L`altalena del barile Quella svolta che manca sul

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L`altalena del barile Quella svolta che manca sul
L'altalena del barile
Quella svolta
che manca
sul petrolio
I
Romano Prodi
I
n questi giorni si parla moltò
di petrolio, per capire quello
che è successo e per
prevedere quello che avverrà
in futuro. Parlare del passato è
facile, mentre esibirsi in
previsioni è più complicato. In
poche righe proveremo a
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tentare un compromesso, cioè
di richiamare alcuni punti
fondamentali del passato per
tentare sensate ipotesi sul
futuro. Senza che questo si
trasformi in vere previsioni. Il
momento determinante del
crollo del prezzo del petrolio è
fatto risalire alla riunione Opec
del 27 novembre 2014 a Vienna.
Continua a pag.18
Quella svolta che manca sul petrolio
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Romano Prodi
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segue dalla prima pagina-�-----=---
L'Arabia Saudita decise di non calare la
produzione nonostante l'eccesso di offerta di
greggio sul mercato, pur sapendo benissimo che
· questo avrebbe fatto crollare i prezzi. Questa
decisione, per molti osservatori incomprensibile,
aveva obiettivi molteplici: mettere alle corde il
nemico Iran, gettare fuori mercato i nuovi
protagonisti del mercato del petrolio (cioè i
produttori americani di Shale Oil) e rallentare il
ritmo di estrazione dei nuovi giacimenti che
stavano entrando in produzione per effetto
dell'impressionante mole di investimenti
realizzati in precedenza·dalle grandi compagnie
multinazionali.
In parole molto semplici l'Arabia Saudita, paese
fornito di enormi riserve finanziarie e produttore
a costi più bassi di tutti, voleva mettere fuori gioco
il più elevato numero possibile di concorrenti, in
modo da non intaccare le proprie quote di
mercato. Naturalmente il prezzo del petrolio è
crollato, passando da oltre centodieci dollari al
barile a un minimo sotto i trenta all'inizio di
quest'anno.
Come prevedevano i sauditi, molti dei nuovi
produttori americani sono andati fuori mercato
ma, nel frattempo, si sono migliorate tecnologie e
produttività così da diminuire in modo
impressionante i costi di estrazione sia dello Shale
Oil che del petrolio convenzionale. In alcuni
giacimenti il crollo è stato di oltre il 40%: chi è
sopravvissuto sì è rafforzato, nuovi protagonisti
stanno entrando nel mercato e sono ora gli Stati
Uniti, e non l'Arabia Saudita, i più grandi
produttori di idrocarburi nel mondo.
Il concorrente iraniano, anche in conseguenza
di una prospettata distensione dei rapporti
politici, sta lentamente recuperando il ruolo che
aveva avuto in precedenza e le grandi compagnie
internazionali, pur avendo fatto drasticamente
calare i nuovi investimenti (da 700 miliardi di
dollari del 2014 a 400 miliardi nel 2016: calo mai
registrato) hanno continuato a fare funzionare a
ritmo elevato i giacimenti già in produzione.
L'equilibrio fra la domanda è l'offerta di petrolio
si è andato gradualmente stabilizzando ad un
livello dei prezzi molto più basso di quello che i
governanti sauditi avevano previsto al momento
in cui avevano deciso di c<;>ntinuare a spingere al
massimo la loro produzione, mentre le loro pur
immense riserve di denaro si sono andate
rapidamente assottigliando con la necessità di
attingere alla finanza internazionale.
Da qui il cambiamento di rotta avvenuto negli
scorsi giorni alla riunione Opec di Algeri dove
l'Arabia Saudita ha annunciato, insieme ad altri
paesi consociati, la decisione di ridurre la
produzione di grezzo. A questa decisione si sono
uniti anche paesi prnduttori estranei all'Opec, tra i
quali la Russia, fortemente colpita dal ribasso dei
prezzi degli idrocarburi. I prezzi sono subito
balzati sino a 54 dollari al barile, circa 15 in più dì
metà novembre, e molti pensano che sia
cominciata una nuova corsa al rialzo. Sempre che
l'intesa di Algeri tenga.
A consolazione dei paesi importatori come
l'Italia non credo che questo avvenga perché un
prezzo Stabilmente sopra i 50 dollari spingerebbe
migliaia di produttori americani di Shale Oil a
ricominciare a pompare mentre gli investimenti
delle grandi compagnie, anche se più lentamente,
comincerebbero a risalire, impedendo un
ulteriore forte aumento dei prezzi. Pur restando
fedele al fatto che descrivere il passato è più facile
che prevedere il futuro, è ragionevole quindi
pensare che il prezzo del greggio non dovrebbe
spingersi oltre i 55 dollari al barile, stabilizzandosi
in una possibile fascia di equilibrio tra i 45 e i 55
dollari, rimanendo quindi sotto la metà del prezzo
raggiunto prima della recente crisi.
Si tratta naturalmente di ragionamenti che
prescindono dalla possibilità di nuovi
sconvolgimenti politici o di ulteriori radicali
cambiamenti delle tecnologie. Questa prudenziale
riflessione si spinge naturalmente nel futuro per
un limitato numero di anni perché, guardando più
lontano nel tempo, l'implementazione
dell'Accordo di Parigi per la limitazione delle
emissioni clima-alteranti dovrebbe portare alla
progressiva marginalizzazione dei combustibili
fossili tra i quali, ovviamente, primeggia il
petrolio.
Naturalmente quando si legge nel nuovo piano
quinquennale la decisione della Cina di
aumentare al 2020 la potenza elettrica a carbone
del 20% per 200 Gwe (pari a quella della
Germania) o che in Germania si aprono nuove
miniere a lignite (ancora più inquinante del
carbone) non possono che nascere seri dubbi sulla
concretezza delle nuove politiche ecologiche
.
311 Jlessaggero
decise nel grande summit che voleva salvare il
mondo.
Penso infatti che le cose cambieranno
veramente solo quando i sindaci delle metropoli
più inquinate del mondo, a partire dalla Cina e
dall'India fino ad arrivare alla pianura padana,
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saranno costretti a proibire il traffico delle
automobili non elettriche dal loro territorio. A
questo punto però ci allontaniamo dalle pur
incerte previsioni per rifugiarci nei desideri o nei
sogni.
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