane reminiscenze michelangiolesche e del
Barocci (➔). Anche i suoi figli Marcantonio e Antonio furono pittori.
seguito a Spello, ove dipinse il ritratto della principessa Teresa Pamphili. Poi a Perugia (1743) dove
visse per quasi mezzo secolo stringendo amicizia
con il paesaggista Alessio De Marchis, e ove fu
operosissimo.
Appiani Paolo
(Teologo, umanista; n. Ascoli Piceno 9 dicembre
1639, m. Roma 20 febbraio 1709). Gesuita, studiò
giurisprudenza a Bologna e teologia a Roma. Dal
1677 al 1678 fu alla Penitenzieria di San Pietro in
Vaticano, e poi a Fano e a Firenze, ove entrò in relazione con illustri letterati come il Magliabecchi e il
Fagiuoli. Fu anche accademico dell’Arcadia (1704).
Tra i suoi scritti biografici: la Vita di Sant’Emidio
vescovo di Ascoli e martire, Roma 1702; Vite degli
Arcadi illustri, Roma 1714; e una Vita Francisci
Stabilis (vulgo) Cecco d’Ascoli, tentativo di riabilitazione del suo concittadino dall’accusa di astrologia
ed eresia. Sono inoltre da menzionare: Carmina
pacifici maximi poetae asculani, Parma 1691;
L’Historia di tutte le heresie di Domenico Bernino,
Roma 1709; e le Lune Tolomee, Siena 1685, miscellanea di prosa e versi in onore di F. Maria de’ Medici
governatore di Siena.
Aracinti Rodolfo
(Letterato; n. Monterubbiano 1492, m. Monterubbiano 1555). Pubblicò nel 1511 un poemetto
dedicato al pontefice Giulio II (Julides), fu maestro
di Annibal Caro (➔) e scrisse un poema dedicato al
duca di Camerino G.M. Varano dal titolo Judicium
Paridis.
Araldi Giovanfrancesco
(Teologo; n. Cagli intorno al 1528, m. Napoli 10
maggio 1599). Nel 1551 lo troviamo a Roma nella
Compagnia di Gesù, ricevuto dallo stesso Ignazio
di Lojola. Nel 1552 fu mandato a Napoli a fondare
e organizzare la compagnia. Qui insegnò grammatica e dottrina cristiana, compì studi di teologia e
venne consacrato sacerdote nel 1553. Scrisse numerose opere a carattere religioso, tra cui ricordiamo
un Ristretto della dottrina christiana, Napoli 1553,
Chronico della Compagnia di Gesù di Napoli, fonte
copiosa di notizie religiose e artistiche della città
dal 1552 al 1596.
Aquilini Andrea (Andrea da Jesi)
(Pittore; n. Jesi 1491 o 1492, m. 1543). L’Aquilini
appartiene a una famiglia di artisti che, attiva dal
Quattrocento, si estinguerà nel Settecento; ricevette numerose committenze per pitture, indorature
di insegne, stemmi e mazze che, per il loro stesso
carattere effimero, sono andate disperse e che ci
sono riferite da diverse indicazioni d’archivio che
lo vedono affiancare Pietro Paolo Agabiti (➔), alla
cui scuola evidentemente si era formato. Sposò la
sorella del pittore fanese Giuliano Presutti (➔),
attivo nel territorio jesino presso la cui bottega fu
indirizzato il figlio Antonuccio, noto come
Antonuccio da Jesi. Altre sue opere andarono
disperse e distrutte; rimane, firmata e datata 1525,
la Madonna in trono tra i Santi Antonio abate e
Francesco, con Crocifissione nella lunetta, nella chiesa di Santa Maria a San Marcello.
Arcangeli Ageo
(Giurista; n. Treia 7 febbraio 1880, m. Roma 14
maggio 1935). L’Arcangeli occupa una posizione di
rilievo fra quel gruppo di studiosi che, tra la fine
dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, furono
promotori del rinnovamento della scienza italiana
del diritto commerciale. Egli contribuì con ricerche, rimaste fondamentali, soprattutto sugli atti di
commercio e sui titoli di credito. Laureatosi a
Macerata, ventiduenne era già professore di diritto
commerciale a Urbino. Passò quindi a Camerino,
Perugia, Sassari, Macerata e Parma. Succedette a V.
Polacco nella cattedra di diritto civile a Padova
(1920). Nel 1926 subentrò a L. Bolaffio all’Università di Bologna nella cattedra di diritto commerciale
e quindi, nel 1930, passò all’Università di Roma,
quale professore ordinario di diritto agrario. Nel
1922 iniziò anche una fortunata carriera politica.
Deputato nella 28ª e 29ª legislatura, divenne in
seguito sottosegretario alle finanze (1934-35). Fu
vicepresidente della delegazione italiana a Ginevra
per l’unificazione del diritto cambiario. Dopo aver
aderito al fascismo contribuì all’elaborazione della
teoria corporativa dell’agricoltura.
Aquilini Arcangelo
(Pittore; n. Jesi verso il 1552, m. Spoleto 1611).
Quella degli Aquilini è una famiglia di pittori che
operarono a Jesi e fuori nei secoli XV-XVII.
Arcangelo, figlio di Antonuccio di Andrea, è il più
importante della famiglia. Stabilitosi a Spoleto nel
1599, vi operò per tutta la vita. Fu membro
dell’Accademia romana di San Luca e godette
molta considerazione nella sua patria di adozione.
Si conservano di lui a Spoleto tre opere: una tela
firmata nella chiesa di Sant’Ausano (rappresentante la Pietà con figure di santi e nel fondo una veduta di Spoleto); un affresco nella chiesa di San
Nicolò (ora distrutta) dello stesso argomento; un
altro affresco nella facciata del palazzo Angelini
Paroli, rappresentante la Vergine in trono con
Arcangeli Giovanbattista
(Architetto, ingegnere militare; n. Pesaro 1571, m.
Ferrara 30 ottobre 1615). Architetto al servizio delle
più potenti famiglie della sua epoca, fu ingegnere
militare e in questa qualità fortificò il porto di
43
Agostini (➔) nelle Giornate soriane (IV giornata),
autore di un trattato di fortificazione. Militare con
il grado di colonnello il secondo, suo parente, fu
abile nel progettare scene, macchine per teatri e
lavori di prospettiva.
Senigallia, collaborò alla sistemazione del castello
di Ferrara, con G. Battista Aleotti, dove morì.
Arcangeli Pacifico
(Cappellano militare, medaglia d’oro; n. Treia 14
marzo 1888, m. Montegrappa 5 luglio 1918). Fu
anche letterato e poeta. Morì sul Montegrappa
nella prima guerra mondiale in un’azione eroica,
per la quale gli fu conferita la medaglia d’oro alla
memoria; unico cappellano militare al quale sia
stata assegnata questa decorazione.
Arduini Sante
(Medico, filosofo; Pesaro XIV secolo). Esercitò l’attività di medico a Venezia, ove compose, tra il 1424
e il 1426, un trattato intorno ai veleni, L’opus de
venenis, Venezia 1492. L’Arduini è noto inoltre per
aver scritto un trattato riguardante la fisiologia: il
De prolificatione.
Arcangelo Di Cola
(Pittore; n. Camerino verso il 1390, m. dopo il
1429). Fu uno dei protagonisti della pittura
dell’Italia centrale nella prima metà del secolo XV.
Notizie della sua attività vanno dal 1416 al 1429.
Lo troviamo prima a Città di Castello (1416), ove
dipinge una Maddalena nella sala del Maggior
Consiglio del Palazzo Pubblico, poi a Firenze, nel
1419. Le uniche opere documentate di Arcangelo
Di Cola che possono costituire un caposaldo per la
ricostruzione critica della sua attività, sono andate
perdute. Unico valido sostegno per la ricostruzione del suo percorso artistico è il dittico, noto come
Dittico Longland, oggi a New York, recante il nome
dell’artista. Per alcuni, questo è ritenuto il più antico documento pittorico di Arcangelo Di Cola, per
altri invece sarebbe preceduto dalla Madonna in
trono con due angeli (al Museo di Camerino), con
evidenti derivazioni di Gentile da Fabriano (➔). In
seguito fu sensibile alla scuola riminese (Madonna
in trono con santi e Crocifissione, Coll. Cini) e a quella fiorentina (Madonna in trono e sei angeli, 1426).
Ma soprattutto durante il suo soggiorno fiorentino
fu influenzato da Masaccio. Influssi di questo maestro si possono rilevare nel dittico di New York
(Madonna in trono e Crocefissione). Nel 1425 è attivo
a Camerino.
Arincoli Venanzio
(Frate cappuccino, bibliotecario; n. Castel San
Pietro di Camerino 18 maggio 1873, m. Ascoli
Piceno 26 luglio 1959). Di famiglia contadina, spinto da precoce vocazione religiosa studia nel convento di Camerino per essere ammesso al noviziato. Ordinato sacerdote nel 1896, due anni dopo
entra nella famiglia dei Cappuccini di Ostra Vetere
dove rimane fino al 1900, quando viene trasferito
ad Ascoli Piceno. In questo ambito si adopera per
l’apertura di un circolo di studio con annessa
biblioteca per giovani lavoratori presso il convento
di Ascoli. Verso il 1910 si adopera per la costituzione della “Società Tipografica Cooperativa” coerentemente con la sua attività di propugnatore delle
“Associazioni di preti lavoratori” che provoca i
primi attriti con i superiori, soprattutto per la sua
denuncia di immoralità anticristiana rivolta ad
alcuni prelati della Diocesi ascolana, in primis al
Vescovo Bartolomeo Ortolani. La polemica trova
spazio e cassa di risonanza sui giornali locali in tal
modo esponendo il frate non solo ai richiami dell’obbedienza, ma anche all’accusa di eresia modernista. Già prima del 1910 sono suoi rapporti epistolari con Paul Sabatier, Romolo Murri (➔) e con
Gennaro Avolio, direttore della Modernista
“Battaglie d’oggi” da quegli anni stampato ad
Ascoli dalla “Società Tipografica Cooperativa”.
L’attività di questa tipografia, da lui promossa con
alcuni amici modernisti, è molto importante nella
storia culturale di quegli anni. La tipografia, che col
tempo diverrà vera casa editrice che dà lavoro ad
ex sacerdoti condannati per modernismo, stamperà, oltre ad opuscoli di questo movimento, la rivista
Bylichinis della facoltà teologica battista di Roma. le
sue posizioni sociali e religiose, sospette di eresia,
ne fanno presto decretare l’allontanamento
dall’Ordine cappuccino e dalla Chiesa. Si vede così
costretto ad accettare nel 1911 l’incarico di bibliotecario dal comune di Ascoli; a questa occupazione
affianca quella della ricostituita biblioteca circolante che fa capo alla Società “Pro Cultura”.
Propagandista in un primo momento della “Lega
democratica nazionale” di Murri se ne distaccherà
per la piega contraria al suo fondatore che viene
prendendo con Donati e Cacciaguerra. Nel 1919
aderisce al partito socialista, senza prendere parte
Archetti Alberto
(Pittore; n. Jesi 1914, m. 1986), Pittore, disegnatore,
scultore.
Ardizi Nicola
(Ingegnere; n. Pesaro, attivo nel 1740, m. Pesaro 22
settembre 1772). Di illustre famiglia pesarese, progettò la sistemazione del porto di Pesaro e in particolare del molo. Collaborò come disegnatore
all’iconografia del volume dedicato al porto di
Pesaro dall’Olivieri (➔).
Ardizio Curzio
(Letterato; n. Pesaro XVI secolo). Rimatore e letterato alla corte dei duchi di Mantova, fu anche pittore e forse fece un ritratto del suo amico Torquato
Tasso.
Arduini Girolamo I e II
(Architetti, attivi a Pesaro rispettivamente nel 1574
e 1680 ca.). Cavaliere il primo, citato da Ludovico
44
1552). Laureatosi in medicina a Padova nel 1499 si
trasferì subito a Roma fino al famoso “sacco” del
1527, allorché fece ritorno nella città natale. Nel
1531 era alla corte di Urbino, e nel 1534 ad Ancona.
Il suo vero nome era Salvatico, nome che abbandonò nel periodo romano, assumendo quello di
Arsilli. La più celebre composizione poetica
dell’Arsilli è il De poetis urbanis (1524), in cui vengono elencati circa duecento poeti umanisti viventi a Roma dall’inizio del secolo XVI. Egli scrisse
anche un Helvetiados liber, composizione poetica
sulla battaglia di Novara del 1513 vinta dagli svizzeri. Sono suoi anche due libri di Praedictiones mediche, rimaneggiamento dei pronostica di Ippocrate.
Scrisse inoltre un trattato sulla pesca, Piscatio, dedicato a Guidobaldo II. Compose anche numerosi
versi d’amore per una certa Parmilla di Senigallia
da lui amata. Mentre era a Roma, dove dimorò per
lungo tempo, esercitò anche l’arte medica. A Roma
strinse amicizia con Sebastiano del Piombo il quale
gli fece un ritratto (1522-25).
alla sua attività. Nel 1920 sposa Giuseppina
Leonardi, figlia di un anarchico, conosciuta nel
1913 e il rito civile gli costa anche la scomunica, dal
momento che non aveva mai rinunciato ai voti. I
più di tremila volumi da lui raccolti per la biblioteca circolante sono attualmente conservati presso la
biblioteca comunale di San Bendetto del Tronto.
Armaroli Leopoldo
(Giurista, uomo politico; n. Macerata 4 maggio
1766, m. Appignano, Macerata, 9 giugno 1843). Si
laureò in diritto civile ed economico nel 1786 a
Macerata. Dopo aver esercitato l’avvocatura per
quasi dieci anni, nel 1794 ebbe la cattedra di diritto civile nella stessa città. Ritornato a Macerata
dopo un breve soggiorno a Roma, fu nominato
presidente
del
tribunale
criminale
del
Dipartimento del Musone (1798). Criticò molto il
famigerato sistema giudiziario dello stato pontificio, rilevandone le ingiustizie e le crudeltà. Dopo
l’annessione delle Marche al Regno Italico, nel
1808 l’Armaroli fu nominato presidente della corte
di giustizia civile criminale del Dipartimento del
Tronto. L’anno dopo fu fatto senatore del
Dipartimento del Musone. Caduto il sistema napoleonico, egli si ritirò nel 1815 nella sua villa di
Appignano. Ma nel 1831, dopo lo scoppio della
rivoluzione, ritornò alla ribalta politica.
Artesi Domenico
(Politico; n. Amandola, Ascoli Piceno, 1858, m.
Amandola 1928). Entrò nel 1870 nel seminario di
Fermo e completò gli studi nel seminario Pio di
Roma, dove fu ordinato sacerdote nel 1882.
Tornato a Fermo, dopo aver conseguito le lauree in
teologia e in diritto canonico, insegnò teologia nel
seminario e nel 1890 fu nominato provicario generale. Fondò nel 1897 il battagliero settimanale “La
voce delle Marche”, che diresse fino al 1907. Dal
1896 al 1907 fu l’animatore del movimento cattolico a Fermo e uno dei più attivi esponenti di quello
marchigiano. Negli stessi anni promosse a Fermo e
in altri centri banche popolari, casse rurali e società operaie di mutuo soccorso.
Armellini Mariano
(Predicatore, erudito; n. Ancona 10 dicembre 1662,
m. San Feliciano di Foligno 4 maggio 1737). Nel
1688, vestì l’abito benedettino in San Paolo fuori le
mura. Compì gli studi filosofici e teologici a
Montecassino, dopo di che insegnò a Pavia e a
Firenze e qui strinse amicizia con Antonio
Magliabecchi. Si diede poi alla predicazione sin dal
1722. Nel 1723 fu eletto abate di Sant’Eugenio in
Mantova e poi di San Pietro in Assisi e infine, nel
1731, del monastero del suo ordine in Siena e a
Foligno. Viaggiò molto per visitare biblioteche e
consultare manoscritti. Scrisse la Bibliotheca benedectina cassinensis (1732), opera molto importante
per la storia della sua congregazione, nonché
Adtitiones et correctiones (1735).
Arzeni Bruno
(Traduttore, poeta; n. Corridonia 1905, m.
Macerata 1954). Dopo aver frequentato le scuole ed
ssersi laureato a Roma, insieme a Lino Liviabella
(➔), cui rimase legato da profonda amicizia per
tutta la vita, divenne allievo prediletto del grande
germanista Giuseppe Gabetti, con il quale si laureò
con una tesi su F. Hölderlin ottenendo, nel 1933,
una borsa di studio per l’Università di Monaco di
Baviera. Chiamato a insegnare all’Università di
Erlangen (Norimberga) e poi, nel 1935, all’Università di Monaco di Baviera come docente di letteratura italiana si sposò in Germania con Helga
Steinmeyer. A causa di una grave malattia dovette
però fare ritorno a Macerata dove si dedicò prevalentemente all’attività di traduttore. Tradusse per
la casa editrice Bruckmann di Monaco Pirandello,
Panzini (➔), Tombari e altri scrittori italiani. Scrisse
una biografia di Thomas Mann e la traduzione di
alcune sue opere maggiori. Per la Santoni di
Firenze tradusse infine numerose opere di Goethe,
Alcuni dei suoi versi originali sono stati raccolti
nella raccolta L’orma (1966).
Arrigoni vedi Laurentini Giovanni
Arsilli Benedetto
(Drammaturgo; n. Senigallia 8 agosto 1608). Fu
noto soprattutto come autore drammatico.
Acquistò, infatti, grande fama ancor giovanissimo,
scrivendo numerose opere tra le quali: Le meraviglie
d’amore, commedia in prosa che ebbe due edizioni
(Perugia, presso Pietro Tommasi, 1626 e 1628); una
tragedia in versi sciolti intitolata Anna Bolena e due
composizioni drammatiche: Gli scherzi di Venere e
La gabbia degli stolti.
Arsilli (Salvatico) Francesco
(Medico, poeta; n. Senigallia 1475 ca., m. Senigallia
45
Leopoldo Armaroli
Francesco Arsilli (Salvatico)
46
medico romano suo contemporaneo ed amico, che
fu pubblicata in due volumi a Ginevra nel 1718.
Ascani Giovanni Andrea
(Scultore; n. Fossombrone, Pesaro, sec. XVIII).
Eseguì fra il 1756 e il 1767 completandolo il rivestimento della parte superiore della facciata di San
Nicolò a Tolentino iniziata, a suo tempo,
dall’Orlandi.
Astenio Lorenzo
(Erudito; n. Macerata Feltria tra il 1435 e il 1440, m.
Fano 1508). Dopo aver compiuto i primi studi di
retorica nella città natale, nel 1472, già noto come
erudito, andò a Cagli come scriba di Girolamo
Riario e contemporaneamente svolse attività di
editore per la tipografia di Roberto da Fano e di
Bernardino da Bergamo. I testi da lui curati dimostrano un gusto filologico sorvegliato e puntiglioso. Nel 1476 si trasferisce a Urbino come bibliotecario di Guidobaldo da Montefeltro (➔). Nel 1490 è a
Rimini come maestro di Pandolfo e Carlo Malatesta. Qui compila un importante dizionario storico-geografico di tutte le città del mondo (già iniziato a Urbino), che si conserva manoscritto nella
Biblioteca Vaticana.
Asclepi Giuseppe
(Astronomo, scienziato; n. Macerata 1706, m.
Roma 1776). Nel 1721, dopo aver studiato nel collegio illirico di Loreto, entrò nella Compagnia di
Gesù. Insegnò a Roma grammatica e retorica, poi
fu lettore di filosofia a Perugia e insegnò matematica e fisica a Siena. Dal 1759 sostituì il Boskovich
al Collegio romano. Tornato nel 1773 a Macerata
per un breve periodo, si trasferì poi definitivamente a Roma, ove nel 1776 morì. L’Asclepi è considerato il progenitore della teoria della tensione dei
vapori saturi e non saturi e fra i primi che raccolsero osservazioni barometriche di luoghi diversi.
Atanagi Dionigi
(Letterato; n. Cagli 1504, m. Venezia 1573). Fu uno
dei più celebri letterati del XVI secolo. Terminati
gli studi in patria andò a Roma nel 1532, dove
rimase fino al 1540, frequentando l’Accademia
della Virtù fondata da Claudio Tolomei in casa di
Francesco Colonna. Fu poi a Macerata, ancora a
Roma (dove entrò nell’Accademia dello Sdegno),
ancora a Cagli nel 1557. Di qui fu chiamato dal
duca di Urbino con l’incarico di rivedere l’Amadigi
di Bernardo Tasso, che frequentava la corte urbinate, cosa che l’Atanagi fece, ponendo la propria residenza a Pesaro, curandone l’edizione che fu stampata a Venezia nel 1560. Morì per una ferita infertagli sembra da un suo collaboratore, Mercurio
Concorreggio, che era il vero traduttore dell’opera
Il libro degli uomini illustri di Gaio Plinio Cecilio
(Venezia 1562). Tra le sue opere: Versi e rime, lettere a personalità illustri del suo tempo, sonetti, ecc.
Asdrubali Francesco
(Medico, ostetrico; n. Loreto 4 ottobre 1756, m.
Roma 7 luglio 1832). Studiò medicina nell’ateneo
romano e a Parigi dimostrando presto grande interesse per l’ostetricia. Fu professore di Ostetricia
nell’Archiginnasio della Sapienza a Roma e per
quarant’anni all’ospedale di S. Rocco in Roma.
Tant’è vero che Pio VI (Angelo Braschi) pensò di
fondare nel 1786 per lui a Roma una cattedra di
ostetricia separata da quella di chirurgia. A tale
scopo l’Asdrubali fu inviato a Parigi per perfezionarsi in tale materia con Alphons Le Roy e con il
Baudelocque (1786). Ritornato a Roma ottenne la
cattedra alla Sapienza in questa disciplina. Fu
socio del collegio medico, direttore della clinica di
maternità, nonché membro delle Accademie mediche di Bruxelles, di Napoli e di Perugia. Ideò le forbici “embriotomiche” che portano il suo nome e
che fanno ancora parte dello strumentario ostetrico. Tra le sue opere ricordiamo la più importante: il
Trattato completo di ostetricia teorica e pratica in cinque volumi (1795-1812).
Atanagi Monaldo
(Buffone di corte; n. Cagli, m. dopo 1564). Fratello
di Dionigi (➔), era buffone di corte di Guidubaldo
II della Rovere (➔) e scrisse alcuni diari (dal 1555
al 1558, Biblioteca comunale Urbania) sulle abitudini e gli avvenimenti di corte, dove ricorda anche
il fratello. Fu a Parigi, alla corte estense e poi a
Fossombrone alla corte del cardinale Giulio della
rovere, infine accompagnò il duca a Venezia. I suoi
diari diedero origine a una moda che fu imitata in
seguito ed ebbero un certo successo. Fu anche cantante e clavicembalista.
Assalti Pietro
(Medico, matematico, orientalista, letterato; n.
Acquaviva Picena 23 giugno 1690, m. Roma 1731).
Figlio di Felice e Sofonisba Assalti compì gli studi
di retorica e di filosofia all’Università di Fermo
(istituita da Papa Bonifacio VIII) adottorandosi a
soli diciannove anni ed apprendendo anche diverse lingue. Con una grande preparazione umanistica venne mandato a Roma per perfezionarsi. Qui,
per concorso, fu aggregato fra i pubblici lettori
dell’Archiginnasio romano, e tra gli scrittori della
Biblioteca vaticana. Nel 1719 gli fu conferito anche
l’insegnamento di Anatomia e poi nel 1721 anche
quello di Botanica e medicina teorica. Oltre che ad
alcuni studi di medicina e a una teoria sulla funzione della milza, si dedicò a curare l’edizione delle
opere del Lancisi, (la Methallotheca) altro grande
Atti Ugo
(Santo; n. Serra S. Quirico, Ancona, 1230 o ’35, m.
Serragnaldo di Sassoferrato, forse 26 luglio 1273).
Figlio di Attorre ricco gentiluomo di Serra S.
Quirico. Ebbe un fratello maggiore di nome
Giuseppe (anche egli discepolo di S. Silvestro ➔) e
forse anche un secondo fratello di nome Enrico.
Giovanissimo viene mandato all’Università di
47
(Bologna), ove iniziò i suoi studi filosofici, in seguito compì gli studi di teologia e di diritto canonico a
Monte Oliveto Maggiore e a Roma. Trasferitosi a
Firenze, si dedicò con grande fervore agli studi della
fisica, con particolare riguardo ai fenomeni sismici.
Pubblicò, fra l’altro, interessanti studi sui terremoti
di Bologna (1779), della Calabria, della Sicilia (1783)
e dell’Umbria (1785), oltre ad altri pregevoli lavori
di carattere scientifico.
Bologna a completare gli studi di lettere e scienze
liberali. Da qui, interrotti gli studi per una forte
vocazione mistica e contro la volontà paterne,
abbandonò Bologna recandosi presso S. Silvestro
nel monastero di San Giovanni a Sassoferrato. Qui
completato il noviziato rimase per qualche tempo.
Andò quindi a Montegranaro per fondarvi un altro
monastero, e qui nel 1564 lo Statuto Comunale lo
proclamò fondatore del paese. Nel 1756 viene
annoverato ufficialmente fra i “beati”.
Aurispa Giovanni
(Umanista; n. Montefortino, m. 1459). Portò da
Costantinopoli diversi codici di Platone, Plutarco,
Sofocle ed Eschilo.
Atti Ungaro
(Uomo d’armi; Sassoferrato XIV secolo, notizie
fino al 1371). Fu uno degli esponenti di maggior
spicco della famiglia dei conti Atti che, a fasi alterne, ressero Sassoferrato per circa quattro secoli.
Nel 1346 Ungaro fu capitano di ventura a Firenze,
alleata di Perugia contro Arezzo. Nel 1349 difese
invano Sassoferrato contro i Malatesta. Nel 1351 fu
podestà a Pergola e tentò di impadronirsene, ma il
Bastardo di Pergola glielo impedì. Fece poi guerra
a Gubbio strappando la fortezza di Tiego tra
Scheggia e Pascilupo, che tenne per lungo tempo.
Quando il cardinale E. Albornoz riconquistò la
Marca per lo Stato della Chiesa, anche Sassoferrato
dovette cedere e Ungaro andò a prestare ubbidienza al cardinale a Orvieto. Nel 1358 aiutò l’Albornoz
a espugnare Forlì con l’aiuto anche delle milizie
dei Varano (➔), signori di Camerino. Come riconoscimento gli fu assegnato il Vicariato di
Sassoferrato per dieci anni, cioè fino al 1365. Alla
scadenza, Sassoferrato divenne libero comune e
Ungaro fu creato governatore di Roma.
Aurispa Livio
(Giurista, patriota; n. Macerata 26 giugno 1775, m.
Macerata 23 febbraio 1844). Nel 1788 si laureò in
giurisprudenza a Macerata, ottenendo l’anno dopo
la cattedra di istituzioni civili nella stessa
Università. Nel 1815 strinse relazioni con i carbonari, cooperando all’impresa di G. Murat. Nel 1820
divenne uno dei maggiori esponenti del movimento liberale di Macerata, e in seguito venne arrestato dietro delazione assieme ad altri cospiratori. Fu
portato a Roma e imprigionato a Castel Sant’Angelo insieme a G. Pasini, B. Ilari, A. Cellini e G.
Capanna. Nel novembre fu arrestato anche il figlio
Pirro. Nel 1821 fu condannato a sette anni di fortezza, da scontarsi nella Rocca di Civitacastellana.
Per ragioni di salute gli fu condonato un anno di
carcere e terminò la pena nel convento dei minori
osservanti di Cingoli. Ne uscì libero nel 1827. Dopo
la rivoluzione del ‘31 accettò l’incarico di governatore di San Severino, che però dovette lasciare in
seguito al ristabilimento del governo pontificio.
Attili Giuseppe
(Organaro; n. Ortezzano di Ascoli Piceno 14 marzo
1692, m. 10 dicembre 1779). Organaro attivo
nell’Ascolano e nel Fermano.
Aurispa Pirro
(Medico, patriota; n. Macerata 11 aprile 1799, m.
Macerata 4 novembre 1868). Figlio di Livio (➔), fu
patriota e cospiratore come il padre, e venne arrestato, scontando il carcere prima a Roma e poi a
Macerata. Nel 1822 si laureò in medicina a Bologna
e nel 1834 ottenne la cattedra di patologia generale
e medicina legale all’Università di Macerata. Nel
1848 fu tra i professori universitari di Macerata che
spinsero gli studenti a prendere le armi per la liberazione del lombardo-veneto. Ripristinato il governo pontificio, fu chiusa l’Università di Macerata
con la destituzione di tutti i professori. Nel 1851 gli
fu concesso di tornare a far parte del collegio medico-chirurgico della città. Durante l’epidemia di
colera del 1853, prestò assistenza attiva ai colerosi
delle province marchigiane. Nel 1856 pubblicò
l’opuscolo Sul colera pestilenziale, basato sulle osservazioni da lui fatte durante l’epidemia.
Augeni Orazio
(Medico, filosofo; n. Monte Santo, ora Potenza
Picena, 1527; m. forse Padova 1603). Figlio di Ludovico (nato a Potenza Picena nel XV sec.) anche
esso medico e professore di medicina pratica nonché archiatra di Clemente VII (Giulio dei Medici)
nell’anno 1523, studiò medicina a Camerino, a
Fermo e a Pisa come allievo di Giovanni Argentier
e in seguito a Ferrara e a Padova. Fu lettore di
Logica all’Università di Macerata per altri due anni
e di Medicina Teorica alla Sapienza di Roma per
oltre cinque anni. Passò poi a Torino come primario lettore di medicina nel 1580, indi si trasferì a
Pavia, dove per 16 anni fu lettore di Medicina
Pratica. Infine fu chiamato a Padova quale primario lettore di Medicina Teorica.
Augusti Francesco
(Fisico, filosofo; n. Senigallia sec. XVIII). Di nobile
famiglia fu scenziato e fisico di un certo valore, nonché filosofo e teologo. Vestì l’abito di monaco olivetano presso il Monastero di S. Michele in Bosco
Avena Renato
(Musicista, direttore d’orchestra; n. Ancona 9 ottobre 1870). È noto soprattutto come direttore d’orchestra, ma anche come compositore di canzoni
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Pirro e Livio Aurispa
Decio Azzolino
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degli undici cardinali che formarono il gruppo
detto “lo squadrone volante”, disposto a eleggere
solo chi fosse apparso più utile alla Chiesa. Si adoperò in modo particolare all’elezione del cardinale
Chigi (Alessandro VII), e così per altri conclavi da
dove uscirono papa Clemente IX, Clemente X e
Innocenzo XI. Sotto Clemente IX fu segretario di
Stato. Alessandro VII gli affidò la direzione degli
affari, molto dissestati, della regina Cristina di
Svezia, con la quale ebbe una fitta e importante
corrispondenza e relazione intima. Bello, colto,
brillante, amante dell’arte e collezionista, patrono
dei marchigiani a Roma, l’Azzolini seppe conquistarne il favore, diventandone erede universale.
popolari. Fu a capo dell’orchestra del Casinò
municipale di San Remo.
Azzi Tommaso
(Giurista; n. Fossombrone 1561, m. Fossombrone,
1611). Laureatosi in diritto, fu uditore alla Rota di
Macerata. Scrisse da giovane, nel 1583, l’opera De
ludo scacchorum in legali methodo tractatus, che dedicò al duca di Urbino Francesco Maria I (➔).
Azzolini (o Azzolino) Decio (senior)
(Cardinale; n. Fermo 1549 o 1550, m. Roma 9 ottobre 1587). Figlio di Pompeo (➔), visse solamente
trentotto anni. È uno dei componenti più importanti della famiglia Azzolino. Fu segretario particolare del cardinale Perretti, vescovo di Montalto, il
quale apprezzò tanto la sua fedeltà, le virtù e capacità di lavoro, che quando, nel 1585, fu eletto papa
con il nome di Sisto V (➔), lo volle come “segretario intimo”, cioè come suo più vicino collaboratore. Nel 1585 Sisto V lo nominò cardinale del titolo
di San Matteo di Merulana. Anche dopo aver ricevuto la porpora, egli rimase al fianco del pontefice,
assumendo interamente la direzione degli affari di
stato.
Azzolini Lorenzo
(Prelato, diplomatico; n. Fermo 1583, m. forse
Narni novembre 1632). Datosi alla vita ecclesiastica, visse molto tempo a Roma. Fu scelto da Urbano
VIII a segretario e consigliere di Stato. Il 17 gennaio 1630 fu eletto vescovo di Ripatransone, trasferito due anni dopo a Narni. Ebbe commenti lusinghieri come letterato da parte di G.V. Rossi e del
Crescimbeni (➔). La maggior parte delle sue rime
sono rimaste inedite. Postuma è la Satira contro la
lussuria (Venezia 1685), come anche il poemetto Il
cuore rinovato di Santa Caterina da Siena (Jesi 1646).
Azzolini Decio (junior)
(Cardinale; n. Fermo 11 aprile 1623, m. Roma 8 giugno 1689). Fu detto “junior” per distinguerlo dall’omonimo cardinale suo parente (➔). Il cardinale
Barberini lo introdusse come segretario presso G.
Panciroli che, diventato cardinale, lo ebbe come
suo conclavista nel conclave ove fu eletto papa
Innocenzo X (1644). Il nuovo papa lo favorì e, dopo
rapida carriera, fu da lui fatto cardinale a soli trentuno anni (1654). Morto Innocenzo X (1655), fu uno
Azzolino Pompeo
(Giurista, scrittore; n. Fermo 1495, m. forse 1551).
Figlio di Pierleone Azzolino, fu governatore di
Adria, ambasciatore della città di Fermo, avvocato
e scrittore. Della sua attività ci restano vari repertori giuridici e il manoscritto della sua opera di agronomia De terminis sive agrorum finibus.
50
B
provinciale a Mantova e a Ravenna, ove fu anche
segretario della Camera del Lavoro. Dopo la vittoria della sinistra rivoluzionaria al congresso di
Reggio Emilia (1912), fu incaricato alla direzione
dell’“Avanti”, organo del partito. Dal 1919 al ‘21 e
dal ‘24 al ‘29 fu deputato per l’Emilia. Nel 1921 fu
anche segretario del Psi. Nel ‘24 si pose all’opposizone del fascismo; non ebbe più così la possibilità
di intervenire in parlamento. Partecipò alla secessione dell’Aventino. Fra i suoi scritti ricordiamo: Il
diritto di proprietà e gli operai, Ferrara 1884; Cavallotti
e Costa, Milano 1887; La democrazia ferrarese dal 1882
al 1889, Mantova 1889; Mazzini e il socialismo,
Mantova 1893.
Bacchiani Alessandro
(Giornalista, saggista; n. Pesaro 22 ottobre 1869, m.
Roma). Fu allievo di Ernesto Monaci, di Giulio
Beloch e di Giuseppe della Vedova. È stato redattore della “Tribuna”, poi del “Giornale d’Italia”, del
“Piccolo” e della “Voce d’Italia”, trattando per lo
più temi di politica estera, coloniale e questioni
romane. Nel 1909 pubblicò un lavoro su Giovanni
da Verazzano e le sue scoperte nell’America Settentrionale. Scrisse inoltre un secondo saggio su I fratelli da Verazzano e l’eccidio di una spedizione (1926).
Fu consigliere della Reale Società Geografica
Italiana, socio della Deputazione Romana di Storia
Patria, presidente della Commissione Governatoriale per la toponomastica urbana.
Badaloni Nicola
(Medico e uomo politico; n. Recanati 2 dicembre
1854, m. Roma 1945). Fu medico illustre, autore di
apprezzati lavori di patologia, legato al servizio di
condotta tra i braccianti del Polesine a Trecenta.
Nel 1885-86 fu aiuto assistente alla Cattedra di
Materia Medica all’Università di Padova. Nello
stesso anno fu deputato socialista e nel 1920 fu
eletto senatore. Lottò anche dai banchi parlamentari contro le malattie sociali quali la pellagra e la
malaria, soprattutto del Polesine. Nel 1895 ottenne
all’Università di Perugia la libera docenza in
Patologia e Clinica Medica, poi a Siena la libera
docenza in Patologia Generale.
Bacci Andrea
(Medico, filosofo, naturalista; n. Sant’Elpidio 1524,
m. Roma 24 ottobre 1600). Studiò lettere a Matelica
sotto la guida di G. Paolo Perriberti. Compì in Siena gli studi filosofici e medicina. In medicina e filosofia ebbe a Roma maestro Modestino Casini (➔).
Nel 1551 esercitò la sua professione in Serra San
Quirico (Ancona). Poi si trasferì a Roma dove gli fu
amico e aiuto il cardinale Ascanio Colonna. Nel
1567 ottenne la cattedra di botanica e farmacologia
alla Sapienza, cattedra che conservò per tutta la
vita. Nel 1587 fu nominato archiatra di Sisto V (➔)
fino alla morte del pontefice. Fu un brillante studioso, un naturalista di vasta cultura, autore di
molte opere di idrologia, di farmacologia, di zoologia, di mineralogia e di storia che testimoniano
un’alta preparazione medico-biologica. Tra i suoi
scritti sono da ricordare quello intorno alla storia
di Roma antica De thermis, lacubus, fluminibus, balneis totius orbis libri VII (1571), che contiene preziose indicazioni sulla termoterapia e pregevoli disegni. Tra le opere di soggetto specificatamente
medico vanno ricordate: Tabula semplicium medicamentorum (1577) e De venenis et antidotis prolegomena (1586), nonché Tabula de Theriaca quae... (1582).
Enorme fama ebbe ai suoi tempi l’opera De naturali vinorum historia, de vinis Italiae et de conviviis antiquorum libri VII (1596). In essa si trovano acute
osservazioni e interessanti notizie sulle bevande
alcoliche in uso allora in Europa. Fra i suoi allievi
si ricorda Modestino Cassini (➔). Venne sepolto in
San Lorenzo in Lucina.
Badia Giuseppe Antonio
(Medico; n. Ancona 1695, m. Torino 1782). Esercitò
la medicina a Torino, ove gli fu conferita la cittadinanza. Nel 1729 fu chiamato a leggere la teorica
medica all’Università di Torino, e nel 1739 fu promosso alla cattedra primaria di medicina pratica.
Nel 1750 venne collocato a riposo con il titolo di
medico consulente di corte e poi, nel 1753, fu nominato medico personale del re. Secondo il De Renzi
fu il primo a dare notizia dell’esistenza del ferro
nel sangue. Dei suoi studi sulla composizione ematica trattò nell’opera Storia rara di un sangue cavato
col siero nero, ed esperienze sopra lo stesso, Parma
1722.
Baffi Giovan Battista
(Medico; n. Corinaldo, Ancona, sec. XVII, m.
Perugia 1750). Fu insigne e dotto medico, lettore di
medicina all’Università di Perugia. Pubblicò molte
opere fra le quali un eruditissimo volume su
Avicenna, che si conserva manoscritto nell’Università di Urbino.
Bacci Giovanni
(Giornalista, uomo politico; n. Belforte all’Isauro,
Pesaro, 1857, m. Milano 9 agosto 1928). Fu direttore della “Rivista” di Ferrara, del quotidiano
“Mentana” e della “Provincia di Mantova”. Nel
1903 entrò nel Partito Socialista e ne fu consigliere
Bagaloni Gilberto
(Editore; n. Ancona 21 febbraio 1920, m. Agugliano
51
Andrea Bacci
52
to di Bologna, nella quale città morì di apoplessia.
Come scrittore sono notevoli le Decisioni con l’indicazione coram Cerro.
1995). Iscritto all’albo dei giornalisti dal 1950,
Bagaloni inizia la sua attività come giornalista collaborando con “Il Tempo”. È stato il fondatore dell’ufficio stampa del Comune di Ancona, che ha
diretto fino al 1976. Nel 1972 comincia la sua attività di piccolo editore con l’antologia in due volumi
Scrittori marchigiani del Novecento, a cura di R.
Antognini, la prima raccolta dedicata alla letteratura dei marchigiani, iniziando un filone di studi e di
interessi vivo ancora oggi. L’attività editoriale
della Gilberto Bagaloni editore si protrae per
diversi anni con l’edizione di numerose pubblicazioni d’arte su Walter Piacesi, Orfeo Tamburi,
Georges Rouault, diversi autori marchigiani
(Francesco Scarabicchi, Giuseppe Brunamontini,
Duilio Scandali). È stato presidente del WWF delle
Marche e impegnato ambientalista, autore anche di
una monografia intitolata Le mani sull’ambiente,
edita in due edizioni. Nel 1990 ha ricevuto la
medaglia d’oro del Comune per la sua lunga carriera giornalistica.
Balami (famiglia)
Famiglia di musicisti. Gabriele (n. Pergola 1655,
m. Urbino, 11 marzo 1730) fu sacerdote, maestro di
cappella del duomo di Fano dal 1680 al 1682 e
direttore della cappella del duomo di Urbino dal
1684 al 1704 e dal 1711 alla morte. Compose l’opera Alidoro ovvero l’amore onesto compagno della fortuna (Ferrara 1700) e musica sacra. Bernardino, fratello di Gabriele (n. 1664, m. Urbino 21 luglio 1745),
entrò a far parte della cappella del duomo di
Urbino nel 1685 come cantore e violinista; nel 1699
fu nominato organista e vi rimase fino al 1730. Nel
1735 fu eletto maestro di cappella; nel 1737-38 maestro di cappella e organista; alla fine del 1738
lasciò, rimanendo organista, la direzione della cappella al figlio Domenico. Tommaso, fratello di
Gabriele e Tommaso, fu cantore e sopranista del
duomo di Urbino dal 1684 al 1687, quindi contraltista dal 1711.
Bagazzotti Camillo
(Pittore; n. Camerino, notizie dal 1535 al 1573).
Sembra abbia lavorato nel 1555 con Lorenzo Lotto
ai dipinti del coro della Casa di Loreto. Ci sono
pervenute di lui due opere firmate: una Madonna
del Rosario (1572), che si trova nella cappella del
Rosario della chiesa parrocchiale di Boschetto di
Gualdo Tadino, Perugia, e una Comunione di Santa
Lucia (1573), nella collegiata di Santa Maria
Maggiore a Spello, Perugia. Questa data del 1573 è
l’ultima certa che abbiamo del Begazzotti.
Baldantoni Giuseppe
(Liutaio; n. Ancona 19 marzo 1784, m. Ancona 5
gennaio 1873). Fu allievo di Girolamo Nappi che,
amante della liuteria, insegnava i suoi allievi anche
quest’arte. Il Baldantoni approfondì la tecnica
della liuteria studiando le Regole per la costruzione
de’ violini, viole, violoncelli e violoni di Antonio
Bagatella, Padova 1786. Elaborò in base alle sue
ricerche strumenti di buona fattura sullo schema
classico di Antonio Stradivari.
Baglioni Silvestro
(Fisiologo; n. Belmonte Piceno, Ancona, 30 dicembre 1876, m. Roma 30 luglio 1957). Figlio di agricoltori iniziò gli studi prima nel ginnasio di Montalto
Marche e poi nel liceo di Fermo. Nel 1902 si laureò
in Medicina e Chirurgia all’Università di Roma.
Dal 1902 al 1904 fu assistente del Prof. M. Werworn
all’università di Gottingen, e in Italia divenne aiuto
del gabinetto di fisiologia all’Università di Napoli.
Conseguita la docenza in fisiologia sperimentale
nel 1913 vinse la cattedra di fisiologia umana a
Sassari. Nel 1917 venne chiamato a dirigere
l’Istituto di fisiologia all’Università di Pavia, e nel
1918 successe alla cattedra di fisiologia tenuta dal
professore L. Luciani suo conterraneo (➔) all’Università di Roma.
Baldassarre da Fossombrone
(Letterato; n. Fossombrone XV secolo, m.
Mantova). Fu segretario e cancelliere del marchese
di Mantova Ludovico III. Venne imprigionato per
cause ignote e presto liberato per l’interessamento
di Jacopo Piccinino. Un incunabolo del 1475, stampato presso Severino da Ferrara, ci conserva la sua
unica opera: il Menzoniero o Bosadrello, raccolta in
cinquantasette sonetti caudati, composti a richiesta
dalla sposa di Ludovico, Barbara Hohenzollern.
Baldassarre Olimpo da Sassoferrato
vedi Olimpo da Sassoferrato
Baldassarri Aldo
(Giurista; n. Mondavio 1885). Fu professore di
diritto internazionale all’Università di Bari. Fra le
sue numerosissime opere scritte nel campo giuridico: La neutralizzazione, 1912; Il fondamento dell’estradizione, 1914; Gli effetti della naturalizzazione straniera del cittadino rispetto all’ordinamento giuridico italiano, 1928.
Bagni Francesco
(Teologo, filosofo, giureconsulto, oratore; vissuto a
Fano alla fine del XVII secolo, m. 1694). Nel 1670 fu
auditore della Legazione di Urbino sotto il cardinale Cerri, di cui era già stato aiutante di studio
nella rota romana. Fu poi vicario generale dello
stesso, quando divenne vescovo di Ferrara; nel
1681 protonotaio apostolico, canonico di Ferrara e
abate di Fossanuova. Dopo la morte del cardinal
Cerri, passò al servizio del cardinale Duranzi, lega-
Baldassini Girolamo
(Erudito; n. Jesi 8 novembre 1711, m. Jesi 2 febbraio 1780). Compì gli studi grammaticali e filosofici a
53
opere di vario argomento in rima e in prosa, dialoghi, poemetti didascalici, rime, opere geografiche,
ecc. Tuttora validi tra i suoi numerosi scritti le
Egloghe (1590), i Dialoghi scritti tra il 1580 e il ‘90, i
Quattro libri della nautica, dello stesso anno, poema
didascalico di fine fattura intorno all’arte di
costruire e di governare una nave, e una scelta di
Versi e prose ordinata e annotata in seguito da F.
Ugolini (➔) e da F.L. Polidori (Firenze 1859). Fu
anche rinomato architetto, anche se delle sue
opere è rimasta memoria solo della chiesa di Santa
Chiara in Urbino.
Jesi, poi gli studi giuridici ed esercitò l’avvocatura
a Roma. Si occupò di ricerche storiche ed erudite.
La sua opera principale è rappresentata dalle
Memorie istoriche dell’antichissima e regia città di Jesi
(Jesi 1765), con una copiosa appendice di documenti. È autore inoltre di una Collectanea Doctorum
Sacrae Rotae decisionum et Sacrae Congregationis Concilii Resolutionum ad Sacrum Concilium Tridentinum
(Jesi 1761); delle vite di alcuni beati e santi: B.
Mattia Nazzarei (Roma 1768), S. Serafino da Montegranaro (Jesi 1770), B. Gentile Finaguerra (Jesi 1771),
Servo di Dio P.F. Francesco Ripanti di Jesi (Roma 1774)
e di scritti vari di memorie ecclesiastiche.
Baldini Giovan Jacopo
(Medico, archiatra; n. Apiro, Macerata, 25 marzo
1581, m. Roma 1 febbraio 1656). Figlio di modestissima famiglia. Ottavio Barsi, signore del luogo, lo
mandò a sue spese a studiare prima a Roma e poi
a Padova, dove il 28 maggio del 1603, a soli ventidue anni, ottenne a pieni voti la laurea in filosofia
e medicina. Per lungo periodo esercitò la professione di medico ad Apiro dove fu anche Confaloniere;
in seguito si trasferì a Corinaldo, dove fu molto
apprezzato dal Card. Giustiniani che lo chiamò a
Roma come suo medico personale e del Cardinale
Scipione Borghese che guarì da grave malattia.
Salvò anche la vita al pontefice Urbano VIII
(Maffeo Barberini) che lo nominò suo archiatra
(1623) e membro del Collegio dei medici di corte.
Nel 1644 fu archiatra anche di Innocenzo X
(Giovan Battista Pamphili 1644) e nel 1655 di
Alessandro VII (Fabio Chigi). Diventò molto ricco,
con i suoi lasciti venne costruita la Collegiata di S.
Urbano.
Baldassini Tommaso
(Erudito; n. Jesi 19 ottobre 1635, m. Jesi 15 aprile
1703). Nel 1661 entrò nella Congregazione
dell’Oratorio. Fu iscritto all’accademia jesina dei
Riverenti. Fu uomo pio, erudito e buon poeta. La
sua fatica principale sono le Notizie istoriche della
regia città di Jesi (Jesi 1703), stampate mentre l’autore moriva e non riusciva a rivederle. Il Lancellotti
gli attribuisce alcuni conmponimenti drammatici,
molte liriche e tragedie tra cui l’Armenia convertita.
Pubblicò inoltre quattro vite: Vita di monsignor
Lorenzo Cibo de’ Principi di Massa (Roma 1690), Vita
della serva di Dio suor Maria Felice Spinelli (Bologna
1692), Vita del servo di Dio P. Giovanni Battista
Magnani (Jesi 1681), Vita della Ven. serva di Dio suor
Alessandra Sabina da Roccacontrada (Senigallia 1696
e Jesi 1733).
Baldi Bernardino
(Poeta, scienziato, storiografo, architetto; n.
Urbino 5 giugno 1553, m. Urbino 10 ottobre 1617).
Per la sua mente poliedrica fu chiamato il
“Varrone” del suo tempo. Apprese il primi elementi di greco e latino alla scuola dell’umanista
urbinate Giannantonio Turoneo e fece gli studi
matematici sotto la guida del celebre Federico
Commandino (➔). Nel 1573 s’iscrisse alla facoltà
di medicina a Padova e successivamente alla
facoltà di logica e filosofia. Nel 1580 è a Mantova
dai Gonzaga; nel 1586 a Roma, che gli ispirò la sua
opera lirica forse più originale: i Sonetti romani,
pubblicati in Versi e prose nel 1590. Abate, segretario e storico del duca di Urbino, fu amico di
Marcantonio Vergili e della poetessa Laura
Battiferri (➔). Scrisse una poderosa opera, Vite de’
matematici, riassunta poi in una Cronica contenente le biografie di duecentodue matematici dell’antichità, del medioevo, fino al suo contemporaneo
Cristoforo Clavio; è quindi considerato il primo
storico della scienza in epoca moderna. La sua biografia di Copernico è la più antica fra quelle pervenuteci, data al 1588, e riporta notizie inedite. Tra
le sue opere storico-letterarie più salienti Vita e
fatti di Federico da Montefeltro duca di Urbino e quella di Guidobaldo di Urbino. Fu poliglotta e compose
grammatiche e vocabolari in varie lingue (arabo,
persiano, ungherese, ecc.). Scrisse inoltre altre
Balducci Antonio
(Violinista; n. Senigallia 18 novembre 1815, m.
Senigallia 6 marzo 1842). Allievo del violinista
bolognese Giovanni Gotti e poi primo violino in
reputatissime orchestre. Nel 1838 diresse nella sua
città l’opera Il Furioso di G. Donizzetti. Nel 1834 il
comune di Città di Castello lo nominò Maestro di
strumenti ad area. Morì giovanissimo a soli ventisette anni di tisi. Fra le sue composizioni più pregiate un Gran Pot-purrì dedicato a Vincenzo Monti,
edito da Ricordi.
Balducci Giuseppe
(Compositore; n. Jesi 2 maggio 1796, m. Bologna).
Fu allievo dello Zingarelli a Napoli e attivo specialmente in questa città. Alla Biblioteca dell’Accademia Filarmonica di Bologna è conservata una sua
biografia manoscritta. Della sua attività di compositore si ricordano specialmente opere liriche tra le
quali: Il sospetto funesto (1820), L’amante virtuoso
(1823), Le nozze di Don Desiderio (1823), Riccardo
l’intrepido (1926), Le streghe di Benevento (1837),
Bianca Turenga (1838), Il conte di Marsico (1839).
Baligani Tano
(Uomo d’armi; n. Jesi seconda metà XVII secolo, m.
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Bambozzi Benvenuto
(Venerabile; n. Abbadia di Osimo 1809, m. Osimo
1875). Detto “Bambozzetto”, divenne conventuale
nel 1833. Condusse una vita ascetica e di penitenza. Fu a Urbino, Camerano, Fratterosse e Osimo. È
autore di Riflessioni, Metodo di vita religiosa e La perfezione cristiana. I suoi resti furono trasportati nel
1903 dal cimitero maggiore alla Basilica di S.
Giuseppe da Copertino.
8 marzo 1328). Fu prima ghibellino e poi guelfo.
Nel 1306 alleato di Pandolfo (➔) e Ferrantino Malatesta nella lotta fra Fabriano e Jesi. Occupa
Senigallia, Fano e Pesaro, assediando invano Jesi.
Baligani e i Malatesta furono sconfitti ed egli catturato e poi liberato dai suoi stessi concittadini.
Nel 1321 lo troviamo, ormai guelfo, in lotta contro
i ghibellini della Marca, e tre anni dopo all’assedio di Jesi, divenuta ghibellina, assedio che, con
l’aiuto degli anconetani, portò felicemente a termine. Divenne così Signore di Jesi. Nel 1328, visti
vani i tentativi di sconfiggerlo, il capo dei ghibellini, Nicolò Boscareti, chiese aiuto a Ludovico il
Bavaro che inviò grandi forze al comando di
Giovanni Chiaramonte di Sicilia. Jesi, assalita,
venne occupata nonostante la strenua difesa. Il
Baligani venne decapitato l’8 marzo del 1328, non
perché guelfo, ma per aver tramato contro le istituzioni di Firenze, che poco prima lo aveva prescelto quale capitano.
Bandini Cornelio
(Uomo d’armi; n. Camerino XV secolo, m. Asti
1545). Condottiero di Rodolfo da Varano (➔), con il
quale fece la campagna di Casalmaggiore catturando prigioniero il capitano Pallavicino. Fu conte
palatino e famigliare di Pietro Strozzi. Combatté
anche contro i fuorusciti fiorentini a Montemurlo.
Bandini Melchiorre
(Militare; n. Camerino inizi 1400, m. 1473). Di famiglia senese stabilitasi a Camerino alla fine del XIII
secolo, fu cavaliere gerosolimitano e cancelliere
dell’ordine, ha fondato in Puglia la città di
Maruggio.
Balsamino Pietro Simone
(Musicista; n. Urbino 1554 ca., m. Venezia prima
metà XVII secolo). Fu compositore, cantore e suonatore. Dopo essere rimasto alcuni anni al servizio del duca di Urbino Francesco Maria II della
Rovere (➔), nel 1594 fu maestro di cappella nel
duomo di Venezia. Durante la permanenza a
Venezia si dedicò alla composizione e pubblicò
Novellette a sei voci, comprendente venti canzoni
pubblicate nel 1594 per l’editore Riccardo
Amadino. La prefazione di quest’opera decanta i
pregi di un nuovo strumento a corde da lui stesso
inventato, chiamato Cetarissima. Aveva corde
disposte in sette ordini, veniva suonato con il pollice e una penna sorretta dall’indice e dal medio,
e aveva un timbro dolcissimo e la possibilità di
esecuzione all’ottava sopra e alla quarta sopra
l’ottava. Lo strumento si prestava a effetti nuovi
di grande efficacia espressiva, soprattutto nel
madrigale e ottenne una discreta fama. Nel 1596 il
Balsamino pubblicò, sempre a Venezia, per l’editore Niccolò Moretto, una tragicommedia dal titolo La perla in rima libera.
Barbaresi Sante
(Politico; n. Castelvecchio di Pesaro 1887). Studiò
all’Università di Roma laureandosi in legge. Nel
1913 iniziò a Pesaro la sua professione. Aderì al
Partito socialista e divenne presto segretario della
federazione pesarese. Dal 1920 fu direttore del
giornale “Il Progresso”, che si muoveva sulla linea
del massimalismo e con le istanze più rivoluzionarie. Barbaresi però ruppe ben presto con la la linea
massimalista dominante nel partito, accusandola
di verbosità e di elettoralismo. A Livorno, nel gennaio del ’21, fu tra i fondatori del PCdI. Il mese successivo viene nominato segretario della federazione provinciale di Pesaro-Urbino del PCdI, carica
che ricoprì fino alla metà del ‘22. Nel frattempo
diresse anche “Il progresso comunista” e, una volta
sciolto, “Bandiera rossa”, con sede a Fano, con
l’ausilio attivo della moglie Adele. Nel 1921, e
ancora nel 1924, fu candidato alle elezioni politiche
ma non fu eletto.
Bambini Eustachio
(Musicista; n. Pesaro 1697, m. Pesaro 1770). Fu
maestro di cappella, prima a Cortona (1723-28), poi
a Pesaro (1728-31). Nel 1745 si trasferì a Milano
dove divenne impresario del teatro Ducale, acquistandosi molti meriti per capacità organizzativa e
per dignità artistica. Nel 1750 gli fu affidata la direzione del teatro e l’incarico di diffondere in Francia
l’opera buffa italiana. Nel 1752 giunse a Parigi in
occasione della riapertura del teatro dell’Opera
Comique. Nell’agosto del ‘52 la sua compagnia
esordì nel celebre teatro con La serva padrona di G.B.
Pergolesi (➔), dove si esibì la famosa cantante
Anna Tonelli divenuta poi sua moglie. Anche il
figlio Felice (n. Pesaro 1727 ca., m. Parigi) fu compositore e pianista.
Barbarino (Barberino) Bartolomeo
(detto il Pesarino)
(Compositore, organista, poeta; n. Fabriano 1565
ca., m. poco dopo il 1617). Fu organista, poeta e
compositore. È ricordato come uno dei primi
autori di monodie accompagnate. Dal 1593 al
1594 fu contraltista nella cappella della Santa
Casa di Loreto, quindi musico presso monsignor
Giovanni della Rovere dal 1602 al 1605. Dal 1602
fu organista nel duomo di Pesaro e in seguito
musico del vescovo di Padova. Probabilmente fu
anche al servizio del duca di Urbino. Morì probabilmente dopo il 1617 in località non conosciuta.
Ci sono pervenute numerose sue composizioni;
tra queste cinque libri di Madrigali per cantare
55
Benvenuto Bambozzi
Bruno Barilli
56
Rovere (➔), condusse un’apprezzata attività di
ambasciatore. Nell’estate del 1558 è a Firenze presso
il duca Cosimo I de’ Medici, l’anno successivo compie un’ambasceria a Roma, ove si sta celebrando il
conclave in seguito alla morte di Paolo IV. Nel luglio
del 1570 si intensificano le incursioni ottomane nel
Mediterraneo e Barignani assiste a Venezia alle trattative per la costituzione di una lega tra la repubblica veneta, Pio V e Filippo di Spagna. Ma gli interessi del Ducato d’Urbino riconducono il Barignani di
nuovo a Firenze nel 1573 per una delle ultime missioni in nome di Guidobaldo, che morirà poco
dopo. Nel 1574 chiede udienza a papa Gregorio XIII
in qualità di segretario del nuovo signore Francesco
Maria II della Rovere (➔). Due opuscoli latini autografi si conservano manoscritti nella biblioteca
Oliveriana di Pesaro. Il primo, in forma di racconto,
è intitolato Amorum libellus ed è diviso in due parti:
De principio amoris e De amore eius litterario; il secondo ha per titolo De sceleribus quae in bello patrantur ed
è scritto in forma di dialogo. Dal diario di Francesco
Maria II della Rovere si ha notizia di una commedia
composta dal Barignani e recitata a corte nel 1589, di
cui non si è sinora trovata traccia. L’opera di più
vasto interesse è comunque un poema in esametri
latini dal titolo mitologico Gigantomachia. L’opera fu
composta attorno al 1550 con chiari intenti encomiastici nei confronti di Guidobaldo II ed ha per soggetto una battaglia ingaggiata dai titani e dai giganti
contro Giove per il predominio dell’Olimpo.
sopra il chitarrone o altri strumenti da una sola voce
(Venezia, Amadino 1606-1614), un libro di
Canzonette a una e due voci (Venezia, Amadino
1616) e due libri di Mottetti.
Barbetta Carlo
(Drammaturgo; n. Senigallia XVII sec.). Nel 1647
scrisse il dramma l’Amorosa libertà, lavoro musicato
poi dal maestro Francesco Ferrari, dedicato al
poeta latino Giacomo Giuseppe Baviera, pubblicato in Macerata, presso Filippo Carnacci, a cura del
senigalliese Giacomo Moresi.
Barboni Leonida
(Cineasta; n. Fiuminata 1909, m. 1970). È stato un
importante direttore della fotografia cinematografica italiana, vincitore di diversi “Nastri d’argento”. Ha lavorato con Bolognini, Lizzani, de Filippo,
Castellani, Zampa, Monicelli, Risi, Blasetti, De Sica
e Germi.
Barboni Tito
(Politico; n. Fiuminata, Macerata, 14 aprile 1872, m.
Milano 1940). Laureatosi in lettere e in legge, insegnò al liceo di Camerino, dove si avvicinò alle idee
socialiste. Con più aperto impegno negli anni a
cavallo del secolo divenne direttore dell’“Aurora”,
organo della federazione socialista di Urbino e
Cagli, e fu tra i maggiori organizzatori e propagandisti nelle campagne marchigiane. Colpito da una
grave condanna politica, nel 1902 fu costretto a
rifugiarsi in Svizzera, a Losanna, e poi a Bellinzona, dove sostituì Serrati nella segreteria del Psi
in Svizzera e dove divenne direttore de “L’avvenire del lavoratore”, organo dell’organizzazione
politica degli emigranti italiani. Divenuto amico di
Mussolini, appoggiò l’interventismo come necessità rivoluzionaria, con articoli su “Utopia” e su “Il
popolo d’Italia”. Nel 1915 pubblicò a sue spese il
saggio Internazionalismo o nazionalismo di classe? che
gli diede una certa fama, anche perché aspramente
criticato da Lenin.
Barignani Pietro
(Poeta, letterato; n. Pesaro fine 1400, m. 1440-50).
Tipica figura di poeta e cortigiano cinquecentesco,
il Barignani fu in rapporto di amicizia con molti
scrittori del tempo. S’interessò alle dispute sulla
lingua, prese parte attiva alla vita letteraria delle
corti di Pesaro e Urbino e di quella papale. Fu in
rapporto con Giovanni Sforza, signore di Pesaro,
con Guidobaldo da Montefeltro (➔) e con il suo
successore Francesco Maria della Rovere (➔).
Conobbe Pietro Bembo, nonché il poeta milanese
Renato Trivulzio e inoltre Gianfrancesco Valerio, al
quale dedicò una serie di sonetti. Nel 1516 è a
Roma ove fa parte dell’Accademia Romana. Qui
non manca di celebrare le lodi di Leone X e di
Clemente VII. Tra le sue composizioni poetiche
ricordiamo Rime diverse di molti eccellentissimi autori, Venezia 1545, e I fiori delle rime dei poeti illustri,
Venezia 1558.
Barbalarga Benedetto
(Ingegnere; n. Osimo 1887, m. Osimo 1951).
Progettò tra l’altro la chiesa di San Sabino,
l’Ospizio Recanatesi, il fonte battesimale di S.
Palazia. Autore del poemetto La Battaja del porcu
(Osimo, 1924 e quattro successive edizioni) sotto lo
pseudonimo di “El fiu de Pietru”, nel quale canta
liberamente il fatto d’armi.
Barignani Silla
(Ingegnere militare; attivo a Pesaro 1600 ca., m.
Pesaro dopo il 1613). Gentiluomo del duca Francesco Maria II della rovere (➔), fu militare nelle
Fiandre, ingegnere e soprintendente del porto di
Pesaro.
Barignani Fabio
(Giurista, diplomatico; n. Pesaro 26 ottobre 1532, m.
Pesaro 6 dicembre 1584). Figlio di Alessandro e
nipote del più famoso Pietro (➔), poeta che si meritò una citazione nell’Orlando Furioso, Fabio
Barignani nacque a Pesaro, città nella quale i suoi
avi si erano trasferiti attorno alla metà del XV secolo da un castello del bresciano. Giurista e diplomatico a lungo al servizio di Guidobaldo II della
Barilatti Achille
(Martire della Resistenza; n. Ancona, m. Muccia,
Macerata, marzo 1944). Barilatti è uno dei più noti
57
di viaggio (da Parigi, Londra, Africa, Balcani,
Austria, Spagna, ecc.), tanto che lui stesso si definì
“viaggiatore volante”. Fu tra i primi in Italia a
intuire la grandezza di Stravinsky e il primo a
rileggere criticamente le opere verdiane. Con la
sua incendiata scrittura fu un geniale dissacratore
ed eversore delle idee crociane. Nel 1929 dette vita
a Roma alla rivista letteraria “La Ronda”, che
fondò a nome della sua profonda devozione a
Leopardi (➔). I suoi resoconti critici sono puro stimolo e pretesto alla sua estrosa immaginazione che
evoca, con intelligenza sempre folgorante e geniale e con una vivacità che spesso è dono poetico,
figure, paesaggi e prospettive di un allucinato
barocco. Questa specie di allucinaziona lirica, dove
ogni particolare realizzato è portato al limite del
surreale, è anche il carattere costante dei suoi libri
di viaggio (Il sole in trappola, 1941; Ricordi londinesi,
1955; Il viaggiatore volante, 1946; Lo stivale, pubblicato postumo, 1952). Tra i suoi numerosi scritti ricordiamo ancora: Delirama, Roma 1924; Il sorcio nel violino, 1926; Il paese del melodramma, 1931. Ma il suo
canto del cigno è forse il suo Capricci di un vegliardo, 1951, “pagine splendenti e nere di sdoppiamento allucinato” (Marco Vallora), in cui narra di se
stesso a braccetto con il suo scheletro. “Mastico la
coda della mia vita, sepolto in me stesso”. Bene
dice Montale: “nato dalla musica, torna a risolversi in musica”. Alcuni inediti del Barilli, per lo più
lettere e appunti, sono stati pubblicati a cura di
A.M. Ligi in “Paragone” nel 1952, “Il Mondo”
(1962) e in “Galleria” (1963). Einaudi ha pubblicato nel 1989 i suoi Taccuini inediti.
partigiani marchigiani, morto da eroe nella guerra
di Liberazione. Dopo l’8 settembre, prese contatto
con i patrioti locali e venne subito destinato al
comando partigiano di Montalto, Ascoli Piceno,
assumendo il nome di battaglia di Gilberto della
Valle. Nel marzo del 1944 fu catturato dai fascisti e
tenuto prigioniero nel palazzo Paparelli. Da lui si
volevano sapere i nomi dei capi partigiani suoi
compagni, ma egli, pur torturato, non parlò. Al
contrario offrì la sua vita in cambio di quella di
altri partigiani con lui imprigionati, che erano in
procinto di essere fucilati. Ma riuscì a salvarne
solamente cinque. Portato nei pressi di Muccia,
venne fucilato.
Barili Lorenzo
(Cardinale, scrittore, patriota; n. Ancona 1801, m.
Ancona 1875). Laureato in teologia con tanto
splendore che papa Leone XII volle conferirgli
un’annua pensione. Consacrato sacerdote (1827),
resse la cattedra di logica e metafisica nel seminario di Ancona e successivamente vi assunse la carica di prefetto. Mantenne compromettente corrispondenza con l’abate Petrocchi, arrestato nel ‘31,
e combatté energicamente le teorie del Lamennais.
Caduto in disgrazia, dovette rinunciare alla cattedra (1834) e, lasciato l’ufficio di ginnasiarca, fu
nominato direttore della Biblioteca civica di
Ancona (1836-1850). Uditore del cardinale Di
Pietro, nunzio a Napoli e a Lisbona (1842-43),
cameriere segretario presso la regina di Portogallo
(1846). Vicario di Ancona del cardinale Cadolini
(1848 ➔), designato deputato presso il maresciallo
austriaco Winpffen durante la difesa di Ancona nel
1849. Fu delegato apostolico nei paesi dell’America
del sud (1851-56), nunzio a Madrid (1856), arcivescovo di Tiana (1857).
Barlocci Giovanni
(Librettista; n. Montefiore, Ascoli Piceno, seconda
metà XVII secolo). Nel 1690 entrò nell’Arcadia di
Roma, ove fece parte anche delle Accademie dei
Quirini e degli Infecondi. Prese forse gli ordini
minori. Fu autore di molti libretti per musica, alcuni assai fortunati, messi in scena varie volte in tutta
Italia. Il primo che possiamo attribuirgli con certezza è l’Oreste, rappresentato a Roma nel 1722 con
musica di Benedetto Micheli. Del 1728 è La finta
cameriera, musicata dal napoletano Gaetano Latilla.
Tale libretto divenne La giardiniera contesa e poi La
nobiltà immaginaria, ed ebbe uno strepitoso successo venendo rappresentato a Vienna, Londra, Parigi
e in tutte le maggiori città italiane (fu anche tradotta in tedesco). La musica dell’edizione tedesca è di
Baldassarre Galuppi. Il Barlocci scrisse poi Madama
Ciana, musicata dal Latilla e rappresentata a Roma
nel 1738. Anch’essa cambiò titolo divenendo
Donna Marzia e poi L’ambizione delusa. Gli vengono
attribuiti ancora due libretti: La commedia in commedia e La libertà nociva, musicati da Rinaldo di
Capua. Il primo fu rappresentato a Roma nel 1738,
poi a Venezia nel 1749 e infine a Milano nel 1774
con il nuovo titolo L’ambizione delusa. Il secondo
venne rappresentato a Roma nel 1740 e replicato
poi a Firenze e a Venezia.
Barilli Bruno
(Letterato, giornalista, musicista; n. Fano 14 dicembre 1880, m. Roma 15 aprile 1952). Era deciso a
diventare un grande compositore e per questo studiò composizione prima al Conservatorio di
Parma, avendo come maestro il Righi, poi, dal
1901, a Monaco di Baviera con il celebre direttore
Felix Mottle. Da vecchio confesserà: “la letteratura
non è per me che un incidente che dura da quarant’anni”. Tornato in Italia nel 1910, si dedicò soprattutto alla critica musicale, scrivendo saggi estrosi e
caustici che gli procurarono grande fama. In questo periodo compose due opere: Medusa (Milano
1910) ed Emiral (Roma 1915), in stile verista (Fedele
d’Amico). Collaborò come corrispondente di guerra al “Corriere della Sera” (1914) e al “Resto del
Carlino” (1915). Sempre nel campo della critica
musicale collaborò con la “Concordia di Roma”,
con il “Tempo” (1917-22) e al “Corriere Italiano”
(1923-24), nonché con “La Gazzetta del Popolo”,
“Il Popolo di Roma”, “Il tempo illustrato”, “Il
risorgimento liberale”, “L’Unità”, alternando ad
articoli di critica musicale scritti e corrispondenze
58
(Galleria Borghese a Roma), Enea che fugge da Troia
(sempre alla Borghese), il Commiato di Gesù dalla
Madre (Chantilly), La vocazione di Sant’Andrea
(Bruxelles), L’Assunta (Dresda), L’Annunciazione
(1582-84, alla Pinacoteca Vaticana), sempre alla
Vaticana, notevole per il suo pathos religioso, la
Beata Michelina (1606), e L’incontro di Cristo con la
Maddalena (Galleria degli Uffizi, Firenze). Eseguì
inoltre una decina di ritratti, quasi tutti per i duchi
di Urbino. Il più noto quello di Francesco Maria
della Rovere agli Uffizi. Grande originalità ebbero
i suoi sistemi d’incisione all’acquaforte detta a “più
riprese”. Tra le sue incisioni più note la Madonnella
fra le nubi, copiata poi da molti artisti, L’Annunciazione, Le stimmate e L’estasi di San Francesco.
Barnabò Guglielmo
(Attore; n. Ancona 11 maggio 1891, m. Ancona 31
maggio 1954). Dopo aver intrapreso gli studi in
legge Barnabò a ventisei anni ha il suo battesimo
del fuoco sul palcoscenico di un teatro di Como
recitando nella compagnia di Annibale Ninchi (➔).
In seguito lavora con Alda Borelli, Maria Melato,
M. Abba, S. Tofano e T. Eliseo, impegnato soprattutto nel ruolo di caratterista comico partecipa
anche a compagnie di rivista. Dalla metà degli anni
Venti inizia a lavorare nel cinema, a cui alterna l’attività teatrale, recitando in circa ottanta film, venti
dei quali nel biennio ‘42/’43. Fra le sue interpretazioni cinematografiche, nel ruolo a lui più congeniale del “burbero buono” e dell’uomo duro ma
probo, sono da ricordare: La bellezza del mondo
(1926), Passaporto rosso (1935), Scipione l’Africano
(1937), Maddalena zero in condotta (1940), Teresa
Venerdì (1941), I nostri sogni (1943), Fabiola (1949),
Miracolo a Milano (1951) di Vittorio De Sica, Il nemico numero 1 (1953) e Pane amore e fantasia (1954) e La
bellezza del diavolo di Renè Clair.
Barocci Michele vedi Barozio Michele
Barocci Simone
(Scienziato; n. Urbino, m. Urbino 1608). Costruttore di strumenti scientifici e di orologi, fratello del
pittore Federico Barocci (➔), Simone è “figlio d’arte”. Il padre Ambrogio era un incisore che “lavorava di cavo e di rilievo modelli, sigilli et astrolabi”;
suo bisnonno, anch’egli Ambrogio, di professione
scultore, era giunto da Milano in occasione della
fabbrica del palazzo ducale, stabilendosi poi a
Urbino. Merito di Simone è di aver specializzato
nel settore della strumenteria l’attività del padre,
fondando a Urbino un’officina di strumenti scientifici; altro merito è di aver cresciuto un certo
numero di allievi tra cui Fabio Liera, Panezio
Panezi, Lorenzo Vagnarelli (➔); quest’ultimo assicurò la continuità dell’officina. Ciò è potuto avvenire anche grazie al vivace ambiente tecnico-scientifico che si era costituito ad Urbino nel secondo
Cinquecento; in collaborazione col matematico
Federico Commandino (➔) e con l’anatomista
Bartolomeo Eustachi (➔) Barocci realizza nel 1568
uno dei primi compassi di riduzione, strumento
per dividere i segmenti in qualsivoglia numero di
parti uguali. In seguito collabora con Guidobaldo
del Monte (➔) e con Muzio Oddi (➔) per costruire
strumenti da loro escogitati o perfezionati. L’opera
del Barocci è nota e apprezzata in Italia e in
Europa, Galileo Galilei ad esempio, commissiona
all’officina urbinate la costruzione di modelli del
“compasso geometrico e militare”.
Barocci Federico (detto il Fiori)
(Pittore; n. Urbino 1535, m. Urbino 30 settembre
1612). Fratello di Simone, scienziato (➔). Il
Cinquecento e particolarmente la colta città di
Urbino ebbero l’indubbia originale personalità del
Barocci, il quale, staccandosi in maniera del tutto
nuova dalla corrente manieristica del tempo, si
può dire abbia aperto la strada al barocco. Barocci
studia dapprima in patria con Battista Franco, poi
a Pesaro con lo zio Bartolomeo Genga. Viene quindi mandato a Roma dove viene incoraggiato a proseguire l’attività artistica da Taddeo Zuccari (➔),
da Michelangelo e dal Vasari. Qui si trattenne per
poco (1561-1563). In questi anni dipinse alcuni
affreschi nel Casino di Pio IV. Ammalatosi poi gravemente, tornò a Urbino da dove non si mosse più;
fu infatti sempre cagionevole di salute. Il Barocci
ha lasciato più di cento opere, centinaia di disegni,
incisioni e miniature. Tra i suoi lavori maggiori,
per il duomo di Perugia: la Deposizione della croce
(1560) e il Riposo in Egitto (1573, ora in Vaticano),
dipinto per Simonetto Anastagi e considerato uno
dei suoi capolavori. Per Arezzo ricordiamo la
Madonna del Popolo (1579, ora a Firenze agli Uffizi);
per Senigallia la Deposizione di Cristo (1579-82),
nella chiesa della Croce; per Ravenna Il martirio di
San Vitale (1593, ora alla Galleria di Brera); per
Roma due quadri per la chiesa Nuova: La visitazione e la Presentazione al tempio (1594); per Genova la
Crocefissione (1595). Altri notevoli dipinti sono: Il
Cenacolo a Santa Maria sopra Minerva a Roma, la
Madonna del San Simone al palazzo Ducale di
Urbino, il Riposo nella fuga d’Egitto (già nella chiesa
parrocchiale di Piobbico, ora a Madrid), un San
Francesco che riceve le stimmate sempre al palazzo
Ducale di Urbino, Cristo deposto (già nella chiesa
della Croce a Senigallia, ora a Bologna), Madonna
del Rosario (duomo di Senigallia), San Girolamo
Baroncelli Baldassarre
(Uomo d’armi; n. Offida 1380 ca., m. Fermo 1436).
Pare sia discendente di quel Francesco Baroncelli,
successore di Cola di Rienzo come “Tribunus”.
Egli combatté contro gli ascolani in difesa della
propria città. Fu poi a Napoli al servizio di re
Ladislao e in seguito dei conti di Carrara. Nel 1427
papa Martino V lo nominò Capitano della
Montagna Bolognese. Nel 1433 Eugenio IV lo fece
Connestabile e Condottiero delle truppe pontificie,
nonché Capitano della Gardia di Castel Sant’Angelo. Nel 1435 fu nominato Senatore di Roma a
59
Bartolini Luigi
(Incisore, pittore, scrittore; n. Cupramontana 8 febbraio 1892, m. Roma 16 maggio 1963). Tra i maggiori incisori italiani contemporanei, fu una rivelazione degli anni Trenta anche come scrittore. La
sua opera letteraria è infatti parte altrettanto significativa di quella incisoria e pittorica, ed egli costituisce “una delle punte più alte (ancorché delle più
trascurate) dell’espressionismo italiano”. Frequentò contemporaneamente le Accademie di
belle Arti a Roma, a Siena e a Firenze, e i corsi universitari di lettere e medicina. Fu straordinario
acquafortista, liberando anche l’acquaforte dalle
pastoie accademiche e involutive imperanti. Dal
1914 eseguì più di millecinquecento incisioni di
ogni tipo, partecipando dal 1919 alle principali
mostre di incisione in Italia e all’estero. Nel 1935 fu
premiato alla seconda Quadriennale di Roma per
la migliore acquaforte. Sue illustrazioni apparvero
su numerose riviste e quotidiani nazionali come il
“Bargello”, “L’Italia Letteraria”, il “Tevere”, “Il
Frontespizio”, “Il Selvaggio”. Alla sua tecnica
sapiente e scaltrita di estrema raffinatezza si
aggiunge un delicato lirismo che a volte rasenta il
patetico (le Farfalle imbalsamate, la Finestra del solitario, lo Scarabeo, il Martin pescatore, ecc.). Le incisioni del Martin pescatore, con l’atmosfera di caccia,
sono fra le sue incisioni più belle e famose.
Bartolini fu anche pittore, ma i suoi quadri non
sono stati mai troppo apprezzati dalla critica (con
la sola eccezione di Lionello Venturi), anche se
recentemente l’intera sua produzione è stata più
attentamente considerata. Bartolini classifica la sua
opera grafica in “maniera bionda” e “maniera nera”. Nella prima prevale la linea pura, il tratteggio
leggero, la ricerca della luce. Con il passare degli
anni la linea si accentua sempre più e con essa il
tratteggio, fino a raggiungere, nella “maniera
nera” (dopo il 1945), toni vicini alla grafica espressionista (cfr. Lepidotteri imbalsamati). Fu accademico
di San Luca e socio artista d’onore degli Incisori
d’Italia. Come scrittore il Bartolini, pur agganciandosi al “bozzettismo” agreste e paesano, con venature spesso ironiche e sarcastiche, allarga molto la
sua angolatura, ben al di là dell’angusta visione
provinciale. Esordì come poeta nel 1924 con una
raccolta intitolata Il guanciale. Sei anni più tardi
(1930), usciva la sua prima opera narrativa,
Passeggiata con la ragazza, raccolta di racconti
accompagnati da acquaforti. Altri suoi lavori di
scrittura sono: Il ritorno sul Carso (1930), il Molino
della carne (1931), L’orso e altri amorosi capitoli (1933),
Polemiche (1940), Follonica (1940), il Cane scontento
(1942), Poesie e satire (1944), Ladri di biciclette (1946)
poi ripubblicato da Mondadori, da cui fu tratto il
celebre film omonimo di Vittorio De Sica e
Zavattini, e che Stefano Malatesta definisce “uno
dei più bei libri del dopoguerra”. Tra i suoi testi letterari successivi al 1949: Amata dopo (1949), Le acque
del Basento (1960), L’eremo dei frati bianchi (1963),
Poesie (1963).
seguito delle sue imprese nella difesa di Castel
Sant’Angelo. Nello stesso anno fu fatto Podestà di
Bologna, poi con Francesco Sforza e Sigismondo
Malatesta partecipò alla riconquista dei territori
della chiesa espugnando Forlimpopoli, Forlì e il
Castello di Lugo (1436). Fece assassinare Antonio
Bentivoglio, suo nemico personale, e organizzò
l’attentato a Francesco Sforza. Fallito il tentativo,
fu catturato dallo Sforza e costretto a confessare
con la tortura (1436). Venne quindi inviato prigioniero a Fermo, ove, in un “incidente” provocato, fu
ucciso.
Baroni Giamaglia Filippo
(Compositore; n. Ancona 1670 ca., m. Ancona dopo
1710). Col fratello Antonio Giuseppe fu allievo del
Padre Scipione Lazzarini (➔). Fu maestro di cappella della cattedrale di Osimo dal 1679 al 1683.
Pubblicò: Canoni a 2 v., parte all’unisono chiusi, et
altri risoluti, et alcuni alla dritta e alla riversa, et in
diverse forme op. I (Bologna 1704) e Psalmodia vespertina totius anni, duplici choro perbreviter concinenda...
op. 2 (Bologna 1710).
Bartocci Feltre
(Politico; n. Camerino 1903, m. Camerino 1979).
Già giovanissimo si fa notare per svolgere attività
politica tra gli operai a Camerino. Nel 1920 si trasferisce a Roma, dove lavora come muratore. Nel
1921 entra a far parte degli Arditi del popolo. Nel
1924 è a Camerino, dove organizza il locale gruppo giovanile comunista, assumendo il nome di
battaglia “Biella”. Nel 1925 emigra in Lussemburgo. L’anno seguente è espulso per la sua attività politica e ripara in Francia. Anche da qui
viene espulso e fa ritorno in Lussemburgo. Nel
1928 è ancora una volta in Francia. Nell’ottobre
del 1936 parte per la Spagna e si arruola nelle
Brigate Garibaldi. Partecipa alla guerra civile e
nella difesa della città universitaria sul fronte di
Madrid. Nel ’37 torna in Francia e diventa dirigente del Partito comunista nella Mosella. Nel
gennaio del ‘38 torna in Spagna, dove resta come
commissario politico sino alla fine della guerra.
Solo nel marzo del ’42 fa ritorno in Italia.
Arrestato, viene inviato al confino a Ventotene.
Nell’agosto del ’43 fa ritorno nelle Marche. Dopo
l’8 settembre è uno dei principali esponenti della
resistenza nell’alto Maceratese.
Bartolelli (dei) Giovanni Peruzzo Dossa
(Matematico; Fano XV secolo). Di nobile famiglia, matematico, cosmografo e abile disegnatore
di carte geografiche, come afferma Antonio
Costanzi nei suoi Commentari ai fasti di Ovidio. Fu
dei priori nel 1463 dopo la cacciata dei
Malatesta. Abile architetto e meccanico, fu prescelto dal senato fanese nel 1478 per disegnare
un porto all’Arzilla. In suo onore fu coniata una
medaglia nel 1474.
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Luigi Bartolini
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giornò a lungo conoscendovi il Petrarca, che in
quegli anni frequentava il corso di diritto. Nella
compilazione della sua opera maggiore,
Milleloquium veritatis Augustini, fu aiutato dal maestro Dionisio da Modena. Si tratta di una raccolta
di “excerpta” delle opere di Sant’Agostino, di cui
Bartolomeo da Urbino era assiduo studioso. Con
questo lavoro egli portava a termine un testo che
già Agostino aveva iniziato ma lasciato incompiuto per il sopravvenire della morte. Il Petrarca, su
richiesta di Bartolomeo, compose alcuni versi a
conclusione di quest’opera. Nel De romani pontificis... auctoritate, contro i teologi di Lodovico il
Bavaro, e in un compendio del De Regimine principis di Egidio Romano, Bartolomeo sostenne le dottrine curialiste. I Commentarii dall’Antico e Nuovo
Testamento da lui estratti dalle opere di
Sant’Agostino furono pubblicati nel 1542 da J. Gast
come cosa propria. In premio alle sue fatiche,
Bartolomeo da Urbino ebbe da Clemente VII la cattedra episcopale di Urbino (1347).
Bartolini Ottavio
(Cantante; n. Monte San Giusto 1825, m. Roma 14
ottobre 1894).
Bartolo da Sassoferrato (Severi Alfani Bartolo)
(Giurista; n. Venatura di Sassoferrato 1314, m.
Perugia, 1357 o 1359). È considerato uno dei più
grandi giuristi che l’Italia abbia avuto. L’universalità del suo pensiero provocò quello che potremmo chiamare “il bartolismo” deteriore, per cui gli
furono disinvoltamente attribuite opere che mai
erano uscite dalla sua penna. Iniziò gli studi giuridici giovanissimo sotto la guida di Cino da Pistoia
a Perugia, addottorandosi a Bologna nel 1334. Fu
professore e giudice a Todi, a Pisa e a Perugia, ove
rimase sino alla morte. Fu inviato dai perugini
(che gli conferirono la cittadinanza onoraria) presso l’Imperatore Carlo IV a Pisa, il quale lo nominò
suo consigliere giuridico. Per alcuni secoli le sue
opere fecero testo nel campo del diritto; fra le sue
numerose pubblicazioni: I Commentari (diffusi per
tutta Europa), da lui dettati intorno alle singole
parti del “corpus iuris”; per quanto riguarda il
diritto privato, il De substitutionibus, il De successione ab intestato, De praescriptionibus, De fluminibus
seu tyberiadis; riguardo al diritto processuale, De
iurisdictione, de arbitris, de natura actionis, de citatione, de praesumptionibus, de procuratoribus, de testibus, quaestio inter Virginem Mariam et diabulum;
riguardo al diritto penale, De quaestionibus, de percussionibus, de cicatricibus; riguardo al diritto canonico, De minoritis; riguardo al diritto pubblico,
Tractatus repressaliarum, de tyrannia, de regimine
civitatis, de Guelphis et Ghibellinis, de statutis, de insigniis et armis. Vanno ricordate inoltre le numerose
Quaestiones e una ricca serie di Consilia, universalmente note. Tutte queste opere ebbero un’incredibile serie di riedizioni per secoli. Per sua precisa
disposizione, Bartolo da Sassoferrato fu sepolto
nella chiesa di San Francesco a Perugia, dove gli fu
eretto un mausoleo. Dopo la sua morte furono istituite cattedre per illustrare le sue opere accanto
alla “glossa accursiana”; da lui prese il nome tutta
la corrente del diritto europeo (detta bartolista).
Particolarmente celebri sono rimaste le sue teoriche sugli statuti e sui loro conflitti, sulle enfiteusi
temporanee dei beni ecclesiastici, sull’obbligatorietà dei patti nudi in materia commerciale, sui
marchi di fabbrica, sull’actio spolii, sull’esecuzione
parata degli strumenti guarentigiati. Nel campo
del diritto pubblico alcuni suoi trattati interessano
la storia del pensiero politico del Rinascimento. Le
edizioni complete delle sue opere sono circa cinquecento, pubblicate fra il 1504 e il 1548 in dieci
volumi.
Bartolomeo di Maestro Gentile
(Pittore; n. Urbino 1465 ca., m. 1538). Ebbe come
maestro Giovanni Santi (➔), padre del Sanzio (➔),
l’influenza del quale è ben visibile in tutta la produzione artistica di Bartolomeo. Dal 1497 egli collabora col maestro firmando alcune opere che rivelano lo stile del Santi. Questo è soprattutto chiaro
nella Madonna che si trova attualmente al Museo di
Lilla, proveniente dalla chiesa di Sant’Agostino a
Pesaro (datata 1497). Dalle sue opere più tarde
invece risulta la derivazione da Timoteo Viti (➔) e
dal Perugino. Nel 1507 lo troviamo a Montemarciano (Ancona), dove lavora per Giacomo Piccolomini, signore del luogo, e nel 1531 a Montefabbri,
ove opera nella chiesa di San Gaudenzio.
Bartolucci Giuseppe
(Drammaturgo, saggista, giornalista; n. Fratterosa,
Pesaro 18 agosto 1923, m. Roma 22 settembre
1996). Tra i suoi lavori di maggior interesse: La
scrittura scenica (Lerici, Roma 1968); insieme a D.
Rinaldi Immagine immaginaria (Studio Forma, Torino 1978) e con L. Capellini Il segno teatrale
(Milano, 1978). Menzioniamo inoltre: Mutations;
L’esperienza del teatro immagine (Macerata, Nuova
Foglio). Bartolucci fonda nel 1972 un teatro esistenziale nuovo e rivoluzionario che rifiuta lo spettacolo in quanto tale. insieme al suo gruppo (“Il
Carrozzone”) presenta spettacoli tra i quali ricordiamo i Presagi e Presagi del vampiro. Altro suo noto
lavoro è Vedute di Porto Said che porta alle estreme
conseguenze la ricerca dei Presagi e ne costituisce
la continuazione logica. La prima rappresentazione del gruppo del “Carrozzone” si è avuta nel 1976
a Salerno con Il giardino dei sentieri biforcati. Ha
scritto poi la Donna stanca incontra il sole (1972),
punto di riferimento di una certa importanza nel
suo iter artistico.
Bartolomeo da Urbino (Carusi Bartolomeo)
(Teologo; n. Urbino fine XIII secolo, m. Urbino
1350). Teologo agostiniano, fu discepolo di A.
Trionfi (➔), nonché di Dionisio di Modena, che
ebbe come maestro a Bologna. Qui fu lettore e sog62
Bartolo da Sassoferrato
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a Praga, vi interpretò la parte del Conte
d’Almaviva nelle Nozze di Figaro di Mozart (1787),
che lo apprezzò molto ammirandone l’intelligenza
scenica e vocale, tanto da presceglierlo nel Don
Giovanni del 1787, interpretazione che fu definita
eccezionale e certamente la più vicina all’ispirazione mozartiana. Si racconta che avesse chiesto a
Mozart di sostituire l’aria “Fin ch’han dal vino” e
Mozart avrebbe risposto che l’avrebbe fatto se il
pubblico non avesse applaudito. Cantò pure a
Varsavia con un vasto repertorio comprendente
Salieri, Paisiello e lo stesso Mozart, nonché a Parigi
(1790) in opere di Paisiello, Cimarosa, Cherubini,
ecc. Il Bassi raggiunse l’apice della sua carriera
artistica tra il 1794 e il 1796 trionfando a Praga,
Dresda, Lipsia, Varsavia. Nel 1806 si trasferisce a
Vienna e poi a Praga, ove inizia la nuova attività di
regista mettendo in scena un nuovo Don Giovanni
rimasto famoso. Chiamato nel 1815 da F.
Morlacchi, si trasferisce a Dresda come direttore di
scena del Teatro Italiano.
Basili Basilio
(Cantante, compositore; n. Macerata 21 marzo
1804, m. forse New York 1853). Figlio e allievo di
Francesco (➔), fu per alcuni anni cantore nel santuario di Loreto e debuttò a Ferrara nel 1826 nella
Sposa fedele di Pacini. Cantò quindi in varie città
d’Italia e il 14 settembre 1827 prese parte alla rappresentazione dell’Otello di Rossini (➔) al teatro de
la Cruz a Madrid. Abbandonò poi l’attività di cantante, stabilendosi in Spagna. Si dedicò alla composizione e alla direzione d’orchestra. Sposò l’attrice Teodora Lamadrid, dalla quale ebbe la figlia
Enriqueta, cantante anche lei. Per diversi anni fu
direttore d’orchestra in diversi teatri madrileni.
Nel 1844, al teatro Ventadour di Parigi, presentò e
diresse, con una compagnia spagnola, una serie di
opere, fra cui una propria. Fu, inoltre, maestro di
canto. Per il teatro compose zarzuele, opere buffe,
opere comiche, tutte rappresentate a Madrid (La
novia y el concierto, 1839; El recluta, 1839; Il carrozzino da vendere, 1839; El ventorrillo de Crespo, 1841; El
contrabandista, 1841; Los solitarios, 1843; La pendencia, 1843; El diablo predicator, 1846. Inoltre musica
sacra (Ave Maria e Offertorio); musica vocale (Fede e
speranza) e numerosi canzoni. Pubblicò a Milano
Esercizi per voce di basso con accompagnamento di pianoforte.
Basso Lucio Flavio Silva Nonio
(Tribuno militare; n. Urbisaglia, I sec. d. C).
Tribuno militare nel 60 d.C., ufficiale romano nel
73, fu triumviro e patrono di Urbs Salvia per la
quale fece costruire l’anfiteatro, pontefice massimo, senatore e console nell’81 d. C.
Basili Francesco
(Compositore, maestro di cappella; n. Loreto 14
febbraio 1767, m. Roma 25 marzo 1850). Figlio di
Andrea, studiò con lui, con G.B. Borghi e con
C.Jannacconi a Roma. Fu maestro di cappella a
Foligno (1786 circa), Macerata e al santuario di
Loreto (1809-28). Dal 1827 al 1837 fu censore del
conservatorio di Milano e nel 1837 fu nominato
maestro della cappella Giulia a San Pietro in
Vaticano. Fu inoltre membro delle accademie di
Bologna, Roma, Modena e della Regia accademia
di belle arti di Berlino. Per il teatro compose: La
bella incognita (Roma 1788), La locandiera (Roma
1789), Achille all’assedio di Troia (Firenze 1797), Il
ritorno di Ulisse (Firenze 1799), Antigona (Venezia
1799), Conviene adattarsi (Venezia 1801), L’unione
mal pensata (Venezia 1801), Lo stravagante e il dissipatore (Venezia 1805), L’ira di Achille (Venezia,
1817), L’orfana egiziana (Venezia 1818), Gli illinesi
(Milano 1819), Il califfo e la schiava (Milano 1819),
Isaura e Ricciardo (Roma 1820); gli oratori Sansone in
Tannata (Napoli 1824) e La sconfitta degli Assiri, la
cantata Arianna e Teseo e inoltre numerosa musica
sacra.
Basso Ventidio Publio vedi Ventidio Basso
Bastiani Giuseppe
(detto Giuseppino da Macerata)
(Pittore; n. Macerata seconda metà XVI secolo, m.
Macerata dopo il 1630). Fu allievo del maceratese
Gaspare Gasparrini (➔) e molto attivo a Macerata,
nonché nelle maggiori città marchigiane. Delle sue
opere, influenzate dai Carracci e da Reni, L’estasi di
San Francesco (1600) nella chiesa di Santa Maria
delle Vergini a Macerata, opera firmata e datata,
nonché gli affreschi della cappella della stessa chiesa, una Madonna col Bambino (1606), La decollazione
di San Giovanni Battista (1610) nella chiesa di San
Giovanni decollato a Stroncone, Terni, La consegna
delle chiavi a San Pietro nella chiesa dei Cappuccini
a Macerata.
Basvecchi Pier Olimpo
(Violinista; n. Recanati 1829-30, m. Recanati 4 gennaio 1871). Fu tra i più celebri violinisti del suo
tempo e tenne concerti in Italia e all’estero.
Battelli Angelo
(Fisico; n. Macerata Feltria 28 marzo 1862, m. Pisa
11 dicembre 1916). Studiò dapprima a Sassocorvaro, Pesaro, poi a Urbino, ove fu allievo di A.
Serpieri. Iscrittosi alla Facoltà di fisica dell’Università di Torino nel 1880, nell’84 vi si laureò.
Divenuto docente a Pisa nel 1893, creò un moderno laboratorio con un’ampia schiera di ricercatori e
allievi. Nel 1894 divenne direttore della rivista di
Bassi Luigi
(Cantante; n. Pesaro 4 settembre 1766, m. Dresda
13 settembre 1825). Si trasferì presto a Senigallia,
ove pare studiasse con P. Morandi. Nel 1783 lo troviamo a Firenze dove è allievo del cantante P.
Laschi, che lo fa debuttare al teatro La Pergola raccomandandolo poi al direttore d’orchestra del
Teatro Italiano di Praga D. Guardasoni. Chiamato
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