Germana Delfina Abbà, Torino

Commenti

Transcript

Germana Delfina Abbà, Torino
L'ANONIMA DI TORINO NEGLI ANNI DELLE CONQUISTE DEMOCRATICHE
VISTA DA UNA ATTIVA DIPENDENTE.
Sono stata assunta alla Anonima di Torino il 16 aprile del 1962. Avevo 18 anni e lavoravo già da 3
anni e mezzo. Ho incominciato a lavorare prestissimo perchè ero rimasta orfana a otto anni di papà.
Bisogna anche dire che a quei tempi le ragazze andavano a lavorare molto presto, per aiutare le
famiglie, e quindi il mio caso non era isolato.
La morte di mio padre aveva provocato nella mia famiglia un gravissimo dissesto economico.
Anche mamma -che sino ad allora si era dedicata solo alla famiglia, al pianoforte, all'opera lirica,
alle letture ed al ricamo- si era messa a lavorare. Eravamo precipitate dalla bella e comoda casa di
Varese alla fredda soffitta di via Belfiore a Torino.
Il mio primo lavoro era stato in una piccola “boita”, la Aca , che fabbricava morsetti . La mattina
facevo il lavoro di ufficio; al pomeriggio, invece, aiutavo l'operaio in officina, un comunista
simpatico e ciarliero che aveva conosciuto prima della guerra mio padre, all'epoca direttore
all'industria delle corporazioni sindacali a Torino. Il mio lavoro consisteva nel mettere negli
scatoloni, perfettamente in fila, i morsetti.
Nella “boita” ero rimasta pochi mesi.
Il mio secondo lavoro fu in un ufficio di pubblicità, la Iper . Allora c'erano poche agenzie
pubblicitarie; a Torino oltre alla famosa “ Armando Testa”, ne esistevano solo due o tre.
I soci della Iper erano l'agente della Mondadori in Piemonte, Giorgio Cavallo ( famoso umorista) e
Giulio Bollati, importante e potente direttore della Einaudi e futuro editore della
Bollati/Boringhieri.
Il posto era saltato fuori perchè attraverso una amica di mamma, avevamo saputo che la Iper
cercava una impiegata.
In quegli anni, spinta da Giorgio Cavallo che aveva scoperto alcune mie capacità nel disegno, avevo
incominciato a frequentare un corso serale di cartellonismo all'Accademia Albertina. Tutte le sere
dalle 20,30 alle 23,30 per quattro anni. Quando arrivai all'Anonima, frequentavo l'ultimo anno di
Accademia.
Feci domanda alla Toro perchè nel frattempo i soci della Iper avevano deciso che non si
sopportavano più e quindi la società si era sciolta. La notizia che alla Toro assumevano l'avevo
avuta da una mia cugina, la quale si era appena licenziata dall'Anonima per andare a lavorare
all'ufficio estero della Fiat Aeronautica .
Mamma telefonò all'ufficio personale, fissò un appuntamento e, il giorno dopo, vestita di tutto
punto cappellino compreso, mi accompagnò in via dell'Arcivescovado, dove avevo appuntamento
per un colloquio con il mitico Pierfrancesco Larghi, capo del personale.
Quando il dottor Larghi vide sulle mie note che ero di Exilles, dopo una esclamazione compiaciuta,
incominciò a parlarmi del Forte e della sua vita da militare. Andò avanti per un bel po'. Alla fine mi
congedò, dicendomi che mi avrebbero fatto sapere qualche cosa.
La sera stessa Larghi mi telefonò a casa e mi disse che dovevo presentarmi il giorno dopo in Toro
munita di grembiule nero: ero stata assunta senza neanche aver battuto un tasto!
Dopo circa un anno, insieme alla Giuliana Tessari, alla Pia Genovese (mie colleghe d'ufficio) e ad
altri colleghi della azienda( la Ivana Facelli , Patrucco, Gian Bottelli, Gramaglia, la Jakus , Giulio
Casorati, Zonca), fondammo la “Piccola Ribalta della Toro”.
Patrocinatrice dell'impresa era la Signorina Vigo , potente segretaria del direttore Generale Bastagli
e dama della San Vincenzo. I proventi delle recite sarebbero andati, appunto, alla San Vincenzo.
La Toro ci dava le chiavi dell'Azienda e noi andavamo a provare nei sotterranei dove c'erano gli
archivi, quasi tutte le sere.
Incredibile ma vero: diventavamo i padroni assoluti del campo! Il regista della compagnia era il
signor Pesce, attore dialettale e suocero della Olga Antonini, segretaria dell'allora direttore dei rami
blu Ettore Colombatto, suggeritore Gilberto Battaglio, assuntore rca/rcd.
La commedia, di Franco Roberto, si intitolava “Non c'è posto per gli angeli ”. La sera della
rappresentazione, al teatro San Giuseppe, c'era tutta la Toro , ma proprio tutta, direttore generale
compreso. Per l'occasione la Direzione ci aveva concesso di usare il busto in bronzo del compianto
commendator Carlo Ruffini (amato presidente dell'Anonima) che era nell'atrio principale
dell'azienda, per arricchire la scena.
Eravamo veramente delle schiappe!!! Gli spettatori però la presero bene e si divertirono; ci furono
anche applausi a scena aperta.
Venne dato un' altro spettacolo, “13 a tavola”,al teatro Valdocco, ma alcuni di noi non
parteciparono alla rappresentazione perchè avevano deciso di diventare attori seri e quindi di
prendere lezioni di dizione. Del gruppo dei “seri” oltre a me, alla Tessari, alla Jakus, alla Franca
Mezzano, faceva parte anche Piergiorgio Cappone. Il maestro era Gigi Angelillo, allora ancora
dipendente della società dei telefoni Stipel ma già avviato ad una ottima carriera di attore di prosa.
La Stipel aveva creato tra i suoi dipendenti una compagnia teatrale di buon livello; tutti gli anni
rappresentavano al teatro Alfieri . Gigi si era prestato alle nostre richieste. Le lezioni si tenevano,
come sempre, negli infernotti della Toro. Ho ancora tutti gli appunti di dizione.
Non andammo molto lontano: il nostro bell'accento piemontese non ci volle abbandonare e le
lezioni finirono presto.
Ci dedicammo quindi alla musica. Fondammo un complesso musicale composto da Albiducci
batteria, Deantonio pianoforte, Gian Bottelli maracas e canto, Giulio Casorati chitarra, Gianni
Adorno sassofono. Giuliana Tessari ed io cantanti. Presentatrici Pia Genovese e Lucilla Jakus. Il
complesso lo avevamo chiamato “The five bulls”. Io, forte della esperienza di cartellonista, avevo
fatto il logo che venne messo sulla batteria; Giuseppe Tucci, allora assuntore rca e pittore di belle
speranze, dipinse le quinte del teatrino che era stato costruito in modo molto artigianale sempre
negli infernotti. Si fece solo una festa, non andammo oltre.
Giuliana, che ha una bella voce, tentava di cantare alla Jula de Palma ma non riusciva a tenere il
tempo bene, io cercavo di cantare alla Mina, ma starnazzavo.
Per l'occasione mi ero messa un vestito charleston dei bei tempi di mamma, ancora bellissimo dopo
tanti anni.
La signorina Vigo fu molto contenta perchè si incassarono parecchi soldini per la San Vincenzo.
La direzione della Toro ci offrì una cena alla bottiglieria Rosso di via xx Settembre.
La Anonima di Torino era una grande famiglia; al suo interno si potevano trovare affetti,
rancori, invidie, amori......però, comunque la si pensasse, eravamo solidali, eravamo orgogliosi di
essere suoi dipendenti.
La sera, alla fine della giornata lavorativa, ci ritrovavamo tutti in via Lascaris, a fare capannello, a
chiacchierare del più e del meno, a combinare serate e gite.
Nel 1966 entrai in Commissione Interna. In C.I. c'erano anche Mimmo Ferrulli, Antonio Nolè, la
Francesca Grimaldi , Franco Perinetti.
La Commissione Interna , insieme ad un gruppo di colleghi (tra cui Guido Prono, Alfonso Scarpa,
Gianni Diena, Giorgio Ardito, Germana Moro, Gianmario Massocco), fondò un giornaletto:
“Parliamone Insieme”. Era un momento di dibattito tra tutti, ognuno portava le sue idee.
Non durò molto. Era il periodo della guerra in Vietnam. Molti di noi facevano parte del comitato
cittadino che aveva sede presso una associazione cattolica, in via Assietta. Nel Comitato c'erano i
massimi rappresentanti della intellighentia torinese come Norberto Bobbio, Alessandro Galante
Garrone, Franco Antonicelli, Silvio Ortona, la Bianca Guidetti Serra, Sanlorenzo, Diego Novelli.
Gianmario Massocco, dopo un pesantissimo bombardamento su campagne e paesini del nord
Vietnam da parte degli Usa che causò moltissime morti tra i civili, scrisse un articolo durissimo sul
giornale aziendale.
Eravamo troppo antiamericani......il giornale fu chiuso.
Il 1966 deve essere anche ricordato per la riapertura, da parte di Franco Antonicelli, dell'Unione
Culturale; la sede era (ed è) nei sotterranei di Palazzo Carignano. Molti di noi lo aiutarono nei lavori
per la riapertura e il gruppetto degli ex di “Parliamone insieme” della Toro fu molto attivo.
Si stava avvicinando il '68. Dopo i fatti di Avola e Battipaglia, dove durante una manifestazione di
braccianti la polizia caricò e sparò provocando la morte di alcuni lavoratori, le Confederazioni
Sindacali proclamarono lo sciopero generale.
Da quello sciopero, fatto alla Toro forse solo da una cinquantina di colleghi, si posero le premesse
per la costituzione a Torino del sindacato CGIL anche nel settore Assicurativo: la Filda (questa era
la sigla del sindacato di categoria) nacque in quei giorni e proprio nella nostra Azienda, partendo da
quel piccolo gruppo di scioperanti; gli organizzatori furono, oltre a me, Antonio Nolè e Paolo
Mancinelli. In poco tempo la CGIL venne creata in tutte le Aziende torinesi ed anche nell'appalto.
In Camera del Lavoro c'erano dei segretari di grande spessore morale come Emilio Pugno, Sergio
Garavini, Gianni Alasia, Piero Frasca, Muraro, Gatti. Quando ero in via Principe Amedeo (sede
della CGIL) avevo preso l'abitudine di andare a trovare Pugno, che aveva il suo ufficio all'ultimo
piano. Non c'era nessuna etichetta: passavo attraverso l'ufficio di Lina, la sua segretaria, e mi
sedevo davanti a lui dall'altra parte di un tavolo enorme, unico mobile del suo ufficio. In quegli anni
alla Camera del Lavoro sono passati parecchi sindacalisti che poi sarebbero diventati politici
importanti ( come ad esempio Fabrizio Cicchitto-che era nella segreteria confederale-, Bertinotti,
Cesare Damiano e molti altri ancora). Chi però mi ha lasciato un ricordo indelebile è stato Vittorio
Foa. Era veramente un grande: era una persona semplice, limpida, chiara: guardava sempre al
futuro, mai al passato. Era sempre dalla parte dei lavoratori, dei giovani.
Erano tempi duri: l'attività veniva svolta solo fuori dalle ore di lavoro, non c'erano permessi, non
c'erano tutele, non c'erano coperture. Nell'estate '68 (usando le ferie) avevo partecipato, con altre
sei militanti che poi, nella loro vita, avrebbero fatto molta strada, ad un corso di formazione politica
alle Frattocchie, famosa scuola del piccì. Gli insegnanti erano la Nilde Jotti , Calamandrei, Claudio
Petruccioli, Giovanni Berlinguer. Il tema era: “la via italiana al socialismo”. Al rientro dalle
Frattocchie la Federazione torinese del piccì ci diede la possibilità di scegliere tra l'attività politica e
il sindacato; io scelsi il sindacato e di rimanere alla Toro.
Arrivò il 1969 e l'autunno caldo con le forti lotte operaie.
Arrivò il 12 dicembre con la strage di Piazza Fontana a Milano.
Ricordo che ero a Roma ad una riunione sindacale, nella sede della CGIL in corso Unità d'Italia :
rimanemmo tutti sbigottiti. Da quella data e da quella strage nulla fu più come prima.
Lo Statuto dei Lavoratori arrivò nel 1970. La prima assemblea all'interno della Toro venne fatta
nello stanzone dell'ufficio codifica al 2° piano del palazzo centrale. Eravamo tutti in piedi e ci
sembrava strano che si potesse parlare dei nostri contratti in azienda, all'interno delle ore lavorative.
Come ho già detto prima, sino ad allora il lavoro sindacale si faceva fuori orario; all'interno delle
aziende e delle fabbriche si viveva a compartimenti stagni, a volte non ci si conosceva da un reparto
all'altro.
In quel periodo arrivarono anche le minigonne. Il grembiule nero venne buttato alle ortiche.
Eravamo tutte in minigonna, con grande dispiacere del mitico Pierfrancesco Larghi.
Nel 1972 venne approvata una importantissima legge a tutela della maternità e della paternità.
Negli anni 1971 e 1972 rinnovammo i contratti nazionali separatamente: prima il contratto
normativo e poi quello economico. Si fecero i primi scioperi interni a cui i colleghi aderirono
compatti. Si formarono i Cub(comitati unitari di base), a sostegno e a controllo della trattativa
nazionale e la nostra azienda, anche in questo caso, partecipò attivamente. Ricordo che tra i
componenti del Cub Toro c'erano Giuliana Tessari, Mazzia, Gabriella Belfanti.
Nel 1974 fu indetto il referendum per tentare di abrogare la legge Fortuna-Baslini in materia di
divorzio. Il tentativo fallì.
Sempre nei primi anni settanta, dopo lo scioglimento del Movimento Studentesco e di molti gruppi
extra-parlamentari, iniziò la tragica stagione delle Brigate Rosse e dell'eversione stragista di destra.
Torino fu tra le principali vittime. Le morti di Carlo Casalegno, del maresciallo Berardi e di molti,
moltissimi altri democratici innocenti, la gambizzazione del giornalista dell' “Unità” Ferrero, il
ritrovamento degli elenchi con i nomi di tutti i dirigenti sindacali, di uomini politici, di uomini delle
forze dell'ordine, di magistrati, di dirigenti aziendali ma anche di semplici lavoratori che avevano la
sola colpa di non accettare di stare zitti nel covo di piazza Vittorio delle B.R (abitato da Patrizio
Peci e da Micaletto), ci fecero capire subito che bisognava prendere posizione e lottare per la
salvaguardia della democrazia. In quegli anni a Torino era sindaco Diego Novelli: mai compito fu
così duro. Novelli ci incitava, incitava tutti i torinesi ad occupare la città, ad uscire, a manifestare,
ad andare a ballare, al cinema, a teatro, a fare la vita di tutti i giorni e a non mollare di un centimetro
lo spazio che era nostro. In quegli anni nacquero le estati torinesi, i punti verdi.
Ritornando al 1969, il gruppo CGIL della Toro aveva partecipato al congresso Nazionale del
sindacato di categoria. Mancinelli entrò subito in Segreteria Nazionale; io e Nolè entrammo nel
direttivo nazionale. Ai torinesi venne assegnato il compito di occuparsi del Giornale Nazionale di
categoria. Direttore era Mancinelli. La redazione era composta da alcuni membri della segreteria
nazionale, da 2 rappresentati Toro, 1 Sai e 1 Reale. Io mi occupavo dell'impaginazione , della
pubblicità e delle interviste. La copertina, che era stata ideata da Claudio Pavese della Toro, era
molto particolare: era senza titolo e su di essa c'erano nove ombrelli che, partendo dal primo diritto,
piano piano si giravano sino ad arrivare all'ultimo che stava in posizione capovolta: alla segreteria
nazionale la copertina non era andata giù: troppo moderna, troppo fuori dai canoni rigidi previsti dal
sindacato. Però nella testa dei colleghi aveva fatto presa e questo era quello che contava.
A Torino avevamo fatto un direttivo regionale che in pratica comprendeva tutte le rappresentanze
sindacali aziendali ed io ero entrata nel direttivo della Camera del Lavoro di Torino.
Il sindacato CGIL in Toro si era rafforzato molto.La rappresentanza sindacale si era allargata: oltre
agli anziani (Ferrarese, Ruscone, Carenzo, Tessari, Leopardi, Edy Pellegrino, Chiarenza) si
aggiunsero Franco Rosso, Pietro Cristini, Elio Vicentini, Sandro Knaflitz, Ezio Boero, Edoardo
Toso. Eravamo quasi un Consiglio dei Delegati solo come CGIL.
Nel 1975 ci fu un rinnovo contrattuale importantissimo: alla Toro per un mese filato occupammo il
Centro Elettronico. A giugno il contratto dei direzionali era già stato siglato, ma si continuò a
scioperare fino a che anche il contratto dell'appalto non venne sottoscritto. In quell'accordo si era
ottenuto che una parte delle riserve che le Aziende accantonavano per l'edilizia, venisse usata per la
costruzione di case popolari.
Anche l'altro sindacato presente in azienda, la CISL, si era rafforzato. Oltre a Ferrulli, c'erano
Zanetti, Pognant, la Gianolio, la Silvia Ricci.
Con la Cisl costituimmo il Consiglio dei delegati: tutte le categorie all'interno della azienda stessa,
sino ai funzionari, erano rappresentate. Ci si riuniva, ovviamente, fuori dall'orario di lavoro, nella
mensa. La Toro era vista dalle altre aziende assicurative come una avanguardia.
L'unità Sindacale era un bene preziosissimo e in Toro l'abbiamo sempre salvaguardata.
Intorno a quel periodo nacque il terzo sindacato confederale in azienda, la UIL. Responsabile
Franco Mazzia.
Per molti anni sono stata nella segreteria Regionale del mio sindacato, ma non ho mai abbandonato
l'azienda. Il rapporto con i colleghi per me è sempre stato importantissimo.
Ho lasciato il lavoro sindacale e sono rientrata in Toro dopo i famosi 35 giorni di occupazione alla
Fiat (settembre/ottobre 1980); le posizioni prese in quella vicenda dai sindacati confederali regionali
non le capivo e non le condividevo. Non capivo l'attacco che veniva fatto all'accordo che avevano
sottoscritto i segretari confederali Nazionali con la Fiat : non era certo un bell'accordo, ma era
l'unico possibile. Il 14 ottobre 1980 ci fu il grande corteo passato alla storia come la marcia dei
quarantamila: erano quadri, impiegati ma anche operai; volevano rientrare in Fiat a lavorare. Da
quella esperienza il sindacato ne uscì completamente sconfitto. Lasciai di colpo tutto, accettai il
lavoro che mi veniva dato dall'azienda senza trattare nulla: ero appena stata rieletta nel direttivo
nazionale della CGIL e, allora, nel direttivo nazionale di donne ce n'erano veramente poche, ma
questa (forse?....) è un'altra storia.......................
Il 1980 deve essere ricordato anche per l'orrenda strage fascista alla stazione di Bologna.
Negli anni successivi rimasi all'interno della Toro facendo vari lavori (assunzione incendio, sinistri
incendio, regolazione premio, sinistri rca) ed ho avuto la fortuna di avere dei direttori bravi e
democratici. Qui mi piace ricordare Montefiori e Del Giudice. E anche con i capi ufficio ho avuto
fortuna; e anche qui voglio ricordare Montelli, De Chiara, la Cagnotto, Morelli e Mauro Bruno, il
quale aveva il grande dono di far lavorare tutti in allegria.
Continuai a seguire il sindacato da semplice lavoratrice e a partecipare alle grandi battaglie sociali
che si svilupparono in quegli anni (prima fra tutte quella dell' '81 sul referendum indetto per
l'abrogazione della legge 194 in materia di interruzione della gravidanza).
Nel giugno del 1984 partecipai con la delegazione bancari/assicurativi ai funerali di Enrico
Berlinguer.
Con la sua morte finiva una stagione di speranze per il nostro Paese. Il filo però si era già spezzato
qualche anno prima, con l'uccisione barbara da parte delle Brigate Rosse di Aldo Moro. La politica
di moralizzazione che entrambi portavano avanti fu abbandonata.
Quando fu ritrovato il cadavere di Moro, a metà strada tra Botteghe Oscure (sede del Pci) e piazza
del Gesù (sede della Dc) a Roma, in una Renault r4 rossa, io ero al sindacato.
Le Confederazioni proclamarono immediatamente lo Sciopero Generale.
Voglio chiudere questo mio piccolo contributo con il ricordo degli Assicurativi che scioperano
compatti (funzionari e dirigenti compresi) contro gli autori di questo assassinio. E' un ricordo
ancora vivo in me.
Penso che sia importante che i nuovi colleghi sappiano che la nostra categoria è stata capace di
grandi slanci.
Spero che questa mia testimonianza possa essere un buon viatico per il futuro.
GERMANA DELFINA ABBA' - classe 1943
dipendente Toro dal 16 aprile 1962 al 31 dicembre 1994, nella sede di via Arcivescovado, 16Torino.
P.s.: ovviamente questi miei ricordi non sono onnicomprensivi; alcune cose sono state tralasciate,
ho cercato di essere essenziale.
Con ciò non vuol dire che mi sono dimenticata per esempio delle stragi nere di Brescia e dell'
Italicus o della morte dell'anarchico Pinelli o dell'assassinio di Luigi Calabresi. Ho cercato di
mantenere il ricordo all'interno della nostra città e della nostra azienda, scrivendo dei momenti
che, secondo me, hanno fatto da spartiacque nella nostra storia recente.
Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi del D. Lgs. n. 196/2003 ed autorizzo,
altresì,l'eventuale pubblicazione on line e/o cartacea (es. raccolta in un libro, ecc.) del mio racconto
a titolo gratuito ai sensi della L. n. 633/1941.
Germana Delfina Abbà

Documenti analoghi