Speranza - La Parrocchia di Rovellasca

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Speranza - La Parrocchia di Rovellasca
Comunità Parrocchiale
di Rovellasca
il bollettino - giugno 2009
sommario
Parla il parroco...
Un’Estate più bella
3
Note di redazione
Spes contra Spem
5
Vita parrocchiale
GREST e Vacanze
Percorso Pastorale Parrocchiale
Animatori in... corsa
Verso “nuovi orizzonti”
Pellegrinaggio zonale
Grazie alla Speranza
Rinnovo dei Voti delle nostre suore
Cronaca di due giorni di semina
6-7
8
8
9
11
11
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13
Speranza
La speranza in Dio e la speranza del tifoso
Lettera agli anziani
Immagini di speranza
La sapienza che viene dalla terra
Il Volto
“Per amore del mio popolo”
Ascensione, un invito alla speranza
Anno Sacerdotale
Proverbi
Agiografia
Il Curato d’Ars fratello dei parroci
14
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Appunti
Il Fondo Diocesano
Il matrimonio canonico
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Correva l’anno
1958
32
Anniversario
Evoluzionismo e creazionismo
Dall’archivio
Hanno offerto
Itinerari di fede
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39
Il Santuario della Beata Vergine del Carmine
40
Consiglio Parrocchiale
42
parla il parroco...
Un’Estate più bella
U
n’altra estate! Significa che un altro
anno pastorale si avvia alla conclusione, con il suo carico di gioie, di faticche, di speranze realizzate o deluse. E, come
ssempre, un anno colmo di volti, di persone,
d
di incontri spesso sfuggevoli, a volte duraturi.
G
Già, a volte mi sorprendo a chiedermi di che
q
qualità siano gli incontri di un prete, incontri
ccosì spesso esposti agli umori del momento,
aalle esigenze pratiche... E poi, mi chiedo ancche, che cosa cercano o pretendono le persone
dal prete? Certo, l’assoluta disponibilità, la pad
zienza, il sorriso, la capacità di risolvere in un attimo i problemi...
Come è difficile, per il prete, avere sempre la parola giusta al momento giusto, l’atteggiamento adeguato, la disponibilità di cuore e
di tempo. E, magari, sarà un po’ difficile anche per le persone che
lo incontrano pensare di non essere il centro dell’universo, che ci
sono tanti altri che hanno bisogno, che, alla fine, anche il prete è
un uomo in carne ed ossa, con le sue stanchezze e le sue pigrizie:
si impegna, ce la mette tutta, prega anche, ma resta un uomo!
Volti e incontri: in fondo la pastorale è tutta qui. Tutte le (troppe?) attività che vengono proposte vorrebbero avere come scopo
ultimo l’incontro. Ma non solo l’incontro “umano”, bensì anche
l’incontro con Dio, un Dio che ci interpella continuamente, che
ci parla nella persona che incontriamo. E se questo è vero, allora
quanti incontri sciupati, vissuti in modo superficiale, solo “umano”, dove, a prevalere, sono solo i sentimenti umani, le simpatie o
le antipatie, le frustrazioni o i bisogni inconsci. Che bello sarebbe
riuscire a rivestire di fede tutti i nostri incontri. Sarebbe un’estate
(e una vita!) più bella, più ricca. Sarebbe un’estate piena di Gesù.
don Roberto
3
Quarantore
programma
Giovedì
11 Giugno
Venerdì
12 Giugno
Sabato
13 Giugno
Domenica
14 Giugno
4
ore 09.00
ore 09.30
ore 15.00
ore 17.30
ore 20.30
ore 21.00
ore 22.00
S. Messa
Esposizione
Adorazione guidata
Vespri e Benedizione
S. Messa
Adorazione guidata sino alle 22.00
Adorazione silenziosa sino alle 23.00
Confessioni:
ore 9.30 – 12.00 (don Alberto)
ore 14.30 – 17.30 (don Ivano)
ore 09.00
ore 09.30
ore 15.30
ore 17.30
ore 18.00
ore 21.00
ore 22.00
S.Messa
Esposizione
S. Messa e Adorazione per gli ammalati
Vespri e Benedizione
S. Messa
Adorazione guidata sino alle 22.00
Adorazione silenziosa sino alle 23.00
Confessioni:
ore 10.00 – 12.00 (don Ivano)
ore 14.30 – 17.30 (don Roberto e don Alberto)
ore 09.00
ore 09.30
ore 17.30
S. Messa
Esposizione
Vespri e Benedizione
Confessioni:
ore 7.00 – 12.00 (don Roberto e don Ivano)
ore 14.00 – 18.00 (don Roberto e don Aberto)
Solennità del Corpus Domini
ore 09.00
S. Messa con i bambini della scuola materna
S. Messa Solenne
ore 11.00
per il 10° anno di Sacerdozio di don Ivano
ore 16.30
S. Messa per l’Interarma della Solidarietà
ore 17.30
Adorazione Eucaristica fino alle 20.30
ore 20.30
Vespri e Processione
La Processione terrà il seguente percorso:
Via Roma, via Garibaldi, via Verdi,
via Cavallotti, via Monte Grappa, via Grassi
É sospesa la S. Messa delle 18.00
note di redazione
Spes contra Spem
“S
peranza contro ogni speranza” è la
Speranza che vince le difficoltà, che
è caparbietà, che è impegno, che è
metter tutto se stessi nella realizzazione di un
progetto. Per chi crede è la Speranza cristiana,
per tutti è la Speranza nella realizzazione di un
mondo più a misura dell’uomo, di ogni uomo,
oltre ad ogni ragionevole speranza e aspettativa
umana.
morte. La morte non è l’ultima parola di questa nostra storia, ma la penultima. È la vita che
viene da Dio la svolta ultima e definitiva. Così,
nella morte di Gesù si rivela la vittoria di Dio
sulla morte.
La speranza cristiana è il risultato del dono della
grazia e della presenza di Dio, ma la speranza,
come la fede, si fonda sull’esperienza dell’azione di Dio che riempie la vita. La nostra vita è segnata dalla croce, la che non aiuta a credere, ma
a disperare, la croce non manca mai! Ma non è
più segno di maledizione perché il credente la
vive nell’atteggiamento e nello spirito di Gesù,
ciò che è decisivo è l’azione della grazia di Dio
che si fa sentire presente nelle nostre difficoltà,
che ci chiama a partecipare al suo mistero attraverso la contemplazione e al desiderio di comunione con lui.
La speranza cristiana non è lo sforzo di noi
uomini nel vedere il bene dove c’è il male, ma
la fiducia di superare il male, perché Dio ci viene in aiuto. Partendo dalla storia, la speranza di
Abramo si concretizza nell’attesa, nella promessa di un figlio, il desiderio più naturale e spesso
più irraggiungibile, ma nel figlio della promessa si apre la prospettiva non di una vita, ma di
un popolo che è chiamato a fidarsi di Dio ed a
fondare su di lui il suo futuro, “Fondato sulla
La speranza è la virtù teologale per la quale
promessa di Dio, non esitò nell’incredulità, ma noi veniamo disposti ad attendere da Dio con
si rafforzò nella fede” (Rom, 4, 18.20)
confidenza la vita eterna e tutto ciò che può aiutarci ad ottenerla: nel Cristo noi siamo stati salNel mondo greco la speranza indica solo vati, la sua risurrezione è garanzia della nostra
aspettazione, desiderio, il concetto è quindi poiché non c’è nessuna dannazione per coloro
quello di uno slancio verso l’avvenire che non che sono in Cristo Gesù, chi crede in Lui ha già
esiste ancora e forse non esisterà mai, perciò il la vita eterna! La speranza è quindi la virtù otmondo greco voleva preservare l’uomo dal pe- timistica per eccellenza, per questo il martire è
ricolo di sperare perché il saggio disprezza ciò pieno di gioia e di confidenza anche nelle prove
che non è a sua portata e il motto della sapienza più terribili, il coraggio del martire davanti alla
greca era vivere senza speranza e senza timore. morte è testimonianza dell’intensità della sua
Per la Bibbia invece, il verbo sperare acquista un fede.
significato nuovo: è sempre attesa di un bene, Come non concludere l’articolo senza ricordarci
attesa carica di confidenza. La speranza è in- di don Peppino Diana a 15 anni dalla sua morte,
nanzi tutto attesa perché sperare una cosa che affinchè la denuncia ma soprattutto la Preghiesi vede, non è più sperare.
ra siano la fonte della nostra speranza per una
La speranza cristiana è verità difficile perché Rovellasca Nuova e certamente migliore.
la nostra vita si svolge e si sviluppa in mezzo
a difficoltà, contraddizioni, e fallimenti garan“La speranza oggi qui si chiama coraggio,
titi. Allora la domanda che sorge in noi è: come
la speranza si chiama… Impegno e Progetti;
la speranza si chiama… meno parole e più
sperare? La risposta arriva con Cristo in cui abfatti da parte di tutti!
biamo il superamento del male e della disperaCari ragazzi, innamoratevi della vita e siate
zione. Se è vero che Abramo credette al di là di
capaci di vivere e di non lasciarVi vivere”.
ogni speranza, ciò è ancora più vero nel Cristo
(don Luigi Ciotti,
Signore, perché ha operato nella sua vita il pasCasal di Principe 19 marzo 2009).
saggio dalla morte alla vita. Egli è la speranza
che si concretizza, perché rivela come Dio afMagnacavallo Rupert
fronta il male del mondo, che si evidenzia nella
5
oratorio
Grest 2009
... con la collaborazione del COMUNE di ROVELLASCA.
dal 16 GIUGNO al 12 LUGLIO per quattro settimane (dal lunedì al venerdì)
si offre a BAMBINI E RAGAZZI DALLA 1^ ELEMENTARE ALLA 2^ MEDIA l’occasione
di stare insieme, di giocare, di divertirsi, di crescere, di trascorrere le vacanze
con i propri amici, di imparare qualcosa di nuovo... attraverso l’esperienza
dell’oratorio estivo, il famoso.,. GREST!
Ci auguriamo che le famiglie condividano gli obiettivi educativi proposti, partecipino ai momenti di festa e, per quanto possibile, diano la disponibilità a
collaborare per varie necessità (merenda e/o pulizie). A questo proposito faremo una riunione con tutte le persone disponibili a dare una mano lunedì 15
giugno in oratorio alle ore 21,00.
Se l‘esperienza NON È NUOVA, INVITA I TUOI AMICI E VIVILA INSIEME A LORO...
Se l’esperienza È NUOVA, PROVA A SCOPRIRLA...!
La giornata del Grest:
Ore 13,50; si aprono i cancelli.
Ore 14,00: si inizia
(inno, preghiera)... e si gioca.
Ore 16,00: merenda.
Ore 16,30: riprendono le attività.
Ore 17,45 (il venerdì alle 17,15):
tutti sotto il portico!
Ore 18,00 (il venerdì ore 17,30):
conclusione, ciao e a domani...
PULIZIE A GRUPPI
ogni giorno 1 squadra diversa
Domenica 12 luglio ore 10,30
S. MESSA di fine Grest,
alla sera ore 21,00
SPETTACOLO conclusivo
Musical “Grease”
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3
NOVITÀ
per garantire
una maggiore attenzione
ai bambini e una migliore riuscita del Grest
il pomeriggio gli spazi dell’oratorio e il bar
rimarranno chiusi ai non partecipanti fino
all’orario di conclusione delle attività.
:
oratorio
VACANZE ESTIVE
19 - 26 LUGLIO
1a, 2a e 3a media
a ESINO LARIO (LC)
Alloggio: in AUTOGESTIONE
Quota dd’Iscrizione:
s
€ 200
(50€ di ac
acconto con l’iscrizione, il resto alla riunione coi genitori)
Posti dispo
disponibili:
40
ISCRIZIONI ENTRO E NON OLTRE il 14 GIUGNO presso don Alberto.
Il giorno 1
13 LUGLIO (lunedì) alle ore 21 ci sarà un incontro con Don Alberto,
gli educat
educatori e i genitori degli iscritti, in cui verranno date comunicazioni circa il
tema e lo svolgimento del campo e su ciò che occorre…
27 LUGLIO – 2 AGOSTO
Per le superiori
Cancano in Valtellina (SO)
Alloggio: in AUTOGESTIONE
Quota d’Iscrizione: € 200
I
ISCRIZIONI
ENTRO E NON OLTRE il 31 MAGGIO presso don Alberto.
Martedì 14 LUGLIO alle ore 21,00 presso l’oratorio maschile di Rovellasca ci sarà un
incontro con don Alberto, gli educatori e i genitori degli iscritti, in cui verranno date
comunicazioni circa il tema e lo svolgimento del campo e su ciò che occorre.
Il CAMPO ESTIVO
ES
è un’esperienza ricca ed educativa, vissuta in allegria. Costituisce il momento di sintesi di
un anno catechistico e/o il punto di partenza per un cammino insieme di crescita umana e nella fede: viene
offerta la possibilità di approfondire la conoscenza di sé, del Signore, della bellezza di stare e vivere insieme
con gli altri nella Chiesa, crescendo nella fraternità, nell’accoglienza e nel servizio, nonostante le fatiche e
la diversità di ciascuno…
7
vita parrocchiale
Percorso Pastorale Parrocchiale anno 2008/09
Alcuni temi Religiosi scelti in questo anno
pastorale.
• La Festa del Crocifisso, domenica 18 gennaio
Parlare del gruppo famiglie mature non è facile,
2009, preghiera e condivisione con la comunicominciamo a dire;
tà sul tema: Preghiamo per le famiglie con
Chi siamo?
l’aiuto dell’esortazione apostolica FamiliaSiamo una decina di coppie sposate da più di 15
ris Consorzio di Giovanni Paolo II
anni. Alcune partecipano a questi incontri da
• La Santa Pasqua, domenica 8 marzo 2009,
diversi anni, altre si sono aggiunte cammin fapreghiera e condivisione con la comunità sul
cendo, altre si sono perse cammin facendo.
tema: La Via Crucis della Famiglia.
Le ragioni del “mettersi insieme” sono molte, le
• La Madonna (mese di Maggio), domenica
più frequenti sono:
17 maggio 2009, preghiera e condivisione sul
leggere e approfondire la Bibbia, leggere e comtema: Il Santo Rosario della Famiglia
mentare le varie Encicliche, parlare dei propri
figli e migliorarsi come genitori, confrontare
Altri argomenti trattati:
esperienze quotidiane di coppia, sentirsi parte
L’anno 2007-2008 abbiamo approfondito e sviviva di una comunità, condividere momenti di
luppato il tema sulla famiglia e i bisogni del
festa e di preghiera.
mondo, Maria, Gesù e i nostri figli, le aspettative i sogni per i nostri figli, che futuro gli prepaDove e quando ci incontriamo?
riamo, siamo pronti a condividere le loro scelte,
L’incontro di formazione e preparazione si tiene
preghiamo con loro?
alla domenica, in Oratorio alle ore 16:00, rispetNell’anno 2006-2007 abbiamo voluto conoscere
tando l’orario di inizio con la massima puntual’idea di famiglia che emerge dagli scritti e dai
lità. Il mese successivo la preghiera con la comudiscorsi di Giovanni Paolo II.
nità si tiene nella Chiesa Parrocchiale alle ore
L’anno 2005-2006 abbiamo considerato i Frutti
17:00. La preghiera con la comunità dura circa
dello Spirito Santo, come ad esempio la Mitezza
40/50 minuti, si svolge in un clima di massima
e il dominio di sé, nella vita familiare.
semplicità ed accoglienza, affrontando anche
problemi concreti, in modo che possa essere apFortunato Franzolin
prezzata anche da chi non è abituato a pregare.
“GRUPPO FAMIGLIE MATURE”
…Animatori in…corsa…
C
iao, mi chiamo Jessica, e faccio parte del
gruppo di ragazzi che in questi ultimi
mesi ha frequentato il CORSO ANIMATORI! Quest’anno, infatti, il nostro oratorio si
è “mescolato” con quello di Manera per far preparare noi adolescenti al GREST 2009! Questa
nuova esperienza, però, ci fa capire anche quanto sono importanti il rispetto, l’ascolto reciproci
unendoli alla preghiera e ai suoi valori…
È un’avventura che consiste nel farci diventare più responsabili, ma anche più creativi nei
confronti dei bambini che incontreremo questa
estate e non solo… infatti il corso è servito an-
8
che per coinvolgerci nell’animazione dei giochi
domenicali!
Dovete sapere che i genitori che ci lasciano i
loro bambini confidano in noi sperando che si
divertano e che stiano al sicuro, passando, magari, una giornata diversa dal solito… per questo ci stiamo impegnando molto affinché queste
persone trasformino la loro speranza in sicurezza nei nostri confronti…
Credo che questa iniziativa sia molto importante per il nostro oratorio e per la nostra comunità, perché ha fatto in modo che ci scambiassimo
idee con persone diverse e questo aiutasse ad
vita parrocchiale
arrivare allo stesso scopo, conoscendosi e crescendo insieme…
Ricordo che lo stiamo facendo per tutti i bimbi
ma anche per noi stessi… e che non solo noi ci
siamo messi in gioco ma anche gli animatori
più grandi, lavorando e “smussando” i nostri
difetti…
Spero di vedere adulti che si METTANO IN
GIOCO per vivere insieme a noi questa fantastica esperienza!
Jessica
Verso “nuovi orizzonti”…
I
n un mondo in cui fanno notizia solo fatti di cronaca nera; in un mondo in cui i
mass-media designano noi ragazzi come
“la generazione che non saprà portare avanti il
mondo, fatta da gente irresponsabile, che pensa
allo sballo, al divertimento senza regole”; in un
mondo in cui quasi non si spera più, c’è stato
un piccolo gruppo di venti persone che per due
giorni è stato in una comunità di recupero per
tossico-dipendenti.
Apparentemente niente di straordinario, infatti
penso che in nessun giornale sia uscito in prima
pagina un articolo che ne parlasse… ma proprio
le testimonianze sul cambiamento di vita dei
ragazzi che abbiamo incontrato, ora improntata
sulla fede, sono un messaggio di speranza.
Quando i nostri catechisti ci hanno proposto
questa uscita, devo ammettere che i troppi pregiudizi inizialmente mi hanno portato a pensare che forse non sarebbe stata una buona idea
passare un fine settimana fra “brutta gente”.
La mia coscienza, però, mi diceva: “Amelia,
devi assolutamente andare e non sprecare questa
possibilità“…
9
vita parrocchiale
ALLA COMUNITÀ NUOVI ORIZZONTI
Montevarchi (AR)
sera del 04-04
Una volta arrivati, scesi dal pullman e mi trovai davanti dei tipi alti e scuri; subito pensai:
”Dove siamo capitati?” e durante la cena anche i
ragazzi della comunità erano indifferenti e forse un po’ imbarazzati dalla nostra presenza.
Subito dopo, alcuni di loro ci hanno raccontato
le loro esperienze e il perché le avessero vissute. C’erano padri di famiglia, ex alcolisti, ragazzi che avevano fatto per troppi anni uso di
sostanze stupefacenti ed erano ancora evidenti
nei loro occhi gli anni di orrore per le strade,
e uno addirittura stava scontando lì gli arresti
domiciliari.
“Come mai vi siete dati allo sbando?” chiesi ad
uno di loro.
Mi rispose: “Perché per me la felicità era un bicchiere, una dose; non sapevo cosa volesse dire la
felicità o essere amato, perché nessuno sapeva accogliermi.”
Fu più o meno questa la risposta che tutti diedero.
“E come mai ora vi trovate in una comunità RELIGIOSA?” fu un’altra domanda spontanea.
“Perché Dio è stato l’ultima spiaggia; avevamo provato ad entrare in altre comunità, ma dopo qualche
periodo eravamo nuovamente in strada”.
Ed è proprio la preghiera e la fede saldissima
che fanno sì che i ragazzi rimangano lì per “ritrovarsi in se stessi”.
mattino del 05-04
Di buon mattino, dopo la colazione, incontrammo i responsabili della comunità. Entrambi
erano degli ex-accolti da Nuovi Orizzonti, lui
per problemi di tossicodipendenza, lei perché,
dopo essere stata “la droga di un uomo” avevano il bisogno di ritrovare il loro “io”. Ora sono
persone nuove: hanno un lavoro, sono sposati e aspettano una bimba e la cosa che più mi
ha stupito della loro testimonianza è stato con
quanta gioia ringraziassero Dio dei loro errori,
perché solo ora assaporano il vero gusto della
vita.
pomeriggio del 05-04
I ragazzi della comunità nel giro di mezza
giornata erano riusciti ad insegnare a noi cosa
fosse l’amore di Dio, quando in realtà si pensa
che essi siano persone che hanno solo da imparare. Stando lì sentivo quella tranquillità che
sento solo quando sono in casa mia.
Tutti formavano una grande famiglia e non si
“erano scelti, si erano trovati lì per caso”, come
disse uno di loro, e insieme stavano camminando sulla via del Signore. Solo allora capii
che era stata la SPERANZA la loro “arma” per
vincere la dura battaglia della vita.
Nuovi Orizzonti è tante vite, tante anime alla
ricerca del senso della vita le quali, trovatolo o ritrovatolo
nell’AMORE, senn
tono la gioia di poto
terlo condividere
te
ccon gli altri, come
un grazie di amore
u
aall’amore ricevuto.
Amelia
10
vita parrocchiale
Pellegrinaggio zonale dei chierichetti a Sotto il Monte (BG)
M
artedì 14 aprile si è svolto il consueto
pellegrinaggio zonale dei chierichetti
e delle ministranti. Ogni anno si sceglie la meta in modo tale da far conoscere un
grande santo che può essere da esempio per la
vita quotidiana dei chierichetti. Quest’anno la
scelta è caduta su Papa Giovanni XXIII, pontefice molto amato che ha tanti devoti anche tra le
persone giovanissime.
La partenza è stata alle prime luci dell’alba dai
diversi punti di ritrovo della nostra zona pastorale. Siamo arrivati verso le nove e ci siamo subito recati alla Casa Natale del papa gestita dai
missionari del PIME, dove siamo stati accolti
dal responsabile. Dopo una breve introduzione ci siamo divisi in tre gruppi, i quali a turno
hanno visitato i luoghi che hanno caratterizzato i primi anni della vita di Papa Giovanni:
innanzitutto la Casa Natale; poi la chiesetta di
santa Maria in Brussico, dove è stato battezzato
e dove è conservato il sarcofago in marmo che
ha contenuto il corpo fino all’esposizione nella
basilica vaticana; quindi la residenza Ca’maitino, dove il cardinale Roncalli amava passare le
sue vacanze estive, trasformata oggi in museo.
L’ultima tappa della visita mattutina è stata la
chiesa parrocchiale dove sono tumulati i genitori di Giovanni XXIII.
Per quanto riguarda il pranzo siamo stati ospitati nell’oratorio di Sotto il Monte, dove abbiamo passato anche la prima parte del pomeriggio giocando nel campo di calcio.
A metà pomeriggio ci ha ricevuto in udienza
mons. Loris Francesco Capovilla, ormai più che
novantenne e che per tanti anni è stato il segretario di Giovanni XXIII, il quale ci ha raccontato
tanti episodi della sua vita con il papa. L’incontro è terminato con la sua benedizione, dopodiché siamo saliti sul pullman per tornare nelle
nostre parrocchie di origine.
Questa giornata ha fatto a tutti una buona impressione e penso che sia servita per conoscere più da vicino la vita di questo grande uomo,
di questo papa caratterizzato dalla bontà e che
speriamo sia presto dichiarato santo.
Gianluigi M. e Riccardo Z.
Grazie alla speranza
C
arissime Suor Marina, Suor Stella,
Suor Chiara e tutte le persone che ci
hanno aiutato.
Vi ringraziamo con tutto il cuore per la generosità e disponibilità che avete dimostrato nei nostri confronti e in particolare per la
nostra VITALÙ.
Il nostro ringraziamento per Voi è la preghiera al Signore, perché accompagni tutti
Voi nel cammino quotidiano e in ogni scelta.
La nostra preghiera è anche affinché nessuno conosca mai la malattia dei propri cari.
Nella certezza del Cristo Risorto auguriamo
a tutti Voi ogni bene!
Un Abbraccio Forte.
Vitalù, Barbara e Nicola
11
vita parrocchiale
Rinnovo dei Voti delle nostre suore
S
ono passati 800 anni da quando la Regola
scritta da San Francesco è stata approvata
da Papa Innocenzo III e noi ci troviamo
ancora a pregarla, meditarla e assaporarla. La
cosa dona stupore e meraviglia perché nonostante i tempi siano passati e siano molto diversi da quelli attuali essa è ancora viva e vivificante per l’intera famiglia francescana e per tutta
la chiesa: testimonianza concreta che essa fosse
voluta da Dio? Le cose di Dio sono infatti le più
durature!! Cerchiamo di scoprirne il segreto!!
“La Regola e vita dei frati minori è questa,
cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo”: così scrive Francesco all’inizio della Regola bollata (Rb I, 1).
Il cuore di tutta la Regola è proprio questo.
Francesco comprende se stesso e la vita dei suoi
frati interamente alla luce del Vangelo. Questo è
il suo fascino. Questa la sua perenne attualità.
Tommaso da Celano riferisce che Santo Francesco portava sempre nel cuore Gesù. Gesù sulle
labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi,
Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra…
Egli è diventato un Vangelo vivente, capace
di attirare a Cristo uomini e donne di ogni tempo e specialmente i giovani, che preferiscono la
radicalità alle mezze misure.
Egli fu salutato come luce venuta a rischiarare un mondo avvolto nelle tenebre.”Artista e
maestro di vita evangelica veramente glorioso… A tutti dava una regola di vita, e indicava
la via della salvezza a ciascuno secondo la propria condizione” (1 Cel 37).
12
Egli è stato così capace di cogliere i segni dei
tempi e di tutti i tempi perché ha scrutato ogni
realtà e l’ha illuminata con la Parola di Dio. Per
questo il Vescovo di Assisi Guido e poi il Papa
Innocenzo III riconobbero nel proposito di Francesco e dei suoi compagni l’autenticità evangelica, e seppero incoraggiarne l’impegno in vista
anche del bene della Chiesa.
L’osservanza della legge per Francesco era
contenuta nell’invito alla conversione e nell’esortazione a vivere secondo la forma del Signore
nostro Gesù Cristo in obbedienza,senza nulla
di proprio e in castità. Da qui Francesco attinge
forza, creatività, coraggio, spirito e tanto entusiasmo per riprodurre nella sua vita e in quella
dei suoi frati la vita del suo Signore.
Anche noi, come sorelle minori, abbiamo riascoltato la chiamata a portare la pace e la riconciliazione agli uomini e alle donne del nostro
tempo e a condividere con loro l’unica nostra
ricchezza: il Bene, ogni Bene, il sommo Bene, il
Signore Dio, vivo e vero.
Con sinceri sentimenti di gratitudine in
unione a tutta la nostra famiglia religiosa, Sabato 18 Aprile abbiamo rinnovato la nostra consacrazione al Signore desiderando sempre più
appartenerGli e corrispondere più al suo Amore fedele e profondo. Continuiamo a pregare e
ad offrire le nostre vite a Lui con il vivo desiderio che ogni uomo possa incontrarLo, amarLo e
servirLo in questa vita e goderLo per l’eternità.
Suor Chiara
vita parrocchiale
Cronaca di due giorni di semina in Val d’Intelvi
I°
giorno - Sabato pomeriggio, partenza
dall’oratorio di Rovellasca. Prendiamo
posto in auto: Giorgio davanti, Paolino e
Roberto dietro. Sbattere di portiere. Il cd scivola
nel lettore dell’auto. Linkin Park a manetta, tanto per entrare in atmosfera, e quindi Gem Boy a
seguire (che così ci sganasciamo dalle risate con
le parodie dei cartoni giapponesi). Davanti a noi
si snoda e serpeggia una lunga teoria di auto:
quella del Don davanti, quindi suore, genitori,
catechisti ed a chiudere la carovana quella di
papà. Un’ora di strada circa, tra canzoni e battutacce, ed eccoci in quel di Ponna Cima.
Don Alberto ci ammassa in cortile, ben allineati
e coperti, poi ci assegna i posti branda. Dopo
esserci rifocillati con un tè ristoratore sorbito
nel salone del piano terra, veniamo divisi in varie squadre ed il gioco ha inizio: caccia al tesoro!! Ma è una caccia alquanto singolare, come
avremo modo di verificare. Da noi sottoposto
a notevoli pressioni, impazienti di cominciare
e confrontarci, al Don non resta che tracciarci
il primo indizio. Dopo il primo disorientamento iniziale (ma che cavolo vorrà dire sta frase
che ci ha lasciato il Don???) come letali squadre
di commandos ci sparpagliamo per il territorio,
guardinghi e diffidenti gli uni degli altri, concentrati sull’obbiettivo finale: arrivare primi al
tesoro (che sarà?). Le meningi lavorano mentre
tentiamo di decriptare i messaggini che i catechisti ci consegnano, con aria sadicamente beffarda, ad ogni tappa conquistata. Corriamo su e
giù per i prati coperti di neve, tra pini ed abeti
di alto fusto, respiriamo a fondo l’aria
a
pungente dell’inverno in valle, ridiamo
o
per un nonnulla, scherziamo e discu-tiamo sulle ipotesi di soluzione dei “re-bus”.
Ed ecco finalmente raggiunta l’agognataa
meta della ricerca; tutti gli indizi ci han-no alla fine portato ad un vero tesoro dii
verità: la “parabola del buon semina-tore”. Ci guardiamo e ci ripromettiamo
o
che, da oggi, eviteremo per quanto pos-sibile di incappare in sassi, terreni ari-o
di e rovi. Meglio crescere su un terreno
fertile! Grande abbuffata, preghierine e
tutti in branda, stanchi e soddisfatti.
II°
giorno – Iniziamo la giornata, ci sembra giusto, ringraziando il Signore
nella Messa domenicale: celebra Don
Alberto. Ancora giochi, scherzi e divertimento.
La casa parrocchiale è accogliente, lo sguardo
si perde tutt’attorno tra le cime delle vicine
montagne e l’azzurro terso del cielo invernale.
Quindi ci raduniamo nella mansarda dove il
Don ci fa ragionare ancora sulla parabola oggetto della caccia al tesoro del giorno prima. Segue
un intenso e serrato interrogatorio da parte del
Don che, con una raffica di domande, cerca di
rassicurarsi sul fatto che abbiamo capito almeno qualcosa. Confortato dalle nostre risposte,
almeno così sembra, il Don ci permette di addentare qualcosa: seconda ed ultima abbuffata
della gita. Sistemate le stanze, puliti i cessi e
ramazzato il pavimento, riuniti i bagagli, siamo
pronti a tornare alle nostre casine di pianura.
Il gruppo, felice di aver trascorso un divertito
fine settimana tra amici, grato al Don dei piccoli
semi di fede raccolti, si scioglie infine in quel di
Rovellasca intorno alle 18. Grazie Don, riproviamoci!!
Giorgio Papp, II^ media.
Sì, riproviamoci! Adesso c’è il campo estivo.
A mia volta ringrazio molto suor Estela e gli
educatori. Senza di essi riusciremmo a fare ben
poco e non vorrei prendere da solo i meriti di un
lavoro comune.
don Alberto
13
speranza
La speranza in Dio e la speranza del tifoso
I
mmaginiamo uno di quei quiz televisivi
dove si buttano, o si regalano, soldi a palate.
Al concorrente viene chiesto il nome della
seconda virtù teologale. Scorrono i secondi e il
poveretto in evidente affanno insegue vaghi ricordi di un catechismo appreso in anni lontani.
Anch’io da telespettatore sono nelle stesse condizioni. Scade il tempo e i sogni con i soldi svaniscono nel nulla. Eppure la risposta è semplice:
la seconda virtù teologale si chiama speranza.
Dico che è semplice perché ha lo stesso nome
del sentimento che ha motivato quell’immaginario concorrente a partecipare al quiz: la speranza di vincere.
Speranza: un vocabolo dai molteplici usi e significati. Il dizionario offre un ventaglio di definizioni. Tutte hanno un comune denominatore:
indicano una attesa, una aspirazione, un atteggiamento, una convinzione rivolta al futuro.
Spaziano da “attesa fiduciosa, più o meno giustificata, di un evento gradito o favorevole” ad “aspirazione, spesso illusoria, a un vago avvenire di bene o
di felicità”.
In marina l’àncora di riserva si chiama speranza.
Salendo di livello, nella morale cattolica secondo
il dizionario Devoto-Oli, speranza è: “la seconda
delle virtù teologali per la quale il credente aspira
anzitutto alla visione beatifica di Dio”.
Il concorrente partecipante al quiz spera di vincere. Il tifoso interista qualche mese fa paradossalmente tifava Juventus sperando che questa
fermasse il Milan. Tutti sperano di realizzare i
propri progetti. Il marinaio in difficoltà si affida
alla speranza buttandola in mare.
Tante definizioni, troppe interpretazioni.
Che valenza attribuire alla speranza?
Nella morale cattolica naturalmente si sale molto in alto. Nel catechismo l’atto di speranza recita più o meno: “Mio Dio spero dalla bontà vostra,
per le vostre promesse e per i meriti di Gesù Cristo
nostro salvatore, la vita eterna e le grazie necessarie
per meritarla con le buone opere che io debbo e voglio
fare. Signore che io non resti confuso in eterno.”
C’è molto da osservare o da discutere. Sembra a
mio parere un pro-memoria al buon Dio: guarda che è vero che debbo compiere delle buone
opere per meritare la vita eterna però ricordati
anche che io spero molto nella tua bontà e nelle
14
tue promesse. Sul “confuso in eterno” non ho le
idee molto chiare.
È una mia personale interpretazione e questo
è la conferma che da una enunciazione apparentemente chiara e semplice possono derivare
comportamenti errati.
Non per nulla sono previsti e configurati nella morale cattolica i peccati contro la speranza:
peccati per eccesso e per difetto di speranza. Così
apprendo dalla lettura di una lezione teologica
sui peccati contro la Speranza.
Qui cominciano i guai. La speranza è catalogata
tra le Virtù (è la seconda di tre, le altre due sono
la Fede e la Carità).
È difficile immaginare un peccato,nel senso di
trasgressione, contro una Virtù teologale. Di
solito si trasgredisce contro un comandamento,
un precetto, più in generale contro una regola;
si pecca assecondando un vizio.
Eppure i teologi, incontentabili allungano la
già non cortissima lista affermando che anche
contro la Speranza si può peccare. O meglio si
possono assumere atteggiamenti peccaminosi e
li catalogano con tanto di nome e cognome: peccati per difetto e per eccesso.
Primi dubbi e perplessità: dove termina il difetto e quando inizia l’eccesso? In una scala da 0 a
100 il difetto inizia a 0 e l’eccesso termina a 100.
Gli altri confini evidentemente sono stabiliti
dalle conseguenze di comportamenti soggettivi. Sempre più difficile, complicato e opinabile.
Peccati contro la Speranza per difetto.
I teologi li dividono in due grosse categorie: disperazione e scoraggiamento.
In questo contesto, disperato è chi non crede
alla vita eterna e chi dispera di raggiungerla.
Disperato è chi non crede più alla carità di Cristo. Disperato è lo sfiduciato che indebolisce la
propria fede e dubita della benevolenza e misericordia di Dio. Disperato è chi non sa o non
vuole rinunciare ai beni materiali. E la disperazione, sostengono sempre i teologi, inquadrata
nell’ottica di difetto di speranza è un peccato
molto pernicioso perché paralizza gli sforzi per
compiere il bene e superare le difficoltà.
Anticamera della disperazione, come è scritto
più o meno letteralmente in quella lezione è lo
scoraggiamento che va distinto dalla dispera-
speranza
zione non solo quando pesa involontariamente
sull’anima come tentazione o malattia, ma anche quando è accolto nella volontà: esso infatti non è la rinuncia, ma il rallentamento della
speranza. Esempio pratico di “scoraggiato” è
colui che rifiuta l’umile consapevolezza della
propria miseria spirituale, dimentica il ricordo
delle grazie ricevute e il pensiero della nostra
incorporazione in Cristo.
Sempre più difficile e complicato. Tradurre queste definizioni in comportamenti umani, per un
non addetto ai lavori, è problematico.
Come pure è problematico inquadrare la seconda grande categoria dei peccati contro la Speranza, ovvero i peccati contro la Speranza per
eccesso.
Qui non sono previste sottocate-gorie ma vengono coinvolte ad-dirittura due “interpretazioni””
del cristianesimo,due eresie de-finite, in quella complicatissimaa
lezione di teologia, presunzioni::
la presunzione del monaco Pela-gio che confida molto sulle for-ze dell’uomo per raggiungere laa
salvezza senza il soccorso dellaa
grazia divina, e quella più notaa
o
di Lutero che per lo stesso scopo
si affida solo ai meriti di Cristo.
o
Un filo comune le unisce: sono
entrambe in overdose di Spe-ranza. Sempre più difficile e
complicato.
Leggendo quel benedetto tratta-to intravedo un orizzonte inatteso e del tutto
sconosciuto ove scorgo ombre inquietanti lottare contro certezze rassicuranti.
Tornando più terra a terra è tuttavia opportuno focalizzare il concetto di speranza nel suo
significato più comune, nella vita quotidiana, di
fronte alle normali difficoltà.
Si osserva un fatto curioso. Il presuntuoso, lo
spavaldo, l’ultrà delle curve non spera di riuscire, di vincere. È sicuro della propria riuscita,della
vittoria. Sfodera e urla la propria convinzione.
Si comporta come chi pecca contro la speranza
per difetto:rifiuta o rinuncia alla speranza.
Anche il rassegnato, lo sfiduciato, lo scoraggiato,
il disperato rinuncia alla speranza. Si comporta
anche lui come chi pecca contro la speranza per
difetto. E quando manca la speranza , come in-
segna la morale cattolica, cresce l’egoismo e la
violenza; i valori di solidarietà e tolleranza evaporano nel nulla.
Sul fronte opposto l’indeciso, il timoroso, il tifoso della domenica in poltrona vive sperando,
si nutre di illusioni, spera molto nei comportamenti altrui e inevitabilmente incappa in atroci
delusioni, cade nello sconforto. L’avaro, l’egoista
ugualmente spera nei comportamenti altrui e
altrettanto inevitabilmente incappa in atroci delusioni, cede allo sconforto. Tutti si comportano
come chi pecca contro la speranza per eccesso.
Questo non significa che il tifoso televisivo o
della curva nord, lo spavaldo, l’arrogante, l’avaro , l’egoista o il remissivo commettono un peccato in quanto tali: riderebbero
a
anche
i polli se così fosse. Dobb
biamo
però tenere presente che
ra
rapportandoci
scorrettamente
c
con
il concetto di speranza fac
cilmente
si può sconfinare nel
p
peccato,
per quanto svalutata e
in azionata sia l’attuale perceinfl
z
zione
della colpa.
I peccati contro la speranza cui
fa riferimento la teologia riguard
dano
il rapporto diretto con Dio
a
anche
se le conseguenze comp
portamentali
dell’uomo sono
m
molto
simili.
S
Senza
speranza o con troppa
sp
speranza
si vive male. Quale
a
atteggiamento
assumere? Capire il giusto dosaggio non è facile. Ognuno possiede una propria personalità e
quindi comportamenti ed esigenze diverse.
Sull’ottovolante della vita esiste una sola certezza: senza la giusta fiducia nell’opera di Dio, lontano o addirittura contro il Suo insegnamento si
percorre poca strada, anzi si rimane fermi. Non
c’è dosaggio di speranza che tenga.
Chi vuole approfondire il discorso non vada
troppo lontano. Segua i consigli di quel giovane
sacerdote dalla bianca ingannevole capigliatura
che alloggia proprio di fianco alla chiesa parrocchiale. Vi colmerà di speranza,senza esagerare.
E.C.
15
speranza
Lettera agli anziani
“Carissimi anziani di ogni lingua e cultura”
C
osì Papa Giovanni Paolo II nel lontano 1999
rivolge ai propri coetanei, come egli stesso
li definisce più volte, una lettera portatrice di un
messaggio di speranza.
Con il solito tono affettuoso ed empatico con
cui il Papa riusciva a farsi vicino ad ognuno per
toccargli il cuore con le sue parole, così ancor più
teneramente scrive alle “sorelle e fratelli anziani”.
Dopo un’incipit salmico dichiara subito “Anziano anch’io, ho sentito il desiderio di mettermi
in dialogo con voi”, esprimendo l’esigenza profondamente sentita di dialogare con coloro che
condividono la sua condizione di uomo che ha
vissuto, nel senso più pieno della parola, che ha
alle sue spalle momenti felici e tristi, emozioni,
sentimenti, affetti, persone con le quali ha condiviso un tratto di cammino.
Ricorda con fermezza come tutto domini nella
storia la mano divinamente paterna “provvidente e misericordiosa” di un Dio a cui il Salmista
alza il suo canto: “Tu mi hai istruito, o Dio, fin dalla giovinezza e ancor oggi proclamo i tuoi prodigi. E
ora, nella vecchiaia e nella canizie, Dio, non abbandonarmi, finchè io annunzi la tua potenza, a tutte le
generazioni le tue meraviglie” (Sal 71 [70], 17-18).
Il Papa esprime con tenerezza la consapevolezza dei problemi e delle difficoltà che gli anziani
devono fronteggiare nella nostra società.
Sembra essere proprio questa consapevolezza a
spingerlo a ”ragionare di cose che sono di esperienza comune” con questi ultimi e far così loro sentire la propria vicinanza e la vicinanza di Dio
Padre tramite lui per ricordare come Egli non ci
lasci mai soli.
Nella corsa serrata ed inesorabile del tempo,
l’esistenza umana appare cosa fragile ed insensata se non si riscopre il senso di una speranza
ultraterrena che trova in Cristo il suo fondamento: “Egli è il principio e la fine, è l’alfa e l’omega.
A lui appartengono il tempo e i secoli.1 La vicenda
umana, pur soggetta al tempo, viene posta da Cristo
nell’orizzonte dell’immortalità. Egli si è fatto uomo
tra gli uomini, per unire il principio alla fine, cioè
l’uomo a Dio.”2
1
2
Liturgia della Veglia Pasquale.
S. Ireneo di Lione, adversus haereses, 4, 20, 4.
16
Inizia poi un excursus storico, di quella Storia
con la S maiuscola che è stato sfondo e contensto comune alle vicende personali di molti suoi
coetanei, passa in rassegna con tristezza ma lucidamente i devastanti eventi storici vissuti: le
contese territoriali, le due guerre mondiali, la
guerra fredda, i regimi totalitari.
“Il tributo pagato sui vari fronti alla follia bellica
fu incalcolabile e altrettanto terrificante fu l’eccidio consumato nei campi di sterminio, veri Golgota
dell’epoca contemporanea.”
Accanto agli orrori delle guerre passate, osserva
gli orrori delle guerre attuali in cui si ripropongono odio razziale e terribili violenze “troppo
presto dimenticati dalle cronache”.
Pur riepilogando i drammi della storia umana,
Giovanni Paolo II guarda anche ai segnali positivi di questo III millennio, quali la conquista
dei diritti umani, il valore riconosciuto alla democrazia, al libero mercato che mantenga una
giustizia sociale, alla dignità della donna, allo
sviluppo delle comunicazioni ed al nascere di
una benefica sensibilità ecologica.
Entrando, dunque, nel vivo del messaggio, il
Papa riflette sul valore dell’ultima stagione della vita dell’uomo, quale culmine del percorso
personale, in cui l’uomo trova la saggezza germinata dall’accumulo dell’esperienza in virtù
della quale egli è capace di “meglio cogliere il
senso della vita”.
La vecchiaia deve essere, infatti, rivalutata in
una società come la nostra, dove l’efficienza delle prestazioni fisiche, la velocità e le immagini
plastificate relegano troppo spesso ai margini
chi, per ragioni biologiche, non può offrire questo ad una comunità che ragiona per lo più in
termini di produttività.
Invece gli anziani hanno molto da offrire ad
una società disorientata come la nostra, il Papa
li definisce “custodi di una memoria collettiva”,
cioè custodi di una storia, ma anche di un mondo di valori sani e vivibili di cui tutt’oggi noi
tutti abbiamo bisogno.
La stabilità, la sicurezza, la lentezza che è pacatezza di azione ma anche di pensiero, la gentilezza, la fermezza sono cose che credo i nipoti
apprezzino ancora nei nonni, risorsa umana e
sociale.
speranza
Escludere gli anziani “è come rifiutare il passsato,
in cui affondano le radici del presente, in nome di
una modernità senza memoria. Gli anziani, grazie
alla loro matura esperienza, sono in grado di proporre ai giovani consigli ed ammaestramenti preziosi.”
In questa prospettiva la vita nella sofferenza e
nella fragilità apparentemente inutile dell’anziano acquista un senso nella comunità, ed anche
la sua fragilità fisica si tramuta in un richiamo
alla “solidarietà e all’interdipendenza che legano tra
loro le generazioni”, ricordandocii
a
come nessuno di noi sia un’isola
indipendente e perennemente au-o
tosufficiente, ma come abbiamo
tutti bisogno gli uni degli altrii
in un’arricchente comunione “deii
doni e dei carismi di tutti”.
Papa Giovanni Paolo II con que-sto messaggio vuole infonderee
speranza nei propri coetanei,,
come pure esortare a riflettere laa
società sul rispetto e sulla consi-derazione in cui dovrebbe teneree
le proprie radici più antiche, evi-denziando anche il ruolo di testi--
moni di fede che gli anziani assumono spesso
nelle famiglie.
“La fede illumina così il mistero della morte e infonde serenità alla vecchiaia, non più considerata e
vissuta come attesa passiva di un evento distruttivo,
ma come promettente approccio al traguardo della
maturità piena. Sono anni da vivere con un senso di
fiducioso abbandono nelle mani di Dio, Padre provvidente e misericordioso; un periodo da utilizzare in
modo creativo in vista di un approfondimento della
v spirituale, mediante l’intensifivita
c
cazione
della preghiera e l’impegno
d dedizione ai fratelli nella carità.”
di
In ne, conclude con una preghieInfi
r dopo essersi rivolto ai giovani,
ra,
in
incitandoli
a stare accanto ai più
a
anziani,
poichè la giovinezza ha
b
bisogno
della vecchiaia più di
q
quanto
ne sia consapevole e poic è così facile per un giovane
chè
il
illuminare
la giornata di un anz
ziano
con un sorriso.
Lucia Carughi
Da
Dacci,
o Signore della vita, di prenderne lucida coscienza e
di assaporare come un dono, ricco di ulteriori promesse,
ogni st
stagione della
la nostra vita.
Fa' che accogliam
accogliamo con amore
more la tua volontà,
ponendoci ogni gio
giorno nelle tue
ue mani misericordiose.
E quando verrà il momento del
el definitivo “ passaggio ”,
concedici di affrontarlo con animo
nimo sereno,
senza nulla rimpiangere di quanto
uanto lasceremo.
Incontrando Te, dopo averti a lungo cercato,
ritroveremo infatti ogni valoree autentico
sperimentato qui sulla terra, insieme
nsieme
con quanti ci hanno precedutoo
nel segno della fede e della
speranza.
E tu, Maria, Madre dell'umanità
ità pellegrina
pellegrina, prega per noi “adesso e nell'ora della nostra
morte”. Tienici sempre stretti a Gesù, Figlio tuo diletto e nostro fratello,
Signore della vita e della gloria. Amen!
17
speranza
Immagini di Speranza
N
el 2000 l’allora cardinale Joseph Ratzinger ha scritto Bilder Der Hoffnung che nel
2005 è stato pubblicato in italiano dalle
Edizioni San Paolo: Immagini di Speranza è un
viaggio con tredici tappe disposte lungo l’anno
liturgico cristiano.
Il bue e l’asino del presepe di Greccio, la grotta della Natività a Santa Maria Maggiore, San
Paolo e la Cattedra di San Pietro nella Basilica
Vaticana, le campane e l’agnello di Pasqua, per
cominciare.
Poi l’Ascensione, il “...sursum corda, un movimento verso l’alto a cui tutti veniamo chiamati”, la Pentecoste, la lingua di fuoco che brucia
e trasforma l’essere uomo, e il Corpus Domini,
raccontato dal mosaico absidale di San Clemente a Roma che è stato composto quando la festa
ancora non c’era.
La Porziuncola di Santa Maria degli Angeli,
il piccolo luogo legato alla grande realtà dello
spirito e della fede che è
l’indulgenza del 2 agosto,,
il Cimitero Teutonico e lee
Catacombe a Roma, dovee
convivono dolore e con-solazione, morte e vitaa
eterna.
Tra questi luoghi e tempi,,
un solo uomo: Volfango,,
che lasciò il monastero dii
Einsiedeln per accettaree
l’incarico di vescovo dii
Ratisbona senza mai smettere di essere monaco
e “...proprio perché non cercava se stesso...è un
pastore credibile”.
Tredici soste che, assaporate nella loro sostanza,
si rivelano immagini di speranza per la nostra
fede.
Miriam
La sapienza che viene dalla terra
C
arissimi forse vado a deludere (ma non
credo che ci sia qualcuno che possa dirsi deluso delle mie povere parole) o meglio a eludere il vostro suggerimento di scrivere
qualche riga sulla Sapienza. Vi ho pensato poi
mi son detto perché non scrivere di un uomo
che è stato nel suo tempo non solo sapiente ma
anche e soprattutto profetico; scrivere di un
uomo che ha saputo leggere con occhio critico
la realtà del suo tempo con quella “sapienza”
18
che nasce dalla vicinanza o prossimità di chi è
povero. Parlo di don Primo Mazzolari, amico di
Montini e ricevuto calorosamente da Giovanni XXIII, ma soprattutto dell’uomo che mai si è
considerato sopra le righe e ha sempre definito
se stesso come “un povero prete”. Moriva a Bozzolo (MN), 12 aprile 1959. Con i suoi scritti e le
sue parole a ringiovanito di un poco la Chiesa.
Dicono tutti che è l’ora dei poveri, e lo dicono
sotto nomi diversi. Di quest’ora che mi fa pensare all’evangelico “è giunto il momento, ed è questo” (Giovanni, 4, 23), nessuno se ne rallegra al
pari di un prete, che, nonostante il “si dice”, con
la povera gente vive veramente gomito a gomito
in campagna e alla periferia, o nel centro del paese, e vede come tira e quanto patisce: ma non
vorrei che un giorno i poveri, arcistufi di tante
e sviscerate concorrenti dichiarazioni di amore,
dicessero a questi e a quelli: “vogliateci un po’
meno bene e trattateci un po’ meglio”. […]
Io prete, sprovveduto per investitura di ogni
mira temporale, dovrei essere il più adatto per
il “ministero dei poveri”.
speranza
La Parola è predicata ai poveri: la Grazia è per
i poveri. (Chi più povero di un peccatore?). Tutto è per il “povero”, poiché basta essere uomo
per essere “povero”, sostanzialmente e irrimediabilmente “povero”. Prete dei poveri quindi,
come si è definito, secondo il Vangelo, san Vincenzo de’ Paoli: che non fa torto a nessuno, e
non scantona davanti a nessuno, poiché tutti gli
uomini, i ricchi in prima fila, sono dei poveri.
La povertà è l’unica condizione dell’uomo, che il
peccato ha finito per alterare al pari di ogni altra condizione: e così avviene che ci sono poveri che si credono ricchi e poveri che si rifiutano
o si vergognano di esserlo.
Il primo diviene cattivo per paura di perdere ciò
che stima di avere: e l’altro si incupisce per timore di essere stato defraudato.
Il benestante è malato come il fariseo. Essendosi
appropriato di qualche cosa che è solo del Padre, si crede diverso dagli altri che non hanno
niente. E davanti all’altare prega come il fariseo:
“O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri
uomini…” (cfr. Luca, 18, 11), ho casa, campi, automobile e ville.
Quando i poveri sentono pregare in tal modo
e vedono che c’è qualche prete che sarebbe disposto a mettere l’imprimatur su tale preghiera,
non solo si sentono offesi e umiliati, ma sono in
tentazione di non credere che ci sia un Padre
comune, il quale, se è vero - così ragionano nella
loro disperazione - che vuol bene a tutti e può
tutto, le cose di quaggiù non le dovrebbe lasciare andare così. E i ricchi, a loro volta, ispessiti nel cuore dai loro averi e sempre timorosi di
perderli, se la prendono col Signore, che mette
al mondo tante bocche.
Così nessuno è contento di Dio, per questione
di una ricchezza “che tignola e ruggine consumano e ladri scassinano e rubano” (Matteo, 7,
20). E se non c’è la ruggine o la tignola, se non
vengono i ladri, arriva la morte: “Stolto, questa
notte tu morirai” (Luca, 12, 20).
Il sacerdote, pur avendo lo sguardo sulla condizione dell’uomo, che è di comune e irrimediabile povertà finché si rimane sul piano delle cose
che “oggi sono e domani non sono” (cfr. Matteo,
6, 30) e che anche quando sono “ingombrano invece di saziare”, si inserisce in questo momento
esterrefatto del peccato, che separa gli uomini
in ricchi e poveri.
Il suo ufficio non è quello di far ricchi i poveri o
poveri i ricchi con accorgimenti legali o di ordine economico-sociale.
Che vi sia chi lo tenti questo lavoro di equità,
è buona e doverosa cosa specialmente per un
cristiano che non voglia rinnegare la fraternità. Ed è pure buona cosa che il sacerdote inviti
e suggerisca tale sforzo, che entra nei normali
doveri della società cristiana; ma la sua propria
funzione è di portar via il peccato, che crea le
disuguaglianze e ogni male. “Ecco l’Agnello di
Dio, ecco Colui che porta via i peccati del mondo” (cfr. Giovanni, 1, 36).
Se va via il peccato dal nostro cuore, si fa anche
l’”eguaglianza” e i vasi comunicano. E siccome il
peccato è purtroppo un retaggio comune, patrimonio tanto dei ricchi come dei poveri, dato che
il male è dentro di noi, e il “bicchiere va lavato
dal di dentro”, il sacerdote deve predicare agli
uni e agli altri: ai ricchi che fanno del possedere
il “mammona”, ai poveri che misconoscono la
loro grande dignità per il solo fatto che non ha
contropartita immediata.
Da secoli, da quando Cristo ci ha mandato “a
predicare la buona novella ai poveri” (cfr. Luca,
4, 18) ci troviamo in questo poco comodo ufficio.
Né i poveri ci ascoltano, né i ricchi ci ascoltano:
e ciò che ancor più ci umilia, par che abbiano
lor buone ragioni tanto questi che quelli. I ricchi dicono: è coi poveri contro di noi: adula i
poveri per averli in mano contro di noi. I poveri
dicono: tiene coi ricchi perché sono i più forti e
lo foraggiano.
Non è raro il caso che ricchi e poveri si mettan
d’accordo, come Erode e Pilato, per farlo tacere
(cfr. Luca, 23, 12). […]
Il Regno dei Cieli non è a destra né a sinistra,
né coi poveri né coi ricchi, finché ricchi e poveri
si differenziano soltanto per quello che hanno,
non per quello che sono. Tra questi due fronti,
che il peccato ha innalzato e che il peccato tiene
in piedi, ci sta, crocifisso, il sacerdote: crocifisso
tra due ladroni, uno buono l’altro un po’ meno,
ma ladroni entrambi. […]
Il prete è una sbarra che ha il cuore, e il colpo,
venga da destra o da sinistra lui lo riceve nel
cuore, e non può ricambiarlo, neanche lamentarsi. Oscilla soltanto, ed è per grande carità:
ma gli altri dicono che parteggia perché se viene colpito a destra oscilla verso sinistra e viceversa. E così perde anche l’onore.
don Ivano
19
speranza
Il Volto
Nell’arco dei prossimi quattro anni si svolgerà la visita pastorale del nostro Vescovo
Mons. Diego Coletti in ogni singola parrocchia dell’intera Diocesi di Como.
È un tempo importante ed occasione favorevole di crescita comunitaria e personale
nella conoscenza della Fede.
Molti sono i punti interessanti.
Intendo evidenziare in particolare un aspetto più volte sottolineato nelle riflessioni
dal nostro Vescovo: la parola il Volto.
Il Volto rappresenta l’identità esteriore e l’originalità di ogni persona.
La persona agisce attraverso le relazioni con gli altri, che sono fondamentali per scoprire
l’interiorità del carattere.
Le relazioni se vissute adeguatamente, ricercando i valori genuini,
conducono alla
genu
bellezza delle emozioni,
che sono il colore
emozi
della vita.
l’essenza del volto delle
Conoscere l’essenz
persone è conoscere
conosce il Volto di Gesù, e
seguire
il suo comandamento:
comanda
Che Vi amia
amiate gli uni gli altri,
come io ho am
amato voi.
(Gv. 13,34).
Gabriele Forbice
20
speranza
“Per amore del mio popolo”
I
l documento diffuso a natale del 1991 in tutte le chiese di Casal di Principe e della zona aversana da don
Peppino Diana e dai parroci della forania di Casal di
Principe
Siamo preoccupati
Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie
che vedono i loro figli finire miseramente vittime o
mandanti delle organizzazioni della camorra.
Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in
pieno della nostra responsabilità di essere “segno di
contraddizione”.
Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la
parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine
del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca
del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto
privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.
La Camorra
La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare
componente endemica nella società campana.
I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto
le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori
edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle
sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere
giovani emarginati, e manovalanza a disposizione
delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse
fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi
per tutta la fascia adolescenziale della popolazione,
veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.
Precise responsabilità politiche
È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni
civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto
di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini
e favoritismi.
La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato
legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali,
della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia
negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso
di rischio che si va facendo più forte ogni giorno
che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi
e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della
nostra azione pastorale ci devono convincere che
l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente
e meno neutrale per permettere alle parrocchie di
riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di
liberazione, di promozione umana e di servizio.
Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi
modelli di comportamento: certamente di realtà, di
testimonianze, di esempi, per essere credibili.
Impegno dei cristiani
Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e
non può venire meno.
Dio ci chiama ad essere profeti.
- Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele
3,16-18);
- Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel
presente il nuovo (Isaia 43);
- Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà
nella sofferenza (Genesi 8,18-23);
- Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia
(Geremia 22,3 -Isaia 5)
Coscienti che “il nostro aiuto é nel nome del Signore”
come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della
notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il
valore anticipatorio della Preghiera che é la fonte
della nostra Speranza.
NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO
Appello
Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico
ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora
troppo assenti da queste piaghe”
Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni
in cui si richiede una testimonianza coraggiosa;
Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico”
affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).
Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto
colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani
dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che
bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.
21
speranza
Ascensione, un invito alla speranza
D
iceva Gibran, un testimone di fede, oltre che scrittore, dei nostri tempi, a proposito della speranza: “Le virtù teologali fede, speranza e carità, sono come tre sorelle che
camminano tenendosi per mano. Fede e carità, le due
che sembrano più grandi stanno a lato, la speranza,
che appare come la più piccola e bisognosa di essere
sorretta, sta al centro. A guardarle bene queste tre
non si comprende se, quel tenersi per mano, non sia
la più piccola a voler sostenere le più grandi non viceversa”.
Sappiamo tutti della forza della fede, della carità, doni capaci di dare grandi testimonianza,
fino al martirio. Ma sperimentiamo come è difficile, molto difficile possedere la speranza. Ci
sono momenti in cui la vita sembra proprio ti
tagli le gambe, quando magari sei lanciato in
disegni nobili che ad un tratto, sembrano con il
loro fallimento travolgere tutto, come se di fronte ad un pellegrino che si era prefisso una meta,
all’improvviso crollasse il ponte su cui passa,
costringendolo o a tornare indietro o cercare di
superare l’improvviso ostacolo.
E ci sono fatti che davvero o ti appelli alla speranza cristiana e guardi oltre, diversamente si
ha come l’impressione che la vita non abbia più
senso; non ha più senso ogni proposito di bene
o di amore... come fossimo morti.
Possiamo chiamare “piccole speranze”, ma che
si fermano a questa terra, quelle di una guarigione, di una buona salute o di una buona notizia, ossia quelle speranze giuste di cose buone
che aiutano a dare serenità al cuore.
Non si possono chiamare speranze le voglie di
“cose”, che sono quella polvere di cui siamo fatti; “Ricordati uomo che sei polvere e polvere ritornerai”; come la voglia di ricchezza, di onore o
di altri idoli senza futuro e senza cuore: “Cose”
che assolutamente non sono la piccola sorella
che sta in mezzo alla fede ed alla carità.
Parlo di speranza perché c’è nella vita di Gesù
con gli apostoli e quindi con tutti coloro che credono in Lui, il momento in cui poteva crollare
quella speranza che doveva essere la forza di
iniziare la missione nel mondo, per cui erano
stati scelti e chiamati.
Il momento della separazione, quella fisica cui
22
tanto teniamo come conferma della fede.
L’avevano vissuto gli apostoli questo smarrimento e quindi il senso della fine di una speranza ancora imprecisa, dopo la morte in croce
di Gesù. Quel Gesù deposto nel sepolcro sembrava avere messo fine ad ogni illusione. E sarà
Gesù poi, con la resurrezione, a cancellare ogni
dubbio e quindi “andare oltre”.
Raccontano gli Atti: “Gesù si mostrò ad essi vivo,
dopo la sua passione; con molte prove, apparendo
loro per quaranta giorni e parlando loro del Regno
di Dio. E mentre si trovava a tavola con essi ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di
attendere che si adempisse la promessa del Padre”:
“Quella, disse, che avete udito da me. Giovanni ha
battezzato in acqua, voi invece sarete battezzati in
Spirito Santo, fra non molti giorni”...
Detto questo fu elevato in alto sotto i loro occhi
e una nube lo sottrasse ai loro sguardi. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se
ne andava ecco due uomini vestiti in bianche
vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini
di Galilea, perché state a guardare il Cielo? Questo
Gesù che è stato tra di voi assunto al cielo, tornerà
un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At. 1,1-11).
Sorprende la serenità con cui i discepoli ammirano Gesù che sparisce dalla loro vista e provano solo stupore...sarebbero stati a guardare
per tutta la vita come era successo sul Tabor.
Non se ne va più Gesù su una croce che poteva spegnere speranza, ma va glorioso in cielo,
come volesse tracciare una strada, meravigliosa ed unica strada che allora gli apostoli seguivano con la meraviglia, ma che oramai erano
certi, era la strada che avrebbero percorso per
raggiungerLo...solo che dovevano attendere lo
Spirito Santo e compiere quella missione per cui
erano chiamati. Ma oramai la via non faceva più
paura: non erano più possibili “cadute di speranza”, perché non solo un giorno l’avrebbero
rivisto nella gloria per loro preparata, ma anche
perché erano oramai certi che Lui era con loro,
giorno per giorno, come a voler percorrere insieme quella scia di luce che è la santità, ossia
quel camminare facendosi guidare dalla fede e
dalla carità, saldamente tenute per mano dalla
speranza
speranza. Questa è la nostra speranza. Può accadere tutto nella nostra vita: possiamo a volte
passare per la notte del venerdì santo: ma sappiamo che c’è il cielo che ci attende. Dio le permette queste notti, per mettere alla prova la nostra fede ma non ci abbandona...in altre parole
la speranza ci trattiene con forza perché sa che
oltre la notte c’è la scia della ascensione che ci
attende. E la speranza affonda le sue radici nella presenza di Gesù accanto a noi. “Io sarò con
voi, sempre, fino alla fine del mondo”. La speranza
allora ha la sua forza nella certezza che Gesù è
vicino, è la nostra forza, il nostro futuro. Lui ci
segue passo passo.
Scriveva Zundel, uomo di speranza: “L’universo
non è chiuso. Tutte le sue linee si prolungano all’infinito e orientano lo sguardo verso il polo invisibile
dove ogni cosa è misteriosamente magnetizzata. Il
mondo è aperto a una immensa aspirazione verso la
pienezza, alla quale è sospeso tutto il suo divenire”.
E Paolo VI commenta: “La sentiranno questa consolazione quelli a cui la terra non ha dato la felicità: e siamo tanti. Siamo tutti. Quelli specialmente i
cui desideri furono ingiustamente delusi, quelli che
sperarono indarno il loro pane, la loro pace, il loro
onore, il loro amore”: le beatitudini del Vangelo: sono per i poveri in spirito: i piangenti, gli
umiliati, gli infelici. La speranza cristiana è il
grande conforto per il dolore del mondo. Guai
a quelli che la spengono nel cuore del popolo
che lavora, che soffre. La speranza cristiana è la
grande certezza per coloro che combattono per
un giusto ideale, che magari non trionferà, ma
non combattono invano. La speranza cristiana
suscita i poeti, gli eroi, i martiri, i santi. Essa è la
garanzia che compensa coloro che vivono senza godere e muoiono senza avere abbastanza
vissuto: è il domani beato per chi non ha avuto
il suo oggi completo. L’inno della speranza dovrebbe echeggiare verso il Cristo che scompare
con l’ascensione al Cielo dalla scena terrestre, e
dovrebbe formare, come infatti lo forma nella
liturgia, il canto dei rimasti in terra a seguire gli
esempi di lui e aspettarne il ritorno (omelia di
Paolo VI a Milano, ascensione 1958).
Può sembrare utopistico per chi non ha fede, vivere come in attesa del ritorno, ma con i piedi
a terra a coniugare fede e carità. È bello anche
solo pensare che tutto quanto si fa’, e con sacrificio, non ha la caduta delle piccole cose che non
hanno futuro ma trapassa il tempo ed è come
una lettera indelebile scritta nell’eternità e per
l’eternità. È bello sapere che così non si vive per
nulla, come se tutto finisse, ma che ogni cosa è
come ascendere al cielo con Gesù, rapiti in quella nube che nasconde la terra.
La terra, con tutte le sue gioie e speranze, con
le sofferenze e le angosce, soprattutto quando
sono lo stupendo campo della carità, diventa il
luogo in cui si scrive il futuro con Dio.
Madre Teresa di Calcutta che sapeva coniugare
bene fede, speranza e carità, affermava spesso
che attendeva il ritorno di Gesù e non aveva assolutamente paura finalmente di affacciarsi alla
porta del cielo...perché là avrebbe trovato tanti
poveri, che lei, con la carità, aveva sollevato al
cielo.
Non resta anche a noi che farsi affascinare da
Gesù che ascende al cielo e non togliere mai lo
sguardo all’attesa dell’incontro con Lui. Questo
si chiama dare bellezza alla vita..diversamente
è un vuoto scrivere sulla sabbia..con disperazione, o delusione o dolore.
Mons. Antonio Riboldi - Vescovo
23
anno sacerdotale
Anno Sacerdotale 19 giugno 2009 – 19 giugno 2010
L’
annuncio di Benedetto XVI di indire un
Anno Sacerdotale, che si aprirà il prossimo 19 giugno, è avvenuto durante
l’udienza concessa ai partecipanti alla plenaria
della Congregazione per il clero, lo scorso 16
marzo. In quell’occasione il Papa ha pronunciato
un importante discorso sul ruolo del presbitero
nella Chiesa oggi: ha messo in guardia contro
la confusione tra sacerdozio battesimale e quello ministeriale; ha esortato i vescovi a vigilare
perché le
l «nuove strutture» o organizzazioni
pastorali
pastoral «non siano pensate per un tempo nel
quale ssi dovrebbe ‘fare a meno’ del ministero
ordinato,
ordina partendo da un’erronea interpretazione d
della giusta promozione dei laici»; ha
insistito sull’importanza di quel ministero senza cui «non ci sarebbe né l’Eucaristia, né, tanto
meno, la missione e la stessa Chiesa»; infine ha
ricordato che la missione del sacerdote «ha le sue
radici in special modo in una buona formazione, sviluppata in comunione con l’ininterrotta
Tradizione ecclesiale, senza cesure né tentazioni
di discontinuità».
In questo Anno pubblicheremo alcuni passi
delle lettere che Giovanni Paolo II ha scritto ai
Sacerdoti durante il suo pontificato, a consolazione e incoraggiamento dei nostri cari sacerdoti e a edificazione di tutti noi, che siamo il loro
gregge.
a cura di Miriam
Cari fratelli nel sacerdozio di Cristo!
F
ratelli cari! voi che «sopportate il peso della giornata e il caldo» (cfr. Mt 20,12), che
avete messo mano all’aratro e non vi volgete indietro (cfr. Lc 9,62), e forse ancor più
voi che dubitate del senso della vostra vocazione, o del valore del vostro servizio! Pensate a quei luoghi, dove gli uomini attendono con ansia un Sacerdote, e dove da molti
anni, sentendo la sua mancanza, non cessano di auspicare la sua presenza. E avviene,
talvolta, che si riuniscono in un Santuario abbandonato, e mettono sull’altare la stola
ancora conservata, e recitano tutte le preghiere della liturgia eucaristica; ed ecco, al momento che corrisponde alla transustanziazione, scende tra loro un profondo silenzio,
alle volte forse interrotto da un pianto..., tanto ardentemente essi desiderano di udire
le parole, che solo le labbra di un Sacerdote possono efficacemente pronunciare! Tanto
vivamente desiderano la Comunione eucaristica, della quale solo in virtù del ministero
sacerdotale possono diventare partecipi, come pure tanto ansiosamente attendono di
sentire le parole divine del perdono: «Ego te absolvo a peccatis tuis»! Tanto profondamente risentono l’assenza di un Sacerdote in mezzo a loro!... Questi luoghi non mancano nel mondo. Se, dunque, qualcuno di voi dubita circa il senso del suo sacerdozio, se
pensa che esso sia «socialmente» infruttuoso oppure inutile, rifletta su questo!
Occorre convertirci ogni giorno, riscoprire ogni giorno di nuovo il dono ottenuto da
Cristo stesso nel sacramento dell’Ordine, penetrando nell’importanza della missione
salvifica della Chiesa e riflettendo sul grande significato della nostra vocazione alla luce
di questa missione.
Dal Vaticano, l’8 aprile, Domenica delle Palme “de Passione Domini”,
Giovanni Paolo II ai Sacerdoti in occasione del Giovedì Santo
dell’anno 1979, primo di Pontificato
24
anno sacerdotale
«P
regate dunque il padrone della messe, perché mandi operai alla sua messe...»
(cfr. Mt 9,38). Nel Giovedì Santo, che è giorno natale del sacerdozio di ognuno di
noi, vediamo con gli occhi della fede tutta l’immensità di questo amore, che nel Mistero
pasquale ci ha comandato di diventare «obbediente fino alla morte» - ed in questa luce
vediamo anche meglio la nostra indegnità. Sentiamo il bisogno di dire, oggi più che
mai: «Signore, non sono degno...».
Veramente «siamo servi inutili» (Lc 17,10). Procuriamo, però, di vedere questa nostra
indegnità e «inutilità» con una semplicità tale che ci renda uomini di grande speranza.
«La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per
mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato dato» (Rm 5,5). Questo Dono è proprio frutto
del tuo amore: è il frutto del Cenacolo e del Calvario.
Fede, speranza e carità devono essere il metro adeguato per le nostre valutazioni e
per le nostre iniziative. Oggi, nel giorno dell’istituzione dell’Eucaristia, noi ti chiediamo
con la più grande umiltà e con tutto il fervore, di cui siamo capaci, che essa sia celebrata
su tutta la terra dai ministri a questo chiamati, affinché a nessuna comunità dei tuoi
discepoli e confessori manchino questo santissimo sacrificio e questo nutrimento spirituale.
Dal Vaticano, il 25 marzo, Solennità dell’Annunciazione del Signore,
Giovanni Paolo II ai Sacerdoti in occasione del Giovedì Santo
dell’anno 1982, quarto di Pontificato
«N
on vi chiamo più servi..., ma vi ho chiamati amici» (Gv 15, 15). Proprio nel Cenacolo sono state pronunciate queste parole, nel contesto immediato dell’istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio ministeriale. Cristo ha fatto conoscere agli Apostoli e
a tutti coloro, i quali da essi ereditano il sacerdozio ordinario, che in questa vocazione
e per questo ministero devono diventare suoi amici: devono diventare amici di quel
mistero, che egli è venuto a compiere. Essere sacerdote vuol dire essere particolarmente in amicizia col mistero di Cristo, col mistero della Redenzione, in cui egli dà la sua
«carne per la vita del mondo» (Gv 6, 51). Noi che celebriamo ogni giorno l’Eucaristia, il
sacramento salvifico del Corpo e del Sangue, dobbiamo essere in un’intimità particolare col mistero, da cui questo sacramento prende il suo inizio. Il sacerdozio ministeriale
si spiega soltanto ed esclusivamente nel profilo di questo mistero divino, e soltanto in
questo profilo si realizza.
Nel profondo del nostro «io» sacerdotale, grazie a quel che ciascuno di noi è diventato al momento dell’Ordinazione, noi siamo «amici»: siamo testimoni particolarmente
vicini a questo Amore, che si manifesta nella Redenzione. Esso si è manifestato «in
principio» nella creazione, e insieme con la caduta dell’uomo si manifesta sempre nella
redenzione. «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché
chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16). Ecco la definizione dell’amore nel suo significato redentivo, ecco il mistero della Redenzione, definito
dall’amore. L’unigenito Figlio è colui che prende questo amore dal Padre e lo dà al Padre, portandolo al mondo. L’unigenito Figlio è colui che, per questo amore, dà se stesso
per la salvezza del mondo: per la vita eterna di ogni uomo, suo fratello e sorella.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 27 marzo, Domenica delle Palme «de Passione Domini»,
Giovanni Paolo II ai Sacerdoti in occasione del Giovedì Santo
dell’anno 1983, quinto di Pontificato
25
anno sacerdotale
C
ari, amati fratelli! Noi ritroviamo, giorno dopo giorno e anno dopo anno, il contenuto e la sostanza, veramente ineffabili, del nostro sacerdozio nelle profondità del
mistero della redenzione. E io auguro che a questo serva specialmente il corrente Anno
del Giubileo straordinario!
Apriamo sempre più largamente gli occhi - lo sguardo dell’anima - per scoprire
meglio che cosa vuol dire celebrare l’Eucaristia, il sacrificio di Cristo stesso, affidato alle
nostre labbra e alle nostre mani di sacerdoti nella comunità della Chiesa.
Apriamo sempre più largamente gli occhi - lo sguardo dell’anima - per capire meglio che cosa significa rimettere i peccati e riconciliare le coscienze umane col Dio infinitamente santo, col Dio della verità e dell’amore.
Apriamo sempre più largamente gli occhi - lo sguardo dell’anima - per capire meglio che cosa vuol dire operare «in persona Christi», nel nome di Cristo. Operare con
la sua potenza, ossia con la potenza che, in definitiva, si radica nel suolo salvifico della
redenzione.
Apriamo inoltre sempre più largamente gli occhi - lo sguardo dell’anima - per capire meglio che cosa è il mistero della Chiesa. Noi siamo uomini della Chiesa!
«Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati
chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo. Un solo Dio padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed
è presente in tutti» (Ef 4, 4-6). Quindi: cercate «di conservare l’unità dello Spirito per
mezzo del vincolo della pace» (Ef 4, 3). Sì. Proprio questo dipende, in modo particolare,
da voi: «Conservare l’unità dello Spirito»!
In un’epoca di grandi tensioni, che scuotono il corpo terreno dell’umanità, il servizio più importante della Chiesa nasce dall’«unità dello Spirito», affinché non soltanto
non subisca essa stessa una divisione dal di fuori, ma riconcili e unisca, altresì, gli
uomini in mezzo alle contrarietà che si accumulano intorno a loro e in loro stessi nel
mondo d’oggi.
Preghiera per i sacerdoti
Miei fratelli! A ciascuno di voi «è stata
data la grazia secondo la misura del dono di
Cristo... al fine di edificare il corpo di Cristo»
O Gesù, sommo ed eterno sacerdote,
(Ef 4, 7.12). Siamo fedeli a questa grazia! Siacustodisci ogni sacerdote
mo eroicamente fedeli a questa grazia! Miei
dentro il Tuo Sacro Cuore.
fratelli! Il dono di Dio è stato grande per noi,
Conserva immacolate le sue mani unte
per ciascuno di noi! Tanto che ogni sacerdoche toccano ogni giorno il Tuo Sacro Corpo.
te può scoprire in sé i segni di una divina
Custodisci pure le sue labbra
predilezione. Ciascuno conservi fondamenarrossate dal Tuo Prezioso Sangue.
talmente il suo dono in tutta la ricchezza delMantieni puro e celeste il suo cuore segnato
le sue espressioni: anche il dono magnifico
dal Tuo sublime carattere sacerdotale.
del celibato volontariamente consacrato al
Fa che cresca nella fedeltà e nell’amore per Te
Signore - e da lui ricevuto - per la nostra sane preservalo dal contagio del mondo.
tificazione e per l’edificazione della Chiesa.
Col potere di trasformare il pane e il vino
donagli anche quello di trasformare i cuori.
Dal Vaticano, il 7 marzo,
Benedici e rendi fruttuose le sue fatiche
Mercoledì delle Ceneri,
e dagli un giorno la corona della vita eterna.
Giovanni Paolo II ai Sacerdoti in occasione
Amen
del Giovedì Santo
dell’anno 1984, sesto di Pontificato
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Santa Teresa di Gesù Bambino
proverbi
Suor, Prèt e Dutur, van e vegnen de per lur
Suore, Preti e Dottori vanno e vengono da soli
Pret e Re, o di bèn o tasè!
Preti e re, parlate bene o tacete
Sota al campanin, manchen mai pan e vin.
Sotto al campanile, non mancano mai né pane né vino
I ciut ne la rugura, e i danèe in man ai prèt tei tiret fora phò.
I chiodi piantati nel legno di rovere e i soldi in mano ai preti non li tiri fuori più.
Quand i campan tochen tèra, en bela che perdù la guera.
Quando le campane vengono calate dai campanili per fare cannoni, la guerra è già persa.
Prevost e Vicari an de capì che un’uferta l’è un afari.
Prevosto e Vicario devono capire che un’offerta è un affare
Bruta bestia l’è la sofferenza, chi puch, chi tantu ma nisun l’è senza.
Che brutta bestia è la sofferenza, chi poco, chi tanto, ma nessuno ne rimane senza.
Ala mattina un om el s’è sveglià prèst, ma ul so destin el sa svegliàa prima de lhò.
Un uomo si è svegliato presto al mattino, ma il suo destino si è svegliato prima di lui.
Va a Bàcc a sunà l’orghen
Cosa impossibile, perché nella chiesa di Baggio l’organo è dipinto sul muro dietro all’altare.
Gesa e mercàa, fan mai màa
Andare in chiesa e al mercato non fa mai male
Nissoen el và in paradìs cuni i occ succ
Nessuno va mai in paradiso senza aver mai pianto
Ul Signur el fà l’aliment – ul diaul ul cundiment
Il Signore ti chiama, il diavolo ti tenta
Stà tacàa a la broca del Signur
Non staccarti dal Signore
Un paes che el g’à nò memoria, el g’à no de storia
Un paese senza ricordi, non avrà mai posto nella storia
Se te regalet scordes, se te ricevet ricordes
Se fai un regalo scordati, se invece lo ricevi ricordati
L’è mei una gocia de fortuna, che un mar de fastidi
E’ meglio una sola goccia di fortuna che un mare pieno di guai.
Una cà ben scuada, l’è cum’è una dona ben cavezada
Una casa ben pulita è come vedere una donna ben pettinata.
Chi thòo i fio de bunura, cui so fiò laura.
Chi ha figli da giovane, con i suoi figli lavora
Se el piov al dì de la scienza, per quaranta dì sem minga senza
Se piove al giorno dell’Ascensione, per quaranta giorni la pioggia non mancherà.
27
agiografia
Il Curato d’Ars fratello dei parroci
M
iserieux, Savigneux, Villeneuve, Rancé. Sono una galassia sulla mappa
del Dombes i piccoli paesi attorno ad
Ars. Vicinissimi oggi, in automobile, ma, a piedi come un tempo, lontani ore di cammino. Dal
1820 i registri delle parrocchie di questi villaggi
portano spesso la firma di Vianney in calce a
un battesimo, a un matrimonio, a un funerale.
Il giovane curato d’Ars sostituiva i colleghi vecchi, o malati. E ti immagini, per queste stradine
sinuose fra le colline, don Jean-Marie in cammino, sotto il sole o la pioggia. Solo, con la sua tonaca rammendata e il grande cappellaccio nero.
Piccolo di statura ma agile, il passo energico,
le scarpe grosse, da contadino - che oggi se ne
stanno posate per sempre sul pavimento della
canonica, accanto al letto.
Campagna profonda l’Ain dell’Ottocento, con
i suoi abitanti contadini che malvolentieri sospendono la mietitura, la domenica, per andare a Messa. Nei primi anni Vianney è un prete generoso ma severo, ancora impregnato del
giansenismo del suo maestro, l’abate di Ecully.
La prospettiva dell’inferno lo atterrisce, teme
per la salvezza sua e dei parrocchiani. Dirà poi
d’avere vissuto, in quei primi anni ad Ars, paure interiori terribili. Tuona nelle omelie il curato, dal pulpito della sua piccola chiesa. Con gli
anni e con l’esperienza di uomini e di anime, il
suo orizzonte interiore si rasserena, nelle certezza della misericordia di Dio («Fa più in fretta Dio
a salvare un peccatore che una madre a strappare
dal fuoco il figlio che ci è caduto dentro», dirà un
giorno).
In quei primi tempi talvolta a notte fonda colpi fragorosi battono alla porta della canonica,
come di un visitatore furioso. Dei parrocchiani,
chiamati dal curato, sentono a loro volta quel
baccano, e la sera dopo si rifiutano di tornare.
Ma dopo una notte di fracasso, una mattina sulla neve non c’è traccia di passi. Da quel giorno il
curato decide di non preoccuparsi. Sembra trovare normale che il nemico si accanisca contro
la sua porta. Gli basta il rosario, per difendersi.
Scorre come su due binari paralleli la vita in canonica. Da un lato Vianney si dona anima e corpo alla parrocchia, al catechismo dei bambini
che strappa a fatica dai campi, alla scuola e alla
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carità per gli orfani. Dall’altro possiede una fortissima vita interiore,
alimentata dalle ore
notturne di preghiera. Ma in questa seconda prospettiva la
vita di Vianney
non è riducibile
a un’agiografia
lieta, alla fiaba
semplice di un santo prete di campagna. Si porta addosso un silenzioso tormento quest’uomo,
come una misteriosa ferita. Ne parla ben poco.
Confesserà, un giorno: «La mia tentazione è la disperazione». Di tutte, la più terribile. Possibile,
quel prete così amato, e la cui fama si va allargando per la misericordia con cui tratta ogni
sconosciuto in confessionale - mentre già si comincia a mormorare che è un santo?
Possibile. Proprio questa ferita nascosta lo spinge a pregare così intensamente, come un naufrago che s’aggrappi a un legno. Il poeta Charles Peguy, francese come lui, cent’anni dopo
scriverà che proprio le peggiori miserie sono i
punti vulnerabili della corazza dell’uomo, attraverso cui la grazia può penetrare. Il curato
pare istintivamente sapere che la sua debolezza
è la sua forza. Dirà, quando la sua santità sarà
ormai evidente: «Se nella diocesi ci fosse stato uno
più miserabile di me, Dio avrebbe scelto lui». Buio
intenso e luce piena si alternano dunque nelle
notti di questa canonica che sembra, con le sue
travi a vista, un granaio riattato. La percorri, in
una mattina feriale in cui non c’è nessuno, in silenzio. Suonano i passi sulla pietra nuda, come
dovevano risuonare quelli del curato. Guardi il
vecchio portone col catenaccio arrugginito: chi
batteva quei colpi rabbiosi, la notte? Un crocifisso scuro nella camera da letto, come il centro, e
il padrone della casa. Chissà quanto, in quei 41
anni, è stato fissato, è stato implorato.
La vita ad Ars non è un giardino di rose. Gelosie, calunnie, e moti di anticlericali che in gruppo assediano la canonica e ingiungono al parroco di andarsene. La memoria delle persecuzioni
della Rivoluzione è ben viva in Vianney, che an-
agiografia
dava a Messa, bambino, nella clandestinità. Che
la storia si ripeta? E tuttavia accanto a queste spine avanza e abbonda una evidente, incoercibile
grazia. Che parte, sembra, da quel confessionale
dove il curato passa sempre più tempo, da prima dell’alba, fino agli ultimi anni in cui arriverà
a starci 17 ore al giorno, in un estenuato ministero di misericordia. Vianney ha un carisma di
profezia, sembra leggere nell’anima. I reticenti,
i bugiardi vengono svelati da uno sguardo, che
tuttavia è di perdono. Tornano a casa sbalorditi,
e raccontano. Altri, sempre di più, a centinaia,
a migliaia vogliono inginocchiarsi davanti al
curato d’Ars. Diventerà un assedio, con trentamila pellegrini ogni anno in quel villaggio da
nulla. Viene in mente Padre Pio. «Il carisma della
profezia è analogo, - dice il rettore del Santuario,
padre Philippe Nault - la differenza è che Vianney
era prima di tutto un parroco, un parroco al cento
per cento, sempre di corsa fra i malati e il catechismo
dei bambini. Per questo tanti sacerdoti lo considerano, prima che un santo, un fratello, e vengono qui
in diecimila, ogni anno». E il registro nella cappella della reliquia del cuore del curato porta le
firme di preti dall’Ucraina, dalle Filippine, dal
Vietnam. In pellegrinaggio da un fratello. Fratello povero e travagliato, ma orgoglioso della
sua veste: «Se incontrassi un angelo insieme a un
prete, saluterei prima il prete, perché il prete prende
il posto di Cristo».
Luce ad Ars, luce e ancora frange di buio, come
nel cielo che schiarisce dopo un temporale. A
tratti Vianney è tormentato dalla percezione
della sua miseria, della sua indegnità, oltre che
sopraffatto dalla fatica. Vuole fuggire, scappare,
sogna la cella di un convento. La pace. Solo, con
Dio. Una notte scappa davvero, torna a casa sua,
a Dardilly. Tempo 24 ore e i pellegrini assediano anche quel paese. Il curato ritorna. Fuggirà
- tormentato dalla sua ferita interiore - tre volte.
L’ultima, nel 1853, i parrocchiani suoneranno le
campane a distesa, come per un incendio, per
dare l’allarme; e a trattenerlo ci sarà un picchetto di contadini robusti, che lo supplicano: «Padre, resti con noi».
Intanto anche la salute, sfidata da digiuni e penitenze e da quel suo pregare e confessare con
l’ardore di un fabbro che batte sull’incudine,
cede. Cade seriamente malato, lo danno per
perduto. I medici accorrono a consulto attorno
al suo capezzale. Lui, sfinito, mormora: «Sto
combattendo un grande combattimento». Contro
che cosa, gli chiedono. «Contro quattro medici. Se
ne arriva un altro, sono morto», e gli sfugge un
sorriso. Si riprende. Arriverà a 73 anni. Magro,
sdentato, continua a fare catechismo, con i ragazzi che gli si siedono vicini, perché il fiato è
ormai poco. E sempre ore e ore in confessionale.
Soffrendo, perché tante miserie, tanto concentrato di miserie gli massacra l’anima. Sembra
che ritrovi energia nel celebrare la Messa. Si
illumina, alla consacrazione. «Aveva un dono, dice il rettore Nault - quello di riconoscere Cristo
presente, vivo, nell’ostia. Diceva raggiante: ‘Lui è
qui’. E c’era gente che solo a guardarlo celebrare si
convertiva». Ripeteva: «Noi lo vedremo! Vi rendete
conto? Lo vedremo per davvero! Faccia a faccia!».
Come nella promessa di Paolo nella lettera ai Corinzi. Ora vediamo oscuramente, ma un giorno
lo vedremo faccia a faccia. Ars, rimasta piccola
nel grembo di terra dell’Ain, con i suoi greggi e
il faticoso procedere dei trattori nei campi grevi
di pioggia, è enigma e promessa: ora vediamo
oscuramente, ma un giorno vedremo. Come un
seme gettato nella terra profonda.
Giovanni Maria Vianney entra in agonia alla fine
di luglio del 1859. Giorni caldissimi. L’afa grava
sulla canonica, mozza il respiro al moribondo. I
parrocchiani, per dargli sollievo, coprono il tetto di teli e li annaffiano con una catena di secchi
d’acqua che corre di mano in mano, come si fa
per gli incendi. Una catena di mani perché il curato non muoia, come in quella notte, in cui in
tanti gli si pararono davanti, quasi ordinando:
«Resti qui». Ma è giunta l’ora: il 4 agosto muore,
prima dell’alba. Una interminabile processione
stringe e abbraccia il grappolo di case di Ars.
Prima della canonizzazione , nel 1925, è già santo a furor di popolo. 150 anni dopo, la processione continua. 400 mila pellegrini ogni anno. Di
cui moltissimi preti, e parroci. Vanno a trovare
un fratello. Un prete tanto amato dalla sua gente che per riacchiapparlo, una notte, suonarono
le campane a distesa. Il che non era mai accaduto prima. Accadde, misteriosi disegni della
Provvidenza, per Jean-Marie, a 17 anni pastore
e analfabeta, poi scartato dal seminario, perché
non imparava il latino. Accadde ad Ars, l’«ultima
parrocchia dell’Ain». Illuminata, disse Giovanni
Paolo II, «da un particolare fulgore».
Marina Corradi in Avvenire 1 e 8 aprile 2009
29
appunti
Il Fondo Diocesano “famiglia - lavoro”: nella giustizia e nella
solidarietà si realizza il bene cui tutti siamo chiamati
D
i fronte alle difficoltà che un numero crescente di famiglie si trova ad affrontare,
si sono moltiplicate le iniziative di sostegno e solidarietà; la nostra diocesi, come altre Chiese in Italia, ha scelto di attivare un fondo di solidarietà: lo ha presentato ufficialmente
il Vescovo, lo scorso 30 aprile, in occasione della
Veglia per il Lavoro; a seguire una stesura quasi definitiva del testo, per cominciare a far conoscere l’iniziativa e sensibilizzare sull’argomento.
Che cosa sta succedendo?
La crisi economica, innescata dal dissesto finanziario globale, sta spingendo molte famiglie
e persone in stato di grave difficoltà economica.
Una difficoltà che potrebbe prolungarsi anche per
un arco di tempo non breve. La perdita del posto
di lavoro e la precarietà occupazionale, soprattutto nei nuclei monoreddito, possono rappresentare
un serio ostacolo per le aspirazioni della persona
ad una vita dignitosa per sé e i propri cari.
Occorre tuttavia riconoscere che una riduzione dei consumi nell’ambito dei paesi ricchi occidentali è un percorso obbligato, se si vuole evitare il collasso ambientale del pianeta e consentire
ai paesi poveri di uscire dalla miseria, evitando
pericolose tensioni internazionali. Non solo: una
vita più sobria sembra anche essere la condizione
per rimediare alla drammatica perdita di valori e
al profondo disagio esistenziale che attraversano
le società ricche, frutto di un’illusoria identificazione tra consumo di beni materiali e benessere
della persona.
Ci rendiamo conto allora che la crisi può diventare occasione di cambiamento verso una società più umana ed equa, con al centro la persona
piuttosto che il consumatore, i beni relazionali
piuttosto che quelli materiali, la solidarietà piuttosto che la competizione. Le difficoltà di questo
momento possono così essere percepite come
un’opportunità, un’occasione di cambiamento da
vivere insieme, con coraggio, serenità e fiducia.
Per la comunità cristiana, si tratta di un impegno radicato, ancor prima che nel comandamento
dell’amore, in quella Giustizia senza la quale la
Carità rischia di ridursi a sterile elemosina, smarrendo il senso più profondo e profetico di dono di
Dio. Per tutti i cristiani deve essere un fatto edu-
30
cativo, che aumenti la solidarietà e la condivisione, l’apertura del cuore e la generosità. Senza mai
dimenticare che spesso la nostra ricchezza coincide con l’impoverimento dei poveri.
Cosa proponiamo
A sostegno di famiglie e persone in difficoltà, la
diocesi, con la collaborazione di tutte le parrocchie, vuole:
• promuovere reti di solidarietà, che aiutino le
persone ad uscire dall’isolamento e dall’individualismo, condividendo bisogni e risorse;
• rendere le parrocchie luoghi di corresponsabilità, dove i problemi di ogni membro divengono
problema di tutti (e viceversa), impegnandole
nella ricerca delle soluzioni più adeguate;
• richiamare chi ha di più al dovere della giustizia e della solidarietà, attraverso elargizioni e
autoriduzioni dei propri guadagni a favore di
chi ha di meno;
• educare tutti ad un uso responsabile e moderato delle risorse;
• riscoprire una solidarietà basata sulla relazione
e lo scambio reciproco, non solo di denaro, ma
anche di tempo, lavoro, attenzioni.
Con quali soggetti
Il vescovo monsignor piego Coletti, affida l’iniziativa ai seguenti soggetti:
• le Comunità Parrocchiali, invitate a vigilare
sulle situazioni che prevedono un aiuto, a segnalarle al parroco o a un suo incaricato, e a
collaborare per dare una risposta;
• il Parroco, o un suo Collaboratore, incaricati di
raccogliere la richiesta di aiuto, valutare le condizioni di bisogno, e portarla all’attenzione del
referente zonale;
• i Referenti Zonali, cui è affidato il compito di
raccogliere le richieste di sostegno, portandole
all’attenzione del Comitato dei garanti, e confermando ai parroci o ai collaboratori l’accoglienza e le modalità dell’aiuto;
• gli Sportelli Informativi, segnalati per offrire
sostegno e accompagnamento ai disoccupati rispetto alle problematiche del lavoro;
• la “Fondazione Caritas Diocesana”, chiamata
a gestire contabilmente e fiscalmente il fondo
diocesano e su richiesta del Comitato dei ga-
appunti
ranti e ad erogare l’aiuto facendolo pervenire ai
parroci richiedenti;
• il Comitato dei Garanti, incaricato di raccogliere le richieste, valutarle e stabilire l’erogazione
dell’ aiuto. Il Comitato è composto da:
• due membri della Caritas diocesana (Mario
Luppi e Marco Mazzone);
• due membri della Pastorale del Lavoro (Alberto
Conti e Giorgio Riccardi);
• due membri dell’Azione cattolica (Francesco
Mazza e Germano Colombo);
• presidente è don Battista Galli, Vicario episcopale.
Accanto alla collaborazione specifica delle Acli
di Como e Sondrio, che si occupano anche degli
“Sportelli informativi”, partecipano all’iniziativa
o danno il proprio contributo anche tutte le realtà
associative, gruppi, movimenti e singole persone
che, a diverso titolo, condividono le ragioni e le
finalità dell’iniziativa.
Come procediamo
• Giovedì 30 aprile 2009: in coincidenza con la Veglia di preghiera per il lavoro, è stata lanciata
l’iniziativa.
• I parroci offrono in parrocchia il dépliant illustrativo e sensibilizzano i fedeli circa la necessità di una conversione personale ad una vita
più sobria e solidale. Nel frattempo responsabilizzano la comunità perché sia attenta alle situazioni di perdita del lavoro con conseguenti
gravi difficoltà, segnalandole al parroco o a un
suo incaricato.
• Le modalità di sostegno devono il più possibile
esprimere relazioni di prossimità, impegnando
le famiglie della comunità a qualche forma di
vicinanza, di presa in carico, di adozione temporanea...
• Le elargizioni non dovranno essere a fondo perso, ma impegnare in qualche tipo di restituzione, se pur parziale.
• Il fondo nazionale promosso dalla Chiesa Italiana avrà uno scopo complementare rispetto al
Fondo diocesano, integrandolo in casi di particolare gravita.
lavoro dal gennaio 2009, non godono di contributi
previdenziali, non hanno altri redditi né aiuti da
parenti o amici, né risparmi adeguati.
Per costruire e alimentare il Fondo Diocesano
Sono previste le seguenti tre modalità:
1. Una giornata diocesana di raccolta delle offerte,
domenica 10 maggio 2009: i contributi confluiranno nel Fondo diocesano “Famiglie-lavoro”.
Dovranno essere versati alla “Fondazione Caritas Solidarietà e servizio” specificando la causale “Solidarietà famiglie-lavoro” presso il Credito Valtellinese - sedi di Como e Sondrio (nel
depliant saranno precisati tutti gli estremi).
2. Consegnare contante o assegno non trasferibile
in busta chiusa presso la Caritas diocesana (il
rilascio, su richiesta, della ricevuta per la detrazione fiscale può essere eseguito solo nel caso
di offerta attraverso assegno non trasferibile).
3. Altre raccolte a carattere continuativo nelle
singole parrocchie, che coinvolgano preferibilmente famiglie o gruppi di famiglie in forme di
autotassazione o di coinvolgimento diretto in
specifiche situazioni di bisogno.
È importante che i contributi confluiscano tutti
nell’unico fondo diocesano, perché gli interventi
siano sufficientemente valutati e garantiti e distribuiti nell’ambito diocesano secondo le necessità. Nel depliant presto in distribuzione saranno
segnalati gli sportelli informativi distribuiti sul
territorio della diocesi. Ai parroci o ai loro collaboratori saranno al più presto comunicati i nominativi e gli indirizzi dei “referenti zonali” cui fare
riferimento.
Informazioni Caritas Diocesana
La sede è a Como, in piazza Grimoldi 5; l’ufficio è aperto nei seguenti orari: il lunedì dalle 14.30
alle 17.30; dal martedì al giovedì dalle 9.00 alle
12.30; il venerdì dalle 9.00 alle 12.30 e dalle 14.30
alle 17.30; il recapito telefonico è lo 031-304330.
Al di fuori degli orari di apertura è comunque in
funzione la segreteria telefonica.
info tratte da “Il Settimanale”
della Diocesi di Como, 2 maggio 2009
Chi si intende aiutare
L’intervento ha carattere straordinario e temporaneo, ed è rivolto a famiglie e persone, italiane
o straniere, residenti, rimaste senza lavoro, dando
priorità a precarietà di salute, disabilità e non-autosufficienza. In particolare: famiglie monoreddito o singoli, con figli a carico, che hanno perso il
31
Correva l’anno…
1958
S
criveva il padre Lacordaire che “vi sono luoghi benedetti per effetto
di una scelta che si perde nel mistero dei segreti
divini”. Cittadina sperduta dei Pirenei, Lourdes
è conosciuta in tutto il mondo: per ben 18 volte,
da giovedì 11 febbraio a venerdì 16 luglio 1858
(cento anni prima, dunque, di quello che qui ricordiamo), colei che si presenta come l’”Immacolata Concezione” appare nella grotta di Massabielle ad una fanciulla di 14 anni, Bernadette
Soubirous, primogenita di sei figlioli di un mugnaio. A 22 anni la ragazza entra nel convento
delle Suore di Carità a Nevers, dove la morte la
coglie a 35 anni.
Davvero degno di nota il fatto che l’8 dicembre
1854 - quattro anni prima delle apparizioni - Pio
IX avesse proclamato proprio il dogma dell’Immacolata Concezione.
Un altro 8 dicembre (1933) papa Pio XI inserisce
solennemente Bernadette nell’Albo dei Santi.
Un ulteriore anniversario ricorre quell’anno: il decimo dalla promulgazione della Costituzione. Si fa notare, sul Bollettino, che nella
nostra Carta fondamentale, accanto a “lacune e
difetti anche gravi”, vi sono pure alcuni “peccati originali”. In primo luogo, che in apertura di
documento, laddove si dice “Il popolo italiano
si dà la presente Costituzione”, non compaia la
formula “In nome di Dio”. Inoltre, relativamente
all’argomento matrimonio, si riferisce un particolare forse non proprio trascurabile: l’Assemblea Costituente, dopo una seduta notturna durata fino alle 3.30, a causa dell’assenza di alcuni
deputati democristiani, per soli tre voti (194
a 191) ha votato l’articolo secondo cui “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come
società naturale fondata sul matrimonio”. E fin
qui niente di male, se non che il matrimonio sia
stato privato della qualifica di “indissolubile”
indicata nel progetto. In tal modo – si lamenta –
non si fa che aprire la strada al divorzio.
Passando ad altro, tiene banco su quell’annata del Bollettino il cosiddetto “caso di Prato”.
Il vescovo della città, mons. Pietro Fiordelli,
viene citato in giudizio per essersi pronuncia32
to contro certe usanze anticristiane (matrimonio civile, sepoltura senza croce e senza chiesa,
ostracismo del battesimo).
Il presule, da parte sua, dice di non poter “dichiarare buono un atto che in sé è stato sacrilego
ed immensamente peccaminoso: quello di portare il proprio vescovo davanti ad un tribunale
per essere condannato”. Tanto per cominciare,
coloro che lo hanno tratto in giudizio vengono
colpiti da scomunica, ma ciò non impedisce che
il vescovo venga condannato. Se abbiamo ben
capito, il caso ruota attorno al termine “concubino”, che il vescovo avrebbe usato in senso
tecnico per indicare coloro che contraggono
matrimonio civile. Pare, tuttavia, che la parola
sia stata recepita nella sua accezione popolare
infamante.
Approdando alle note curiose, partiamo
con un paio di citazioni.
Secondo la “Grande Enciclopedia Sovietica”
Gesù non è mai esistito e “l’uomo sovietico non
ha neppure bisogno dell’ipotesi di un Dio”. Ma
se è davvero così – ci si chiede – come si spiegano i milioni di cattolici che in vari Paesi del
mondo comunista accettano la persecuzione?
Stando alla “Neues Deutschland”, organo ufficiale del partito comunista della Germania
Est, il satellite Sputnik avrebbe “dimostrato che
anche al di là dello spazio terrestre non esiste
nessun angelo e nessun Dio”. Difficile reprimere un sorriso di fronte ad un’affermazione così
ingenua.
Alle elezioni del 25 maggio la DC aumenta i
propri voti di due milioni, ma il partito comunista rimane stabile sui 6.700.000 voti, e non ci
si sa spiegare come ce ne siano così tanti in un
Paese libero.
Sappiano i lettori che un quotidiano costava
quell’anno 30 lire. Traduzione: con una monetina degli attuali 5 centesimi se ne sarebbero potute comprare tre copie, con tanto di resto.
Scendendo ai fatti di casa nostra, in concomitanza col Triduo del Crocifisso, a metà febbraio,
avviene la visita pastorale del vescovo.
Rimanendo in tema di tridui, quelli in preparazione alle festività pasquali si celebrano distinti
per le donne e le giovani, per gli uomini e i gio-
correva l’anno...
vanotti, per bambini e bambine. E la mattina di
Pasqua non è consentito alle donne di confessarsi, ma solo agli uomini.
A giugno, da qualche anno, si tiene la festa del
catechismo, che comprende anche una gara sul
tipo della popolare trasmissione televisiva “Lascia o raddoppia”. Parecchi sono i bambini dalla
terza alla quinta elementare che si cimentano
in questa competizione ed il Bollettino riporta i
nomi dei vincitori.
Quell’anno la festa di S. Vittore capita in una
giornata triste, in coincidenza con la morte del
papa (Pio XI).
A proposito delle finanze della Parrocchia, fa
sorridere un’espressione che usa il parroco. “Le
mie tasche – dice – sono come il canale della
Manica. Tutto passa, niente si ferma”.
Parlando di calcio e di bilancio dell’annata sportiva, fra le entrate figura la vendita di un giocatore di nome Banfi che frutta la cifra di 10.000
lire. Davvero altri tempi!
Fabio Ronchetti
Anno
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anni
Vi it pastorale:
Visita
t l
il Vescovo asperge il popolo
con l’acqua benedetta
La squadra di calcio
della trattoria “Passeggiata”,
classificatasi seconda al torneo serale
33
anniversario
Evoluzionismo e creazionismo
E
d eccoci a Darwin, 200 annii dopo
la sua nascita e 150 anni dalla
alla
pubblicazione del suo capoolavoro “L’origine delle specie” chee
ha rivoluzionato la biologia, tuttee
le scienze annesse e connesse, ma
soprattutto il modo comune di
pensare e quindi la società.
Dopo aver viaggiato sul briganti-no “Beagle” dal 1831 al 1836 sofferrmandosi soprattutto nel Sud Amerierica e aver raccolto campioni, disegnato
gnato
animali e osservato specie, per la prima
volta giunse all’idea che gli esseri animati, cioè
piante, animali ed esseri umani, erano soggetti ad
un’evoluzione (parola che però lui non usò mai)
dettata dalla sopravvivenza del più adatto all’ambiente chiamata selezione naturale.
Soppiantando le idee lamarckiane di una trasmissione alla prole dei cambiamenti morfologici, cominciò a riflettere sulle “divergenze dei caratteri”
che si manifestavano negli animali e nelle piante manipolati dall’uomo allo stato domestico per
migliorarne la produttività. Notò nel suo viaggio
come esistessero forme intermedie di specie già
note come ad esempio un picchio terraiolo che non
viveva sugli alberi ma a terra e quindi servendosi del motto di Linneo “natura non facit saltum”
propugnò che le specie si fossero evolute attraverso forme intermedie che portavano poi le migliori
alla sopravvivenza e le più deboli alla scomparsa.
Fece anche osservazioni di embriologia notando
come le specie con embrioni simili erano simili
anche negli esemplari adulti ovvero che l’ontogenesi ricapitola la filogenesi.
Molti furono gli attacchi che dovette subire e ai
quali non replicò per la sua natura mite da Disraeli che diceva fosse meglio discendere dagli angeli
che non dalle scimmie ai seguaci lamarckiani e ai
cosiddetti creazionisti che tutt’ora manifestano le
loro idee specialmente negli USA dove per esempio i Battisti, presenti nel sud, credono fermamente che l’uomo e la terra siano comparsi come
dice la Genesi nel 4004 a.C. fino a ridicoli verdetti
come quello che fece il Kansas Board School nel
1999 quando definì il Big Bang e l’evoluzione materie facoltative d’insegnamento nelle scuole dello
stato americano.
Contro Darwin poi alla sua epoca c’erano scienziati che gli obiettavano la mancanza di fossili inter-
34
(t
medi (tranne
l’Archaeopteryx), smentiti
d numerosi ritrovamenti che ci
poi dai
fur
furono
in seguito. Ma la più spettacolare
dimostrazione dell’esattezza
co
d
delle
idee di Darwin fu l’avvento
d
della
genetica, scoperta da Mendel
n 1866, e relegata in un cassetto
nel
fino all’alba del XX secolo quando
si dimostrarono le trasmissioni dei
car
caratteri
ereditari che potevano andare incontro a modifiche.
Pensat
Pensatori
moderni come Vito Mancuso
affermano che se non ci fosse la provvidenza e lla natura fosse
quella descritta da Darwin
f
l’unico esito logico sarebbe la volontà di potenza
di Nietzsche, affermazione filosofica che i nazisti
fecero loro.
Darwin comunque era credente e abbracciò la
grandiosità di un Creatore che ebbe originariamente insufflato l’alito vitale in una o poche forme originarie dalle quali poi si sono sviluppate
tutte le altre. Comunque ormai le idee di Darwin
sono universalmente accettate (eccezion fatta per
i creazionisti) e permeano l’intero costrutto delle
scienze sia prettamente scientifiche che anche le
più sottilmente sociali tal che dobbiamo solo fare
un tributo di grande intuito e sagacia al più grande scienziato dell’800 su cui tutti dissero la loro
opinione, ma che si può incontestabilmente incoronare come genio innovatore della spinta propulsiva che portò la scienza alle grandi scoperte della biologia, della genetica, della zoologia e
della paleontologia e
di tutte le disciplinee
che affrontano il de-licato tema dell’ori-gine e dell’evoluzio-ne dell’uomo e dellaa
natura nel loro mi-nuscolo granello dii
polvere assegnatoglii
da Dio come partee
dell’universo.
Patrizio Borronii
Nel ritratto in alto
Charles Darwin (1809-1882)
a lato il frontespizio della
prima edizione de
"L'origine delle specie".
appunti
Il matrimonio canonico
P
ur se negli ultimi anni si è parlato di una
diminuzione nella celebrazione del matrimonio, il rito religioso (con effetti civili) resta quello privilegiato dalle coppie che
decidono di sposarsi.
Pochi, tuttavia, conoscono il significato del matrimonio canonico, le sue peculiarità ed i suoi
aspetti.
Il matrimonio canonico è il matrimonio contratto dai fedeli cattolici ed è per norma generale regolato dal diritto canonico; per i cattolici
italiani la disciplina generale è integrata dalle
disposizioni dell’Accordo di revisione del Concordato Lateranense stipulato il 18 febbraio 1984
tra l’Italia e la Santa Sede, con le quali si riconosce efficacia nello Stato dei matrimonio religiosi
contratti.
L’istituto del matrimonio canonico trova le sue
radice nella Sacra Scrittura e nel diritto divino
naturale ed è disciplinato dal diritto positivo di
cui è espressione il Codex iuris canonici (il Codice
del Diritto Canonico) entrato in vigore nel 1983.
Nelle Sacre Scritture i passi più interessanti si
trovano nei libri della Genesi, del Levitico e del
Deuteronomio (Vecchio Testamento), nei Vangeli e nelle lettere di San Paolo (Nuovo Testamento); nel Codice di Diritto Canonico il matrimonio è disciplinato nel Libro IV, Parte I, Titolo VII,
nei canoni da 1055 a 1165.
L’ordinamento canonico prende in considerazione il matrimonio e lo disciplina nel suo sorgere,
nella sua formazione, nella sue conseguenze e
nei suoi effetti.
Nel recepire la definizione data dal matrimonio
nella costituzione pastorale Gaudium et spes del
7 dicembre 1965 - dove si legge: “fondata dal Creatore e dotata di leggi proprie, l’intima comunità di
vita e di amore coniugale si stabilisce attraverso il
patto coniugale, cioè con irrevocabile consenso coniugale … questo vincolo sacro, ordinato al bene dei
coniugi, dei figli e della società stessa, non dipende
dall’arbitrio umano. Poiché è Dio stesso l’autore del
matrimonio, che è dotato di molteplici beni e fini, tutto ciò è di somma importanza per la continuazione
del genere umano, il perfezionamento personale ed
il destino eterno di ciascun membro della famiglia;
per la dignità, la stabilità e la prosperità della stessa famiglia e di tutta la società umana”- il canone
1055 del Codice di Diritto Canonico definisce il
matrimonio quale consortium totius vitae (consorzio per tutta la vita), per sua natura ordinato al bene dei coniugi e della prole, fondato sul
foedus (patto) tra uomo e donna, ed elevato dal
Cristo alla dignità di sacramento. Sancisce, infatti, il canone 1055: Il patto matrimoniale con cui
l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità
di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei
coniugi e alla procreazione e educazione della prole,
tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla
dignità di sacramento.
Dalla definizione data al matrimonio si deducono le proprietà essenziali dello stesso, indicate
nel successivo canone 1056: trattasi dell’unità e
dell’indissolubilità.
L’unità consiste nell’unicità ed esclusività del
vincolo, nel senso che un solo uomo può essere
unito in matrimonio con una sola donna, escludendosi, pertanto, ogni forma di poligamia e
poliandria; mentre l’indissolubilità consiste nella perpetuità del vincolo ed esclude il divorzio:
una volta costituitosi validamente il matrimonio, le parti non possono revocare il consenso o
chiedere, comunque, che il vincolo sia sciolto.
Dunque, il legame tra i due coniugi esiste fino
alla morte di entrambi, in modo esclusivo e permanente ed ha natura sacramentale.
Ma il matrimonio canonico ha, altresì, natura contrattuale, in quanto si perfeziona con lo
scambio del consenso degli sposi; oltre a tale
volontà libera e piena dei futuri sposi, sono requisiti necessari la capacità dei soggetti e la forma stabilita per la celebrazione.
Se tutti i requisiti sono presenti, l’atto è valido e,
come tale, produttivo di effetti giuridici.
Analizzando i singoli requisiti è possibile precisare che:
(a) il consenso: è un atto di volontà, personale ed
irrevocabile: personale in quanto il solo futuro sposo può decidere di sposarsi o meno,
irrevocabile in quanto, una volta liberamente
e pienamente espresso, né gli sposi né alcuna
altra potestà umana possono porlo nel nulla;
(b) la capacità dei soggetti: è l’assenza di impedimenti, vale a dire quelle circostanze di fatto,
recepite in norme giuridiche che ostacolano
la valida celebrazione di un matrimonio. Sin35
appunti
teticamente, sono considerati impedimenti:
1) l’età (sedici anni per l’uomo e quattordici
per la donna);
2) l’impotenza, vale a dire l’incapacità dell’uomo o della donna - di compiere
l’atto coniugale in modo perfetto;
3) il precedente vincolo;
4) la disparità di culto;
5) l’ordine sacro;
6) il voto pubblico di castità;
7) il ratto (il canone 1089 sancisce che non
può esistere un valido matrimonio tra
un uomo e una donna rapita o trattenuta
al fine di contrarre con lei matrimonio);
8) il crimine;
9) la consanguineità (vincolo che lega in linea retta le persone che discendono l’una
dall’altra - esempio: genitori e figli - oppure in linea obliqua e collaterale le persone che non discendono l’una dal’altra
ma hanno un stipite in comune - esempio: due fratelli) e l’affinità (vincolo che
lega un coniuge ai parenti dell’altro coniuge).
Alcuni di questi sono dispensabili mentre altri
non posso essere dispensati.
(c) la forma della celebrazione: il matrimonio
deve essere celebrato alla presenza dell’Ordinario o del parroco del luogo alla presenza
di due testimoni; solo eccezionalmente può
essere valido il matrimonio celebrato in assenza del ministro di culto o dei testimoni
comuni.
Il matrimonio è dotato di propri fini, al cui raggiungimento è diretto il contratto matrimoniale.
Nel Codice Canonico del 1917 i fini del matrimonio erano tre, uno primario e due secondari:
era fine primario la procreatio et educatio prolis (la
procreazione e l’educazione della prole) mentre
erano fini secondari il mutuum adiutorium (il re-
36
ciproco aiuto) ed il remedium concupiscentiae (il
rimedio alla concupiscenza): vi era, quindi, una
disparità tra il ruolo degli sposi come coniugi
e quello degli stessi come genitori, a favore di
quest’ultimo.
Con l’entrate in vigore del nuovo codice questa gerarchia tra i fini del matrimonio è venuta
meno: infatti, nel canone 1055 sono indicati, in
posizione di parità, il bonum coniugium (rapporto tra i coniugi) e la generatio et educatio prolis (la
procreazione e l’educazione della prole).
Il bonum coniugium si realizza nell’intima comunione degli sposi, con la quale si completano
reciprocamene fino a divenire di due una carne sola, e nell’intima comunione della attività,
con la quale gli sposi si perfezionano a vicenda
“per collaborare con Dio alla generazione ed educazione di nuove vite”; la generatio ed educatio prolis
(o bonum prolis) consiste nel diritto di generare
ed educare la prole o, anche, nel dovere di riconoscere all’altro sposo il diritto sul proprio corpo finalizzato al compimento di atti idonei alla
procreazione.
A tali fini, sulla scorta dell’insegnamento di
Sant’Agostino, vanno aggiunti il bonum fidei,
cioè il diritto di ciascun coniuge all’esclusività
per il debito coniugale dell’altra parte e la vicendevole fedeltà nell’adempimento dei doveri
matrimoniali ed il bonum sacramenti, cioè l’indissolubilità del vincolo.
Dalla celebrazione delle nozze derivano effetti
sia in capo ai coniugi sia in capo alla prole, regolati dai canoni 1134 a 1140 del Codice di Diritto
Canonico.
Con particolare riguardo ai coniugi, occorre
distinguere tra il profilo sacramentale del matrimonio e quello contrattuale. Dalla natura
sacramentale del vincolo nasce, in capo ai coniugi, uno specifico impegno morale a vivere
quotidianamente in uno spirito di reciproca
e totale auto-donazione, al fine di dar vita ad
u comunione coniugale e familiare che favouna
risca
la crescita umana e cristiana dei membri
r
d nucleo; dalla natura contrattuale sorge, tra
del
i coniugi, un vincolo per sua natura perpetuo
ed
e esclusivo (canone 1134) ed essi assumono gli
s
stessi
diritti e gli stessi doveri (canone 1135): in
p
particolare,
dal matrimonio deriva l’obbligo rec
ciproco
alla fedeltà, all’assistenza morale e mat
teriale,
alla coabitazione ed alla collaborazione
nell’interesse
della famiglia.
n
appunti
Con particolare riguardo ai figli, il canone 1136
afferma che “i genitori hanno il dovere gravissimo ed il diritto primario di curare secondo le proprie
forze l’educazione della prole, sia fisica, sociale e culturale, sia morale e religiosa”; a tale disposizione
corrisponde la soggezione dei figli alla potestà
dei genitori per diritto naturale.
Vi sono, poi, altre norme nel Codice che fanno
riferimento alla prole e stabiliscono obblighi per
i genitori: i canoni 793-798 riguardano la necessità ed opportunità che i genitori impartiscano
un’educazione cattolica ai figli; il canone 867 impone ai genitori di provvedere al battesimo dei
bambini entro le prime settimane; il canone 914
fissa il dovere dei genitori di curare che i propri
figli ricevano l’Eucarestia.
Il matrimonio canonico si contrappone al matrimonio civile poiché esso produce effetti nell’ordinamento canonico e non obbligatoriamente
anche effetti civili: perché gli effetti civili si producano, in conformità alle disposizioni dell’Accordo di revisione del Concordato Lateranense
stipulato il 18 febbraio 1984 tra l’Italia e la Santa
Sede, è necessario che il sacerdote, durante la
celebrazione, spieghi agli sposi gli effetti civili
del matrimonio, dando lettura degli articoli 143,
144 e 147 del codice civile.
Al di là, dunque, della celebrazione e del particolare significato che il giorno del matrimonio
assume per gli sposi, la pregnanza della scelta
del rito religioso non deve essere sottovalutata
per le rilevanti conseguenze morali (e giuridiche, dal punto di vista canonico) che ne discendono e che vengono, troppo spesso, dimenticate
se non addirittura, del tutto trascurate.
Avv. Alessandra Lorenzi
Casa del Bambino Pro Mirko
Biglietti Lotteria Venduti N° 1.165
1.165
Cattaneo Monteflor
20
Perin Margherita
30
15
Bussolotto Farmacia Rovello
67
NN in ricordo di Mirko
Bussolotto Benzinaio Cermenate
32
Emanuele, Melissa e Sofia
Gabriele e Massimo, amici di Mirko
60
Teresa
25
Giuliana Rovellasca
10
Agostino e Maria Grazia
10
Vago Giuliana Cascina
70
Davide
40
Fusi Ivana
25
Elda
30
Bussolotto Benzinaio Cermenate
50
Cesarina
45
Bussolotto Farmacia Rovello
65
R.E.
20
Condominio Misinto
50
F.lo
10
Cattaneo Tea
80
Mario
13
B.G.
55
Ghioldi
25
Monti Maria Rosa
30
Angela
25
Gianni e Paola
30
Restelli Rosa
10
Agostino e Maria Grazia
40
M.R.
10
100
37
dall’archivio
In attesa della risurrezione
Spacagno Anna
Scaramuzzino Rodolfo
✞ Crola Ernesto
Pizzetti Luigi
Lamera Giacomina
Battesimi
Banfi Alessia
Fiadino Leonardo
Menniti Chiara
Ramella Leonardo
Banfi Anita Maria
Giobbio Fabio Filippo Pio
Turconi Serena
Castronovo Sara
Cattaneo Alexej
De Luca Gabriele
Finotti Alice
Antonelli Antonio
Cattaneo Riccardo
Scalercio Alessandra
Puleo Luca
di Marco e Quaglia Sibilla
di Germano e Furco Barbara
di Salvatore e Luison Monica
di Michele e Rosa Colapso
di Edoardo e Clerici Raffaella
di Giuseppe e Mardegan Daniela
di Paolo e Manzo Lucia
di Pierluigi e D’Angelo Palma
di Riccardo e Sochorova Ruzena
di Dante e Morandi Daniela
di Roberto e Zametto Silvia
di Maurizio e Sasso Silvia
di Michele e Foglia Silvia
di Andrea e D’Acquino Sabina
di Francesco e Attanasi Norma
Sposi in Cristo
Bujaj Gentjan
Monteleone Leonardo
Cerfeda Massimo
Zaffaroni Domenico
Cusimano Alessandro
38
con Narkaj Elda
con De Bortoli Elena
con Archer Michelle Orlene
con Schieppati Anna
con Lovato Mary Jane
offerte
Coscritti 1939
100
Un Benefattore
10
Un Benefattore
100
Un’Ammalata
50
Un Benefattore
300
Un Ammalato
50
Un’Ammalata
10
Un Ammalato
15
Un’Ammalata
20
Un’Ammalata
5
Un Ammalato
20
Un Benefattore
Un Ammalato
15
Un’Ammalata
20
Un Ammalato
15
Famiglia Corbella
20
Un Ammalato
10
Un Benefattore
50
Un Ammalato
25
In memoria di Renzo Stella
100
200
In memoria di Cerenzia Tommaso
220
In memoria di Anna Spacagno
In memoria di Giuseppe Balzaretti
100
Un Benefattore
Un Ammalato
200
1000
50
Un Ammalato
10
Un Benefattore
250
Un’Ammalata
50
Un Benefattore
100
Un’Ammalata
10
Un Benefattore
200
Un’Ammalata
20
Alessia per il suo battesimo
100
Leonardo ed Elena per matrimonio
Per un Battesimo
100
Un Ammalato
Per un Battesimo
50
Un Benefattore
100
500
Un Benefattore
20
In memoria di Giulia Aliverti
200
20
Per i defunti Ceriani e Guarneri
30
Un’Ammalata
50
Un Benefattore
50
Un Benefattore
20
Un Benefattore
200
Un Benefattore
100
Un Ammalato
10
Per un matrimonio
200
Un Ammalato
15
Per un matrimonio
300
Un Ammalato
30
Un Benefattore
25
Un Ammalato
20
Un Benefattore
100
Un’Ammalata
20
Serena per Battesimo
100
Un’Ammalata
20
Un Ammalato
15
Un’Ammalata
10
Coscritti 1952
75
Famiglia Tozzo
10
In memoria di Ernesto Crola
500
Un Benefattore
50
In memoria di Ernesto Crola
500
Un Ammalato
20
Sara per Battesimo
150
Un Benefattore
100
Un Ammalato
30
Un’Ammalata
70
Anna e Domenico per matrimonio
300
Per la Chiesa dell’Immacolata
50
Gruppo Anziani
100
39
itinerari di fede
Il Santuario della Beata Vergine del Carmine
S
i trova a due passi da noi ma è poco conosciuta la sua storia che affonda nel solco
del tempo. Ci riferiamo al Santuario della Beata Vergine del Carmine di Rovello Porro
e anticamente denominato Santa Maria della
Lura. Il prof. Franco Premoli (storico locale e anche insegnante alla scuola media di Rovellasca)
ha fatto una minuziosa e preziosa ricostruzione delle vicende legate al tempio mariano le cui
origini, molto probabilmente, risalirebbero al
1200 anche se, come rileva l’autore, i documenti
“non dicono quando e da chi sia stato edificato”.
Nel “Liber Notitiae Sanctorum Mediolani” di
Goffredo da Bussero, che fu parroco di Rovello Porro, è annotato che nella seconda metà del
XIII secolo c’erano quattro chiese, o cappelle, od
oratori. “Vi era - precisa il prof. Premoli - la chiesa
di Sant’Andrea, di cui non è rimasta traccia, nella
quale si celebrava la festività della S. Croce; vi erano
poi elencate la chiesa di S. Eufemia e S.Orsola, che
fu demolita al tempo di S. Carlo. Una terza chiesa
risultava dedicata a San Pietro che diventerà poi la
parrocchiale, nella quale si trovavano gli altari dedicati a S. Erasmo, S. Giuliano e Santa Caterina con
S. Bernardo e si celebrava la festività dei SS. Crisanto e Daria. Infine, il Liber Notitiae Sanctorum Mediolani attesta l’esistenza di una chiesa di S.Maria
che, verosimilmente, è la stessa Ecclesia campestris
sancte Marie, nominata nella visita dell’arcivescovo
Gabriele Sforza del 21 luglio 1455, priva di cappellano. L’aggettivo campestris fa ritenere che questa
chiesa di S. Maria non sia altro che S. Maria della
Lura, che sorgeva appunto fuori dall’abitato, nella
campagna, sul luogo dove è situato l’attuale Santuario”.
Comunque, il primo documento che con certezza
ne attesta l’esistenza risale al 1519 quando venne deciso di affidare la custodia della chiesetta
(per evitare che spesso rimanesse abbandonata
essendo discosta dal centro abitato) ai frati del
monastero di S. Maria del Carmine di Milano
e il 20 maggio dell’anno citato venne stipulato
l’atto di donazione “come risulta dall’istromento
rogato da Francesco Bossi, notaio arcivescovile”.
I donanti, ovvero la comunità di Rovello, si obbligarono - prosegue il prof. Alberio - a pagare
poi al monastero - in occasione della festa di S.
Martino - 25 lire imperiali per il vitto degli stes-
40
si frati ai quali era fatto obbligo di celebrare una
messa quotidiana e di non intromettersi nella
cura d’anime riservata al parroco. Fra le altre
clausole contenute nell’atto di donazione (chiedendone il consenso al Papa e all’arcivescovo
di Milano) da rimarcare quella della presenza
costante di almeno un frate per insegnare a leggere e a scrivere ai ragazzi del luogo. Pertanto
sorse anche un piccolo convento attiguo al Santuario e, facendo fede alla documentazione del
1519, si “deduce che la sua origine fosse tanto remota da non potersene avere allora sicura notizia, perché altrimenti l’atto notarile non avrebbe mancato
di riportarla”. Quando Carlo Borromeo divenne
arcivescovo di Milano (1564 - 1584) e il parroco
Giovanni Basilico arrivò a Rovello (dal 1562 al
1589/90) si cercò di risalire alle origini delle due
chiese (S. Maria della Lura e S. Maria della Piazza, dedicata all’Assunta ma d’ignota datazione,
le cui vicende furono parallele per qualche secolo) nonché alla donazione.
Il 23 marzo 1649 venne istituita la confraternita
della Beata Vergine del Carmine e nel 1652 avvenne la soppressione del conventino. Il 15 ottobre di detto anno “Papa Innocenzo X emanò la
bolla Instaurandae regularis disciplinae con la quale
- scrive il prof. Alberio - si decise la soppressione e la
riduzione allo stato laicale di tutti i piccoli conventi,
esistenti negli stati italiani, che fossero incapaci giuridicamente di vita e osservanza regolare. La bolla
dava, inoltre, facoltà ai vescovi residenziali di agire
contro eventuali religiosi ribelli o renitenti e prevedeva che con i beni dei conventi soppressi si dovesse
provvedere a soddisfare gli obblighi di messe e fondazioni e che il rimanente venisse impiegato per usi
pii nei medesimi luoghi o al massimo nel territorio
della diocesi”. A 25 anni di distanza dalla bolla
di Innocenzo X venne redatto l’atto notarile (15
luglio 1677) di fondazione della cappellania di
S. Maria della Lura e di S. Maria della Piazza e
la prima, ovvero S. Maria del Carmine, tornava
ad essere una cappella nobiliare appartenente al
marchese Cesare Pagani, il quale provvide a far
tracciare un viale e donare alla chiesa una bella
statua della Vergine in legno scolpito e dorato. È
quella che ancor oggi è collocata nel Santuario e
portata processionalmente per le vie del paese.
Alla scomparsa del marchese Pagani il diritto di
itinerari di fede
patronato di S. Maria della Lura venne acquisito
dall’avv. Carlo Giuseppe Porro di Milano (nominato suo erede universale). Mutò anche il nome
della cappellania da Pagani a Porro. Numerose
le vicende che ne seguirono, ma sarebbe troppo
lungo accennarle seppure sinteticamente, sino a
quando la chiesa non divenne sussidiaria della
parrocchiale. La ricorrenza della Beata Vergine
è il 16 luglio e i rovellesi l’hanno profondamente
nel cuore.
L’attuale struttura architettonica del Santuario
risale agli inizi degli anni 30. Durante la visita pastorale del 1912 il cardinal Ferrari aveva
rilevato che “la parte nuova della chiesa era ben
conservata, ma non altrettanto la più antica”. Nel
1925 fu chiusa al culto perché pericolante e
nello stesso anno, grazie al contributo della famiglia Porro e all’intervento dei parrocchiani,
si decise per un intervento di ristrutturazione
e di ampliamento affidando l’incarico all’arch.
Ugo Zanchetta di Milano, il quale volle che “il
compimento interno per la parte pitto-rica fosse affidato a Vanni Rossi”, un
n
giovane artista di talento. Queste lee
sue opere: La gloria della Beata Ver-gine del Carmine con ai piedi S. Te-resa d’Avila e S.Alberto da Vercellii
(catino dell’abside), Schiera di An-geli (ovale della volta sopra l’alta-re maggiore), la Giustizia e la Fedee
(due lunette poste, rispettivamente,,
a destra e a sinistra dell’altare), Sol-dati di Rovello della prima guerraa
a
mondiale che muovono verso la
Madonna guidati dal generale Por-ro e il popolo rovellese, al seguito
o
dei suoi sacerdoti, offre alla Verginee
il nuovo Santuario (affreschi situatii
sul lato destro e sinistro dell’altare),,
I quattro evangelisti, ciclo di affre-schi monocromatici che si trovano
o
negli otto rettangoli alla base dellaa
cupola, S. Teresa d’Avila (cappella
a
laterale sinistra) e S. Giovanni Bo-sco (cappella laterale destra). Inoltree
di Vanni Rossi è il ciclo di affreschii
della navata centrale raffiguranti i
misteri del Santo Rosario.
Il cardinale Ildefonso Schuster (unaa
grande personalità non solo ecclesiastica ma anche umanistica) fece
la sua prima visita pastorale a Rovello il 19 - 20
luglio del 1930 (quando erano in corso i lavori
del Santuario riprogettato in tre navate) e meno
di un mese dopo (12 agosto) l’arcivescovo di Milano espresse, con una lettera inviata al parroco
don Gaetano Angiolini, l’intenzione di consacrare il tempio mariano. Seguirono le visite pastorali del 29 - 30, settembre 1939 (senza alcun
accenno sul Santuario), 15 - 16 marzo 1942, 15 16 marzo 1947 e 15 - 16 marzo 1952. Però il cardinal Schuster non consacrò il Santuario. Perché?
Mistero. Dovettero passare vari decenni ancora
(dopo essere stato inaugurato e benedetto nel
1935) e la consacrazione venne impartita il 15
luglio 1995 da mons. Giovanni Giudici, vicario
generale della diocesi di Milano. Per il paese un
giorno memorabile, con un Santuario gremito
all’inverosimile e rifulgente di fede, a testimonianza del suo lungo percorso fra secoli e generazioni.
Pietro Aliverti
Santuario della Beata Vergine del Carmine di Rovello Porro
41
consiglio parrocchiale
Composizione del Consiglio Pastorale
don Roberto Pandolfi, don Alberto Erba,
suor Marina Sanesi, Monti Gianluigi,
Brenna Tiziano
Borella Paolo, Carbone Alessandro, Carugati Luigi, Cattaneo Marco,
Cattaneo Rita, Clerici Anna, Clerici Daniela, Discacciati Maria Carla,
Franzolin Fortunato, Galbusera Massimo, Giobbio Maria Grazia,
Lattuada Gabriella, Magnacavallo Rupert, Re Angela, Vedovetto Veronica
CATECHESI ADULTI
Settimanale (“normale”, il mercoledì alle 15.30; biblica, liturgica)
a cui partecipano circa 60 persone.
Mensile (centri di ascolto) a cui partecipano 120 persone,
senza però riuscire a sfondare nelle zone nuove.
FORMAZIONE SPIRITUALE
Primo lunedì del mese: presenti tra le 40 e le 55 persone;
Crocifisso: 60 persone
Quarantore: un centinaio di persone
Esercizi spirituali di settembre: 120 persone.
PARTECIPAZIONE AI SACRAMENTI
Messa Feriale: alta partecipazione al mattino, scarsa la sera;
Battesimi e Matrimoni, partecipazione nulla da parte della comunità;
Confessione: buona partecipazione, in aumento rispetto al passato.
Considerato il lodevole fatto che diverse persone partecipano a due o più momenti,
la percentuale di coloro che sentono l’esigenza di una formazione costante e settimanale si
aggira attorno all’1% degli abitanti della Parrocchia (6.195) al 31/12/2008 e al 5% di quanti
frequentano la Messa domenicale (circa 1.400 persone).
PERCHÈ?
Quali sono le motivazioni di questa bassa frequenza? La presenza di troppi incontri,
troppo ravvicinati tra loro? La presenza di argomenti che non interessano?
La presenza di altri canali di formazione fuori dalla Parrocchia come radio Maria e le riviste
cattoliche… Tanti quesiti a cui il Consiglio Pastorale dovrà dare delle risposte, portando al
tempo stesse delle proposte valide per poter rinvigorire l’offerta formativa della Parrocchia.
42
il bollettino - giugno 2009
Periodico d’informazione
della Comunità Parrocchiale di Rovellasca
Responsabile:
Don Roberto Pandolfi
Responsabile di redazione:
Rupert Magnacavallo
Comitato di Redazione
Pietro Aliverti, Alessio Campi,
Amelia Adamo, Lucia Carughi, Chiara Perego,
Gabriele Forbice, Dr. Prof. Gaetano Viganò.
Si ringrazia per la gentile collaborazione
Foto Bianchi, Enzo Cattaneo, Jessica,
Giorgio Papp, Diacono e Riccardo,
Fortunato Franzolin, Don Ivano, Miriam,
Avv. Alessandra Lorenzi,
Fabio Ronchetti, Patrizio Borroni,
suor Chiara, Giuseppe Vago,
Miriam Miazzolo
C volesse scriverci o raccontarci esperienze di vita cristiana,
Chi
può farlo inviandoci una mail all’indirizzo di posta elettronica
[email protected]
Il materiale deve pervenire entro e non oltre l’8 Agosto 2009
DOMENICA:
GIORNO DEL SIGNORE
SS. MESSE
Sabato
ore 18.00
Domenica
ore 8.00 - 9.30
11.00 - 18.00
Giorni feriali ore 9.00 - 18.00
Giovedì
ore 20.30
CONFESSIONI
Sabato dalle ore 15.00
alle ore 17.30.
Il Parroco è disponibile ad incontrare gli ammalati e le persone
che non possono uscire di casa;
mettersi in contatto con lui.
BATTESIMI
I genitori avvertano il Parroco
quando nasce un bambino, o
meglio quando ancora sono in
attesa. Il Parroco avrà con loro
un incontro in casa.
Il Battesimo viene amministrato ogni ultima domenica del
mese.
MATRIMONI
Prendere contatto con il Parroco vari mesi prima delle nozze
perché la preparazione sia un
itinerario di crescita cristiana. Si
richiede la partecipazione al cor-
so per fidanzati. Iscrizioni presso
il parroco. Non si celebrano matrimoni di domenica al di fuori
delle S. Messe di orario.
PARROCO e VICARIO:
Don Roberto Pandolfi
Via G.B. Grassi
Tel. 02 963 42 501
Don Alberto Erba
Via S. Giovanni Bosco
Tel. 02 963 42 221
43
PRO MANOSCRITTO
I ragazzi della S. Cresima

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