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DEFINIZIONE E TIPOLOGIE DEL BULLISMO
Nel capitolo verrà presentata una panoramica generale degli studi, delle definizioni e delle
proposte apportate da autori internazionali e nazionali nell’ottica del bullismo. Lo scopo di questa
prima parte del percorso è quella di creare un iniziale contatto con le dinamiche principali del
fenomeno. Verranno pertanto riportate le varie citazioni dei libri in modo tale da rendere esplicito il
pensiero ed il lavoro di ciascun autore preso in esame. Nella parte conclusiva verranno analizzate le
tipologie e le caratteristiche generali del bullismo mediante lo studio delle proposte operate degli
autori al fine di ottenere le basi per combattere ed affrontare adeguatamente la problematica
presentata.
1. Il bullismo, definizione unitaria
Definire il bullismo con un’ottica unitaria risulta difficile poiché la complessità del fenomeno
investe varie sfere di studio
nelle quali si rilevano approcci di tipo psicologico, sociale e
pedagogico.
In questo primo capitolo verranno presentate alcune definizioni di bullismo elaborate da vari
autori e studiosi, in modo tale da rendere esplicito ciascun approccio con la finalità di operare uno
schema omogeneo e comprensibile.
La scelta degli autori segue un’ottica unitaria e globale, con lo scopo di entrare in contatto con
il fenomeno secondo realtà e ambienti differenti, ma accumunate tramite l’apporto di autori
internazionali ed italiani, che personalmente hanno reso possibile un’analisi approfondita ed
accurata del bullismo, evitando di tralasciare anche gli aspetti più sottili della problematica trattata.
1.1. Definizione secondo Dan Olweus
Il termine bullismo deriva dalla traduzione letterale del termine inglese “bullying”, il quale
indica la condotta aggressiva di certi ragazzi che abusano ripetutamente per un lungo periodo di
tempo uno o più studenti che si manifesta nell’ambiente scolastico (Olweus, 2007, 11).
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Uno dei più autorevoli studiosi del fenomeno del bullismo in Europa è Dan Olweus, docente di
psicologia all’università di Bergen in Norvegia, esperto studioso del bullismo, definisce tale
fenomeno secondo la quale:“uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato e
vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in
atto da parte di uno o più compagni” (Olweus, 1996, 11-12).
Queste sono le parole utilizzate da Olweus per definire il fenomeno che recentemente tormenta
il mondo giovanile e gli studiosi, i quali cercano di trovare spiegazioni a determinati tipi di
comportamenti ed atteggiamenti. Tale definizione sottolinea come nel fenomeno emergono alcuni,
ma essenziali fattori caratterizzanti, quali la ripetitività e la frequenza delle azioni offensive
commesse, poiché senza di essi non si potrebbe parlare di bullismo.
L’autore ha condotto una serie di ricerche sull’argomento del bullismo già nel 1973, per poi
continuare nel 1978, nel 1986 e nel 1993, affrontando ed analizzando tale problematica in Norvegia
ed in Svezia. Tale fenomeno può essere esercitato sia da una singola persona che riguarda il 3040% dei casi (Olweus, 2007), sia in gruppo, nel quale partecipano due o più persone.
Esso può manifestarsi in diverse forme ed in diversi modi, di natura verbale o di natura fisica,
attuato in forma diretta o indiretta. Per rilevare le diverse dimensioni è stato utilizzato il
questionario elaborato dall’autore stesso, durante la campagna nazionale contro il bullismo che ha
ospitato i ragazzi delle scuole elementari e medie invitati, successivamente, a compilarlo.
Questo strumento ha fornito una valida stima della frequenza del fenomeno nei diversi ordini di
scuole che riguarda il 64% degli alunni delle elementari ed il 50% delle medie (Olweus, 2007).
L’autore dopo avere effettuato un’indagine su 150.000 studenti norvegesi e svedesi nel 1983
mediante l’ausilio di un questionario, sono emersi i seguenti dati: il 16% degli alunni, di età
compresa tra i 7 ed i 16 anni, delle scuole elementari e secondarie scandinave, è stato coinvolto con
regolarità in episodi di bullismo, di cui il 9% nel ruolo di vittima, il 7% aveva svolto una parte
attiva. Con molta probabilità questi dati, appartenenti solo alla prima parte dell’anno scolasti,
rappresentavano solo una stima approssimativa rispetto al numero concreto degli studenti coinvolti
in fenomeni di bullismo nell’intero arco dell’anno (Olweus, 2007, 14-23).
Il questionario è stato utilizzato negli studi condotti in Norvegia ed in Svezia, con lo scopo di
fornire una definizione univoca di bullismo, affinché gli studenti abbiano presente le domande a cui
devono rispondere, facendo riferimento a specifici archi di tempo, attribuendo specifiche possibilità
di risposta, nelle quali vengono inserite domande sulle modalità relazionali relative al bullismo.
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1.2. Definizione secondo Sonia Sharp e Peter Smith
Il bullismo non riguarda solo fenomeni locali o relativi a zone circoscritte, anzi, esso è esteso in
tutta Europa, o meglio, in tutte le realtà scolastiche adolescenziali.
Numerosi sono gli studiosi che si occuperanno di tale fenomeno, e dopo aver trattato la Penisola
Scandinava, verrà indagato lo stesso fenomeno presente anche in Inghilterra, sconvolta anch’essa
dalle medesime problematiche.
Emergono, a tal riguardo, figure rilevanti come Sonia Sharp, psicologa dell’educazione e
dirigente di un’organizzazione che assiste i bambini e Peter Smith, professore di Psicologia
dell’Università di Shieffield, personaggi entrambi che collaborano da anni con numerose scuole che
mirano allo sviluppo di strategie antibullismo.
In questa parte verrà trattato il bullismo come evento scolastico, nel quale verrà analizzata e
presentata la natura dei comportamenti prepotenti nelle scuole unitamente ad una politica integrata
contro il bullismo proposta da Sharp e Smith.
Essi sono gli autori del libro redatto nel 1998 “Bulli e prepotenti a scuola. Prevenzione e
tecniche educative”, nel quale vengono presentate varie strategie operative d’intervento per
combattere il bullismo nella scuola, mediante elaborati basati sul lavoro e sui progetti di ricerca
realizzati durante i vari studi in campo nazionale ed internazionale.
In ogni scuola si verificano episodi di bullismo, anche se ognuna si presenta con una realtà ed
ambienti differenti (Sharp-Smith, 1998, 9). I due autori affermano tale ipotesi e focalizzano i propri
studi sulla rilevanza del ruolo degli educatori, che devono poter affrontare i diversi comportamenti
bullistici attraverso una adeguata formazione che li renda capaci di demistificare le credenze
comuni e gli stereotipi legati a determinati comportamenti, attuando così una politica mirata alla
demolizione del fenomeno bullismo nella scuola.
Sharp e Smith dopo un’accurata analisi di tale fenomeno definiscono: “un comportamento da
bullo è un tipo di azione che mira deliberatamente a far del male o danneggiare; spesso è
persistente, talvolta dura per settimane, mesi persino anni ed è difficile difendersi per coloro che ne
sono vittime. Alla base della maggior parte dei comportamenti sopraffattori c’è un abuso di potere
e un desiderio di intimidire e dominare” (Sharp-Smith, 1998, 11).
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I due autori descrivono nei vari studi gli effetti del bullismo che possono influenzare
negativamente gli alunni (Sharp-Smith, 1998, 12), come nel caso delle vittime che, sentendosi
oltraggiate, tendono a manifestare il desiderio di non andare a scuola appalesando, con il protrarsi
del fenomeno, una perdita si sicurezza e di autostima. Tale disagio influenza negativamente sia il
livello psichico della vittima, che manifesta una progressiva diminuzione dell’apprendimento ed
una difficoltà di concentrazione, sia il livello somatico poiché è possibile riscontrare, nell’anamnesi
prossima, sintomatologie organiche come gastralgie e cefalee.
Nel corso degli anni i bambini insistentemente vittime dei bulli, manifestano con maggiore
possibilità il verificarsi di episodi depressivi.
Se i comportamenti “prepotenti” dei bulli non vengono adeguatamente affrontati, gli alunni
possono considerare tali atteggiamenti aggressivi come una metodologia efficace per ottenere
vantaggi. Nel caso del bullo, esso caratterizza il proprio futuro, con maggiore probabilità,
verificando l’instaurare rapporti interpersonali aggressivi ed intimidatori, e talvolta per essere
condannati a causa di comportamenti antisociali (Sharp-Smith, 1998, 12).
Se i bambini subiscono atteggiamenti vessatori a casa, considerando normali tali comportamenti
poiché attuati dal proprio nucleo familiare, possono essere latori di atteggiamenti analoghi nella
scuola. Mentre nel caso in cui i bambini si presentano isolati e privi di amicizie, dimostrando
insicurezza con i propri compagni, divengono spesso le vittime dei bulli.
1.3. Definizione secondo Daniele Fedeli
Fedeli, ricercatore dell’Università degli Studi di Udine, presso la quale è docente di Pedagogia
speciale e di Psicologia delle disabilità, individua nel fattore della responsabilità un aspetto
fondamentale per lo studio ed un’accurata analisi del fenomeno. Egli sottolinea chiaramente che gli
aspetti dell’intenzionalità e della consapevolezza del comportamento del bullo devono essere presi
in considerazione anche direttamente.
“Bullismo: un atto di aggressione, consapevole e volontario, perpetrato in maniera persistente
e organizzata da uno o più individui nei confronti di uno o più individui” (Fedeli, 2007a, 273).
Tale definizione dell’autore esplica in maniera efficace sia la responsabilità del comportamento
del bullo, sia le cause che tale comportamento avrà sulle vittime. Per la prima volta viene analizzato
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questo fenomeno come un’azione studiata, pensata, volontaria. Per effettuare una visione completa
ed adeguata degli studi dell’autore bisogna inoltre trattare della disparità dei ruoli tra bullo e
vittima.
Fedeli asserisce che “esiste una differenza tra il bullo e la vittima […] il bullo si avvale spesso
dell’appoggio di complici[…] la vittima non è in grado di difendersi né di riferire ad altri
l’accaduto per timore di ritorsioni[…] eventuali spettatori temono di intervenire” (Fedeli, 2007a,
274).
Risulta pertanto difficile riscontrare l’operato di un bullo isolato, poiché esso si avvale spesso
del supporto dei sostenitori, i quali contribuiscono senza attuare una partecipazione attiva,
all’acquisizione dello status di superiorità e sicurezza del bullo.
Infine l’autore sottolinea che lo scopo del bullo tende volontariamente a creare una situazione
tale da garantire che “la vittima viene deumanizzata, così da eliminare qualsiasi senso di colpa nel
bullo, nei complici e negli spettatori” (Fedeli, 2007a, 274).
1.4. Definizione secondo Franco Marini e Cinzia Mameli
Marini, professore ordinario di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni presso l’Università
di Cagliari, nella quale insegna anche Psicologia della formazione, ha fondato e coordina
l’iniziativa PRISMA (Programma di Ricerca Intervento e Studio del Mobbing e Anti-mobbing).
Cinzia Mameli riveste l’impiego di docente presso il corso di laurea in psicologia dell’Università
degli Studi di Cagliari.
Per garantire una visione globale ed efficace del fenomeno del bullismo appare indispensabile
analizzare i vari e molteplici aspetti caratterizzanti tale fenomeno. Proprio i due autori
approfondiscono un aspetto trattato indirettamente dai precedenti studi, ovvero, il rapporto di
superiorità fisica o psicologica del bullo rispetto alla vittima.
Essi propongono quindi uno studio che mira a sottolineare ed evidenziare come tale dislivello
psicosomatico sia la causa scatenante di azioni aggressive a danni di altri. Pertanto il bullismo viene
definito come:“una violenza fisica, verbale o psicologica ripetuta, che si protrae nel tempo, con
uno squilibrio tra vittima e carnefice” (Marini-Mameli, 2000, 46).
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Questa risulta, infatti, una delle caratteristiche primarie per cui la vittima non riesce a ribellarsi,
causando un sentimento di paura tale da impedire persino di chiedere aiuto o di parlarne con
qualcuno.
La superiorità fisica non sempre riveste la principale fonte di sicurezza nel bullo, poiché talvolta
una convinzione di superiorità psicologica gli consente, con la medesima sicurezza, di poter
scaricare la colpa sulla vittima, la quale percepisce la propria inferiorità come continua fonte di
insicurezza, che inficia notevolmente il livello di autostima ed elabora una serie di sentimenti di
ineludibilità dai quali difficilmente il soggetto riesce a liberarsi.
1.5. Definizione unitaria
Risulta pertanto indispensabile, vista l’economia di questo percorso teoretico, sintetizzare una
sorta di definizione unitaria capace di offrire una lettura comparata delle diverse teorie prese in
esame, rielaborando così, contestualmente, le tesi presentate a supporto dell’indagine.
Da questa analisi
scaturisce una visione del bullismo riconducibile ad un insieme di
atteggiamenti e comportamenti violenti finalizzati all’aggressione fisica, verbale o psicologica, posti
in
essere
consapevolmente
e
volontariamente,
che
mirano
persistentemente
alla
despersonalizzazione dell’altro, attuati da uno o più soggetti (bullo/i) nei confronti di uno o più
individui(vittima/e).
Il contributo offerto dall’ identificazione di un’ulteriore definizione in materia di bullismo si
connota alla necessità di partire da una visione unitaria del fenomeno preso in esame, con lo scopo
di poterne leggere la dimensione attraverso una lente univoca quale strumento di traduzione
sistemica dell’evento.
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2. Tipologie e caratteristiche generali
Il cammino prosegue con la presentazione delle varie tipologie e delle varie proposte elaborate e
sviluppate dai vari autori per rendere omogeneo ed esaustivo il cammino teoretico prefissato.
2.1. Proposte di Dan Olweus
Dan Olweus riveste un ruolo fondamentale nel trattare una tematica complessa come il bullismo
poiché dedica uno studio metodico e sistemico volto a garantire una corretta definizione ed
un’approfondita analisi.
“Alcune azioni offensive possono essere perpetrate attraverso l’uso delle parole (verbalmente),
per esempio minacciando, rimproverando, prendendo in giro o ingiuriando; altre possono essere
commesse ricorrendo alla forza o al contatto fisico, per esempio picchiando, spingendo, prendendo
a calci, tormentando o dominando un altro. In certi casi, le azioni offensive possono essere
perpetrate anche senza l’uso delle parole o del contatto fisico: beffeggiando qualcuno, con smorfie
o gesti sconci, escludendo intenzionalmente dal gruppo o rifiutando di esaudire i suoi desideri”
(Olweus, 1996, 12).
Grazie alla sua proposta possiamo effettuare una prima distinzione tra le varie tipologie di
bullismo tra le quali “verbale e fisico” e tra “diretto ed indiretto”. “E’ utile distinguere tra bullismo
diretto, che si manifesta in attacchi relativamente aperti nei confronti della vittima, e bullismo
indiretto, che consiste in una forma di isolamento sociale e in un’intenzionale esclusione dal
gruppo. Per quanto sia meno visibile, è importante prestare attenzione anche alla seconda forma di
bullismo” (Olweus, 1996, 12).
Olweus in questo caso evidenzia come le varie forme di bullismo devono essere affrontate tutte
con la stessa efficacia in modo tale da garantire una completa azione anti-bullistica. Si ritiene
pertanto doveroso prendere in considerazione anche le sfumature del fenomeno, prestando la
massima attenzione anche alle diverse tipologie, come quelle meno visibili come il bullismo
indiretto, ma in ugual modo pericoloso e complesso da risolvere, poiché l’ambiente dal quale
emerge risulta talvolta subdolo e difficile da percepire.
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Grazie all’apporto operato da Olweus, ritenuto il primo autore a trattare il fenomeno del
bullismo con la dovuta cautela e professionalità, che ora si hanno le adeguate basi per affrontare e
combattere efficacemente tale problematica.
2.2. Proposte di Sonia Sharp e di Peter Smith
Contrariamente a quanto esposto da Olweus, Sharp e Smith assumono un carattere
classificatorio rispetto al fenomeno del bullismo. Essi presentano tre diverse tipologie di bullismo
ponendosi come obiettivo ultimo un’accurata e completa analisi della problematica. Gli autori
asseriscono che “il bullismo assume forme differenti:
1.
fisiche: colpire con pugni e calci, appropriarsi di, o di rovinare, gli effetti personali di
qualcuno;
2. verbali: deridere, insultare, prendere in giro ripetutamente, fare affermazioni razziste;
3. indirette: diffondere pettegolezzi fastidiosi, escludere qualcuno da gruppi di aggregazione.
Alcuni comportamenti da bullo possono essere molto sottili. Una volta che un alunno o un
gruppo di alunni abbiano stabilito una relazione di dominanza rispetto a un altro o gruppo di
alunni, talvolta è loro sufficiente solo uno sguardo minaccioso per ribadire la propria posizione di
forza” (Sharp-Smith, 1998, 12).
Gli autori evidenziano, inoltre, l’esistenza e la rilevanza di comportamenti molto sottili, i quali
non vengono tuttavia classificati in nessuna delle tre categorie di classificazione esposte
precedentemente. Essi assumo una primaria importanza dovuta all’emergere di messaggi subdoli i
quali manifestano già la presenza di una situazione di subordinazione, come l’importanza dello
sguardo, strumento utilizzato per mantenere la propria posizione di potere e privilegio, di leader
indiscusso di un gruppo. Questo fenomeno sottile e nascosto, conseguentemente non denunciabile
poiché non dimostrabile, tuttavia, causa problematiche psicologiche di notevole rilevanza, che
appaiono spesso come non dannose.
Secondo la proposta di Sharp e Smith lo strumento centrale per affrontare efficacemente il
problema del bullismo è rappresentato da una politica integrata nella scuola (Sharp-Smith, 1998,
31).
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I due autori la definiscono “una dichiarazione di intenti che guidi l’azione e l’organizzazione
all’interno di una scuola, l’esplicitazione di una serie di obiettivi concordati che diano agli alunni,
al personale e ai genitori un’indicazione e una dimostrazione tangibile dell’impegno della scuola a
fare qualcosa contro i comportamenti bullistici”( Sharp-Smith, 1998, 50).
Il personale scolastico dovrebbe prestare maggiore attenzione in classe e negli spostamenti
all’interno della scuola, privilegiando i momenti di gioco dei bambini ma nei quali si richiede
un’accurata sorveglianza, facendo attenzione a situazioni in cui i bambini sembrano scontenti.
In classe si dovrebbe promuovere il concetto di comunione con il prossimo, insegnando ai
ragazzi a lavorare insieme, a fidarsi, ad aiutarsi e a condividere. Il personale, inoltre, dovrebbe
insegnare ai bambini a comunicare i loro bisogni e le proprie esigenze, attuando un ascolto attivo e
sensibile (Sharp-Smith, 1998, 33).
Tramite tali insegnamenti la maggior parte dei ragazzi potrà avvalersi di una collaborazione ed
una tolleranza, mediante la quale potranno evitare e rifiutare i comportamenti sopraffattori,
escludendo ed ostacolando i ragazzi con comportamenti prepotenti chiamando in aiuto un adulto.
Esso potrà intervenire deliberatamente per impedire il contatto tra alunni che assumono
comportamenti bullistici e alunni che li subiscono, incoraggiando i compagni a non appoggiare gli
alunni che stanno facendo i bulli (Sharp-Smith, 1998, 34).
Sharp-Smith propongono quindi una politica integrata antisopraffazione, descrivendo lo
sviluppo come “un’attività che richiede molta energia”, ed adottando campagne antibullistiche
nelle scuole, si attua una messa a punto di una politica efficace, un primo passo per la riduzione del
livello dei comportamenti bullistici (Sharp-Smith, 1998, 50).
2.3. Proposte di Daniele Fedeli
L'autore afferma che la comprensione approfondita di un fenomeno complesso come il bullismo
rappresenta la condizione irrinunciabile per progettare interventi educativi efficaci. Occorre perciò
superare idee preconcette, affrontando la descrizione del problema e la sua comprensione
eziologica. Nel suo libro, Il bullismo oltre. Vol. I. Dai miti alla realtà: la comprensione del
fenomeno, l’autore lo articola in due parti: "L'analisi del problema", dedicata allo studio
dell'aggressività e del bullismo in particolare e "La comprensione del problema", che affronta la
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ricerca delle cause, dalle ipotesi neurobiologiche e neuropsicologiche, ai fattori socio-familiari, per
terminare poi con un'analisi delle tipologie di bullo e di vittima (Fedeli, 2007a, 181).
Nel secondo volume, Il bullismo oltre. Vol. II. Verso una scuola prosociale: strategie
preventive e di intervento sulla crisi, l’autore affronta, invece, i programmi di intervento per
costruire una scuola sicura, dove gli allievi possano vivere, relazionarsi e apprendere senza timori.
Viene descritta innanzi tutto la Politica Scolastica Antibullismo, che già molte scuole adottano,
fondata su tre elementi fondamentali: ethos, coinvolgimento di tutte le componenti scolastiche,
pluralità di strumenti. Nei capitoli successivi si affrontano le strategie preventive e quelle di
intervento sulla crisi, presentando esperienze nelle scuole in Italia e nel mondo. La seconda parte
vengono, inoltre, proposte schede di lavoro utilizzabili nelle classi (Fedeli, 2007b, 300).
Fedeli stesso definisce il bullismo come un fenomeno complesso, articolato e sfuggente, che
pone sfide di non facile soluzione. Ad esempio, il bullo spesso ha un ruolo di leadership nel suo
gruppo dei coetanei, presentando delle ottime abilità sociali e cognitive; in altri casi, invece,
manifesta isolamento sociale e difficoltà emozionali; può agire sul piano fisico, ma può ricorrere
anche ad atti verbali e relazionali più nascosti; può mostrare le condotte devianti già nei primi anni
di scuola, mentre talvolta le problematiche compaiono in tarda adolescenza; può venire da famiglie
in condizioni socioeconomiche difficili, ma può anche appartenere a contesti sociali e culturali
particolarmente benestanti.
Obiettivo primo dell’autore stesso risulta quello di fornire una visione scientificamente fondata
dei fenomeni di bullismo e di trasmettere una serie di competenze utili ad analizzare il problema e
ad intervenire sia in senso preventivo che in caso di crisi.
2.4. Proposte di Loredana Petrone e Mario Troiano
Mauro Troiano è uno psicologo-psicoterapeuta, inoltre riveste il ruolo di presidente AFI
(Associazione Famiglie Italiane), esperto in Psicologia dell'emergenza, direttore IEIPE (Istituto
Europeo Internazionale di Psicologia dell'Emergenza). Si occupa da molti anni di riparazione dei
vissuti traumatici ed è autore di numerosi articoli e libri sull'argomento.
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Loredana Petrone psicologo-psicoterapeuta e sessuologa, esperta in prevenzione delle moderne
forme di violenza, collabora con la Cattedra di Medicina Sociale dell'Università degli Studi di
Roma La Sapienza.
I due autori, entrambi psicologi e psicoterapeuti, individuano nella società alcuni comportamenti
patologici dei giovani, tra cui il bullismo, soffermandosi sulle conseguenze di tali condotte: ai danni
fisici delle vittime si sommano traumi psichici particolarmente gravi da cui non sono affatto esenti
gli aggressori. Nell'analisi delle modalità di prevenzione, che chiamano in causa le famiglie e le
istituzioni, spicca un progetto educativo alla legalità, già in via di attuazione, che coinvolge
studenti, insegnanti, genitori e i mass media.
Troiano e Petrone analizzano e strutturano il fenomeno del bullismo fornendo una tabella nella
quale viene evidenziato il collocamento dei vari abusi nelle diverse tipologie attuate come quello
verbale, gestuale, fisico e relazionale, suddivisi tutti in due tipologie: diretto ed indiretto.
Vengo sottolineati aspetti fondamentali della problematica, tenendo conto di aspetti come “la
provocazione davanti ad altri; derisione; linguaggio del corpo aggressivo; spintoni e gomitate;
pettegolezzi; atteggiamenti razzisti; esclusione; estorsioni; scherzi telefonici (uso improprio delle
funzioni del cellulare) o attraverso internet; molestie sessuali; danni alle cose e/o persone; uso di
armi; atti criminali” (Petrone-Troiano, 2008, 72).
Fondamentale l’importanza e l’analisi di tali atteggiamenti poiché vengono presi in
considerazione aspetti “nuovi” come le molestie sessuali classificati per la prima volta come atti di
bullismo.
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Tabella 1: Forme di Bullismo
BULLISMO
ABUSO
DIRETTO
INDIRETTO
Offese verbali
Persuadere un’altra persona a
criticare o insultare qualcuno.
Criticismo scorretto
Dffondere pettegolezzi malevoli.
VERBALE
Insulti, soprannomi
Offensivi
ABUSO
Gesti minacciosi od osceni
GESTUALE
Sguardi minacciosi
ABUSO
Percosse
FISICO
Buttare oggetti
BULLISMO
Telefonate anonime,
SMS, MMS.
e-mail,
Allontanare
o
distogliere
deliberatamente lo sguardo per
ignorare qualcuno.
Far si che un’altra persona
aggredisca qualcuno.
Utilizzare un’arma
Spostare e nascondere oggetti
personali.
Formare apertamente una coalizione
contro qualcuno
Persuadere un’altra persona ad
escludere qualcuno.
RELAZIONALE
CYBERBULLISMO
MESSAGGI
Inviare, tramite sms, insulti, parolacce, derisioni, minacce alla vittima
DI TESTO (SMS)
FOTO O
VIDEOCLIP
TELEFONATE
Riprendere con il cellulare le vittime in situazioni imbarazzanti e modificare
le foto o i video e metterle su internet o inviarle ad altre persone, in genere
compagni
Effettuare in modo continuato telefonate silenti o con contenuti minacciosi o
di insulti e derisioni, diurne e notturne
ANONIME
E-MAIL
Inviare e-mail con contenuti offensivi, minacciosi, con insulti o con foto
modificate
INVIO DI
Inviare messaggi istantanei tramite internet, attraverso programmi quali
Messanger, Yahoo, siti creati appositamente
MESSAGGI
PERSECUZIONI
NELLE CHAT-ROOM
Perseguitare le vittime all’interno delle chat-room
ANNUNCI
Inserire annunci sul web estremamente imbarazzanti, riguardanti la vittima,
con il suo numero di cellulare, cambiandogli l’identità e diffamandola
SUL WEB
Fonte: Petrone-Troiano, 2008, 71.
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2.5. Proposte di Marco Maggi ed Elena Buccoliero
Elena Buccoliero lavora come sociologa e giudice minorile onoraria, mentre Marco Maggi
lavora come consulente educativo e formatore. Insieme hanno già pubblicato il volume "Bullismo,
bullismi" (2005), rivolto a insegnanti e operatori della scuola secondaria. Questo volume, edito con
il contributo di docenti e ricercatori, è pensato per chi lavora nella scuola primaria. La prima parte
affronta la teoria, dall'aggressività nell'infanzia ai comportamenti bullistici, riportando anche i
risultati di una ricerca svolta nelle scuole elementari di diverse regioni italiane. La seconda parte
riporta progetti di prevenzione e contrasto del bullismo specifici per la scuola primaria, nonchè
attività da svolgere in classe.
I due autori sottolineano la rilevanza del bullismo psicologico, verbale e fisico, elaborando una
distinzione tra i “diversi bullismi in adolescenza, in base alla funzione che svolgono all’interno del
gruppo e al tipo di vantaggio che ne ricava chi agisce prepotenze” (Maggi-Buccoliero, 2005, 60).
La loro proposta differenzia in quanto essi propongono una peculiarità importante quale la
scissione tra “bullismo di inclusione” e “bullismo di esclusione”.
Nel primo caso esso è riservato principalmente a chi sta entrando in gruppo e propone come
scopo fondamentale l’aumento della coesione tra i vari membri del gruppo comprese anche le
vittime.
Nel bullismo di esclusione, invece, il gruppo acquista coesione e potere tramite l’esclusione di
alcuni membri. In questa tipologia la figura del bullo agisce per fini utilitaristici, costringendo la
vittima a rubare o a compiere gesti da lui ordinati. Esso causa nel bullo l’aumento del disprezzo
verso la vittima, poiché crede di essere una persona astuta ed intelligente, che riesca a fare degli
altri tutto ciò ch vuole.
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Conclusione
Il capitolo termina dopo aver sviluppato una panoramica essenziale ma efficace del fenomeno
del bullismo, nella quale sono stati presentati gli autori principali che hanno affrontato la
problematica in campo nazionale ed internazionale. Sono state evidenziate, inoltre, le definizioni di
ciascun autore secondo il proprio approccio, in modo tale da ottenere un’accurata analisi delle
principali osservazioni riportate nel lavoro.
Per consentire un contatto adeguato ed appropriato con il pensiero degli autori sono state
successivamente mostrate, tramite le loro personali proposte, le diverse tipologie di bullismo e di
come esso si caratterizza e si sviluppa nell’ambiente scolastico.
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