Pdf Opera - Penne Matte

Commenti

Transcript

Pdf Opera - Penne Matte
1
« Maracanà! »
« Eh? » - prendo tempo facendo finta di non capire.
« Maracanà dou Brasil » - ripete, ridendo, la voce alla mie spalle.
Incredibile. Quel soprannome era proprio il mio. Non mi sentivo più chiamare così da una
vita. Dai tempi dei mitici calciatori brasiliani in serie A. Era stato Giancarlo a inventare
quel buffo soprannome quando, tutti i santi pomeriggi, finiti i compiti, sfrecciavo, palla al
piede, lungo la fascia destra del campetto della parrocchia. Col pallone tra le gambe, nei
dribbling ma soprattutto quando mi lanciavano lungo l’ala, avevo movenze vagamente
brasiliane. Per lui era stato un gioco da ragazzi inventarlo. Quel ragazzo aveva un talento
innato nell'associare i pensieri alle parole, qualche volta ne creava addirittura di nuove,
usando il dialetto con la spiccata disinvoltura e quella grazia da elefante che gli erano
proprie. Sapeva anche organizzare scherzi indimenticabili. Era questa, probabilmente, la
sua più grande dote.
A ripropormi quella parola, praticamente dopo secoli, era proprio lui, in carne ed ossa:
Giancarlo. Identico sorriso a presa per il culo, stesso pizzetto, ma una calvizie ormai
totale, a fronte della chioma fluente che gli aveva cucito addosso, a quei tempi, l'epiteto
di “puddizzuni”, come per una specie di legge del contrappasso.
Lo saluto con distacco, come fosse un perfetto estraneo. D'altronde ne è passata di
acqua sotto i ponti e dopo la mia partenza non l'avevo mai più sentito. Per quanto mi
riguarda, a parte l'amicizia di un tempo, potrebbe anche essere diventato un camorrista.
A lui sembra come non ci vedessimo appena da ieri. Accenna un pugno sulla mia pancia
e poi mi prende sotto braccio. Ci incamminiamo per il parcheggio del supermercato e
comincia a raccontarmi che da un po' di anni fa il rivenditore di prodotti farmaceutici. Mi
dice che va in giro macinando chilometri per l’Italia. « Ne faccio almeno 40 mila all'anno
» - si vanta gongolante, mentre mi mostra la sua auto parcheggiata alla catanese, cioè a
dire in un modo non proprio conforme alle regole della strada. Mi chiede poi,
sghignazzando, se sono davvero diventato un calciatore, facendomi notare che seppure
ai tempi fossi una giovane promessa del calcio locale in realtà poi negli album delle
figurine Panini non aveva più trovato traccia di me.
« Scommetto - ci scherza su - che sei diventato un professore o un politico ». In realtà la
sua malcelata curiosità è pienamente giustificata, visto che da ragazzi eravamo davvero
molto amici e spesso ce le davamo, politicamente, di santa ragione, perché lui era un
gran fascistone ed io un comunista. Anzi, per la verità, non che io sia mai stato un vero
comunista. E dire che a quei tempi non compravo neppure “l'Unità”. Il fatto è, molto
semplicemente, che siccome avevo nel salone di casa una enorme libreria a parete con
più di duemila libri, roba da intellettuali, quanto meno rispetto a lui e a tutti gli altri, in fin
dei conti, ero un comunista.
Nonostante la mia riluttanza, Giancarlo insiste per andare a bere quancosa e così finiamo
seduti al tavolino di un bar. Mentre gusto il mio caffè non posso far a meno di notare che
non ha perso affatto il suo cinismo e la sua sferzante ironia, anzi, col passare del tempo,
sembra averle addirittura affinate. E' pungente nelle sue frecciate, disincantato nei
confronti del mondo e dell'umanità intera.
« E ora, Che Guevara, da che parte stai? » - mi chiede sornione.
A quelle ironiche parole rimango sorpreso, come sospeso in aria, ma giusto un attimo
mentre osservo la cameriera che ci porta il conto. Il tempo di realizzare che non sono
affatto cambiato e che i tunnel agli avversari che facevo nel mitico campetto della
parrocchia so riproporli , tutto sommato, nei discorsi. Così attacco a parlare e sembro
quasi un Etna in piena attività eruttiva. Infilo una dietro l'altra tutta una serie di frasi ad
effetto, dimostrando tutta la mia insofferenza per il momento politico. Gli dico che non mi
diverso da allora, che ideali e convinzioni radicate non si ribaltano dall'oggi al domani,
come d'altronde un tifoso serio non cambia mai squadra del cuore neppure quando
questa retrocede in serie B.
« Certo - aggiungo - il mondo oggi è completamente cambiato, e decisamente in
peggio».
Mentre parlo lui continua a sorridermi ironicamente, e con un gesto della mano, mi invita
a rilassarmi. Ha la stessa espressione sarcastica che avevo io da ragazzo mi intestardivo a
fare passare il pallone fra le gambe degli avversari, umiliandoli. « Olè! » - esultavo. Senza
che lui abbia detto ancora una sola parola sulla situazione politica, ho come l'impressione
di aver già capito dove voglia arrivare con quel sorriso. Lui è proprio come quei tanti che
lo hanno votato, perché ha una fiducia incondizionata sul fatto che le cose, d’ora innanzi,
saranno più semplici, veloci e cambieranno, in meglio, per tutti.
In effetti è come un film già visto, il copione prosegue senza particolari colpi di scena. Lui
continua a sorridermi, io continuo a parlare, ma è come se io parlassi a vuoto,
stancamente, e lui vincesse senza parlare, nell’ironia del sorriso di tutti quelli che lo hanno
votato. Alla fine ho già preso le misure, e non mi importa più di tanto neppure di vincere
in quel discorso sconnesso. Sposto la conversazione su argomenti meno ostici, parlo di
viaggi, di paesi, di donne. Rallento le mie frasi, gradualmente, fino al mutismo,
guardandolo continuare a sorridermi. Così, alla fine, anche lui finisce il suo prosecco, ed
io pago il conto, come sempre.
Ho percorso metà del viaggio perso tra miei ricordi e le note di Vinicio. All’improvviso
sento un irrefrenabile bisogno di fermarmi.
Me ne ero andato da quella città dopo quasi vent’anni, con le pezze al culo, mollato dalla
fidanzata e senza un lavoro. Era un lunedì mattina, un lunedì da cani, quando ficcai tutto
quello che avevo in due valigie e le caricai nell’auto. Ero partito che erano le 6, aveva
albeggiato da poco, e l’inverno stava quasi per finire. Per un po’ me ne stetti là seduto sul
gradino davanti al portone di casa a gelarmi il sedere, accanto al cane del mio vicino che
mi fissava. Quel demente lo teneva tutta la giornata su un balcone di tre metri quadri, e
aveva la malsana abitudine di bastonarlo. Si lamentava sempre perché era costretto a
portarlo fuori per i bisogni quando avrebbe voluto tenerlo tutto il tempo, giorno e notte,
a fare la guardia a casa sua. Tanto che una sera, svegliato in piena notte dai guaiti di
dolore del cane, un po’ per la pena e un po’ per dare una bella lezione a quell’idiota,
avevo chiamato la polizia e pure i vigili del fuoco. Ma quella mattina della partenza, a
guardarci bene, seduti uno accanto l’altro su quel gradino gelido, non avresti mai detto
se gli occhi da povero cristo bastonato fossero i suoi, quelli del cane, oppure i miei.
In quel momento, seduto accanto al cane sul gradino di casa, prima di salire nell’auto per
lasciarmi per sempre alle spalle quel mondo, mi stavo chiedendo perché mai avessi
denunciato quello stramaledetto concorso.
Così, prima di andar via, decisi di passare a salutare il mio vecchio professore
dell’università. Era al bar proprio davanti casa sua. Sorseggiava il suo cappuccino quando
lo intravidi. Si era beccato da qualche giorno l’influenza ed aveva una brutta cera in viso,
ed io pensavo, mentre lo salutavo, che probabilmente non l’avrei mai più rivisto. In realtà
anche lui sapeva, in cuor suo, sebbene lo nascondesse, che non sarei più tornato da
quelle parti, ma ci salutammo come se nulla fosse, come se dovessimo rivederci
l’indomani mattina nel suo studio. Lui era fatto così, tanto severo e riservato con gli
estranei quanto moralmente inflessibile sui grandi principi della vita, al punto da non
lasciar trapelare mai un barlume di emotività, nemmeno con le persone più care, perfino
nei momenti più difficili e drammatici, quelli che avrebbero messo a dura prova la
sensibilità di chiunque. Glielo dovevo quel saluto perché era stato per me un vero
maestro, non solo di studi ma soprattutto di vita. Adesso non mi rimaneva altro da fare in
quella città: potevo partire.
Fermo al casello d’ingresso per l’autostrada che mi avrebbe portato, in non meno di 12
ore, nella terra dove ero nato, continuo a frugare nelle tasche della mia mente.
L’autogrill è il più classico dei luoghi di passaggio. E’ quel posto dove capisci , una volta
per sempre, tutta la fragilità della vita umana. Ogni cosa, ogni oggetto, dentro l’Autogrill,
sembra fatto per volerti dire “ricordati che devi partire”. E’ un po’ come lo stilita dell’età
moderna. E non c’è dubbio, infatti, che pisciare a gambe innaturalmente larghe facendo
attenzione e con la fottuta paura di sporcarsi, consumare al bar una rustichella o un
camogli scottandosi il palato gomito a gomito con un bestione che puzza di sudore più di
un rugbista neozelandese dopo la finale di coppa del mondo, e far benzina al
rifornimento rischiando il linciaggio per non aver messo in moto l’auto prima del record
sui 100 metri di Bolt, altro non sono che le più vere metafore sulla precarietà della vita.
Con buona pace dei saggi dei più avveduti psicologi.
Seduto al tavolino dell’Autogrill davanti al sosia del rugbista che divora il suo camogli,
continuo a rimuginare. Erano ormai parecchi mesi che non fumavo più. Un giorno, di
punto in bianco, avevo deciso di smettere. Quel giorno, rientrato a casa dopo un’intera
giornata di studio in biblioteca, con le prime ombre della sera che avvolgevano ogni
cosa, mi venne addosso una maledetta voglia di entrare in una tabaccheria per comprare
un pacchetto di marlboro light, anzi no, di quelle rosse più forti, e fumarmele fino a
spaccarmi i polmoni. Allora, per contrappasso, mi alzai in piedi dal divano, aprii l’armadio,
indossai la tuta, infilai un paio di scarpe da ginnastica e mi lanciai in strada. Da quella sera
in poi lo feci ogni santo giorno della mia vita. Correvo in strada, sul lungofiume, al parco,
nelle discese facendomi largo tra i pali dei lampioni e lungo le salite per scollinare fra gli
ulivi. Correvo fino a consumarmi i piedi e così, correndo, non pensavo.
Guardo, fuori dal vetro, gli automobilisti in sosta intenti a fumare dentro al freddo.
Osservo le nuvole di fumo alzarsi sopra le loro teste e mi sembra come di sentire il
contatto delle dita sulla sigaretta, delle labbra umide con il filtro, il rumore della carta che
brucia aspirando, l’odore del tabacco e il sapore intenso , quasi da nausea, della nicotina
mista a petrolio. E in quell’immagine di me seduto lì senza la sigaretta e di quelli fuori
intenti a fumare c’è tutto intero il malessere di un destino. Eppure, così come per il fumo,
nessuno mi aveva obbligato. Ero stato io a decidere di denunciare quella fottuta
commissione. I fatti erano chiarissimi. Avevo partecipato ad un concorso dove era già
deciso che avrebbe vinto qualcun altro. Accade così nella totalità dei casi, sono delle
farse, già decisi in partenza. Hai solo una chance di vincerlo, cioè se il tuo garante, il
cosiddetto “padrino”, siede in commissione. Altrimenti sei spacciato. Evitati di pagare la
tassa di iscrizione, giocati il corrispettivo al Lotto, perché avrai più probabilità di azzeccare
una cinquina secca su una singola ruota che non di vincere quel posto. Evita di prepararti
su tutto lo scibile umano, fai meno fatica a ingollare uno per uno i tomi dell’enciclopedia
Treccani, il risultato tanto è già scritto e, stanne certo, il nome del vincitore sulla lista della
graduatoria finale non sarà il tuo. Sei poi hai anche la malsana idea di presentarti da fuori
sede, ricordati di indossare l’elmetto come se andassi in guerra. Una guerra che,
ovviamente, perderai.
« E’ l’università, bellezza » - direbbe qualcuno. Solo che quella volta qualcuno aveva
deciso di ribellarsi, e quel qualcuno ero io. Da quel giorno della denuncia sapevo bene
che, presto o tardi, mi avrebbero fatto fuori.
E’ desolante accorgersi, addentando una rustichella, di quanti libri spazzatura pubblichino
ogni anno le case editrici. Roba assolutamente illeggibile. E quanti di essi poi finiscano
per ammassarsi sugli scaffali di un Autogrill , accanto a gigantesche spalle di prosciutto
stagionato ed enormi forme di pecorino.
Osservo tutte quelle copertine colorate sugli scaffali dell’Autogrill, e mentre le guardo mi
tornano in mente tre cose. La strada tortuosa e impervia che percorrevo in auto e che mi
portava lontano dall’aula della facoltà il giorno del colloquio, mentre alcune persone
decidevano l’esito di quella prova e della mia vita futura, determinando, in parte, tutto ciò
che sarebbe accaduto dopo, con una serie di reazioni a catena. Le parole di un amico che
mi metteva in guardia, preoccupato, dicendomi che per me tutto sarebbe cambiato. Le
sottili, quasi garbate, minacce di un docente: « La strada da te imboccata ti potrebbe
mettere in una posizione difficile da reggere. Hai mosso accuse che suonano offensive, e
se tu non riuscissi a dimostrarle, ti troveresti a mal partito. Sei in una posizione fragile e
questa vicenda ti lascerà, comunque vada, con l’amaro in bocca ».
Al ricordo delle parole di quel forbito maiale, mi viene voglia di spaccare la faccia a
qualcuno. Al maiale, potendo. A tutta la commissione al completo, magari. Un giorno da
Decathlon avevo comprato perfino punchball e guantoni da boxe per allenarmi a
spaccargliela meglio. Ma ho davanti, seduti al tavolo, da un lato il solito rugbista
dall’ascella fetida, che amoreggia al cellulare come una ragazzina adolescente dopo il
primo appuntamento, e dall’altro, due ragazze vestite in modo un po’ maschile, che si
propongono di cominciare un corso di paracadutismo. Non è proprio una grande idea
quella di prendere a pugni il primo che capita, visto il rugbista mi avrebbe usato come
palla ovale per marcare la meta, e le due tizie sarebbero state capaci, agilmente, di
staccarmi le palle, a mia volta, e di giocarci a flipper.
Continuo a rivangare nei miei pensieri come a rimestare nell’acqua torbida di un lago
d’inverno.
« Certo - penso - la verità, è sempre di chi la racconta. Dipende dall’angolazione da cui si
guardano i fatti. A prima vista, come dissero durante la seduta di un famoso processo,
potrebbe somigliare a quando si getta un sasso nell’acqua di un lago. Il sasso va subito a
fondo, e in superficie si formano tanti cerchi concentrici, ognuno dei quali assume una
sua vita propria. In base alla forma e alla pesantezza del sasso, o al modo in cui viene
scagliato, i cerchi possono essere moltissimi o apparentemente invisibili. Da ragazzo
conoscevo un gran tiratore di sassi. Era abilissimo a farli rimbalzare a pelo d’acqua per
diverse volte. Ma se non ci si fa fuorviare dalle apparenze, se si riesce a tenere ferma nella
mente l’idea del sasso, anche quando non si vede più ed è ormai andato a fondo, allora
sì che ci si avvicina il più possibile all’unica verità dei fatti. Ebbene, chi aveva truccato il
concorso era un po’ come quell’abile tiratore di sassi. Certo, i giudici, a loro volta,
provavano ad andare oltre i cerchi concentrici. Ma qual era il prezzo che avrei pagato per
arrivare alla verità ? ».
Fuori dall’Autogrill, in strada, le auto sfrecciano nel vento gelido. E così mi penetra
addosso quella stessa sensazione che provavo, da bambino, quando mi trovavo nella
carrozza a cuccette del treno notturno, il treno del sole, che mi portava dall’isola in
continente durante le feste natalizie. Mi piaceva tanto sentire il brivido freddo che
penetrava fin dentro le ossa quando si rimaneva in piedi per il corridoio davanti alla
cabina, in piena notte, per guardare le luci delle città in mezzo al buio, quando tutti
dormivano nelle loro cuccette e fuori non c’era nessuno, se non, di tanto il tanto, il
controllore di biglietti che passava. O anche quella sensazione di freddo che arrivava fin
dentro la cabina dal finestrino semiaperto del treno per far entrare un po’ d’aria , sul lato
opposto al corridoio, quello da cui si poteva guardare, immenso, il paesaggio durante il
tragitto, avvolti nel rumore metallico delle rotaie sui binari. O ancora quel gelo quando si
entrava nel piccolissimo e sempre sporco bagno della carrozza sul treno o quando si
sostava per gioco nell’intercapedine di spazio comunicante tra le due carrozze che
sobbalzavano e tremavano forte mentre il treno si faceva largo dentro la notte.
2
Non ricordo esattamente il momento preciso in cui decisi di mandar tutto a puttane. Non
fu di certo a caldo.
« Pronto? Mi senti? » - era la voce di un collega.
« Dimmi tutto » - feci.
« Senti, non so come è potuto succedere... »
« Ma cosa? »
« Niente, sei arrivato secondo... solo un punto sotto. Mi spiace davvero. Qualcosa però
non mi torna, è molto strano. Mi puzza » - e così dicendo, aveva chiuso.
Rimasi incredulo con il telefonino in mano. Sentii subito una fitta di dolore conficcarsi
dentro lo stomaco. E più il dolore cresceva più quella sensazione si trasformava, tornando
dalla pancia alla testa, e diventava rabbia. No, in quei momenti a caldo, non si ha la
fredda implacabile lucidità di prendere decisioni. Anche se dentro di te lo sai già che sei
stato fottuto e che non è giusto. Ma non è allora che prendi coscienza sul da farsi. Hai
bisogno di tempo. Devi prima roderti e macerarti dentro. Ci vuole altro. Anche uno
sguardo, a volte, oppure un gesto, o un silenzio.
Non so perché piove sempre quando si prendono le decisioni più importanti. Per me è
sempre stato così. Pioveva a dirotto quando, da bambino - avrò avuto 6 anni e giocavo
già nella squadra dei “pulcini” - in pieno gioco durante la partita e sul risultato di 1-1,
chiamai di proposito il cambio simulando un infortunio per far entrare il mio amico.
Sedeva sempre in panchina e giocava solo qualche scampolo di partita solo perché
l’allenatore preferiva la mia costanza di rendimento e i miei passaggi precisi al suo estro
innato di fantasista. Ma quel pomeriggio era affranto, qualche giorno prima gli era morta
la mamma, e per come la vedevo io, quella volta era giusto che giocasse lui. Pioveva a
tamburo battente anche il giorno che andai via dalla mia città. Mi avevano minacciato per
un articolo di inchiesta sul mercato ortofrutticolo locale ed era molto probabile che quei
mafiosi me la facessero pagare cara. Così, spinto anche dal prete della mia parrocchia,
decisi di partire e di andar fuori, in continente, a fare l’università. Non in ingegneria
informatica, come caldeggiava il mio prof di matematica, ma in una facoltà umanistica,
stregato da quell’infatuazione per il passato che mi aveva contagiato un caro compagno
di liceo andato a studiare al nord qualche anno prima.
E, neppure a dirlo, veniva giù acqua dal cielo come dio comanda anche quel giorno. Per
la verità erano già un po’ di giorni che pioveva e faceva freddo. Le luci dei fari degli
autobus in strada sotto la pioggia scrosciante, viste da dietro i vetri appannati di casa,
tagliavano l’aria e creavano traiettorie di pulviscolo come nebbia bagnata. Sordi passi sui
marciapiedi, mentre la burrasca costringeva, svogliati, a rimanere a casa.
La sala dell’istituto si trovava in pieno centro, dentro un piccolo edificio dal cui cortile, con
i suoi lastroni di pietra antica, si poteva intravedere, alzando appena gli occhi dal proprio
naso, il tetto del palazzo municipale. Alla conferenza, fissata per le cinque del
pomeriggio, parlava quel giorno l’esimio docente membro della commissione. Ed io,
pioggia o non pioggia, volevo, assolutamente, guardarlo negli occhi.
Ad ascoltarlo dodici persone, in prevalenza ottuagenari e qualche allievo. I più dormivano
sulla sedia. Funziona pressapoco così. L’argomento è quasi sempre un pretesto, non
interessa nessuno, a parte i relatori. Si va alle conferenze per farsi vedere, timbrare il
cartellino, adulare il capo, e se si è fortunati per parlare di questioni personali. Se sei
anche il più veloce a portare il caffè nel suo studio, a fargli le fotocopie e a leggere i libri
che servono a lui, allora puoi aspirare a fargli niente meno che da cultore. Non servono
titoli per essere nominato cultore, lo può decidere il grande capo in qualsiasi momento,
quando mastica un tramezzino all’aperitivo post-conferenza organizzato con i soldi del
della regione, oppure mentre legge il quotidiano sulla tazza del cesso. Il suo giudizio è
insindacabile, un po’ come il dogma dell’infallibilità del Papa. E tu, nominato come un
qualunque valvassore, ti guadagni il diritto di aiutarlo in aula con gli esami, i seminari, e
se gli sei simpatico puoi fare addirittura lezione. Anche se non sai un fico secco.
Accanto a me era seduta una studentessa un bel po’ appariscente. Capelli castani lunghi
e lisci, camicetta scollata, gonna corta, calze e tacchi alti. Visibilmente spigliata e
provocante, con il suo soprabito e la borsa piquadro appoggiati alla sedia, lanciava
occhiate ammiccanti al docente. Finita la conferenza, si era diretta verso di lui per
salutarlo. Avevano scambiato due parole in piedi davanti al palchetto, poi lei aveva tiravo
fuori dalla borsa un bigliettino di carta e glielo aveva messo nella tasca della giacca.
Seduto al mio posto, mentre lo sparuto pubblico si era già alzato in piedi imboccando
l’uscita, mi ero gustato la scena. All’inizio lui non si era assolutamente accorto che
qualcuno lo stesse osservando. Ma poi sì e allora vidi mutare all’improvviso l’espressione
dei suoi occhi. Prima arroganti e pieni di sé nel vivo dell’adulazione della ragazza, si
abbassarono incrociando i miei. Sfuggì il mio sguardo. Sapeva che io sapevo. «La
vigliaccheria - pensai - è come l’arguzia, non si improvvisa».
Dicevo basta un gesto, uno sguardo oppure un silenzio. Ecco. Vedere quegli occhi, prima
arroganti, poi così impauriti, fu la scintilla che mi spinse ad agire. Più di qualsiasi altra
cosa. Più delle prove schiaccianti che già avevo. La sera stessa telefonai al mio avvocato e
gli dissi che avevo deciso di denunciare i fatti.
Proprio così. A volte l’istinto vale più di qualsiasi altra cosa. E’ un po’ come un imprevisto,
un incidente che può cambiare la Storia, quella con la “s” maiuscola. Come il naso di
Cleopatra. Marco Antonio si era infatuato della regina egiziana e questo fatto cambiò
senza dubbio l’esito della battaglia di Azio con il futuro imperatore Ottaviano. Sarebbe
futile per lo studioso cercare di ridimensionare, o far addirittura sparire, questi
imprevedibili incidenti della storia, credendo che non abbiano alcun effetto.
L’imprevedibilità, l’accidente, la casualità, con buona pace degli scienziati della ricerca,
sono parte essi stessi della storia. Più che una scienza esatta, la storia è arte, è poesia.
Non è una vecchia, asettica, fotografia del mondo, ma piuttosto un modello, una prova
continua, una semplice ipotesi. Così come accade nella storia del mondo, dunque,
accadde nella mia storia, dalla “s” minuscola.
La settimana seguente, saranno state le tre di pomeriggio, misi in moto l’auto e imboccai
la strada che porta dalle parti di un paesino dell’appennino tosco-emiliano. Quella
mattina avevo parlato a lungo al telefono con un uomo che non conoscevo
personalmente. « Vieni a trovarmi nel pomeriggio» - mi aveva detto molto garbatamente.
Si fece trovare seduto al tavolino di un piccolo bar, un esercizio a metà tra un alimentari e
una latteria, tipico di quei paesini di montagna, con i prosciutti salati appesi dietro il
bancone, le bottiglie di cedrata accanto ai fiaschi e gli immancabili gotti di vino.
Posteggiai l’auto e mi incamminai a piedi per dirigermi verso casa sua con un indirizzo
segnato su un foglietto di carta che tenevo in mano e che di tanto in tanto guardavo per
memorizzare il numero civico. Ad un tratto mi sentii apostrofare.
« Ehi! Ehi? Sei tu? » - gridò la voce proveniente da lontano.
Mi voltai e vidi un uomo seduto al tavolino fuori dal bar. Era proprio uno strano
personaggio. A vederlo, con la sua giacca un po’ lisa e stropicciata ma indubbiamente
elegante a suo tempo, il fisico asciutto ai limiti del macilento, un basco colorato in testa e
i calzini a righe, pareva un uomo uscito fuori dall’Ottocento.
« Ah è lei professore? Pensavo di trovarla a casa... » - feci.
« No, dopo pranzo preferisco portarmi carta penna e libri, e sedermi qui al fresco »
« Ah bene, mi ha riconosciuto subito e dire che non ci siamo mai visti di persona prima
d’ora »
« Voglio ben dire, sei l’unico soggetto, a parte me, che passeggia alle tre del pomeriggio
da queste parti. Sarebbe stato molto più difficile non riconoscerti » - disse sorridendomi.
In effetti, quel pomeriggio, non si poteva dire chi dei due fosse più buffo. So che può
sembrare brutto dirlo, ma quando lo vidi non mi fece una gran bella impressione
all’aspetto, e poco non finì che mi domandassi come diavolo fosse ancora in vita, tutto
piegato in due al tavolino che sembrava stesse su per miracolo. Ma andando oltre le
apparenze, si percepiva subito un afflato, un calore umano, una passione civile, fuori dal
comune. In quel pomeriggio assolato ma freddissimo, infatti, con quelle poche parole
pronunciate mentre io ero in piedi come un fesso, con le orecchie congelate che mi
facevano un po’ male, le dita che non riuscivo quasi più a muovere dal freddo, e con un
piccolo zaino da campeggio sulle spalle, il professore Giuscarlo mi aveva messo subito a
mio agio.
Prima di partire, avevo dato un’occhiata alla sua biografia, davvero notevole. Era un
grande conoscitore della storia del nostro paese. Capii subito, dopo averlo sentito parlare
per qualche minuto, che oltre ad essere un docente arguto e davvero colto, era
soprattutto un uomo onesto, pulito, coraggioso e disinteressato, una vera e propria
mosca bianca in quell’ambiente accademico in cui si muoveva ormai da decenni.
Mi sedetti al suo tavolino e cominciai a raccontargli tutto quello che sapevo a proposito
del concorso. Come avevo saputo del bando, come si era svolta la prova, gli esiti
dell’accesso agli atti chiesto dal mio avvocato. Gli parlai aprendomi, sinceramente e
spassionatamente, come si può fare solo con un perfetto estraneo del quale, a
sensazione, ci si fida subito ciecamente. Gli dissi anche della mia più che precaria
situazione dentro l’università e nella facoltà in cui lavoravo. Il professor Giuscarlo mi aveva
ascoltato lisciandosi il pizzetto, oltremodo lungo, filiforme e bianco, decisamente fuori
moda. E mentre io raccontavo, lui abbassava il capo, interrompendomi, di tanto in tanto,
aggiungendo, puntualizzando, spostando il discorso su terreni più generali e sterminati di
giustizia, di moralità, di politica, di storia. Ma ad un tratto mi guardò fisso negli occhi,
assumendo un’espressione dura, irreprensibile, e pronunciò poche solenni parole. Parole
che avrei voluto scolpire, quel giorno, nella pietra.
« Caro mio, quello che stai per fare è una scelta difficilissima, esiziale, un esempio vivo e
coraggioso per tutti - aveva detto - Se farai questa denuncia non potrai più tornare
indietro...te la senti davvero? »
Dopo averlo sentito parlare, ogni minimo dubbio che albergava in me fino a quel
momento fu improvvisamente fugato. Feci “sì” con il capo, senza pensarci neppure un
istante.
« Bene, - continuò - allora sono davvero fiero di poter contribuire, nel mio piccolo, e per
quanto posso, ad inaugurare una nuova fase di "resistenza" ».
Detto questo , fece un gesto della mano rivolto al barista, il quale in men che non si dica
tornò al nostro tavolino con un fiasco di vino rosso e due bicchieri, quasi come fosse già
tutto preparato. Al che il professore versò due dita di quel vino nei bicchieri, prese in
mano il suo, mi porse l’altro, e lo alzò per brindare.
«Continuare a condurre la resistenza spetta certamente a voi giovani. E tu inizierai col
battere questa dura e impervia strada. Ma vedo che hai buone gambe, la salita è lunga e
dura, e ce la puoi fare ».
Lo guardavo mentre librava in aria il bicchiere insieme a parole che mi suonavano
pericolose ma anche maledettamente affascinanti.
« Ti dirò di più - continuò l’uomo - Nella questione non è soltanto in gioco un incredibile
caso di evidente "malaffare” ma anche il confronto tra una concezione "alta" della
cultura, del sapere, ed un'altra di meri orecchianti e dilettanti inevitabilmente predisposti
ad ogni avventura del "dilettantismo" che mascherano da virtuosa "contaminazione". Ma
così, procedendo da contaminazione a contaminazione, in concreto accertano soltanto la
loro sostanziale e formale estraneità allo stesso lavoro culturale al quale pretendono,
formalmente, di contribuire. Usandolo per i propri meschini e biechi scopi personali, cioè
a dire per piazzare tizio e caio sulla base di amicizia o parentela o relazioni di qualsiasi
altra natura...insomma ci siamo capiti, non voglio andare oltre. Nel caso di questo
concorso, si va ben oltre la "contaminazione": si contamina per imbrogliare! »
« Sì - avevo timidamente aggiunto - ma bisogna provarle queste cose » - e così dicendo
mi ero lasciato sprofondare sulla sedia.
« Indubbiamente, ma questa è una questione che si vedrà in un secondo momento.
Intanto bisogna partire! E per questa ragione ti dico che un quarantennio di proba
dedizione al lavoro di studioso - insieme a tutto quel che ne è stato conseguente in
termini di sofferta navigazione tra gli intrallazzi della corporazione! - mi dà oggi titolo per
parlare con libera coscienza, senza dovere più sopportare le ingiunzioni perniciose e i
ricatti. E mi conforta grandemente il fatto che finalmente, anche per nuove leve di
giovani studiosi, siano maturi i tempi per azioni di pulizia e di “liberazione”. Queste azioni
colpiscono le resistenti ipocrisie accademiche che mascherano le malefatte e trascinano
nel ridicolo i falsi "moralizzatori" ».
Aveva lentamente preso in volto un colorito molto diverso da quando lo avevo visto
all’inizio, bianco e smagrito, si era infervorato, accalorato, e forse la passione con cui
parlava, mescolata ai fumi del vino che iniziavano a fare effetto, me lo rendevano simile,
nella mia fervida immaginazione, ad una specie di struzzo stempiato coi capelli lunghi
dietro, il naso un po’ aquilino, gli occhi grandi e sporgenti, ed il pizzetto filiforme che
sventolava al vento come un vessillo di speranza.
« Sono sicuro che, anche per il contributo di un'opinione pubblica ormai in rivolta contro
la corruzione e per il meritorio impegno di denunzia di qualche collega con la schiena
dritta - ne esisterà pur qualcuno, perbacco! - nonché con il coraggio di qualche
giornalista di alto profilo civile, queste azioni saranno vittoriose. Coraggio, allora! Il tuo
“caso”, ben al di là della sua limitata materia, è una silloge dell'università italiana nei suoi
mali cronici, ma evidenzia anche le autentiche virtù di forze, per adesso ancora umiliate e
confuse, che troveranno la strada per cambiare finalmente le cose. Via allora, non
perdiamo tempo, ogni minuto perso è un regalo a questi cialtroni della finto sapere! » così detto si era alzato dalla sedia, mi aveva stretto la mano, e se n’era andato,
lasciandomi mezzo intontito ma allo stesso tempo assolutamente carico di nuove energie
per intraprendere quella difficile strada.
3
Era sabato. Dopo pranzo avevo dormito qualche ora sul divano, e come tutti i pomeriggi
del fine settimana, esausto dopo il lavoro della settimana, mi mettevo seduto al tavolino
della mia stanza, per ore, lontano da tutti, in quella città a me così distante. Fra quelle
quattro pareti c'era tutto il mio mondo. Il portatile era acceso, sparsi sul tavolo fogli,
ovunque, libri accatastati uno sull’altro, il faldone pieno zeppo dei documenti del
concorso. L’incontro del giorno prima con quell’uomo mi aveva fatto decisamente bene.
Ma tornato a casa, dopo l’entusiasmo del momento, ero ripiombato nell’indecisione sul
da farsi.
Saranno state le 8 e mezza circa quando aprii l’indirizzo di posta elettronica. Rimasi un bel
po' soprappensiero, fisso a guardare il testo di quella strana mail che era apparsa. E dire
che, solo per puro caso, non l'avevo cancellata. Stava ancora lì in fila, in neretto come
tutte le mail non ancora lette, molte delle quali inutili spam. Il nome del mittente,
peraltro, non mi diceva assolutamente nulla. Sull'oggetto del testo c'era scritto
semplicemente in maiuscolo: VEDIAMOCI. Era stato quel particolare così curioso a farmici
cliccare sopra senza cestinarla.
Poi alle 9 sentii suonare il campanello. Inizialmente pensavo fosse di nuovo la signora
delle pulizie che, ultimato il giro delle abitazioni vicine, per tornarsene a casa, era venuta
a riprendersi le cose che aveva sbadatamente lasciato lì. Pensai così visto che a quell’ora
non aspettavo nessun altro. Guardando dallo spioncino della porta, vidi invece che si
trattava di una ragazza sui venticinque anni. Con la mano indecisa sulla maniglia, mi ero
detto scherzosamente: « O è una rappresentante o è un killer ».
Poco dopo mi decisi ad aprire, anche perché non la smetteva più di suonare.
« Senti non mi interessa chi tu sia», le dissi e non l’avevo neppure guardata in faccia,
senza darle il tempo di aprire bocca. Richiusi la porta, ma lei insisteva. Allora provai a
mettermi a dormire per non sentirla. Ma ormai non riuscivo più a prendere sonno. Così ,
in preda al nervosismo, pensai di scendere in strada a fumare una sigaretta. Ma lei era
ancora lì, imperterrita, seduta sulle scale, accanto alla gabbia dell'ascensore. E si erano
fatte le 10.
« Chi è ? Che vuole da me? », le avevo chiesto con un'aria da farle paura.
Mi guardava con una faccia esitante, e capii allora che non me la sarei tolta facilmente dai
piedi. In silenzio mi seguì ed entrammo in casa. Giunti in cucina le indicai le sedie davanti
al tavolo e le dissi di accomodarsi. Aspettò che le preparassi un caffè. Seduta in quella
piccola cucina, con le mani appoggiate sulla tovaglia di plastica, il suo aspetto pareva
serio e composto, come quello di una studentessa che attende di essere interrogata.
Mentre trafficavo con la caffettiera, fingevo di non osservarla. Alcuni particolari, i capelli
raccolti in una lunga coda, gli occhi grandi e malinconici, l'accento tipico, mi suggerivano
che poteva essere meridionale.
All'improvviso aveva preso a parlare di getto.
« Mi chiamo Lia. Sono quella della mail VEDIAMOCI. Vorrei farle alcune domande per la
mia tesi di laurea. Ci lavoro da tre anni. So che lei conosce benissimo quelle vicende, è il
massimo esperto sull’argomento, nonostante la sua giovane età. So anche che lei
conosce dei fatti che nessuno può sapere. Deve dirmeli ».
Si era fermata un attimo, correggendosi: « Mi aiuti, per favore ».
« Perché dovrei? », le dissi bruscamente. « E poi, chi le ha parlato di me? E come ha fatto
a sapere che abito qui? ».
« Lo so », aveva risposto evasiva.
« Come lo sa! Lei è tenuta a dirmelo! » - insistetti. « Altrimenti vada via ».
Allora lei aveva sorriso: « E' stato un caso. Diciamo fortuna. Di solito in segreteria non
danno mai agli studenti i numeri di telefono né tanto meno gli indirizzi dei docenti ».
Pensai che la storia della tesi di laurea fosse solo un pretesto e che la sua spiegazione
facesse acqua da tutte le parti. Tutta quell'impazienza, quell'insistenza, non erano
giustificate in alcun modo. Eppure c'era in lei, nei suoi modi, nel suo sguardo, una
sicurezza che somigliava alla sincerità.
Le avevo versato il caffè nella tazzina ed avevo iniziato a sorseggiare il mio. Quel gesto
l’aveva, evidentemente, messa un po’ più a suo agio. Così aveva tirato fuori un vecchio
giornale dalla borsa e l'aveva aperto sul tavolo, coprendo quasi per intero la sua base.
C’era un articolo ed una foto che ritraeva un anziano docente. A quella visione, mi si
annebbiò la vista e la rabbia prevalse sul resto.
« Se ne vada » - le dissi. E dovevo essere stato molto convincente, stavolta, perché lei si
era alzata subito senza protestare.
« Tenga pure il giornale » - mi aveva detto con un filo di voce.
Il giorno dopo fui preso da un senso di colpa per averla mandata via in quel malo modo.
Ma cercai di non pensarci troppo e così anche quella domenica passò noiosa non molto
diversa da tante altre.
Non che un tempo non ci fossero stati lampi di entusiasmi e slanci d’avventura, in quella
città dove da giovanissimo, appena diciottenne, avevo deciso di trasferirmi per studiare.
Coi ragazzi che frequentavano i miei stessi corsi alla facoltà di Lettere, la sera, finite le
lezioni, ce ne andavamo al caffè che si trovava proprio davanti il dipartimento perché di lì
passavano le studentesse del primo anno, le matricole, e tante ma davvero tante turiste.
Le russe e bellezze tipiche dell’est erano quelle che si facevano guardare di più.
La cerchia del gruppo serale, in realtà, era parecchio ristretta, saremo stati in sei sette non
di più. C’era Adamo, un simpatico ragazzo che faceva il pugile dilettante e che si era fatto
assumere alla provincia. Poi c’era Emanuele, originario di un paesino di montagna,
barbetta lunga e un po’ stempiato, fisico massiccio, frequentava una donna più grande di
lui che girava come volontaria per i paesi del terzomondo. C’era Leonardo, il più bravo di
tutti a scrivere gli articoli, tanto che, fallito il giornale locale era andato, a dirigere una
radio. C’era Antonio, sempre imbottito di psicofarmaci per via di un brutto incidente
stradale in cui erano morti tre suoi amici, lui solo sopravvissuto, che si dilettava nei ritagli
dai corsi a scrivere poesie e disegnare vignette. Martin, di origini napoletane, che dopo
aver lavorato per anni nell’associazione dell’Arci si era dato alla sua vera passione, fare il
sommelier. Infine Costanza, la figlia di barone del dipartimento, capelli corti, sguardo
attento, e un culo così sodo, sotto i pantaloni sempre attillati. che ogni volta dovevi
trattenerti per non far partire la mano. Era fidanzata con un architetto rampollo di una
famiglia bene, suonava l’oboe e faceva sempre spola con Parigi.
La sede della redazione si trovava, in buona sostanza, a casa mia, o meglio nel salone
dell’abitazione dove stavo all’epoca in affitto, insieme a altri coinquilini. La redazione si
animava sempre la sera, due volte a settimana. L’idea da cui eravamo partiti era quella di
provare a mettere un po’ di pepe nel culo ai docenti dei corsi della facoltà, cercando di
risvegliare un po’ le coscienze degli studenti. Un giorno ci era arrivata in redazione la
lettera di Patrizia, una studentessa che ci incitava ad andare avanti nella nostra avventura.
Fu una bella soddisfazione quella. E altre ancora ce ne furono, che non mancarono di
dare a quei primi anni di università, colore, vivacità, entusiasmo. Tanto entusiasmo che
l’estate del secondo anno feci una piccola pazzia e, così di punto in bianco, decisi di
andare addirittura a Parigi a trovare Costanza, che nel frattempo aveva trovato un lavoro a
distanza e si era trasferita lì per qualche mese. Una sera d’estate, era luglio, dopo un
dibattito ad festa dell’Unità, andammo a mangiare allo stand dei tortellini. A tavola, dopo
cena, sulle note di Guccini, mentre Leonardo e Massimiliano fantasticavano di far aprire
all’associazione una libreria diversa dalle solite, con Emanuele e Costanza finimmo sulle
altalene del pratone della villa comunale che si trovava a due passi dallo stand. Nel buio
delle altalene, illuminata nello sguardo solo dalla luce della luna, lei ci parlò del suo
imminente trasferimento a Parigi, del fatto che si era appena lasciata con il fidanzato, e
che sarebbe rimasta là per un po’ di tempo a lavorare. Scherzandoci su ci aveva invitati ad
andarla a trovare. La serata era finita, dopo qualche birra di troppo, a correre abbracciati
per la strada al coro dei “cento passi” dei Modena City Ramblers.
Appena una settimana dalla sua partenza, mi trovano, fianco a fianco ad Emanuele, nella
carrozza notturna del treno espresso per Parigi. Quei giorni faceva un caldo della
madonna. Al nord l’afa, d’estate, diventava impossibile. Noi eravamo alle prese con un
programma di libri davvero tosto, roba politologica, che per noi umanisti era pressapoco
come l’arabo. Stavamo preparando, da esterni, a Scienze politiche l’esame con un
simpatico professore che si chiamava Limonetti, un personaggio nel vero senso della
parola, un tipo alto , ossuto e del tutto stempiato, che girava tra i banchi con il microfono
per intervistarci.
L’idea di mandare al diavolo quell’esame della sessione estiva e di prendere quel treno,
era stata mia. Emanuele, da par suo, mi aveva fiancheggiato in quell’impresa neppure
troppo contrariato. Fu un’esperienza strabiliante.
Ci sono città moderne, vere metropoli come New York, Chicago, Tokyo, o città d’arte
come Roma, Vienna, Praga, la stessa Firenze, che, nonostante nel corso dei secoli siano
cresciute quasi a dismisura, conservano intatto tutto il loro aspetto provinciale. Ci sono
nel mondo, poi, città che non appartengono solo ai cittadini che le abitano, ma a tutti, nel
senso che stanno nel cuore dell’umanità intera, di ogni singolo uomo. Vi appartengono
non altro che con il loro nome , così come lo si è sentito pronunciare un giorno della
propria vita, da bambini, o leggendo un libro, o ricevendo una cartolina, o
semplicemente parlando con uno sconosciuto. Parigi è indubbiamente una di queste.
Appena usciti dalla Gare de Lyon, messo il naso fuori dal treno, giunti in strada ci
trovammo di fronte ad un affascinante e incredibile gioco di contrasti. La sagoma della
Torre, la cattedrale, la basilica del Sacré-Coer arroccata sulla collina di Montmartre, tutto il
vecchio nucleo storico era perfettamente amalgamato agli edifici di più recente
costruzione, il grattacielo di Montparnasse, il centro Pompidou-Beauborg, i grattacieli de
La Defence e il Grand Arch, la piramide di vetro del Louve, il teatro lirico dell’Operà.
L’architettura moderna più audace riusciva a convivere con monumenti antichissimi, il
delirio tecnologico e la velocità post-moderna si miscelava senza alcun timore a stili di
vita spesso tradizionali e arcaici. Le differenze erano così digerite, senza per questo
sfigurare il volto della città com’era un tempo. Ci sentimmo subito come fossimo entrati
dentro un mito di arte, di poesia, ma soprattutto di vite umane. Mosaico di razze, babele
di lingue, Parigi non era solo una grande metropoli, ma un mondo intero.
Sapevamo che l’unico modo per scoprirlo veramente, quel mondo, era di girarla tutta a
piedi. Così facemmo, fin dal primo giorno, con Costanza che era venuta a prenderci alla
stazione. In una settimana, vedemmo tutto quello che si poteva, visitando musei, chiese e
cimiteri, fermandoci a bere nei bistros e nelle brasseries, mangiando quasi sempre
jambon e formaggi, perché con i soldi non ce la passavamo troppo bene. In realtà io
avevo vinto una borsa di studio e decisi di spassarmela rimanendo lì ancora un po’ con
Costanza, mentre Emanuele ripartì prima. Il giorno che riaccompagnammo il nostro
comune amico alla stazione dei treni avevo addosso una strana euforia. Io presi il bus
insieme ad Emanuele, sovraccarico di valige perché si sarebbe portato via anche un po’
della mia roba, mentre Costanza era arrivata in sella a una vespa rossa. Partito il treno ci
guardammo negli occhi e salimmo sulla vespa in direzione casa sua.
« Guida tu » - mi aveva detto, e mi si era attaccata addosso. Io misi in moto e accelerai,
districandomi tra le auto dei viali, fino ad acquistare una certa velocità.
« Adesso facciamo un gioco » - le dissi, ed accelerai di colpo. Era un giochetto un po’
rischioso a dire il vero e l’avevo visto fare a Giancarlo molti anni addietro. Sfrecciavamo
con la sua moto 250 di seconda mano sulla provinciale per Santa Croce. Raggiunti i 120
all’ora, laddove la strada si restringeva e iniziava il centro abitato, poco prima del
semaforo, Giancarlo aveva lasciato di colpo il manubrio voltandosi verso di me che gli
stavo dietro e alzando contemporaneamente le braccia in aria.
« Pari o dispari » - gridava per riuscire a farsi sentire, mentre la moto sfrecciava da sola nel
vento ed io cominciavo a farmela addosso perché l’incrocio e il semaforo si avvicinavano
maledettamente.
« Che cazzo fai demente! Smettila, non vedi che è rosso! » - gli urlavo cercando di
convincerlo a rimettere le mani sul volante.
« Pari o dispari » - ripeteva lui ridendo come una pasqua, mentre io cominciavo a
spazientirmi e a sudare freddo fin dentro le mutande. A quel punto lo avevo strattonato
con le mani cercando di farlo voltare per tornare alla guida di quella cazzo di moto. Ma lui
continuava a ghignare con gli occhi spiritati, il sorriso indiavolato ed una mano alzata che
stava lì pronta per lanciare il suo numero. Allora mi arresi e dovetti lanciare il mio numero
con la mano, lui fece altrettanto, e così solo alla fine di quella rocambolesca somma di
numeri delle nostre mani, riprese in mano il manubrio, scalò le marce e rallentò giusto in
tempo per fermarsi poco dopo la linea dello stop al semaforo.
Quel giochetto lo proposi, quella mattina, in versione certo più soft, alla guida della
vespa di Costanza. Mentre me la ridevo di gusto, la sentii stringermi più forte e urlarmi a
squarciagola nell’orecchio di smetterla. Gridò così forte che il gioco perse mordente, così
mi fermai e mi voltai verso di lei. Aveva le lacrime agli occhi.
« Non farlo mai più » - mi disse, guardandomi a sua volta negli occhi, con una faccia
molto seria. Ma non era per lo scherzo. Si era lasciata da poco con il fidanzato,
l’architetto, ed aveva molti, troppi pensieri addosso.
Ci eravamo fermammo con la vespa ai lati della strada, poggiando i piedi al bordo del
marciapiede, di fronte all’ingresso di una banca. Poco distante era parcheggiato un
furgone pronto per la consegna delle merci, mentre una volante della polizia aveva
appena svoltato all’incrocio, accelerando improvvisamente e dispiegando la sirena, per
dileguarsi lontana. Aveva proprio in quel momento iniziato a piovere, all’improvviso, con
quelle scariche a raffica, violente, tipiche degli acquazzoni estivi. Un gruppo di ragazzi di
scuola passava poco distante, mentre alcuni signori e due donne africane aspettavano il
bus alla fermata. Davanti all’ingresso della banca c’era una guardia giurata, poco più in là
tra l’edicola e la fermata del bus un individuo, mani in tasca del giubbotto, era fermo
davanti alle vetrine di un negozio. Io e Costanza fermi sulla vespa osservammo la scena.
L’individuo si era avvicinato alla guardia giurata per chiedergli un’informazione.
« Mi scusi, sto cercando Via... » - e mentre chiedeva lo sguardo gli cadde sulla pistola che
la guardia portava alla cintura.
« Mi sa che è fuori strada - rispose l’uomo - Deve arrivare in fondo alla scuola, girare a
destra all’incrocio, poi proseguire fino alla rotonda, imboccare la terza uscita e, dopo circa
qualche centinaio di metri, troverà quella via ».
Nel dire queste parole, la guardia giurata ebbe appena il tempo di voltarsi, ma si sentì
puntare alla schiena, a sua volta, una pistola. L’uomo col giubbino aveva un complice.
« Nessun gesto, neppure con la testa - disse l’individuo alla guardia - Non farti venire in
mente nulla, ma entra dentro in silenzio ». La guardia annui. Al che l’uomo gli prese la
pistola e se la infilò in tasca. I due uomini dietro e la guardia giurata davanti entrarono in
banca dalla porta di sicurezza.
« Attenzione, si prega di tornare indietro e di depositare eventuali oggetti metallici nella
cassettiera » - disse la voce registrata all’ingresso della banca.
Intanto da dentro un’impiegata aprì le porte. Ma in men che non si dica, i due uomini,
pistole alla mano, presero possesso della banca, indossando i passamontagna.
« State fermi e nessuno si farà del male - dissero insieme dai due lati opposti della sala Vogliamo solo i soldi, tutti i soldi delle casse, sbrigatevi ».
L’uomo col giubbotto fece un salto dietro le casse, con un borsa di tela, mentre l’altro, il
complice, teneva puntata la pistola sul personale e i pochi clienti presenti in banca a
quell’ora.
Noi eravamo ancora fermi sulla vespa. In pratica, stavamo assistendo ad una vera e
propria rapina. Costanza chiuse gli occhi e mi strinse da dietro. Io non sapevo
assolutamente cosa fare, se muovermi, se fare l’eroe per far colpo su di lei, se mettere in
moto per svignarcela, se spostarmi da lì per chiamare la polizia (i cellulari non erano
ancora diffusi). Alla fine non feci nulla, rimasi come paralizzato dalla scena. Passò qualche
istante ancora e ci giunse secco e ben definito il rumore di un colpo di pistola. Poi i due
uomini uscirono di corsa dalla banca e si dileguarono tra la folla facendo perdere le
proprie tracce.
Mezz’ora dopo eravamo a casa sua, ancora decisamente scossi per l’accaduto. L’avevo
conosciuta una domenica pomeriggio, al bar di una casa del popolo, insieme a un
gruppo di amici, tra cui alcuni della rivista. Era accompagnata da un uomo alto e
palestrato che faceva l’architetto. Si parlava di politica, tanto per cambiare, ed io avevo
suggerito ai presenti di evitare di accalorarsi troppo per le scelte del governo perché
tanto sulle nostre teste, quelle di tutti, c’era la spada di damocle della globalizzazione
(quando ancora ne parlavano in pochi!), e quindi, chiunque fosse stato al posto del
premier in quel momento, avrebbe potuto fare ben poco. Mi piaceva fare l’avvocato del
diavolo in certi frangenti. A quelle parole Costanza aveva sorriso. E con una proposta del
tutto inusuale, all’uscita dal bar, ci aveva invitati a casa sua a prendere un drink. Fu quella
sera che vidi per la prima volta com’era fatto un oboe. Era un oggetto assolutamente
elegante e raffinato, con la sua forma allungata, il suo tronco di ebano e i tasti di metallo.
Se ci avessi soffiato dentro io sarebbe venuto fuori un suono indecifrabile, forse solo un
sibilo stridulo, un po’ come quando un pivello inesperto di musica prova a suonare un
sax. Costanza lo portava alla bocca con una grazia innata, ed armeggiava con le dita su
quel sottile tronco con leggiadria e precisione, quasi fosse un piffero. Mi venne subito in
mente il piffero della rivoluzione di Elio quando le aveva cantate niente meno che a
Togliatti, beccandosi poi la famosa scomunica del Migliore, che gliele aveva suonate per
bene con il famoso articolo intitolato «Vittorini se ne’ gghiuto e soli ci ha lasciato». Pensai
anche che Costanza era molto più portata a suonare quell’aggeggio che non per la storia
moderna, ma non ebbi mai il coraggio di dirglielo apertamente, anche perché il padre, un
noto docente della nostra facoltà, come minimo, mi avrebbe preso a fucilate. Gli piaceva
andare a caccia, come fanno tanti in toscana, ed aveva un fucile che teneva in una
credenza a vetro del salone, con cui andava per boschi insieme ad alcuni colleghi. Altre
volte salivano sui monti a cercar funghi. Costanza, a differenza degli altri membri della
rivista, saltava spesso le lezioni, perché era sempre in giro a fare lavoretti, ed aveva
sempre bisogno di soldi. Mi capitava di notare con un pizzico di gelosia le occhiate
interessate dei professori quando era presente, quasi sempre in fondo all’aula. Una volta ,
saranno state le sette di sera, alla fine di una lezione, quando al dipartimento i custodi
avevano appena chiuso il portone, avevo tentato di baciarla, furtivamente, ma lei si era
sottratta ed era fuggita via. L’indomani ci eravamo rivisti a lezione di storia dell’america
latina, quella specie di materia da “dio minore” che insegnava un docente che era un
vera e propria sagoma, e che sembrava uscito , pari pari, da un film di Totò. Portava
sempre i suoi studenti a bere la sangria al bar dopo la lezione del tardo pomeriggio,
finché non si formavano ampi gruppi di ragazzi e ragazze che imbracciavano le chitarre e
cominciavano a cantare le canzoni degli Intillimani.
Il giorno dopo il tentato bacio, Costanza aveva un broncio un po’ finto, che mascherava a
stento i suoi pensieri un po’ maliziosi. Così a fine lezione mi aveva passato una mano sui
capelli e mi aveva detto a bruciapelo:
« Non so perché tutti tentano di baciarmi di sfuggita, o sulle scale o fuori dal bar, e invece
a me le cose veloci proprio non sono mai piaciute ».
Dopo quella volta non avevo più provato a farle il filo, anche perché lei era fidanzata. In
realtà, litigava con quel tipo, un giorno sì e l’altro pure. Ma lei era uno spirito molto
ribelle, indipendente in tutto, e più che all’amore, all’epoca, pensava allo studio, al lavoro
e a suonare il suo oboe.
Mi versò da bere e mi disse di accomodarmi sul divano. « Finalmente soli » - pensai.
Era più di una settimana che eravamo stati tutti insieme in giro per Parigi, con Emanuele,
e così quella improvvisa e inattesa vicinanza di lei, da sola, mi fece letteralmente perdere
la testa. Quando tornò nella sala, dopo qualche minuto di attesa, indossava un
accappatoio giallo. Evidentemente si era appena fatta la doccia. Senza pensarci neppure
un momento, le chiesi se volesse fare l’amore. Non rispose. In piedi, si girò verso di me,
seduto sul divano, e lasciò cadere per terra l’accappatoio. Era una donna disinibita,
volitiva, quasi sprezzante in certi frangenti, scevra da ogni conformismo e perbenismo.
Forse aveva anche un po’ di vergogna del proprio corpo, non si sa bene poi per quale
ragione perché era davvero ben fatta, in particolare quelle natiche sode che si facevano
notare dai pantaloni sempre attillati che indossava. Sapevo che non sarebbe mai stata la
donna della mia vita. Ma vivermi quell’emozione inaspettata, sparati uno contro l’altro da
un’attrazione fortissima, più fisica che mentale, in una surreale stanza di Parigi, era stato
come infilare contro mano una galleria buia a luci spente, degno del più bel film d’autore
alla francese che avevo sempre visto da semplice spettatore nei cineforum.
Quando entrammo nella sua camera, fuori, si sentiva piovere. Forse in realtà, prima avrei
voluto parlare, chiederle perché si fosse lasciata, ma intuii subito che non ne aveva alcuna
voglia. Così accadde che la presi, immediatamente, appena si fu distesa, col seno che le
era andato alto. Non sentii che le sue mani sul mio corpo, e il suo dorso tutto il tempo,
scivolarmi sopra le braccia. Così fu presto finito, senza che fosse stato nulla di speciale.
Ma fuori pioveva, e nessuno dei due aveva alcuna voglia di parlare. Rimase nuda accanto
a me, sotto le lenzuola, al buio della stanza. Annusai il profumo della sua pelle e allora,
preso nuovamente dal desiderio di averla, tornai a cercarla. Ma, stavolta, non andò come
davanti al bar, e così entrai con la bocca nelle sue labbra. Questa volta Costanza non si
era scostata e non era affatto fuggita. Anzi, indugiava ancora con la sua lingua sulle mie
labbra, sul naso, sulla fronte e poi sul collo. E capii che si divertiva del mio entusiasmo,
nel vedermi scendere con la testa tra le sue cosce e fare il percorso a ritroso fino ai suoi
seni. Mi sentii così, risalendo a baciarla in bocca, passare sulla faccia il suo sorriso. E
nuovamente facemmo l’amore.
Ma in fondo lei non voleva altro che quello, e spesso, durante quei giorni, l’avevo vista
piangere in silenzio e stare ore al telefono. Capii subito che non faceva per me. Dopo
qualche sera presi il treno e ritornai anch’io. Scoprii, qualche tempo dopo, che non aveva
lasciato l’architetto per me, ma che se la intendeva con il tizio col giubbotto, quello che
era finito su tutti i giornali perché qualche giorno prima aveva rapinato la banca ed ucciso
la guardia giurata. Lei era fatta così, le piacevano le cose impossibili, insormontabili, le
piaceva l’adrenalina che le dava stare insieme ad un uomo senza paure, indomabile e
coraggioso. E all’epoca io ero solo uno studente con la passione con il vizio della scrittura
e la passione per il passato, ma niente più. Dunque, non facevo per lei. Non la vidi più
fino al giorno del concorso. Solo allora seppe che il coraggio, non quello di prendermela
con un povero malcapitato disarmato che faceva da guardia ad una banca, ma quello di
mettermi addirittura contro tutti, contro un intero sistema di potere, non mi mancava
affatto.
4
Non so ancora perché decisi di richiamare la giovane studentessa. Lei si era affrettata a
prendere subito un appuntamento, temendo forse che cambiassi idea.
Entrando nel mio appartamento, si era guardata intorno con aria più tranquilla e sicura
del precedente incontro. In cucina aveva osservato con attenzione le piastrelle verdi e
arancio.
« Cosa c'è che non va? » - le avevo chiesto burbero.
« Nulla. Le trovo solo un po' psichedeliche » - aveva riso.
« Sono così anche quelle del bagno. Non le ho messe io, risalgono agli anni settanta» - mi
ero giustificato sorridendo a mia volta.
« Lo so. Ma i mobili sono stati cambiati, non è vero? »
« A quanto ne so l'appartamento è stato affittato per molto tempo. Ma si interessa di
modernariato? ». Le davo del lei per mantenere le distanze.
« Un po'... »
« Ho una vecchia lampada di vetro rosso e acciaio da qualche parte. La odiavo già allora.
Credo di poterla ritrovare, se la vuole ».
« Grazie. Mi interessa moltissimo » - rispose rilassata. Sembrava diversa dall'altro giorno,
quando si era presentata.
« A parte la lampada e il modernariato » - avevo detto ad un tratto. « Credo sarebbe
giusto che mi raccontasse di che cosa si occupa veramente e il motivo vero per cui mi ha
scritto ».
« Glie l'ho già detto ».
« Me lo racconti di nuovo, perché io non credo alla storia della tesi di laurea...»
« Che significa? » - aveva chiesto imbarazzata.
« Significa che lei è troppo interessata per essere una semplice studentessa ».
Mentre parlavo, il suo viso era cambiato. Si era messa nuovamente sulla difensiva.
« Una studentessa non scrive anonimamente, non si procura un indirizzo in modo fortuito,
non aspetta sotto le scale, non fa domande insistenti » - avevo continuato io. « Insomma,
o gli studenti italiani sono diventati tutti investigatori privati oppure tu mi hai detto una
bugia... ».
Aveva scosso la testa, ed era rimasta in silenzio. Poi mi aveva guardato spalancando gli
occhioni neri. Ho pensato che volesse commuovermi.
« E va bene. Non sono una studentessa qualunque. Sono una specie di giornalista, una
free lance ».
« Ah ecco. Allora non se ne fa niente. Mi dispiace, ma io non ho intenzione di starti
ancora a sentire, sei partita col piede sbagliato » - ed ero passato al tu.
Lei era rimasta in silenzio, come se la mia reazione non l'avesse stupita. « Lasci stare.
Sono abituata a ricevere rifiuti ».
L’avevo guardata meglio, e mi sembrava sincera.
« Quindi non lavori per nessun giornale? » - le avevo domandato, ripensandoci. In realtà
questa notizia mi aveva quasi sollevato.
« No. Dopo la laurea, ho fatto esperienza sull'edizione online di un noto quotidiano. Mi
dicevano che ero perfino tagliata per questo mestiere. Ho avuto pure pubblicato qualche
articolo nelle prime pagine. Ma non mi pagavano e di assunzione non se n'è mai parlato.
Così ho mollato. Sa, io non sono di qui, ho un affitto da pagare tutti i mesi ».
« E come ti mantieni? »
« Quello che capita. Ultimamente ho portato a spasso i cani di una vecchia signora.
Faccio anche qualche ripetizione a domicilio, di latino soprattutto. La sera rimango spesso
a casa. Così, come capirà, ho tanto tempo per pensare ».
Parlava di sé con un'aria sprezzante, insofferente, disillusa.
« Scusa, hai molte energie. Perché non le rivolgi verso qualcosa di più... ? ».
« Appunto. E’ una delle ragioni per le quali la ho cercata. Ha letto l’articolo che le ho
lasciato? » - mi aveva chiesto a bruciapelo.
L’avevo osservata meglio, notando nei suoi occhi la luce, quella scintilla che è la curiosità
critica propria delle persone molto intelligenti.
« Sì certo. Quella persona la conosco bene. Piuttosto, mi chiedo come fai tu a saperlo? ».
Lia aveva di nuovo scosso la testa, stavolta con ironia.
« Questo non posso dirglielo. Almeno per il momento. Tenga presente solamente che io
sono a conoscenza di tante altre cose rispetto a quell’articolo. C’è molto, molto altro ».
Stavo iniziando a pensare che quella ragazza fosse un po' fuori di testa, esaltata. ma non
glielo diedi a intendere. Feci solo un gesto con la testa, come per dire “sciocchezze”. A
quel punto Lia si ritrasse, come se fosse sola e stesse parlando a sé stessa.
« L'estate scorsa ho saputo tante cose... ». - e si era interrotta. Nel dire ciò aveva esitato
per qualche minuto. Guardava fisso sulla tovaglia, aspettando che le dicessi qualcosa, che
la incitassi a dirmi ciò che sapeva. Non lo feci, intrappolato tra la solita razionalità che mi
sopraffaceva in certi frangenti e il timore di lasciarmi andare a rivelazioni con una perfetta
sconosciuta. Così , a quel punto, sentendosi sola , quasi nuda di fronte alla mia freddezza
e indecisione, si era alzata, mi aveva salutato con un sorriso imbarazzato ed era uscita.
Rimasi a pensare a quella conversazione per un bel po’. Poi tornai dentro ai miei pensieri.
Non si sceglie di rompere con il passato solamente per un torto subito. Anche quando il
torto è enorme, spropositato. C’è sempre qualcos’altro che non va, qualcosa di
veramente esplosivo, che va ben oltre il singolo fatto in sé. Un malessere accumulato
dentro di sé per anni, per esempio.
In realtà vivevo in quella città da troppo tempo. E facevo sempre le stesse cose, in modo
ossessivo, ripetitivo, quasi alienante. Abitavo in un piccolo appartamento in pieno centro,
abbastanza confortevole, luminoso, ma quasi completamente vuoto di arredi e pieno solo
di tutti i mitici rottami della mia vita. Libri e cd musicali. La mattina la passavo quasi
sempre in facoltà. Avevo il mio studio. In realtà, non proprio esclusivamente mio, diciamo
che possedevo il mazzo di chiavi per aprire la stanza in comune con gli altri, uno spazio su
un lato della scrivania e la password di accesso al computer. Per il resto, stavo quasi tutti i
pomeriggi a sfogliare quotidiani d'epoca e a visionare copie digitalizzate di pagine e
pagine di quotidiani d’epoca e di riviste culturali, o in archivio o in biblioteca. Quando
uscivo di lì, ogni giorno, erano le sette di sera ed era già buio. Giusto il tempo di
accendersi una sigaretta, tornare a casa e prepararsi qualcosa da mangiare. Per molti, anzi
diciamo pure per tutti, quel tipo di vita sarebbe stata la cosa più noiosa del mondo. Per
me, invece, all’epoca, era quasi emozionante. Il passato era sempre stata la mia passione,
anzi potrei dire pure la mia vita, ed in buona parte questa cosa mi aveva reso diverso
dagli altri. Quando ero studente al liceo mi andavo a leggere anche quei brani che
l’insegnante ci faceva sorvolare, per colpa di quella irrequieta curiosità di sapere, che mi
mangiava vivo. Uno dei passi che, all’epoca, mi aveva colpito di più era quello
dell’impresa dei Mille raccontata da Denis Mack Smith. Un misto di visione di lungo
periodo, dettaglio degli avvenimenti e sferzante ironia che mi suggerì l’idea dello
studioso di storia, in realtà del tutto errata, come di una specie di eroe dei nostri tempi,
una figura quasi mitologica, a metà tra il giornalista d’inchiesta, il docente avvertito e
l’intellettuale a tutto tondo. Quello che veniva fuori dalla sua penna era a dir poco
esilarante, per cui Garibaldi altro non era che un nazionalista di professione ossessionato
all’idea di unificare il paese, Mazzini un visionario che fomentava idee di rivoluzione senza
la più pallida idea di come realizzarla sul serio, i “mille” pronti all’azione erano un gruppo
di sbandati che potevano contare pressapoco che su un centinaio di pistole e un migliaio
di moschetti arrugginiti forniti niente meno che dal colonnello Colt, la maggior parte dei
quali neppure sparavano, e tra loro c’era pur un ragazzino di undici anni e un vecchio
macilento che aveva combattuto ai tempi di Napoleone Bonaparte. E così via
discorrendo. Come non rimanere affascinati da una narrazione della storia fatta in quella
maniera? Nulla di più lontano da come quella materia si insegnava all’università. Fu una
cosa che scoprii solamente dopo, quando ormai, nel mondo della ricerca, c’ero dentro,
immerso fino al collo.
Era un discorso questo, sulla mia sostanziale diversità dagli altri, che mi irritava
profondamente quando veniva fuori nelle discussioni. Quella mia riservatezza, ai limiti
dell’isolamento, dovuto al mio impegno sul campo della ricerca, era reale. Forse il mio
carattere lo aveva accentuato. Mi sentivo diverso dagli altri. Era una sensazione che mi
aveva pervaso presto, ma non prestissimo, non da adolescente, probabilmente solo dopo
che ero andato via di casa ed avevo cominciato a frequentare i corsi all’università. Non so
quanto questo sentirmi diverso dagli altri fosse un fatto politico, etico, o solamente
caratteriale. Probabilmente era tutte queste cose insieme, ed io non riuscivo a rinunciare
a nessuna di esse e, così facendo, ne accentuavo gli effetti. Era un fatto, tuttavia, che
avevo pochi amici, perché fondamentalmente il loro modo di vivere, di divertirsi, di
trovarsi insieme, era spesso legato a un modo di vedere le cose che io non accettavo, che
non mi attraeva affatto.
Mi capitò di parlarne, qualche volta, con Bianca, la mia compagna dell’epoca. Non mi
stava nemmeno a sentire, di solito. Non stava quasi mai a sentire nessuno quando uno gli
diceva qualcosa. L’avevo conosciuta lì all’università, anche lei si era trasferita in città dal
sud, ed era stato amore a prima vista, qualcosa di travolgente e rapido, troppo
immediato per essere vero. Infatti eravamo andati subito a convivere insieme. Nulla di più
sbagliato. Lontani entrambi dalle rispettive terre d’origine, in una situazione precaria
entrambi, finimmo per vivere in simbiosi, in un ambiente che non ci piaceva più di tanto e
a cui, evidentemente, anche noi piacevamo poco. Dopo gli studi, anch’essa alle prese coi
dubbi e le incertezze tipiche delle facoltà umanistiche, aveva preso a lavorare,
naturalmente sottopagata, per un’associazione onlus che si occupava di migranti,
intercultura e dialogo tra i popoli. Notevolmente bella, scura di pelle e con qualcosa di
ferino sul volto, occhi grandi nerissimi, più magra del normale, emanava sempre un
profumo difficile da decifrare, un misto di henné da capelli e olio da massaggi. Arguta e
intelligente, ma con quel carattere tipico delle rompipalle. Voleva sempre dire la sua,
anche quando non era interpellata. Anche le donne molto intelligenti fanno cose molto
stupide a volte. E le piaceva imporsi, prevaricare, con la sua debordante e spesso
fastidiosa forte personalità. D’altronde, era la mia compagna, e non poteva essere
altrimenti.
« Com'è che non andiamo più da nessuna parte? » - mi aveva chiesto un giorno, stanca di
quella mia pigrizia cresciuta negli ultimi tempi.
« Una volta non eri così noioso però, eh, ormai Kant ti fa un baffo » - ed aveva iniziato a
ridere di gusto. Sul momento non le avevo risposto per evitare di litigare.
« Lo vedi - proseguiva - oggi ti ho raccontato il sogno che ho fatto, e tu non gli hai dato
alcuna importanza » -. Era odiosa quando faceva così, ma in fondo mi piaceva perché era
una donna imprevedibile. Lucidamente visionaria, in certi frangenti molto passionale e
allo stesso tempo capace di razionalità profonde.
Le piaceva molto frequentare determinati gruppi di persone, gente di sinistra, un po’
radical chic, ambientalisti e animalisti più che rivoluzionari. Avrei potuto riconoscere ad un
miglio di distanza uno di quei simpatizzanti della sinistra snob per il semplice fatto che,
sempre, nel bel mezzo di una conversazione, la sua analisi si arrestava, la sua voce
cambiava di tono, il suo sguardo si faceva lontano, quasi sognante. E a quel punto ci
sarebbe stata bene una bella pernacchia. Ma, in fondo, ero pur sempre un intellettuale
anch’io , almeno si fa per dire, e quindi le pernacchie le tenevo per me.
« Meglio non prendersela troppo per questi intellettuali che occupano posizioni di
potere, vivono in belle ville ma sognano la rivoluzione. Meglio riderci su » - le dicevo
prima di recarci alle serate che organizzavano quasi sempre il mercoledì.
Nel cortile di quello che un tempo era stato il carcere cittadino, facevano presentazioni
dei libri più strani, molto spesso su new age, filosofie mistiche ed esoterismo, oppure
seminari di meditazione trascendentale, corsi di shiatsu, sedute di oroscopo cinese,
discussioni e conversazioni nelle lingue straniere più improbabili, aperitivi vegani, concerti
di musica che passavano disinvoltamente dal jazz al metal. Insomma di tutto e di più.
purché ci fossero le persone “giuste”. Quello che contava era distinguersi. Ogni tanto, in
mezzo a quella gente, si poteva incontrare anche qualcuno normale. Politicamente quel
luogo trasudava da ogni poro la sua puzza sotto il naso. Erano vietate le riunioni di
partito, bandite le manifestazioni con bandiere tricolori, o bandiere rosse, l’unica bandiera
tollerata era quella arcobaleno della pace. Nient’altro. Avevano iniziato, invece, a
prendere piede in quel cortile le prime riunioni delle cosiddette “fabbriche”, e vi
partecipavano, oltre ai simpatizzanti di quel movimento, anche i cosiddetti pentastellati,
gente all’epoca ossessionata soprattutto dalle emissioni di co2 nel traffico cittadino e dai
rimborsi elettorali dei parlamentari. A confronto di queste velleitarie riunioni di
simpaticoni si può ben dire che i precedenti girotondi scesi in campo, anni addietro,
contro la destra sembravano l’impegno politico fatto a persona, veri e propri partiti di
massa strutturati.
Una sera arrivammo ad una di quelle mitiche riunioni un po’ in ritardo. Il santone di turno
aveva già quasi finito di parlare. Bianca era scomparsa in mezzo ad un gruppo di amici
mentre io, che non conoscevo quasi nessuno, ma ero solito accompagnarla, non avevo
molta voglia di parlare con quei pochi che conoscevo. Mi sedetti ad ascoltare un altro
signore che sembrava un guru e che finiva il suo discorso su come riuscire a prepararsi del
sapone artigianale con un litro di olio di extravergine oliva. Poco dopo la intravidi di
nuovo che chiacchierava amabilmente con un tipo alto, magro e barbuto, ma non gli
diedi peso. Dopo aver ascoltato il tizio, che nel frattempo era passato alla spiegazione di
come non far scuocere gli spaghetti alla quinoa, decisi di dedicarmi una volta per tutte al
cibo. A dire il vero anche quello era parecchio alternativo, benché fosse disposto in
ciotole e vassoi lungo un banalissimo tavolo di legno blu. Mi avvicinai ad uno dei vassoi
che sembravano contenere la cosa più normale e innocua, una specie di insalata di riso ,
ma quando la assaggiai mi accorsi che invece era di certo qualcos’altro.
Mentre riempivo il mio piatto, fui affiancato da una ragazza molto giovane che mi porse
un bicchiere di vino. Ovviamente quel vino non poteva che essere fatto con uve di
agricoltura bio, come tenne a precisare lei stessa per attaccare bottone. Celeste
indossava jeans scoloriti e stracciati, un maglione slargato, un giubbino di pelle e un paio
di converse ai piedi. Aveva il volto un po’ pallido, un trucco un po’ troppo aggressivo, ma
occhi azzurri delicati e capelli castano chiaro. Iniziò a parlare di auree, di come sbloccare i
chakra per sviluppare energia positiva sul corpo, al che, dato che Bianca continuava a
intrattenersi con quei suoi amici, compreso il tizio barbuto, mi intrattenni con lei e le feci
compagnia con piatto e bicchiere in mano. In realtà le risposi, ironico, che quelle cose mi
interessavano davvero poco e che conoscevo un modo tradizionale, molto più semplice e
sbrigativo, per liberare energie corporee. Scherzavo, ma neppure poi tanto. Ciò detto,
visto che quelle riunioni, quella musica, quel cibo e quei libri, come sempre, mi stavano
letteralmente frantumando gli zebedei, e dato che Bianca era impegnata, salutai la tizia e
decisi di dileguarmi. Imboccai il vicolo che portava alla strada dove avevo parcheggiato la
mia auto, aprii lo sportello e mi sedetti al volante, fermo, pensieroso, senza mettere in
moto. La ragazza dei chakra mi seguì fino alla macchina. Non me ne accorsi se non
quando mi voltai e la vidi che apriva lo sportello ed entrava dentro l’auto per sedersi lì
accanto a me.
« E tu che ci fai qui? che vuoi? » - le dissi senza troppa convinzione, quasi svogliatamente.
Non disse nulla, si sdraiò completamente distesa sul sedile e appoggiò la testa sulla mia
spalla, innocentemente, come per farmi capire che la mia domanda un po’ aggressiva
non l’aveva affatto scomposta, tanto meno offesa. Rimase così con la testa ferma e
piegata per un bel po’. Celeste non era una perfetta estranea, a dire il vero. Aveva fatto il
servizio civile nella biblioteca di un istituto culturale dove per un po’ avevo svolto , anni
addietro alcune ricerche. Aveva sempre avuto un debole per me ed aveva cercato di
farmelo capire in mille modi. Ma io all’epoca ero fidanzato, stavo bene allora con la mia
compagna ed avevo fatto sempre il finto tonto davanti alle sue continue avances,
lasciandole cadere nel vuoto. Anche allora feci finta di nulla e continuai a guardare fisso
davanti a me, rimuginando tra i miei pensieri. Erano due mesi, o quasi, che ormai non
facevo l’amore con Bianca. Pensai che non era affatto normale tutto ciò, e le ragioni non
potevano essere imputate all’abitudine, agli impegni, alla stanchezza o al suo umore
sempre volubile. Era evidente che qualcosa tra noi non andava più, e da un bel pezzo.
Celeste era la classica donna che adora provocare gli uomini. Lo aveva fatto anche prima,
intenta a guardarmi sorseggiare il vino, mentre portava alla bocca quell’intruglio
indonesiano. Mi aveva già puntato, nuovamente, da qualche settimana a quelle
strampalate riunioni. Certe donne hanno un intuito fenomenale nel capire quando una
coppia non va.
L’auto in cui eravamo seduti stava posteggiata, accanto alle altre, proprio davanti ad un
noto albergo frequentato soprattutto da turisti. Sul marciapiede di fronte c’era un
continuo via vai di persone, chi intento a tornare a casa da lavoro, chi pronto a prendere il
bus. Non mancavano alcuni venditori ambulanti africani davanti al semaforo, la città ne
era piena ad ogni angolo, ravvivata nel suo grigiore dai loro oggetti colorati.
Senza pensarci più di tanto, decisa come non mai a testare una volta per sempre, al di là
dei tanti discorsi, la mia risposta alle sue provocazioni, con una disinvolta naturalezza,
Celeste portò le mani alla cinta dei suoi jeans, slacciandola. Poi cominciò a sbottonarseli
abbassando la zip e lasciandola leggermente aperta. Nel farlo, non mi aveva neanche
considerato, era come fosse da sola nell’auto. Infatti rimase fissa con lo sguardo davanti a
sé, al marciapiede dei passanti. La mossa era davvero astuta, perché era riuscita a
spostare la mia attenzione dai fitti pensieri che avevo e canalizzarla totalmente su di lei,
anzi per l’esattezza su una precisa parte di lei. E lo aveva fatto nel modo più subdolo e
furbo, senza creare imbarazzi, o aspettative, e senza dare troppo peso a quello che stava
facendo. « Questa ragazza - pensai - deve essere proprio diabolica ».
Non potei fare a meno di deglutire, mentre mi voltai un po’ verso di lei facendo finta di
niente, ma in realtà totalmente rapito dall’incavo tra le sue cosce, tra le cui gambe aperte
facevano capolino un paio di slip rosa. Celeste si era accorta della mia attenzione e,
stando bene attenta a non incrociare il mio sguardo, spostò a sua volta i suoi occhi nella
stessa zona, ma dei miei pantaloni, ovviamente abbottonati, in cui appariva già ben
gonfia oltremisura la mia patta. Con spensierata disinvoltura, sentii allungare la sua mano
tra le mie gambe e, senza particolare difficoltà, sbottonò completamente l’allacciatura dei
miei pantaloni, abbassandoli leggermente. Di fronte a quei due gesti così chiari e
inequivocabili presi coraggio, dimenticandomi per un momento di tutto il resto. Al
diavolo l’università, quella città, il concorso, al diavolo pure Bianca. « Perché, poi, non
c’era lì lei in macchina con me? » - pensai.
Così allungai la mano e la infilai nei suoi jeans slacciati, strofinandola da sopra i suoi slip
già piuttosto bagnati. Al che, sentendosi all’improvviso forte, sicura, quasi autorizzata,
anche lei infilò subito la sua mano sotto i miei pantaloni, ma saltò audacemente un
passaggio e la allungò facendosi largo sotto i miei boxer. Con una naturalezza
devastante, scostò la biancheria appena sotto, afferrò in men che non si dica il mio
membro già gonfio, e lo mise in bella mostra appena poco sotto lo sterzo dell’auto,
premurandosi di tirar fuori completamente la punta già del tutto umida. Sono sincero
quando dico che era davvero un bel pezzo che non mi veniva così duro. Indubbiamente
Celeste ci sapeva fare. Non pensai a nulla ma sentii solamente una voglia irresistibile, un
desiderio irrefrenabile di lei. Negli ultimi tempi la vita mi aveva procurato solo pensieri,
pensieri su pensieri, preoccupazioni e basta. Dovevo smazzettare, come si dice in gergo
tra giocatori di carte, e quella era un’occasione perfetta. Niente calcoli, niente sotterfugi,
tutto lì in quel momento, in auto davanti all’hotel e alla gente che passava.
Mi infilai rapido con la mano nelle sue mutandine e nel farlo sentii arrivare fin dentro le
narici il suo odore di bagnato. Celeste era visibilmente eccitata, lo percepivo dal respiro
affannato, dalle gote rosse, e dal fatto che ogni tanto un brivido la faceva tremare al mio
tocco. Anche io sentivo la gola secca e lo stomaco contorcersi per il desiderio. Presi
coraggio e cominciai a toccarla, usando prima una e poi due dita, prima un po’ timido ma
poi insistente e capace, prima lentamente e poi aumentando il ritmo dei miei impertinenti
tocchi. Era una mia prerogativa, in generale, nella vita, alternare momenti di razionalità e
delicatezza a sprazzi di selvaggia passionalità. Pian piano la decisione e la sicurezza dei
movimenti delle mie dita presero il sopravvento. Allo stesso modo, Celeste, quasi come
una sorta di sfida, cominciò a far scorrere la sua mano elasticamente sul mio membro,
sentendolo al tatto sempre più duro ed eccitato, muovendola con scioltezza e sapienza,
attenta ad alternare movimenti lenti e avvolgenti ad altri furiosamente veloci e incalzanti.
Da quel momento in poi, con gli occhi chiusi, presi ognuno nelle mani dell’altro, non fu
più sfida ma solo puro piacere, reciproco desiderio di godere. Non passò poi molto che
lei, ad un tratto, venne, sciogliendosi completamente nel suo orgasmo, intenso,
incontrollabile, che la scosse totalmente fin dentro le viscere, portandola dal limite
massimo della tensione del desiderio fino alla rilassatezza estrema. Tutto questo avvenne
nel giro di pochi minuti e nel silenzio dell’auto, con estrema spontaneità e naturalezza,
proprio in strada, nell’auto, davanti a tutti. Vederla completamente fuori di sé, del tutto in
balia della mia mano, mi aveva fatto bene. Feci scivolare via la mano dal suo intimo e mi
portai al naso le dita imbrattate del suo fluido. Quell’odore mi faceva letteralmente
andare fuori di testa. Al punto che la mia erezione crebbe ancora. Quel gesto la fece
come risvegliare dal torpore della rilassatezza, tanto che recuperando un po’ di lucidità,
riprese dal punto in cui si era fermata e ricominciò. Ma adesso lei pareva avere un piglio
molto più deciso rispetto a prima, quasi freddo, calcolato, un ritmo costante e
instancabile. Non aveva più , evidentemente, la voglia del suo corpo a frenarla e, in
quello stato, diventava davvero una vera e propria macchina di piacere. Il mio membro
iniziò così ad assorbire colpi secchi, lunghi, ampi, decisamente esperti e totalmente mirati
al piacere, tanto che dopo poco fui quasi lì per venire. Anche in quel frangente, all’inizio,
prevalse sull’istinto la mia razionalità.
« Fermati...sto venendo...facciamo un casino in auto...lo spruzzo ovunque » - avevo
farfugliato quasi fuori di me.
« Stai zitto » - mi sussurrò decisa, e continuò. Non riuscii a non sorridere, divertito ed
eccitato, cedendo al desiderio che finisse il suo lavoro.
« Stai tranquillo, rilassati, finisco con la bocca » - concluse. E così fu. Al primo schizzo si
piegò rapida con la testa sulle mie gambe, prese fra le labbra il membro come per
divorarlo, lasciando che esplodessi tutto fino in fondo tutto, caldo, abbondante, corposo,
fino a svuotarmi completamente. Fantastico e devastante. Passò qualche minuto prima
che tornassi in me. Lei nel frattempo, senza dire una sola parola, si era riabbottonata i
jeans, ricomposta i capelli, ed era uscita dall’auto. Il tempo di capire cosa fosse successo
e sentii nuovamente aprire lo sportello. Era Bianca e sorrideva. Misi in moto e stirai la
tavoletta dell’acceleratore dell’auto sui viali fino in fondo, con le sagome dei palazzi e le
luci che ci sfrecciavano ai lati del finestrino.
« Possibile che ti annoino sempre così tanto le cose che piacciono a me? » - mi aveva
chiesto ad un tratto. Non le risposi. In fondo era vero, una costante della mia vita è che
dopo un po’ mi sono sempre stancato di tutto.
5
Non proprio tutto, in realtà. Correre, per esempio, non mi stancava mai.
Alzarsi dal letto, fare colazione, indossare in fretta una tuta e un paio di scarpe, ed uscire
la mattina presto, pensando a quanto c’è di bello, nonostante tutto, in questo cazzo di
mondo. Uscivo di casa che erano appena le sette e il cielo era un brivido azzurro. C’era
tutto il silenzio dei dieci gradi sul litorale, interrotto in lontananza, di tanto in tanto, dal
lieve sciabordio del mare. Alzare lo sguardo e accorgersi del sole. Siamo così abituati a
guardare solo ad altezza d’uomo, presi sempre e solo da noi stessi, che finiamo col
perderci il bello di tutto ciò che ci sta attorno. Intorno a me, a quell’ora, c’era solo
silenzio, mare e la luce del giorno che nasceva, mentre ero pronto a prendere il volo con i
miei piedi. Niente ali d’aereo, niente motore rombante, niente di niente se non una
maglia leggera traspirante a manica lunga, aderente, per potersi muoversi in totale
libertà, pantaloncini corti da corsa, calzini di spugna e un paio di scarpe da running.
Molto presto, di mattina, prima di iniziare la corsa, mi sdraiavo sulla sabbia bagnata vicino
al mare. L’acqua era quasi immobile, di un celeste azzurro ma forse più quasi verde, e così
pensavo a cosa farne della mia vita. Uscivo prestissimo di casa dove mi sentivo già come
quei vagabondi tornati a passare una vacanza fuori stagione ma lunga una intera vita. Era
stata una vita turbolenta la mia , proprio come una notte di pioggia battente, anzi di
grandine, ma il mattino si era levato calmo e chiaro ed aveva come spazzato via tutto, col
suo sole pimpante e una spiaggia di colore rosa mi attendeva lontana. Il sole si alzava nel
cielo e illuminava le case sul lungomare, ma non tutte insieme, solo dal punto più alto del
faro fino in giù, dove due palme magre altissime e spennacchiate, sembravano voler fare
un saluto alle costruzioni colorate della spiaggia, tutte di legno, quelle che d'estate
diventano chioschi dove prenderci le granite. Laggiù poi il molo, proteso come una spalla
sul mare, dove non c'era nessuno tranne i gabbiani e gli argani, simili a piccoli uomini in
calzamaglia e a forma di tubo, appollaiati sullo “scoglio di fuori”. Lo chiamavano così
perché era l’unico scoglio nel giro di chilometri ed era, decisamente, più grande di tutti
gli altri, quasi fosse una piccola isola di pietra marina, che fuoriusciva fiero dall'orizzonte
dell'acqua.
Il lungomare non era ancora sveglio, non solo nel senso che tutti dormivano, ma che non
c'era proprio anima viva in giro. Ogni tanto, preso nella mia corsa, vedevo un muratore di
cantiere che addentava un panino. Nient’altro. Il litorale non era ancora sveglio, ma gli
uccelli cantavano già sulle grondaie delle case che si affacciavano quasi sul mare, nei
cespugli, negli alberi, sui fili della luce e del telefono, sulle ringhiere, sulle stecconate, sui
pennoni e sugli alberi bagnati delle poche navi del porto. Rompevano il silenzio del mare,
iniziavano a cantare e facevano un gran chiasso. I piumati padroni del lungomare
contestavano al sole il diritto di alzarsi in volto, volteggiando, appollaiandosi ovunque e
così di farla da padrone. Il marciapiede non era ancora sveglio, e io già correvo, a tratti
lento poi subito più veloce, sulla strada ricolma di sabbia bagnata dalla pioggia della
notte, spazzata e ammonticchiata dal leggero vento di fine inverno.
Correvo e mi sentivo come una specie di profugo, un estraneo venuto dal mare. Passavo
oltre le piccole finestre delle case che spiavano il mare, forse vuote o forse dietro le cui
tendine bianche dormivano ancora uomini e donne, coppie o famiglie, per quanto ne
sapessi io, persone, tranquille e serene o forse impetuose e terribili nei loro sogni di
prima mattina. Correvo nel mattino senza tempo lungo il mare, costeggiando la fila di
case bianche con gli infissi celesti, da sentirsi come in una Grecia millenaria. E così mi
aspettavo di vedere spuntar fuori da un uscio un vecchio marinaio dalla grande barba
bianca, con tanto di falce e martello tatuata sul braccio, fiero e indomito di un passato
triste e feroce, come nel suo sogno di un mondo perso e mai più tornato. E se non fosse
stato che un sogno, gli avrei parlato mentre correvo e gli avrei gridato addosso di
svegliare una volta per sempre tutto il lungomare, che era l’ora di alzarsi, e di cantare, se
possibile, con la sua voce da tenore facendo a gara di acuti coi galli. E poi, di certo, gli
avrei detto « Vecchio mio, incredibile padri di una decina di pargoli, esci, rimesta e rivolta
il mattino come un calzino e viene a correre con me se hai le forze, vedrai che la vita è
bella ».
« Che bello correre. Se tutti corressero, forse, non ci sarebbero più le guerre » - qualche
volta ammetto di averlo pensato davvero. La corsa, non come sport degli atleti, ma come
divertimento per tutti, nacque intorno alla metà degli anni settanta in California quando
alcuni giovani yuppies indossarono un paio di scarpe sportive e si misero a correre, in
gruppo, per le strade della città e poi fuori porta. Nacque per una necessità intrinseca,
imprescindibile, quasi antropologica, nel momento in cui la vita intorno, per una ragione
o per un’altra, iniziò a sembrare soffocante, chiusa, impossibile. E la stessa identica cosa
era accaduta a me, qualche tempo prima, con la mia corsa.
Correvo, e vedevo i primi pescatori, tornati appena dalla notte burrascosa in mare aperto,
con le reti cariche di pesci guizzanti e sorpresi, da vendere per pochi soldi alle
villeggianti, turiste tedesche con gli occhi di vetro scuro, dai capelli corvini e la pelle
bianchissima. E mi rimbombava nella testa il ritornello della canzone del mare di De
Andrè. « Ogni tre ami c'è una stella marina, amo per amo c'è una stella che trema, ogni
tre lacrime batte la campana…ogni tre ami c'è una stella marina, ogni tre stelle c'è un
aereo che vola, ogni tre notti un sogno che mi consola ».
C’era anche un’altra cosa però che non mi annoiava mai e che riusciva a distrarmi da tutto
il resto. Quella cosa era La bici. Ma non una bici qualunque. No, la mia era una passione
smisurata per la mountain bike. Sì proprio così, io conosco la felicità di montare in sella,
senza orari, e partire. E’ un’esperienza unica, fatta di fatica, libertà, colori, consapevolezza
e bellezza. La felicità di vedersi scorrere davanti, veloci, i paesaggi più diversi, passare
dalla vetta fino al mare, in un crescendo di emozioni. Sentire pulsare il cuore verde
dell’altopiano, ascoltare il respiro bianco della valle, lasciarsi ipnotizzare dal rumore blu
del mare, sentirsi crollare addosso l’infinita esistenza gialla della sabbia nelle sue dune. In
quell’aria creata dai movimenti , a volte ritmici e costanti, altre volte bruschi e scattanti,
tutto appare diverso ogni momento, ignoto e fottutamente affascinante.
Quando esco in bike, da solo o in gruppo, è sempre come stare piantato al centro del
mondo e della vita. Come essere il soggetto creatore di mille traiettorie, le più diverse,
sempre in mezzo alla strada, che sia d’asfalto o sterrata, in salita o in discesa, con tutto ciò
che sta attorno ad essa: paesaggi, panorami, fatti, situazioni, voci, storie, persone, case,
paesi, animali, fiumi, alberi, nuvole, tutto. Ed è semplicemente meraviglioso.
Sono lì sulla sella, senza filtro, senza pensieri, con uno zaino sulle spalle e una borraccia
tra le gambe, pronto ad aprirmi alla scoperta, all’avventura, all’imprevisto. Il manubrio
come unica certezza, saldo tra le mani e le braccia, rigide ma elastiche. La sella come lo
spartiacque tra l’inquietudine e la consapevolezza, mentre le ruote scorrono in mezzo
pronte a rivelare novità e promesse. Si viaggia di testa e di cuore, di passione e
razionalità, proprio come quando si ama e si vive. Tutto un insieme di cose, velocità e
immediatezza, complessità e riflessione, divertimento e cultura, arte, storie e poesia, che
non si può descrivere, in realtà, se non montando in sella per lasciarsi tutto alle spalle.
Deve esserci qualcosa di magico e stimolante dalle parti della California, visto che anche
le corse in mountain bike sono nate lì, anch’esse negli anni settanta, quando un gruppo di
giovani amici, tra cui un certo Richtey, modificarono le loro bici per arrampicarsi lungo le
colline sterrate e lanciarsi attraverso quelle ripide discese fino a valle. Ognuno di questi
grandi campioni di mountain bike sa e ricorda bene, una per una, ogni bici posseduta e
poi cambiata, l’istante e il luogo preciso in cui per la prima volta, da bambino, è montato
in sella, togliendo i pedali, senza mai più cadere. Non so perché ma io non lo ricordo
affatto. Forse perché non sono mai stato un grande campione in nulla. Fatto sta che non
ricordo nulla di tutto ciò. Ho fissa nella mente, vivida nella memoria, solo una cosa. La
mountain bike con cui, nei giorni del mio ritorno in Sicilia, girai in lungo e in largo la mia
terra come per ritrovare me stesso. Era un Scott Scale rosso fuoco, con il nero a contrasto.
Telaio leggero ma importante, elastico e resistente. Forcella ammortizzata ma allo stesso
tempo rigida e ben salda. Manubrio larghissimo per dare più sicurezza in discesa. Gomme
imponenti da 29 per macinare le salite.
E’ stato in sella a quella bici che ho preso il virus dei pedali. Una malattia assolutamente
incurabile, che provoca assuefazione totale, ma che da un benessere fisico e mentale
assoluto, che non si può paragonare a nessun’altra cosa. Salire in sella e pedalare senza
mete e senza scopi. Non solo per tenersi in forma o per farsi i muscoli delle gambe e
delle spalle, neppure solo per gustarsi il piacere di un sano cameratismo pedalando e
chiacchierando con un gruppo di amici, e neanche, semplicemente, per mantenersi sano
di mente e distogliersi dai cattivi pensieri. Ma pedalare solo per il puro piacere di farlo.
In poche parole, dalla denuncia di quel concorso, prima la corsa e poi la bici mi hanno
salvato la vita ogni giorno. Non so se a voi sia mai capitato di vivere un momento di
felicità disinteressata e spontanea dopo aver avuto dolore, rabbia, ingiustizia a perdita
d’occhio. O di fuggire ad una ondata improvvisa di tristezza e malinconia. O di sentire
nascere dentro di voi la speranza che qualcosa possa cambiare da un momento all’altro.
A me sì, e quando è accaduto ero proprio in sella ad una bici.
Nella mia fantasia, prima di iniziare ad uscire davvero, le escursioni che immaginavo avrei
fatto con la mia bici fiammante erano simili a quelle pubblicità televisive delle auto di
ultima generazione: una strada costiera deserta con l’orizzonte del mare oppure un
sentiero di montagna magari innevato, ed io che percorrevo la discesa in picchiata lungo
strette curve da fare al millimetro, o che spingevo in piedi sui pedali un rapporto
durissimo su una salita dalla pendenza proibitiva. Il mare luccicava, la neve brillava, il sole
splendeva. Estasi pura.
Ecco, non stupitevi se vi dico che la realtà a volte riesce a superare perfino la più fervida
fantasia. E così mi è capitato di trovarmi in sella la sera, insieme a un gruppo di amici,
passando per impraticabili e fangose trazzere lungo le rive di tristi fiumi malarici, tra
canne, rovi, pietre e sterpaglie, tra le dune dai pendii biancheggianti di gesso, sulla landa
coperta di assenzio ch'è in bocca ad una cava di roccia che fiancheggia la contrada di
piombo, dove non si sente altro che silenzio e un uccello, la poiana, che affila i suoi artigli,
su per salite con nomi a dir poco leggendari: “la valigia", "la principessa", "la lapa", "la
trimulazza", “la tedesca”, “i laghetti”, “la maccia caruta”. Confortati solo dalla luce delle
stelle e, ognuno di noi, da un improvvisato faretto appeso al casco, facendosi largo tra le
profonde buche, conche sabbiose, nascoste dall'acqua intorbidata, e le enormi pietre
sbrecciate. Tutto ciò ha un fascino unico e speciale.
Muoversi in sella, pedalando, salendo in mezzo ai vapori azzurrini e salmastri che
avvolgevano ogni cosa, con il mare a due passi, per cogliere il contrasto tra il verde dei
pini o dei cipressi e il bianco del suolo marnoso. Arrivare su in cima, dopo ore, con le
scarpe zeppe e infangate, il sudore che imperla la fronte e i muscoli tesi per lo sforzo,
annusando l'aria nell'aroma dei rosmarini che si spande dalla macchia, nel profumo di
resina e nell'odore balsamico degli eucalipti che proviene dal bosco, con lo sguardo,
rincuorato, che può finalmente vagare e dominare sui campi bui fino all'orizzonte di
puntini luminosi che erano le case lontane dei centri abitati. Oppure salire, nel primo
pomeriggio, fin quasi ai novecento metri di altitudine. Questa terra è una vera e propria
isola. In prevalenza è costa, mare, pianure, colline, ma in realtà è anche montagna, che ti
spunta all'improvviso poco distante dal mare. Si lascia l'auto in alto sulla strada d'asfalto e
si scende in picchiata con le bici per poi risalirla tutta dal lato di un bosco dal nome
mitologico, dove l'aria si fa fredda, ma qualcosa di salmastro odora comunque anche
quasi sui mille metri, perché questa terra è una vera isola, dentro il suo splendore e le sue
tempeste, e il mare si sente sempre, perfino a cento chilometri dalle coste, splende
nell'aria da ogni lato.
Andare in bici per quei mondi non è solo una passione, uno spasso o addirittura una
malattia. Quello è, per me, pura poesia. Vestirsi con casco, completino, guanti e scarpe
da bikers, montare in sella, inforcare la bici, sollevare la gamba, agganciare gli scarpini ai
pedali, e partire, è come un vero rituale poetico. Il sellino solido, le proporzioni esatte in
altezza e lunghezza, il cambio perfettamente regolato, la catena tesa, gli pneumatici
gonfiati duri o un po’ più sgonfi, a seconda del tracciato, i freni reattivi, la forcella
bloccata o meno, sono tutti elementi mitici di un racconto che si scrive ogni qual volta si
esce in bici. E’ un po’ come scrivere, provoca adrenalina, emozione, assuefazione. In
realtà non è neppure un virus, come dicevo prima. E’ proprio come stringere un patto con
la natura oltre che con la bici: spingerla in qualsiasi luogo e in qualsiasi condizione
atmosferica per farti condurre, insieme a tante altre cose e persone della propria vita,
dritto alla felicità. O comunque a qualcosa che non sia molto distante da essa. (continua)

Documenti analoghi