Lavoro, Territorio, Stato

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CSA Vittoria
Lavoro, Territorio, Stato
mercoledì 17 settembre 2008
LAVORO, TERRITORIO, STATO
Brevi cenni per un intervento politico
Introduzione
Il lavoro che segue ha
l’obiettivo di analizzare, seppur non esaustivamente, le mutazioni in atto in
questa fase su temi importanti quali lavoro, territorio e stato.
La chiave interpretativa
utilizzata per l’analisi delle tematiche affrontate - e per quelle che solo di
riflesso sono state toccate - è contraddistinta da un duplice aspetto di ugual
rilevanza: da un lato, l’inevitabile riferimento alle necessità economiche dell’attuale
modo di produzione capitalistico e, dall’altro, l’esigenza del mantenimento del
controllo repressivo (declinabile anche sul piano culturale, sociale e, quindi,
immanentemente politico) nella gestione del conflitto capitale/lavoro e, nel
complesso, delle contraddizioni sociali.
La scelta di approfondire gli
argomenti summenzionati ha quale fine la verifica, attraverso lo studio teorico
e la disamina delle prassi antagoniste (o semplicemente antisistemiche) sinora
date e agite, delle cause delle difficoltà in cui oggi versano gran parte delle
realtà politiche autorganizzate in un contesto caratterizzato da una crisi
economica generalizzata che necessariamente comporta lo sforzo ineludibile di
aggiornare i passati paradigmi impiegati per interpretare la fase per poter,
così, calibrare gli strumenti da
utilizzare per far crescere le lotte e far esplodere le contraddizioni.
Gli stessi apparati di potere,
del resto, nel trattare l’attuale crisi si stanno dotando - con continui
aggiustamenti – dei necessari impianti giuridici (e non) e stanno perfezionando
le proprie capacità per affrontare mutamenti di forme e di intervento in modo
sempre più rapido e concreto.
Il difetto di capacità di
adattamento e di trasformazione comporterebbe, infatti, per molte istituzioni
l’inadeguatezza e l’assenza di peso nella gestione delle dinamiche di controllo
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sociale e nei conflitti, sia sul fronte interno che su quello esterno.
E’ evidente quindi come i terreni
dello scontro di classe siano i medesimi: a titolo puramente esemplificativo,
il tema dei migranti. Il lavoratore migrante utile allo sfruttamento intensivo
nel lavoro è anche fattore di stimolo per la trasformazione del territorio ed è
utilizzato in chiave di conflitto ideologico-culturale (soprattutto nel senso
di falsa coscienza) contro i lavoratori nazionali. Da qui la necessità di
comprendere il più possibile il fenomeno e cercare di arrivare, al contrario
delle aspettative repressive dello stato e dei suoi apparati, alla
ricomposizione e ad un avanzamento della classe nello sviluppo del conflitto
capitale/lavoro.
E’ la stessa crisi economica che
evidenzia l’incompatibilità tra le esigenze del modo di produzione
capitalistico e le necessità di soddisfare i bisogni e la conquista di diritti
da parte dei lavoratori e degli strati sociali più deboli in genere.
Ciò è ancora più lampante se si
osservano le difficoltà nei meccanismi di mercato (non solo borsistici) e i
conflitti regionali sempre più intensi.
Le tensioni internazionali, per
il controllo economico, politico e militare, sono in continua espansione e le
risorse pubbliche, che prima venivano utilizzate per alimentare attraverso un
intervento di welfare la domanda interna e mantenere un controllo
sociale concendendo diritti, oggi sono utilizzate in tutt’altra direzione.
Occorre quindi riprendere il filo
con la consapevolezza che nei vari interventi devono necessariamente essere
considerate le tendenze in atto e le nuovi condizioni sociali…
cenni
sul conflitto capitale/lavoro
In una fase di parziale saturazione
dei mercati come quella attuale per continuare a garantire i processi
accumulativi e l’incremento dei profitti, le diverse compagini governative che
si sono succedute hanno contribuito con politiche finalizzate al definitivo
consolidarsi di un’organizzazione del lavoro flessibile ed estremamente
parcellizzata.
Ciò ha segnato la scomparsa di
una figura lavoratrice egemone e omogenea (l’operaio massa del periodo
fordista) data la presenza di disparate forme di sfruttamento riconducibili a
forme contrattuali diversificate[1].
La profonda individualizzazione
del rapporto di lavoro a ciò conseguente, nonché l’artificiosa contrapposizione
tra le diverse tipologie di lavori (subordinato, parasubordinato e/o
simulatamente autonomo in diverse sfumature), contribuiscono comunque - e sono
deliberatamente finalizzate - all’aumento dei profitti e al generale
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indebolimento della classe[2].
In questo contesto, fenomeno
paradigmatico di precarietà (anche esistenziale) è il “lavoro migrante”. Il
controllo dei flussi, fondamento della legislazione attualmente in vigore in
materia di immigrazione (Bossi-Fini - aggiornata dalla Ferrero-Amato - non
molto dissimile dalla precedente Turco-Napolitano), affiancato da una politica
di sostanziale dosaggio centellinato dei
diritti di cittadinanza agli stranieri, costringe di fatto gli immigrati ad
accettare qualsiasi forma di integrazione economica a qualsiasi condizione di
lavoro, purché possa offrire qualche prospettiva di inclusione sociale e sia
sufficiente, seppur nel breve periodo, ad evitare l’espulsione. Ciò rende
l’immigrato, meglio ancora se clandestino, il soggetto flessibile per
eccellenza, assolutamente indispensabile al nostro sistema per la sua estrema
ricattabilità e vulnerabilità.
Con l’avvento del postfordismo si
struttura altresì un nuovo dispositivo di controllo della forza lavoro assai
pervasivo tanto in senso orizzontale (mobilità territoriale e migrazioni)
quanto verticale (aspetto temporale dell’organizzazione del lavoro: si veda sul
punto anche la recente direttiva europea sull’orario di lavoro[3]).
Si assiste al superamento completo di quella che è stata definita “società
disciplinare” la quale, tra le proprie caratteristiche costitutive, prevedeva
un controllo fortemente localizzato e dai confini ben definiti (la fabbrica per
la produzione massificata di beni) anche temporali. Ma una produzione da
svolgersi in spazi limitati ad alta concentrazione operaia e con tempi
predeterminati ha, di converso, favorito forme resistenziali e di attacco di
classe incisive. Lo smembramento della fabbrica con la conseguente dispersione
della produzione su un territorio assai più vasto, l’assenza di alcuna
soluzione di continuità tra tempo di lavoro e di non lavoro[4],
hanno comportato la predisposizione di un controllo differente (senza il venir
meno ovviamente del rapporto gerarchico all’interno del singolo luogo di
lavoro).
L’attuale organizzazione
produttiva richiede al lavoratore forme di cooperazione[5]
(anche in termini di promozione del consenso attraverso la concessione di premi
individuali, superminimi, ecc. discrezionalmente decisi dal singolo padrone) in
un contesto nel quale permangono però rapporti rigidamente gerarchizzati: una
produzione reticolare (sul territorio e all’interno del medesimo luogo di
produzione) nella quale al
lavoratore (che nel taylorismo si relazionava pressoché esclusivamente con la
macchina) sono richiesti coordinamento e concorso all’interno di un quadro
gerarchico comunque preciso e dato. Si assiste così, da un lato, alla richiesta
di partecipazione (anche di tipo economico e finanziario: per esempio con la
corresponsione di quote di salario in azioni della società) e condivisione
degli intenti produttivi dell’impresa (cfr. alcuni aspetti e dinamiche
di gruppo propri del cosiddetto toyotismo[6])
senza beneficio alcuno, dall’altro, a rapporti di lavoro sempre più precari con
riflessi che investono tutti i piani (relazionali, sociali e psicologici con
conseguente creazione di un nuovo impianto ideologico[7])
delle singole vite.
La costruzione di un mercato del
lavoro e, correlativamente, di un’organizzazione del lavoro altamente
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flessibile ha generato delle ricadute negative anche sulla struttura delle
remunerazioni (salario diretto e differito) e quindi sul reale potere di
acquisto del lavoratore.
La caduta della capacità di
acquisto dei salari è dovuta principalmente alla scomparsa della scala mobile,
ovvero quel meccanismo automatico che permetteva, almeno in parte, la difesa e
la tenuta del potere di acquisto dei salari dagli incrementi del costo della
vita.
Punto di partenza del processo di
revisione degli scatti di contingenza è stato il cosiddetto decreto di San
Valentino del 1984[8] che ha
ridotto l’incidenza della scala mobile[9],
cui è seguita la sconfitta della compagine favorevole alla sua abrogazione nel
referendum tenuto nel 1985.
Tale processo di progressiva
disgregazione sfocerà poi negli accordi concertativi del luglio 1992 che
sancirono l’abrogazione definitiva dell’istituto in oggetto e, con il
successivo accordo interconfederale del luglio 1993, la dinamica di computo del
salario monetario viene predeterminata e vincolata al tasso di inflazione
programmata dal governo in carica e, quindi, non più oggetto di contrattazione
nazionale tra le parti sociali.
Poiché il tasso di inflazione programmato
è costantemente inferiore al tasso di inflazione effettivo[10],
si assiste ad una continua “rincorsa” del salario nominale per mantenere
inalterato il suo potere di acquisto. Anche nel caso in cui l’obiettivo è stato
raggiunto, soprattutto grazie alla contrattazione integrativa[11],
il risultato complessivo è che tutti gli incrementi di produttività (e quindi
del PIL) sono stati appannaggio dei profitti (e delle rendite) e non
redistribuiti anche al reddito da lavoro[12].
Con l’accordo 23 luglio 1993 Confindustria e padronato, con la colpevole
complicità di Cgil-Cisl-Uil, hanno raggiunto l’obiettivo di assoggettare la
variabile salariale (da declinare in termini di aumenti reali e non collegati
al solo “recupero” inflazionistico) alle proprie esigenze produttive.
Il potere d’acquisto dei salari è
stato ulteriormente ridotto dal progressivo smantellamento del welfare
italiano soprattutto in materia previdenziale, sanitaria e d’istruzione.
Sistema sociale che, in prospettiva,
sarà sempre più oggetto di tagli
e privatizzazioni[13]:
ogni riduzione delle entrate dello Stato determina quale conseguenza la
riduzione della spesa pubblica...ergo, le minori entrate causate, per
esempio, dalla detassazione della retribuzione dovuta per le ore di
straordinario prestate[14]
(ovviamente oggetto di lodi sperticate da parte di Confindustria, ma anche
della Cisl di Bonanni) che prevedibili effetti e costi sociali avranno? Senza
contare gli effetti negativi sulla persona del lavoratore (aumento percentuale
del rischio di infortunio nonché di sintomatologie da accumulo da stress),
sulla sua vita sociale e affettiva (meno tempo da dedicare ai propri interessi,
alla famiglia).
Con lo scippo del trattamento di
fine rapporto[15] e la
diffusione dei fondi pensione privati si è di fatto consentito l’espropriazione
anche del salario differito consegnandone una buona parte alle rendite e alla
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speculazione finanziaria. Del resto, sempre in tema di previdenza, continui
sono gli aggiustamenti (da ultimo il protocollo sottoscritto nel luglio 2007)
tesi alla riduzione dei coefficienti utilizzati per il calcolo delle pensioni[16]
e al progressivo innalzamento dell’età minima per andare in pensione. In
definitiva dalla riforma Dini del 1995, che ha sostituito il sistema
retributivo con quello contributivo per la quantificazione del valore della
pensione da erogare (il calcolo avviene quindi non sulla base delle ultime
retribuzioni percepite, ma sui contributi versati), il livello di trattamento
previdenziale è sempre più basso.
Oggi si vorrebbe far fare
all’istituto del contratto collettivo nazionale la stessa fine della scala
mobile: Cgil-Cisl-Uil sono pronte ad avviare il confronto con Confindustria[17]
sulle questioni individuate in un documento unitario che traccia le linee di
riforma della struttura della contrattazione.
In tale documento si riscrive
l’articolazione del modello contrattuale - contratti con scadenza triennale (si
dilatano quindi i tempi per gli aumenti salariali) e un unico modello per il
pubblico e per il privato - e si definiscono le nuove regole su democrazia
sindacale e rappresentanza. Il contratto nazionale dovrà continuare a garantire
il potere d’acquisto (recuperando, con la revisione degli indici, l’inflazione
“realisticamente prevedibile” e non più quella programmata, ma sul punto
Confindustria è contraria[18]),
mentre la contrattazione di secondo livello, a cui è affidato il compito di
aumentare il potere d’acquisto dei salari, dovrà potersi dispiegare in una
molteplicità di forme (contratti aziendali, territoriali, di distretto, filiera
e via dicendo) per aumentare il potere d’acquisto incentrandolo su “parametri
di produttività, qualità, redditività, efficienza, efficacia” (pag. 5 delle
“Linee di riforma della struttura della contrattazione ” a firma Cgil, Cisl e
Uil).
Confindustria, da par suo, ha definito le proprie linee
guida ribadendo le proposte del settembre 2005: la contrattazione di secondo
livello viene declinata esclusivamente come “aziendale” (con i salari legati in
via esclusiva ai parametri di produttività), e naturalmente “facoltativa”.
Contratti territoriali, di sito, distretto o filiera non sono ammessi, e
laddove lo fossero, “sarebbero alternativi al contratto nazionale”.
In altre parole, ha spiegato
limpidamente il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei (in una
dichiarazione del 9/06/2008), va ridotto il peso del contratto nazionale
incentivando la contrattazione decentrata[19].
Cosa comporti in termini di
tutela (normativa e salariale) l’attacco portato alla contrattazione collettiva
nazionale è di immediata evidenza: una contrattazione sempre più
individualizzata a favore del padrone con un sindacato sempre più attento alla
partecipazione ai processi di accumulazione finanziaria (sostegno a fondi
comuni di impresa), pienamente inserito negli organismi di gestione
dell’impresa (di amministrazione e/o di vigilanza sul CDA) che eroghi ai propri
iscritti esclusivamente attività di servizio.
affrontare
il territorio: cenni di analisi
per intervenire
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Il passaggio dall’organizzazione
del lavoro di carattere prettamente fordista a quella definita postfordista,
unitamente ad altri numerosi eventi causali, ha decretato anche la radicale
trasformazione del territorio e delle metropoli.
Come accennato nell’introduzione,
per affrontare questa tematica, occorre dotarsi di alcune chiavi metodologiche
su come procedere e sulle motivazioni che spingono una realtà politica a
misurarsi e a ricalibrare il proprio agire su questo terreno.
Innanzitutto occorre definire
cosa si intende per territorio. In estrema sintesi, il territorio è il luogo
dove le persone sviluppano la propria attività vitale: lavoro, casa, politica,
fruizione di servizi sociali, socialità…
Non va d’altronde dimenticato il
rapporto con l’ambiente e gli sviluppi anche conflittuali che esso può
determinare: primo pensiero è la Val di Susa e la lotta dei suoi abitanti (non
sottovalutando il ruolo fondamentale delle realtà politiche), senza dimenticare
le altre numerose mobilitazioni popolari in risposta a progetti di devastazione
ambientale (Chiaiano, Scanzano Jonico, progetto di ponte sullo stretto di
Messina, ecc…), capaci di coinvolgere migliaia di persone.
In tal senso si può qualificare
il territorio in vari livelli dimensionali: macroregioni sovranazionali,
nazioni, regioni, valli, paesi, città e quartieri.
In secondo luogo, occorre
ribadire ancora una volta la centralità del modo di produzione e dell’economia
nel processo di trasformazione delle cose e quindi anche del territorio.
Dalla chiusura della fabbrica
fordista alla modificazione delle forme e dei luoghi di sfruttamento e infine
alle migrazioni di massa, l’incidenza sui mutamenti provocati dalle esigenze
capitalistiche (ovviamente il modo di produzione che rimane) ha una notevole
ripercussione sul territorio e sui quartieri. Cittadelle industriali tipo Sesto
San Giovanni non hanno oggi più senso, almeno in “occidente”, considerando la
nuova dimensione e la qualità della divisione internazionale del lavoro (oltre
alle già menzionate nuove esigenze produttive).
Una realtà politica antagonista, sia
esso collettivo, centro sociale, sindacato di base, organizzazione o
quant’altro, deve munirsi di strumenti per comprendere e intervenire. Rimanendo
la centralità del lavoro (nel quale si attua uno sfruttamento tanto diretto
nella produzione di “valore” quanto indiretto in quello che si vede anche nei
cosiddetti nuovi lavori) e delle lotte relative, ormai non si può evitare di
misurarsi su altri terreni, o quantomeno occorre riprenderne il filo,
comprendendo anche errori commessi negli ultimi anni.
Si tratta di temi di fatto
connessi alla centralità precedentemente indicata, per sommi capi
identificabili con: la casa, il salario indiretto, i servizi sociali in genere.
Applicare la coscienza critica
per arrivare al punto di vista di classe. Un approccio analitico, seppur
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sintetico, non può prescindere da
argomenti già visti (da riprendere e razionalizzare) e deve esaminare le
novità, con lo scopo di procedere a interventi politici, oggi quanto mai
sperimentali, che ormai non possono più essere lasciati in disparte: si può
procedere in una campagna antirazzista senza tener conto dello sfruttamento e
della necessità di raccogliere la domanda dei migranti sui servizi sociali e
sulla casa?
Ma per cercare di comprendere il
presente occorre fare un passo indietro.
Il fordismo e l’accelerazione
industriale che si sono sviluppati dall’inizio del secolo scorso hanno
determinato importanti migrazioni interne ed esterne, con conseguenti emergenze
sociali.
Il flusso di persone che si è
mosso dalle campagne verso le città industriali ha avuto come fine principale
la ricerca di un impiego per i lavoratori e, di converso, la disponibilità di
manodopera da sfruttare da parte delle grandi imprese.
Tuttavia le tensioni sociali
generate da questo ampio movimento di persone, specialmente dopo la crisi del
’29, dovevano essere controllate: le istituzioni corsero inizialmente ai ripari
con quello che venne chiamato welfare state o stato sociale. L’ampio
utilizzo della spesa pubblica ha avuto lo scopo di uscire da una crisi economica
che, da un lato, ha creato un aumento delle tensioni di classe controllabile
solo attraverso il riconoscimento parziale dei diritti (con il relativo aumento
della spesa sociale) e, dall’altro lato, ha comportato un intervento di
salvataggio delle imprese provate dai dissesti finanziari seguiti al crollo
delle borse.
Scopo della politica di
intervento pubblico era, in sintesi, il mantenimento del modo di produzione
capitalistico e la ricerca della cosiddetta piena occupazione (formale) e la
riprogettazione delle città.
Nascono quindi, ai fini della
nostra analisi, interi luoghi (città e quartieri) per ricevere e/o ricollocare
la manodopera utile all’industria e al mondo del lavoro, creando vere e proprie
cittadelle e città industriali dove casa e lavoro risultavano contigui: in
Italia esempi di tale processo di urbanizzazione sono Sesto San Giovanni
(Falck, Breda, Marelli…), Torino (Fiat) e Ivrea (Olivetti).
Da rilevare comunque che nel
nostro paese il compimento di questo percorso di nuova urbanizzazione legata
all’industria avviene nel secondo dopoguerra, mentre la grande migrazione dal
sud al nord, verso il cosiddetto triangolo industriale (Milano, Torino e
Genova), esplode nella seconda metà degli anni ‘50.
Il processo appena descritto si
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sviluppa senza interruzioni fino al 1973, l’anno della crisi petrolifera, che
ha risvolti molto più importanti e generali.
La spesa pubblica era arrivata a
limiti inaccettabili per il modo di produzione e doveva essere ricollocata
verso altri tipi di intervento. I sovrapprofitti legati allo sfruttamento delle
risorse del cosiddetto terzo mondo si erano ampiamente ridotti e il costo del
lavoro era troppo alto per consentire il giusto livello di profitto da lavoro,
specialmente in un mercato che cominciava a saturare e con una concorrenza
violenta tra i monopolisti, che trascinava il relativo indotto ad una grave
incapacità di affrontare le nuove esigenze della domanda e dell’offerta.
Occorre ridurre e ricollocare la
spesa pubblica anche a discapito delle speculazioni edilizie dominanti fino a
quel momento.
Non essendo più possibile
utilizzare il denaro pubblico per controllare le tensione sociali e
approfittando del riflusso dei movimenti, i conflitti vengono progressivamente
affrontati nella forma dell’ordine pubblico e della repressione. In alcuni
paesi (come l’Italia) anche attraverso la forma della concertazione sindacale.
Cambia l’esigenza del mercato,
cambia la forma dell’intervento pubblico, cambia l’organizzazione del lavoro e,
di conseguenza, cambia il territorio.
Oggi, perlomeno nei paesi
occidentali, il modello fordista del lavoro (con fabbriche di grandi dimensioni
concepite per svolgere la totalità della produzione con l’ausilio dell’indotto
presente nelle immediate vicinanze della catena di montaggio) si è ridotto o
addirittura è scomparso.
Si assiste alla creazione di
moderne filiere che hanno le proprie sedi in tutto il mondo. E ciò che rimane
della concezione della grande fabbrica oggi è ricollocato nel cosiddetto terzo
mondo: la Fiat, per esempio, riduce i propri siti produttivi in Italia per
aprire in Polonia o in Argentina, oppure si accorda con la Tata (casa
automobilistica indiana) per terziarizzare l’intera produzione di un
particolare modello di auto.
Se la Fiat si modifica anche il
tessuto urbano muta: Torino deve di conseguenza riprogettarsi per non morire al
pari di Detroit, città che ha subito un crollo dopo che la General Motors ha
reimpostato e ristrutturato la propria produzione.
D’altronde anche Milano deve
affrontare le nuove condizioni: Sesto San Giovanni non è più una cittadella
basata sulle grandi industrie e
legata alla metropoli. Come del resto anche sul piano del conflitto sociale non
si vedono più gli scioperi e i grandi cortei degli operai di Breda, Pirelli,
Ansaldo sciamare verso il centro città. E infine si sono perse anche le varie
forme di cultura, solidarietà, conflitto, confronto che caratterizzavano i
quartieri operai e popolari negli anni ‘60 e ‘70.
Ma anche fuori dalle metropoli la
diversa concezione dell’organizzazione del lavoro ha contribuito alla
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trasformazione territoriale: si pensi alla Val di Susa e al progetto di
realizzazione del Tav.
Qui l’intervento della stato (e,
quindi, dell’allocazione di parte della spesa pubblica) è totalmente legato
all’idea di grande opera finalizzato alla speculazione e a una presunta
circolazione delle merci (semilavorati e prodotti finiti) più rapida e
puntuale. Non dimentichiamoci che la merce in movimento non produce profitto da
lavoro e non è definitivamente venduta: rappresenta perciò una perdita di tempo
(da razionalizzare e ridurre) nel meccanismo della produzione e del mercato.
Più in generale, il privato
prende definitivamente il sopravvento e scompare progressivamente la politica
del welfare.
Non è però venuto meno il problema
del rapporto tra lavoro e territorio. Il lavoro si ristruttura, ma non scompare
nelle vecchie città industriali. Si assiste ancora al riformarsi di importanti
migrazioni legate alle vecchie e nuove forme di sfruttamento.
In tale contesto, occorre inquadrare
in primis che il mondo del lavoro si
divide tra chi ne è dentro e chi ne è fuori.
In un secondo momento, occorre
porre l’attenzione tra tipologie lavorative precarie e non. Ciò comporta una
relativa stabilità per alcuni e una progressiva precarietà di vita e
marginalizzazione socio-economica per gli altri.
Quindi, oltre ad assistere ad un
crescente esercito industriale di riserva, l’impatto sul territorio non è di
poco conto. I quartieri e le città vengono lasciati a sé stessi, con la
progressiva crescita di conflitti tra poveri, declino e incuria. I quartieri
vengono concepiti dalle istituzioni e dagli abitanti stessi come luoghi
transitori: alla continua ricerca di lavoro e ricattati dai tempi del lavoro
(turni e pendolarismo), il quartiere è un dormitorio e non viene vissuto.
Appare solo ciò che si vede e non si dialoga con chi è intorno. Appena si può
(o si deve) ci si muove verso altri lidi.
Notoriamente i meccanismi che
regolano la migrazione sono legati a fattori economici e in particolare alla
povertà e alla ricerca di lavoro, ma è in seguito alla rivoluzione industriale
che le migrazioni hanno assunto un carattere particolare.
Oggi la situazione è decisamente
cambiata: anche le migrazioni assumono aspetti particolari e sono rappresentabili
in più categorie (sebbene con il tempo esse andranno modificandosi).
Della prima (migrazione interna)
si è già accennato: vede una popolazione (già presente in un territorio
specifico) muoversi in funzione del lavoro (turni, pendolarismo), vivendo il luogo
in termini transitori.
Essa ha, ad oggi, carattere
nazionale e si muove in due direzioni: ghetti sicuri o luoghi di lavoro. Chi vive nei primi appartiene
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pressoché esclusivamente al cosiddetto ceto medio.
I secondi sono coloro che vivono
la precarietà, nonché coloro che sono costretti ad emigrare dal cosiddetto sud
del mondo verso i paesi più ricchi (un processo che ha avuto inizio, secondo
molti ricercatori, nei primi anni ’90).
La terza categoria riguarda le
migrazioni dai paesi più poveri verso quei paesi del cosiddetto terzo mondo con
un tasso del PIL in continua e importante crescita: si pensi alla quantità di
persone che dai paesi più poveri dell’Asia si dirigono verso Cina e India per
lavorare in manifatture che ancora oggi possono definirsi fordiste o
addirittura prefordiste. Si tratta di migrazioni che faranno sentire il loro
peso nel corso dei prossimi anni.
Questa nuova ondata di migrazione
(interna ed esterna) è stata considerata in maniera diversa a seconda delle
categorie sopra indicate.
Lasciato esaurire l’intervento
dello stato sociale e della politica dell’accoglienza, oggi tutto viene
affidato alle dinamiche del mercato. Coloro che appartengono alla prima
categoria (migrazione interna) possono in gran parte affrontare il problema casa:
chi per i mezzi di cui dispone, chi attraverso enormi sacrifici (precari e
lavoratori nazionali in genere).
Per i migranti “internazionali” non vi è scampo. Essi sono ricattati
sul luogo di lavoro, vivono ammassati in edifici fatiscenti e non godono dei
servizi pubblici e sociali essenziali.
Vengono marginalizzati e
progressivamente diventano, per le istituzioni e l’opinione pubblica, un
problema di ordine pubblico.
Un ricatto continuo che si
conclude quasi inevitabilmente con l’espulsione. Si salva provvisoriamente
(forse) solo chi estrae il biglietto fortunato del permesso di soggiorno.
Un enorme esercito di lavoratori
sottopagati utili ad ingrossare il cosiddetto esercito industriale di riserva
(come descritto in precedenza) e ad abbassare il costo del lavoro. Utile merce
usa e getta per le imprese…
“Proprio nel momento in cui un processo di trasformazione
tecnologica, economica e sociale che oramai ha l’intero pianeta come suo campo
d’azione è all’origine di un nuovo ciclo migratorio, i migranti vengono fatti
oggetto di un atteggiamento di rifiuto tanto generalizzato, quanto
difficilmente giustificabile in termini strettamente razionali. È infatti
difficile pensare che l’integrale trasformazione della divisione internazionale
del lavoro, delle modalità dei flussi monetari e di circolazione dei capitali,
cui stiamo assistendo in questi anni, sia possibile senza contemplare una
simultanea ridistribuzione insediativa degli uomini.(…) Eppure proprio agli
spostamenti di uomini vengono sempre più frequentemente frapposti ostacoli,
barriere giuridiche, burocratiche e poliziesche” (Petrillo “La città
perduta” pag. 141).
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Perché ciò avvenga, si deve
instaurare anche un clima di paura.
Ad esempio, una elevata
concentrazione di migranti nordafricani o cinesi in un singolo quartiere (privo
delle strutture per accoglierli) viene trasformato in un “problema di
convivenza”. Specialmente se in questi quartieri i migranti diventano
manodopera gestita dalla malavita locale: si pensi ai quartieri di Milano che vedono
la criminalità organizzata controllare il mercato del lavoro nero e gli alloggi
delle case popolari, rappresentando gli unici riferimenti per chi è in cerca di
un impiego e di un posto dove dormire.
La paura è quindi alimentata dal
disagio sociale. Nessuna fazione parlamentare si è sottratta da tale meccanismo
(si pensi alle scorse elezioni…).
D’altronde è più propagandistico
parlare di un migrante che compie un reato, piuttosto che contarne il numero di
quanti muoiono nei luoghi di lavoro a causa del mancato rispetto delle più
elementari norme di sicurezza.
Il tutto alimenta un clima di
tensione che viene comunque gestito in chiave repressiva.
Se dai banchi della destra
parlamentare si inneggia alla tolleranza zero, in quelli della “sinistra” si fa
il distinguo tra buoni e cattivi, e il migrante viene considerato come un
ospite che deve sottostare alle regole del magnanimo padrone di casa. Peccato
che le regole alle quali deve integrarsi siano dettate dalle esigenze dei
poteri economici e istituzionali, funzionali agli andamenti di mercato.
D’altronde, la stessa politica
dei flussi è da considerarsi totalmente inutile nella misura in cui le spinte
migratorie sono incontrollabili e dettate dall’esigenza di raggiungere i poli
ricchi dell’economia. E d’altronde la stessa capacità economica di un paese non
può prescindere dal lavoro (sottopagato) dei migranti.
Ripetiamo, le chiavi per
comprendere le trasformazioni del territorio sono sempre le stesse: l’economia,
il sociale e la politica di controllo e repressione.
La nuova dimensione della
divisione internazionale del lavoro pone problemi e temi nuovi. La nuova
condizione collegata alla crisi internazionale dell’economia vede svilupparsi
un diverso modo di concepire il territorio e l’urbanizzazione.
Nel caso milanese, si è di fronte
ad un’area metropolitana tentacolare, attraversata da flussi continui di
persone e di merci, in cui la produzione non è più localizzata in determinate
aree ma si è diffusa sul territorio.
Questa trasformazione ha
coinvolto a partire dalla fine degli anni ‘70 tutta l’area milanese.
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Si tratta di un cambiamento che
mostra i suoi effetti anche all’interno della città stessa.
In una rapida panoramica, si nota
che:
- il centro della città è sempre
più lussuoso e riservato ai turisti. Qui hanno sede le attività legate al
terziario (uffici, moda, ecc…); questa zona è identificabile nell’area che a
partire dal Duomo giunge fino alla cerchia esterna (transito 90/91);
- al di là della cerchia e fino
al confine della città, sono presenti i tradizionali quartieri residenziali,
che si alternano a quelli in declino o popolari. In questi ultimi si raccolgono
le tensioni maggiori dal punto di vista sociale, essendo i luoghi in cui si
insedia la maggior parte dei migranti. Anche in queste aree si ha una
prevalenza del terziario: call center, uffici, supermercati, ecc...
- al di fuori del confine delle
città si assiste ad un continuo aumento della popolazione. Si tratta di coloro
che fuggono dai quartieri periferici in cerca di luoghi “ghetto” e dormitorio,
in cui vivere lontano dalle
contraddizioni sociali che la
città porta con sé. Queste zone sono interessate da un notevole aumento della
densità abitativa (la quasi totalità delle nuove abitazioni è di proprietà) e
da nuove strutture di ampie dimensioni, che invadono il territorio e lo
ridefiniscono completamente in un susseguirsi di centri direzionali, grandi
complessi residenziali, ipermercati, spazi fieristici ed espositivi, spazi per
la logistica, fabbriche di piccole e medie dimensioni, nuove arterie
autostradali, ecc…
Ovviamente, il tutto non è
inquadrabile in senso assoluto, ma la tendenza in atto è più che mai evidente.
Cosi come è altrettanto evidente
la strutturazione in classi all’interno della città. Le classi ricche e
appartenenti al ceto medio si riversano verso il centro, verso i quartieri
residenziali o verso l’hinterland, “difendendosi” con meccanismi di confine ben
visibili dal resto della città (ad es. videosorveglianza capillare, vigilantes
privati, ecc…).
Il resto della popolazione,
identificabile con i lavoratori a basso reddito e possibilmente precari
(italiani o migranti), si riversa nei quartieri in declino e popolari. Una
trasformazione simile è stata osservata da Mike Davis nel saggio Città di
quarzo, in cui viene descritta la nascita e il consolidamento (negli Stati
Uniti nei primi anni ‘80) delle enclave per i bianchi ricchi, superprotette e
inaccessibili agli “indesiderati”.
La popolazione residente nei
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quartieri popolari viene considerata “in transito”, e le politiche sociali in
questi quartieri vengono affidate all’ordine pubblico o all’associazionismo
caritatevole dei volontari.
Dal punto di vista repressivo,
abbandonando completamente l’intervento dello stato sociale, si assiste ad un
aumento costante della presenza delle forze dell’ordine in varie forme:
poliziotto di quartiere, capillare presenza militare nel territorio, controllo
delle tensioni, ecc…
Infatti, se la struttura
repressiva è pienamente funzionale ed efficace nei quartieri del centro e
residenziali, in quelli a rischio lo scopo diviene il mantenimento delle
tensioni all’interno di limiti ben definiti. Una sorta di politica del
contenimento del danno, sapendo bene che il problema in sé non si può e
comunque non si vuole risolvere.
Le contraddizioni sociali infatti
sviluppano solo, in mancanza di welfare, una cultura dell’intolleranza e
della decadenza.
Si odia il diverso, sia esso
straniero o povero o culturalmente diverso, perché si è (era) in una società in
equilibrio o comunque formalmente benestante.
Tutto ciò che rompe tale
equilibrio è il nemico. E tale condizione viene comunque estremizzata al
livello di allarme sociale dai politici e dai media, sia per distogliere
l’attenzione dall’inefficacia della politica attuale e dall’incompatibilità tra
i problemi sociali e le esigenze economiche, sia per creare ulteriore tensione
e consenso.
Il risultato è un crescente
manifestarsi dello stato di polizia e “una dimensione collettiva e condivisa
della sorveglianza e del vigilantismo” (sempre il già citato Petrillo).
Così si riaffacciano, accanto al
meccanismo repressivo, forme di polizia privata e ronde di cittadini. Gli
stessi abitanti diventano spioni di se stessi: del vicino di casa, delle
presenze nel giardino pubblico, ecc… Ovviamente l’efficacia di tale dimensione
collettiva di controllo ha esiti diversi nei singoli quartieri della città: ma
il risultato in definitiva è quello di fiancheggiare la repressione con una
cultura e una ideologia della paura.
La crescita dimensionale delle
città porta tuttavia ad un nuovo conflitto e ad una nuova gestione del
territorio dal punto di vista istituzionale.
Oltre alla chiave repressiva, lo
stato deve affrontare la difficoltà relativa alla vasta area metropolitana da
controllare e alle singole peculiarità dei quartieri.
Pertanto, le istituzioni delle
città si modificano in funzione delle nuova condizione: non potendo più contare
sugli interventi sociali diretti e su una burocrazia centralizzata, visto
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l’espandersi della metropoli e la crisi economica, la politica si struttura in
nuovi rapporti tra grande e piccolo, tra centro e periferie.
In Italia ormai si parla sempre
più di città metropolitana.
Si tratta di recuperare poteri e
risorse dal potere centrale per contare maggiormente e gestire al meglio la nuova
dimensione. I poteri decisionali, repressivi e di carattere sociale si spostano
verso una nuova istituzione in formazione, che comprenderà la città vera e
propria e tutta la fascia dell’hinterland.
Ma anche la gestione delle tasse,
della repressione (polizia locale!) e degli appalti al settore privato (si
pensi alla terziarizzazione di sevizi scolastici, sanità, assistenza agli
anziani, ecc…) seguono linee decise dalla nuova forma dimensionale.
A quel punto, abbandonato il
principio del welfare per cui il servizio pubblico era comunque dovuto,
gli amministratori delle città e delle future metropoli diventano veri e propri
manager in cerca di risorse e di
appalti all’interno di quelli che
sono i classici meccanismi di mercato: si assiste quindi a tagli della
spesa, riduzione dell’organico,
riduzione della qualità, ricerca del pareggio e dell’utile di bilancio.
Le risorse trovate vengono
inoltre direzionate all’incentivazione delle imprese private, anche per creare
le condizioni di mercato necessarie alla sopravvivenza delle stesse: siano esse
destinate alle grandi opere come l’Expo 2015 o siano destinate al piccolo
appalto della cooperativa di pulizie. L’intero sistema di appalti crea quindi
un modello che azzera di fatto l’intervento e che viene controllato solo
formalmente dalle istituzioni.
Il risultato più eclatante è la
totale assenza di una politica degli alloggi (con il notevole aumento dei
residenti nei quartieri più marginalizzati), e con interventi sul piano
regolatore diretti unicamente alla creazione di case di proprietà o grandi
palazzi per la Fiera.
Abbiamo cercato, quindi, di
mettere in luce le trasformazioni in atto nelle aree metropolitane e nel
territorio, focalizzando l’attenzione sulla città di Milano.
In particolare, crediamo che queste
trasformazioni vadano tenute in considerazione adottando una prospettiva più
ampia, tesa alla costruzione e alla ricomposizione di ambiti di lotta e
conflittualità.
In una città in cui è sempre più
crescente il peso delle grandi società immobiliari e della speculazione
edilizia (processo ulteriormente accelerato dal già citato Expo 2015), si
tratta di elaborare una prospettiva di ricomposizione strettamente legata
all’individuazione delle contraddizioni sociali che il tessuto urbano porta con
sé: pensiamo naturalmente al problema del diritto alla casa, all’aumento
costante degli affitti (anche nelle case popolari), alla continua dismissione
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dei servizi sociali, alla progressiva espulsione delle fasce di popolazione
indesiderata verso le periferie e l’hinterland, ecc...
Non si tratta di invocare un
recupero dello stato sociale, bensì di individuare i potenziali elementi di
intervento per quelle realtà che intendono procedere in un’ottica di iniziativa
territoriale, autorganizzata e dal basso, strettamente legata alle
rivendicazioni economiche che si sviluppano in tutta l’area metropolitana.
In un’ottica più ampia, riteniamo
che questo approccio sia stato utile nelle tantissime mobilitazioni popolari
che si oppongono ai molti progetti di devastazione ambientale presenti oggi in
Italia.
In particolare, quello che emerge
è la capacità delle realtà politiche locali (centri sociali, sindacati di base,
ecc…) di inserirsi nel rapporto tra comunità e territorio, convogliandolo verso
nuove forme di conflittualità, non più limitate alla sola questione ambientale,
ma capaci di coinvolgere altri ambiti e altri soggetti.
economia
e controllo sociale: lo stato
Infine anche le modificazioni
sovrastrutturali sono necessariamente determinate in maniera dialettica dalle
esigenze strutturali-economiche.
In particolare lo stato, i suoi
apparati e le varie forme istituzionali date (comprese quelle sovranazionali)
mutano in funzione dell’evoluzione dei cicli economici e delle crisi a essi
strutturalmente connesse che periodicamente si manifestano.
Tali aggiustamenti si determinano
soprattutto in funzione delle necessità di controllo delle spinte sociali
antagoniste: siano esse legate al conflitto di classe o di contrapposizione
interne ai poteri.
Ad esempio il fascismo, che
storicamente è nato dall’esigenza di reprimere violentemente le aspirazioni
della classe lavoratrice, dopo la crisi del ‘29 ha cominciato a intervenire
anche nel mercato con una primitiva forma di keynesismo allo scopo di
nazionalizzare le perdite e prevenire ogni eventuale spinta conflittuale interna alla società.
Con ciò le istituzioni del
ventennio, pur mantenendo la forma dittatoriale, in base alle esigenze
strutturali e sociali hanno modificato (almeno in parte) le proprie forme e il
proprio intervento.
Se il fascismo ha rappresentato
comunque un’idea di stato forte, repressivo e totalmente presente nei
meccanismi sociali (si pensi alle corporazioni), utile e funzionale alle
aspirazioni dei poteri economici italiani del periodo, nel dopoguerra quest’ultimi
necessitano di nuove forme.
Esse hanno contribuito
all’instaurazione in Italia del regime costituzionale, frutto del compromesso
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sociale tra classi e rappresentato dalla presenza di molteplicità di partiti
(nonché da quanto riflesso dal profilo internazionale), che ha portato alla
progressiva (sebbene lenta) formazione di nuove istituzioni.
In realtà si trascinerà in
toto per decenni la strutturazione statuale di origine fascista e in
particolare la legislazione (il diritto di sciopero, per esempio, verrà
riconosciuto formalmente solo negli anni sessanta).
E’ comunque il segnale di una
forma ibrida di controllo sociale tra repressione attiva e concessioni.
Infatti, una volta sconfitta la
spinta derivante dalla resistenza, con il progressivo isolamento di questa
anche ad opera dei partiti di sinistra, lo stato si orienta verso l’attuazione
di un keynesismo progressivo con il quale intervenire in maniera importante
(sebbene non determinante) in economia, creando con il progressivo aumento
della spesa pubblica le condizioni per la cosiddetta accumulazione primitiva,
facilitando in tal modo le condizioni per il boom economico e la concessione di
diritti, allo scopo di calmierare le spinte di classe e sociali comunque
presenti e irrisolte.
Gli anni settanta rappresentano
un ulteriore punto di svolta. La concorrenza internazionale, la crisi
economica, la necessità di trasformare in senso più produttivo e non
conflittuale la produzione industriale porteranno ad un ulteriore mutamento
degli apparati sovrastrutturali.
La fabbrica in primis
comincia ad organizzarsi nella forma oggi comodamente chiamata postfordista con
la scomposizione della catena produttiva in molti siti nazionali e
internazionali e con la frammentazione numerica della classe lavoratrice.
Le istituzioni traducono questi
cambiamenti nella nuova forma di democrazia autoritaria, che si esprime in una
repressione e in un isolamento preventivo, anche culturale, volto ad alimentare
la frammentazione sociale e ad impedire qualsiasi forma di rete, anche solo di
solidarietà.
Inoltre, mentre prima il
controllo era diretto a settori sociali e luoghi ben definiti (la fabbrica),
oggi esso si può dire collettivo e diffuso su tutto il territorio con l’aumento
di telecamere, dispositivi di controllo e poliziotti di quartiere.
Una strategia di controllo e di fabbricazione
del consenso si rivela necessaria nel momento in cui la classe lavoratrice
subisce i gravi effetti della crisi economica, del progressivo abbattimento del
welfare a favore della privatizzazione dei servizi (erosione del salario
indiretto) ed è investita da una diffusa e preoccupante precarietà sociale.
Una situazione che dovrebbe dare modo
all’insorgere di situazioni diffuse di scontro e al formarsi di una forte
opposizione sociale in realtà è sterilizzata dalla creazione demagogica di
falsi miti di un successo alla portata di tutti/e, della cooptazione ideale
degli appartenenti a tutte le classi sociali mediata da valori di arrivismo,
personalismo e meritocrazia.
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Dall’altra parte la continua ricerca di un
nemico (interno ed esterno) è finalizzata alla creazione artefatta di
un’identità da proteggere.
Di qui la necessità di fomentare
razzismo e xenofobia, sia perché creano senso di appartenza e di unità verso lo
Stato, che si fa protettore degli onesti cittadini, sia come strumento per
legittimare forme di controllo sempre più pervasive che vengono poi utilizzate
per reprimere, non solo in senso poliziesco ma anche culturale e sociale, ogni
forma di dissenso: chiunque non condivida i valori di questa società e cerchi
di cambiarla deve essere considerato come un soggetto estraneo, pericoloso per
la propria sicurezza (es. un lavoratore che vuole scioperare è percepito come
nemico perché mette a rischio il posto di lavoro sicuro dei colleghi).
Si delinea così una società
fondata su “paura” e “insicurezza” e sul successo di risposte securitarie
(militari e poliziesche) alle problematiche economico-sociali tanto a livello
locale quanto mondiale.
Sul fronte internazionale la
formazione fin dalla fine della seconda guerra mondiale di nuove istituzione di
carattere macroregionale comporta l’adeguamento progressivo dei singoli stati
nazionali. La Nato, creata in contrapposizione al blocco sovietico,
progressivamente si trasforma da semplice organo militare a vero e proprio
organismo di pressione politica (forte dei propri apparati bellici in non pochi
casi utilizzati) per influenzare anche internamente i singoli stati e i
possibili governi.
L’Unione Europea, nata per creare
una potenza economica europea e per alimentare le singole economie degli stati
appartenenti, gioca un ruolo fondamentale nell’influenzare i singoli stati e le
loro istituzioni: si pensi alla costituzione della Banca Centrale e alla varie
direttive. Significativa in questo senso è la direttiva Bolkestein, che
permette alle aziende di applicare al lavoratore straniero la legislazione/il
trattamento economico vigente nel suo stato di origine eludendo i contratti
nazionali; in tal modo non solo risponde alle esigenze produttive del capitale
ma al contempo alimenta la frammentazione della classe a vantaggio del
controllo sociale.
conclusioni
L’attuale fase di estrema
scomposizione ci impone di prestare la dovuta attenzione a tutti quegli spazi
collettivi di confronto (siano coordinamenti, comitati, reti...) che si
sviluppano nella metropoli nonché a tutti quei momenti di lotta, anche parziali
o esclusivamente vertenziali, che sul territorio e nei luoghi di lavoro
continuano a nascere.
Le finalità sono note: tentare di
creare un tessuto di relazioni finalizzato alla ricomposizione delle singole
vertenze sociali per superarne la parzialità ed estendere l’auto-organizzazione
a tutto campo nella costruzione di terreni di conflitto; ma anche sviluppare
punti di riferimento politico (non sommatorie di sigle né cartelli di presunte
avanguardie) che possano raccogliere e praticare proposte condivise e
generalizzare la solidarietà tra lavoratori e proletariato in generale.
La disgregazione delle grandi
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concentrazioni industriali, l’estrema frammentazione dell’attuale composizione
di classe ci aprono gli spazi della metropoli (coacervo, come abbiamo visto, di
contraddizioni in sé: per esempio la vertenza sugli aumenti dei canoni di
affitto) quale terreno principale su cui cercare di organizzare una sorta di
“contrattazione sociale” che affianchi quella sul lavoro o la sostituisca
qualora quest’ultima non abbia la possibilità di esistere.
Soprattutto nella città di
Milano, il tessuto rappresentato dalla vecchia
concezione di fabbrica non è più adeguato a costituire di per sé la base
sufficiente per attivare meccanismi di ricomposizione adeguati per quella massa
di lavoratori che, saltuariamente occupati, vagano lungo le ramificazioni ed i
mille rivoli di una produzione non più localizzata, bensì diffusa sull’intero
territorio metropolitano.
La vertenzialità sul diritto alla
casa, contro il carovita, per maggiori servizi sociali (e contro la loro
privatizzazione) possono aprire un canale per organizzare e ricomporre interi
settori di classe oggi completamente atomizzati - e a volte anche contrapposti
tra loro - dalla destrutturazione del mercato del lavoro e dalla scomparsa dei
luoghi ove lo scontro di classe principalmente si sviluppava.
E’ su questo terreno che un
collettivo politico, un centro sociale hanno ancora un ruolo fondamentale:
ridare un senso all’azione e alle rivendicazioni economiche che comunque
continuano a svilupparsi nei grandi siti (fabbriche, grosse centrali di
stoccaggio e movimentazione merci, grande distribuzione, terziario avanzato...)
fondendole con la logica dell’azione territoriale nella metropoli - che sarà
sempre più il terreno privilegiato del realizzarsi dello scontro di classe.
Il nostro sforzo deve essere quindi diretto a contribuire
all’individuazione dei più o meno sotterranei e parziali percorsi dell’attuale
composizione di classe, trasversali comunque all’asse centrale della
valorizzazione del capitale, per ricomporli in una sintesi politica (e in
un’opzione strategica) fortemente caratterizzata in senso anticapitalista e
comunista.
Bibliografia minima:
- Agostino Petrillo “La città perduta. L'eclissi della dimensione urbana nel mondo
contemporaneo” ed. Dedalo (2000);
- Mike Davis “Città di quarzo.
Indagando sul futuro a Los Angeles” Manifestolibri (1999);
- Michel Foucault “Sicurezza, territorio,
popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978)”, ed. Feltrinelli (2005);
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- Louis Althusser “Lo stato e i suoi
apparati”, Editori Riuniti (1997);
- Ludovico Geymonat “La società come
milizia”, Marcos y Marcos (1989);
- Salvatore Palidda “Mobilità umane.
Introduzione alla sociologia delle migrazioni”, ed. Cortina (2008);
- Alessandro De Giorgi “Zero tolleranza.
Strategia e pratiche della società di controllo”, ed. Deriveapprodi (2000);
- Loic Wacquant “Parola d'ordine: tolleranza
zero. La trasformazione dello stato penale nella società neoliberale”, ed.
Feltrinelli (2000)
[1] Si assiste così alla strutturazione di un
rinnovato esercito industriale di riserva direttamente inserito all’interno
della produzione, costituito da lavoratori precari fortemente soggetti alla
subordinazione di una contrattazione sempre più individualizzata e, quindi,
altamente flessibili. La precarizzazione della forza-lavoro può, pertanto,
essere vista come il nuovo dato di
omogeneità della condizione materiale di buona parte dell’attuale composizione
proletaria, soprattutto giovane ed immigrata.
[2]
Si rinvia per un'analisi più
dettagliata della transizione dal fordismo al cosiddetto post-fordismo (a
prescindere dalle definizioni, comunque, con tale concetto intendiamo l'attuale
atteggiarsi dell’organizzazione capitalistica del lavoro e le sue conseguenze
sociali) al documento dei compagni e delle compagne del CSA Vittoria del mese
di aprile 2008.
[3] I ministri del lavoro dei 27 Stati europei
hanno raggiunto un accordo sull’orario di lavoro licenziando un testo (che ora
sarà sottoposto al vaglio del parlamento europeo) che decreta la fine del
limite delle 48 ore settimanali - sancite dall’Organizzazione internazionale
dei lavoratori nel 1917 - spalancando
la porta a settimane lavorative di 60, persino 65 ore per determinate categorie
di lavoratori (p.e. i medici) e per i lavoratori a chiamata. Ha vinto, di
fatto, il modello della Gran Bretagna, la cui legislazione dal 1993 prevede la
possibilità di avvalersi del diritto di opting out, attraverso cui singoli
lavoratori e imprese possono sottoscrivere liberi accordi sull’orario da
applicare.
[4]
La radicale trasformazione alla quale è
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sottoposta la passata organizzazione produttiva fordista ha delle profonde
ricadute anche sulle sfere personali nelle quali il lavoratore è inserito: egli
deve essere sempre disponibile alle esigenze del padrone senza soluzione di
continuità tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro. La tendenza è la ricerca
della gestione totale e del pieno controllo tanto della mobilità territoriale
quanto della flessibilità temporale della forza-lavoro, accompagnata dal
passaggio dal diritto a un’occupazione ad uno status di ricerca continua di
occupabilità determinata da forme contrattuali che permettono occasioni lavorative
intermittenti.
[5] Bonanni, segretario generale Cisl, al forum
sulla democrazia economica del 13/06/2008 ha dichiarato: “Le profonde
innovazioni del sistema produttivo richiedono al lavoratore postfordista, come
fattore decisivo per migliorare produttività e competitività, una
partecipazione professionale fatta di prestazioni di grande coinvolgimento
personale e di rischio, da socio, mentre lo si continua a trattare da
salariato. Per superare questa contraddizione, occorre un profondo cambiamento
culturale dei lavoratori e degli imprenditori nella vita delle aziende,
improntato ad un modello di relazioni fortemente partecipative che cambino il
rapporto tra capitale e lavoro”.
[6] Nel toyotismo l’opinione del gruppo di
lavoro è della massima importanza e impedisce al singolo di violare le norme di
comportamento, tese al raggiungimento degli obbiettivi prefissati. Mentre nel
sistema taylorista il lavoratore licenziato perché ritenuto non in linea con i
tempi e i metodi dettati dalla direzione veniva difeso e riceveva la
solidarietà dei colleghi, nel toyotismo riceve l’ostracismo dei compagni che
vedono compromessi i loro obbiettivi.
[7] Si assiste alla creazione di una vera e
propria ideologia nella quale la competitività assurge al ruolo di valore con
conseguente affievolimento di quel rapporto solidale che ha sempre
caratterizzato il movimento operaio.
[8] Il 14 febbraio del 1983 l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi ha
recepito in un decreto legge l’accordo separato con il quale la Cisl-Uil,
Confindustria e il governo, tagliavano quattro punti della scala mobile.
[9] L’accordo separato di cui alla nota
precedente ha quale genesi due momenti precisi. Da un lato con la cosiddetta
svolta dell’Eur, a metà anni '70, con la quale Cgil - Cisl - Uil hanno scelto
la via della moderazione salariale (riassumibile con la tesi che il salario non
rappresenta più una variabile indipendente) e della flessibilità
nell’organizzazione del lavoro. In secondo luogo, un anno prima dell’accordo di
San Valentino, l’allora ministro del Lavoro Scotti aveva firmato con le tre
confederazioni sindacali un protocollo di intesa che definiva un primo patto
sociale: si riduceva il valore del punto di scala mobile, si concedevano gli
straordinari obbligatori, si dava il via, con i contratti di formazione lavoro,
alla precarizzazione del rapporto di lavoro.
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[10] Si sfiora l’assurdo proprio quest’anno
allorché il governo propone un’inflazione programmata all'1,7% a fronte di una
inflazione reale al 3,8% (dato di giugno 2008). In Germania i contratti vengono
rinnovati quest'anno facendo riferimento ad un tasso del 3% a fronte di
un’inflazione reale pari al 3,6%.
[11] Sempre nell’accordo del luglio 1993 è
previsto che aumenti salariali potranno essere concordati nella contrattazione
di secondo livello e correlati, comunque, a incrementi della produttività della
singola impresa. C’è da dire anche che la contrattazione secondaria non è
diffusa capillarmente nel tessuto produttivo italiano: riguarda infatti circa
il 30% delle imprese concentrate soprattutto nel nord Italia.
[12] La scala mobile - seppur parzialmente copriva invece i salari dall’aumento dell’inflazione, i ccnl spostavano
ricchezza prodotta dal fattore impresa al lavoro permettendo così alle
categorie più forti, con le lotte contrattuali, un aumento dei propri salari e
a quelle più deboli di garantirsi quantomeno la copertura del costo della vita.
[13] È stato presentato dal Ministero del Lavoro,
della Salute e delle Politiche Sociali al Consiglio dei Ministri del 25/07/2008
il “Libro Verde sul futuro del modello
sociale”. Lo spirito di questo “contributo al dibattito” per la riforma del
sistema di welfare, come è stato definito dal ministro Sacconi, è evidente: “Lo
sviluppo del pilastro privato complementare è un passaggio essenziale per la riqualificazione
della spesa e la modernizzazione del nostro welfare [...] Lo sviluppo dei fondi
su base contrattuale, delle forme di mutualità, delle assicurazioni individuali
o collettive può essere la risposta alle limitate risorse pubbliche e alla
domanda di accesso a maggiori servizi” (pag. 20). Pertanto “occorre dare,
dunque, maggiore impulso allo sviluppo della previdenza complementare nonché ai
fondi sanitari
integrativi del servizio pubblico al fine di orientare e convogliare la spesa
privata verso una modalità di raccolta dei finanziamenti…” (pag. 21). Anche la
salute, da diritto, deve essere trasformata in fonte di profitto: non sembra poi così lontano il modello statunitense
di gestione della sanità.
[14] Rimane comunque un 10% di tasse da versare
di cui la percentuale più grossa è a carico del lavoratore.
[15] E' stata, infatti, riformata la disciplina
del trattamento di fine rapporto costringendo i lavoratori addetti ai settori
produttivi privati a decidere l'eventuale destinazione nei fondi pensione della
propria liquidazione in alternativa alla conservazione del proprio tfr in
azienda. Peraltro i lavoratori non si sono fidati: al 30/6/2007 le nuove
adesioni ai fondi negoziali sono state solo 372.000 (+ 3,8%), portando il
totale al 19,1% dei potenziali aderenti (fonte ilSole24ore, 14/07/2007).
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[16] Il protocollo (sottoscritto dal governo Prodi e dalle parti sociali nel
mese di luglio 2007) prevede un'automatica revisione (verso il basso)
dei coefficienti di rivalutazione dei livelli contributivi ogni tre anni a
partire dal 2010.
[17] “ll Protocollo del 1993 per una sua parte ha
esaurito la funzione per la quale era stato ideato e attuato - si legge nella
lettera spedita alla Marcegaglia dalle direzioni sindacali confederali (da cgil.it pubblicata il 5/06/2008) -. Oggi
è urgente realizzare una riforma della contrattazione che preveda anche un
accordo sui temi della rappresentanza e della democrazia sindacale - prosegue
il testo della missiva -. Cgil, Cisl e Uil sono dunque pronte ad avviare una
trattativa per addivenire ad un nuovo accordo, capace di cogliere le nuove
esigenze dei lavoratori, delle imprese e del Paese”.
[18] Il ministro del welfare Sacconi va
addirittura oltre e afferma che per il rinnovo dei contratti non si dovrà più
guardare, d'ora in poi, all'inflazione programmata, quanto piuttosto alla
produttività e agli utili delle imprese: “Tutti i contratti, già da molti anni,
prescindono dal tasso di inflazione programmata. Il problema oggi è superare
quel modello contrattuale, ancorando i salari alla produttività e agli utili
dell'impresa”. Così, chi ancora vuole difendere il contratto nazionale o
perlomeno la possibilità che esso recuperi almeno l'inflazione “ha la testa
ripiegata all'indietro” (da il manifesto del 24 giugno 2008). E ancora con
retorica arriva ad “auspicare «relazioni complici» tra azienda e sindacato” (da
il manifesto del 18 maggio 2008).
[19] Da “Relazioni Industriali. Le
proposte di Confindustria del 22/09/2008” si può leggere: “- al contratto
collettivo nazionale di settore continua ad essere affidato il compito di
definire la dinamica dei trattamenti economici minimi per ciascun livello di
inquadramento professionale dovendosi ulteriormente specificare che l’obiettivo
mirato alla salvaguardia del potere d’acquisto delle retribuzioni non
rappresenta un automatismo bensì costituisce, per l’appunto, un obiettivo da
considerare unitamente alle tendenze generali dell’economia e del mercato del
lavoro, al raffronto competitivo ed agli andamenti specifici del settore, ivi
compreso l’andamento delle retribuzioni di fatto;
-il contratto nazionale di settore, quindi, determina gli aumenti dei minimi
tabellari in coerenza con i tassi di inflazione programmata da applicare sulle
voci retributive determinate nel contratto nazionale medesimo”.
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