la trama del romanzo storico “sorrento.the romance” di

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la trama del romanzo storico “sorrento.the romance” di
LA TRAMA DEL ROMANZO STORICO
“SORRENTO.THE ROMANCE”
DI RAFFAELE LAURO
SIGNIFICATO DELL’OPERA
Sullo scenario storico del XVI secolo, insanguinato, in Europa, dalle guerre di religione e
dallo scontro, nel Mediterraneo, tra Cristianesimo e Islam, con epicentro la battaglia navale
di Lepanto (1571), si sviluppa la vicenda umana, straordinaria e tormentata, del
protagonista, Marino Correale: dalla nascita, in una famiglia patrizia sorrentina, fino alla
morte, nel convento benedettino di Sant’Agrippino di Sorrento. Alla ricerca inesausta della
verità e di Dio, Marino attraversa eventi esaltanti e dolorosi: il tragico saccheggio turco di
Massa Lubrense e di Sorrento (13 giugno 1558); la conversione all’Islam; l’ascesa, ad
Istanbul, presso la corte di Solimano il Magnifico; la grande storia d’amore e il matrimonio
con la nipote del sultano, la principessa Yasmin; la morte, per parto, della moglie e del
figlio; la cattura, a Lepanto, ad opera degli spagnoli; la condanna alla prigione a vita della
Santa Inquisizione, a Madrid; la lunga e sofferta riconciliazione con la fede cristiana;
l’espiazione dei peccati, nel monastero benedettino di San Juan de la Peña, fino al rientro,
molto malato e in anonimato, a Sorrento, nelle vesti di frate Antonino. La vita di Marino
diventa, quindi, la metafora profetica del possibile superamento, attraverso il dialogo, dei
conflitti tra le religioni monoteiste, il giudaismo, il cristianesimo e l’islamismo, purché non
strumentalizzate dal potere politico. Una profezia, dal valore universale, che può illuminare,
dopo le tragedie del passato, il presente e il futuro dell’umanità.
BIBLIOGRAFIA NARRATIVA DELL’AUTORE
Raffaele Lauro (Sorrento, 1944), è al decimo romanzo, dopo aver esordito, nel 1987, con
“Roma a due piazze”, edito da CEI (Premio Chianciano di Narrativa 1987 Opera Prima).
Successivamente, ha pubblicato: nel 1991, “Metropolitania”, edito da Rusconi; nel 1993, “Il
sogno di Pedro”, edito da Rusconi; nel 1997, “Il progetto”, “La crociera” e “La condanna”,
editi da Lancio Editore; nel 1998, “Mutus”, edito da Lancio Editore; nel 2002 e 2003, “Quel
film mai girato”, in due volumi, edito da GoldenGate Edizioni; nel 2009, “Cossiga Suite”,
edito da GoldenGate Edizioni e, nel 2013, “Sorrento. The Romance”, edito da GoldenGate
Edizioni. Nel 2014, darà alle stampe una nuova opera narrativa, ambientata a Sorrento, dal
titolo “Caruso. The Romance”, un omaggio alla celebre canzone e all’incontro tra le vite
artistiche di Lucio Dalla e di Enrico Caruso. Ha ricoperto importanti incarichi, politici ed
istituzionali, nella qualità di prefetto della Repubblica, di commissario straordinario del
Governo e di senatore della XVI Legislatura.
LA COPERTINA
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La copertina della designer, Teresa Biagioli, racconta, visivamente, attraverso i diversi
elementi compositivi, l’immane tragedia, vissuta da Sorrento, con il saccheggio turco del 13
giugno 1558. È l’alba di una giornata della seconda metà del secolo XVI, apparentemente
serena. Sorrento, vista dall’alto, a volo di uccello, è distesa, come una preda, indifesa ed
inerme, pronta ad essere ghermita, tra la marina di Capo Cervo (marina piccola), di
proprietà dei Correale, insieme con il retrostante vallone (vallone dei mulini), destinata al
commercio via mare, e la marina del Porto (marina grande), destinata ai gozzi dei pescatori.
La minaccia, rappresentata dalla scimitarra ottomana, con la bandiera del sultano di
Istanbul, Solimano il Magnifico, incombe. La proiezione delle ombre della scimitarra e della
bandiera, nel cuore del tessuto urbano della città, accresce il pathos e il senso
dell’imminente catastrofe. Lo stemma cittadino, in calce, il cui fondo rosso trasmuta in
sangue, componendo la data fatale, simboleggia l’epilogo sanguinoso della giornata, con
migliaia di vittime, trucidate o prese in ostaggio, trascinate, poi, legate, sulle galee turche.
LA TRAMA DEL ROMANZO PER CAPITOLI
I
TURCHI MALEDETTI, FIGLI DEL DEMONIO, VOMITO DELL’INFERNO!
Penisola Sorrentina, 12 giugno 1560. Tramonto. E’ una vigilia di corale attesa per le
popolazioni massesi e sorrentine, che lenisce, solo in parte, l’odio profondo contro i turchi,
che hanno seminato, due anni prima, morte, sofferenza, dolore e miseria. Turchi maledetti,
figli del demonio, vomito dell’inferno! Sul far della sera, una bella ragazza, Anna, rientra a
casa, dalla porta del Castello, attraversando il ponte sul vallone, dopo essere stata, fuori le
mura della città, a raccogliere ginestre per adornare, l’indomani, a festa, i lunghi capelli neri.
Come fatto annunziare dal viceré spagnolo di Napoli, alle comunità locali della Penisola
Sorrentina, dopo due terribili anni di prigionia, trascorsi ad Istanbul, a seguito del
saccheggio turco di Massa Lubrense e di Sorrento del 13 giugno 1558, stanno per ritornare,
a casa, i prigionieri superstiti, per la cui liberazione sono stati pagati, al sultano, ingenti
riscatti, in oro, argento e preziosi, dalle famiglie e tramite una pietosa raccolta popolare,
fatta in tutto il vicereame. Anna attende il rientro della madre. Un giovane contadino della
Crocevia, Enrico, rincasa, per il meritato riposo, dopo una giornata trascorsa a vangare, in
un fondo di proprietà dei conti Correale. Un bimbo, dalla pelle olivastra, in una culla di
legno, frutto innocente dello stupro della giovine moglie, dorme beato, suscitandogli
tenerezza e, insieme, una profonda inquietudine. Dal balcone di Palazzo Guardati, che si
affaccia sullo slargo davanti alle mura aragonesi di Sorrento, donna Virginia Guardati, non
ancora sposata, ma particolarmente avvenente e bramata dai maschi sorrentini, osserva, dal
suo balcone, il viavai sottostante. Anche la nobile, due anni prima, è stata vittima
dell’aggressione turchesca, fin nella camera da letto, ma è riuscita ad ottenere salva la vita,
grazie all’abilità amatoria, della quale molto si spettegola, in modo anche osceno, ai tavoli
delle osterie. Sulla spiaggia di Crapolla due pescatori si apprestano ad uscire con il gozzo
per la pesca notturna, mentre un bambino, Michelino, sale a Sant’Agata, per portare una
sporta di alici a donna Titina, una ricca vedova, proprietaria di una ben coltivata masseria,
dove si producono, tra l’altro, succosi limoni, appetiti dai marinai sorrentini, imbarcati sulle
feluche commerciali. Anch’ella attende il ritorno, da Istanbul, dell’unico figlio, l’amato
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Angelo. A Palazzo Correale, don Filippo, il patrizio del Sedile di Porta più influente,
politicamente ed economicamente, di Sorrento, si prepara, con pompa spagnoleggiante, ad
accogliere il primogenito, Marino, per il quale ha pagato un pesante riscatto.
II
IL MANCATO RITORNO DI MARINO A SORRENTO
Penisola Sorrentina. Promontorio della Minerva, 13 giugno 1560. Mattino. Una piccola
flotta di tre galee ottomane, al comando del kapudan, Abdel Ahad, ha doppiato la punta
estrema della Penisola Sorrentina e si avvicina, a vele spiegate, alla costa alta di Sorrento,
per la riconsegna dei riscattati alle autorità locali. Nel cortile di Palazzo Correale, il conte
Filippo, alla testa di uno sfarzoso corteo, composto dal capitano spagnolo, dalla moglie
Camilla, da famigli e armati, si appresta a scendere, a cavallo, all’approdo della marina di
Capo Cervo, di sua proprietà, per antica concessione reale, per accogliere l’erede, che aspira
a mandare, presto, alla corte del re di Spagna, Filippo II, al fine di incrementare il prestigio
del casato. Sul molo dell’altra marina, detta del Porto, grande o dei pescatori, si affollano,
trepidanti e commossi, i parenti, per accogliere i propri cari, scampati ad un triste destino.
Alcuni li riabbracceranno, altri sprofonderanno in una cupa disperazione per il mancato
ritorno della maggior parte di essi. Dei tremila e cinquecento ostaggi, sorrentini e massesi,
infatti, soltanto poche centinaia sono sopravvissuti alla lunga prigionia oppure, non tornati,
perché resi schiavi o, come nel caso di vergini fanciulle, destinate all’harem del sultano. Il
conte Correale, furioso per l’avvenuto ancoraggio delle galee turche, davanti allo specchio
d’acqua della marina dei pescatori, è costretto a recarsi, colà, scoprendo, da una lettera del
figlio, che gli viene consegnata dall’ammiraglio ottomano, un’amara realtà: Marino ha
scelto di non ritornare, a Sorrento, ma di rimanere, ad Istanbul, presso la corte del sultano.
La moglie, donna Camilla, all’inattesa notizia, cade in deliquio, mentre la flotta turca, levate
le ancore, riprende il mare, per ritornare ad Istanbul.
III
LA PIANETA DALLE MELAGRANE D’ORO
Sorrento. Cattedrale, 23 luglio 1560. Mezzogiorno. L’arcivescovo, il domenicano Giulio
Pavesi, inviato subito a Sorrento, da papa Paolo IV, poche settimane dopo l’eccidio turco, il
20 luglio del 1558, uomo di profonda dottrina ed instancabile guida morale della rinascita
religiosa e civile di Sorrento, officia, insieme con i vescovi di Massa Lubrense e di Vico
Equense, nella cattedrale ancora ferita, la solenne celebrazione di ringraziamento al Signore
per il ritorno dei riscattati e, di suffragio, per i morti in prigionia. Il presule indossa una
scintillante pianeta, oggetto della devozione popolare, raffigurante melagrane d’oro,
ricamate da suor Silvina, un’anziana suora ricamatrice del monastero femminile di San
Paolo, la quale si è lasciata martirizzare dai turchi, come Sant’Agata, nel corso della
profanazione del convento, per difendere dai predoni ottomani, alla ricerca di bottino, il
prezioso paramento sacro, bagnandolo con il suo sangue. Dai primi banchi, don Filippo
Correale non segue la cerimonia, ma si interroga e si tormenta sulle oscure ragioni, che
hanno spinto il primogenito a rimanere ad Istanbul, a tradire la famiglia e a pregiudicare i
programmati progetti di ascesa del casato, che ritiene compromessi, anche per lo scandalo,
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suscitato da quel tradimento, che, ben presto, sarà portato, dai nemici, all’orecchio del
viceré di Napoli e dello stesso sovrano spagnolo. La moglie Camilla, al contrario, si
abbandona ai teneri ricordi dell’infanzia e della giovinezza dell’amato figlio, sperando, in
cuor suo, di vederlo, un giorno, ritornare, nonostante una terribile profezia le opprima
l’animo. Terminato il Te Deum, seguito da tutto il popolo sorrentino, il conte Correale
abbandona, furibondo, la cattedrale, da un porta laterale, senza prestare omaggio, in
sagrestia, ai celebranti. Mentre rientra a palazzo, impreca ed inveisce contro il maestro
d’armi del figlio, che, oramai, sospetta essere il responsabile di quanto accaduto.
IV
KOSTAS, IL MAESTRO D’ARMI DI MARINO
Sorrento. Palazzo Correale, maggio 1553. Mattino. Donna Camilla Correale siede, con
l’ultimogenito in braccio, Ercole, nel cavedio, quando don Filippo, di ritorno da Napoli, a
cavallo, le introduce il maestro d’armi di Marino, di origine greca, Kostas, taciturno e
misterioso, con un falco sulla spalla, inviatogli, su sua richiesta, da Venezia, da un amico.
Marino, apprendendo le arti militari, non più soltanto le discipline umanistiche, da parte di
un anziano sacerdote, amico di famiglia, padre Marrico, si deve preparare a diventare
cavaliere, per essere ammesso alla corte del re. Con l’abile maestro, Marino, raggiunge, in
quattro anni, l’eccellenza in tutte le pratiche fisiche, dal cavalcare al tirar di spada,
sorprendendo e rendendo, di questo, orgoglioso il genitore. Il primogenito dei Correale,
tuttavia, come viene acclarato una sera, a cena, manifesta turbamenti ribelli e ragionamenti,
sempre meno ortodossi, anche sul piano religioso. Il padre interpreta quei “grilli” del figlio,
ormai diciassettenne e fisicamente prestante, come i sintomi dell’incipiente virilità, non
soddisfatta. Decide, pertanto, di porvi rimedio con un piano, la cui esecuzione viene
affidata, in segreto, al fedele maggiordomo, Fernando, di origini castigliane, che conduce,
con uno stratagemma, il giovine presso una cortigiana napoletana, affinché venga iniziato al
sesso.
V
IL BALLO IN MASCHERA DELLA DECAMERONA
Sorrento, Venezia e Roma, 1538 – 1539. Un anno prima del matrimonio con Camilla, che
sarà celebrato nel 1539, il giovane Filippo Correale, viene mandato, dai suoi genitori, in un
viaggio culturale, lungo un anno, a Venezia ed a Roma. In realtà, si tratta di una copertura
per allontanarlo da Sorrento, prima del matrimonio, onde evitare il ripetersi di altri scandali,
già provocati dall’erede, che seduce ed ingravida fanciulle popolane, causando anche danni
al patrimonio domestico, a causa delle richieste di risarcimento. Nella città lagunare, che, in
quegli anni, raggiunge il massimo splendore, artistico ed economico, grazie alle opere del
Tiziano, dei fratelli Bellini, del Carpaccio, del Giorgione, di Paolo Veronese, del Pordenone
e del Tintoretto, l’aitante sorrentino viene ospitato, a Palazzo Gritti, dall’amico Marcantonio
Gritti, figlio del doge Andrea, il quale, per l’età avanzata e per i pressanti doveri dell’ufficio
dogale, vive stabilmente a Palazzo Ducale, lasciando campo libero alle sfrenatezze del suo
secondo figlio naturale, nato da una madre di origini sorrentine. Con il giovane nobile
veneziano, dall’estate all’autunno inoltrato del 1538, trascorre le serate, frequentando molte
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cortigiane, presenti, in gran numero, a Venezia, bisbocciando fino a tarda notte, insieme con
una compagnia di altri giovani nobili veneziani, scapestrati quanto il Gritti. Documenta il
suo soggiorno veneziano ai genitori, con missive che descrivono (soltanto) le (rare) visite
fatte, a Padova, alla Basilica di Sant’Antonio, alla Cappella degli Scrovegni e alle chiese
veneziane. Il soggiorno si conclude, con un ballo di addio, in maschera, sul tema della
lussuria, organizzato dal Gritti, in onore dell’amico in partenza per Roma, con l’aiuto di una
famosa cortigiana veneziana, la Decamerona. Il ballo si trasforma, tra fumi di vini
trevigiani, in un’orgia promiscua. Lasciata la Serenissima Repubblica, il giovane Correale si
reca a Roma, dove continua a frequentare altre cortigiane, anche colà numerose, nei cui
salotti conosce il cardinale Alessandro Farnese. Questi gli fa visitare la Cappella Sistina, con
il Giudizio Universale, in fase di completamento, da parte di Michelangelo Buonarroti, e la
fabbrica di San Pietro. Di questo, solo di questo, naturalmente, informa, con epistole
dettagliate, il padre e la madre, i quali lo riforniscono di denari da Sorrento. Ritorna a
Sorrento soltanto un mese prima delle nozze, celebrate, nel maggio del 1539, nella stessa
chiesa di Sant’Antonino, con lo stesso sfarzo e lo stesso convivio nuziale del matrimonio,
avvenuto a Sorrento, nel 1401, tra la principessa Giovanna di Durazzo, futura regina
Giovanna II di Napoli, e don Guglielmo d’Austria. Il matrimonio reale, organizzato dai
Correale, era alla base delle fortune della famiglia, con le concessioni, fatte a loro, dalla
sovrana angioina, confermate, poi, dai sovrani aragonesi, Alfonso I e Ferrante I. Dieci mesi
dopo, donna Camilla Correale dà alla luce Marino, l’erede dei Correale di Sorrento.
VI
SORRENTO INESPUGNABILE
Napoli e Penisola Sorrentina, primavera 1558. Marino, divenuto un abile cavaliere e un
imbattibile spadaccino, famoso in tutto il vicereame, oltre che a Sorrento, grazie al rigore e
alla disciplina, che il maestro Kostas gli impone, quotidianamente, vince una giostra
cavalleresca, a Napoli, alla presenza del viceré spagnolo, Fernando Álvarez de Toledo y
Pimentel. Al compimento del diciottesimo anno, nella primavera del 1558, anche per la
particolare bellezza virile e la non comune prestanza fisica, diviene l’idolo dei giovani
patrizi sorrentini e l’ideale maschile delle fanciulle, sorrentine e napoletane, nonché delle
popolane e di tutte le donne della servitù di Palazzo Correale. Riscuote, inoltre, a differenza
del padre, molto arrogante e imperioso, l’universale consenso e la simpatia generale, anche
per la grazia e il tratto garbato del carattere, sempre rispettoso degli altri, a qualunque ceto
sociale appartengano. Nelle lunghe cavalcate, anche notturne, fino al tempio di Minerva, al
Monte San Costanzo, ai ruderi della villa di Asinio Pollione o a Casarlano, tuttavia, tra il
mastro d’armi e l’allievo si apre un dialogo sulla filosofia e sulle religioni. In tal modo,
Kostas, il quale si svela molto colto, introduce Marino, attraverso la filosofia di Platone e di
Aristotele, al patrimonio sconosciuto della filosofia araba, a partire da Averroè. Gli
argomenti trattati gli aprono la mente di Marino a nuovi orizzonti culturali, anche religiosi,
più ampi e diversi dall’impostazione dogmatica di padre Marrico, suscitando la preoccupata
indignazione dell’anziano precettore cattolico, che comincia a temere, nelle continue
domande ed obiezioni del giovane, non più mansueto recettore del passato, una deriva, al
limite dell’eresia. Riferisce alla madre, sempre più preoccupata, di quella libertà di pensiero
del figlio, che, in tempi di guerre di religione, di inquisizione e di roghi, potrebbe diventare
pericolosa per il futuro. Il conte Filippo, per l’innata insofferenza nei confronti del
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precettore, ne sottovaluta gli avvertimenti e continua a giudicare il parlare in libertà del
figlio, come un portato dell’esuberanza giovanile. Marino, tuttavia, su invito di Kostas,
assume, in seguito, un atteggiamento più prudente, anche per evitare rappresaglie contro il
maestro d’armi. Due notti di luna, al promontorio della Minerva, a Massa Lubrense, e
presso i ruderi della villa marittima di Asinio Pollione, presso il capo di Santa Fortunata, a
Sorrento, rivelano il nuovo abito mentale del giovane Correale. Nel maggio del 1558,
conclusa la formazione cavalleresca, Marino, ormai diciottenne, viene investito del
cavalierato dal viceré di Napoli, in una solenne cerimonia, e destinato, nelle intenzioni
paterne, ad essere presto mandato, a Madrid, presso la corte di Filippo II. Agli inizi di
giugno, viene recata a Sorrento l’allarmante notizia dell’imminente arrivo, proveniente dalla
Calabria, lungo le coste salernitane e napoletane, di una imponente flotta turca di 130 galee,
al comando del kapudan paşa, Piyale Paşa, un ammiraglio di origini ungheresi, allevato
personalmente, fin dall’infanzia, da Solimano e fedelissimo del sultano. Il nuovo viceré di
Napoli, Juan Manrique de Lara, invia, a protezione della città, un contingente di 200
armigeri spagnoli, per rafforzare le difese locali. Ma il conte Filippo Correale, convinto che
Sorrento sia inespugnabile e contrario a spesare di vitto e di alloggio la truppa, nonché ad
ospitare la soldataglia spagnola, dentro le mura di Sorrento, convince, in questo spalleggiato
da altri nobili dei Sedili di Porta e di Dominova, il parlamento cittadino ad inviare una
delegazione al viceré, con la richiesta, accompagnata da doni, di ritirare gli armati.
Nonostante le proteste del delegato arcivescovile, in mancanza dell’arcivescovo, scomparso
due settimane prima, e dei rappresentanti dei casali del Piano, più esposti ad un assalto,
perché al di fuori delle mura, prevale la tesi del Correale. La guarnigione rientra a Napoli,
proprio la domenica del 12 giugno 1558, festeggiata, la sera stessa, nei palazzi nobiliari, con
convivi, brindisi ed abbondanti libagioni. A partire da Palazzo Correale.
VII
L’ASSALTO TURCHESCO A MASSA LUBRENSE
Marina del Cantone, Massa centro e Sant’Agata sui Due Golfi, 13 giugno 1558, Alba. La
flotta turca, non avvistata da alcuno, dalle torri di guardia costiere, sbarca nei pressi della
marina del Cantone, a Massa Lubrense, duemila armati, al comando del feroce kapudan
Dragut, tristemente noto per aver già saccheggiato, negli anni precedenti, Positano,
Castellammare di Stabia e l’isola di Capri, incendiando la Certosa. Gli abitanti del piccolo
borgo marinaro, sorpresi nel sonno, vengono barbaramente decapitati o sventrati, se osano
opporre resistenza, oppure fatti prigionieri e trascinati sulle galee, alla fonda. L’orda turca di
giannizzeri e di sipahi, armati fino ai denti, preceduta da feroci rinnegati cristiani, ascende al
villaggio di Anarano, razziando, violentando e uccidendo, con l’obiettivo di fare bottino e
portare via ostaggi, maschili, se validi, e femminili, se avvenenti. Il resto viene eliminato a
colpi di scimitarra. Nei pressi delle tore di Termini, il comandante Dragut, che ha ben
studiato il terreno, divide gli armati, in due blocchi: mille uomini si dirigono verso
Sant’Agata e gli altri mille scendono verso Massa centro. A Sant’Agata, Dragut attacca,
saccheggia e incendia la masseria di donna Titina, l’abitato e la chiesa di Santa Maria delle
Grazie, scendendo, poi, con i prigionieri legati, verso Sorrento, senza incontrare la minima
resistenza. L’altro gruppo di soldati turchi, invece, raggiunge il centro di Massa Lubrense,
dopo aver seminato, nelle frazioni, morte e distruzione. I pochi massesi superstiti, non uccisi
e non catturati, trovano rifugio nelle torri nobiliari. Per ogni dove si odono urla di
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disperazione, grida angosciate, pianti dirotti e infelici lamenti, misti alle colonne di fumo
degli incendi.
VIII
IL SACCO DI SORRENTO
Sorrento, 13 giugno 1558. Mattino. Sono arrivate, davanti alla marina dei pescatori, venti
galee, al comando dell’ammiraglio, Piyale Paşa, provenienti dalla marina del Cantone, dove
il grosso della flotta è rimasto alla fonda, in attesa del completamento delle operazioni di
saccheggio di Massa Lubrense. Nel monastero femminile di San Paolo, a Sorrento, la madre
badessa, Vittoria Donnorso, presiede l’adorazione dell’Eucarestia, nella chiesa del convento,
quando un’anziana monaca, suor Silvina, irrompe nella chiesa, urlando di aver visto
Sant’Antonino, il patrono della città, volare in cielo e tuonare contro i litigi dei governanti
sorrentini. Kostas, informato dal fedele falco, che ha fatto la spola con la flotta turca, esce
da Palazzo Correale e raggiunge, senza incontrare nessuno per le strade, la porta della
marina grande, insieme con il suo cavallo, Khalīl, e quello di Marino, Vento del Sud, sul
quale è poggiato un pesante sacco. Con le chiavi della porta, sottratte al conte, apre ai turchi,
pronti all’assalto e ad appiccare incendi. Incontra un antico compagno d’armi, Hashim,
incaricato dall’ammiraglio del sacco della città, seguito da decine di giannizzeri e di
rinnegati cristiani. I turchi penetrano, indisturbati, nel cuore di Sorrento. Inizia lo
spaventoso saccheggio. I primi edifici ad essere assaliti sono i monasteri femminili. Suor
Silvina, dopo aver assistito alla cattura della badessa e delle altre consorelle, si rifugia nella
sua cella e, a prezzo della vita, riesce a proteggere dalla razzia la pianeta dalle melagrane
d’oro. Divisi in schiere, inviate a presidiare le altre tre porte di accesso alla città, i rinnegati
cristiani si abbandonano alle più sordide violenze ed efferatezze, per le strade, nei palazzi
nobiliari e nelle chiese, a cominciare dal santuario di Sant’Antonino, incendiando,
distruggendo e facendo moltissimi prigionieri. I sorrentini disperati fuggono in ogni dove,
alla ricerca di una difficile salvezza. Pochi nobili, con alla testa il governatore spagnolo,
Cristofaro de Villareale, tentano una disperata difesa, schierati sulla spianata del Castello,
ma vengono, all’istante, trucidati. Dragut scende da Sant’Agata, devasta Casarlano ed entra,
dalla porta della collina, a Sorrento, dove prende il comando delle operazioni. In poco
tempo, la cattedrale e il palazzo arcivescovile vengono dati alle fiamme, centinaia di anziani
uccisi e circa duemila, tra uomini e donne, fatti prigionieri. Poche centinaia si salvano in una
torre, fuori le mura, sulla strada verso il Piano. Al tramonto, dopo una giornata di violenze,
profanazioni, razzie, stupri ed ammazzamenti, una lunga fila di ostaggi viene scortata, dal
molo della marina dei pescatori, sulle galee. Solo Palazzo Correale, misteriosamente, si
salva dall’assalto dei turchi. Don Filippo, sul far della sera di quel giorno fatale, mentre le
galee turche, cariche di bottino e di ostaggi, veleggiano verso Procida, si risveglia, ancora
intontito dal troppo vino, bevuto la sera precedente. Viene informato dal maggiordomo
Fernando e dal capitano spagnolo, Manuel Montygo, di quanto successo a Massa Lubrense e
in città, nonché della scomparsa di Kostas e di Marino. I tre escono per cercarli, pensando di
ritrovarne i corpi tra i morti, ovunque disseminati, dentro e fuori le mura. Scene
agghiaccianti si presentano ai loro occhi, nelle ombre della notte. Sorrento, avvolta dal fumo
degli incendi, non ancora spenti, appare devastata, umiliata, profanata e sanguinante.
IX
7
LA CONVERSIONE ALL’ISLAM DI MARINO
Procida, Minorca, Stromboli e Istanbul. Estate 1558. Dopo la devastazione di Massa
Lubrense e di Sorrento, la flotta di Piyale Paşa fa rotta, nella notte, verso l’isola di Procida,
per attendere, alla fonda, per qualche giorno, il prevedibile arrivo, via mare, delle
delegazioni, vicereali e cittadine, con l’offerta dei riscatti per l’immediata liberazione degli
ostaggi. Nell’attesa, viene saccheggiata Procida, con limitato bottino e pochi ostaggi. I
procidani riescono a riparare in zone, alte ed inaccessibili. Al risveglio, in una delle cabine
della galea ammiraglia, Marino chiede a Kostas spiegazioni sull’accaduto. Le rassicurazioni
sulla salvezza della famiglia gli fanno rifiutare l’opportunità di rientrare a Sorrento ed
accettare l’avventura verso la nuova dimensione religiosa, scoperta con la lettura del
Corano, sotto la guida di Kostas, che gli ha insegnato, negli anni, sempre in segreto, anche
l’arabo. Decide, quindi, di seguire, ad Istanbul, il maestro d’armi, di continuare il cammino
di conversione all’Islam e di entrare nell’accademia del corpo dei giannizzeri, la potente
milizia personale del sultano, della quale Kostas, come premio per l’operazione sorrentina,
verrà nominato, da Solimano il Magnifico, comandante (ağa). Lasciata Procida, dopo
l’inutile attesa dei riscatti, la flotta risale il Tirreno, giungendo a Piombino, dove il kapudan
paşa Piyale Paşa riceve, sull’ammiraglia, l’ambasciatore genovese, Francesco Cibo Costa,
inviatogli dal governo della Repubblica di Genova, per definire un armistizio marittimo tra
la Sublime Porta e la Signoria dei Doria. Di lì, non potendo più saccheggiare le coste liguri,
si dirige verso le isole Baleari, invadendo l’isola di Minorca, saccheggiandola e portando via
migliaia di ostaggi giovani, compiendo efferatezze sulle popolazioni, ancor più crudeli di
quelle inflitte ai massesi e ai sorrentini. Veleggiando lungo i litorali tirrenici, le galee turche
fanno finalmente rotta verso Istanbul, sostando, in una notte di luna piena, dinanzi alla
Sciara del fuoco, presso l’isola di Stromboli, alle Eolie. Si rinnova, come in tante notti
sorrentine, l’intenso legame tra Marino e l’astro lunare, simbolo della femminilità. Marino,
uscito dalla fase di meditazione e dalla cabina, comunica all’ammiraglio turco, di fronte a
quel sublime spettacolo di fuoco e di luce, la sua decisione di convertirsi all’Islam. Il
kapudan paşa gli impone, appunto, il nuovo nome, da musulmano: Amir al-Qamar, ossia
Principe della Luna. La flotta vittoriosa, carica di bottino e di ostaggi, destinati al mercato
degli schiavi, giunge finalmente, nel Corno d’Oro, di fronte al profilo meraviglioso della
collina di Istanbul, illuminata da un tramonto dorato. Piyale Paşa viene portato in trionfo.
Kostas, il cui vero nome arabo, da convertito all’Islam, è Husam ed-Din, viene nominato, in
riconoscimento del lungo lavoro di spionaggio a Venezia e a Sorrento, da Solimano il
Magnifico, ağa dei giannizzeri. Marino entra a far parte della milizia personale del sultano.
Trascorsi due anni, perviene, ad Istanbul, con una delegazione, spagnola e sorrentina, il
riscatto per liberare gli ostaggi. Anche il padre di Marino ha pagato per la sua liberazione,
ma il giovane, dopo una tormentata notte, decide di rimanere, definitivamente, ad Istanbul,
nella nuova fede e invia una lettera di addio ai genitori.
X
LA MISSIONE DI MARINO A VENEZIA
Istanbul, 1560 e seguenti. Conclusa la formazione militare presso l’accademia dei
giannizzeri, Marino, in ragione delle qualità mostrate, viene trasferito presso la cancelleria
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del governo imperiale, al Topkapi, come traduttore dei dispacci diplomatici, prima, e, poi,
della corrispondenza personale del sultano. Il terzo visir, Sokollu Mehmet Paşa, in grande
ascesa politica, anch’egli un convertito di origine serbo-ortodossa, lo apprezza molto e lo
prende sotto la sua protezione, avviandolo ad una brillante carriera politico-diplomatica, che
procede, di pari passo, con quella dell’influente protettore. Una Istanbul magica, seducente e
luccicante d’oro fa da sfondo alla nuova vita di Marino: le moschee, la Suleymaniyyè e la
tomba in costruzione della Hürrem Sultan, Karima, la defunta moglie del sultano, sono
frequentati assiduamente dal giovane. Nel Süleymaniye Hamam, il bagno turco della
moschea di Sulaymān, Husam ed-Din e Amir al-Qamar si incontrano spesso, al riparo da
orecchie indiscrete, colloquiando e scambiandosi informazioni, preziose per le carriere di
entrambi. Marino viene a conoscenza di particolari sulla vita della Hürrem Sultan, moglie
scomparsa di Solimano, sulla tragica storia del favorito del sultano, Pargali İbrahim Paşa,
nominato gran visir e, poi, fatto uccidere dal sultano, nonché sulla guerra fratricida in atto,
tra i figli di Solimano, Bayezit e Selīm, per la futura successione al trono. Alla festa di
matrimonio del visir Sokollu con İsmihan, la figlia dell’erede al trono e nipote del sultano,
Marino ha occasione di incontrare il mimarbaşi, l’architetto imperiale, Mi’mār Sinān,
creatore di tutte le meravigliose e stupefacenti costruzioni, religiose e civili, di Istanbul. Con
questi, influentissimo personaggio vicino a Solimano, Marino ha un coltissimo scambio di
opinioni sull’arte e sulla religione islamica, sotto gli sguardi stupiti degli assistenti del genio
architettonico. Prosegue l’espansionismo incontrastato dei turchi nel Mar Bianco, orientale
ed occidentale, fino al fallito assedio di Malta. Nel maggio del 1565 la flotta turca, al
comando del kapudan paşa Piyale Paşa, inizia un lungo assedio di Malta, avamposto
cristiano nel Mediterraneo, governato dai Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San
Giovanni di Gerusalemme, ma, dopo poco più di tre mesi, torna disfatta ad Istanbul. La
gestione politica di questa fase delicata dell’impero ottomano viene affidata al protettore di
Marino. Sokollu, infatti, nominato, nel giugno di quello stesso anno, gran visir, cioè primo
ministro di Solimano, con poteri immensi, invia Marino, il fidatissimo collaboratore, in
missione segreta a Venezia, diventata il centro dello spionaggio e del contro spionaggio tra
impero ottomano, Sacro Romano Impero, Spagna, Francia, monarchie cattoliche, dinastie
protestanti, papato romano e piccole signorie italiane, per carpire le reazioni europee e, in
particolare, quelle veneziane, al fallimento turco di Malta. Nella città lagunare, in un
groviglio indecifrabile di spie, il giovane scopre, con sorpresa, che il capo dello spionaggio
turco, a Venezia, al soldo di Sokollu, risulta essere Marcantonio Gritti, amico del padre ed
ospite della sua famiglia, a Sorrento, anni prima. Colui che ha raccomandato al padre il suo
maestro d’armi. Il Gritti riconosce Marino e lo invita a collaborare. Raccolte le
informazioni, utili al gran visir e al sultano, per le decisioni da assumere, mentre è pronto al
ritorno ad Istanbul, viene ferito in un misterioso attentato notturno, ad opera, probabilmente,
di spie spagnole. Una volta nella capitale ottomana, quasi moribondo, a causa dell’infezione
seguita alle ferite da arma da taglio riportate, Mihrimah Sultan, figlia di Sulaymān,
estimatrice di Amir, lo fa trasportare nel suo palazzo e curare dalla figlia adottiva, Yasmin.
Il giovane e la principessa, entrambi bellissimi, nel corso della convalescenza, si
innamorano perdutamente.
XI
IL GRANDE AMORE TRA MARINO E YASMIN
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Istanbul, Ungheria e Mediterraneo, 1566 – 1571. Dopo il fallimento dell’impresa di Malta,
Solimano, sulla base delle preziose informazioni di Marino, decide, nonostante l’età e gli
acciacchi fisici, di intraprendere una ennesima campagna militare terrestre, in Ungheria,
affidandone a Sokollu la complessa organizzazione, alla quale attende anche Marino.
L’esercito imperiale, guidato da Solimano, con Sokollu e Marino al seguito, giunge a
Belgrado, nel luglio del 1566. Il sultano, stanco e sofferente, per una gamba ormai in
cancrena, concede udienza, per la prima volta, a Marino e, per i servigi resi a Venezia e
come regalo per il futuro matrimonio con la nipote, gli fa dono di una pietra preziosa, segno
di predilezione e di ascesa nella corte imperiale. Ma il 5 settembre del 1566, di ritorno
all’accampamento dall’assedio alla città fortificata di Szigetvar, il sultano viene colpito da
un colpo apoplettico e muore. Sokollu ne fa imbalsamare, segretamente, il corpo, per
nascondere la morte del sultano all’esercito, ancora impegnato nelle operazioni di assedio.
Ed invia Marino a Kütahya, per informare l’erede Selīm della scomparsa del padre e della
urgente necessità di recarsi a Belgrado, per assumere il comando dell’esercito e proclamarsi
sultano. Selīm è profondamente diverso dal padre. La sua debolezza e la sua assuefazione al
vino, nonché una vita trascorsa, quasi interamente, nel serraglio e nell’harem, tra i piaceri
sessuali e del cibo, lo rendono facile preda dei disegni di potere di consiglieri, senza
scrupoli, tra cui il marrano portoghese Giuseppe Nasi, capo della corrente politica, il partito
antiveneziano, avverso a Sokollu, che comprende anche alti ammiragli della flotta
imperiale, come Piyale Paşa e Lala Kara Mustafa Paşa. Questi, dopo l’insediamento del
nuovo sultano, spingono per una rinnovata politica espansiva ai danni della Serenissima,
con l’invasione e la conquista dell’isola di Cipro, antico possedimento strategico di Venezia.
In tal modo, con un prevedibile successo, intendono riscattare il fallimento di Malta e
conquistare, per se stessi, prestigio, ricchezze e potere, a spese del gran visir. Sokollu,
sostenitore di una politica di buoni rapporti con Venezia, si oppone, invano, ritenendo
dannosa un’altra guerra contro la Serenissima, che verrebbe costretta ad aderire ad un a
grande alleanza delle potenze cristiane contro la Sublime Porta. Il primo luglio del 1570, i
turchi sbarcano a Cipro. Il 16 agosto, la capitale Nicosia cade. Circa un anno dopo, anche
Famagosta subisce il medesimo destino, con atrocità perpetrate sui valorosi difensori, a
partire dal comandante Marcantonio Bragadin, scuoiato vivo. Intanto, molti stati cristiani
d’Europa, sotto l’impulso di papa Pio V, danno vita ad una Lega Santa, per contrastare il
dominio turco nel Mediterraneo e vendicare Cipro. L’intuizione, politica e diplomatica, di
Sokollu viene confermata. Marino, il quale, all’inizio del 1571 ha sposato Yasmin, viene
inviato, per volere diretto di Selīm, sulla galea ammiraglia del nuovo kapudan paşa,
Müezzinzade Alì Paşa, in qualità di aiutante, nel prosieguo della campagna navale contro la
flotta cristiana della Lega Santa, in arrivo. Qualche giorno prima dello scontro tra le due
flotte, ai primi di ottobre del 1571, il giovane riceve una missiva da Istanbul, da parte della
principessa Mirimah, con la tragica e dolorosa notizia della morte di Yasmin e del figlio, nei
travagli del parto. Marino ne è sconvolto e decide di non sottrarsi alla morte, nell’imminente
combattimento.
XII
LA BATTAGLIA DI LEPANTO. LA CATTURA DI MARINO
Acque di Lepanto, 7 ottobre 1571. Sull’ammiraglia della flotta turca, la Sultana, il kapudan
paşa Müezzinzade tiene il consiglio di guerra: Marino informa i comandanti turchi sulla
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inesperienza dell’ammiraglio in capo della flotta cristiana, don Giovanni d’Austria,
fratellastro del re Filippo II di Spagna. Il corsaro Kara Hodja riferisce i risultati di
un’incursione notturna nel golfo di Patrasso, dove staziona la flotta cristiana, dalla quale ha
ricavato l’erronea informazione sulla inferiorità numerica della flotta nemica. L’andamento
del consiglio, anche a causa dei pareri dei kapudan, Uluç Ali e Mehmet Shoraq, sembra
propendere per la tattica di trattenere la flotta nel porto di Lepanto, attirando i cristiani nelle
acque antistanti, per, poi, farli bombardare dalle potenti artiglierie turche, posizionate sulla
costa. Il risoluto intervento di Kostas spinge Müezzinzade a decretare l’uscita della flotta dal
porto protetto, per affrontare i cristiani, in mare aperto. La flotta della Lega Santa, intanto, si
è riunita a Messina. Anche don Giovanni d’Austria deve affrontare i tentennamenti della
maggior parte dei suoi comandanti, specialmente del genovese Gianandrea Doria, i quali, ad
eccezione del veneziano Sebastiano Venier, preoccupato che i possedimenti veneziani
possano essere abbandonati alla mercé dei turchi, spingono per rinviare lo scontro alla
primavera successiva, quando le condizioni del mare saranno meno avverse. Il Cavaliere di
Malta Romegas, eroico difensore dell’isola durante l’assedio turco di sei anni prima,
convince il comandante in capo a rompere gli indugi, per evitare di essere coperti dal
disonore. Lo scontro risulta, allora, inevitabile. Le flotte sono l’una di fronte all’altra. Sui
pennoni più alti delle due ammiraglie, la Real e la Sultana, sventolano i due sacri vessilli:
quello cristiano, azzurro, con effigiato Cristo Crocefisso ed i Santi Pietro e Paolo; quello
turco, bianco, con ricamati, in oro, migliaia di volte, i 99 nomi e attributi di Allah. Le
galeazze veneziane aprono il loro micidiale fuoco, in tutte le direzioni, contro le galee
turche, che si scontrano tra loro e penetrano le une nelle altre, costringendo il comando turco
a subire il furioso attacco cristiano. La Real di don Giovanni abborda la Sultana di
Müezzinzade. L’assalto cristiano sull’ammiraglia turca si conclude, quasi subito, con la
morte del kapudan paşa, preludio della sconfitta ottomana. Un colpo di archibugio sta per
raggiungere in pieno petto Marino, quando Kostas gli fa scudo con il corpo, stramazzando a
terra. Il giovane dignitario turco viene fatto prigioniero, condotto sulla Real e messo ai
ceppi. La battaglia, dopo cinque ore furibonde, è conclusa. La flotta cristiana ha prevalso.
La cristianità ha vinto sull’Islam. Migliaia di turchi, uccisi o moribondi, galleggiano nelle
acque del mare di Lepanto, tra rottami di vele, alberi maestri incendiati e spezzoni di corpi,
alla deriva. Qualche giorno dopo, a bordo della Real, don Giovanni interroga il prezioso
prigioniero turco, per deciderne la sorte. Le risposte orgogliose del giovane irritano
l’ammiraglio cristiano, che decreta di farlo condurre a Madrid e di sottoporlo al tribunale
della Santa Inquisizione.
XIII
IL PROCESSO DAVANTI ALL’INQUISIZIONE. LA CONDANNA DI MARINO
Madrid, 1571 – 1572. Don Giovanni d’Austria e gli altri comandanti della flotta cristiana, al
ritorno da Lepanto, vengono accolti, nelle rispettive città, come eroi della Cristianità e
difensori delle fede. Ma il re Filippo sembra non gradire troppo il successo personale del
fratellastro, che aspira ad una corona, promessagli dal papa. Teme che la Lega Santa possa
essere piegata, in futuro, agli interessi veneziani e preferirebbe il perseguimento di obiettivi,
utili alla Spagna, come la riconquista di Tunisi e di Algeri. Ad Istanbul, il gran visir
Sokollu, dopo che i progetti dei suoi nemici interni sono usciti mortificati da Lepanto,
riprende la sua politica di pacificazione con Venezia, per sganciarla dalla Lega Santa. È
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preoccupato, tuttavia, per la sorte toccata al suo Amir al-Qamar. Per questo, chiede
informazioni al nuovo kapudan paşa, Uluç Ali, al bailo veneziano ad Istanbul, Marcantonio
Barbaro, e all’ambasciatore francese presso la Porta, François de Noailles. Viene così a
conoscenza che il suo protetto risulta vivo, ma prigioniero a Madrid e che, presto, potrebbe
essere sottoposto al terribile giudizio dall’Inquisizione. Offre subito il pagamento di un
riscatto, senza limiti, in oro, ma questo viene rifiutato. Marino è diventato un prigioniero
politico, utile per futuri scambi diplomatici e trattative di pace. Confinato in una cella, in
condizioni disumane, si vuole lasciare morire. Ma viene visitato da un personaggio
misterioso, che si dichiara essere Michel de Codignac, diplomatico francese, passato al
servizio del re di Spagna, un tempo ambasciatore del re di Francia presso Solimano il
Magnifico. Questi gli illustra un piano di fuga dal carcere, finanziato da Sokollu, per
sottrarlo al processo, ma Marino rifiuta. Nell’animo del giovane, qualcosa comincia a
mutare. La fede in Allah, che pure continua a rimanere salda, non gli impedisce di riflettere
sul potere politico e sulla strumentalizzazione della religione, stimolato, in questo, dalla
rilettura della Bibbia e del Principe di Machiavelli, nonché dai colloqui con due nuovi
compagni di cella, il morisco Abén e il marrano Baruch. Giunge il giorno del processo. Il
grande inquisitore, Gaspar de Quiroga y Vela, dopo una serie di domande incalzanti e
risposte, molto determinate, di Marino, lo condanna al carcere a vita, in attesa che manifesti
la sincera volontà di riconciliazione con la fede cristiana, con la Santa Romana Chiesa e con
il Papa. In realtà, il re Filippo di Spagna vuole tenerlo in vita per finalità, politiche e
diplomatiche, visto il grande interesse, manifestato per lui, dal gran visir di Istanbul. Infatti,
la pena deve essere scontata non nelle carceri dell’Inquisizione, ma in una segreta del
palazzo reale, all’Escorial.
XIV
LA RICONCILIAZIONE DI MARINO CON LA FEDE CRISTIANA. IL RITORNO
A SORRENTO
Madrid. Sorrento. 1572 – 1600. Marino viene rinchiuso in una segreta dell’Escorial, insieme
con un artista, lo scultore Felipe de Jimenez, allievo del grande Alonso González de
Berruguete, anch’egli condannato, in quanto apostata, all’ergastolo, in attesa della possibile
riconciliazione cattolica. I due vengono assistiti, spiritualmente, dall’abate del monastero
benedettino di San Juan de la Peña, Miguel de Huesca. La fede musulmana di Marino,
anche a causa delle successive morti della principessa Mihrimah e del gran visir Sokollu,
assassinato da un derviscio, vacilla. Ogni suo legame affettivo con Istanbul è reciso. Il
compagno di cella gli propone di praticare, con lui, l’arte della scultura lignea. Pian piano, il
sorrentino, anche per riempire il suo deserto esistenziale, dopo avere rinnegato due fedi,
comincia a cimentarsi con l’intaglio. Scomparso l’abate de Huesca, viene sostituito,
nell’assistenza religiosa ai due ergastolani, da un giovanissimo gesuita, Martìn de la Cruz.
Questi instaura un proficuo rapporto confidenziale con Marino, il quale si decide a narragli
tutta la sua storia. Inizia, così, il lento processo di riconversione alla fede cristiana e di
riconciliazione con la Chiesa Cattolica. Anche Martìn, qualche anno dopo, è costretto a
lasciare i due ergastolani, ma il percorso di Marino alla riconversione è ormai avviato a
conclusione, come la statua di Maria Addolorata che ha scolpito, su consiglio di Martìn. Il
simulacro viene presentato a Filippo II, con la richiesta di libertà. Il re ne rimane
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impressionato e decide di farlo sistemare nella cappella reale dell’Escorial. Marino
pronuncia, insieme con Felipe, la rinnovata professione di fede, chiedendo, una volta libero,
di potersi ritirare, per tutta la vita, presso il monastero benedettino di San Juan de la Peña.
Dopo un pellegrinaggio al santuario di Santiago de Compostela, impostogli dall’abate
benedettino, prima dell’ammissione definitiva nel monastero, viene assalito da una malattia
ai polmoni, che lo tormenterà per sempre. Marino prende i voti, secondo la Regola di San
Benedetto da Norcia, assumendo il nome di Sant’Antonino, della cui vita virtuosa ha
appreso dalla lettura di uno scritto anonimo del X secolo. Man mano che la malattia lo
riassale, specie d’inverno, matura il desiderio di ritornare a Sorrento, in totale anonimato,
per poter pregare sulla tomba del santo, di cui ha scelto il nome. L’abate, in via eccezionale,
in ragione delle motivazioni addotte e del tempo breve di vita, che resta al frate, lo
autorizza, facendolo accompagnare, nel lungo viaggio, da un confratello, con destino finale
il monastero benedettino di Sant’Agrippino di Sorrento. Con la nuova identità religiosa e la
salute minata, Marino ritorna nella città di origine, accolto dai pochi e anziani confratelli
rimasti. Sorrento, grazie anche all’opera indefessa dell’arcivescovo Giulio Pavesi e dei suoi
successori alla guida dell’arcidiocesi, sta riemergendo, pian piano, dall’abisso della tragedia
del 1558. Nella falegnameria del convento, dove operò anche Sant’Antonino, Marino, oltre
che alla preghiera sulla tomba del santo patrono e alla cura dell’orto conventuale, si dedica,
alacremente, ad una scultura lignea, che vorrebbe lasciare in dono al popolo di Sorrento.
Viene a conoscenza, indirettamente, dai confratelli, della morte dei genitori e della
condizione attuale dei fratelli, ma decide di continuare il percosso di espiazione e di
redenzione, senza svelarsi ad alcuno, preoccupato anche che la scoperta delle sue origini
possa creare scandalo e sconcerto a Sorrento. Dopo la processione di Sant’Antonino del 14
febbraio del 1600, accade qualcosa di imprevisto e di sconvolgente: il vecchio
maggiordomo di suo padre, Fernando, colpito da un male improvviso, lo fa chiamare al suo
capezzale e, commosso, gli svela di conoscere la sua vera identità. Lo ha riconosciuto dal
primo momento, in quanto informato della sua storia, delle sue peregrinazioni e del suo
ritorno a Sorrento, dai parenti spagnoli, al servizio del re di Spagna, presso l’Escorial. Il
colloquio, commuovente e drammatico, tra il vecchio servitore, quasi moribondo, e il frate,
ammalato, diventa il “testamento spirituale e morale” di Marino: sul Dio Unico di tutte le
genti; sulla strumentalizzazione delle religioni da parte della politica, per finalità di potere,
di dominio e di ricchezza individuale, nonché sul dialogo, come unica strada da seguire per
la convivenza tra le religioni monoteiste, la giudaica, la cristiana e la musulmana. Agli inizi
di un secolo, ancora lacerato, come il precedente, dalle guerre di religione tra i cristiani e dal
grande conflitto tra Cristianesimo e Islam, le parole semplici di frate Antonino, al secolo
Marino Correale, un tempo musulmano con il nome di Amir al-Qamar, diventano una
profezia. Una profezia di salvezza, per il presente e per il futuro dell’umanità. Quattro mesi
dopo, il 13 giugno del 1600, all’alba del quarantottesimo anniversario del saccheggio turco
di Sorrento, l’abate del convento di Sant’Agrippino scopre frate Antonino, rivestito dei
paramenti sacri, privo di vita, riverso sulla statua lignea, appena conclusa, di un Cristo
Morto, nell’atto di baciare la ferita del costato del Salvatore. E’ il suo dono al popolo
sorrentino, simbolo della Morte che annunzia la Vita, sintesi del patrimonio, religioso e
civile, di Sorrento.
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