Lettera aperta sull`antissessismo, quale elemento

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Lettera aperta sull`antissessismo, quale elemento
CSA Vittoria
Lettera aperta sull'antissessismo, quale elemento imprescindibile della lotta
anticapitalista
giovedì 31 ottobre 2013
Come
compagne e compagni del C.S.A. Vittoria sentiamo l'esigenza di
riprendere un ragionamento che sottolinei la centralità,
all'interno del conflitto di classe e della primaria contraddizione
tra capitale lavoro, di una presa di coscienza
collettiva
sul tema del sessimo che, anche negli ambiti del cosiddetto movimento
e delle realtà politiche che si pongono quali rivoluzionarie, è
troppo spesso marginalizzato. Riteniamo infatti che non rimettere in
discussione questo aspetto specifico dello scontro rappresenti un
arretramento teorico all’interno di tutti i nostri ambiti di lotta.
Siamo
consapevoli che questo sarà un documento parziale rispetto a tutto
quel mondo di sfruttamento, discriminazione e oppressione che le
donne subiscono, come del resto non è nostra intenzione impartire
alcuna lezione a nessuno. Ci
interessa, invece, riprendere
contenuti fondamentali, che sempre ci sono appartenuti e che le donne
hanno imposto all’ordine del giorno con tanta fatica e
determinazione in quei percorsi dai quali nasciamo e ai quali ci
riferiamo ripetutamente, è oggi imprescindibile e improcrastinabile.
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Pensiamo
a un
mondo nuovo senza più sfruttati né sfruttatori, senza classi,
frontiere, o discriminazioni di genere o fondate su presunte idee di
razze differenti. Una nuova società che in tutti i suoi aspetti
dovrà per forza di cose essere femminista, scevra da discriminazioni
basate sul sesso nella quale l'altra “metà
del cielo” sarà a pieno titolo il cielo stesso in una completa
parità di aspirazioni, bisogni, dignità nelle differenze.
Questi
sono i contenuti che
dovrebbero caratterizzare ogni
nostra lotta che si tratti di picchetti, comunicati, assemblee e
chiaccherate: perché è questo essere comunisti/e militanti.
Ma
ancora una volta siamo purtroppo costretti e costrette nelle
assemblee, nelle riunioni, nei picchettaggi e nelle manifestazioni a
sentire un linguaggio sessista e omofobo: dai crumiri definiti froci
senza che questo infastidisca i/le presenti (che invece si indignano
e si scandalizzano solo per epiteti razzisti tra etnie differenti, ma
che accettano come normali parole che esprimono discriminazione
sessuale);
ai cori
“figli
di puttana” urlati contro le forze del disordine, pessima abitudine
che si era riusciti ad estirpare dai cortei ma che purtroppo si
ripropone.
Non
ci possiamo infatti permettere, in nessuna situazione, di abdicare
dal nostro ruolo politico di sviluppare la crescita collettiva e di
formazione dialettica per superare i troppi retaggi culturali
sessisti che permangono tra i lavoratori e lavoratrici, nel
mondo della scuola, nel movimento antagonista in genere.
Non
è sicuramente una questione di moralismo, di buona educazione o di
offesa personale, né soprattutto riguarda solo i compagni: troppe
volte sentiamo infatti anche le compagne esprimersi con il linguaggio
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dei padroni, assimilare un linguaggio storicamente costruito per
l’uomo e dall’uomo. “Puttana, figli di puttana, mettiamoglielo
nel culo, dimostriamo di avere i coglioni” fanno parte, a pari
merito, di un linguaggio che racconta una società patriarcale nella
quale una parte sta su un gradino più alto dell’altra. Racconta
una società dove le donne vivono un doppio sfruttamento come classe
e come genere.
Il
linguaggio, come ben sappiamo, è lo strumento simbolico di
rappresentazione del potere, della cultura, dell’educazione, della
politica e dell’economia di una società. Identificare
il nemico come un “figlio di puttana” è sbagliato perché
attraverso il linguaggio si perpetua questa società che fa del
patriarcato uno strumento di oppressione delle donne, esattamente
come il capitalismo è strumento di oppressione della classe
lavoratrice.
La
tragedia di Lampedusa, il razzismo di stato e gli interessi del
capitalismo italiano ed europeo che ne sono stati causa, sono ancora
sotto gli occhi di tutti e di tutte. Ma i morti di Lampedusa, questi
nostri “fratelli” e tutti gli altri che attraversano il mare, non
sono solo degli strumenti per il capitalismo, su quei barconi ci sono
anche quelle “sorelle” che poi verranno spesso sfruttate e
buttate sulla strada, le tante vituperate “puttane” che vediamo
sui nostri marciapiedi, il cui corpo è violentato e umiliato per il
piacere maschile. Ma di loro poco si parla se non per fare qualche
servizio televisivo che propone l’argomento come il lato oscuro del
sesso o ancor peggio qualcosa di “trasgressivo”, ammiccante o
pruriginoso. E poco interessa se l'oppressione e lo sfruttamento
delle donne fa sempre parte di un'economia capitalistica che
sopravvive anche grazie ai profitti accumulati in maniera criminale
(parte integrante di questo sistema), e se il patriarcato è ancora
un utile strumento per obbligare le donne a sopperire a uno stato
sociale che non esiste più e a ingrossare le file dell'esercito di
riserva.
E
quelle donne siamo tutte noi,
perché
da quando nasciamo a quando moriamo la parola che ci contraddistingue
come donne è sempre quella…puttana se sei suora, puttana se
attraversi la strada senza guardare il semaforo, puttana se ti hanno
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violentato, puttana se non ti hanno mai violentato (ma è chiaro che
ti piacerebbe), puttana se non fai sesso con qualcuno, puttana se lo
fai con chi ti pare, puttana comunque perché quello deve essere il
ruolo delle donne. E perché vorremo cancellare l’uso così diffuso
di questa parola? Perché si usa “puttana” per umiliare, per
ricordare sempre qual è il nostro ruolo nella società e perché la
violenza sulle donne non è solo stupro, omicidio, abusi è anche un
sistema pubblico e privato fatto di parole, di gesti, di significati
e di immagini che impediscono la libera autodeterminazione delle
donne.
Il
progressivo deterioramento dei rapporti umani e sociali ci fa
oggettivamente affermare che la società italiana sia oggi permeata
da una sorta di assimilazione della corruzione berlusconiana e
caratterizzata da un introiettamento di elementi comportamtali e
dis-valori da cui anche probabilmente molti compagni e compagne, al
di là della professione di comunismo, non sono esenti e questo ad
oggi ci fa pensare come non sia più possibile dare nulla per
scontato.
In
questa fase particolare dove l'assassinio di donne, per odio e senso
di possesso, è cosi diffuso a tal punto da dover coniare il nuovo
vocabolo “femminicidio”, l'uso di un linguaggio che separa,
differenzia e inchioda a ruoli, assume una gravità ancora maggiore
perché non rappresenta un impegno nel trasformare il presente.
Non
stiamo dicendo nulla di nuovo, ma di necessario, visto che se anche è
vero che il movimento lo ha posto troppe volte come tema di serie B e
se gran parte dei movimenti femministi annacquano contenuti radicali
e rivoluzionari per essere accettati e sopravvivere cercando il
consenso degli uomini, oppure
si accontentano di rimanere chiusi in accademie o in linguaggi
incomprensibili per molte;
è anche vero che milioni di donne vivono oggi la stessa oppressione,
le stesse sofferenze, le stesse paure di prima dei movimenti degli
anni '70, e
ogni donna, benché non lo esprima o usi questa parola, sente una
ferita profonda tutte le volte che qualcuno gliela rivolge contro.
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Siamo
consapevoli che leggendo questo documento molti penseranno “ecco la
solita rottura” e, ancora una volta, relegheranno questo contenuto
alla semplice fissazione di compagne isteriche, bacchettone, bigotte
e molto probabilmente represse che non hanno altro a cui pensare che
riprendere contenuti che dovrebbero essere scontati.
Qualcun
altro penserà che tanto sono solo parole, che è solo un'abitudine,
che non si può certo imporre un modo di parlare, soprattutto quando
è considerato un gergo “normale” che si usa dappertutto e in
tutte le strade: si tratta pur sempre di libertà di pensiero…
Ma
crediamo che continuare a non criticare l'uso di un linguaggio
sessista esprima la volontà di non discutere, anche dal punto di
vista personale, le contraddizioni di un sistema atavico di
privilegio maschile o ancora peggio che escluda un reale rapporto con
le masse perché troppo critici o esigenti. Noi abbiamo fatto una
scelta di campo, convinti che un nostro ruolo collettivo abbia senso
compiuto solo se ci si assume anche la responsabilità di dare un
indirizzo complessivo e questo comprende a pieno titolo
l'antisessismo.
Questo
ci ha portato, con rigore dialettico, a far rispettare la nostra
impostazione e a imporre, in ogni momento, comprese le serate
“ludiche” nel nostro centro, comportamenti consoni ad uno spazio
che si pone su un terreno anticapitalista a 360° fino a interrompere
concerti e a far volare sonori ceffoni a chi su questa scelta non era
disposto neanche a mettersi in discussione. E questo ti fa perdere
“l'uno in più” ma ti fa privilegiare la qualità dei rapporti. E
questo è molto “scomodo” perché, opportunisticamente, si fa
prima a girarsi dall'altra parte, a far finta di niente, perché si
passa per moralisti e rigidi anziché rigorosi ma la responsabilità
di tutti noi che crediamo di essere “avanguardia rivoluzionaria”,
e che scegliamo di combattere questo sistema, è anche e soprattutto
quella di costruire nella quotidianità uomini e donne nuove per una
reale emancipazione senza la quale ogni nuovo processo rivoluzionario
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nascerebbe monco.
Non
c'è rivoluzione senza liberazione delle donne –
Non
c'è liberazione delle donne senza rivoluzione
Le
compagne e i compagni del Centro Sociale Autogestito Vittoria.
Ottobre
2013
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