panchine arrugginite

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panchine arrugginite
PANCHINE ARRUGGINITE
Anche se i palazzi del residence in cui viveva Alice erano alti più di quaranta metri, quando sedeva
sola sulle panchine riusciva a sentire persino le voci dei suoi genitori, all'ultimo piano. Scendeva verso
le otto di sera, e il cortile era deserto, o almeno così credeva. Non era più animato dalle voci delle
anziane signore che sparlavano del sindaco; neanche le urla dei bambini che vincevano a calcetto,
echeggiavano nell'aria. Solo parole fioche e il rumore dei piatti che finiscono nella lavastoviglie.
Lei amava sedersi di fronte al suo palazzo e mettersi a leggere. Riusciva a fermare il tempo. In
compagnia di un bel libro, la sua macchina per viaggiare tra istanti. Le foglie che danzavano
dolcemente come le ballerine di Degas, si fermavano. Il vento si fermava. Il cuore di Alice. Il suo
respiro, per poi riprendere piano in sequenziali battiti. Solo la sua mente viaggiava, senza orari.
Amava gli scrittori giapponesi. Più di tutti Murakami Haruki. Era stato lui, infatti, a farle compagnia
quella sera d'agosto, quando, a causa della luce dei lampioni, non era riuscita a scorgere neanche
una stella cadente. Era tranquilla, e credeva di avere quegli attimi sotto controllo. In pugno. Come
"Norvegian Wood" di Murakami. Lo teneva stretto tra le mani, e le dita, senza grinze, credevano di
avere il mondo sotto i polpastrelli. Lo credeva anche la mente della ragazza. Non aveva notato però
un piccolo, indiscreto, ma stravolgente dettaglio.
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Andrea. Un solo anno più di Alice, abitava nel residence da pochi anni. Si era trasferito con la famiglia.
Conosceva Alice. Una volta si erano scambiati poesie, e spesso, quando si incontravano sul bus,
parlavano del loro amore viscerale per i libri. Lui scoprì il piccolo rituale della ragazza quando uscì di
casa per fumare di nascosto, la sera di san Lorenzo. Si trovava spalle al muro e riusciva a vedere
Alice. Lei era assorta nella lettura e non lo aveva notato. Rimase a guardarla finché non scese il
fratello della giovane lettrice. Non voleva essere scoperto, Andrea. Iniziò anche lui, quindi, un
personale rituale serale, intossicandosi i polmoni (e il cuore) nascosto da tutti. Dai genitori. Da Alice.
Da se stesso. Ma non si preoccupava di questo. Lui vedeva la giovane qualche ora prima di andare a
dormire, tutte le sere da quella magica e fumosa notte di san Lorenzo senza stelle, ed era felice. Era
felice anche se sperava ogni volta che una sigaretta durasse più di qualche prezioso minuto. Ogni
volta la immaginava con sé, tra le sue braccia. Tra le sue mani un po' storte. Immaginava Alice con il
volto appoggiato dolcemente sul suo petto. Invece poteva solamente sperare di sognarla e vederla
leggere chissà cosa nelle posizioni più impensabili: a gambe incrociate sulla panchina rotta, con il
collo poggiato sullo schienale e le gambe tese su quello che ormai era diventato un rottame. Pensava
a quelle gambe scoperte di fronte al suo volto arrossito. Non voleva pensarci. O semplicemente, non
doveva farlo. I sei posti promessi dal libretto d'istruzioni delle panchine, erano occupati quasi
completamente da quelle gambe un po' tozze, che costantemente vagavano tra i pensieri del giovane.
C'era solo un posto libero. Andrea sapeva che era suo.
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Alice non era cosciente del mondo esterno quando leggeva, o comunque non dei suoi movimenti.
Quando era a casa, capitava che iniziasse a leggere nel suo letto e quando aveva chiuso il libro si
trovava sul divano. Però su quella panchina era sola, che importava? Nessuno avrebbe visto le sue
strane acrobazie. Ma si sentiva osservata, spiata, -magari è il vento- pensava. -oppure qualche
cornacchia- si ripeteva. Giunse alla conclusione di essere un po' ansiosa, e che quella sensazione
non era nulla di più.
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Quella sera, Andrea, l'aveva programmata nei minimi dettagli. Doveva semplicemente sedersi vicino
ad Alice e leggere. Nulla di più. Non un saluto o un sorriso.
Così scelse con cura il libro da portare con sé (il suo amico, il suo sostegno, la sua salvezza, la sua
scusa), e sfilò dalla libreria ben fornita " Il grande Gatsby" di Fitzgerald. Quel romanzo sarebbe stato
la sua sigaretta.
Avrebbe preso le scale. Abitava al secondo piano, quindi non sarebbe stata una gran fatica, ma
voleva impiegarci il maggior tempo possibile, forse per paura, o per lasciare più tempo ad Alice per
leggere in solitudine, come tutte le sere.
Probabilmente quei 23 scalini si erano ristretti, rinsecchiti, perché era già davanti al portone del suo
palazzo. Un po' titubante, Andrea aprì la porta e uscì, finendo nel lungo cortile. Con sorpresa avvertì il
vuoto di quel posto senza la giovane ragazza che con le sue buffe movenze rendeva lieve tutto il
contorno. Alice non c'era.
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Non tutto scorre come vorremmo. Certo, possiamo scavare fiumiciattoli, ma prima o poi questi
sfoceranno sempre in altri fiumi più grandi, e poi nel mare. Noi possiamo scegliere di cambiare ciò che
ci circonda, ma solo chi è bravo a smuovere le meccaniche della vita, solo un bravo ingegnere del
presente venuto dal futuro, riesce a costruire il percorso che ritiene migliore. Serve coraggio, serve
saper rischiare.
Alice, testarda e prorompente come pochi, quella sera non era in cortile. E non era neanche a casa. I
genitori, che la credevano dalla vicina, non si erano neanche accorti che non era più come prima. Non
poteva sopportare l'idea di vivere in un posto che non sentiva neanche un po' "suo"; si sentiva
inadatta ovunque, tranne che sulla panchina rotta del cortile. A scuola nessuno badava a lei, se non
per critiche che la stavano deteriorando come qualunque lattina abbandonata al parco. A casa tanto
meno. Ma lei non voleva che finisse così. Aveva sempre visto la sua vita lontana da quella scuola, da
quella casa, da quelle continue lamentele. Voleva dirigere il suo battello. Improvvisarsi ingegnere del
presente che viene dal futuro, gestendo se stessa, unico possedimento oltre ai libri. Sarebbe
scappata, una sera come tante, senza badare a conseguenze, cercando quindi di andare contro il suo
non essere impulsiva.
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Andrea tornava a casa dal lavoro. Aveva cambiato casa, trasferendosi due piani sopra l'appartamento
dei genitori. Erano le sei di un pomeriggio di settembre, e vide che la panchina, ormai nuova, era
occupata da una donna mai vista prima di allora; aveva una silouette slanciata, un elegante vestito
rosso e un paio di plateux dello stesso colore. Era molto bella, e accompagnata da un Pastore
tedesco sdraiato sulla panchina che le faceva compagnia. Stava leggendo. Inevitabilmente Andrea
pensò alla quindicenne avvolta nel mistero, la ragazza che aveva aspettato per due ore, ventidue anni
prima. La donna seduta lì aveva un portamento molto più elegante, aggraziato, rispetto
all’adolescente ancora scomposta. Andrea cercò un suo sguardo, e appena quella alzò il viso per
scostare i capelli, l'uomo la riconobbe. Alice, l'eterna quindicenne, sparita da Milano per chissà quale
motivo, era tornata. Dopo la sua fuga da casa, Andrea l'aveva pensata spesso, anche molti anni dopo,
ma non aveva mai provato ad immaginarla adulta.
E c’era qualcosa che voleva dirle. Una vita da raccontare? Ma aveva provato fin troppe volte davanti
allo specchio a spogliarsi, levandosi timidezza e paura, troppe. Così abbassò lo sguardo, e con la sua
sigaretta salì a casa, lasciando una parte di sé su quella panchina, arrugginita, perduta.

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